SIGNORINELLA

ATTO TERZO



Amore mio, non ti ricordi

che nel dirmi addio

mi mettesti all’occhiello una pansè,

poi mi dicesti con la voce tremula:

non ti scordar di me.”



Addio, addio, addio.

A dio, a dio, a dio.

Addio alle armi,

addio al mondo crudele,

mio dio,

devo partire,

all’uopo ho pulito il mio viso di pagliaccio

e ho reso il mio cuore di ghiaccio

per scordarmi di chi mi ha tradito

mettendomi in culo la pansè del pensiero,

tenendosi l’occhiello per sé

e per chi verrà a visitare i vivi e i morti,

quella cattolicità di katà oikeo,

tutti quelli che abitano in basso,

negli scantinati di Melzo

e nelle maleodoranti cantine di Ponte di Piave,

tanto meno a Tovena,

(TV),

dove i soliti furbetti dei canali del defunto

ti danno una vecia par una dovena,

una olgettina processata

per una girl baby navigata sulla costa

e stagionata al caciocavallo.

Cosa vuoi,

questo è il prezzo della gloria,

la Gloria di Valdobbiadene.

E io dovrei ricordare

colei che solo a me par donna

insieme a centomila nello stadio di san Siro

tra la nebbia al coltello e le zeppole col vin santo.

Mai più, mai più.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 10, 11, 2023

GIOVANNI IL BATTEZZATORE

Venne un uomo mandato da Dio

e il suo nome era Giovanni.

Anche mio cugino si chiamava Giovanni.

Egli venne come testimone

per rendere testimonianza alla Luce,

perché tutti credessero per mezzo di Lui.

Anche mio nonno si chiamava Giovanni.

Giovanni è il profeta della Luce.

Egli non era la Luce,

ma doveva render testimonianza alla Luce.

Veniva nel mondo la Luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo,

e il mondo fu fatto per mezzo di Lui,

perché l’amò,

eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente,

ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio,

a quelli che credono nel suo nome,

i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto

grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l’ha mai visto:

proprio il Figlio unigenito,

che è nel seno del Padre,

Lui lo ha rivelato.

Salvatore Vallone propone in memoria dei Grandi uomini vissuti e viventi.

Karancino, il Giardino degli aranci, Hàrah Làgin 10, 07, 2023

Quanta Bellezza e Sapienza in questi versi antichissimi come gli ulivi di Carancino!

Quanto Gusto e Senso destano queste parole in chi sa riflettere, in chi sa vedere.

In Ortigia non ci sono marciapiedi, ci sono tante fritture di paranza che puzzano, che spuzzano, che impuzzano.

La Siracusa del dopoguerra è la città dei non vedenti, di coloro che dopo la Sincat, la Rasiom e la Montedison, hanno permesso ai Russi l’Isab proprio ai piedi della città, dell’ameno Belvedere, della famigerata Priolo, della venale Melilli, della bella Sortino dal gustoso pizzolo.

Quanto schifo mortale, quanti morti per un pugno di dollari!

In Ortigia non ci sono marciapiedi, ci sono tavolini sgangherati per i fritti di paranza, per i taglieri infetti, per i riti dionisiaci con aperitivi rinforzati al vetriolo.

In Ortigia non ci sono preti e poliziotti urbani e non, non ci sono carabinieri e fac simili.

In Ortigia ci sono tante chiese chiuse come le case di una volta, piene di topastri e di politici, di giornalisti e di saltafossi azzeccagarbugli colorati in arancione.

Io abito in collina, sopra il vallone Carancino dove sotterraneo scorre Anapo in cerca di una ninfa e in tresca con Ciane, fiume e fonte tra il papiro devastato dal bisogno d’acqua delle industrie.

Siracusa è una città di non vedenti.

Nella città più sporca del mondo si paga la tassa dei rifiuti più cara del mondo.

Alla prossima invettiva!

TUTTI O QUASI NESSUNO

Tutti abbiamo bisogno di un dio,

io nodio,

tutti abbiamo bisogno di un santo,

io nosanto,

tutti abbiamo bisogno di un padre,

io nopadre,

tutti abbiamo bisogno di un grande fratello,

io nograndefratello,

tutti abbiamo bisogno di un drago,

io nodrago,

tutti abbiamo bisogno di una reliquia da baciare,

io noreliquia e tanto meno da baciare,

tutti abbiamo bisogno di un vaccino,

io novaccino,

tutti abbiamo bisogno di un green pass,

io nogreenpass,

tutti abbiamo bisogno di un super green pass,

io nosupergreenpass,

tutti siamo questuanti e replicanti,

tutti siamo claudicanti e impertinenti,

tutti siamo insolenti e sbeffeggianti,

tutti siamo sciancati e svarionati.

Anche tu, mona!

Per il momento dimmi, per favore e per forza, chi sei,

altrimenti chiamo i carabinieri,

la polizia,

la finanza,

la forestale,

i vigili urbani e municipali,

chiamo Bepy mona,

chiamo sempre qualcuno,

chiamo il capo dei capi,

colui che si chiama Gino,

non Gino ginettaccio,

il maledetto cagnaccio in bicicletta,

Cerutti Gino,

l’amico di Giorgio,

quello del bar del Giambellino,

il figlio del ciambellano della riforma fascista del vocabolario,

per l’appunto ridetto ciambelculo,

Cerutti Gino,

quello che chiamavan drago,

gli amici,

sempre al bar del Giambellino,

dicevan ch’era un mago,

era un mago,

era un mago,

il napoletano delle tre carte nella fiera di Godega di sant’Urbano,

quello che incanta il bilancio all’incanto,

quello delle tre banche e delle sette sorelle,

quello dei quelli della signora Orietta,

tu sei quello

che s’incontra una volta e mai più,

meno male,

meno male che tutto va bene,

meno male,

meno male,

meno male che niente va male,

meno male,

meno ma.

Basta,

basta una sola volta,

la seconda non riesco,

la seconda non la reggo,

ho la mia età,

ho i miei traumi

e non posso esternarli in tivvù

dalla signora dei traumi antichi e anali,

quella dell’università goliardica e arruffona

che fonde e confonde le tette con le gote,

basta una sola volta,

mi creda,

egregio perito di laboratorio e tecnico dell’assicurazione,

egregia infermiera che sgobbi,

egregio dottore della tele,

egregio professore del santo Camillo e del santo Raffaele,

profeti messi insieme a ciucciar coca cola e ciupaciupa,

i nostri leccalecca dell’infanzia inquinata dal d.d,t.

ai bordi del lettino dell’orfanotrofio Fatebenefratelli,

basta una sola volta,

perché altrimenti son veramente cazzi vostri.

Intanto balliamo con le stelle sotto le stelle,

non nelle stalle del potere,

le stanze della lirica e le strofe della poesia

che odorano di palle di merda e di celluloide.

Intanto balliamo con le palle e le sventole.

Domani ci penseremo,

domani penseremo chi vuoi for president.

Noi vogliam dio che è nostro padre,

noi vogliam dio che è nostro re,

noi vogliamo il puffo con i capelli incollati,

noi vogliamo il buffo in costume da bagno sulla spiaggia di Scilla & Cariddi,

noi vogliamo il pacioccone con il maglione di turno,

noi vogliamo la vispa Heidy con le lentiggini sul desco patrio fiorito,

noi vogliamo essere padroni,

ma nessuno è padrone di se stesso,

noi non siamo seguaci di Karl, del baffone e del capellone,

noi seguiamo il vento come tira a Monza

e come non tira nella bonaccia della vecchiezza.

Intanto ho bisogno di una rete o di un prete,

una buona rete di nylon e un buon prete di lana caprina,

dammi una rete e un prete

per pescare gli uomini di buona volontà

e le donne ingenue e giuste

che vanno dalla sgionfa e dalla brisolada

a far menate oscene in pubblico pagante,

voglio una rete tivvù per dire stronzate stratosferiche,

per fare potacci con i tortelli e potaccetti con il ragù,

per sbarcare il lunario cotidie e con la giacca double face,

per fare spettacolo da filosofo sempre incazzato

e da mattaccin del beneamato circolo Picnic,

per vendere il panettone delle quattro sorelle vergini e gravide,

per giocare con il mercante in fiera,

in casa in ospedale,

dappertutto,

un mercante dappertutto.

Tu aiutami,

tu che sai e che non sei,

dammi il salario per il sale,

dimmi che tutti siamo liberi e schiavi,

tosatei imberbi e putee in menarca,

gente mai cresciuta in questo diuturno ballo di san Vito,

mentre il fuoco di sant’Antonio impazza nelle piazze e nei circhi,

tose nobili e timidette,

tosatan dalla vita bassa nei pantaloni e nelle palle,

tutti imbroglioni della migliore risma di carta marcata Fabriano,

tutte imbrogliate dalle multinazionali del petrolio e del crimine,

dagli editori a largo profilo,

dalle influencer di riferimento,

mentre in Siria nasce un bambino dagli occhi cerulei

e in Afganistan nasce un bambino dagli occhi neri.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 12, 2021

BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

LA NUOVA NOVELLA

In principio era il Tutto,

l’armonia del Tutto,

la fusione dell’Olon zoon,

l’ordinato Kaos.

E venne Archimede.

 

Di poi fu il Segno,

l’Armonia del Segno,

la fusione dei Sema,

l’ordinato Cosmo.

E venne Pitagora.

 

Dopo fu il Verbo,

l’Armonia della Parola,

la fusione dei Logoi,

l’ordinata Terra.

E venne Esiodo.

 

Armonia è nel Tutto, nel Segno, nel Verbo.

La mitica figlia di Afrodite e di Ares,

dell’amore sensuale e della guerra,

segnava di dolcezza i suoi confini.

 

E vennero gli scienziati,

i pittori,

gli scultori,

i poeti

a battezzare i Cieli e le Terre.

E venne la Parola

a battezzare il Cielo e la Terra.

E vennero i sacerdoti a parlare di Dio.

E venne Egli.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di Lui,

e senza di Lui niente è stato fatto

di tutto ciò che esiste.

Giovanni gli rende testimonianza

e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:

Colui che viene dopo di me mi è passato avanti,

perché era prima di me».

In Lui era la Vita

e la Vita era la Luce degli uomini;

la Luce splendette nelle Tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta.

Giovanni battezza con l’acqua,

sciacqua le sue parole come lava i suoi panni.

Che grande che sei, o ultimo dei profeti!

Che bello che sei nella tua folle saggezza!

Viva i Giovanni!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 08, 06, 2022

 

MENO MALE

Sei generoso,

tanto,

quasi un asceta,

altrettanto,

un uomo senza dubbio e senza dubbi,

uno scettico,

un Pirrone dell’Elide,

un padre Pirrone, il gesuita confessore del puttaniere don Fabrizio,

un vivente senza il pudore del pusillanime,

un guardone senza ritegno e senza riguardo,

un monaco senza il compenso dell’obolo,

un maschio tutto d’un pezzo,

sempre sul mazzo a chiedere il pizzo,

quello delle sottane femminili,

non quello degli inetti parassiti

che affollano questa mia landa

in attesa di una notizia che striscia

per essere smascherati.

Sono generoso.

Sei ricco di buon sangue come un mestruo fulgens

e io mi perdo in un turbamento infantile da suora orsolina

quando mi vedo nelle mie storte parole sulla tua lavagna.

Faccio come la mia bambina,

quella dentro e quella fuori,

che copriva il suo capino con una coperta

per non farsi scovare giocando a nascondino.

E immancabilmente la trovavo chinata sul divano

col culetto in aria e il viso avvolto in un grande mistero,

il dubbio della fede,

la vertigine della libertà,

il bene della fiducia,

la possibilità dell’affidamento,

l’incanto dell’amor proprio,

la follia di Narciso a piccole dosi.

Sono ricco di buon sangue come un mestruo fulgens.

Cosa vuoi,

o mia cara insolente e impertinente,

c’è sempre un aliquis che ci trova e ci sgama,

qualcuno che ci attende e ci sottende,

qualcuno che ci circuisce e ci consola,

nei giardinetti pubblici o nella degna magione,

nella Camera alta e nella Camera bassa.

C’è sempre un quidquid,

qualcosa in cui crediamo e farnetichiamo,

qualcosa in cui nuotiamo e affondiamo,

qualcosa in cui ci perdiamo definitivamente.

C’è sempre un qualcuno e un qualcosa

a sinistra e a destra,

in alto e in basso.

Cosa vuoi.

Ciao,

maestra del mio cuore,

numquam mater, semper domina.

In un quaderno rosso, maoista e a righe strette

e stretto al petto ansante come la vaporiera di Giosuè,

si scioglie l’orrenda boria della vita,

si annida la facile futilità dell’esistenza,

si consuma il più grande peccato,

la strage di se stessi,

il suicidio collettivo,

collettivo come l’Inconscio di Karl Gustav Jung,

il mago che la sapeva lunga,

l’esoterico folle affetto da sedicente esaurimento nervoso.

Cosa vuoi,

Ortigia ormai è un borgo arido e deserto,

pieno di topastri e architetti in fiore e allo spritz,

un sito affidato al terribile Fato degli inetti

e regalato al miglior deficiente in qualità di offerente,

un’isola fatiscente e sconnessa,

pullulante di prodi ed eterni profughi,

ricca di meravigliosi clandestini

che vanno in culo alla vita e al mondo

vendendo cianfrusaglie inutili in ogni cantone

e nel mercato dove mia madre osava

e aveva posto li suoi riguardi.

Cave canem!

Così aveva ammonito la buona Oriana.

Così aveva insegnato la buona Ida:

l’inviata Fallaci e la professoressa Magli.

Chi altrimenti?

Non vedo divinità all’orizzonte.

Dio è morto nell’arena dei gladiatori,

nel tempio di Apollo,

nei giornali di parte e non di partito,

nelle sacre stimmate delle logge,

nelle scuole pubbliche e private,

nella latitanza della civica educazione.

Quanta ignoranza,

o madonna mia degli Angeli,

quella del cortile in fondo a piazza Termini,

quella dei buffoni e dei ciarlatani,

quella dei poeti e dei contastorie.

Adesso che siamo tutti sistemati,

si può andare serenamente anche in culo.

Ciao.

E noi?

Noi che facciamo?

Noi continuiamo a sbatterci la gnocca e il pisello

con il solito pane quotidiano,

quello di ieri e di domani,

con la surroga dei nostri debiti in altra banca,

con i prodotti finanziari derivati e sempre inclusi

che hanno suicidato tanti improvvidi pensionati in un sol boccone,

con le labbra gonfiate al silicone botuloso,

con i tatuaggi sulle splendide chiappe e sul venereo pube,

con le culottes delle influencer alla spremipatata,

con le indecenze sottili e luminose di un raggio di sole

fortunatamente in via di estinzione.

Moriremo d’amore e di nostalgia in Sicilia

tra i cumuli dei rifiuti della Storia

che nihil docet ai Farisei, ai Sadducei, ai Manichei,

ai Siciliani insomma.

Peccato o meno male?

A noi l’ardua sentenza.

Sava

Carancino di Belvedere 12, 10, 2021

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

ANTONIA, L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao, sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, aprile, 2002

APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

LA POLITICA E LA SICILIANITA’: ARISTOCRAZIA E CLERO IN SICILIA

“Ce ne vorranno di Vittori Emanueli per mutare questa pozione magica che sempre ci viene versata!”
Padre Pirrone si era alzato, aveva raggiustato la propria cintura, e si era diretto verso il Principe con la mano tesa: ”Eccellenza sono stato troppo brusco; conservatemi la vostra benevolenza ma, date retta a me, confessatevi.”
Il ghiaccio era rotto ed il Principe poté informare Padre Pirrone delle proprie intuizioni politiche.
Il gesuita però fu ben lontano dal condividere il sollievo di lui, anzi ridiventò pungente.
“In poche parole voi signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico coi liberali! con i massoni addirittura, a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e malamente divisi fra i caporioni più impudenti; e chi, dopo, sfamerà le moltitudini d’infelici che ancora oggi la Chiesa sostenta e guida? ”
Il Principe taceva.
“Come si farà allora per placare quelle turbe disperate?
Ve lo dirò subito, Eccellenza. Si getterà loro in pasto prima una parte, poi una seconda ed alla fine la totalità delle vostre terre. E così Dio avrà compiuto la Sua Giustizia, sia pure per tramite dei massoni. Il Signore guariva i ciechi del corpo, ma i ciechi di spirito dove finiranno?”
L’infelice Padre aveva il fiato grosso: un sincero dolore per il previsto sperpero del patrimonio della Chiesa si univa in lui al rimorso per essersi di nuovo lasciato trascinare, al timore di offendere il Principe cui voleva bene e del quale aveva sperimentato la collera rumorosa ma anche l’indifferente bontà. Sedeva quindi guardingo e sogguardava Don Fabrizio che con uno spazzolino ripuliva i congegni di un cannocchiale e sembrava assorto nella meticolosa sua attività; dopo un po’ si alzò, si pulì a lungo le mani con uno straccetto: il volto era privo di qualsiasi espressione, i suoi occhi chiari sembravano intenti soltanto a rintracciare qualche macchiolina di grasso rifugiatasi alla radice delle unghia. …
Don Fabrizio poi si avvicinò al tavolo del Padre, sedette e si mise a disegnare puntuti gigli borbonici con la matita ben tagliata che il Gesuita nella sua collera aveva abbandonata. Aveva l’aria seria ma tanto serena che in Padre Pirrone svanirono subito i crucci.
“Non siamo ciechi, caro Padre, siamo soltanto uomini. Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare. Alla Santa Chiesa è stata esplicitamente promessa l’immortalità; a noi, in quanto classe sociale, no.
Per noi un palliativo che promette di durare cento anni equivale all’eternità. Potremo magari preoccuparci per i nostri figli, forse per i nipotini; ma al di là di quanto possiamo sperare di accarezzare con queste mani non abbiamo obblighi; ed io non posso preoccuparmi di ciò che saranno i miei eventuali discendenti nell’anno 1960. La Chiesa sì, se ne deve curare perché è destinata a non morire. Nella sua disperazione è implicito il conforto. E credete voi che se potesse adesso o se potrà in futuro salvare se stessa con il nostro sacrificio non lo farebbe? Certo che lo farebbe, e farebbe bene.”
(“Il Gattopardo”,edizioni citate: pagine 46,…49).

COMMENTO

La Chiesa, istituzione divina fondata da Cristo e depositaria di una verità trascendente, è incompatibile con il Tempo e con la Storia, pur manifestandosi nel Tempo e nella Storia; essa non può modificare il suo apparato dogmatico o evolvere il suo messaggio di salvezza eterna. La Chiesa non viene a patti con la contingenza culturale e la volubilità politica degli uomini.
Ritorna la malattia della Storia, meglio la “Storia come malattia”, nella necessità di conciliare le aleatorie istituzioni umane con le assolute prescrizioni divine, l’immanenza con la trascendenza, anche se la posizione del Cristianesimo su questo tema è netta: il suo regno non è di questo mondo.
Il clero, quindi, deve sempre diffidare degli eventi storici e delle intenzioni culturali all’interno della sicura cornice dell’imperscrutabile volontà di Dio e del tradizionale concetto pessimistico della creatura umana.
La Chiesa è al servizio di Dio e dell’eternità”; la Storia e il Tempo non costituiscono la sua essenza, ma sono strumenti di manifestazione e di espiazione della colpa metafisica e del peccato morale.
Il gesuita padre Pirrone appartiene al contesto assoluto della Chiesa e in esso egli trova la sua identità e la sua continuità senza vivere l’angoscia del nulla e della fine.
L’Aristocrazia è al servizio degli uomini, vive nella Storia e nel Tempo e ne attinge linfa vitale e ragion d’essere.
Essa elabora e gestisce verità effimere e relative, fatue e contingenti, per cui è costretta dalla sua stessa natura a trasformarsi e adattarsi con intuizioni politiche sempre nuove al contesto in cui, suo bengrado o suo malgrado, si viene a trovare; in base a questa necessità evolutiva e a questo processo camaleontico l’Aristocrazia rompe il millenario e proficuo sodalizio con il Clero e si lega alla classe sociale emergente e idealisticamente protesa verso il primato: la Borghesia liberale a prevalente cultura massonica in Europa e la classe dei gabellotti, soprastanti e gastaldi a prevalente cultura rurale in Sicilia.
La necessità della sopravvivenza storica traligna in un tragico peccato senza possibilità di espiazione e in una tremenda colpa senza possibilità di rimozione o di sublimazione.
Del resto nell’anno 1864 il papa Pio IX° aveva incluso nell’enciclica “Quanta cura” il “Sillabo”, il famigerato “Catalogo dei principali errori del nostro tempo” o la condanna della moderna civiltà, liberalismo e massoneria comprese.
L’insipienza storica e politica del testo si associa all’ipocrisia della tesi di una Chiesa che con le sue ricchezze sostenta i poveri.
I nuovi tempi marciano di gran carriera verso il primato borghese e la mortale Aristocrazia, all’incontrario dell’immortale e divina Chiesa, deve attenersi alla Storia e alla realtà: per sopravvivere essa deve opportunisticamente e sottilmente riciclarsi nel fibrillante tessuto borghese.
Rimane l’eco nostalgica di una secolare alleanza fra trono e altare che aveva fatto storia nel tempo, gestendo con profitto le coscienze e i corpi degli uomini per oltre un millennio.
E’ opportuno rilevare il richiamo al tempo quasi presente, 1960, la fine sospettata e temuta più che dal bisnonno Giulio, che infuturava la dinastia con il suo pur non eccelso seme, dal nipote Giuseppe, cosciente di chiudere con la sua morte il tempo personale e la storia del proprio casato.
Con uno stile suggestivo il principe di Lampedusa espone le sue tesi sul realismo storico e le sue riflessioni sulla labilità delle istituzioni umane, proiettando la sua angoscia della fine e il suo bisogno di persistenza.
Dopo l’identità” e il riconoscimento forniti da Dio e in subordine dalla Chiesa, subentra per l’Aristocrazia il travaglio e l’incognita di un nuovo polo di riferimento culturalmente poco affine, la spregevole e campagnola Borghesia isolana.
L’Aristocrazia si sfalda in questa ricerca d’identità” e i nobili più acuti restano soli a sopravvivere nell’inevitabile cornice degli altri e tutti diversi.
La trasposizione della lettura di questi temi negli imprevedibili eventi intensamente vissuti dal principe di Lampedusa nel corso della sua vita e in particolare negli ultimi tempi, quelli che segnano il passaggio dall’Italia monarchica e fascista all’Italia repubblicana e borghese, è lineare nella sua consequenzialità.
Il registro storico-culturale si sposa senza stridore con il registro letterario e la naturale complicità dei due contesti offre anche la possibilità di diversi livelli di lettura, sempre innestati sul tormentato universo psichico dell’autore perennemente inteso alla ricerca disperata di una risposta esauriente alle sue domande esistenziali: “chi sono io?” e “a quale classe appartengo?”.
In questa contrastata dialettica l’universo personale si riversa in quello collettivo grazie al veicolo letterario, alla veste retorica e alle suggestioni filosofiche di varia scuola.
Un individuo canta il suo tormento e il tormento del gruppo.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), 10, gennaio, 1987