SULLA MEMOPAUSA

L’universo psicofisico femminile incorre nella sua evoluzione in un drammatico processo di perdita della fertilità e matura naturalmente una crisi, sempre evolutiva, riesumando quel “fantasma depressivo” elaborato e incamerato sin dal primo anno di vita e rinforzato nel corso della formazione psichica in base alle modalità originali di viversi e di vivere le varie esperienze.
Essendo un processo biologico, importante anche nella sua drasticità, la Psiche femminile è costretta a reagire in maniera altrettanto decisa e istruisce i “meccanismi di difesa” atti alla risoluzione della crisi psicofisica scegliendoli naturalmente tra quelli più idonei e secondo la “organizzazione psichica reattiva” maturata: struttura psichica in atto e sempre in evoluzione.
La “razionalizzazione” e la “sublimazione” sono i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia più ricorrenti e meno dolorosi. La perdita del potere femminile di procreare, madre, esige una compensazione psicofisica adeguata e una riformulazione della vita erotica e sessuale, femmina. Paradossalmente la donna acquista una migliore “coscienza di sé” in questo momento di crisi. Liquidato definitivamente il lutto delle mestruazioni, la donna si colloca nei riguardi del maschio in maniera autonoma e competitiva, tirando fuori schemi mentali e valori culturali, virtù e tendenze, tratti e profili che in passato erano rimossi o abbozzati. Costretta all’evoluzione la donna si rivolge al maschio con la giusta pulsione aggressiva, ritenendolo anche la causa della sua parziale realizzazione in altri ambiti e della sua relegazione in settori socio-culturali ristretti.
Esemplifico i meccanismi di difesa della menopausa.
Il “fantasma di perdita” è depressivo e l’angoscia intrinseca si può risolvere secondo i seguenti processi e meccanismi.
La “rimozione” non funziona bene dal momento che l’evidenza della perdita della fertilità vince sulla parziale dimenticanza.
La “regressione” e la “fissazione”, il passaggio da uno stadio evoluto e in atto a uno stadio precedente (orale, anale, fallico-narcisistico, edipico e genitale), è spesso usato ed è pericoloso.
“L’isolamento”, scissione dell’angoscia di perdita dalla consapevolezza, è ricorrente ed è pericoloso.
La “razionalizzazione” del carico emotivo, è auspicabile e completa l’opera di consapevolezza in base al “principio di realtà”.
La “razionalizzazione” patologica, “intellettualizzazione”, formare un delirio paranoico, è pericolosa e rara.

“L’annullamento”, convertire l’angoscia in maniera accettabile tramite un rito o una sequela di azioni, è possibile.
Il “volgersi contro il sé”, vivere la perdita come espiazione di un senso di colpa, è frequente.
Lo “spostamento”, traslare l’angoscia dalla menopausa ad altro oggetto, è frequente.
La “formazione reattiva”, convertire l’angoscia in un sentimento positivo, è possibile e ricorrente.
La “messa in atto”, reagire all’angoscia con l’azione, è frequente.
La “sessualizzazione”, reagire all’angoscia con un investimento di libido ossia accrescere la vita sessuale, è possibile.
La “sublimazione”, conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia, è frequente.
Questa sintesi meriterebbe un approfondimento e mi riprometto di tornare su questo delicato argomento.
Bisogna ribadire che alla menopausa le donne reagiscono soprattutto in base alle “organizzazioni psichiche reattive” che hanno evolutivamente maturato.
La “orale” tende all’isteria, converte l’angoscia di perdita secondo l’ordine affettivo ed emotivo.
La “anale” tende al sadomasochismo e converte l’angoscia di perdita in un danno da infliggere e in una colpa da espiare.
La “fallico-narcisistica” tende all’auto-gratificazione e converte l’angoscia di perdita in una forma di potere e di privilegio.
La “edipica” tende alla conflittualità e oscilla tra l’accettazione della perdita e la ribellione a un evento vissuto come ingiusto.
La “genitale” tende all’accettazione realistica e converte l’angoscia nella consapevolezza e nell’utilità che la situazione biologica comporta.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 07, 2020

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

LA MACCHINA INTROVABILE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.

Non ricordo come sono andata a casa.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.

A questo punto mi sono svegliata.”

Il mio nome è Marumaru.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.”

C’è qualcosa che non va negli apparati e nelle funzioni del sistema neurovegetativo di Marumaru. C’è qualcosa che non va nella sessualità, ma non in senso organico, c’è qualcosa di psicologico che si è inceppato e causa una disfunzione all’esercizio della vita sessuale. C’è un “fantasma di castrazione” in circolo nella “organizzazione psichica reattiva” di Marumaru. La donna non vive bene in questa contingenza psico-storica la sua femminilità e la sua sessualità. Deve essere successo qualcosa di traumatico che ha riesumato questo “fantasma” che si matura nell’infanzia e che si trasporta nel corso dell’evoluzione psicofisica sotto forma depressiva di perdita. “Rubato l’auto” si traduce in “vivo malissimo il mio corpo e le mie funzioni erotiche e sessuali”, mi sento castrata.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.”

Il luogo sarà “strano”, ma simbolicamente è inequivocabile. E’ il luogo del distacco e della perdita. Un “fantasma di morte” si profila subito dopo il “fantasma di castrazione”. Di certo, siamo in un ambito psichico fortemente depressivo. Marumaru sta mettendo a dura prova la sua solidità psichica sotto le sferzate amare del distacco e della perdita. Se nella “castrazione” c’è una causa traumatica esterna che esaspera la “rappresentazione” di se stessa, nella “morte” c’è una congrua emersione dal profondo del nucleo depressivo dell’infanzia a cui nel tempo si sono associati tutti vissuti di perdita successivi. Marumaru è in uno stato psichico di obnubilamento mentale, uno stato crepuscolare della coscienza che non le consente quella lucidità necessaria per una reazione adeguata alla situazione in corso. Sta rientrando in se stessa dopo aver subito uno shock, “stavo tornando a casa da non so dove”. Marumaru ha appena vissuto un’esperienza fortemente emotiva che l’ha scombussolata dalle fondamenta ed ha evocato i suoi “fantasmi di castrazione e di morte”, l’angoscia di non essere giusta e adeguata, l’angoscia di vivere una perdita affettiva e un distacco sentimentale. Questo è il vero senso e significato di “ero in un luogo strano”.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.”

Marumaru è una donna che socializza bene, “ero con gli amici”, ha una disposizione psichica a stare con la gente e in mezzo alla gente, nonché a fidarsi della gente. Pur tuttavia, la sua apertura sociale non sempre incorre nel giusto premio e nel doveroso riconoscimento. La gente sa che Marumaru è una donna e una madre, che ha una precisa identità psichica e sociale, che occupa un ruolo inequivocabilmente femminile: il suo “bagagliaio contiene le valigie”. Non si capisce bene quanto i cosiddetti “amici” siano solidali con Marumaru dal momento che sono messi in questa cornice onirica come tramite per cambiare quadro, più che come possibili alleati. In ogni caso questi amici movimentano la psicodinamica onirica senza stonare. La funzione onirica ha una valida capacità rappresentativa e creativa.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.”

La disposizione sociale di Marumaru è, altresì, confermata proprio nell’andare “verso di loro” quasi in atto di solidarietà, di ricerca di consenso e di approvazione di fronte al trauma della “castrazione” e della “morte”, della deprivazione e della perdita. Marumaru si trova di botto senza la funzione sessuale e senza il ruolo di madre e chiede alla società la nuova modalità di riconoscimento, chiede a se stessa quale immagine sociale deve esibire tra la gente che l’ha vissuta e riconosciuta come donna intera e madre integra. Marumaru ha perso proprio la figura di donna e il ruolo di madre. In qualche modo è stata deprivata della sua identità psicofisica. Non si tratta certamente del trauma dell’invecchiamento legato alla menopausa e alla perdita della capacità di essere fecondata e di avere un figlio, la questione verte su un trauma che Marumaru ha subito e che ha leso la sua identità psicofisica e il suo ruolo di madre, nonché il suo ruolo sociale di donna che vive e lavora tra la gente. Viene confermato quanto detto in precedenza.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.”

E’ intercorsa una circostanza che ha smascherato lo status psicosociale di Marumaru, è brillato un fulmine nel ciel sereno che ha turbato l’equilibrio psicofisico, è occorso uno strano evento che ha messo a nudo la verità storica di un’esistenza: “tutto era andato bene”. Serve un cabarettista con il suo repertorio di intrighi e paradossi per illustrare che “tutto era andato bene” e che questo trauma “non ci voleva” proprio. Spesso la malafede e l’ingenuità vanno a braccetto nelle relazioni umane e specialmente in quelle amorose. Una inedita fiducia e un acritico affidamento sono virtù che spesso si sacrificano nel campo di battaglia. E’ successo che una donna chiamata Marumaru si è imbattuta con molta pacatezza riflessiva nella necessaria modificazione del vissuto su se stessa e sul suo ruolo di donna e di madre. Il trauma non è da poco anche se viene sostenuto dall’esperienza e dai meccanismi di difesa dell’età matura: la “razionalizzazione” ad esempio. Per questa motivo l’espressione “ho pensato che questa non ci voleva” calza a pennello con i tempi e le circostanze.

Non ricordo come sono andata a casa.”

Traduco immediatamente dal registro simbolico al registro logico: “ho operato una poderosa “rimozione”, non “razionalizzazione”, per difendermi da tanto inganno e da tanta lesione personale”. Marumaru sistema nella sua “organizzazione psichica” i segni funesti di tanta sventura e, anche se possiede gli strumenti per archiviare bene il trauma dimenticando e ridimensionando gli eventi, è costretta a inserire nella sua “casa” psichica mobilio e accessori di non propria pertinenza e competenza. Ripeto: di fronte agli effetti psicofisici del trauma subito dalla sua persona e dalla sua figura, Marumaru trova una sistemazione idonea ai nuovi vissuti, oltretutto imposti da inaspettate occasioni e malcelate omissioni. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che soccorre ogni persona che vi ricorre con la sua blanda consolazione di oblio e di leggera dimenticanza e senza ricorrere necessariamente a ipotizzare dimensioni psichiche inconsce.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.”

“Lupus in fabula”. Il quadro onirico si sposta consequenzialmente nella zona relazionale degli affetti costituiti e consolidati per spiegare la psicodinamica e l’entità della questione relazionale in corso. Il “marito” rappresenta non certo il partner di Marumaru, ma sicuramente la sua “parte psichica maschile”, quella affermativa che esige il massimo rispetto della propria autonomia psicofisica ed esclude, di conseguenza, qualsiasi forma di dipendenza che si può essere strutturata nel tempo e soprattutto nella convivenza massimamente fiduciaria. La “cena” attesta di un contesto sociale in cui è avvenuta la “castrazione”, il furto della “macchina”, la depauperazione della propria sessualità e l’offesa della propria femminilità. Marumaru prende progressivamente coscienza che, al di là dell’evento traumatico, ha fatto difetto la sua “parte psichica maschile”, “mio marito”, in questa relazione drammatica con se stessa, magari scatenata da stupidità altrui, ma in ogni caso male affrontate da una donna ingenua e innocente che pensava di essere al di sopra di ogni sospetto e circostanza. A Marumaru è venuta a mancare la direttività decisionale nella circostanza in cui è stata messa in gioco la sua fiducia e il suo affidamento nei riguardi degli altri.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.”

Questa è la reazione da cavallo di razza della nostra protagonista: la rabbia scatenata dall’ingiustizia subita dalla sua persona e l’offesa arrecata alla sua figura, “proprio quella”. Marumaru dimostra un forte attaccamento alla sua femminilità e alla sua vita sessuale. La reazione è direttamente proporzionale all’intensità emotiva del sentimento della rabbia che per difesa ha spostato nella figura del marito, la sua “parte psichica maschile”, quella adibita alla difesa dell’orgoglio e alla tutela dell’onore. Marumaru le tenta tutte per recuperare la sua dimensione psicofisica turbata e umiliata, ma alla fine si convince che la “castrazione” è avvenuta anche se per interposta persona. La donna non ha saputo evitare l’umiliazione al suo essere femminile e il danno alla sua sessualità. La rabbia si compone nell’accettazione, il sentimento si placa nella consapevolezza della perdita. Il sogno si conclude con la pacatezza dell’inesorabilità dell’evidenza e con il rifiuto di una compensazione delirante che deroga dalla realtà dei vissuti e dei fatti. Dopo la “rimozione” arriva la “razionalizzazione”, dopo la dimenticanza subentra la presa di coscienza.

In conclusione è opportuno ribadire che spesso il sogno approfitta di un fatto della realtà o di un’esperienza vissuta per comporre le disarmonie e per riparare i traumi: vedi la teoria onirica della Gestalt psicologia. Magari qualche difetto del marito di Marumaru ha scatenato in sogno una reazione intesa precipuamente a cogliere la propria debolezza nella tutela della propria persona e nella difesa della propria integrità psicofisica anche in occasioni impreviste e inaspettate. La rabbia normale è esternata nella realtà degli eventi, mentre nella realtà onirica persiste sempre una forma di tutela psichica legata alla migliore sopravvivenza possibile anche di fronte a traumi imprevisti.

E fu così che Marumaru si arrabbia in sogno con la sua smarrita autonomia psicofisica e con la sua improvvida fiducia nei riguardi degli altri, nonché con il suo acritico affidamento al mondo che la circonda. E’ questa la sua vera “parte psichica maschile” che è andata in crisi per negligenza e per distrazione. E’ sempre preferibile tenere alta la guardia e sapere leggere e scrivere anche di fronte a circostanze di impostura e di ignoranza altrui.

LE TRE COSE CADUTE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.

Mi sono messa ad urlare.”

Julienne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.”

Julienne è una donna originale, almeno tende a esserlo, e in ogni caso ha una connotazione psichica fortemente intenzionata a differenziarsi dagli altri, pur essendo consapevole del bisogno di stare con la gente, del confronto e della solidarietà. Julienne avverte l’esigenza di una forma d’intimità per cui si isola “in compagnia del suo fidanzato” “presso un campo sperduto”. Una donna eccentrica e originale, un’oasi di pace e d’intimità, il proprio uomo sono i tre elementi con cui Julienne apre il quadro onirico e inizia il suo sogno.

Questa, però, è un’interpretazione di superficie.

Il “campo sperduto” rappresenta una sensazione di solitudine e un sentimento di abbandono, un “tratto psichico depressivo” di Julienne, acquisito ed elaborato nella prima infanzia. Per compensazione ricorre in sogno al suo “fidanzato” per alleviare le sensazioni di disagio e il dolore annesso. Questa è l’interpretazione profonda che tiene anche in considerazione la prima e non la esclude. Si tratta di livelli psichici e di autenticità elaborativa. Julienne sta parlando di sé e della sua formazione e in sogno offre nell’immediato la sua tendenza a sentirsi sola e il suo bisogno degli altri, nonché la sensazione di una diversità che rasenta l’originalità. Nel complesso siamo nella sfera affettiva, nella “posizione psichica orale”, nella dimensione protettiva della protagonista. Il sogno è suo e non glielo toglie nessuno, neanche il suo “fidanzato”.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.”

E infatti e a conferma di cosa si diceva in precedenza, Julienne presenta immediatamente il simbolo di una madre angusta e colpevolizzante, meglio, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, la conoscenza elaborata nel primo anno di vita e che è rimasta vitale dentro di lei al punto di formarne l’evoluzione psichica e in particolare l’affettività e il sentimento della perdita, la vena depressiva di cui si è detto nel precedente capoverso. Riepilogando: Vivienne si fa accompagnare in sogno dal suo “fidanzato”, alleato psichico, per elaborare la sua vita affettiva e i tratti caratteristici della sua formazione anche in riguardo alle angosce di solitudine. “Camminando” si traduce in riattraversando o in ricordando o in riflettendo o vivendo. “Dentro” attesta, sempre simbolicamente, della “introiezione” della figura materna in quanto Vivienne in qualche tratto psichico si è identificata al femminile nella madre. “Dentro” si traduce anche nella mia interiorità, nella mia sfera intima e privata, nelle mie introspezioni. Il “fosso” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, il vissuto della costrizione e del ristagno delle energie d’investimento, una madre avara di cure e di premure, una madre che dispensa affettività e protezione per quello che è strettamente necessario. “Stretto” si traduce in costrizione psichica, in coartazione della coscienza, in angustia affettiva, in autoritarismo acritico, in blocco delle iniziative e degli investimenti: una madre avara e severa. “Fangoso” riguarda i sensi di colpa che la madre induceva nella figlia e che quest’ultima si faceva nel momento in cui elaborava dei vissuti aggressivi nei riguardi della madre che poi immancabilmente tralignavano nel senso di colpa. “Serviva per irrigare i campi” condensa l’immagine giusta di una madre affettuosa e amorevole nei riguardi dei figli, una madre che investe energie, conforta e rassicura. Traduco: una madre che poteva amare i suoi figli e che non è riuscita a farlo per il blocco di queste energie d’investimento. Questo è il vissuto di Vivienne nei riguardi della madre, il suo “fantasma” nella “parte negativa”, al di là di come effettivamente la madre sia stata nella realtà. Questa è la realtà psichica dominante di Vivienne. Ricordo anche che la simbologia “dell’irrigare i campi” ha una valenza fecondativa e gravidica. Il “campo” è un simbolo femminile e l’acqua acquista una caratteristica, sempre femminile, di dare la vita.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).”

Il sogno è birichino sempre e non quando vuole. La domanda lecita è la seguente: cosa sono “le stesse tre cose” che cadono, si suppone dalle mani, a Vivienne e perché non ricorda?

L’enigma “trinitario” si pone nel modesto e laico mondo dei sogni. Tre cose che cadono rappresentano simbolicamente il padre, la madre e la figlia, la triade familiare che Vivienne “proietta” in sogno per difesa dall’angoscia fuori di lei e dal suo mondo interiore anche per allentare le tensioni e continuare a dormire. Vedere in sogno il padre, la madre e se stessa sarebbe stato intollerabile per l’economia nervosa e allora Vivienne tira fuori il condensato simbolico della “famiglia”, la triade per eccellenza, la prima triade dopo la diade, la famiglia dopo la coppia. La chiave interpretativa del capoverso è “continuavano a cadermi” che mostra chiaramente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “coazione a ripetere” e la pulsione depressiva alla perdita. “Cadermi” non è niente di catastrofico anche se è sempre un distacco e un allontanamento, così come “continuavano” non è patologico proprio perché attesta della presenza del conflitto dialettico tra “le stesse tre cose”, immutabili e presenti dentro Vivienne come la sua “posizione psichica edipica”. Ricordo che si tratta di una dialettica universale di crescita evolutiva funzionale all’acquisto dell’autonomia psichica e propedeutica al “riconoscimento” del padre e della madre dopo la conflittualità più o meno lunga. Riepilogando in sintesi metodologica: Vivienne sta rievocando in sogno la sua “posizione edipica” chiaramente non risolta e ancora turbolenta, la sua relazione e i suoi vissuti verso la madre nella prima parte e ha presentato il padre includendolo nella triade familiare: “le stesse tre cose” continuamente presenti e in assillo emotivo. Proseguire nella decodificazione del sogno confermerà la bontà di questa intuizione interpretativa.

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.”

Il “contadino giapponese” è la “traslazione” della figura paterna, lo “spostamento” del padre secondo i meccanismi del “processo primario” che forma e governa il sogno. E allora è entrato in scena il padre di Vivienne a completare la triade familiare e le tre cose cadute o perdute. Dopo la “parte negativa” del “fantasma della madre” Vivienne recupera la “parte positiva” del “fantasma del padre”, il padre affettivamente provvido e punto di equilibrio dell’economia psichica familiare o delle “tre cose cadute”. Vivienne ha vissuto il padre sin dall’infanzia come l’elemento coadiuvante e positivo, colui che apre “una valvola” e favorisce l’armonia affettiva della famiglia, della triade padre-madre-figlia. Non dimentichiamo che si tratta anche della triade “edipica”. Vivienne sta elaborando non soltanto il padre e la madre in riguardo all’affettività, alla protezione e all’armonia familiare, sta soprattutto rivivendo la sua disposizione verso il padre e la sua avversione verso la madre. Vivienne sta scoprendo le sue carte nel gioco familiare delle predilezioni e dei contrasti. Ecco il padre viene fuori in sogno come l’ago della bilancia dell’economia psichica familiare, la figura che sa mediare e disporre in maniera equilibrata soprattutto gli investimenti disordinati della madre e sempre per quanto riguarda la sfera affettiva, quella dove Vivienne accusa qualche deficit a causa di un tratto depressivo legato all’angoscia di perdere l’amore e la tutela della madre. Quest’ultimo è legato alla tendenza di quest’ultima a costringere e a colpevolizzare la figlia, da un eccesso di “Super-Io” da parte della madre nel relazionarsi con la figlia: una madre severa e poco espansiva. Eppure anche in questa situazione di piena affettiva, grazie al padre “contadino giapponese” che sa regolare i flussi psichici in famiglia, nel campo e nella realtà, Vivienne non trova la cosa che gli era caduta e si ritrova con il problema di sempre.

Vale la pena l’autonomia psichica e l’emancipazione dai genitori?

Vale la pena affidarsi a un “fidanzato” che compare e non è una figura importante che occupa la scena del sogno?

Può un “fidanzato” supplire alle carenze pregresse e maturate nell’infanzia e in ambito familiare?

Può un “fidanzato” essere come il padre che dispensa equilibri psichici e relazionali?

Vivienne è fidanzata, ma non è matura per dare al suo uomo il ruolo giusto dal momento che è tutta presa dal padre e dalla madre. Vivienne ristagna in ambito “edipico” e non passa in ambito “genitale”. Eppure la sua struttura psichica è sensibile al primo anno di vita e alla “posizione orale”, là dove gli affetti e le depressioni si originano.

Mi sono messa ad urlare.”

L’urlo è sempre “catartico”, neuro-fisiologicamente libera energie represse che altrimenti farebbero danno all’equilibrio psicofisico somatizzandosi e ledendo qualche funzione per eccesso di carica nervosa.

Perché Vivienne ha bisogno di urlare?

Oltre alle tensioni l’urlo è dovuto alla rabbia che la donna prova nel suo conflitto tra la dipendenza dai genitori e l’acquisizione di una sua autonomia psichica. In questa operazione di recupero di se stessa ha rievocato la sua “posizione edipica” e ha reagito con una “conversione isterica”, “mi sono messa a urlare”.

La rabbia a cosa è legata?

Questo “senso-sentimento” si lega alla mancata emancipazione dai genitori, madre avara e padre provvido, e alle difficoltà che incontra nell’evoluzione congrua alla “posizione psichica genitale”. Manca la capacità d’investimento della “libido” in maniera donativa e altruistica, il saper dare e la consapevolezza del gusto di dare. Vivienne rischia di ripetere la lezione imparata dalla madre, per cui quello che l’ha fatto tanto soffrire viene messo in circolo e dato a chi si presenta alla ribalta della sua vita affettiva. Se ben analizziamo, il “fidanzato” compare all’inizio e poi basta, si è perso nello svolgimento del sogno e non è stato oggetto di investimenti particolari, una figura “a latere” e non certo dominante. E’ pur vero che il sogno è “edipico” ed è giustamente basato sulla dialettica della triade familiare e sull’angoscia depressiva di perdita e di solitudine, ma per superare questo stallo è necessario procedere verso l’evoluzione “genitale”, verso un investimento dominante di “libido” sul suo uomo e non soltanto fidanzato.

In conclusione aggiungo che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”,

L’interpretazione del sogno di Vivienne può trovare in questa prognosi la sua fine, ma aggiungo per correttezza interpretativa che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”: l’eiaculazione in vagina. Il sogno di una donna “edipicamente” contrastata mescola l’infanzia con la maturità e, di conseguenza, le istanze psicofisiche classiche dell’età in atto e del tempo vissuto. In ogni caso il sogno di Vivienne presenta l’esigenza affettiva e la perdita depressiva in maniera più conclamata rispetto alla pulsione di maternità.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

IL VUOTO DAVANTI DI CARMELO

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“Caro dottor Vallone,
ho sognato di salire in montagna e d’incontrare una ragazza.
Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.
Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.
Cosa vuol dire?
La ringrazio anticipatamente e la saluto,
Carmelo T.”

Carmelo è un tipo di poche parole, sogna in sintesi e con forte intensità emotiva. Potevo congedare Carmelo dicendogli che avevo pochi elementi per decodificare il suo brevissimo “resto notturno”, veramente un “resto”. E invece approfitto della richiesta di Carmelo per spiegare come i sogni sintetici sono i più vicini alla nostra verità psichica perché non sono viziati dalla difesa della retorica. E poi, il sogno “spaziale” di Carmelo appartiene a tutta l’umanità ed è fuori dal tempo, almeno nella versione “salire, il vuoto, la caduta.” Questo “resto notturno” appartiene all’uomo primitivo nella versione predatore e raccoglitore, all’uomo evoluto nella versione agricoltore e operaio, all’uomo intellettuale e tecnologico e sicuramente anche a un cane, mio amico, chiamato Ringo.
Ma perché?
Perché questo sogno tratta il tema della perdita, dell’abbandono, della solitudine, del distacco, della morte: il “fantasma della depressione”.
Procediamo con l’analisi dei simboli.
“Salire in montagna” attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”. La “libido” è desessualizzata e viene investita su fini nobili e su obiettivi sociali o spirituali. La “montagna” contiene il senso del sacro e del mistero, va verso l’alto ed è vicina al divino. In quanto si scala comporta fatica e sofferenza, ma alla fine è gratificante questo distacco dal basso e dalla materia. Quest’ultima contiene il corpo e i suoi diritti, la “libido”, l’energia vitale che è il fondamento della Psiche. Carmelo ha qualche conflitto con il suo corpo e con la sua “libido” nello specifico e usa il processo di difesa della “sublimazione” per disimpegnarsi dalle sue difficoltà materiali e dai suoi conflitti psichici.
Si profila immediatamente l’oggetto del conflitto: “una ragazza”. Carmelo si porta in montagna l’universo femminile, il fior fiore della giovinezza, una ragazza non una donna, la primavera della bellezza e della procacità, in ogni caso un simbolo femminile che richiama la “libido genitale”, la sessualità.
“Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.” Parole semplici e intensamente vissute! Incontra la ragazza e invece di godere al meglio di quest’incontro, Carmelo e il suo sogno non trovano di più opportuno che imbattersi nel “vuoto”, non il “vuoto” e basta, il “vuoto davanti”. Simbolicamente “davanti” condensa l’immediatezza psichica, il problema o il fantasma che occupa la dimensione psichica in quel preciso momento della vita. Carmelo sta vivendo il suo tratto depressivo incamerato nel primo anno di vita, ridestato ed esaltato da qualche evento nefasto della vita. Carmelo sta elaborando il “fantasma della perdita” e del distacco affettivo, il famigerato “fantasma di morte”. Carmelo è in piena crisi perché di fronte al femminile e alla femminilità reagisce con l’angoscia della perdita e della fine, con la caduta della vitalità e degli investimenti della “libido”.
“Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.”
Ecco che Carmelo richiama la superstizione per continuare il suo sogno nella veglia passando da un conflitto psichico a una disgrazia reale. Il sogno è stato sempre investito ed è tuttora ammantato di superstizione, ma quest’ultima è una difesa dal “sapere di sé” che ti può dare un prodotto psichico così personale come il sogno. Il “qualcosa di brutto”, caro Carmelo, si è già profilato: la caduta della libido genitale e l’angoscia della perdita.
“Cosa vuol dire?”
Carmelo teme, “mi sveglio con tanta paura”, d’invecchiare e di perdere la sua virilità, almeno quella potente, dal momento che il sogno non prospetta quella prepotente.
La prognosi impone a Carmelo di prendere coscienza della sua componente depressiva e di vivere al meglio la sua attualità psicofisica. Il sogno invita con le sue paure a vivere meglio il tempo presente e le sue possibilità. Carmelo deve ben calibrare la sua “libido genitale” e non farla tralignare nella “libido narcisistica” ossia deve vivere meglio l’universo femminile e affidarsi in maniera generosa alle donne.
Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il maligno nucleo psichico emerso e nell’evoluzione infausta nella sindrome depressiva con la caduta della qualità della vita e della vitalità, oltre che delle relazioni.
Riflessioni metodologiche: che cos’è la depressione e come si manifesta in sogno. Il sogno di Carmelo è classico e universale. Cambia razza, cambia cultura, cambia latitudine, cambia prospettiva, cambia tutto quello che vuoi, ma la “caduta nel vuoto” o il “vuoto davanti” resta il classico simbolo della depressione o del tratto depressivo o della dimensione depressiva. Rientra nell’assoluta cosiddetta “normalità” avere incamerato un “fantasma di perdita”, un rudimento sensoriale e percettivo nei primi mersi di vita e durante il primo anno di vita: la “posizione depressiva” di Melania Klein, conseguente alla “posizione schizoparanoide”. Di poi, nel corso evolutivo della vita l’economia e la dinamica psichiche ridestano il nucleo depressivo per cui si è costretti a rielaborarlo e a razionalizzarlo. L’età matura impone la presa di coscienza dell’istanza depressiva e del fantasma collegato.
Ringrazio Carmelo per la sua meravigliosa sintesi di una sindrome pesante e pericolosa e non mi resta che ricambiare i saluti con immenso piacere.
Alla prossima e “ad maiora”!

ONNIPOTENZA E DEPRESSIONE

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“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.
All’improvviso si scatena un terremoto.
Michel non è in panico come tutti gli altri e si sente sicuro sotto una pensilina di plastica in attesa della corriera.”

Un buontempone è questo Michel. Non gli mancano le arti della socializzazione e non sa fare a meno delle relazioni. Si offre e si vende bene, molto bene. Anche la seduzione non deve difettare. Un uomo di mondo che si esibisce, un leader nel suo essere speciale.
La collocazione della “piazza” richiama simbolicamente la greca “agorà”, il luogo della politica e delle relazioni sociali di poco spessore, della truffa e dell’inganno, dello scambio e della comunicazione, della parola e dei discorsi, dei millantatori e dei narcisisti. La “piazza” non è la dimora e tanto meno l’alcova. In “agorà” si trovava bene Socrate nell’ascolto dei Sofisti, si trovavano bene i sudditi nell’ascolto dei dittatori, si trova bene Michel con la gente che lo conosce e gli vuol bene.
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.” Assolto il punto primo.
Punto secondo: ” All’improvviso si scatena un terremoto.”
Cosa sarà mai un terremoto per un uomo come Michel che ha tanti amici e che si trova in piazza? Leggo direttamente dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici” e riporto la voce “terremoto”: “grave disagio psichico, crisi del principio di realtà e della funzione di mediazione dell’istanza dell’Io combattuto tra le inibizioni del Super-Io e le pulsioni dell’Es, conflitto psichico e contatto precario con la realtà in atto. Povero Michel! E’ proprio preso male. Questo terremoto non ci voleva in tanto godimento relazionale. Stava così bene in piazza con gli amici e all’improvviso arriva il terremoto. Ma cosa c’entrava il terremoto? Eppure nell’apparente benessere il sogno dice che Michel cova un forte malessere. Non ci resta che vedere la soluzione ingegnosa di Michel a tanto disagio.
L’onnipotenza! “Michel non è in panico come tutti gli altri…” Michel è diverso, è un vero uomo dai mille accorgimenti e dalle mille risorse. Michel ne sa una più del diavolo. Povero diavolo, quanti confronti è stato ed è costretto a subire senza essere interpellato! Il terremoto non impaurisce minimamente Michel. Quest’uomo è fatto di un’altra pasta. Michel non è come gli altri “cacasotto” che di fronte al terremoto si rifugiano in un riparo possibilmente più sicuro. Michel conosce le cose del mondo e ha una risposta per ogni evenienza. Michel può tutto, “omnia potest” come il Padreterno. Miche è un padreterno, si valuta e si ama tanto da entrare in concorrenza con Narciso. “Panico” traduce “tutto compreso”, il timor panico abbraccia tutto, il corpo e la mente. Di fronte a una manifestazione mastodontica della Natura, un “sublime” l’ha definito Kant, Michel si schernisce e non si lascia minimamente emozionare. Che lenza! Che uomo, anzi che superuomo!
“…si sente sicuro sotto la pensilina di plastica in attesa della corriera.”
Pensate un po’! Una traballante pensilina di plastica è il giusto antidoto alla furia distruttrice di un terremoto, al “sublime” della Natura. Michel è veramente un genio onnipotente. Vive in un altro mondo, una neorealtà tutta sua dove non c’è il terremoto o quanto meno non fa paura, anzi fa sorridere, una personale realtà diversa da quella degli altri comuni e poveri mortali. Basta una pensilina di plastica per ripararlo dal terremoto, una difesa apparentemente irrisoria per sopravvivere ai più terribili disastri.
La vita continua soltanto per Michel: aspetta l’arrivo della corriera. Mentre tutti cercano di conservare la vita, Michel sopravvive, va “sopra la vita” con la sua onnipotenza, può magicamente far tutto a suo favore e tutto in sua esaltazione. La corriera, trattandosi di automatismo meccanico, condensa simbolicamente le pulsioni sessuali gestite dal sistema neurovegetativo involontario. Di fronte ai disastri del suo “Io” Michel reagisce con l’antidoto sessuale: la sua autoterapia antidepressiva.
Questa è la versione ilare del sogno di Michel, a riprova di come il sogno sa usare anche l’ironia nel formularsi. Il termine “ironia” ha un significato filosofico, Socrate, e psicologico, Freud: destrutturazione dell’Io e delle sue resistenze nella presa di coscienza del materiale psichico rimosso e per una migliore autoconsapevolezza.
Il sogno paradossale di Michel evidenzia una grossa componente depressiva dietro una facciata ironica; quest’ultima serve da copertura al vero problema e funge da resistenza alla presa di coscienza, ma è un forte stimolo a disoccultare i conflitti rimossi e la mancata maturazione umana, oltre che psichica.
La prognosi impone la giusta valutazione del disagio psichico e la terapia adeguata all’angoscia di perdita, dal momento che l’onnipotenza non può reggere sempre il peso dei conflitti irrisolti.
Il rischio psicopatologico si attesta nella sindrome depressiva.
Riflessioni metodologiche: il sogno ha una sua ilarità. “Si ride per non piangere”, dice un motto popolare per sottolineare la “conversione nell’opposto”, un meccanismo di difesa dall’angoscia e di formazione del sogno. Freud scrisse un’opera titolata “Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio” nell’anno 1905, dove coglieva i collegamenti tra la dimensione interiore e l’espressione esteriore, tra il materiale psichico rimosso e l’espressione verbale o mimica. In sostanza il riso nasce dal richiamo subdolo di pensieri rimossi e di notizie indicibili: ad esempio ammiccare alla sessualità in maniera indiretta. Il sogno usa il paradosso per dire profonde verità e l’ironia come invito alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso. Queste verità bisogna saper leggere e adeguatamente considerare, questo invito bisogna accettare inevitabilmente prima o poi.