LA STELLA BUONA

Nato sotto una buona stella,

Venere postbellica,

antinglese e antitedesca,

filoamericana e tanto yankee,

mi ritrovo sulla testa Orione e la sua oscena clessidra

che mi segna il tempo

e mi segue in ogni passo

dentro questo giardino arabo babilonese,

pensile e terracqueo,

suburbano e scavezzacollo sul vallone di Anapo,

l’amante di Ciane,

quella del papiro egiziano sulla fonte,

ultima mia dimora di ritorno al Tutto e al Niente,

che sono sempre un Qualcosa,

un Quidquid per un Quisquis,

un ritorno che somiglia a una potatura

inferta al Grande Ulivo millenario all’ingresso di Pietra bianca,

piantato da Pietro e Paolo in persona,

un Albero eterno come il peccato umano,

come la colpa atavica dei Padri e delle Madri

che immancabilmente ancora ritrovi tra le pieghe

dell’anima che non vuole morire,

del corpo che non marcisce come i fiori di plastica,

di un Uomo di ghiaccio che non deve morire

perché incinto di un demone,

daymon,

un doppio brodo di vitalità alla greca,

una minestra ebraica e cristiana d’immortalità,

mentre in questo mondo crudele e infame

il tiranno tiranneggia le peuple et les garcons

e uccide il Giusto con il plutonio

e il cadmio senza fosforo nella zucca,

esalta in tv cantanti e giornalisti,

patate e patatini,

sempre difeso dalla polizia inurbana

e dal consenso dell’ebete che ride,

l’homme que rit,

palpandosi i coglioni sbavati ed erniosi,

come Vittoriu u babbu in via Vittorini

quando la sorella Carmelina gli augurava la morte.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 20, 02, 2024

SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



ONORE AI COMPAGNI CADUTI

Un giorno di febbraio che dirti non so,

è scoppiata la Parola che dire non so,

quella parola proletaria che diceva “compagno”

al fratello di Cristo che dirti io so,

si è infranto quel Verbo sognato da Karl,

quel Verbo incarnato da Vladimir,

quella parolina detta da Palmiro,

ridetta nella verbalità concreta di Enrico,

l’ultimo dei Giusti insieme a Ginettaccio.

Non ci chiamiamo più “compagni”

perché non ci sono più compagni neanche a scuola,

non siamo più compagni

perché il gallo è vivo e non è morto,

le coq non è morto,

le coq razzola e imperversa sulle galline nostrane,

sulle galline padovane e livornesi,

secondo la loro specie.

Il gallo ha creato la sua gallina,

secondo la sua specie,

il gallo ha detto e fatto ogni cosa,

secondo la sua specie,

anche la guerra ha fatto secondo la sua specie.

E’ troppo tardi,

o compagno,

o compagna,

si è fatta subito la sera,

si è stati trafitti dal solito raggio di sole sul far della sera,

ormai siamo tutti soli,

ma soli veramente e come i cani soli.

Adesso ogni Cristo scenderà dalla sua croce

e si ricongiungerà alla sua madonna,

mia donna,

secondo il Convito dell’uomo dalle spalle larghe,

quel Simposio che dir si voglia,

quel Banchetto che addusse l’Uomo,

greco e non,

alla ricerca del Bene e dell’Eudaimonia,

del buon demone dentro un corpo vitale,

un corpo di uomo,

un corpo di donna.

E tu,

o compagno di allora,

o compagna di mai,

mi fai la guerra,

uccidi me e il mio seme,

annienti i Rus’ di Kiev,

il popolo sovrano e unito che ha ammazzato il tiranno di allora,

che non riesce a onorare il nuovo ras metallico dipinto di antico,

il vecchio dismesso come un abito logoro dalle tinte fosche,

posto in garage a suo tempo come la Topolino di Paolo

e rimesso in auge nella bandiera dei Soviet,

i consigli degli operai della Fabbrica Italiana Automobili Torino.

Onore ai compagni ignoti,

all’ucraino Lev,

a chi è morto in piedi davanti al cimelio delle utopie,

ai piedi di Platone,

ai piedi di Tommaso din don dan,

ai piedi di Marx,

ai piedi di Proudhon,

ai piedi di Filippo Giuseppe Maria Ludovico Buonarroti,

ai piedi di tutto il potere ai soviet,

ai piedi di Antonio e dei suoi Quaderni dal carcere.

Uno spettro si aggira per l’Europa.

Finalmente siamo ancora Compagni.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 27, 02, 2022

 

I TRE DIAVOLI DI ARMANDO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.
Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.
Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.
Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso. Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.
Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.
Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.
Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.
L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Questo è il sogno di Armando.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quanta drammatizzazione e quanta enfasi in questo sogno!
Eppure è vero ed è così!
Armando sogna e da sveglio descrive quello che ricorda, quel poco che ricorda quando le emozioni vissute in sonno sono stemperate e gestibili dalla coscienza.
Degno di nota è il ricorso ai colori nella descrizione degli ambienti e alle sensazioni olfattive e tattili nella descrizione dello sbranamento.
Quello che Armando ricorda e descrive è una minima parte di quello che ha vissuto nei sensi e nelle azioni durante il sonno.
Il sogno di Armando rievoca il tema del diabolico e della perversione maligna, un tema universalmente svolto da svegli nella mitologia sacra e profana, nelle fiabe e nelle favole, nei riti e nei divieti. C’è sempre un diavolo che invita a infrangere i tabù e a praticare quelle trasgressioni non consentite dalle Leggi dei Padri.
In quanto si riferisce al Male e al Padre, il “diavolo” è prossimo a essere considerato un “archetipo”, un simbolo universale elaborato da tutti gli uomini e depositato nello junghiano “Immaginario collettivo”come degenerazione del Dio buono.
C’è anche una Madre diabolica e maligna nel sogno di Armando sotto forma di degenerazione degli affetti e in base alla peggiore “Legge del sangue”.
Procedendo nella decodificazione, si approfondiranno questi temi di grande interesse. Intanto un grazie va ad Armando perché ha offerto un sogno molto bello e molto ricco.
Ancora: ho aggiunto altre due voci al modello d’interpretazione di sogni che ho potuto elaborare nel corso di questi due anni e grazie alla Vostra collaborazione: “domande & risposte” e “REM O NONREM?”
Questa operazione è finalizzata a rendere comprensibile il sogno nelle sue sfaccettature pratiche del vivere la vita e ad approfondire, al meglio consentito dalle conoscenze in atto, l’inquieto e complesso fenomeno psicofisico del sogno.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.”

Armando prepara in sogno la scena del drammatico misfatto. Armando si sta guardando dentro e individua le sue tre stanze, quelle riservate al padre, alla madre e a se stesso, il figlio.
Le “stanze vuote” denunciano l’assenza di connotazioni psichiche e di vissuti vari e variopinti in riguardo ai genitori. Sembra che dal padre e dalla madre Armando abbia ricevuto poco di normale e tanto di eccezionale. Le “stanze” possono essere vuote in attesa di essere drammaticamente riempite, come se il sogno nella sua progressione volesse creare una inquieta attesa, la cosiddetta, in altra lingua, “suspence”. In effetti, i meccanismi del sogno procedono con cautela per non procurare l’incubo e il risveglio.
La “penombra” condensa il crepuscolo della coscienza, la soglia ipnotica e l’obnubilamento che consentono al “profondo psichico”, il “fantasma” nel nostro caso, di emergere e prender luce, quella “luce calda e soffusa” che sa tanto di relazioni sacre e di affetti misteriosi, la luce di una chiesa che odora di sacro. Armando sta rivisitando se stesso tramite le stanze del padre e della madre, i ricettacoli psichici dove ha ricoverato i genitori nel mentre li viveva e li elaborava sin dai primi mesi di vita. Del resto, i genitori sono figure avvolte di sacro dai figli per i loro bisogni di alleviare l’angoscia di abbandono e di perdita, il solito e famigerato “fantasma di morte”.
La “posizione edipica”, il rapporto conflittuale con i genitori, è in emersione con tutte le emozioni affettive e protettive, ma anche drammatiche e terrificanti, come l’angoscia del bambino di essere fagocitato e annientato proprio dalla madre e dal padre al di là dei loro effettivi e reali comportamenti.

“Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”

Armando ci presenta il padre e la madre all’interno di una cornice cromatica di grande effetto.
Il primo “demone” è il “fantasma del padre” elaborato e introiettato nel primo anno di vita nelle sue versioni “positiva” e “negativa”, il padre che protegge e il padre che uccide, in base al meccanismo psichico di difesa della “scissione”, “splitting”, e secondo la modalità di funzionamento della mente in quei primordi. Nello specifico Armando ci presenta il padre negativo, il “demone”, il principio del male che alberga “in una stanza di colore rosso scuro”, il colore che attesta l’aggressività mortifera del padre, la violenza coniugata con il crepuscolo della vigilanza e della coscienza.
L’altro demone non è da meno. La “parte negativa” del “fantasma della madre” ha la sua “stanza” contraddistinta cromaticamente da una significativa sfumatura cromatica, il “colore marrone scuro”, il colore del sangue rappreso.
Decodifichiamo: la madre ha una violenza occulta, legata al suo potere di essere il primo investimento libidico del bambino, la madre mortifera, quella che non nutre e abbandona.
Armando ha fatto le cose giuste sognando. Rivisita le “parti negative” dei “fantasmi” che riguardano i suoi genitori, vissuti che a suo tempo ha elaborato e depositato nel “Profondo psichico”.

“Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.”

Armando è bravo a curare i particolari estetici, non è un un uomo volgare o da poco, ha una sensibilità artistica e un culto della bellezza. Questo dice il sogno con il quadro di un “ambiente sporco e umido”.
La “sporcizia” simboleggia il “senso di colpa” e “l’umidità” attesta della degenerazione delle tensioni; l’eccitazione nervosa è sul punto di tralignare in angoscia.
L’interiorità di Armando non ha posto blocchi e differenze tra il padre e la madre. Del resto, ne sta elaborando le “parti negative”, la dimensione demoniaca, per cui non esiste tramite logico di discernimento dal momento che si accomunano nel loro essere malefiche.
La “porta” è simbolo del tramite associativo e del nesso logico.
“In assenza di porta” conferma della forte tensione emotiva che governa i vissuti dei genitori nel sogno di Armando.

“Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”

Il figlio fa parte della partita, non è da meno ed è degno del padre e della madre: “il terzo demone”. Armando sta riesumando il legame maligno che ha vissuto nei riguardi dei genitori, sta rivisitando in sogno la sua “posizione edipica” nella versione “negativa”: l’orco, la strega e il degno erede di cotanta compagnia, il bambino trasgressivo che si sottrae alla furia del padre e della madre “con una paura bestiale di essere preso”. Nella sostanza si tratta non di una marachella da punire, ma dell’angoscia d’abbandono e del “fantasma di morte” collegato e al di là di come i genitori si sono comportati nella realtà. Possibilmente il bambino è stato impotente spettatore delle liti furibonde dei genitori, magari avrà assistito alla scena del padre che picchia a sangue la madre, magari si sarà trovato sin da piccolo nelle situazioni familiari più infauste per maturare in maniera consistente la disistima e la paura dei genitori, ma le “parti psichiche negative” del “fantasma dei genitori” Armando le ha elaborate normalmente sin dal primo anno di vita.
“Preso” e “terrorizzato” condensano l’angoscia di essere annientato e ucciso, bloccato nelle sue energie vitali, una sensazione bruttissima da non sperimentare mai e soprattutto nella prima infanzia.
Il “terzo demone” è la necessaria identificazione di Armando nelle figure genitoriali per una collocazione adeguata nella famiglia, un demone destinato a soccombere. Armando ha introiettato le parti negative del padre e della madre e in esse si è identificato incarnandole, altrimenti non sarebbe il terzo diavolo.
Uno psicodramma ineccepibile!

“Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”

Come si diceva in precedenza, Armando rievoca in sogno il senso d’impotenza e di terrore vissuto in riguardo ai genitori e alle loro dinamiche contorte e violente.
Nessuna soluzione traduce “nessuna via d’uscita”, così come angoscia e colpa da espiare traducono “dannato come all’inferno”. Armando ha provato a rifiutare l’identificazione nel padre e la figura materna demoniaca, ha tentato di razionalizzare tanta atrocità, ma non è riuscito a portare a termine l’operazione di distacco da queste figure maligne, non è riuscito a “riconoscere il padre e la madre” nelle loro dimensioni psichiche per acquisire la sua autonomia: “senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze”. Queste ultime condensano i tratti psichici della “organizzazione reattiva” o del carattere.

“Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”

Angoscia di “castrazione”?
Angoscia di “perdita d’oggetto”?
No!
Questa è angoscia di divoramento e di “frammentazione”!
Altro che la normale e benefica “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica”!
Qui siamo in uno “stato limite” e anche oltre.
Più che il conflitto con i genitori, il trauma affettivo è precoce ed è avvenuto nei primi anni di vita. Armando ha subito un trauma, non nel vedere i genitori in perenne conflitto, ma ha maturato una carenza affettiva di notevole portata, “sbranarsi”.
“Affamati” richiama la “posizione psichica orale” e le frustrazioni affettive che il bambino ha subito nella primissima infanzia e che con il crescere ha immaginato e figurato nei “due diavoli affamati che se lo prendono” lo “fanno letteralmente a pezzi e lo sbranano”. La “posizione psichica orale” di ordine affettivo si è combinata con la “posizione psichica anale” di ordine sadomasochistico e si è evidenziata con la fame spasmodica e con il ferino sbranamento. Tutto questo drammatico quadro comporta la madre che fagocita e divora, il padre che sbrana. Vuol dire che Armando si è sentito poco amato dalla madre e punito dal padre aggravando “l’angoscia di castrazione” in “angoscia di frammentazione”, di irreparabile rottura di “parti psichiche di sé”.
Il quadro clinico è decisamente pesante nel suo essere “borderline” e potenzialmente “psicotico”.

“Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”

Il dramma psichico di Armando viene così sintetizzato in sogno: vorrei essere tanto diverso dai miei genitori e non far parte di questa famiglia. Armando rifiuta la sua origine materna e paterna per traumi affettivi legati alla freddezza materna e alla violenza paterna.
Contrariamente a quanto si può pensare, è la madre la responsabile dei traumi affettivi precoci. Il padre ha agito ed è intervenuto dopo a colmare la misura e la qualità dei traumi con la sua violenza: tutto questo nei vissuti di Armando e nelle responsabilità dei genitori ignoranti e maldestri.
Il figlio adulto riconosce ma rifiuta la sua famiglia: “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura.”
“Natura” significa nascimento, ciò che nasce e ciò che si origina dentro di me.
Armando desidera “un’altra origine” per una rifiutata identificazione nel padre e per un desiderio d’individuazione in una figura degna e migliore.
L’avrà trovata tale necessaria compensazione?
Armando è maschio e deve identificarsi per fissare l’identità psichica ed evolverla al meglio consentito dalla legge del Padre e dalla qualità dei suoi vissuti e fantasmi.
E la madre?
La madre gli ha regalato la pulsione a non coinvolgersi affettivamente con le donne e a non investire “libido” nell’universo femminile.
Armando attribuisce ai genitori adulti la consapevolezza dei guasti prodotti e della benefica e salvifica ricerca di differenziazione del figlio, “loro lo sanno”, e per questo rifiuto lo puniranno secondo il loro ferino vangelo. Armando è la cattiva coscienza dei genitori, “Io sono una minaccia”, per cui deve essere eliminato secondo la Legge del sangue di cui è depositaria la Madre con la morte per allettante sbranamento, “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
Questo è il vissuto e la “parte negativa del fantasma dei genitori” di Armando: angoscia di sbranamento, fagocitazione e divoramento sadico da parte del padre e della madre, di questi simboli universali, “archetipi”, in versione mitologica e mitica.
Il figlio è diventato il capro espiatorio dei loro aspri conflitti e delle loro filosofie distorte, siano esse psicologiche o esistenziali.
Ci troviamo in un ambito psicopatologico decisamente “borderline”, ai confini tra nevrosi e psicosi alla luce della qualità e dell’intensità dei fantasmi esibiti da Armando nel suo sogno.

“Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

Traduzione: mi trovo in mezzo ai genitori, “tra i due diavoli”, per alleanze strane e nessuno mi capisce e consola. Questa è la psicodinamica del figlio “conteso” da genitori litigiosi e improvvidi che non si accorgono di tutto il male che stanno procurando alla loro creatura. Armando si sente manipolato e prevaricato per uso personale dai genitori che cercano la sua alleanza per sentirsi dalla parte del giusto. Armando è diventato senza averne coscienza l’ago della bilancia familiare e della coppia. “Conteso”, latino “cum e tendo”, si traduce “ci dirigiamo insieme”, “condiviso”, latino “cum” e “divido”, si traduce “partecipo a idee e a sentimenti altrui.
Una posizione familiare veramente drammatica è quella di Armando bambino.

“L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Il “fantasma di morte” intercorre e l’incubo scatta con il risveglio: “l’angoscia della fine…mi sveglia”.
Del resto, il sogno si è anche concluso e non poteva andare avanti da nessuna parte dal momento che tutto si è compiuto nel peggiore dei modi, la psicodinamica si è sciolta in una drammaturgia eclatante sulla “posizione psichica edipica” e sopratutto sulla “posizione orale”, l’affettività, di Armando. Il sogno, così delicato, è andato avanti perché la problematica sviluppata dal protagonista è vissuta costantemente da sveglio in maniera inquieta. Si tratta di temi che Armando conosce molto bene nella vita vigile e corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Armando tratta la psicodinamica della sua “posizione psichica edipica” secondo la versione negativa del “fantasma” dei genitori simboleggiati in figure diaboliche e la versione negativa della sua identificazione nel padre, il figlio diavolo. Nell’intermezzo del sogno Armando affronta la “posizione orale” attraverso la riesumazione della “parte negativa” del “fantasma della madre”, una figura vissuta ed elaborata nel primo anno di vita come fredda e anaffettiva, nonché fagocitatrice e dilaniante. Se nella “posizione edipica” il malanno psichico si attesta in un ambito nevrotico, nella “posizione orale” il trauma precoce si attesta in un ambito quanto meno “borderline”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Armando sono presenti e in atto le istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io”.
L’istanza pulsionale “Es” è presente in quasi tutto il sogno ed è ben visibile in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” e in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.” e in altro.
L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno.“Percepisco” e in altro.
L’istanza censoria e morale “Super-Io” si vede in “dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Le “posizioni psichiche” evocate ed elaborate sono quelle “orale” e “anale” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
La “posizione fallico narcisistica” in “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
La “posizione genitale” è assente e quella “edipica” è dominante in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” “Io sono il terzo demone” e in “Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Armando nel suo sogno sono la “traslazione” in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”, lo “spostamento” in “stanze vuote” e in “penombra” e in “scappare” e in “sporco e umido” e in “sbranare”, la “condensazione” in “stanze” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “inferno” e in diavoli affamati”, la “drammatizzazione” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”, la “figurabilità” in “Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente in “Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”
Non esiste traccia del processo psichico della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Armando evidenzia nella sua drammatica complessità un tratto “orale”, affettivo, e “anale”, sadomasochistico, all’interno di una vasta cornice “edipica”, relazione conflittuale con i genitori e identificazione contrastata nel padre, nonché vissuto negativo nei riguardi dell’universo femminile.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Armando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza” e in “luce calda e soffusa” e in “demone” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “sembianze”, la “metonimia” o nesso logico in “scappare” e in “essere preso” e in “affamati e in “fare a pezzi” e in “sbranare”, “l’enfasi” o esagerazione espressiva in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
Il sogno di Armando nella sua complessità presenta un uso consistente delle figure retoriche a testimonianza della fantasia messa all’opera nell’elaborazione del prodotto psichico: la “figurabilità”, trovare l’immagine giusta per il “fantasma”, è notevole.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Armando dice di una “posizione edipica” irrisolta e di una “posizione orale” degenerata livello affettivo nel rapporto con la madre e in associazione alla violenza esternata dal padre nell’esercizio della vita quotidiana. Il tutto ha portato Armando a una mancata autonomia psichica e a una situazione psichica “borderline”, tra nevrosi conflittuale e psicosi con crisi del “principio di realtà”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Armando di tenere sotto controllo la psicodinamica “edipica” e il rapporto con i genitori e con se stesso con il minor danno possibile. E’ necessario vivere la psiconevrosi edipica con i sintomi d’angoscia, piuttosto che subire la “coazione a ripetere” e la crisi della vigilanza in situazioni oltremodo delicate. Armando deve procedere verso una psicoterapia per migliorare la “coscienza di sé” e per acquisire la migliore autonomia possibile alle condizioni date. Inoltre, Armando deve migliorare le relazioni con l’universo femminile al fine di vivere la sua affettività in maniera completa e non mutilata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione dello stato “borderline” in psicosi con “angoscia di frammentazione” e con la perdita della funzione vigilante dell’Io e del “principio di realtà”. Una infausta degenerazione comporterebbe il meccanismo psichico di difesa della “coazione a ripetere” e la psicopatologia del disturbo ossessivo compulsivo, (d.o.c.).

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Armando è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Armando, il “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una relazione, possibilmente conflittuale, con la figura paterna o materna nel corso della giornata precedente o nella recrudescenza di un sintomo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Armando è lampantemente “cenestetica” proprio per le sensazioni tattili e olfattive e d’angoscia che contiene nelle sue descrizioni più truci e ferine.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Armando è un caso grave?

Risposta:
No, Armando è “borderline” e fa una vita regolare, sia pur vivendo grandi conflitti e sofferenze che lo portano a mettere in crisi il “principio di realtà” o a operare in maniera sconsiderata o con “coazioni a ripetere” e comportamenti incongrui. Si ricordi che Armando ha vissuto tutti gli stimoli e ha maturato tutte le sensazioni per chiudersi nell’autismo sin dal primo anno di vita. Non è successo perché stimoli e sensazioni erano continui e continuati e il bambino è stato costretto a stare sempre all’erta e vigile sul presente dentro e fuori di lui.

Domanda:
Deve curarsi?

Risposta:
La psicoterapia è necessaria per migliorare la qualità della sua vita e le sue scelte affettive, per raggiungere quella autonomia psichica che consente equilibrio e oculatezza: essere padrone a casa sua.

Domanda:
Può fare una vita regolare?

Risposta:
Certamente. Può lavorare, maritarsi, avere figli e fare tutto quello che comporta il vivere con gli altri.

Domanda:
Avrà problemi affettivi con le donne e con i figli?

Risposta:
Con le donne rischia di rievocare la “parte negativa” della madre e non si legherà facilmente, mentre con i figli inventerà quella tenerezza che non ricorda, perché non l’ha ricevuta, e che tanto desiderava per sé: meccanismo psichico di difesa della “conversione nell’opposto”.

Domanda:
Quale coazione a ripetere o disturbo ossessivo compulsivo?

Risposta:
Tenderà a sviluppare quelle idee e quei riti che rievocano i suoi traumi traslandoli in ossessioni dolorose e azioni improvvide: dipendenze varie.

REM O NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Armando è stato decisamente elaborato in uno stato di grande agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La complessità del sogno di Armando ricorda il mito della “cosmogenesi” di Esiodo: Kronos, dopo aver evirato il padre Ouranos, divora i figli che Rea partorisce.
Ricorda, inoltre, “Totem e tabù” di Freud con la scena dell’uccisione e del divoramento del Padre da parte dei figli: il pasto totemico e la successiva interdizione di uccidere il Padre, tabù.
Ricorda ancora il sacramento cristiano dell’Eucaristia con l’incorporazione per bocca dell’ostia consacrata, “traslazione” del corpo di Cristo, e del vino, “traslazione” del sangue.
Per quanto riguarda le madri infanticide, rievoca la greca Medea che per vendicarsi dell’amato e ingrato Giasone uccide i due figli avuti da lui.
Ricorda la favola di Cappuccetto rosso e del “lupo nonna” che la mangia al meglio possibile: “nonna, che bocca grande che hai! E’ per mangiarti meglio! Vedi anche Hansel e Gretel e Pollicino. Sulla materia leggi “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.

Il sogno di Armando rievoca la strega medioevale che divorava i bambini cattivi in associazione con l’uomo nero, l’orco e i vari demoni regionali: Barbazucon nel Veneto e il “lupo mannaro” in Sicilia.
Nel mondo animale capita che in alcune specie subentra l’uccisione dei piccoli da parte della madre, ma soprattutto da parte del padre a causa della pulsione sessuale, vedi orsi e leoni: favorire il ritorno del “calore” o fertilità nella madre.

Goya: Saturno (greco Kronos) che divora i figli.

UN DEMONE IN ME

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).
Guardandomi ero stupita, ma non spaventata e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Gorgona

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI E RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Questo inquietante sogno mi è stato inviato da una donna che è “bionda e liscia” di capelli, che non ha gli “occhi scurissimi” e che nel camuffarsi sceglie il nome originale di “Gorgona”, sintetizzando e personalizzando le tre “Gorgoni”, riassumendole e mettendosi addosso le loro mitiche proprietà.
Quanto complesso e spontaneo è l’umano sognare!
L’autrice del sogno è andata a scomodare tre semi-divinità mostruose della fertile mitologia greca per dare da se stessa una prima lettura e definizione al suo sogno.
E la sua intuizione non è andata lontano dalla verità, perché il nome originale che si è dato, “Gorgona” per l’appunto, concentra gran parte del “contenuto latente”, il significato profondo del sogno.
Necessita conoscere da vicino le Gorgoni.
Erano tre sorelle e si chiamavano Steno, Euriale e Medusa, tre divinità femminili che i Greci avevano sistemato nel loro Olimpo intelligente per rappresentare la “parte negativa” del “fantasma collettivo” in riguardo all’universo femminile, una serie di vissuti pessimistici codificati dal potere culturale e politico maschile nella Grecia del primo millennio “ante Cristum natum” in espresso riguardo alla “donna”.
Le Gorgoni avevano un aspetto mostruoso, avevano ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli. Avevano il potere di pietrificare chiunque le guardasse direttamente negli occhi: “chiunque” leggasi qualunque maschio.
Cosa significa questo magico effetto?
Pietrificare significa togliere le emozioni e l’affettività, destituire il corpo e la mente di energia vitale, la freudiana “libido”, il greco “daimon” di cui si dirà più avanti. E’ manifesto l’attribuire alla donna da parte del maschio la capacità di castrare, di svirilizzare, di rendere impotenti, di indurre la follia: tutte angosce maschili alienate e traslate, pari pari, nella donna in quanto alla causa. Il complesso psicoanalitico di “castrazione” e il “fantasma di morte” hanno radici
lontanissime.
Il potere culturale maschile vietava in tal modo, pena la morte, ai maschi di addentrarsi nei misteri bio-psichici del “principio femminile”, impediva di conoscere le verità ancestrali della donna e della madre in primo luogo, esprimendo un’atavica “angoscia collettiva maschile” nei riguardi delle misteriche e misteriose “signore della vita e della morte”, l’archetipo Madre e la Legge sacra del Sangue per l’appunto.
La Gorgone più tremenda e conosciuta era Medusa, unica mortale fra le tre sorelle e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi, il regno sotterraneo delle ombre. Medusa aveva serpenti per capelli e non a caso. Le Gorgoni erano divinità maligne ma bellissime, nonostante le fattezze mostruose, al punto di competere con Athena. Rappresentavano tre forme di perversione: Euriale era detta la “spaziosa” o colei che era del vasto mare e rappresentava la “perversione sessuale” anche per questa sua recettività. Steno era detta la “forte” e condensava la “perversione morale”. Medusa era detta la “sovrana” e conteneva la “perversione intellettuale” spiegando in tal modo i serpenti nei capelli come una forma di sapere interdetto e condannato.
Ecco evidenziati i fantasmi e le angosce maschili del popolo greco sin dalla metà del primo millennio prima di Cristo: la sessualità e la castrazione, l’empietà e il mancato riconoscimento delle divinità tradizionali, la filosofia priva di etica e la scienza fine a se stessa e senza valori.
Prima delle Gorgoni, la “Fantasia collettiva” dei Greci aveva elaborato le Moire, tre sorelle divinità della Vita e della Morte, Cloto, Lachesi e Atropo. Cloto filava lo stame della vita, Lachesi avvolgeva sul fuso il filo della vita e ne decideva la lunghezza, Atropo inflessibilmente recideva il filo con lucide cesoie.
Questo è accaduto nell’ambito culturale greco.
In quello ebraico la prima donna e la prima moglie di Adamo si chiamava Lilith ed era stata religiosamente e culturalmente criminalizzata perché al marito non piaceva assolutamente che nell’amplesso sessuale stesse sopra, andando, più che contro le leggi di gravità, contro le regole del conclamato primato maschile. Nella sostanza più netta e più cruda Lilith chiedeva la parità culturale e politica dei sessi, fatte salve le prerogative e le funzioni. Per questa arroganza e prepotenza il buon Padre eterno, maschio anche lui, fu costretto a dare alla creatura privilegiata Adamo una compagna degna di lui, una femmina che soccombesse al suo volere e al suo desiderio. All’uopo fu artefatta dalla sua costola, a testimoniare la dipendenza e l’inferiorità anche biologica, la progenitrice Eva, la seconda donna del Genesi.
Lilith o meglio la “parte negativa” del “fantasma della donna” fu criminalizzata e relegata a madre delle figure demoniache e sempre in funzione
antimaschile. I demoni erano gli angeli che si erano ribellati a Dio ed erano stati cacciati dalle sfere celesti per portare il “male” tra gli uomini e mettere alla prova la loro fede in Dio.
Da Lilith alla figura cristiana della strega il passo è breve. La strega è la “parte negativa” del “fantasma femminile”, la donna maligna che seduce, castra e uccide, la signora della vita e della morte, la depositaria perversa della Legge del sangue.
Ma ritorniamo alle Gorgoni e al male che condensavano, la perversione sessuale, morale e intellettuale.
Il potere culturale e politico greco, gestito dai maschi, aveva fissato che la donna poteva dare la morte con la sessualità, indurre all’immoralità infrangendo le norme costituite, comunicare un sapere contrario agli interessi della “polis” o città stato e della “koinè” o comunità greca.
Questo preambolo mitologico era necessario per una migliore comprensione del sogno di Gorgona, la quale ha tirato fuori inconsapevolmente nel firmarsi le sue angosce sessuali, morali e intellettive.
La decodificazione dirà meglio della qualità dei fantasmi della protagonista.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di guardarmi allo specchio e di vedermi con i tratti alterati…”

Ha un qualcosa di narcisistico il “guardarmi allo specchio”, ma fondamentalmente attesta di un bisogno di maggiore e migliore consapevolezza a causa dell’emergere nella coscienza di materiale psichico rimosso o sedimentato o dimenticato. Il “guardarsi allo specchio” è decisamente una pulsione apprezzabile che denota un naturale amor proprio, quella dose giusta di narcisismo che quotidianamente non guasta, specialmente al mattino dopo il caffè. Gorgona si vuole bene, avverte l’esigenza di “sapere di sé”, si libera dalle “resistenze” che falsano l’immagine psichica che ha di sé e che impediscono l’afflusso nella coscienza del materiale psichico rimosso.
Ed ecco che non si vede allo specchio come si era sempre vista e come credeva di essere, Gorgona si vede “con i tratti alterati”.
Ricordo, di passaggio, la teoria dello “stadio dello specchio” di Jacques Lacan, l’enigmatico psicoanalista francese del secolo scorso, secondo la quale il bambino, dai sei mesi fino ai due anni, ha un senso rudimentale dell’Io proprio guardandosi allo specchio e riconoscendo progressivamente la sua immagine.
Gorgona ha scoperto qualcosa d’importante di sé, una deformazione del suo “Io”, la sua sfera istintiva ed emotiva, le sue pulsioni e i suoi affetti, la sua componente neurovegetativa incontrollabile. I “tratti alterati” condensano parti psicosensoriali non ammessi alla consapevolezza dell’Io perché vissuti male, non accettati, rimossi, alienati.
Ma vediamo con precisione di quale “fantasma” si tratta.

“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante,”

Un demone urlante!
Meglio: “una specie di figura demoniaca urlante”!
Mai paura!
Non è un perverso demone ebraico e cristiano, è un “daimon” greco, uno spirito vitale di cui dicevano i maghi, un’energia di cui Socrate parlava e che sentiva dentro prima di bere la cicuta, una “libido” a cui Freud applicava le sue fatiche scientifiche, uno “slancio vitale” di cui filosofava Bergson, una forma di follia che si scatenava nei riti dionisiaci. Se, poi, il “demone” è anche “urlante”, bisogna riflettere sulla sua forza e sulla repressione a cui è stato sottoposto. La “vital libido”, gestita dal “sistema neurovegetativo”, è venuta fuori da Gorgona appena le condizioni psicologiche lo hanno permesso, appena il sistema repressivo del “Super-Io” ha allentato le sue catene e ha lasciato libero spazio alle pulsioni dell’istanza “Es” con la gratificante possibilità di venire a galla e di vedere la luce della consapevolezza manifestandosi alla coscienza di Gorgona.
La “rimozione” delle pulsioni è fallita ed è emerso il “daimon” represso e gli istinti abbrutiti nelle oscure carceri della psiche.
Ripeto: l’intensità dell’urlo liberatorio è direttamente proporzionale all’intensità della repressione. L’urlo è catartico e libera angosce profonde. Si pensi all’urlo di Munch, un’opera di semplice fattura ma di grande simbolismo e di forte effetto cenestetico, filosofico e psicoanalitico.
La “figura” attesta di anonimato emotivo e di sagoma geometrica, della freddezza logica della morte senza identità, senza storia e senza vissuti.
Gorgona non ha riconosciuto a suo tempo i suoi istinti e le sue pulsioni, le ha respinte e rimosse relegandole a livello psichico profondo.
Ma vediamo i tratti caratteristici di questo “daimon” o meglio di queste pulsioni vietate e dimenticate.

“con capelli neri, tanti, crespi e spettinati, (io sono bionda e liscia) con occhi scurissimi (che non ho).”

Tutto all’incontrario di come è ed appare Gorgona, una donna bionda e liscia di capelli, un “Io” tranquillo e senza tanti fronzoli per la testa, mentre il suo “daimon”, la carica vitale degli istinti e delle pulsioni, ha “capelli neri, tanti e spettinati”, proprio quasi l’opposto.
Traduciamo i simboli: tanti pensieri pessimistici rimossi, tanta confusione mentale non avendo riconosciuto la vita pulsionale. Nella realtà e nella vigilanza razionale Gorgona non fa una piega, è senza slanci e senza movimenti, una donna molto controllata e “liscia”. Quest’ultimo attributo è la metafora di una persona senza emozioni forti e senza slanci istintivi. Anche in dialetto siculo “liscia” si traduce un’assenza di emozioni e e di investimenti affettivi nelle relazioni sociali.
E poi, gli “occhi scurissimi”, che Gorgona non ha nella realtà, sono sempre un simbolo della vigilanza razionale, ma in questo caso sono diversi più che opposti e mettono in evidenza le pulsioni dell’Es, che non ha vissuto adeguatamente e liberamente, e l’autocontrollo dell’Io secondo la normalità più educata e composta. Gorgona ha vissuto il suo corpo in maniera conflittuale con la sua mente, ha subito l’imposizione educativa di porre un’opposizione religiosa tra la carne e lo spirito.

“Guardandomi ero stupita, ma non spaventata…”

Gorgona è pronta alla presa di coscienza, per cui, adesso, non si meraviglia di un diavolo dentro di lei e di questo mondo interiore innervato e legato ai suoi sensi. Gorgona è consapevole di averlo improvvidamente a suo tempo rifiutato, per cui non c’è dolore o rammarico o sorpresa: lei sa e si dispone naturalmente alla riappropriazione dell’alienato.
Lo stupore di “stupita” conferma simbolicamente la caduta della vigilanza razionale. Gorgona non teme il “daimon” represso che adesso vuol vedere la luce. Gorgona non ha paura del “non nato di sé” e si appresta a viverlo e a guardarlo in faccia, viso a viso, corpo a corpo.

“e dicevo tra me e me che quello che vedevo non era poi così demoniaco come mi aspettavo.”

Confabulando tra sé e sé, Gorgona esprime la consapevolezza del suo “daimon” senza sorpresa e senza sbalordimento. Il suo “daimon” è naturale e non ha niente di metafisico o tanto meno di maligno. E’ una “parte di sé” disconosciuta e rimossa per opera nefasta di un rigido e tirannico “Super-Io” che aveva censurato la vitalità pulsionale, il “daimon” per l’appunto.
Brava Gorgona che non è diventata né un mostro, né una santa, ma una donna compatta e piena delle sue cose femminili.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gorgona rielabora la psicodinamica della colpevolizzazione e della “rimozione” dello “spirito vitale” e degli istinti, nonché della progressiva presa di coscienza del materiale psichico rimosso e della riappropriazione dell’alienato. In questa psicodinamica sono particolarmente coinvolte le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. Il primo non ha saputo e potuto mediare tra le spinte pulsionali dell’Es e le censure repressive del “Super-Io”, lasciando a quest’ultimo di spadroneggiare e di rafforzarsi improvvidamente nella “organizzazione psichica reattiva” di Gorgona.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica pulsionale “Es” è manifesta in “tratti alterati” e “una specie di figura demoniaca urlante”.
L’istanza psichica razionale “Io” è presente in “guardarmi allo specchio” e in “guardandomi” e in “dicevo tra me e me”.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” si lascia cogliere come la causa della repressione della sfera pulsionale e istintiva, il “daimon” di Gorgona.
La “posizione psichica narcisistica” esordisce nel sogno per poi lasciare il posto alla “posizione psichica anale”: “ho sognato di guardarmi allo specchio” e “come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Sono usati da Gorgona i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia:
la “rimozione” e il suo mancato funzionamento con il “ritorno del rimosso” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”, la “condensazione” in “tratti alterati” e “figura demoniaca”, lo “spostamento” in “capelli neri, crespi e spettinati e occhi scurissimi”, la “drammatizzazione” in
“come se da me uscisse una specie di figura demoniaca urlante”.
Non sono presenti i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Gorgona evidenzia un tratto psichico isterico, “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomo, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” “orale”: sensibilità agli affetti e tendenza alla dipendenza.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Gorgona le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “specchio” e “figura demoniaca urlante” e “liscia” e in altro, la “metonimia” o relazione logica e concettuale in “tratti alterati” e in “capelli crespi spettinati”, la “enfasi” o forza espressiva in “urlante” e in “crespi” e in “occhi scurissimi”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una repressione della sfera pulsionale e di una “rimozione” progressiva fino al “ritorno del rimosso” sotto forma di sintomi per procedere successivamente a una salutare presa di coscienza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gorgona di portare avanti il processo in atto di razionalizzazione del rimosso e di riappropriazione del non vissuto e di quello che aveva alienato per imposizione del “Super-Io” e per educazione. Gorgona deve mettere in atto il “rimosso” e il “non vissuto” sotto forma di vita affettiva sessuale e sociale con disinibizione morale e senza ipocrisie intellettive.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una repressione degli istinti e in un “ritorno del rimosso” dopo un nuovo fallimento della “rimozione” con sintomi psicosomatici pesanti e un danno relazionale con difficoltà di convivenza e di investimenti di “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gorgona è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, causa scatenante del “resto notturno”, sogno, di Gorgona si attesta in una riflessione e considerazione della sua realtà psichica in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Gorgona è introspettiva e discorsiva, alla luce della sua disposizione alla presa di coscienza del rimosso.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Gorgona rievoca la questione degli indemoniati e degli esorcisti, degli angeli e del demonio, dell’acqua santa e del patto con il diavolo, una vasta letteratura antropologica che affonda le radici nelle primissime tracce culturali dell’uomo quando da sveglio sognava e non ragionava o, meglio, quando ragionava per simboli e suggestioni.
La Bibbia e le religioni mesopotamiche identificano i demoni negli angeli che si sono ribellati a Dio e alla sua volontà per invidia e per arroganza: Lucifero, Satana e Belzebù.
Lucifero significa “portatore di luce” ed è simbolo della razionalità, del portare la luce sulle tenebre dell’ignoranza e si attesta nella perversione del sapere di sé e dell’altro, nell’assenza dell’acritica fede. Medusa è assimilabile a Lucifero in questo culto della scienza laica e profana.
Satana si traduce in colui che si oppone a Dio e rappresenta il male morale, la lussuria e la perversione sessuale. Euriale rievoca questa diffusa figura del male prevalentemente sessuofobico.
Belzebù condensa il principio metafisico del Male in opposizione a Dio, principio del Bene, e presenta i caratteri dell’immoralità e della trasgressione più spinta e in prevalenza di ordine neurovegetativo.
L’ipnositerapia ha dimostrato nel secolo scorso che si potevano indurre dei sintomi in persone ipnorecettive e la Psicoanalisi ha spiegato che i cosiddetti indemoniati erano persone fortemente nevrotiche, affette da conversioni isteriche, e che gli esorcisti erano dei maghi più o meno religiosi.
Il meccanismo psichico di difesa che usavano e usano in prevalenza è “l’annullamento d’angoscia” attraverso il rito o la conversione isterica più accettabile perché meno dannosa.
Non mi dilungo su questi tortuosi temi anche perché ho preferito la mitologia greca alla teologia cristiana nell’ampio paragrafo iniziale delle “Considerazioni”.
Passo al prodotto culturale equivalente al sogno di Gorgona.
Correva l’anno 1989 e secondo i generi musicali blues, funk e pop Zucchero Fornaciari intitolava “diavolo in me” la canzone in questione.
Il testo coglie bene la pulsione sessuale che ognuno ha dentro e che viene scatenata da un oggetto esterno, la donna in questo caso. L’investimento di “libido” è descritto in parole semplici perché la musica e il ritmo hanno il sopravvento. Il testo si condensa in “sei proprio un angelo tu che accendi un diavolo in me”, un’opposizione semantica o di significati molto efficace tra il sacro e il profano.
Alcune parole sono soltanto suoni e attestano la musicalità del brano, oltre a confermare che il linguaggio è anche espressione personale dei contenuti psichici profondi, i fantasmi.

DIAVOLO IN ME
di Zucchero Fornaciari detto Sugar

I’ve got the devil in me!
gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di veli
se già un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah
le strade delle signore
sono infinite lo sai
anch’io ti sono nel cuore
e allora cosa mi fai
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

dai che non siamo dei santi
le tentazioni del suolo
sono cose piccanti
belle da prendere al volo
accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me, baby
forse c’è un diavolo in me …ah

(coro)
t r saluta i tuoi
o u e bacia i miei
b l che sensazione! e
t r spengo cicche
o u tu accendi me
b l e che confusione

gloria nell’alto dei cieli
ma non c’è pace quaggiù
non ho bisogno di peli
sei proprio un angelo tu
che accendi un diavolo in me
accendi un diavolo in me
perché c’è un diavolo in me,
forse c’è un diavolo in me …