LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA E LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA
E
LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.
Una macchina ci insegue.
Io e mio figlio abbiamo paura.
Poi la seminiamo.
Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.
Tutti hanno una croce in mano.
L’unica ad accorgersi sono io.
Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.
Arriviamo a un lago.
E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Questo sogno è firmato Mikaela.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo del sogno di Mikaela è doppio e si spiega in questo modo: “la famiglia allargata” come il frutto di separazioni tormentate e di figliolanze pregresse, “la genitorialità mutilata” collegata a un’angoscia desunta dalla massiccia presenza di un “fantasma di morte” in riguardo al tema dei figli e anche dei genitori privati dei figli.
Il sogno di Mikaela è molto delicato, per cui occorre procedere nella decodificazione con progressione lenta anche perché si toccano corde collettive e tonalità profonde.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.”

Mikaela esordisce in sogno con la “famiglia allargata”, quella che lei vive nella realtà di tutti i giorni e non soltanto nei momenti di festa: due genitori separati e i loro figli. Mikaela fa sodalizio “con suo figlio” a testimoniare che il suo affetto e la sua cura sono tutte per per lui. “In montagna” attesta di una “sublimazione della libido”, evidenzia investimenti affettivi sicuri e indiscutibili e al di là di ogni compromesso da parte di mamma Mikaela. La stessa psicodinamica amorosa si pensa e si spera per gli altri membri di questo “clan”. La “sera” condensa il sentimento e l’abbandono, il crepuscolo della coscienza vigilante e il rifugio nell’intimità.
Mikaela compone in sintesi un quadro efficace di storie e di affetti, di madri e di padri, di figli e di sentimenti, di un amore speciale come quello che lei nutre per suo figlio.

“Una macchina ci insegue.”

Ecco la “sublimazione della libido” di cui si diceva prima: “una macchina ci insegue”. La madre ha un’affettività intensa, quasi erotica, verso il figlio, fatti salvi i ruoli e rispettate le figure. La madre condensa la “legge del sangue” e a essa ubbidisce. L’amore materno esula da qualsiasi ragionamento o speculazione filosofica: “i figli so figli” e si amano tutti intensamente. Mikaela è sanguigna nell’investire “libido” nel suo ragazzo.

“Io e mio figlio abbiamo paura.”

La solidarietà affettiva porta all’esclusione degli altri e all’unicità di questa entità psicofisica “madre-figlio” e di questo amore così naturale.
Del resto, cosa c’entrano gli altri?
Noi due e basta!
Noi due condiamo anche le emozioni più forti come la “paura”.
L’empatia e la simpatia, il sentirsi e il soffrire “insieme” vanno all’unisono.
Mikaela proietta sul figlio la paura di una madre tenera e apprensiva.

“Poi la seminiamo.”

Nelle forti emozioni l’unione empatica e simpatica tra madre e figlio è in vigore, ma Mikaela sa anche razionalizzarla e riprendere il suo ruolo e la sua personalità. L’amore viscerale verso il figlio è risolto: la “macchina” inopportuna e pericolosa “la seminiamo”. Il simbolo del “seminare” condensa la fecondazione, ma in questo caso si tratta di una risoluzione dell’emozione “paura”. Mikaela non teme di vivere ed esternare il suo amore verso il figlio.

“Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.”

A questo punto il sogno di Mikaela scende nelle profondità psichiche della memoria e costruisce un quadro apparentemente surreale dal momento che lo si è storicamente visto e vissuto. Il “bianco e nero” attesta di una necessaria caduta delle tensioni, pena il risveglio dall’incubo, di fronte allo sbalordimento dell’ineluttabile. “Dietro di me” significa nel mio passato, un’esperienza personale da condividere e da tenere in memoria perché si tratta anche di un vissuto collettivo: una scena da campo di concentramento, “adulti” e “bambini” morti, “presenze non fisiche”, spiriti, energie, entità metafisiche, fantasmi interiorizzati. “Schierati” attesta una connotazione storica di persone storicamente vere e realmente esistite, gente che aveva un’identità e un ruolo, genitori e figli. Accanto a un “fantasma di morte” storico si coniuga un “fantasma di morte” individuale e traslato a tutti i bambini che non sono mai nati o che hanno perso i genitori e a tutti i genitori che che si sono separati o che hanno perso i figli. La morale del sogno di Mikaela enuncia, di certo, che i figli vanno vissuti e goduti a pieno e che non si può essere genitori a metà e a tempo determinato. L’amore per i figli deve essere incondizionato e superiore a un eventuale dissidio tra i genitori.

“Tutti hanno una croce in mano.”

La “croce” è il simbolo tragico della morte atroce in attesa della speranza di resurrezione, una concezione pessimistica della vita e un’alienazione totale nel segno di un’appartenenza: i figli di Dio, i cristiani. Ma quelli che Mikaela elabora in sogno sono ebrei, quelli che sono stati annientati nei campi di concentramento da parte dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, morti incolpevoli per il loro stato civile e vittime della furia omicida di un bieco assassino, Hitler, e di un delirio paranoico collettivo, la milizia tedesca. “Tutti hanno una croce in mano” si traduce “tutti hanno una loro tragica identità” e tutti sono morti. Mikaela rievoca il suo “fantasma di morte” in riguardo alla maternità e ai figli non nati, ma non si ferma qui ed estende ai genitori “adulti”, padri e madri, la tragedia di non poter vivere i propri figli, oltre a una fiera condanna a quei genitori che non li accettano e li rifiutano. La sensibilità di Mikaela si è impossessata di questa delicata questione e la svolge secondo le coordinate della sua esperienza vissuta e in atto: “io e mio figlio”.

“L’unica ad accorgersi sono io.”

Trattandosi, come si diceva in precedenza, di un “fantasma di morte” legato all’esperienza psichica di Mikaela, va da sé che gli altri ne sono esclusi. Chi ha coscienza di questa infausta psicodinamica della genitorialità, maternità e paternità, mutilata è proprio la protagonista del sogno. Gli altri sono insensibili a queste esperienze ed estranei alla sensibilità di Mikaela sia come madre e sia come figlia, “unica”. La consapevolezza, “accorgersi”, attesta della presenza costante di questa paura nella sua panoramica psichica.

“Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.”

Il sogno si compone ritornando alla visione della realtà dopo la fase altamente emotiva del “fantasma di morte” e, di conseguenza, anche l’angoscia non degenera e si attesta nella normalissima paura. Mikaela ritorna alla realtà in atto, alla gita in montagna con la famiglia allargata e la consolazione dell’uomo con cui conduce la sua vita, “compagno”, un uomo che la protegge nei suoi bisogni più intimi e reconditi. La “parola” libera le tensioni, “ne parlo”, la “parola” è catartica, purifica dai sensi di colpa e scarica le angosce. Non affannarti con questi ricordi e con questi fantasmi; “non preoccuparti”, il passato è passato, ma è giusto conoscerlo e tenerlo in mente per non ripeterlo.

“Arriviamo a un lago.”

Il “lago” è il classico simbolo della maternità che ristagna, la femminilità in attesa o sospesa nella scelta di avere un figlio. Il “lago” è acqua che condensa la caratteristica “genitale” dell’atavico Principio femminile. Mikaela vive il dilemma della sua maternità futura o della sua risoluzione sul tema. Mikaela ha già abbondantemente dato alla Dea Madre alla luce della sua sensibilità di femmina e di donna.

“E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Non ci sono sensi di colpa nella maternità di Mikaela, “è chiaro”, dal momento che ha razionalizzato i suoi vissuti e le sue esperienze. Pur tuttavia, Mikaela resta una persona molto sensibile all’essere femminile e alle sue prerogative. L’ansia non è una paura, ma uno stato psicofisico di all’erta, una normalissima tensione sul tema e un intento a non abbassare la guardia in specie sulle questioni che riguardano i genitori e i figli. Mikaela c’è, non transige ed è vigilante, “è chiaro, ma io ho l’ansia”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela svolge la psicodinamica della maternità nella sua versione drammatica della perdita e della morte e nella sua versione naturale dell’apprensione verso i figli e verso le figure dei genitori schietti e sensibili al benessere dei figli.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Mikaela sono presenti le istanze psichiche “Es” e “Io”. La prima è contenuta in “una macchina ci insegue” e in “poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche”. L’istanza “Io” si esprime in “l’unica ad accorgersi sono io” e in “poi ne parlo al mio compagno”. La “posizione psichica” rievocata è quella “orale” e “genitale”, l’affettività e la maternità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Mikaela per confezionare il suo sogno sono la “condensazione” in “montagna” e “sera”, la “drammatizzazione” in “presenze non fisiche”, lo spostamento in “croce”, “lago” e “macchina”. Il processo psichico della “sublimazione della libido” è presente in “montagna”. Il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” si mostra in “io e mio figlio abbiamo paura”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela evidenzia un tratto psichico nettamente “orale”, affettivo, e “genitale”, materno, evidenziando una “organizzazione psichica orale”, bisognosa d’affetto, con una buona componente “fallico-narcisistica”, potere e orgoglio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Mikaela sono la “metafora” in “croce” e “sera”, la “metonimia” in “presenze non fisiche” e in “lago” e “macchina”, la “enfasi” in “in bianco e nero presenze non fisiche”.

DIAGNOSI

Il sogno di Mikaela attesta la sensibilità verso i vissuti e i valori della maternità e della genitorialità, incalza i genitori a vivere i figli al massimo anche nella situazione di separazione e nella eventuale famiglia allargata, dove si rischia di non investire affetti profondi e intensi. Mikaela esprime il suo bisogno di amare il figlio con un buon grado di complicità.

PROGNOSI

Mikaela deve migliorare il suo vissuto nei confronti del figlio evolvendolo dal possesso al riconoscimento della sua identità e autonomia. Mikaela deve superare la dipendenza per non soffrire e per non far soffrire. Liberare il figlio per liberare se stessa e rendersi disponibile a nuovi investimenti affettivi consoni alla sua persona e alla sua dignità di donna e madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella difficoltà a relazionarsi in maniera significativa con il suo “altro” e nella possibilità di una “psiconevrosi isterica” legata alla mancata emancipazione dal figlio.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta su una riflessione sul legame con il figlio o su una discussione sul tema dei genitori separati. La visione di qualche filmato riguardante i campi di concentramento nazisti e l’olocausto degli ebrei è possibile che abbia ridestato la sensibilità dell’autrice e protagonista del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è drammaticamente autoreferenziale. Tratta di sé in maniera surreale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Mikaela pone una delicata e attualissima questione culturale e sociale, la coppia e l’istituto familiare. La “coppia” è stata sempre intesa come l’unione naturale tra maschio e femmina con capacità e finalità procreative. Altrettanto dicasi della “famiglia”, la cellula vitale della società. La Politica e il Diritto hanno tenuto in massima considerazione la “coppia” che si evolve nella “famiglia”.
Consultiamo velocemente la storia del secolo scorso.
Si pensi alle esagerate leggi fasciste in difesa dell’istituto familiare e in riguardo all’incremento demografico dell’italianità imperiale: tante gravidanze e tanti lutti, tante donne morte di parto e tanti bambini non nati o morti anzitempo senza la possibilità di vivere da orfani.
Quanti mortali aborti clandestini procurati dalle mammane con gli aghi per intrecciare la lana!
Proseguendo in sintesi, si pensi al tragico mito tedesco della razza pura, l’ariana, biologica conseguenza dell’unione sessuale di uomini integri e di donne incontaminate.
Quale tragico olocausto!
Ma restiamo in casa nostra a piangere i nostri mali.
Dopo l’avventura disastrosa della perdita della libertà e della guerra, dopo il Fascismo, i Padri Costituenti pensarono bene di mantenere le migliori prerogative sociali ed economiche alla coppia e alla famiglia.
La “Costituzione italiana” contiene tra i massimi valori da tutelare la famiglia e intende la coppia nella sua forma biologica naturale di unione tra maschio e femmina. Tali valori furono un buon compromesso tra l’etica cristiana e l’etica socialista.
Il “boom” economico degli anni “sessanta” e le progressive leggi sociali di libertà e tutela della famiglia, associate alla progressiva emancipazione della donna e al progressivo smantellamento clericale, hanno portato alla conquista del diritto al divorzio e all’aborto, per cui l’istituto famiglia ha ricevuto un’evoluzione civile importante e in linea con i paesi oltremodo avanzati. Questo rapido sviluppo è in netto contrasto con l’assolutezza acritica del passato, di quel tempo in cui tutto era determinato dalla regola della tradizione e dal preservare l’intoccabile e l’inamovibile.
E’ vero che le conquiste civili e sociali comportano anche la perdita della sicurezza del passato e della tradizione, ma è anche vero che le novità esigono tempo per una buona assimilazione e realizzazione.
Oggi la coppia e la famiglia sono approdate alla grande rivoluzione omosessuale. Chi sceglie e ama, al di là della tradizione culturale ufficiale, può aspirare a essere civilmente coppia, ad avere figli e a costituire a tutti gli effetti una famiglia.
La coppia omosessuale è la novità dei nostri giorni e le problematiche connesse sono in via di elaborazione e discussione, ma consideriamo che il nostro paese è particolarmente bigotto, per cui i tempi di risoluzione si prospettano lunghi.
La Psicoanalisi è costretta ad aggiornare la sua griglia interpretativa sotto l’incalzare della Storia e della Cultura; quella dell’ebreo Freud non è più esauriente.
Ritornerò su questi argomenti in maniera puntuale strada facendo.