18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

LA MOVIDA

Ripropongo l’articolo postato in occasione delle prime trasgressioni giovanili.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente.

L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti.

E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione.

E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia.

C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù.

Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

TUTTO VA E ANDRA’ BENE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

Io sono Catarina.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.”

Il ricorso ai nonni è un’operazione psicoterapeutica di inaudita portata e non costa niente. Serve a storicizzare e rafforzare l’identità psichica, a rivedere le figure dei genitori, ad alleviare i sensi di colpa, a sperimentare la psicodinamica dell’alleanza, a elaborare un approccio temperato con lo scorrere del Tempo. E altro, tanto di altro e a volontà dei nipoti che operano investimenti psichici su queste figure notevoli con un buon riscontro e tornaconto. I nonni fanno soltanto bene all’economica psichica delle emozioni e dei sentimenti e alla psicodinamica affettiva. Ripeto, tutto a gratis, anzi con il vantaggio di un bonbon o di una mancia e senza il ricatto di “fare i bravi”.

Catarina è esempio di questo benefico riscontro e ricorso ai nonni. Li vuole talmente bene ed è tanto attaccata, li può capire perché ha preso tanto da loro al punto di affidarsi in una forma meravigliosa di empatia e simpatia: “ero a casa dei nonni”. Catarina li ha frequentati nell’infanzia e nel periodo formativo in cui le paure e le angosce evolutive sono più forti e si ha bisogno di una valvola di sfogo e di un veicolo di comprensione. Catarina si conosce anche attraverso l’influenza che ha consentito ai nonni di esercitare su di lei in base ai suoi bisogni emergenti nel corso dell’evoluzione psicofisica. La protezione e l’affettività si sposano simbolicamente in questo “ero a casa dei nonni”.

Perché quelli paterni?

Per affinità storiche e psichiche elettive. Erano i nonni a portata di mano e l’esercizio degli affetti si è dimostrato proficuo. Può incidere anche una predilezione di Catarina per il padre, ma non si evince dal sogno. Adesso bisogna individuare la contingenza e l’urgenza per cui Catarina, sognando, ricorre ai nonni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.”

Catarina non aveva una piena coscienza di sé, “io dormivo”, anzi era in uno stato di obnubilamento e di “rimozione”, per dirla con un meccanismo di difesa principe.

Ma da cosa si sta difendendo Catarina dopo aver cercato la protezione dei nonni nel precedente quadretto onirico?

Dal suo “fantasma di morte” associato alla “zia defunta”. In questa operazione si fa aiutare dalla “cugina” che equivale pari pari alla “traslazione” difensiva di se stessa anche per non incorrere nell’incubo e per non svegliarsi. Nonostante lo squillo del “cellulare”, ossia uno stimolo comunicativo di buona portata, Catarina non si svegliava, non aveva la forza per essere consapevole della sua angoscia di morte. Ha tirato in ballo la cugina come alleata e come tramite per continuare a dormire e a sognare. La “zia” morta cerca un collegamento con la nipote viva per comunicare essenzialmente il ridestarsi dell’angoscia legata al “fantasma di morte” che qualche evento ha riesumato. Vediamo cosa precisa il sogno.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

L’angoscia depressiva è collegata al “fantasma di morte” e all’evento drammatico e tragico della pandemia da “coronavirus”. Catarina fa un giro largo per dire a se stessa tramite la cugina, se stessa, di “stare tranquilla” e per ripetersi il motto ufficiale che esorcizza l’angoscia di morte destata dalla pandemia e che recita “tutto andrà bene”, rafforzato dalla constatazione di fatto che “tutto va bene”. Il messaggio ben augurante della zia viene dall’aldilà e, quindi, è massimamente credibile, come a suo tempo credibili sono stati i nonni per Catarina.

Riepilogando: Catarina tiene in vita i nonni e li presenta come persone affidabili e protettive. Di poi lascia emergere il suo “fantasma di morte” e l’angoscia annessa. Nella terza scena si collega alla causa del suo disagio, la pandemia e le aspettative di un esito prospero. Attraverso il sogno Catarina elabora tematiche personali e collettive, la paura di morire, la speranza che la drammatica situazione si concluda al più presto e in maniera fausta.

Anche le figure dei nonni hanno una valenza individuale e collettiva, per cui tutti insieme incrociamo le dita e in coro gridiamo “in culo alla balena”, anzi “in culo al virus”. Anche questo gesto goliardico aiuta a vivere meglio un tempo ingrato e pesante.

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

NOI SIAMO DEI LAVORATORI

IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Alla fine, come sempre del resto, il sentimento d’amore esce dal ghetto e trionfa tra la brava gente nei nobili gesti del quotidiano vivere.

Nonostante i menagrami, che dagli schermi televisivi pontificano sul loro nulla e soltanto per ritirare dal capo l’obolo serale, il popolo unito avanza e combatte il tiranno, il virus, la vanagloria degli imbecilli e la malasorte delle brutte compagnie.

E allora?

Allora tutti a fare il pane!

Noi siamo dei lavoratori, dei gran lavoratori, come diceva mia madre.

Non potendo andare in nessun luogo, tanto meno al mare a mostrar le chiappe chiare, si resta tutti in casa e si va in cucina a fare il pane insieme ai nostri affetti più veri.

Questo è il primo comandamento che spontaneo scatta dal sistema neurovegetativo appena si sente la costrizione del corpo in una gabbia di ferro o d’oro.

Il giorno si illumina d’immenso tra gli odori intimi della casa che amorosamente protegge e con la stessa facilità costringe.

Non tutte le case sono le stesse e diversi sono coloro che le abitano, ma tutti amano il pane, tutti vogliono il pane, tutti sono fornai. E tutti hanno i segreti familiari, quelli della nonna e della mamma, quelli del paesello natio o del borgo antico, quelli del signor Drago o della signora Romico. Tutti conservano la pozione magica, combinano le farine giuste, le impastano accortamente con l’acqua e il lievito, con il latte e le noci, con le olive e i pomodori secchi, le lasciano riposare nei tempi raccomandati da madre natura e dalla zia Assuntina. Tutti si sbizzarriscono nel dare forma all’impasto, nella perizia d’infornarlo e di sfornarlo secondo tradizione e necessità. Il travaglio del fare il pane è un arcobaleno variopinto sospeso nel tinello sulle memorie che ci portiamo addosso come il marchio di fabbrica. In compenso il modo di mangiare il pane è quasi universale. In ogni caso l’originalità del fornaio è sempre il prezzo da pagare al narcisismo.

Quale magnetismo scatta nel riappropriarsi del rito più antico del mondo e nel metterlo in moto con il concorso allegro di tutta la famiglia?

Ogni mito ha il suo rito e insieme esorcizzano un divieto, un tabù: vietato morire!

Il pane è corpo, il nostro corpo, la metafora del corpo, il sostituto magico del corpo, la causa della colpa, la riparazione dell’angoscia, il nutrimento spirituale della materia, la trasfigurazione della morte, la vita eterna. Il pane è la Pasqua dei poveri di spirito che si nutrono di quotidiane rinunce e di eterne virtù.

E allora avanti con il Santo, altrimenti la processione s’ingruma.

La corsa al supermercato è di quelle senza fiato. La ricerca della migliore farina è d’obbligo, almeno fino a quando gli scaffali sono pieni. Di poi, qualsiasi intruglio di grano e di cereali andrà bene per celebrare il laico rito e fino alla contesa dell’ultimo pacco e prima dello scaffale vuoto.

Il lievito!

Ci vuole il lievito per fare il pane.

Quello di birra o quello chimico?

Meglio il lievito madre, quello liofilizzato che costa tanto perché fatto come madre natura comanda.

E la farina?

La zero o la doppio zero, la semola rimacinata di grano tenero o di grano duro?

Meglio la semola rimacinata di grano duro della Sicilia o del Tavoliere della Puglia?

Meglio quella della Sicilia.

Nella Trinacria i contadini sono poeti e sono talmente poveri che non hanno i soldi per comprare il disseccante o il pesticida. I contadini siciliani sono all’antica, come lo zio Nino Schiavone, dalla schiena ricurva ad angolo retto per colpa del manico corto della sua zappa e della terra bassa, il pioniere dei pomodori genuini e rossi, quelli concimati con il letame e non con le polveri chimiche della Montedison.

Intanto, tra un discorso e l’altro, è finito anche il lievito, qualsiasi tipo di lievito, naturale e innaturale. Non si trova più il lievito. Non importa si va avanti.

E il sale?

Tradizionale o trattato, grosso o fino, forse oltremodo iodato?

E l’acqua deve essere naturale o frizzante, quella dell’acquedotto o quella di Fiuggi?

Basta con i dubbi e le perplessità!

Noi siamo dei lavoratori, specialmente oggi, e non dei pelandroni, tanto meno dei ciarlatani.

A questo punto serve soltanto olio di gomito e amore per la Specie, serve la fame di una volta, quando il pane era l’unico alimento che si accompagnava al salato di qualche oliva o di un filetto di acciuga o di aringa.

Adesso che siamo quasi tutti chiusi in casa, curiamo il nostro corpo pensando anche all’anima. Tutti vogliamo sopravvivere e dotarci del pane quotidiano. Le mamme sono adibite al corpo e ai suoi bisogni, le mamme sono le panificatrici, le impastatrici della sacra combinazione di farina, acqua, lievito e sale. Tutti abbiamo una mamma fuori o dentro di noi.

Questo è l’immediato vaccino, quello che basta. Questa è l’Eucarestia degli ultimi, il buon nutrimento. Questo è il grembo della madre che ci ingravida e ci dà il pane in segno di amore. Questo è il profano mistero che fa bene a tutti perché si condivide e non richiede la fede.

La febbre da panificazione ha colpito l’italianità.

Un’ultima nota è d’obbligo.

Ricordate che non si butta il pane e si mette sulla tavola sempre nel verso giusto, non si capovolge mai. Il pane è Provvidenza, come il bastimento dei Malavoglia. Il pane non si disprezza. Ricordatevi sempre di Pollicino, altrimenti le fiabe a cosa servono.

Un consiglio è altrettanto d’obbligo.

Quando ti sei calato un “paninazzo cunzatu” con olio extravergine di oliva, origano, sale, pecorino fresco, peperoncino rosso e datterino di Pachino, sei in pace con te stesso e con il virus. Ti sei calato anche le tradizioni, le radici, il Cristianesimo e i valori mai perduti.

Buon appetito e ricordate sempre che, finché inforniamo il pane, è severamente VIETATO MORIRE e soprattutto in guerra.

“…

pace per il fornaio e i suoi amori,

pace per la farina,

pace per tutto il grano che deve nascere

…”

Così parlò Pablo nell’Ode alla pace.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 1, del mese di Maggio odoroso, dell’anno 2020

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

AMARCORD

State tutti a casa.

Stiamo tutti a casa.

Casa?

Cos’è?

La famiglia,

la cucina,

il desco,

il letto grande dell’abitudine,

l’immensità dell’affetto,

tutto il detto e non detto,

la fuga sognata,

il riscatto.

E fuori?

Fuori c’è la cornice,

le figure ai bordi,

il buongiorno al barista,

il commento al calendario del gommista,

lo sguardo alle gambe di femmine in fiore,

la battuta sagace alle signore,

la politica all’edicola,

la diatriba decennale col prete sul senso del divino,

il ristorante coi tavoli all’aperto,

l’oste col vino.

Questa non è la casa,

ma è pur sempre una casa,

una palafitta,

una barca dondolante sul mare di un’immagine di sé

offerta senza pudore al miglior passante,

una fantasia da rotocalco,

un espediente,

la proiezione della miglior parte.

L’umanità, alla fine, tocca sempre da lontano e molto dentro,

ma mica lo sai quanto ce l’hai,

mica ti manca una stretta di mano molle e stanca.

Finzione,

necessità comune al mondo,

sorriso e tempra col giornale sotto braccio,

come l’amante a cui non mostri l’unghia incarnita,

la smagliatura,

la piega della pancia

o quella che ha preso da tempo la tua vita.

Il pubblico ora se n’è andato

e sono sola davanti alla ginestra che sta fiorendo

e che non posso condividere

vantandomi di esserne l’autore.

Questa recita mi serve,

mi appartiene,

è una parte di me,

forse non la più vera ma certo la migliore,

perché così assaporo

ciò che avrei voluto essere e non sono.

Aspetto,

torneremo al fragore degli applausi al circo

rivolti ai trapezisti che si tengono per mano

per non cadere giù,

nel buio del tendone.

Consuelo

Rimini, sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

URBI ET ORBI

Urbi et Orbi.

Che sorpresa!

che magnifica sorpresa!

È primavera,

è il rosa dei ciliegi,

è la gemma dell’acero che spinge,

la luce che sghemba trafigge lo sguardo puntato all’erba verdolina,

è la finestra spalancata sulle grida di bambini in gioco,

è una grande apertura in così poco,

la nuova vita che sconfigge le peggiori intenzioni di una natura stanca,

è tutto quello che da sempre manca e che sempre ritorna,

indifferente alle nefande promesse di un’epoca che arranca.

Ci siamo,

eccoci qua,

file di fanti col moschetto pronti alla battaglia,

file di morti sul campo vermiglio di sangue,

occhi rivolti al cielo grigio

che soccombe allo squarcio azzurro della speranza.

Ci siamo,

ci siamo sempre stati,

eravamo solo soggiogati dall’abitudine e dalla buona sorte,

attenti al suono delle campane a festa,

pronti alla domenica di Pasqua,

sordi al lamento di un Cristo inchiodato alla croce dei potenti.

È venerdì, di nuovo.

È primavera.

Qualcuno paga il nostro biglietto, adesso.

Inchinati!

Fallo subito,

ci sono padri ed avi che hanno offerto il corpo e l’anima

perché potessimo avere tutto questo,

la nostra libertà,

la noia,

il progresso.

Dimmi che non è stato inutile,

dimmi che è il nostro turno

per dimostrare che la pioggia battente nella piazza grande di Roma

non ha scalfito il crocefisso

e che quel corpo piegato siamo noi,

un sacrificio piccolo come una goccia

in mezzo a questo mare di mani giunte.

È primavera, un’altra.

Non la prima, non l’ultima.

Ma quella nuova, quella che ci manca.

Abbi pietà di noi.

Alessia

Roma, venerdì 27 del mese di marzo dell’anno 2020