LA “COSA” PARLA 4

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DEL COMPLESSO DI EDIPO

“Vanitas vanitatum”!

Un’amante, una moglie, un marito?

Il tempo lo dirà.

Bisogna attendere che le nespole maturino

e poi tutto, come al solito, finirà sul più`bello.

Tutto finisce”: il classico ritornello delle vicende umane.

Era anche scritto sul frontone di una cappella nel cimitero di Siracusa:

tutto finisce”.

Nella ciclicità culturale del 2 novembre

mia madre istillava al gregge dei suoi figli una sana paura dei defunti,

enigmatiche figure

che di giorno portavano i doni e i frutti,

ma di notte grattavano i piedi ai bambini cattivi.

E se i bambini fossero stati tutti buoni?

Ah, i bambini!

I bambini muoiono sempre di crepacuore

e ogni giorno un po’ di più.

Io non volevo più giocare con gli altri bambini

e la notte dormivo tranquilla da sola nel mio letto rosa.

Ma tu come vivevi quella persona che veniva a letto con te?

In tre nello stesso letto?

Era una sacra perversione.

Questa era una relazione sottobanco

che oggi sottolinea la bontà

e conferma la necessità di vivere da soli

anche se tu vivi con me

e fai sempre quello che vuoi.

Io non t’intrigo,

io non t’intralcio.

Cosa dirà il papà?

E’ stato sempre disponibile

e aveva scelto di stare con te senza di me.

Perché adesso mi tiri dentro la tua sozzura

e mi rendi complice di una separazione?

Ma il papà non pensa

e, se pensa, pensa male ciò che è bene.

Se guardi bene,

tuo padre ha solo la forza di lavorare come un mulo.

E poi,

queste pazzie verbali,

questi ammassi di parole cosa significano?

Tuo padre è tuo padre,

così come io sono io.

Inutili i rimpianti

anche se io insisto e persisto nel nulla.

E penso e ripenso

oh, se tu non mi avessi avuto da bambina!”

Oh, se tu non mi avessi avuto da donna!”

Oggi non avrei da ricordare

e, anche se è più triste non aver nulla da ricordare,

oggi non mi sentirei legata così stretta a te

fino a sentirmi soffocata da una cintura di cuoio.

Come non somigli in nulla a mio padre con i tuoi valori di scansafatiche.

Ben venga, allora, l’ozio,

lo sbafo, l’imbroglio e la truffa.

La malizia non è un gioco,

né una marca di deodoranti.

La malizia è un valore,

il tuo unico valore.

Tutto questo s’intravede nel tuo molare i cristalli con perizia

e nel tuo fatale “vissero tutti felici e contenti”,

per cui con tenerezza lanci sguardi dal tuo piedistallo

e stai bene solo se ti senti tanto amato da te stesso.

Io avrei mille premure e altre mille

e, se vuoi, lavo i piatti,

cucino e ti porto in ospedale per la quotidiana dose di metadone.

Ma sappi che io non sono così.

Ricordati sempre che i miei sono modi di essere

che tu mi hai appioppato

e che s’incastrano bene con i tuoi bisogni di coccole e di zoccole,

di coccole da zoccole,

coccole non da persona onesta e ligia al dovere in ogni caso.

Io non sopporto che tu approfitti di me

per non sprofondare nell’abisso delle tue pastiglie e della tua eroina.

Io non sono la tua ancora di salvezza,

un qualcuno che ti aiuta a ucciderti

e raccoglie il tuo vomito dopo l’ennesimo buco.

Questa vita non è poesia,

ma un cumulo di deliri che assolve te

e condanna soltanto me.

La cosa non è da poco.

Chissà,

chissà chi lo sa.

Ma io ci penso,

ci ripenso,

mi ci butto dentro,

cerco gli altri e dimentico me stessa.

La cosa non è male

se riesci a isolare lo stress

e a non inquinare tante situazioni della tua vita

con piena coscienza di causa.

Ma vai a piangere da un’altra parte, brutto tossico!

Prima però` aiutami a ritrovare mio padre.

Non vedi che sono pudica

e abbasso gli occhi come Lucia Mondella

ogni volta che mi guardi con fare ammiccante.

Oppure procurami l’eroina,

ma solo per amore e non per vizio.

Quale amore?

Tu conosci soltanto l’amore sbagliato,

quello di te stesso.

Il tuo vizio è di scavarti la fossa in qualsiasi momento della tua vita.

Tu sai solo farti del male,

tanto male,

per poi essere amato dalle deficienti come me,

quelle che hanno lasciato in giro per la stanza

la foto di un giovane papà in divisa da bersagliere.

Può darsi,

può darsi,

okay!

Almeno ti pensavo più fedele,

almeno fedele a tua figlia

che ha un anno di vita e il succhiotto ancora in bocca.

Vai,

vai pure ad ammazzarti.

La tua vita non ha senso?

E la tua morte ha senso?

La tua morte non interessa nessuno,

neanche le suore che sono abituate a piangere i defunti.

La società ha tolto il significato anche alla tua fine.

Chi resta deve difendersi dai sensi di colpa

seminati da un imbecille come te.

Non sei mai stato felice.

Quando hai cominciato a vivere,

il tuo era già un vivere male.

Prendi pure venti barbiturici al giorno,

ma ricordati che io lavoro in fabbrica con le presse

e devo essere sempre vigile

se voglio bene alle mie mani.

Ricordati anche che i genitori hanno sempre le loro colpe,

così come hanno avuto sperma nei testicoli e uova nelle ovaie.

Ma se tu in qualche modo ci fossi,

io non ti chiederei di aiutarmi,

ti lascerei da solo

perché a me tu in effetti non hai mai chiesto niente.

Tu non sai chiedere,

te ne sbatti delle buone maniere

e non sei motivato a vivere con gli altri

perché sei tutto preso da te stesso.

Adesso non parlarmi della Germania!

Cosa c’entra la Germania?

Sei diventato crucco?

I gelati e le gelaterie,

Berlino e il suo ex muro,

Amburgo e le sue puttane in vetrina,

Monaco e gli alcolizzati che pisciano per strada,

le troie per bene e le mogli degli alcolizzati,

le donne che gradiscono la flebo di libido per vagina,

una pratica sana

ma non adatta a chi ha le palle divorate dall’eroina

e il cervello attratto solo dal suo buco.

Cosa ricordi ancora di un viaggio in Germania

consumato nella ricerca di mezzo chilo di eroina a buon mercato

e da moltiplicare, come un buon Gesu`, in un chilo e mezzo di morte?

Della Germania ricordi le donne che non hai mai avuto.

Il tuo ago ha punto solo le tue vene,

non ha mai punto un’onesta crucca

in cerca di compensazioni sessuali

e pienamente assolta dal senso di colpa.

E non parlare ancora della Germania proprio tu,

tu che pensi che il nazista sia un particolare tipo di tossico.

E non c’entra niente

il fatto che tua madre non ha potuto mandarti a scuola,

perché saresti stato sempre e comunque un povero ignorante.

Tu sei così come sei

per i geni che ti hanno dipinto dentro.

Sei stato sfortunato sin dall’inizio della vita

e non perché tua madre era una vacca da quattro soldi

e tuo padre un ignoto per convenzione sociale.

Noblesse obligèe!

Vedi com`é puttana la vita!

Eri a un passo dalla nobiltà,

dal blasone,

ma sei nato da una zoccola e non da una madama.

Tua madre era bella e popolana,

ma si é fatta fottere nella stalla dal barone-padrone

tra i cavalli che cagavano balle di merda

con tonfo spesso e senza cantilena.

Il barone non aspirava di certo a diventare tuo padre,

lui voleva solo perdersi tra le cosce di tua madre,

tra gli olezzi della stalla, tra gli umori della vagina

e sopra due tette da premio “oscar”.

Più sfortunato di così?

Eri a un passo dalla nobiltà

e ti sei trovato pieno di eroina fino al cervello.

Pur tuttavia sei stato bravo,

perché potevi fare una fine peggiore.

La tua Germania serviva soltanto a comprare certezze con quattro soldi

e non a visitare le colonne dei diritti dell’uomo a Norimberga.

L´ammirazione nei tuoi confronti era quotata al novanta per cento

nei meandri della mia coscienza

e senza calcolare l´imposta sul valore aggiunto.

Mi ero innamorata di un eroe negativo,

di un fiore del male,

di un figlio di puttana.

Cosa vuoi farci.

Io, adesso, ho delle certezze

e posso mettere senza rispetto le mie dita

nelle piaghe della tua sofferenza.

Io posso permettermi un legame privo di scelta,

un legame per inerzia,

mentre tu non sai neanche lasciarti andare sopra di me.

A questo punto tireremo in ballo anche Freud,

ma, ti prego, lasciami finire questo discorso senza filo e senza rete,

consentimi di parlare in questo battibecco aggressivo e profetico,

fatto di auguri e di condanne,

di minacce e di vendette.

Può darsi.

Chi vivrà vedrà e forse lo vedremo entrambi.

Se esiste il cielo, la giustizia e il padre eterno,

vedrò, vedrai, vedremo, vedranno.

La ragione è sempre dei coglioni,

di quelli che non hanno fatto niente nella loro vita.

Chi agisce sbaglia sempre,

caro il mio dongiovanni da sagra paesana.

Ricordalo!

Chi agisce ha sempre fatto qualcosa

anche se porta a casa un figlio indesiderato.

Cosa tiri fuori adesso per queste quattro beghe da puttane,

beghe per un lampione illuminato,

beghe per un lampione fulminato.

E’ tutta colpa dell’ENEL!

Da qui a vent’anni,

da qui all’eternità,

Greta Garbo e Clark Gable,

noi non siamo divi di Hollywood

e la celluloide non ci appartiene.

Noi facciamo soltanto puzza di disgraziati!

Da qui a vent’anni, chissà!

Intanto mi offendi con i tuoi trenta all’ora

a cavallo della mia macchina lucida e oleata.

Impara a non dirmi frigida

proprio tu che sei impotente da eroina,

tu che legittimi il mio filo edipico senza alcuna obiettività.

Ognuno ha il diritto di difendere la sua mamma e il suo papà,

cattivi quanto e come sappiamo solo noi due,

ma pur sempre la nostra origine,

la nostra radice,

il nostro primo significato,

il nostro inizio del discorso,

il nostro prima di te,

il nostro prima di me,

il nostro prima di noi,

i nostri genitori,

la nostra mammina e il nostro papino.

Non arrabbiarti tanto.

Pensa,

se non ci fossero stati spettatori nel nostro film,

tu oggi non avresti il tifo dell’assistente sociale,

dell’infermiera prosperosa,

di un’esperienza mancata,

di una maternità delusa,

di un’ostetrica renitente alla leva.

Con tutte le cose che vanno e che vengono,

tu mi vuoi insegnare con autorità e sicurezza

i problemi che non sono problemi

camuffandoli con gli hamburger di pollo e maiale,

oltretutto farciti di puzzolenti crauti.

Salutiamoci per favore.

Buonanotte!

Non abbiamo risolto un bel niente anche stasera.

Abbiamo solo parlato, parlato a vanvera.

Abbiamo soltanto e solamente parlato a “tinchitè”,

come disse il maresciallo di Lampedusa ai poveri clandestini.

Così va bene!

Scusami, chi ha detto che il parlare risolve tutti i conflitti?

Non lo so.

Il tuo psicoanalista?

Non importa,

domani avremo ancora di che parlare fortunatamente.

Purché parola sia, il resto non conta.

Amen.

E dammi un po’ di coperta.

Buonanotte.

Spegni presto la luce dell’abatjour

e non consumare inutilmente la corrente

perché costa cara,

cara quasi quanto un etto di polvere bianca.

Non avere paura del nulla dei tuoi sogni,

pensa alle tue disgrazie

e sulle tue palpebre si riverserà, prima o poi, anche il sonno dei giusti.

Ricordati che per noi non è facile neanche morire.

Siamo stati fatti per le tragedie senza pubblico,

per quelle farse che non interessano nessuno

e che non fanno più ridere neanche i pazzi nei nuovi manicomi.

LA “COSA” PARLA 3

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

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L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DI UNA STORIA

Non capisco perché mi salti addosso

appena senti il mio odore nella disadorna stazione di Vicenza.

Ma tu,

tu, se non sbaglio, avevi promesso a te stessa

di non essere più espansiva nei miei confronti.

Da questo punto di vista sei una donna da stimare

anche se gli amici dicono che somigli tanto a mia sorella

e che sei lesbica.

Io ho un’immagine bella di te,

una sola immagine,

uno schizzo che fa parte di me,

di quella parte che ero io

quando frequentavo la gente

e uscivo ogni sera dai miei inesauribili perché

per rientrarvi immancabilmente la mattina successiva sul luogo di lavoro

davanti a quella infida pressa

che aveva appiattito le lucide e bicolori dita di James,

il mio compagno negro.

Tu,

invece,

tu frequentavi già l’avventura

come se fossero i grandi magazzini di Mestre.

Tu andavi da Coin con il tuo solito qualunquismo

e alla Standa ormai eri di casa.

Usi le strutture urbane e i luoghi pubblici

come i tanti uomini che t’inebriano di volta in volta.

L’amore, l’euforia e la trasgressione,

cara la mia tontolona,

sono momenti di poca conoscenza di sé,

di poca profondità di sé,

di poco spessore sempre di sé,

ossia sempre di te.

Io, come sempre, faccio quel che posso

e di osteria in osteria mi trascino un cuore spento

alla ricerca di quella forza antica

che ho smarrito tra le facili donne della Pontebbana.

E tu, adesso, mi vuoi lasciare come un pezzo di merda

in mezzo alle verdi colline di Treviso,

belle quanto vogliamo,

ma sempre e soltanto colline con il valore aggiunto dell’avvelenamento.

Lasciami almeno bere un altro bicchiere di prosecco di Valdobbiadene

senza rompermi le palle,

senza accanirti sui soliti discorsi mancati.

Lasciami bere un litro di quel Cartizze,

buono quanto vogliamo,

ma che é e resta sempre e soltanto un vino velenoso

e non tra i più buoni della Marca gioiosa e inquinata.

Lasciami in questa contraddittoria campagna

a tirare di giorno le bocce e di sera le carte.

Ti senti importante se qualcuno viene in cerca esclusivamente di te?

Questa è civetteria bella e buona.

Tu ribatti che tutte le donne sono civette

e nobili portatrici di faretra per il maschio cacciatore.

Tu,

tu ti rendi vanitosa

solo inventando uno strano spacco sulla gonna.

Ma tutto torna, sai?

Tutto poi ritorna

e io devo fartela pagare.

E allora,

tanto per gradire,

tornami indietro tutto quello che per caso ti ho dato in tanti anni di sofferenza:

la biro a punta fine della Bic,

l’astuccio fouxia,

il piron spuntato,

lo slip di seta nera da nove settimane e mezzo che non ti è mai servito,

il relativo reggipetto a coppe inossidabili

e anche il cornetto d’oro,

il talismano di un’inutile felicità.

Ma tutto questo era già stato detto realmente com’era

e non é più una parte non chiarita di noi due,

un peso talmente sostenibile

da non vedere l’ora che tutto diventi di ieri e di superficie.

Ci sono periodi in cui chiedi di sapere,

sapere di giorno,

sapere di notte.

Ma di quale gusto sei priva?

Non hai capito

che ciò che non è stato vissuto non ritorna

e che non può ritornare?

E, se tu lo chiami, niente dentro di te risponde.

Sono solo affari tuoi.

Io sono la libertà,

non una statua,

ma una persona senza maschera

e non devo rendere conto a nessuno,

neanche a mio padre

che viaggia appollaiato su un robusto camion Iveco

e ha le braccia lunghe come quelle di una ruspa.

Io alzo la voce

se tu osi chiedere ancora spiegazioni.

Cosa vuoi sapere?

Lasciami in pace!

Omnia munda mundis”!

Io sono un puro.

Non capisci?

E allora fai un corso accelerato di lingua inglese

presso la Oxford School di Conegliano.

E dopo sarai “a la page”,

pronta per l’Europa unita e per la moneta unica.

Ma come puoi sentirti cambiata dopo il sapore di un uomo diverso?

Quale subcosciente vai invocando?

La tua è una logica da mignotta

e non una nobile pulsione sessuale.

Tu avresti deciso tutto per tutti,

al posto mio,

al posto tuo,

al posto suo,

al posto nostro,

al posto vostro,

al posto loro.

Amen e così sia!

Non ho vissuto più di tanto,

ma posso risponderti per le rime.

Mi viene in mente

quando suonavi il pianoforte tutte le domeniche

dalle sette e mezza alle dieci del mattino,

proprio quando arrivavano puntuali i testimoni di Geova

a divulgare la mala novella della fine del sistema delle cose

e del sospirato ritorno al Padre.

Non è civile il tuo comportamento,

per cui io batterò i pugni sul muro

e,

se continui a suonare,

li batterò sino a farmi male,

sino alle stimmate.

Mi sentiranno fino in piazza

e quando il maresciallo dei carabinieri mi chiederà

di giustificare tanto rumore,

risponderò che io non so,

io non so chi fa più rumore tra me e te.

Forse è tutta colpa della mia tromba di Eustachio,

ma tu resti sempre un esemplare di donna da appiccicare al muro

perché tu senti tutto quello che succede dalla tua parte e a tuo favore.

Io non esisto per te

e allora il sangue mi va al cervello

e poi mi scende fino ai peli del pube.

Ma così mi piaci.

E se un giorno mi dichiarerai immorale in pubblico,

beh,

ricordati che per la nostra coppia

sei stata tu a scegliere la lotta come unico schema di vita.

E io oggi sono stanco

e voglio solo sopravvivere,

voglio soltanto andare sopra la vita.

Onnipotenza?

Non lo so.

So che domani ci sarà un altro incontro d’amore tra me e te,

ma non tra noi due.

IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.

AKHTER MABIA 7

Savar, boischac mash, 200…

Al caro Joshim la sua shashuri manda saluti e auguri nel nome di Allah, il Grande e il Misericordioso, ma soprattutto il Perdonatore.

Caro Joshim, io spero che tu stia bene, ma la stessa cosa non posso dire di mia figlia Mabia, di mio nipote Pervez, di me stessa e di tutta la mia famiglia.

Io sto male, sto tanto male, ma il fochir non mi ha trovato addosso nessun gin e il dottore di Dakka ha detto che sono ammalata nel cuore.

Io sono soltanto molto preoccupata per tutti voi e dentro mi sento molto arrabbiata e addolorata e sto male soltanto perché non posso scaricare la rabbia che ho dentro.

Joshim, ho saputo che non ti sei comportato e non ti comporti bene con Mabia, che la maltratti e che le hai fatto tanto male nel corpo e nel cuore.

L’altra cosa peggiore è che ti comporti male anche con tuo figlio Pervez, il sangue del tuo sangue, quel figlio maschio tanto invidiato e concesso dalla grazia di Allah.

Ba Joshim, io ti prego, pensa a quello che hai fatto, chiedi perdono ad Allah e comportati bene con mia figlia Mabia perché lei è tanto giovane e gentile, non ha mai sentito il suo baba e la sua ma gridare in casa e tanto meno è stata abituata nella sua famiglia a essere picchiata.

Tu devi sapere che io ho sempre amato mia figlia Mabia e non le ho mai dato neanche uno schiaffo in tutta la mia vita.

Mi viene da piangere e mi sento tanto male al pensiero che tu, un estraneo e un ignorante, faccia a Mabia quelle cattiverie e quelle crudeltà che i suoi genitori non le hanno mai fatto.

Tu hai i diritti di marito, io quelli di madre e i miei vengono sicuramente prima dei tuoi, caro Joshim l’infedele dalle mani lunghe, uomo senza timore di Allah.

Non hai mai letto nel nostro Libro che se una donna teme maltrattamenti dal marito o la sua avversione, non si sarà alcun male se si accorderanno tra loro poiché l’accordo è la migliore soluzione ?

Dice il Profeta che gli animi tendono all’avidità, ma, se noi agiremo bene, temeremo Allah perché Lui è ben informato su tutto ciò che noi facciamo.

Joshim tu vai contro la legge di Allah, non porti fede ai patti del matrimonio e per punizione non vedrai mai i Giardini che Dio ha preparato per i fedeli e per i giusti.

Che Dio ti illumini quando lo preghi e se ancora tu lo preghi e se lo hai mai pregato.

E chissà se leggi il Corano o se lo hai mai letto.

Sono andata nella moschea di Dakka e mi sono rivolta a un sufi per chiedere il giusto consiglio sul fatto che tu maltratti Mabia e le fai del male, ma tanto male.

L’uomo santo e puro, l’illuminato di Dio, mi ha detto che nel Corano non è scritto che l’uomo può picchiare la moglie, ma si vede che tu lo hai dimenticato o non lo hai mai saputo da malvagio miscredente.

Nel Libro Sacro è scritto che l’uomo goda delle sue spose come se fosse un campo da coltivare e da rendere rigoglioso, che il marito vada nel suo campo quando vuole goderlo e che sia sempre pronto a qualche atto pio.

Joshim, la legge di Allah ti concede di avere altre spose, ma non di maltrattare quella che hai e a cui hai promesso rispetto e devozione.

Devi prima pregare e punire le tue colpe, devi purificarti per essere gradito ancora a quel Dio che ama i suoi figli specialmente lontani e ha loro insegnato l’amore e non la violenza verso i propri fratelli e specialmente verso le proprie mogli.

Joshim ragiona e non trattare mia figlia Mabia come se fosse un’infedele o una donna ingiusta.

Vuoi altre mogli ?

Puoi farlo, ma ricordati che mia figlia Mabia non ha mai tradito la sua fede e non ha mai sporcato il tuo onore.

Joshim, ti prego, ascolta la tua vecchia shashuri.

Non ti chiedo di amarla, ma rispetta e non picchiare mia figlia e tua moglie Mabia, quella donna che ha saputo darti un figlio maschio, il nostro caro e piccolo Pervez.

Io, purtroppo, so sulla mia pelle che nel nostro paese le donne valgono poco per gli uomini e che, se poi non riescono a fare un figlio maschio non servono a niente e che i mariti possono ripudiarle e gettarle in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina o a fare di peggio, ma Mabia non merita il tuo odio e questo destino di donna ripudiata perché ti ha dato Pervez, un figlio maschio, e ti ha sempre onorato come l’uomo che Allah ha voluto per lei.

Tu non hai nessun diritto di farla soffrire nel corpo e nel cuore.

Nella mia vita ho imparato ad accettare la mia natura di donna e come madre ho perso diversi figli e tutti maschi e mi sono rimaste solo le femmine e tu, quindi, devi capire quanto io le amo e quanto sono legata a Mabia, la figlia che mi hai rubato, per cui non posso e non potrò mai accettare che un uomo estraneo, venuto a casa nostra a chiedere con gentilezza mia figlia in moglie, la maltratti e tanto meno le faccia violenza.

Il mio sangue di ma si ribella e scoppia dentro le vene; il mio cuore di ma è ormai a pezzi e chiede la sua vendetta e il suo bottino.

Mi sento male al solo pensiero che tu ti comporti male con la mia povera figlia e non so più come vivere sapendo che la mia adorata figlia è oltretutto lontana dalla sua terra e dalla sua famiglia ed è sola in mano a un uomo ignorante e prepotente che non la rispetta e non la tiene calda dentro il suo cuore.

Neanche una volta tu mi hai mandato una lettera dall’Italia e io posso pensare che tu sei orgoglioso o che non sai scrivere.

Poche volte ho pensato che tu eri un uomo saggio e rispettoso con Mabia, ma ormai io ho paura che tu possa essere arrabbiato anche con me.

E allora parliamoci chiaramente e dimmi se io ho mai sbagliato con te; se io ho sbagliato con te, perdonami e dimmi anche tu che mi hai perdonato e che ti comporterai bene con mia figlia Mabia e con tuo figlio Pervez.

Una donna, anche se vecchia, è sempre una buona madre non solo per le sue figlie, ma anche per gli uomini che le hanno volute e sposate e se a volte dice qualche cosa di sbagliato, lo fa solo per affetto o perché in quel momento non ragiona bene.

Ricordati che sei stato tu a scegliere Mabia, a prendertela in moglie e a portarmela via in un paese straniero e lontano.

Io pensavo di aver trovato in te quel figlio maschio che non ho mai avuto e se tu mi vedi come vedi la tua ma e mi rispetti come rispetti la tua ma, risponderai al più presto a questa mia triste lettera e aiuterai il mio cuore a guarire da tanto dolore.

Nella mia vita ho imparato ad attendere e ho la forza di attendere anche tanto tempo perché sono sicura che prima o poi il tuo cuore duro si commuoverà e risponderà al mio cuore debole, il cuore malato di una madre che è in pena per la sua amata figlia che è maltrattata dal padre di suo figlio.

Quanta disgrazia è capitata alla nostra famiglia per colpa tua !

La settimana scorsa sono andata a casa tua per salutare i tuoi genitori e li ho trovati bene in salute, per cui non devi preoccuparti, ma tu scrivi lo stesso una lunga lettera anche a loro.

Per noi genitori che siamo rimasti là dove siamo nati, una lettera dei nostri figli è una grande consolazione e di questo sia sempre ringraziato Allah, il Misericordioso e il Compassionevole.

Caro Joshim, ti raccomando di aiutare Pervez a crescere bene e mandalo a scuola perché domani diventerà una persona importante, ma ricordati di insegnargli la nostra religione e di pregare, perché la preghiera nella vita di un uomo è più importante del lavoro e della ricchezza.

Il lavoro è la miseria della vita terrena, la preghiera è la ricchezza che serve per la vita eterna.

Chiedo a te e a Mabia di tornare a casa in grismo, quando in Italia le fabbriche sono chiuse e ti chiedo di portarmi come regalo il piccolo Pervez.

So che i biglietti del viaggio costano molto e se io avessi i taka per pagarli, li avrei regalati a voi di vero cuore per farvi ritornare in Bangladesh.

Noi qui non abbiamo molti taka, ma solo la volontà di Allah e il riso che ci serve per vivere fino a quando il Misericordioso ci addormenterà per farci risvegliare nel Suo Giardino.

Ti raccomando di stare attento a non lasciare Pervez in mezzo alla strada e di averlo sempre davanti ai tuoi occhi come facevo io quando stava con me.

In quei tre anni ricordati che quando Pervez aveva fame chiamava la sua nana vai e di notte dormiva con la sua nana vai perché Mabia durante il parto aveva perduto molto sangue e aveva bisogno di riposare per rifare il giro.

Joshim, tu sai che Pervez è stato sempre un bambino molto buono e molto gentile, per cui non comportarti male con lui.

Ricordati che se lo picchi, io lo sento nella mia carne e nonostante la distanza che ci separa.

Stai attento, quindi, perché io sono di sentinella.

Stai attento, quindi, perché io faccio la strega e ti faccio punire dai gin maligni.

Io non chiedo niente alla mia vita e non voglio niente dalla mia vita, mi basta soltanto che voi tre stiate in armonia e vi vogliate bene.

Per questo prego sempre Allah, anche se ormai non ho più gli occhi buoni per leggere il Corano e non ho i taka per comprarmi gli occhiali nel negozio di Dakka.

Adesso in Bangladesh non è più come prima e abbiamo tanti dottori per le malattie e tanti negozi che vendono gli occhiali.

Quando tornerete, vedrete voi stessi il cambiamento che c’è stato nel nostro paese e sicuramente non sentirete il bisogno di ritornare in Italia.

Joshim non pensare al lavoro, cura il tuo corpo e il tuo cuore, mangia bene e non dimenticarti delle nostre tradizioni e del nostro Allah; ricordati che Gli sei ancora debitore anche del pellegrinaggio a Makka.

Non so se mi capirai e se mi ascolterai, perché sento che il tuo cuore è molto duro e il tuo cervello è tanto malato.

Comunque ricevi ugualmente alla fine di questa mia lunga lettera tanti saluti dalla tua disperata shashuri.

Ricordati che io non dormo mai e sono sempre di sentinella.

L’UOMO  DELLA  BANCARELLA

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“Svetlana sogna di andare in bicicletta e di raggiungere un luogo, tipo un prato verde con attorno degli alberi. Ci sono delle bancarelle, sembra un mercato  anche se in realtà vede anche fabbriche.

Di colpo Svetlana lascia la bici a terra e corre verso uno spazio libero del prato. Lascia la sua borsetta a terra e ritorna indietro a prendere la bici e non la trova più perché gliel’hanno rubata. Corre di nuovo verso la borsa e le hanno rubato anche quella.

E’ disperata e allora il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla. Della bici però nessuna traccia.

Le viene da piangere perché la bici è di sua madre, anche se dopo ricorda che la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa.”

 

La chiave interpretativa del sogno di Svetlana è “il signore di una bancarella”, quello che “le restituisce la borsa”, quello che l’aveva “vista a terra  e che aveva preferito raccoglierla”. Questa è la figura paterna, il padre di Svetlana vissuto al tempo in cui la figlia maturava la relazione con il padre all’interno della cornice edipica, il solito inossidabile triangolo: padre, madre e figlia. Il quadro è stato conservato intatto nella memoria e rielaborato nel sogno con la stessa infinita tenerezza con cui è stato vissuto: il padre riconosce e rassicura la figlia sulla sua femminilità psicofisica. Tutto questo è presente nei vissuti di Svetlana evidenziati in sogno. Si rievoca il momento in cui la bambina si è sentita accettata dal padre nel suo ruolo femminile: la tensione amorosa del padre nel “raccoglierla”. Il simbolo del “raccogliere” contiene la “pietas” del mettere insieme tratti psichici per formare un’identità, il culto del comporre i fantasmi legati alla relazione con i genitori per un equilibrio esistenziale, il rispetto di un ordine naturale costituito per avere le sicurezze necessarie a vivere. “Raccogliere” si traduce in culto e “pietas”, un vissuto sacrale e mistico. Svetlana si fa “raccogliere” la femminilità dal padre per essere sicura della sua identità appena smarrita, contrastata e conflittuale. Svetlana sente forte il bisogno di essere rassicurata sul suo corpo e sulla sua psiche dal padre.

Meraviglioso!

Il sogno dà la luce alla poesia dei nostri bisogni e sentimenti più umani. La ricerca del padre è importantissima nelle bambine per la futura vita affettiva e sessuale. Il padre è quel primo amore che non si scorda mai perché l’eccesso del desiderio l’ha reso sacro e incontaminato.

Andiamo al dunque in base alle sequenze simboliche del sogno.

La “bici”, la “borsetta”, il furto: questi sono i simboli importanti del sogno di Svetlana. La “bici” condensa la “libido genitale” ossia l’esercizio della vita sessuale, la “borsetta” condensa la “recettività sessuale femminile” ossia la vagina, il “furto” condensa la “castrazione” della suddetta “libido genitale”e della “recettività sessuale femminile”: il furto della bici e della borsetta per l’appunto. La “castrazione” si traduce in una inibizione psicofisica, in un impedimento psichico e in un blocco fisico nel vivere la sessualità, un vissuto naturale e assolutamente normale nell’evoluzione degli investimenti della “libido”, ma da tenere sempre sotto controllo per impedire che si sposti nell’uomo che verrà dopo il padre. Se con la figura paterna la castrazione impedisce l’incesto, il rischio è proprio quello di operare la “castrazione” nelle relazioni future con grave danno per la vita sessuale personale e per quella di coppia.

Torniamo alla decodificazione. Svetlana sogna la sua vita sessuale e la sua dimensione femminile in un senso preciso e rafforzato. Il “prato verde con attorno degli alberi” è una bella condensazione della realtà psichica in atto della protagonista del sogno, la quale non ha difficoltà di relazione o di offerta e di disposizione verso il suo prossimo, dal momento che aggiunge le “bancarelle” di “un mercato” e anche l’operosità delle “fabbriche”. Non mancano a Svetlana bambina le speranze e le possibilità nella vita che l’aspetta: “corre verso uno spazio libero del prato”. In quanto a struttura psichica Svetlana si è evoluta nella sua completezza anche relazionale, per cui sembra che non debba mancarle alcunché.

Ma ecco che comincia il piccolo dramma della “castrazione” nella versione femminile. “Lascia la bici”,”lascia la sua borsetta”: Svetlana è pronta  e desidera affidarsi all’universo maschile, ma un trauma turba il suo equilibrio psicofisico dal momento che blocca la sua vita sessuale e opera un’inibizione della sfera erotica. Le hanno rubato “bici” e “borsetta” che aveva poggiato “a terra”; quest’ultima è un altro simbolo femminile a conferma che il sogno verte su una psicodinamica classica dell’essere femminile.

A questo punto la disperazione è il minimo che Svetlana possa vivere di fronte a tanta improvvisa disgrazia. Ma ecco che si profila una parziale soluzione: “il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla”. La bici, pur tuttavia, sembra irrimediabilmente perduta:” della bici nessuna traccia”. Il benefico signore della bancarella, come si diceva in precedenza, è il padre, l’uomo che riconosce a Svetlana la “borsa”, la sessualità femminile, ma che per la “bici” non è provvidente, non può provvedere alla vita sessuale della figlia. Svetlana ha sentito la sua femminilità con il padre, ma ha dovuto bloccare il suo desiderio verso quest’uomo della “bancarella” e del “mercato”, un uomo fascinoso per la sua estroversione e di cui, magari, Svetlana bambina era tanto gelosa. Ecco che giustamente, a questo punto, il sogno deve offrire la figura materna, deve esibire la prima donna della vita affettiva di Svetlana, anche questo un primo amore che non si scorda mai.

“Le viene da piangere perché la bici è di sua madre.” Proprio la “bici” rubata era di sua madre e non era di Svetlana. Il richiamo alla madre attesta della contrastata e parziale identificazione al femminile nella figura materna e della incompiuta identità psichica di Svetlana. Il legame con la madre è molto forte e ha strutturato una forma di dipendenza da senso di colpa per essere stata affascinata, nel bene e nel male, dalla figura maschile del padre. La “bici” apparteneva alla madre, l’oggetto dell’attrazione sessuale di Svetlana riguardava la madre. Ecco che arriva la compensazione e l’assoluzione parziale del senso di colpa: “la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa”. La sessualità di Svetlana si è evoluta giustamente in riferimento alla madre per quanto riguarda l’identificazione al femminile, ma la madre ha conservato la sua sessualità e lei l’ha smarrita e per il momento non l’ha ritrovata.

La prognosi impone a Svetlana di riappropriarsi della sua vita sessuale nella sua interezza, superando le inibizioni legate alla risoluzione dei resti del complesso di Edipo riconoscendo la figura paterna nella sua reale consistenza e nella sua reale funzione. Svetlana deve liquidare il senso di colpa verso la madre e razionalizzare la dipendenza senza eliminare la solidarietà e la complicità elettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nel sacrificio della vita sessuale con conversioni isteriche della “libido” inibita nel suo naturale investimento e appagamento. Bisogna tenere sotto controllo la tendenza a limitare la vita sessuale con grave pregiudizio per la vita di coppia.

Riflessioni metodologiche: la figura materna è complessa nella sua struttura e nella sua funzione, per cui la relazione con i figli può contraddistinguersi anche di ambiguità e ambivalenza. La madre, ad esempio, può essere amica delle figlie e amante per i figli, solidale e seduttiva, competitiva e complice e tanto altro direttamente proporzionale ai bisogni della madre e dei figli. Bisogna, allora, che le mamme tengano sotto controllo la loro storia e la loro formazione specialmente quando i figli sono adolescenti e durante la prima giovinezza, sicuramente fino a quando i figli non sono diventati a loro volta padri e madri. I figli hanno bisogno soltanto della madre e non di altro. Non bisogna snaturare il ruolo e ridicolizzarlo

perché se la figlia inizialmente è contenta della solidarietà della madre perché le dà sicurezza sociale, di poi si sente sola quando ha bisogno di una presenza autorevole e di una stabilità affettiva. Inoltre non bisogna perdere potere nei confronti dei figli in nome di un falso mito della modernità. Inoltre,   comunicare i dissidi di coppia o esprimere giudizi pesanti sul coniuge è, oltre che disdicevole, dannoso a livello psichico per i figli. Denigrare la figura di un genitore ai figli da parte dell’altro genitore equivale a una bestemmia proprio per la sacralità del padre e della madre, un pesante discredito verso figure che devono essere rassicuranti e integre per i figli. I padri e le madri che sono insolventi a livello di rispetto dell’altro, magari per cercare un’alleanza contingente, seminano nei figli sensi di colpa che nel tempo fomentano legami conflittuali e sbagliati che possono avere ripercussioni nefaste nelle famiglie che costituiranno.

UN  MARITO  COME  MADRE

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“Mathildas sogna di trovarsi dalla parrucchiera.

Ha fatto lo shampoo ed è pronta per la piega.

Mentre chiacchiera si guarda i piedi e si accorge che calza le scarpe di suo marito, scarpe bellissime, modello polacchine con piccole fibbie, acquistate  qualche anno prima.

Mathildas si accorge che le scarpe sono slacciate.”

 

Un sogno semplice e lineare con un “contenuto manifesto” evidente e per niente paradossale, Mathildas ha messo erroneamente le scarpe del marito e non le ha allacciate, e con un “contenuto latente” che andremo subito a disvelare.

La “parrucchiera” lavora sui capelli, simboli dei nostri pensieri, delle nostre idee e dei nostri prodotti mentali. Di conseguenza la parrucchiera rappresenta il maestro, il filosofo, lo strizzacervelli, lo psicologo, colui e colei, coloro che influenzano il modo di pensare e di riflettere su se stessi, sulla vita e sulla realtà. Possono essere anche i genitori, ma di solito questi ultimi sono condensati in altri simboli specifici ed esclusivi.

Mathildas è disposta a cambiare idea, a mettere in discussione il proprio patrimonio mentale e manifesta una certa elasticità mentale e una buona duttilità psicologica: “è pronta  a fare la piega”. In precedenza ha assolto i suoi sensi di colpa, sempre in riferimento ai pensieri, lavando i capelli con lo shampoo. La colpevolizzazione delle proprie idee, soprattutto di quelle più fantasiose e innovative, è assolutamente naturale nel corso dell’evoluzione mentale e ideologica di ogni persona.

“Mentre chiacchiera si guarda i piedi”. Mathildas si relaziona e comunica, generosamente esterna le sue idee. A questo punto scatta il nucleo psicodinamico del sogno. Il piede è un simbolo fallico e rappresenta il potere, così come le scarpe sono simboli femminili e rappresentano la recettività sessuale. Il piede condensa la libido fallico-narcisistica e il potere culturale, il compiacimento e la vanagloria, la suggestione e la prevaricazione, ma è anche un arto collegato alla terra e al cervello, all’universo femminile e ai due sistemi nervosi, il centrale e il neurovegetativo.

Mathildas “si accorge che calza le scarpe di suo marito”, rievoca e presenta i suoi vissuti in riguardo a quella che lei vive come la parte femminile del marito. Si evince che quest’ultimo è vissuto come particolarmente suadente e recettivo, materno e protettivo, amorevole e affettuoso, e chi più ne ha, più ne metta. All’incontrario Mathildas, calzando le scarpe di lui, si dimostra particolarmente incisiva nel chiedere e direttiva nel pretendere, precisa nei suoi bisogni e oculata nelle sue richieste, consapevole della sua sfera affettiva ed esigente nell’appagamento dei suoi desideri.

Mathildas rievoca un passato in cui si sentiva maggiormente capita e aveva più spazio d’ascolto per comunicare le sue idee e i suoi punti di vista. Il sogno di Mathildas evidenzia una crisi contingente di coppia, una modificazione della comunicazione di coppia, una nostalgia di quel passato in cui pensava di avere più comprensione e considerazione nei vissuti e negli atti del marito. Le fibbie rappresentano un decoro maschile in onore al combattimento e al conflitto, ma non sono particolarmente significative in quanto domina il simbolo della scarpa, la recettività.

A questo punto del sogno “Mathildas si accorge che” le scarpe “sono slacciate.” La capacità recettiva del marito esiste, ma è senza limiti e senza vincoli, libera e non costretta. Le polacchine sono state “acquistate qualche anno prima”: è questo il nodo del sogno e lo snodo del disagio psichico. In passato l’affettività del marito era ben allacciata e precisa, indirizzata e dedita, appagava i bisogni di Mathildas. Il sogno indica decisamente il suo desiderio di riavere un’affettività completa e una dedizione compatta da parte del marito.

E’ interessante come il sogno approfitti del rituale estetico della parrucchiera, per testimoniare di un disagio affettivo personale e di coppia, riportando la tecnica lavorativa per affermare la nostalgia di una migliore psicodinamica relazionale.

La prognosi impone il rafforzamento psichico di Mathildas, la riduzione dei suoi bisogni affettivi in riguardo al marito e la conversione verso una autonomia psichica che permetta una migliore qualità degli affetti e della relazione. Al di là delle possibili evoluzioni della coppia, Mathildas è chiamata a ridurre le pulsioni a dipendere.

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome depressiva dovuta al ridestarsi di un nucleo abbandonico significativo; quest’ultimo può scatenare un fantasma di perdita, un vuoto affettivo pregresso e specifico della struttura psichica di Mathildas.

Considerazioni metodologiche: il sogno di Mathildas induce una riflessione sulla coppia e sulle psicodinamiche di coppia. Trattasi di due strutture psichiche che entrano in relazione e si cimentano sul convivere e non sulla compatibilità, dal momento che quest’ultimo criterio non ha motivo di esistere. Tutte le strutture psichiche sono compatibili, in quanto tutte ricercano un equilibrio nelle psicodinamiche e acquistano una nota caratteristica in base al prevalere di determinati meccanismi psichici dell’uno o dell’altro o di entrambi. La coppia è “osmotica” ossia si basa su un passaggio e su una fusione di attributi psichici e di fantasmi personali che la caratterizzano: una dialettica tra i tratti delle due personalità. La psicologia della coppia si basa su  un sistema topico, economico e dinamico. Il primo consiste nella gamma di strutture psichiche, il secondo si attesta nella quantità potenziale di “libido”  traducibile in investimento, il terzo si basa sulla dialettica delle strutture e dei tratti caratteristici. I tipi di organizzazione psichica di coppia sono i seguenti: la coppia psicopatica, la coppia narcisistica, la coppia schizoide, la coppia paranoide, la coppia depressiva, la coppia maniacale, la coppia masochistica, la coppia ossessiva, la coppia compulsiva, la coppia isterica, la coppia dissociativa. Non esiste una tipologia di coppia unica ed esclusiva, ma soltanto una tipologia dominante. Ogni coppia ha una qualità psichica prevalente, ma può riconoscere al suo interno la presenza di connotazioni di altre tipologie. Esempio: la tipologia narcisistica include tratti della tipologia depressiva e paranoide. Non esiste una tipologia pura e le stesse tipologie sono astrazioni teoriche utili per la psicoterapia della coppia e della famiglia. La psicodinamica della coppia può essere simmetrica o complementare: la prima si basa sull’interazione armonica, paritaria e consapevole dei tratti delle due tipologie. La seconda si basa sull’interazione sperequata e dipendente: una tipologia subordinata all’altra o in funzione dell’altra. La coppia consente una dialettica mista di grande interesse e di notevole ricchezza,oltre all’arricchimento che comporta l’incontro delle diversità psichiche. Ho già detto che non esiste l’incompatibilità all’interno della coppia e che ogni tipologia di personalità è compatibile con le altre tipologie. Oggi la rottura della coppia è diffusissima rispetto al passato più recente. Tale costume è dovuto prevalentemente a fattori socioculturali, più che a fattori di effettiva discrasia psichica. La malattia principale della coppia è lo “stallo”, la cessazione degli investimenti della”libido” e la conseguente assenza dell’esercizio di coppia. Lo “stallo” comporta lo scatenamento della psicopatologia potenziale implicita alla struttura psichica di uno dei componenti della coppia, non genericamente il più debole, ma necessariamente il meno compensato e difeso. La rottura della copia non è indolore e la cronaca nera è purtroppo pienamente densa di atrocità verso le donne. La rottura della coppia comporta anche un danno soprattutto per i figli, i quali vogliono separare i genitori seguendo le pulsioni fisiche e psichiche del complesso di Edipo, mentre li vogliono uniti e inossidabili per i loro bisogni evolutivi.