DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

LA POLITICA E LA SICILIANITA’: ARISTOCRAZIA E CLERO IN SICILIA

“Ce ne vorranno di Vittori Emanueli per mutare questa pozione magica che sempre ci viene versata!”
Padre Pirrone si era alzato, aveva raggiustato la propria cintura, e si era diretto verso il Principe con la mano tesa: ”Eccellenza sono stato troppo brusco; conservatemi la vostra benevolenza ma, date retta a me, confessatevi.”
Il ghiaccio era rotto ed il Principe poté informare Padre Pirrone delle proprie intuizioni politiche.
Il gesuita però fu ben lontano dal condividere il sollievo di lui, anzi ridiventò pungente.
“In poche parole voi signori vi mettete d’accordo coi liberali, che dico coi liberali! con i massoni addirittura, a nostre spese, a spese della Chiesa. Perché è chiaro che i nostri beni, quei beni che sono il patrimonio dei poveri, saranno arraffati e malamente divisi fra i caporioni più impudenti; e chi, dopo, sfamerà le moltitudini d’infelici che ancora oggi la Chiesa sostenta e guida? ”
Il Principe taceva.
“Come si farà allora per placare quelle turbe disperate?
Ve lo dirò subito, Eccellenza. Si getterà loro in pasto prima una parte, poi una seconda ed alla fine la totalità delle vostre terre. E così Dio avrà compiuto la Sua Giustizia, sia pure per tramite dei massoni. Il Signore guariva i ciechi del corpo, ma i ciechi di spirito dove finiranno?”
L’infelice Padre aveva il fiato grosso: un sincero dolore per il previsto sperpero del patrimonio della Chiesa si univa in lui al rimorso per essersi di nuovo lasciato trascinare, al timore di offendere il Principe cui voleva bene e del quale aveva sperimentato la collera rumorosa ma anche l’indifferente bontà. Sedeva quindi guardingo e sogguardava Don Fabrizio che con uno spazzolino ripuliva i congegni di un cannocchiale e sembrava assorto nella meticolosa sua attività; dopo un po’ si alzò, si pulì a lungo le mani con uno straccetto: il volto era privo di qualsiasi espressione, i suoi occhi chiari sembravano intenti soltanto a rintracciare qualche macchiolina di grasso rifugiatasi alla radice delle unghia. …
Don Fabrizio poi si avvicinò al tavolo del Padre, sedette e si mise a disegnare puntuti gigli borbonici con la matita ben tagliata che il Gesuita nella sua collera aveva abbandonata. Aveva l’aria seria ma tanto serena che in Padre Pirrone svanirono subito i crucci.
“Non siamo ciechi, caro Padre, siamo soltanto uomini. Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare. Alla Santa Chiesa è stata esplicitamente promessa l’immortalità; a noi, in quanto classe sociale, no.
Per noi un palliativo che promette di durare cento anni equivale all’eternità. Potremo magari preoccuparci per i nostri figli, forse per i nipotini; ma al di là di quanto possiamo sperare di accarezzare con queste mani non abbiamo obblighi; ed io non posso preoccuparmi di ciò che saranno i miei eventuali discendenti nell’anno 1960. La Chiesa sì, se ne deve curare perché è destinata a non morire. Nella sua disperazione è implicito il conforto. E credete voi che se potesse adesso o se potrà in futuro salvare se stessa con il nostro sacrificio non lo farebbe? Certo che lo farebbe, e farebbe bene.”
(“Il Gattopardo”,edizioni citate: pagine 46,…49).

COMMENTO

La Chiesa, istituzione divina fondata da Cristo e depositaria di una verità trascendente, è incompatibile con il Tempo e con la Storia, pur manifestandosi nel Tempo e nella Storia; essa non può modificare il suo apparato dogmatico o evolvere il suo messaggio di salvezza eterna. La Chiesa non viene a patti con la contingenza culturale e la volubilità politica degli uomini.
Ritorna la malattia della Storia, meglio la “Storia come malattia”, nella necessità di conciliare le aleatorie istituzioni umane con le assolute prescrizioni divine, l’immanenza con la trascendenza, anche se la posizione del Cristianesimo su questo tema è netta: il suo regno non è di questo mondo.
Il clero, quindi, deve sempre diffidare degli eventi storici e delle intenzioni culturali all’interno della sicura cornice dell’imperscrutabile volontà di Dio e del tradizionale concetto pessimistico della creatura umana.
La Chiesa è al servizio di Dio e dell’eternità”; la Storia e il Tempo non costituiscono la sua essenza, ma sono strumenti di manifestazione e di espiazione della colpa metafisica e del peccato morale.
Il gesuita padre Pirrone appartiene al contesto assoluto della Chiesa e in esso egli trova la sua identità e la sua continuità senza vivere l’angoscia del nulla e della fine.
L’Aristocrazia è al servizio degli uomini, vive nella Storia e nel Tempo e ne attinge linfa vitale e ragion d’essere.
Essa elabora e gestisce verità effimere e relative, fatue e contingenti, per cui è costretta dalla sua stessa natura a trasformarsi e adattarsi con intuizioni politiche sempre nuove al contesto in cui, suo bengrado o suo malgrado, si viene a trovare; in base a questa necessità evolutiva e a questo processo camaleontico l’Aristocrazia rompe il millenario e proficuo sodalizio con il Clero e si lega alla classe sociale emergente e idealisticamente protesa verso il primato: la Borghesia liberale a prevalente cultura massonica in Europa e la classe dei gabellotti, soprastanti e gastaldi a prevalente cultura rurale in Sicilia.
La necessità della sopravvivenza storica traligna in un tragico peccato senza possibilità di espiazione e in una tremenda colpa senza possibilità di rimozione o di sublimazione.
Del resto nell’anno 1864 il papa Pio IX° aveva incluso nell’enciclica “Quanta cura” il “Sillabo”, il famigerato “Catalogo dei principali errori del nostro tempo” o la condanna della moderna civiltà, liberalismo e massoneria comprese.
L’insipienza storica e politica del testo si associa all’ipocrisia della tesi di una Chiesa che con le sue ricchezze sostenta i poveri.
I nuovi tempi marciano di gran carriera verso il primato borghese e la mortale Aristocrazia, all’incontrario dell’immortale e divina Chiesa, deve attenersi alla Storia e alla realtà: per sopravvivere essa deve opportunisticamente e sottilmente riciclarsi nel fibrillante tessuto borghese.
Rimane l’eco nostalgica di una secolare alleanza fra trono e altare che aveva fatto storia nel tempo, gestendo con profitto le coscienze e i corpi degli uomini per oltre un millennio.
E’ opportuno rilevare il richiamo al tempo quasi presente, 1960, la fine sospettata e temuta più che dal bisnonno Giulio, che infuturava la dinastia con il suo pur non eccelso seme, dal nipote Giuseppe, cosciente di chiudere con la sua morte il tempo personale e la storia del proprio casato.
Con uno stile suggestivo il principe di Lampedusa espone le sue tesi sul realismo storico e le sue riflessioni sulla labilità delle istituzioni umane, proiettando la sua angoscia della fine e il suo bisogno di persistenza.
Dopo l’identità” e il riconoscimento forniti da Dio e in subordine dalla Chiesa, subentra per l’Aristocrazia il travaglio e l’incognita di un nuovo polo di riferimento culturalmente poco affine, la spregevole e campagnola Borghesia isolana.
L’Aristocrazia si sfalda in questa ricerca d’identità” e i nobili più acuti restano soli a sopravvivere nell’inevitabile cornice degli altri e tutti diversi.
La trasposizione della lettura di questi temi negli imprevedibili eventi intensamente vissuti dal principe di Lampedusa nel corso della sua vita e in particolare negli ultimi tempi, quelli che segnano il passaggio dall’Italia monarchica e fascista all’Italia repubblicana e borghese, è lineare nella sua consequenzialità.
Il registro storico-culturale si sposa senza stridore con il registro letterario e la naturale complicità dei due contesti offre anche la possibilità di diversi livelli di lettura, sempre innestati sul tormentato universo psichico dell’autore perennemente inteso alla ricerca disperata di una risposta esauriente alle sue domande esistenziali: “chi sono io?” e “a quale classe appartengo?”.
In questa contrastata dialettica l’universo personale si riversa in quello collettivo grazie al veicolo letterario, alla veste retorica e alle suggestioni filosofiche di varia scuola.
Un individuo canta il suo tormento e il tormento del gruppo.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), 10, gennaio, 1987

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

LA CRISI DEL SACRO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

Questo è il sogno di Rasia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.”

In tempo di “coronavirus” abbiamo assistito alla crisi della “sacralità” ufficiale. In particolare la Chiesa cattolica è stata oscurata nelle chiese e nelle funzioni. Le chiese sono state chiuse e le cerimonie sacre sono state sospese. I sacramenti non sono stati amministrati. I morti hanno ricevuto una benedizione sommaria quando era possibile. L’Eucaristia non ha nutrito bene i seguaci di Cristo. Questo è un dato psico-culturale che ha colpito la “Coscienza collettiva”, al di là delle fede convinta o tiepida nei riguardi dei misteri religiosi. Rasia avverte questa caduta del sacro, del culto, del rito e la rappresenta in sogno come un’anomalia musicale all’interno di una chiesa qualsiasi, una chiesa tra le tante che condensa il bisogno di sacro di tutti gli uomini, al di là dell’appagamento che ognuno di poi concede a se stesso. La “musica non adatta al luogo sacro” attesta del linguaggio e della comunicazione religiose che si sono trasformate all’improvviso. Rasia è sensibile alla “religione” e nota il cambiamento della “religiosità”. Non si può più pregare in chiesa, non si può rivolgere lo sguardo all’altare nella ricerca di una consolazione e di un conforto, non si può ricevere un sacramento. I tempi sono tristi e assurdi e la Chiesa ha dovuto seguire le ingiunzioni della Scienza in funzione della risoluzione della tragica pandemia. Ricordo che “la chiesa” e il “luogo sacro” sono simboli della “sublimazione della libido”, ma per il momento questo dato non è importante. Ci si può limitare al cambiamento sociale e alla nuova destinazione d’uso che si profila per i credenti in riguardo alla chiesa ufficiale. In ogni caso la preghiera individuale non abbisogna di luoghi sacri, perché, dove si esterna, porta il carisma della fede.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.”

Rasia è stata colpita da questa metamorfosi del luogo e del costume, da questa blasfema commutazione di un luogo sacro e adibito al culto in un luogo irriverente e peccaminoso. Rasia si sente dentro cristiana anche se fuori la fede è stata destituita dei suoi fondamenti, la chiesa e i sacramenti. “L’altoparlante” dà il senso della fanfara e delle fanfaronate, del rumore fine a se stesso e per niente significativo. Rasia taglia la testa al toro, “decido”, ed esige spiegazioni in maniera direttamente proporzionale all’intensità del suo bisogno di fede. La distonia tra il “fuori” e il “dentro” la rasserena e la dispone a ulteriori riflessioni. Se “fuori” la fede è inappagata e blasfema, “dentro” vibra ancora con una buona e solita tonalità. Questa dialettica tra “interno-esterno” è sorprendente per la maniera figurata formulata in sogno da Rasia. L’organo”, il classico strumento musicale delle cerimonie sacre, è usato da Rasia nel suo significato greco “organon”: lo strumento che contiene il sacro, la summa teologica del Cristianesimo.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.”

Il “sacro” è svuotato del suo senso e del suo significato. Il sentimento acritico dell’affidamento e della fede non riceve appagamento dal luogo e dal contenuto. In assenza di “carisma” si rischia che si svuoti anche il bisogno prepotente di credere. I “furgoni” si caricano di morti. Sono i camion dell’Esercito italiano che trasportano le bare dei morti. I furgoni portano via il senso del sacro della Vita, la ragione per il cristiano di vivere e di soffrire. Lo Stato è intervenuto e ha svuotato la Chiesa e la Chiesa si è lasciata svuotare dallo Stato. “Attonita” si traduce simbolicamente “stordita dal tuono”. Rasia è stordita dall’eclatanza del fatto blasfemo e dalle sue conseguenze.

Come si può vivere senza la fede, “invisibilia”, e senza le tracce visibili, “visibilia”, del sentimento del divino?

Dio non è mai morto, se il Figlio è morto, è poi risorto. Tanto meno è morto da “coronavirus” anche se per tre mesi.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.”

Il luogo del “sacro” è stato ridimensionato e svuotato dei suoi simboli e dei suoi riti, del suo significato profondo e del suo collegamento con il mistero del divino. La memoria del sacrificio, la rappresentazione del trascendente, gli strumenti dei fedeli sono stati asportati e svuotati del loro senso e significato. Il “vuoto” domina in questa chiesa ulteriormente ridimensionata dalla vanità e dalla crudeltà dei tempi. Rasia è addolorata per la perdita del suo riferimento privilegiato, la fede e il sacro, ma è oltremodo arrabbiata contro questa spoliazione della religione da parte del potere temporale, lo Stato. Il Cristianesimo ha subito una violenza inaudita e terribile, peggiore della persecuzione, lo svuotamento dei suoi contenuti spirituali e mistici, più che teologici. Per questo motivo il sogno di Rasia abbraccia tutte le fedi presenti sul tappeto storico in questo tempo di pandemia. Rasia si chiede come è stato possibile abdicare alla Fede a favore della Scienza, meglio, come è stata subito esclusa la salvifica Fede dal concorso alla ripresa dal lutto e dal dolore. Proprio la Fede, che sconfigge la morte e muove le montagne, è stata accantonata a favore di strategie materiali, veramente corporee, tecniche e logistiche.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.”

La crisi del sacro trova deboli difensori nei ministri del carisma, nei dispensatori della Grazia di Dio, a riprova che i tempi sono veramente eccezionali e che la Chiesa ufficiale si è subordinata a coloro che hanno deciso anche per lei, il potere temporale, lo Stato laico che dispone la chiusura delle chiese senza porsi il problema della Fede dei suoi cittadini e della consolazione all’angoscia di morte. Rasia è stata colpita dai morti senza funerale, più che dalla morte fisica. E’ rimasta “attonita” per il ridimensionamento della Chiesa e per la passività delle strutture ecclesiastiche nell’obbedire alla Legge dello Stato posponendo la Legge di Dio. Il “sorridendo” del chierico sa di intelligente accettazione e di sorniona fiducia sul primato dello spirito sulla materia. “Hanno deciso”, non i nemici della Chiesa, i legislatori per salvare il corpo dalla morte.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

La carenza di sacro e di carisma, il privilegio del laico e del profano hanno colpito la dimensione psichica di Rasia più a livello sociale, che a livello personale se sente il bisogno di alleanza e di comunicazione. La scoperta dell’inganno perpetrato dallo Stato ai danni della Chiesa, dal corpo ai danni dell’anima, dall’ospedale ai danni della chiesa, è una presa di coscienza da condividere e da regalare ai suoi simili, ai correligionari che si trovano all’improvviso mutilati dei luoghi sacri e dell’esercizio visibile della Fede religiosa. Il luogo è “sacro” perché è un simbolo della crescita individuale e collettiva. Uno spazio anonimo del Comune acquista carisma attraverso l’investimento sublimato dell’energia vitale che dal corpo che muore si riabilita nell’eternità dell’anima. Rasia è stata colpita da piazza San Pietro deserta e dal Papa che irradiava il divino ai fedeli del mondo e non soltanto, a tutti gli uomini che in quel momento hanno trovato nell’affidamento alla fede sollievo alle angosce della propria e altrui morte. Ed è proprio vero che la Chiesa impedita ha trovato nei “social” e nell’Elettronica un valido veicolo di compensazione per la trasmissione del suo messaggio di salvezza.

Nel tempo del virus dovevamo assistere anche a questo spettacolo desolante e depressivo e si fa anche questo sogno. Il “fantasma di morte” e la sua angoscia colpiscono le varie sensibilità e di sensibilità Rasia ne ha da vendere.