A ETTORE

Ettore ha chiesto di uscire in giardino.

Ha respirato profondamente.

E’ rientrato in casa.

Ha guardato la sua cuccia.

Ha scodinzolato a Ivan.

E’ passato di là.



Salvatore Vallone



Karancino, 17, 11, 2023

LA SCATOLA

TRAMA DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…

dentro quella stessa mia stanza che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…

c’erano tanto scaffali con tante scatole.

Miky

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…”

Miky rievoca la sua storia familiare, i vissuti che hanno contraddistinto l’economia affettiva della sua infanzia e adolescenza. La “casa” è simbolo della struttura psichica, la “tavola” rappresenta gli scambi affettivi.

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…”

Miky rievoca la sua femminilità, la sua sessualità: la “scatola”. Ricorda la sua disposizione verso il prossimo e le sue aperture sociali, disinibite ma controllate, i suoi valori in riguardo al suo esser donna: “solida”.

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …”

Miky elabora la sua “posizione edipica”, la sua relazione conflittuale e seduttiva con la figura paterna, nel caso specifico, necessaria nell’evoluzione della sua “organizzazione psichica”. Inizialmente colloca il padre “appena dietro a destra”, una figura maschile inserita nella realtà e di supporto nell’economia psicofisica. Miky ha introiettato la figura paterna con il suo essere attiva e dominante, ha acquisito forza e potere nel suo esser donna.

Successivamente colloca il padre nel suo passato e lo archivia, “alla mia sinistra”, non gli serve più nella sua quotidianità psichica e acquista in femminilità seduttiva e recettiva. Non sente il bisogno di essere dominante e potente.

Miky analizza la “parte maschile” e la “parte femminile” della sua “organizzazione psichica”, “androginia psichica”, e in sogno le condensa nella figura paterna, un uomo che è stato oggetto di investimenti di amore e odio, come richiede la “posizione edipica” nella sua universalità formativa.

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…”

Miky dice a se stessa: la mia formazione femminile si è adeguatamente compiuta e non ho bisogno di alcun potere e di ulteriori esperienze. Miky ha trovato la giusta dimensione psichica individuale e relazionale e soprattutto nel suo esser donna e potenzialmente madre. Il processo conflittuale di identificazione nel padre si è acquietato, per cui Miky può procedere nell’acquisizione della sua autonomia psichica risolvendo le pendenze con il padre. L’ascolto di sé, “ascoltami”, equivale a una presa di coscienza sulla sua dimensione psichica di figlia e di donna.

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…”

La maturazione psichica al femminile di Miky riceve la conferma e dopo averla assimilata, “a casa mia”, riceve una sublimazione, “in alto”, una forma di purificazione e assoluzione dei sensi colpa che inevitabilmente hanno accompagnato la formazione psichica nella sua evoluzione. Il “posto semibuio” rappresenta simbolicamente una forma di obnubilamento della coscienza, una lieve “rimozione” o dimenticanza del suo essere femminile, della sua “scatola”. Miky ha per le mani esperienze più importanti.

dentro quella stessa mia stanza, che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…,

c’erano tanto scaffali con tante scatole.”

Anch’io sono come le altre donne. Miky ha acquisito la dimensione sociopolitica della femminilità e della collocazione psicofisica della donna, “tanti scaffali con tante scatole”. Miky ha fatto le sue esperienze evolutive e ha trovato nella figura paterna un valido stimolo ad acquisire quei tratti psichici a lei congeniali. La sua autonomia femminile può ritenersi momentaneamente conclusa in questo sogno che condensa e riepiloga la storia psichica di tante donne.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2023

LA FILOSOFIA AL MERCATO

LA FILOSOFIA ANDO’ AL MERCATO

La Filosofia andò al mercato

e un cavolo comprò,

in Atene,

nell’agorà di Atene,

nella polis ateniese,

tra Logos e Crazia,

Filos Sophia,

Filossophia,

Logoscratia,

la ragione al potere,

Filosofia,

amore del sapere,

sapore del sapere,

pathos e logos.

Filosofia povera e nuda,

senza padroni,

curiosa come Talete,

profonda come Anassimandro,

dinamica come Anassimene,

oscura come Eraclito,

quadrata come Pitagora della Magna Grecia,

teologica come Senofane,

profonda come Parmenide della Magna Grecia,

paradossale come Zenone,

astrofisica come Melisso,

omeomerica come Anassagora,

atomica come Democrito,

umana come Protagora,

sofista come Gorgia,

libera come Diogene,

insinuante come Socrate,

nobile come Platone,

scientifica come Aristotele,

sacrale come Zenone,

critica come Pirrone,

popolana come Epicuro.

La Filosofia andò al mercato

e un cavolo comprò in Grecia,

in Magna Grecia.

L’angoscia di morte fu ben servita allora.

LA FILOSOFIA VA AL MERCATO

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra,

in Occidente,

là dove tramonta il sole,

nell’Occidente sedicente italico,

a Turin, a Milan, a Venessia,

nel Belpaese dell’arcinota e benemerita Galbani,

nel topos in odore di ricotta di mucca e di pecora,

di tricotta perché bruciacchiata in forno,

nelle terre dove anche Ercole pose li suoi riguardi

per distinguersi da Ercolino sempre in piedi,

per allontanare dalle sue nobili radici i pupazzi di plastica

e le mummie incartapecorite di sedicenti benefattori,

di infausti editori e filosofi,

di sempiterni giornalisti e opinionisti,

di critici poco critici con se stessi,

dal mattino a notte fonda in esposizione,

narcisisti,

vanagloriosi,

insistenti,

impertinenti,

insolenti,

sussurratori furtivi,

tacchenti,

insultanti,

nervosi,

non edibili,

dal mattino a notte fonda in esibizione.

Filosofia,

filia del sapere,

fobia dell’ignorare,

Crazia della Verità,

non il giornale dei puffi mangioni e sanchipanza,

ma l’Aletheia,

il senza nascondimento,

colei e colui che non si nascondono,

colei e colui che non giocano a nascondino,

colei e colui disoccultati,

amore del buon gusto,

filosofi e filosofe,

buongustai,

maitres e maitresses a penser,

cuochi e cucinieri nell’agorà,

non quella di Serenella la bella,

quella dei buffi a cinque stelle,

quella degli ex secessionisti,

dei leghisti acqua e sapone,

fancazzisti vocati e vacui,

sistemisti del nulla,

sistemici apud nihil,

speculatori di lega bassa apud prope nihil,

di bassa lega,

di un quasi niente che è sempre un qualcosa di poco,

di molto poco,

non certo les philosophes sur le pont de Bercy avec Juliette,

non certo i filosofi trotterellanti sul lago di Barcis con Sabine.

Socrate insoddisfatto è meglio di un maiale ripieno alla cannella.

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra

presso la bancarella di Tanina,

di Ciuzza e di Mariuzza,

tutte in tivvù,

macchiette in tivvù,

fumetti in tivvù,

filosofi de Venessia e de Milan,

baffi dentro la barba e sotto i capelli,

Filosofia sedicente a pagamento giornaliero,

ad andamento continuo e persistente,

filosofi da fetida laguna e da novelle tremila,

le mille e tutte in una notte,

filosofi da decamerone,

dieci camere in dieci giorni,

dieci giorni in dieci camere,

virus,

virologi,

virus onniscienti e virologi sapienti,

prediche,

sermoni che sanno di grasso di maiale,

di sego di candele da osteria e da chiesa,

salotti italiani e nostrani come i polli e le loro uova,

si balla sotto le stelle e nelle stalle,

si sballa sempre sotto le stelle e nelle stalle,

giornali,

ospedali,

spettacoli dei soliti e controsoliti ben noti,

notissimi alla plebe e alla plebaglia rissosa,

malfamati nei migliori salotti di Caracas,

reti per pescatori,

reti per allocchi,

reti visive dove si litiga,

si grida,

si boicotta,

si saltimbanca,

si prevarica,

si minaccia,

alla prima che mi fai ti licenzio e te ne vai,

sor Pampurio e il marchese,

tutto a pagamento,

tutto saldato dagli amici dei miei nemici,

ex amici.

Ecco,

la misura dell’ignominia è colma,

il solito obsoleto capocchione onnisciente si alza e s’adira,

il direttore del puffo con voce squillante grida adelante,

alla prossima e memento soldi,

fratelli trappisti,

che ripetono replicanti,

memento skei,

ricordati di pagarmi,

i soddi ma ddari,

dicono che non dicono,

non dicono dicendo,

virus mentale impazza,

impezza,

impizza,

impozza,

inpuzza,

irrompe anche nel bar da Pippo dove si pappa,

cade nel pozzo che puzza

dove Pippo mangia una pizza,

dove Peppa fa una pippa a Pippo e viceversa,

la tivvù ammazza,

contagia,

memento mori dei trappisti,

fratelli e sorelle ricordatevi che dovete tener duro,

dicitici a sinnicu vuosto

ca nui cacammu tuosto,

fratelli,

sorelle,

misti e misticamza,

affini e collegati,

le chiese sono chiuse ormai,

come le case della senatrice Merlin,

i preti dove sono,

non ci sono,

mancano i monaci,

chiusi i conventi,

aiuto,

aita aita,

siamo soli,

dio è morto,

anche le sardine sono morte in questo mare di guai,

gli addivenienti dei dove sono,

non ci sono,

i politici e i miscredenti hanno ucciso anche dio,

siamo rimasti soli,

quali dei si profilano in cotanta goduria da grande fratello,

tutto a pagamento,

tutto si compra,

tutto ha un prezzo,

anche il deretano di Gaetano,

tutto al silicone,

tutto al botulino,

arriva il puffo a cavallo dei suoi testicoli consunti,

il puffo,

il famigerato,

il beneamato e purcaro o porcaio,

che porcheria,

che guaio,

che peste,

che morte,

che fine da eccesso e da difetto,

est modus in rebus,

sunt certi denique fines quos ultra citraque

nequit consistere rectum,

aprite le chiese

chiudete la tele,

forgiate le tele,

Penelope,

donne è arrivata Penelope,

insegna nell’agorà

a fare la tela e becco finalmente il marito.

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra.

La morte senza angoscia è ben servita.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 20, 01, 2021

 

NOSTALGIA

Scavo con le mani dentro il petto,

sangue caldo,

vita che pulsa,

cuore.

Non ti ho mai perso,

non sei un treno,

sei una casa.

Nessuna morte all’orizzonte,

ciuf ciuf,

stazione.

Nulla che sappia di mani strette per un addio,

che poi si devono lavare.

La furia dell’amore non si lava,

stesi esausti dormiamo,

pregni di umori umani.

Incenso e mirra.

Doni.

SAZA

Il Giardino delle Dolomiti, 21, 04, 2023


RITORNO A CASA

Dentro la casa dei miei sogni

il pavimento è un grande prato di folta erba sottile,

di colore verde Irlanda,

in declivio verso il mare.

Cosa ci faccio qui, se ho una casa così bella?

Mi sdraio sulla battigia,

cerco,

cerco ancora.

Di notte m’illumina Venere,

all’alba Lucifero.

Nomi diversi per lo stesso corpo.

Sono in attesa di me stesso

sulla spiaggia incenerita di Avola,

sono un unoqualunque arguto e di ottima istruzione,

tempestoso nella mia natura di maschio

e volubile come una donna

quando l’orizzonte mi annoia.

Stereotipi.

I soliti stereopiti.

Obsoleti racconti si mescolano alle fiabe.

Eppure siamo noi,

creature di carne e carta,

imperituri,

noi che amiamo a lungo i nostri sogni,

noi con un’innata predisposizione narcisistica alla luce.

Gli amanti si suicidano all’alba.

Gianni e Nino si amavano in Sicilia nel 1980.

Stranizza d’amuri.

Furono ammazzati dagli assassini.

Pum, pum, due colpi alla fine del film.

Pum, pum!

Quanto sono selvaggi i sicilioti!

Dirti che ti voglio bene è poca cosa,

tu sei nel mio prato sin dai primi fili d’erba,

sei la mia Irlanda.

Ti attendo,

come io attendo Ulisse sulla spiaggia.

Chi arriverà?

Nessuno.

Pum, pum!

 

Sava

 

Karancino di Belvedere, 21, 03, 2023

 

SULL’ARGINE DESTRO DEL CANALE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.

Sono sulla parte destra e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Amodio

INTERPRETAZIONE

Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.”

Meno male che l’acqua è limpida, perché vuol dire che ci troviamo in assenza di sensi di colpa e in una situazione psichica linda e chiara, magari semplice, ma la semplicità è un pregio ed è da preferire alle contorsioni mentali e all’erudizione confusa.

Tutti ci siamo trovati un canale d’acqua a fianco, perché tutti viviamo in grazie alla “libido, l’energia, che di sua natura si lascia gustare e godere, ma che dalla nostra formazione psichica spesso si lascia temere e addirittura negare.

Tutti ci siamo immersi nelle acque limpide o torbide di un fiume o di un canale, così come tutti abbiamo fatto la pipì nell’acqua del mare in cui ci bagnavamo durante le vacanze estive. Tutti abbiamo attestato che la nostra vita si lega e si fonde con la figura materna e che nella sua acqua abbiamo respirato e siamo cresciuti per nascere.

Amodio sta sull’argine indefinito della sua vita e dell’ecoulement della sua energia, è in fase di serena riflessione magari dopo eventi anche traumatici che lo hanno segnato e impressionato come le pellicole fotografiche di un tempo.

Amodio è fermo e tranquillamente guarda l’orizzonte mentre la sua pienezza di forza e di energia è in attesa d’investimento, non certo un’attesa contemplativa di scuola buddista e neanche per ammirare la sofferenza umana, tutt’altro. Amodio sta prendendo coscienza dell’abbondante cornucopia della sua dea fortuna.

Sono sulla parte destra”

Che simbologia abbraccia la “destra”?

La “destra” rappresenta l’universo psichico maschile, il padre, la ragione, il sistema nervoso centrale, il presente, la realtà psicofisica in atto, la forza volitiva, l’aggressività ponderata, l’origine in riguardo al maschile e al padre, l’istanza psichica “Io” e la coscienza di sé.

Amodio è sulla “parte destra” della sua corrente di vita, dei flussi energetici della sua “libido”, della consapevolezza della sua carica erotica e sessuale.

Amodio è sornione, sta a guardare dopo aver deliberato, scelto, deciso e agito il suo piano esistenziale in atto e dopo averlo ben inserito nelle sue radici.

Amodio è un sornione che “sa di sé” e che ancora cerca la sua giusta collocazione o per lo meno la migliore collocazione possibile nel mondo alle condizioni date.

Amodio cerca di star bene, cerca il busillis della sua esistenza navigando tra Scilla e Cariddi e senza lasciarsi andare al richiamo seduttivo e infido delle infelici Sirene. Amodio è realista più del re o della regina Elisabetta, visto che di re e di nobili fortunatamente non ce ne sono quasi più.

Amodio è sulla parte “destra” della sua vita, è attestato come una roccia e con destrezza sui suoi argini e più non dimandare.

e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.”

Poteva mancare la “sinistra”, anzi la “parte sinistra”?

Certamente no, ed eccola che si apparecchia e si presenta con tutte le sue connotazioni simboliche, con il suo corredo di rappresentanza: l’universo psichico femminile, la madre, il passato, la regressione, l’emozione, il crepuscolo della coscienza, l’obnubilamento mentale, la recettività, l’affettività, il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo, il subconscio, la pulsione, l’istinto, la morte e i “fantasmi” psichici di tutte le qualità.

Infatti Amodio vede tante “case strette, vecchie”, vede il suo passato psichico, la sua formazione e i suoi “fantasmi”, il divenire di alcune parti della sua “organizzazione psichica reattiva”, della sua personalità, della sua struttura. Nello specifico Amodio vede l’angustia culturale e la pochezza degli stimoli del suo ambiente familiare e formativo, riflette sui ruoli che si giocavano e sui valori che si imponevano nella famiglia patriarcale dei tempi fortunatamente andati. Ma, purtroppo, Amodio non vede le sue radici, non vede “le fondamenta” di queste case disposte a diversi livelli in ordine d’importanza e di frequenza. Tutto questo non significa che Amodio non ha radici, tutt’altro, ne ha tante e non tutte assimilate perché il bambino è stato impedito nell’assorbimento dei contenuti psichici e culturali da un sistema familiare repressivo e autoritario, un “luogo psichico” dove i bambini valevano meno del quattro di coppe nel gioco del tressette. Si tratta delle famiglie fasciste che sono prosperate anche nell’Italia repubblicana per mancanza di alternative fascinose e di nuove prospettive. Si è perpetuata l’assunzione della minestra autoritaria fascista nelle famiglie democratiche soltanto nel titolo della forma politica. E Amodio rientra in questo contesto storico e culturale di cui ha detto con calore e passione anche perché è stato il mio contesto: il Veneto e la Sicilia negli anni cinquanta erano molto simili nei valori della povertà, negli schemi feudali e nei residui fascisti.

Amodio si è fatto le fondamenta da solo, ma conserva il dolore di non aver potuto, più che saputo, approfittare di una formazione più affettuosa nei contenuti e ricca di stimoli innovatori. Il sogno dice chiaramente e impietosamente di questa lacuna avvolta dalle nebbie del “non vissuto” e del “non detto”.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Ho anticipato l’elaborazione del capoverso finale del sogno di Amodio. La povertà in questione è quella psico-culturale e verte nella mancata conquista di strumenti interpretativi ed esecutivi da dare alle nuove generazioni. Amodio si è sentito nel tempo defraudato di questa possibilità di avere a sua disposizione strumenti di analisi e di sintesi, di spirito critico soprattutto e di una lingua nazionale con cui superare gli angusti confini del suo paese d’origine, quella lingua che unisce e allarga i confini mentali perché consente la comunicazione con l’altro e soprattutto con il “simile” spesso definito erroneamente “diverso”.

La riflessione onirica di Amodio si può ritenere parzialmente conclusa, semplicemente perché il tema trattato investe ulteriori riflessioni e approfondimenti, nonché investimenti di recupero del mal tolto culturale e del non vissuto umano. Proprio vero che finché c’è vita, c’è qualcosa da fare e tanto da brigare per stare bene.

DI MADRE IN FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia

P.S.

Ricordo che qualche giorno prima io e i miei cugini abbiamo pagato al Comune la tassa per evitare al feretro della zia lo sfratto dal loculo in cui riposa da più di venticinque anni.

CONSIDERAZIONE

L’ultima notizia di Sofia necessita di una severa riflessione.

La “Pietas” è morta.

Il sentimento di appartenenza alla famiglia umana è stato ucciso dalla trista e fredda amministrazione comunale. Il culto dei morti è vivo nei cuori dei sopravvissuti, ma non è contemplato negli aridi verbali delle istituzioni. Per fare cassa il sindaco e il consiglio comunale hanno imposto una sostanziosa tassa per prolungare la permanenza dei resti del defunto agli occhi e alla memoria dei posteri, pena lo smaltimento delle ossa e delle ceneri in un anonimo ossario. E così, i nipoti hanno versato il freddo denaro per consentire alla zia di essere ancora ricordata tramite il luogo e lo spazio occupato in cimitero e regolarmente pagato. Questo generoso e nobile riscatto dei familiari è ispirato a quella “Pietas” di cui dicevo in precedenza, quel sentimento che nella mitologia greca spingeva il giovane Enea a caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise e a salvarlo dalle ceneri di Troia e dall’ira veemente dei Greci. Enea non salvava soltanto il corpo di Anchise dalla sicura morte, Enea riconosceva e onorava le sue radici ancora vive e visibili e le portava in salvo per onorarle a favore della sua identità psicofisica, culturale e civile. Il sentimento della “Pietas” e il culto della memoria tramite i defunti si attestano nel rafforzamento della nostra identità e della nostra storia: noi siamo i nipoti della zia e apparteniamo a quella famiglia da cui traiamo i connotati organici, psichici e culturali.

Questo discorso non fa una grinza, ma non si conclude con la tristezza e la rabbia di un Comune inumanamente balordo che per sanare il bilancio impone le tasse sulle tombe, semplicemente si allarga nell’interiorità di ogni nipote che ha avuto modo tramite questo stimolo di riesumare i propri contenuti psichici in riguardo alla famiglia e nello specifico alle figure genitoriali. Il fatto storico e concreto di sanare un freddo debito con il potere politico e amministrativo scatena la tematica dell’identità psichica di ogni nipote e i meccanismi dell’identificazione messi in atto per la propria formazione evolutiva e per la propria “organizzazione psichica reattiva” o struttura. Sofia ha sognato di sé e della sua formazione in netto riferimento alla figura materna e alla maternità. Il sogno è interessato fortunatamente non alle beghe politiche, ma alle psicodinamiche umane anche belle e piacevoli e non sempre travagliate.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.”

Sofia ha “spostato” o “traslato” nella “cara zia” la figura materna con tutto il carico di vissuti che ha contraddistinto la sua formazione e la sua evoluzione durante l’infanzia e l’adolescenza. L’essere “sorridente” conferma la bontà del vissuto e la bellezza della relazione “madre-figlia”, nonché l’assenza di sensi di colpa. La “casa” è il simbolo della nostra “casa psichica”, della nostra “organizzazione psichica”, della nostra struttura formativa ed evolutiva. Sofia sognando precisa che il materiale prodotto la riguarda in prima persona, la sua “famiglia”. In quella casa e con quella famiglia sono cresciuta e mi sono formata. “Abitavo” dà proprio il senso della consistenza psicofisica e della pienezza della vita vissuta in quel contesto spaziale e temporale. “Era di sera” suggerisce uno stato crepuscolare della coscienza, ma questo obnubilamento viene ridimensionato dalla “luce accesa” ossia dalla presenza dell’Io e delle sue funzioni razionali. Sofia “sa di sé” e della sua storia, ha ben razionalizzato la sua infanzia e adolescenza e le psicodinamiche familiari.

Riepilogando: Sofia sogna la madre e il proficuo periodo dell’infanzia senza traumi e sensi di colpa. In sogno ha operato uno “spostamento” difensivo della figura materna nella “zia” per continuare a dormire e a sognare. La causa scatenante del sogno è stato l’evento storico del pagamento del canone cimiteriale a favore della salma della cara zia, familiare con cui condivideva la permanenza in un tempo diverso nella stessa casa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.”

Come dicevo in precedenza, la relazione con la zia era di buona qualità e di buon spessore nella memoria storica di Sofia, ma il capoverso si traduce nel modo seguente: la relazione con mia madre è stata chiara e non presenta sensi di colpa, ”pulita e in ordine”. Inoltre, la vivevo bene e senza traumi e rancori, con pienezza di sensazioni e di sentimenti. Anche la sua morte non ha compromesso e alterato questo vissuto nei riguardi di mia madre. “Contenta” dà il senso della pienezza del vissuto amoroso e “sorrideva” attesta della bontà e della bellezza dell’esperienza di figlia. Sofia esterna un buon vissuto nei riguardi della madre, dimostra di rievocarla senza particolari angosce e di non avere resistenze psichiche nel far emergere i ricordi.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.”

Sofia rievoca in sogno la sua infanzia e si porta dietro l’infanzia dei suoi figli. Questo elemento è significativo perché, annullando la dimensione temporale, Sofia ha la possibilità di viversi in sogno simultaneamente come figlia e come madre. La “casa a pianterreno” conferma la realistica concretezza del vissuto nei riguardi della madre e della loro massiccia solidarietà in vita e in morte. La separazione tra figlia e madre consiste nei “vetri della finestra”, le due dimensioni sono descritte in maniera che la vicinanza non venga turbata, così come la distanza non venga annullata. Si tratta di un convivere figurato della vita e della morte, della relazione e della separazione, della presenza e dell’assenza. Sofia porta i figli dalla nonna e li informa sulla sua infanzia. L’amore materno coinvolge Sofia e i suoi figli, la prima con la madre defunta, i secondi con la madre viva. Il sogno di Sofia oscilla tra questi due piani, il fisico e il metafisico, il reale e il surreale a riprova che la funzione onirica viaggia in maniera autonoma dalla Ragione e dalla Realtà e grazie alla Fantasia riesce a creare quadretti estetici e fortemente suggestivi.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.”

“Di madre in figlia”, Sofia figlia si racconta come madre ai figli, mostrando a se stessa il cammino esistenziale che si è snodato sotto i suoi passi e la formazione che si è data tramite quelle esperienze vissute “da piccola”. Sofia forma anche i figli comunicando la sua formazione e precisa loro che nella semplicità abitano i vissuti di una vita di bambina fortunatamente serena. Rivisitando i luoghi della sua infanzia, Sofia incontra la madre e mostra i suoi figli senza perdere l’occasione di essere “magistra” oltre che “mater”, proprio “raccontando” una metodologia psicoterapeutica che porta colei che parla, Sofia, alla presa di coscienza dei suoi vissuti e coloro che ascoltano, i figli, all’identificazione nella madre e nella famiglia. Sofia è una madre che ha dato ai figli anche il suo esempio, oltre che il suo insegnamento. Sofia in sogno gestisce la madre e i figli parlando di sé. Questa opportunità è legata alla figura della zia e alla disposizione fiscale del Comune in materia cimiteriale.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.”

Ritorna il concetto della semplicità formativa ed educativa, la modalità di vita e l’insegnamento dei genitori che dal poco hanno eretto un monumento più duraturo del bronzo: “io facevo notare ai miei figli”. Sofia mostra la sua empatia con la madre in “la zia mi vedeva e apriva”, evidenzia una relazione a filo doppio nel dare e nell’avere, del reciproco scambio e della reciproca comprensione: empatia e simpatia, ti sento dentro e sentiamo insieme. Sofia sottolinea ancora le virtù della modestia e della semplicità, nonché i valori della solidarietà e della vicinanza affettiva. Il detto popolare vuole che in una botte piccola ci sia sempre e soltanto del buon vino e che le cose piccole sono piene di sentimento; Sofia è una strenua seguace di questa filosofia collettiva. Sottolineo “mi vedeva e apriva” come i simboli portanti di un’esistenza equilibrata e solidale. Questo capoverso è pregno di affettività, senso e sentimento.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.”

A questo punto il sogno di Sofia prende il volo e passa all’approfondimento della relazione con la figlia a confermare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il titolo del sogno “di madre in figlia”. Dopo aver sviluppato la preziosa e semplice dialettica relazionale con la madre, Sofia svolge il suo vissuto verso la figlia adducendo una simbologia classicamente materna, come se consegnasse il testimone della maternità alla figlia dopo averlo ricevuto dalla madre in questa staffetta ontogenetica e filogenetica: origine di ciò che è e amore della specie o di ciò che è, entrambe le origini attribuite alla dea Madre e all’universo psicofisico femminile. Riepilogo e snodo il discorso simbolico del capoverso preso in considerazione. Sofia introduce due simboli classicamente femminili e materni, la “cesta” e i “sacchetti”, nonché la “sposa” e gli annessi e connessi estetici “dei nastrini e fiorellini”. L’esaltazione del grembo e della fecondazione si riscontra nell’evidenza della cesta che contiene i sacchetti, le uova pronte per essere fecondate e le uova ancora in via di maturazione e simbolo dell’abbondanza e della fertilità, la cornucopia della donna matura e pronta per essere fecondata, un discorso semplice e naturale che esclude fronzoli e ideologie. Il richiamo finale al matrimonio della figlia taglia la testa al povero toro per far pendere la bilancia sul tema archetipale della dea Madre, sulla condizione naturale della donna feconda, sullo schema culturale della verginità e dell’illibatezza, sul valore della fertilità nella coppia. “Di madre in figlia e di madre in figlia” è il titolo corretto e completo del sogno di Sofia. Sottolineo la delicatezza e la semplicità descrittiva dei quadretti che Sofia sognando riesce a elaborare, adducendo figure retoriche di massima divulgazione come le metafore della “cesta e dei sacchetti da sposa”.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia ritorna alla “zia” ossia alla “madre” spostata nella “zia”, quella figura materna a cui ha donato con il pagamento del tributo la possibilità di memoria e di convivenza nel cuore e fuori dal cuore, in un cimitero amministrato da personaggi crudeli e senza sentimenti, dal mondo arido della politica e delle amministrazioni comunali. Sofia ripropone il suo vissuto sulla madre molto lindo ed esente da conflitti e sensi di colpa, la sua buona “razionalizzazione” della figura materna e del lutto legato immancabilmente alla perdita: “vedevo”. La dovizie di particolari simbolici come “le piante ben curate” e “il pavimento lucido e pulito della stanzetta” dimostrano quella vena realistica e concreta che ha fatto della semplicità psichica un modo di vivere e di affrontare la vita.

Il sogno di Sofia è un’esaltazione del sentimento universale della “Pietas”. Sofia nella sua individualità riconosce e onora la sua radice materna e a lei porta riconoscenza e devozione all’interno di una cornice didattica dell’amore materno rivolto alla figlia che va in matrimonio, quell’unione a cui la nonna non ha potuto assistere e partecipare. Anche questo non è un dolore di Sofia, ma una pacata riflessione. Degna di nota è la modalità di sognare nel suo essere positiva, lineare, semplice e modesta. Gli orpelli retorici e tronfi non rientrano nella psiche di Sofia e in special modo nella rievocazione della madre, così come, quando la madre era viva, le difese psichiche sono state ampiamente ridotte all’essenziale e hanno permesso a Sofia di essere autonoma e di eliminare il rischio di dipendere dalla figura materna.

Un ultimo ringraziamento va alle autorità comunali che hanno favorito con una tassa “impietosa” un così bel sogno e una altrettanto bella psicodinamica nella forma più naturale possibile.

E’ oltremodo doveroso un promemoria profetico per gli altri nipoti che hanno contribuito al pagamento del tributo. Anche voi avete sognato immancabilmente vostra madre nelle sfumature simboliche che hanno contraddistinto la personale relazione psichica con lei. Se non ve ne siete accorti, vuol dire che funzione simbolica del sogno ha ben coperto la figura materna e magari avete sognato una mucca al posto della mamma.

Bonne chance!

LA SECONDA CASA

TRAMA DEL SOGNO

“Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.

Io sono dietro di lui di qualche passo.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Questo sogno appartiene a Megan.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono arrivata a casa mia, una sorta di seconda casa.”

Megan è una donna cresciuta ed evoluta che ha ancora qualche pendenza “edipica”, non ha ben calibrato e razionalizzato il suo “fantasma” e il suo vissuto nei confronti del padre e, di conseguenza si porta a spasso nel sogno la madre sotto forma di una donna intrigante e subdola che attenta al suo uomo e ai suoi amici in situazioni decisamente seduttive e intime. Ma, come dicevo, Megan è una donna cresciuta ed emancipata al punto di avere due case, una sicuramente è casa sua, “mia”, l’altra è la “seconda casa”, anzi “una sorta di seconda casa”, una decisa e coraggiosa asportazione della sua dimensione edipica dalla “organizzazione psichica reattiva”, dalla sua struttura psichica evolutiva. Megan può e sa trattare la relazione vissuta sin dall’infanzia con il padre e con la madre isolandola senza alcun rischio e pericolo di destabilizzarsi e opera in tal senso, rivive in sogno e descrive la sua “posizione edipica” anche perché è stimolata nella vita di tutti i giorni da qualche incidente o da qualcosa che non gira bene nella sua sfera affettiva e sessuale. Quindi, riepilogando, il “resto diurno” o la causa scatenante del sogno di Megan si attesta in uno stato affettivo e sessuale in cerca di migliore sistemazione, visto che parliamo di “case”.

Apro una porta interna e rimango choccata perché alla mia destra la porta è aperta e c’è la luce accesa.”

L’atmosfera è classica e di “suspence”, come nelle sceneggiature dei migliori film del filone mitologico di Edipo, come nelle più sofisticate rappresentazioni della cosiddetta “scena primaria”, il figlio o la figlia che coglie i genitori in flagrante e nell’inequivocabile atteggiamento intimo del coito. Dentro la sua “casa” psichica personale, quella emancipata dai genitori, Megan s’imbatte nella sua autonomia, sulla “destra in una “porta aperta” e in una “luce accesa”. Traduco i simboli e la psicodinamica. Megan è una donna libera, ma in una casuale e naturale introspezione, “apro una porta interna”, rimane colpita dalla consapevolezza che nel suo futuro prossimo c’è ancora in ballo la situazione relazionale con il padre e la madre, la sua “posizione edipica”. Megan pensava di aver liquidato le pendenze con il padre e la madre, ma si trova a prendere atto di quanto ben chiara sia la sua presa di coscienza e di quanto in ballo dentro di lei sia ancora questa mitica triangolazione. Questo è il senso teatrale del termine “choccata”, stupefatta e interdetta, sorpresa e alienata. Ripeto che Megan sta facendo questo sogno perché nella sua vita quotidiana qualcosa non gira bene in quanto ad affetti, erotismo e sesso.

Trovo un mio amico con la sua nuova compagna che ridevamo e facevano l’amore.”

Questa è la “scena primaria” nella classica versione psicoanalitica freudiana. La bambina s’imbatte realmente, o immagina altrettanto realmente, nel coito dei genitori, un’unione sessuale paventata e ricca di effetti speciali per l’intervento tremendo del sentimento della gelosia e del possesso, nonché del tradimento e dell’infingardaggine. Megan trasla il padre e la madre in atteggiamento oltremodo intimo “nell’amico” e nella “sua nuova compagna”. Il meccanismo onirico e primario dello “spostamento” consente a Megan di continuare a dormire e a sognare senza cadere nell’incubo e nel risveglio, portando così avanti la sua psicodinamica in atto, la travagliata ma abbastanza risolta relazione profonda con il padre e la madre. Ecco che li rappresenta nella loro intesa erotica e nella loro dinamica sessuale. “Ridevano” è più inquietante per Megan bambina del “facevano l’amore” semplicemente perché l’atto materiale si tollera e si digerisce, ma l’atto psichico si trasporta nel tempo e nelle sfere psichiche dell’empatia e della simpatia, della complicità e della solidarietà, Essere o sentirsi esclusa da questa modalità di vissuto relazionale è struggente e produce in Megan cento anni di solitudine.

Lui si accorge che io sono entrata e allora io sono uscita.”

Megan approfitta del sonno per sognare la sua reazione psicologica alla complicità a trecentosessanta gradi tra il padre e la madre, vissuti incamerati e organizzati nel corso della sua formazione evolutiva e denominati “posizione edipica”. Megan ha ben razionalizzato questo conflitto dell’infanzia e dell’adolescenza al punto che può entrare e uscire dalla sua stanza edipica, perché è di questa che sta parlando, è questa che sta riesumando e rievocando. Nota anche che tra lei e suo padre c’era e c’è una buona empatia e simpatia, complicità insomma, per cui si può permettere questa dispettosa scaramuccia con l’augusto genitore, ma in effetti la psicodinamica è tutta sua e solamente personale. Megan “sa di sé” e può visitare, entrando e uscendo, la sua relazione pregressa e attuale con la figura paterna.

Mi chiedo se anche lei si è accorta di me e se mi conosce.”

Questo è un capoverso ricco dei sentimenti della rivalità e della competizione nei riguardi della madre, la “lei” in senso di distacco e di superiorità. Megan attribuisce alla madre una certa qual consapevolezza del suo trasporto globale verso il padre e si dice “penso che anche mia madre sapeva che amavo mio padre o suo marito”. In ogni caso la donna rivale, che possiede il maschio in questione, è degna di un vissuto superficiale e andante. La competizione con la madre è improntata a metà tra orgoglio e risentimento, della serie “io non sono indifferente e non passo inosservata, mia madre si sarà accorta di quello che vivevo e provavo”. In effetti e concludo, si tratta di un dialogo di Megan con se stessa in riedizione della sua “posizione edipica” al completo, visto che non trascura di elaborare i suoi sentimenti e le sue sensazioni verso la madre e il padre senza assolutizzare la prima o il secondo.

Poco dopo fuori di questa casa e davanti a me vedo il mio uomo con lei.”

Ma guarda caso, non l’avrei mai pensato e tanto meno detto. Megan si relaziona con la gente e si porta dietro la modalità affettiva, erotica e sessuale che aveva elaborato e sperimentato quando era innamorata del padre e in competizione con la madre. Del resto, questo siamo e quello che abbiamo immaginato, vissuto e imparato lo trasportiamo pari pari nella realtà sociale di tutti i giorni. “Lei”, la madre, la segue e la perseguita, è un’ape regina che si prende tutti i maschi e adesso si intriga anche con l’uomo di Megan che questa volta non è apparentemente il padre, ma è sempre la figura paterna nella sostanza psicologica e profonda. Megan si è innamorata e ha scelto il suo uomo secondo il codice “edipico”, come si diceva, e sempre secondo queste coordinate si relaziona con il suo maschio. Resta sempre la diffidenza verso l’universo maschile, reo di non essere affidabile e di essere traditore.

Lui è inciampato ed è caduto goffamente.”

La rivincita di Megan a tanto alto tradimento è la derisione del “lui” amante e padre, secondo la dinamica più comica del teatro antico e moderno, l’inciampo e la caduta. Oltretutto la caduta è stata goffa, come la reazione di chi viene preso con le mani nella marmellata o con la lingua spiaccicata sulla “nutella”.

“Ben ti sta, brutto traditore, così impari!

Ma sai cosa ti dico?

Noi donne vi ridicolizziamo come e quando vogliamo.”

Megan spende una lancia interessata a favore dell’universo femminile, dando proprio potere alla donna che sceglie e prende il maschio imbecille che cede e si lascia avvincere senza consapevolezza, così, tanto per andare a scaricare in qualche anfratto il patrimonio dei coglioni.

Io sono dietro di lui di qualche passo.”

Megan in tanta psicodinamica è stata al suo posto e ha saputo controllare le evenienze fisiche e psicologiche della psicodinamica “edipica”. Lei ha ben capito tutto e ha ben controllato il tutto. A Megan non la si fa sotto i baffi, almeno su questi binari che portano alla formazione della coppia e alla vita in due, nonché alla necessaria limitazione della libertà d’azione, ma non di pensiero e d’immaginazione. Megan è sorniona nel collocarsi in sogno appena “dietro di qualche passo” agli uomini significativi della sua vita, il padre e il compagno in atto.

Provo un grande sconforto e mi chiedo come ha potuto venire a casa mia portando lei.”

E’ inequivocabile, Megan chiede a se stessa come ha potuto introiettare la psicodinamica edipica nel corso degli anni della sua formazione psichica e come si è potuta portata dentro la figura paterna con gli annessi e i connessi manifesti del tradimento e dell’intesa con la madre, dopo quello che c’era stato e per lungo tempo tra loro due. L’equivoco è sano e funge da motore di crescita per Megan bambina e adolescente. Lo “sconforto” è proprio un “non essere insieme a lui” e un “non ti porto dentro”, un senso di solitudine che si deve evolvere al meglio nell’emancipazione dalle dipendenze e nell’autonomia. E questo è avvenuto nella realtà e si sta riepilogando in sogno. Il perché di questo sogno deve trovarsi in una situazione relazionale e sessuale in atto o in una problematizzazione delle modalità di relazione con i maschi e con le donne da parte di Megan.

Ai miei occhi appare sfacciato soprattutto dopo quello che c’è stato tra di noi.”

Ancora una volta appare Pitagora con il suo “c.v.d.”, come volevasi dimostrare”. Megan si è sentita sfacciata con il suo comportamento nei riguardi dei suoi genitori e soprattutto non ha digerito di essere stata tradita e abbandonata, nonostante il suo atteggiamento provocatorio di cui conserva un residuo di vergogna. Proietta sul suo uomo in atto, il padre pregresso, quello che lei vive, il senso di essere stata eccessiva con la faccia deformata, “sfacciata” per l’appunto e per la precisione. Quello che c’è stato tra di noi non è proporzionale in alcun caso al deludente esito finale, per cui Megan mette un punto e avanti con il liscio e con la processione senza soffermarsi in inutili conflitti psichici e blocchi esistenziali.

Megan ha ben calibrato e risolto la sua “posizione edipica” e in sogno rafforza la sua autonomia psicofisica proprio riepilogando quello che ha vissuto intensamente e con il giusto equilibrio consentito a una bambina, a una adolescente e a una donna.

Questo è significato profondo e il monito reale del sogno di Megan.

Resta da chiedersi quale immagine ha Megan di se stessa, dal momento che è particolarmente remissiva e oltremodo civile con quella “donnaccia” che con non chalance gli ruba prima il padre e poi l’uomo. La risposta è la seguente: Megan ha dovuto a suo tempo mollare l’osso alla madre e ne è uscita da questa disputa rafforzata sulla liceità delle sue pretese verso un altro uomo, ma non credo che si lasci fregare l’uomo con quella remissività esibita nel sogno. E’ un residuo psichico del passato, della “posizione edipica” dove e quando è stata costretta a lasciare identificandosi nella madre e alla ricerca di un maschio che somigli al padre in qualche tratto. Megan ha sognato in toto la sua triangolazione dialettica “padre-madre-figlia” anche se si è spostata in avanti con il tempo per attestare quanto sia stata beneficamente segnata nella sua formazione psichica da questa primaria esperienza a sfondo erotico e sessuale.

Del sogno di Megan è stato abbondantemente detto, per cui il discorrere si può fermare qui.

GUERRA

Prima era prezzo del sale,

adesso del sacrificio.

Abbia pietà di noi, Signore.

Abbi pietà.

La tua casa,

la mia casa,

la mia spesa,

l’ombrello per la pioggia

e la cura nell’ospedale della resurrezione,

il bene e il male,

la mia vecchiaia

e la tua forza.

Cade tutto,

muri e pane,

la linea della nostra relazione,

il corpo a corpo degli amanti

e tutta la polvere che copre il sangue sul selciato.

Fango sui tuoi stivali col tacco dodici,

cessa la musica nel luogo del ballo,

cessa lo sballo di notti invase dalla noia.

Tutto torna all’essenza

che non vale un cazzo di niente.

Vorrei essere al mare con Dio

in volo dentro cieli azzurri.

Sabina

Trento, 05, 03, 2021


“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.