LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

A ME STESSA

Rieccomi.

Emergo.

Emergo e penso.

Penso che la ricerca di sé è una necessità di sapere,

una difficoltà di accettare,

accettare il non conosciuto,

accettare ciò che sembra di non ricordare,

accettare ciò che sei

anche quando quello che vivi ti piace poco.

Accettare ed essere grati.

Queste sono le chiavi di volta della Vita,

con l’Amore padrone indiscusso.

Non solo l’amore verso gli altri,

obnubilazione del proprio essere,

ma anche quell’amore che,

amando l’altro,

non mi permette di dimenticare me stessa.

Quello che le Madri insegnano è l’inverso:

amare gli altri anche a discapito di se stessi,

soprattutto quando mettono i nostri fratelli

nelle mani del nostro accudimento

perché, a loro parere, sono più fragili di noi.

Ma la fragilità è nascosta nelle pieghe dell’anima,

dietro parole, sorrisi e allegria,

e ricorda a gran voce che è nei modi più disparati,

soprattutto in quel senso di inadeguatezza

e nella voglia di chiudersi in casa,

al sicuro,

o in quell’ansia che sbuca fuori come un ladro,

all’improvviso.

Le mie fragilità sommerse hanno deciso di bastare a se stesse

facendo credere al mondo,

quel mondo attento soltanto ai miei sorrisi,

che non ho bisogno di niente.

Per questo mio niente io chiedo

e chiedo ancora di sapere di me.

Cercare di sapere cosa nascondono le mie profondità

è forse l’unico modo che conosco di chiedere

all’unica persona dalla quale io pretendo di avere e di ricevere:

me stessa.



Carmen Cappuccio



Siracusa, 20, giugno, 2021



GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

LA CASA RIARREDATA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Sonia

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).”

Sonia si trova in quella fase dell’esistenza in cui la vita invita a una riflessione degna del miglior filosofo tedesco o di Thomas Mann. Sonia ama la libertà e soprattutto sentirsi libera, è insofferente ai divieti e ai tabù, alle preclusioni e alle inibizioni. Sta bene, sta veramente bene. Sta vivendo in libertà e sta riflettendo sul cammin di sua vita. E’ questa l’esigenza della donna, “correre per strada scalza”, tirare fuori la sua “parte psichica maschile” e prendere in mano le redini della sua vita, tirare fuori finalmente gli attributi e vivere alla grande riflettendo e con le giuste e naturali difese sessuali e affettive: “in slip e canottiera con un odometro”.

Buona corsa!

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).”

Lo stato di coscienza è obnubilato, crepuscolare. La vigilanza vacilla, ma la vena riflessiva è a mille. Viene meglio pensarsi al “buio” anche perché l’interesse precipuo di Sonia è quello di fare un tagliando psichico, di revisionarsi nei pezzi e negli ingranaggi. “Correndo” rivisita la sua vita in famiglia senza dare la minima impressione di “regredire”, di tornare indietro a “posizioni” già vissute della sua evoluzione psichica per motivi difensivi dall’angoscia dell’oggi. E’ “andata oltre”, per il momento non ha recriminazioni da fare a se stessa e ai suoi augusti genitori, per cui la strada al “buio” si lascia correre bene e in maniera eccitante. Sonia è in uno stato proficuo di benessere psicofisico, si sente addosso una buona dose di “libido genitale” e una gran voglia di far sesso. Correndo si è eccitata e ha proprio bisogno di un uomo doppio e di colore, simbolicamente attestandone la virilità più che la pericolosità sociale. Le intenzioni di Sonia su se stessa sono decisamente benevoli, si vuol bene e ha voglia di appagare i suoi istinti e i suoi desideri sessuali in maniera accentuata e inequivocabile. Tecnicamente si può dire che emergono le pulsioni dell’Es e le reazioni si colorano di rosso. L’istanza sessuale dice la sua e vuole conto e ragione delle sue richieste. L’Io deve dare una risposta a tanta domanda. Soprattutto l’Io deve mettere d’accordo le pulsioni dell’Es e i divieti del Super-Io che si è profilato nelle figure dei “genitori”. Sonia è in pieno trambusto dei sensi e in altrettanto pieno conflitto con le sue cosucce psichiche.

Vediamo dove va a parare.

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.”

Adesso l’istanza censoria e limitante del Super-Io si è manifestata in carne e ossa nelle figure e nelle divise “dei poliziotti”. La richiesta d’aiuto si attesta nella paura morale, più che etica, nei divieti familiari e culturali, visto che ricorre a una simbologia istituzionale, i “poliziotti”, e con un “sos” dettato dal sentimento complesso della paura, “impaurita”. Sonia ha preso paura delle sue cariche erotiche e sessuali che sono emerse in sogno e si sono fomentate tra seduzione e dondolii in una cornice di rivisitazione della sua esistenza e del suo percorso di vita. Il “Super-Io” di Sonia è drastico e all’antica: del tipo “queste cose non si devono fare e tanto meno pensare. E poi, perché non usi bene la seduzione mettendoti addosso un vestito, usando delle modalità relazionali con esposizione ed esibizione, dei modi di essere da farsi desiderare?” Insomma il potere di una donna non è la nudità e l’offerta tacita e larvata di un corpo da portare in un amplesso molto mascolino, i “due uomini di colore dalle intenzioni malevole”. Il potere di una donna si colloca nel fascino che sa creare nell’altro e sicuramente in un maschio ben piantato. Svestita non vado bene, devo vestirmi per avere risultati migliori, devo farmi desiderare e non mostrare la mia disponibilità. I “guai” migliori sono quelli che si camuffano e che arrivano dietro una sottile e arguta regia: il fascino e la seduzione. Il Super-Io è giudizioso e l’Io non può che acconsentire. L’Es ne esce sacrificato, se qualcosa non cambia a livello di strategia psichica globale.

Sonia, pensaci tu!

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.”

Allora Sonia cambia la scena. In questi tempi di misura obbligata delle distanze viene a mancare l’odometro e il motorino dei due mori è scomparso per lasciare il posto alla “chiesa” e al desiderio di avere vicino il suo compagno. Sonia è irrequieta, prima era sessualmente eccitata, adesso ha “sublimato la libido genitale” e non si trova assolutamente bene in questa veste di suora novella, come il buon vino di febbraio. Adesso, in compenso, Sonia si è “normalmente vestita”, ha ripreso i suoi vecchi modi di essere, di esistere, di offrirsi, di relazionarsi e ha anche sentito il desiderio di avere vicino il suo compagno, l’uomo che non c’è quando si ha bisogno, l’uomo che Sonia non rende presente perché non sente il bisogno di averlo presente. I posti a sedere ci sono, ma Sonia non ha bisogno di ristagnare nella “sublimazione della libido” e specialmente dopo il promettente esordio nel sogno. E quest’uomo non fa al caso suo, non rientra nelle sue modalità innovative di essere e di esistere, non è il nuovo che avanza, è il vecchio e l’obsoleto che ritorna e che Sonia non gradisce assolutamente, tanto meno il suo Es con tutto il corredo di pulsioni erotiche e di desideri sessuali che si ritrova. Sonia non trova nessun posto che la soddisfi. Eppure i posti ci sono e sono tanti e sono liberi e sono in chiesa, ma Sonia è veramente attizzata dalla ricerca di cambiare e soprattutto dal non ricorrere alla “sublimazione” per risolvere la sua vitalità sessuale. Sonia è inappagata, non sta né in cielo, né in terra, né in nessun luogo, “nessun posto” la soddisfa. La “libido” aspira a una migliore soluzione.

Sonia, dove ci porti adesso con il tuo sogno?

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.”

Nella strada della sua “ex casa coniugale” Sonia procede per associazione e alla “chiesa” dell’attuale stato psicofisico oppone la sua modalità di essere donna e di vivere la “libido” con il precedente uomo, l’ex marito. Sonia rivisita la sua dimensione di donna sposata e si scopre “titubante”, poco affermativa e poco sicura di sé, molto difesa e strutturata nella relazione coniugale, meglio, nella sua modalità psicofisica di essere e di esistere all’interno della relazione di coppia. Ecco, Sonia è attratta dalla questione femminile in riguardo allo stare in coppia. Qual’è il ruolo e la funzione della donna nel rapporto con l’uomo? Sonia accusa questa lacuna psicofisica, non ha imparato ed evoluto questi abiti e questi modi nella sua adolescenza e, di conseguenza, la sua evoluzione al femminile ha trovato una donna “scalza, in slip e in canottiera”, un ruolo precario e senza fascino, una parte poco seduttiva ed eccessivamente disinibita. Sonia non ha piena consapevolezza di questa “parte psichica di sé” che riguarda il potere della seduzione: “sperando di non essere vista”.

Il prosieguo del sogno deve essere illuminante.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.”

Sonia sta visitando la sua dimensione maritale di donna. La speranza di non essere vista si evolve nella certezza che “lei non mi vede”. Lei è l’altra, quella attuale del suo ex, quella che ha preso il suo posto coniugale e che ha una figlia che sembra un maschio. Loro sono “fuori in giardino”, si espongono, si offrono, socializzano, hanno “stranamente le porte tutte aperte”. Lei ha tante idee e anche sofisticate. Questa donna è l’immagine ideale di Sonia, una donna disinibita e appagata nella maternità e molto capricciosa, seduttiva nel dire e nel fare, fascinosa e vaporosa come i suoi “capelli”, le sue idee innovative. Nella realtà quella donna dell’ex non è proprio così perché quella è Sonia, l’immagine ideale di Sonia, la donna che avrebbe voluto essere e che non è stata almeno fino a questo momento. Ma l’istinto è buono e la tensione a migliorarsi altrettanto. Non resta che provarci sotto la spinta della nuova condizione di donna che, rivisitando la sua vecchia storia, può attingere le novità desiderate e archiviare gli errori commessi dentro e fuori. Bisogna aprire le porte, bisogna farsi vedere, bisogna far crescere i capelli e fare possibilmente le “meches” sui tanti ricci spuntati come idee nuove, come pensieri prepotenti e positivi.

Quale parte della sua casa psichica Sonia andrà a visitare in sogno?

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.”

La cucina è immancabile ed è immancabilmente la zona degli affetti, la parte psichica deputata all’esercizio delle relazioni significative e dei sentimenti di solidarietà e di partecipazione, la vita dei legami psichici ispirati alle buone intenzioni dell’amore, la zona dello scambio e del commercio psichici, l’area degli affetti e della comunicazione. Sonia nota subito che non è la cucina di una volta, rileva subito che è stata trasformata in “un salottino” esotico con una formalità estetica e relazionale. E gli affetti non sono più quelli di una volta e l’amore non si scambia in maniera “genitale”, senza nulla chiedere in contraccambio, ma si smercia secondo modalità di apparente vivacità e prive di sostanza. La vita affettiva è stata “ri-arredata”, è stata riadattata alle nuove persone e alle nuove evenienze con originalità, ma senza tradizione. Gli affetti si scambiano all’impronta e non hanno la sostanza delle radici e la continuità della famiglia. Il suo ex si è dato alle novità del tempo, magari si è risposato con una donna straniera e di cultura diversa, magari ha cambiato arredamento per dimenticare e dare spinta alla voglia di nuovo e di originale. Tutto questo è materiale psichico di Sonia “proiettato” per difesa sul suo ex e sul contorno affettivo e sociale. In effetti, è Sonia che ha tanta voglia di riformularsi nei diversi settori della sua area psicosociale, nonché affettiva ed erotica sessuale.

Quale altro rilievo, alla luce del suo monotono e superato passato, Sonia escogiterà per evolversi?

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Sonia taglia la testa al toro, “decido” ossia taglio, meglio, Sonia taglia con il passato perché sente l’emergenza di un drastico cambiamento. Ma ancora le resistenze non mancano e immancabilmente affiorano dal “profondo psichico”, condizionato dai vissuti e dagli schemi del passato. La sua “casa” psichica ha un “Super-Io” molto rigido, ha una serie di divieti che tralignano nei sacri tabù, ha introiettato una morale rigida e puritana, è governata da un sistema di censure che ricorda l’Italia democristiana degli anni cinquanta. Per sua fortuna Sonia ha maturato un “Io” intelligente e critico, oltre che abilmente analitico, che riesce anche a ridicolizzare l’azione limitante del “Super-Io”, ha acquisito una forma di autoironia nel dirsi che non ha senso chiudersi dentro, se poi si sente il prepotente bisogno degli altri e delle relazioni del suo tipo, quelle che le si confanno e che rientrano nella sua formazione e nei suoi tratti caratteristici, nelle sue tendenze ed elezioni. Faccio finta di non voler nessuno e invece ho bisogno di tutti. “Far entrare” ha una valenza recettiva che viaggia dallo psichico al sessuale, dalla relazione libera alla disposizione al coito, dall’affabilità alla seduzione. Questa è la nuova consapevolezza di Sonia: un bel traguardo e una buona conquista nella crescita personale. Il fallimento di un matrimonio o di una relazione non viene per nuocere, anzi è uno strumento di maturazione per il bisogno di evolversi che ti lascia dentro.

Dove ci porta adesso Sonia dopo questo proficuo “sapere di sé”?

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Ci porta fuori dalla casa, nel suo ambito relazionale, nel suo quartiere e nella sua piazza. Nell’incamminarsi trova la chiave di ulteriore comprensione di sé e del suo patrimonio psichico da investire in nuove forme di relazione e in rinnovate modalità sociali di offerta di sé. Pur essendo tra la gente, Sonia sente il bisogno di “scendere delle scale di cemento scomode e impervie”. Traduco l’arcano e l’assurdo che soltanto nel sogno può convivere grazie ai meccanismi del “processo primario”, deputato alla formazione del sogno: “devo materializzarmi, devo rivalutare il mio corpo e i suoi bisogni nelle relazioni sociali, devo investire il mio essere corporeo femminile in attesa di essere conosciuta anche per le qualità del carattere, devo essere per niente platonica per commutarmi nell’Aristotelismo e nell’Epicureismo, nel dato di fatto del corpo e nell’esaltazione del piacere, “eu-daimonia”, avere un buon demone dentro, uno spirito vitale che coincide con lo psicosoma, il corpo-mente”. Non è finita la psicodinamica evolutiva. Sonia si compiace con se stessa per la sua liberazione e per la sua abilità nel non essere incorsa nelle “resistenze” e nei blocchi delle sue strade psichiche a opera dei poliziotti e dei carabinieri della sua Psiche, i dettami del “Super-Io”. Adesso vive meglio e si vive decisamente meglio, con amor proprio e con amore. La sua casa psichica è stata veramente “RI-ARREDATA”.

Brava Sonia!

Hai visto cosa combini dormendo e sognando?

LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

DUE BISTECCHE SUL COMO’

TRAMA DEL SOGNO

“Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.

Li raccoglie pungendosi.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.”

Tra Linda e la nonna corre buon sangue. La nipote ha ben operato nei confronti della nonna e quest’ultima non è stata da meno. Hanno stabilito un mutuo soccorso e una proficua solidarietà. Della nonna Linda ha apprezzato le capacità relazionali e nel complesso tutta la sua “casa” psichica e non soltanto la sala da pranzo. La nonna è stata una figura femminile importante perché ha consentito alla nipote spazi di identificazione e affettività protettiva in quantità. La nonna è stata anche “magistra”. Tutto questo non fa mai male.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.”

Linda passa direttamente alla gestione degli affetti e dell’intimità , “deve cucinare”, ma ha la consapevolezza che nella realtà esistono conflitti sottili e dolorosi anche negli ambiti relazionali più desiderati come quello della sessualità. Dopo il buon esordio subentrano le prime nubi a testimoniare che non è tutto oro quello che brilla e che sotto la cenere cova il fuoco del contrasto e della discordia. I conflitti esistono e sono acuti e acuminati, ma ancora il sogno non suggerisce in cosa consistono e chi coinvolgono. Le relazioni di Linda non sono del tutto lineari e hanno angoli da smussare. La capacità di socializzare della nonna comincia a fare qualche crepa nella “organizzazione psichica” della nipote. Gli “aghi” e gli “spilli” attestano simbolicamente la dolorosità di alcune problematiche che non sono state del tutto risolte ed esaurite o di alcune esperienze degne di essere vissute per i benefici effetti che si trascinano dentro e dietro, come quelle della vita erotica e sessuale.

Li raccoglie pungendosi.”

La dolorosità dell’ago e dello spillo ha un sapore di violenza compatibile con il piacere, quanto meno sanno di un prezzo da pagare all’evoluzione psicofisica.

Linda sta rievocando in sogno la sua esperienza di deflorazione?

Linda insiste sugli aghi e sugli spilli e sulle punture che intercorrono nell’atto del raccoglierli. Quest’ultimo termine attesta di una capacità recettiva di Linda in un contesto di solidarietà e di benevolenza. Linda si trova con la nonna e nella casa della nonna, un luogo dove può aver consumato l’esperienza “traumatica” della deflorazione. Del resto, se la figlia non ha un buon rapporto con la madre per confidare la sua avventura e i suoi timori, la nonna è il “refugium peccatorum”, la consolazione dei peccati e dei peccatori. La nonna è anche la maestra disinibita che insegna il come, il quando e il perché su certi temi culturalmente scottanti come quelli che riguardano il corpo e i suoi diritti sensoriali e sensuali.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.”

Ma la nonna non ha una buona consapevolezza del fatto occorso alla nipote e non sa bene il giudizio da dare all’esperienza sanguinolenta della nipote che s’imbatte negli spilli e che gioca con gli aghi. Lodevole resta il “tentativo di aiutarla” in grazie al buon investimento affettivo, ma si sa che il tempo corre e la cultura avanza e i nonni non sempre sono al passo con i tempi. “Non ci vede bene” o non ci vuole vedere bene per non mischiarsi in situazioni delicate di varia umanità e per non entrare in conflitto con i genitori di Linda. Non si tratta di illustrare e assistere la nipote sul menarca, in questo caso ci sono gli “spilli” e gli “aghi”, gli organi sessuali maschili valutati nella loro funzione penetrativa e deflorante con espresso riferimento al sangue. Comunque la nonna resta sempre una figura valida e un alleato formidabile.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.”

La simbologia accentua la valenza affettiva del cibo ed erotica della “bistecca da cucinare” e per giunta “sul comò della camera”. Sono due le bistecche e sono due i corpi, così come la camera da letto e il comò non sono luoghi e mobili deputati a “cucinare” le bistecche. Queste “traslazioni” sono apparentemente incongruenti e calzano simbolicamente a pennello, così come la parola “cucinare” condensa la seduzione e la conquista psicofisica. Non si tratta di una esperienza unilaterale, è un vissuto condiviso e con solidarietà reciproca. Dalla sala da pranzo alla stanza da letto il passo è breve e consequenziale non soltanto a livello simbolico, ma proprio nella fisicità delle persone e degli eventi. A questo punto occorre soltanto condire le bistecche con il sale iodato e le spezie mediterranee.

Buon appetito!

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.”

Come volevasi dimostrare, il trasporto dei sensi spesso ne combina di tutti i colori. Linda è alle prese con la sua dimensione affettiva, erotica e sessuale e con l’alleanza della nonna sta vivendo la sua maturazione psicofisica attraverso la deflorazione, la perdita della verginità, la lacerazione dello imene, il primo rapporto sessuale completo. La sua imperizia nel muoversi è giustificata dall’emozione che induce la prima volta e dal trambusto dei sensi e degli affetti: “nel trasporto del cibo”. Lo stesso termine “trasporto” è tutto un programma e anche altro, una serie di pulsioni e desideri che vanno in porto e vedono la luce della realtà. La “sala” è l’ambito della relazione amorosa e il simbolo dello scambio. Il “macello” significa trambusto sanguinolento e irruenza sensoriale. “Unge dappertutto” si giustifica simbolicamente con il sistema dei liquidi sessuali che vanno dalla lubrificazione vaginale all’eiaculazione, le unzioni reciproche di ordine corporeo e laico. Questo capoverso è l’allegoria della deflorazione coniata da Linda nel sogno.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

In tanta baldoria e allegria arriva alla fine il senso di colpa che fa capolino nella figura censoria del “padre”, che altro non è che l’istanza psichica “Super-Io” di Linda. Quest’ultima è stata garibaldina nella liberazione del suo essere femminile verso le dimensioni psicofisiche della donna. Dopo il menarca la deflorazione è la tappa obbligata per l’emancipazione e l’autonomia anche in riguardo esclusivo al corpo. La lacerazione dell’imene in un ambito sessuale è l’acquisizione della libertà di gestire il corpo, la vita e la vitalità sessuali al meglio e senza limitazioni nocive. Certo che l’educazione familiare e sociale intervengono a presentare il conto alla “libertina” Linda. Il senso di colpa è leggero, dal momento che Linda si lamenta soltanto che forse è stata frettolosa e la sua deflorazione è stata precoce. Non era l’ora giusta per mangiare le bistecche, per vivere questa esperienza di crescita attraverso la sessualità “genitale” e in superamento evolutivo della sessualità “narcisistica” di stampo masturbatorio. Niente di grave, perché il senso di colpa è lieve e si giustifica con la perdita del mondo infantile e con la responsabilità di un corpo da gestire negli istinti sessuali e negli impulsi erotici. Adesso Linda sa che può vivere la sua “libido” in maniera completa e non parziale e tanto meno surrogatoria. Un grazie di cuore va certamente alla nonna perché l’ha accompagnata nella rievocazione di un’esperienza intima e personale.

Tutto questo materiale psichico è stato infilato in un breve, intenso e strano sogno.

LA MATERNITA’ EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

“Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Così e questo ha sognato Baba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.”

Baba è in introspezione, sta viaggiando dentro se stessa per trovare i suoi tesori nascosti, ha una buona confidenza con se stessa e con il suo mondo interiore: “camminavo da sola a passo svelto”. “Le strade di una periferia cittadina” disegnano il progetto onirico di Baba: partire dal presente psichico per addentrarsi possibilmente in qualche arteria che velocemente porta all’immagine dello stato psichico in atto: “un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante”. La meta non è poi male anche se Baba ha “costeggiato una massicciata ferroviaria”, ha intravisto i suoi “fantasmi di morte” e le sue perdite depressive, tutte esperienze vissute che portano a un presente psicofisico in cui a un ristagno delle energie vitali si oppone una vivida carica di “libido”, di vitalità del corpo che vuole e della mente che desidera: “un’erba verde brillante”. E tutto questo andare avviene secondo le direttive di “arterie a scorrimento veloce”, di una consolidata “coscienza di sé” che spazia e si muove con disinvoltura e speditezza. L’introspezione iniziale viene confermata insieme alla “brillante” confidenza che Baba ha con se stessa.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.”

Baba rievoca con la giusta freddezza l’evento psichico che sta preparando in sogno con tutte le precauzioni per non fare scattare il risveglio tramite la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”, il cosiddetto incubo. La “luce fredda” è dovuta simbolicamente a una “razionalizzazione” ormai stagionata dei vissuti in questione: la ragione senza emozione, una forma metallica di rivivere le esperienze significative occorse nella vita. “Invernale” ha una chiarezza depressiva, come un voler dire “nella caduta della vitalità, nella senilità, nella stagione del tramonto”. Baba è fortemente consapevole, “era giorno”, che le emozioni sul fatto in questione sono state stemperate e addirittura liquidate, per cui può andare avanti e oltre con la massima tranquillità. Tutto è sotto il controllo dell’Io vigilante e cosciente.

Che tristezza, ragazzi!

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.”

Baba cammina tra l’imperioso e il solenne e al centro della sua vita in atto, delle esperienze in ballo e dei vissuti coinvolti, logicamente i suoi e soltanto i suoi. Tutto il resto e tutti gli altri sono “ai bordi del mio passaggio”. Importante e degna d’interesse è soltanto la madama che, tra il riflessivo e lo ieratico, avanza al centro della sua strada, delle esperienze in atto nella sua vita. Baba è tutta presa da sé senza narcisismo, ma con tanta buddistica consapevolezza, una “coscienza di sé” che oscilla tra la nostalgia e l’attesa, tra il dolore del ritorno e il desiderio dell’avvenire. In questo riattraversare le persone importanti e marginali della sua vita e in questo renderle presenti nella panoramica mentale del ricordo emerge la protagonista del sogno con tutta la tristezza della rievocazione e la percezione gioiosa della propria consistenza psicofisica. La santa passa e la processione avanza con la statua in prima fila. Tutto resta ai bordi del suo passaggio. Non è narcisismo, è tristezza, è l’allegoria della nostalgia. Non resta che attendere dove Baba va a parare in pompa magna.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.”

La tristezza è propedeutica alla Bellezza. Non si può gustare il Bello ridendo e tanto meno sorridendo. La dimensione estetica abbisogna di quella riflessione matura che, a sua volta, ha bisogno del tempo adeguatamente vissuto nell’attesa di arrivare “in una bellissima città” e di “un largo su cui si affacciano le case”. E la Bellezza immancabilmente arriva giustamente sollecitata dal paesaggio e soprattutto dal colore, anzi dai colori “blu pavone” e “giallo zafferano”. Baba è più che mai in una “reverie” nel “reve”, in una immaginazione nel sogno, in una serie di immagini che si snoda nel teatro onirico dietro la sollecitazione dell’introspezione, di questo guardarsi dentro con confidenza e con altrettanta confidenza lasciare sfilare i ricordi in questa passerella della nostalgia, di quelle persone e di quelle storie che sono state vissute e ben sistemate nel registro adeguato.

E quale registro poteva essere più giusto di quello della Bellezza?

Baba “sublima” con la leggerezza del suo passo e dei suoi sensi il materiale psichico che tocca e condensa in “due case” e soprattutto nei “colori” di questi ricordi e di queste esperienze, “due meravigliosi colori resi più intensi da una consapevolezza che affonda le sue radici nel Profondo psichico, “dal mare che alle mie spalle”. La Bellezza è la trasfigurazione di persone e di personaggi, di “fantasmi” e di esperienze vissute, che a contatto con la Ragione trovano l’armonia dei sensi in una pacata compostezza che si stampa nella facciata delle case originalmente colorate di esotici “blu pavone” e “giallo zafferano”. Questi due colori e la luce del mare fanno il capolavoro. La curiosità nasce nel prosieguo dell’interpretazione del sogno e nell’attesa di individuare precise sagome e personaggi all’interno di queste due case. Prima è opportuno parafrasare quanto detto in maniera più chiara e pop. Baba ha recuperato dal suo passato esperienze vissute e le filtra con i canoni estetici per viverne la Bellezza, al di là delle connotazioni umane ed esistenziali

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.”

Era l’ora che volge al desio e ai naviganti intenerisce il core, il tempo della caduta dei sensi in sul tramontare della vita, prima della morte, prima di godere della vita vissuta e del ricordo dei minuti fermati negli attimi. Baba ha passato i cinquant’anni e ha una piena consapevolezza del suo corpo e dei diritti del suo essere femminile in piena ottemperanza alle leggi di Natura che esigono “un tramonto in una fine estate”. Anche la coscienza del luogo, “Siracusa”, è vivida come il gusto dei vissuti sensoriali che sono associati a “un uomo”, una figura maschile che permette all’amore di Baba di riscattarsi dalle pastoie del tempo andato e delle occasioni mancate tra un dejà vu e un dejà vecu, tra un desiderio che ritorna e una nostalgia che si allontana. Baba riesuma un uomo che ha fatto entrare dentro di lei con la consapevolezza del godimento estetico dei sensi che non vogliono in alcun modo “sublimarsi” nella stagione dei saldi e degli sconti presso il centro commerciale più vicino al luogo del peccato e al suolo francese, meglio mediterraneo, meglio siracusano che non è mediterraneo e neanche francese. Questo è il luogo di Baba, il “topos” in cui ha consumato il più grande peccato della sua vita, notare un “uomo che in leggera salita cammina verso il largo delle viuzze”, un uomo che aveva già conosciuto tra i meandri della sua miscellanea di sensi brillanti e di sensazioni eclatanti, di desideri eccitati e di pulsioni cruente. Il luogo è quello che sbocca nello spazio aperto di un orgasmo vissuto con un uomo sconosciuto ma ben preciso nell’immaginazione creatrice di una bambina arzilla che tanto fantastica e altrettanto allucina. Baba finge di non essere lei la donna inquisita sull’altare dei preti politicanti, ma sa benissimo che quell’uomo è suo padre camuffato dal saio di un frate cappuccino che sale la strada che porta al convento dopo la questua, dopo aver frequentato donne di mercato e uomini peccatori. Baba è in piena rievocazione della sua “posizione edipica” e sta riesumando il padre dalle fondamenta di una città che è il suo corpo, il padre incarnato nei suoi desideri di bambina e ancora irretito nelle maglie della donna di oggi, un tempo che volge al desio e a Baba intenerisce il core. Ma Baba finge di non riconoscere le fattezze del padre, ma non può fare a meno di conoscere i segnali della sua eccitazione, del suo pentolone che bolle e ribolle tra ricordi antichi e lontani e tra desideri presenti e urgenti.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.”

Ecco che Baba sale a sua volta e ha la piena consapevolezza che negli amplessi pericolosi, “la curva a tornante”, si corre il rischio di avere dei figli, “due ragazzini, un maschio e una femmina”, si rischia l’incesto e di avere un figlio dal padre, anzi due figli da “fantasmi” diversi ma sempre riconducibili alla figura paterna. E proprio perché si tratta del padre, la funzione onirica provvede a rappresentarlo senza rappresentarlo, senza “sembianze” e senza “nome”. I padri “ricompaiono” sempre sul luogo del delitto consumato dalle figlie birichine e vogliose, così come i figli inanellati con uomini diversi, a che non si riconosca il vento di tramontana che ha lasciato immancabilmente il posto allo scirocco dopo un periodo di bonaccia. Legge universale onirica impone che le persone senza volto e senza nome siano i genitori. Tutto merito del buon funzionamento della censura onirica e dei meccanismi di formazione e confezionamento del sogno. Nello specifico, a che non si fosse ancora capito, Baba sta sognando le pulsioni e i desideri edipici, la pulsione sessuale e il desiderio di donare un figlio, anzi due, al padre in riconoscimento del suo valore di donna matura.

Il prosieguo lo dirà nei termini chiari come l’acqua di fonte che scende dalla montagne del Trentino e che con la fantasia arrivano alle pendici di Buccheri, la dove nasce l’Anapo e dove inizia il lungo travaglio di ricerca della sua Ciane, prima della fusione acqua con acqua, prima di inabissarsi e scomparire nelle falde calcaree del vallone di Carancino.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.”

La felicità è la presenza di un demone dentro, l’innamoramento e l’amore sono i tormenti consapevoli di questo spirito vitale che Freud volle chiamare “libido” sulla scia di Dioniso, di Epicuro, di Nietzsche. Il demone non si lascia suggestionare dai doni della Ragione di Apollo, il demone è birichino e gode alla visione del tormento procurato per grazia ricevuta. Baba è felice perché ha una prospera vitalità che l’assiste nel cammino del tramonto e che non disdegna di abbandonarsi alle dolci trame del ricordo. Baba è incinta di lui e vuole dare parola, “gli dicevo”, a questa nuova consapevolezza di avere ancora un figlio a strascico di quelli paterni, di essersi fatta ingravidare da un uomo in proseguimento della processione del Santo paterno. Dopo due figli edipici Baba è riuscita a concedersi un figlio tutto suo che sa e odora del dopobarba di suo padre: la consapevolezza di questo mondo incubato e tenuto a lungo nel sicuro delle grate e delle griglie oniriche è la novità del tempo maturo, della terza età, quella che viene sempre prima della quarta età e dopo la seconda. Mi spiego e mi rispiego: Baba sa del suo forte e contrastato legame con il padre e del perché non si è mai legata abbastanza agli altri uomini della sua vita al punto di avere gravidanze, travagli, parti e figli da svezzare e accudire sin dal primo mese, doni dell’amore “genitale”, quello che viene dopo quello “edipico”.

Una domanda sorge spontanea come nelle migliori dizioni del giornalista nel suo antico “mi manda Lubrano”: ci sono le uova per fare la frittata adesso che non si è più giovani?

Dopo tante fughe in avanti e in retro la donna si accorge del suo amore variegato nei confronti del padre e della sua realtà di un nostalgico desiderio di potenza e di onnipotenza. Per fortuna oggi la gravidanza può essere “assistita” in onore al padre e senza quell’uomo che non è necessario in un universo in cui i figli sono delle madri e in attesa di essere di se stessi.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Con i conforti religiosi si è spento il desiderio di una donna edipica e si è ricomposta la salma del padre come nelle migliori tradizioni popolari e nei più brillanti riti profani. La titubanza è la sorpresa che si mangia a piccoli bocconi prima del piatto forte e risolutivo, “anche lui mi amava”, ma soprattutto prima del “silenzio assenso” tanto caro ai prefetti della Repubblica quando non sanno che pesci pigliare, quando ignorano di saper leggere e scrivere. Baba finalmente ha sciolto il nodo e ha tagliato la testa al toro: l’immagine paterna mi ha affascinata nel corso della mia vita e adesso ho la piena consapevolezza dei condizionamenti esistenziali che mi sono data da sola ristagnando creativamente in questa “posizione psichica edipica”. E’ oltremodo ovvio che “non diceva di no” è la classica “proiezione” che si può usare come esempio illustrativo nella didattica dei novelli psicoanalisti, quelli che non ci sono più e che sicuramente non sono mai esistiti dopo di Lui. Il “controtransfert” del padre non lo sapremo mai, ma piace immaginare che il vecchio marpione sapeva ben calibrare il suo intervento in maniera compiaciuta verso la figlia procace, al fine di renderla fascinosa quel che basta per diventare una maliarda.

Buon viaggio e buon appetito, Baba!

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.

LA CASA SENZA MOBILI

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.

Le pareti erano bianche,aveva grandi finestre ed era molto luminosa.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere.

Il mio attuale ragazzo era nel salone.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.”

Clotilde è una donna spartana, non perché è nata a Sparta, semplicemente perché manifesta una “organizzazione psichica” sguarnita di modi di essere e di esistere, priva delle tante modalità del pensare e dell’agire, semplificata nelle esperienze vissute. Clotilde tende all’essenziale, ha fatto la sua vita al minimo e non certo al massimo dal momento che dentro le è rimasto ben poco delle lezioni che l’esercizio del vivere quotidiano impartisce sia nel privato e sia nel pubblico. Clotilde ha una povertà psico-culturale che è la classica eredità di coloro che hanno poco elaborato perché hanno ricevuto pochi stimoli da se stessi e dall’ambiente. Clotilde non ha maturato la motivazione giusta per crescere arricchendosi con le esperienze vissute e per capire i sensi e i significati di tutto il materiale che acquisiva senza assimilarlo. Clotilde è una donna semplice perché non è stata aiutata a capire dai genitori e dalla scuola. Nessuno le ha dato gli strumenti interpretativi necessari per arredare la sua “casa” psichica. I “mobili” attestano simbolicamente della ricchezza dei contenuti e delle abilità, della materia e dei criteri, dei vissuti e dell’interpretazione. Clotilde ha una casa senza mobili e non ne ha consapevolezza. E’ cresciuta secondo natura e con quello che di biologico serviva per continuare a vivere, senza strumenti per capire e senza sovrastrutture per approfondire, senza schemi per interpretare la realtà degli uomini e delle cose. Negli anni cinquanta erano culturalmente poveri un bambino e una bambina che parlavano soltanto il dialetto e non conoscevano la lingua italiana. Negli anni sessanta erano culturalmente poveri un ragazzo e una ragazza che non conoscevano l’ideologia nazifascista e socialista o l’imperialismo americano e sovietico. Negli anni settanta erano culturalmente poveri un giovane e una giovane che non conoscevano tutte le canzoni dei Beatles e la guerra in Vietnam. Negli anni ottanta erano culturalmente poveri il giovane uomo e la giovane donna che non conoscevano la Psicoanalisi e la storia della Democrazia cristiana. Negli anni novanta erano culturalmente poveri un uomo e una donna che non capivano la caduta dei totalitarismi e non conoscevano la produzione discografica dei Pooh. A questo punto avete sicuramente capito cosa si intende per povertà culturale, per cui posso procedere con l’interpretazione del sogno di Clotilde dopo aver aggiunto che da quel momento storico, anni novanta, alla povertà culturale è subentrata anche la povertà etica e morale.

Le pareti erano bianche, aveva grandi finestre ed era molto luminosa.”

Mi sono dilungato per arrivare alle “pareti bianche” della casa di Clotilde, alla semplicità e uniformità della struttura psichica, alla mancata assimilazione e personalizzazione dei dati psichici e culturali da parte di Clotilde. Tutto questo avveniva non per incapacità della ragazzina, ma semplicemente perché nessuno glielo insegnava, per penuria educativa dei genitori, per colpa dei cattivi maestri e delle severe maestre che portavano avanti i cavallini e lasciavano indietro gli asinelli. Eppure questa casa di Clotilde era “molto luminosa” perché aveva “grandi finestre”. Se non ci sono mobili, le pareti non servono e allora ben vengano le finestre a testimoniare la propensione sociale di Clotilde e la sua apertura al mondo esterno quasi a compensare le mancanze interiori con una estroversione pericolosa perché non supportata da capacità di analisi critica dei fatti e delle persone. Clotilde cresce come un agnello in un branco di lupi. La luminosità viene dall’esterno, dalle finestre aperte nella società e nelle relazioni. In questo settore Clotilde non è seconda a nessuno, è cresciuta nella strada e con i monelli del quartiere, è vissuta nel cortile con la gente umile e semplice che abita in una sola stanza, che parla il dialetto e che conosce a memoria le canzoni di Claudio Villa e Nilla Pizzi. Questa è la sapienza e la saggezza di Clotilde, quella pop, quella popolana che si trasmette per via orale come l’Iliade e l’Odissea e che contiene lo scibile umano in forma simbolica.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere”

Cosa dicevo prima?

Avete visto che la disposizione e la disinibizione sociali di Clotilde sono veicoli di pienezza psicofisica?

La gente protegge, ti dà la possibilità di relazionarti, di confrontarti, di identificarti e di non restare sola e senza neanche un prete per chiacchierare nelle domeniche d’agosto. L’apertura sociale di Clotilde è direttamente proporzionale alla sua disadorna interiorità, l’abilità a intrallazzare è pari alla sua penuria di pensiero e di azione in riguardo a se stessa e alla sua dimensione interna. Clotilde è nettamente squilibrata verso l’esterno perché si è dovuta compensare buttandosi fuori, andando a vivere con gli altri e come gli altri, a farsi da sé con la gente e tra la gente. Ma la società non è poi sempre buona e protettiva. Nel sociale incontri il gatto e la volpe, il lupo e l’agnello, il mercante e il prete, lo gnomo e il gigante, il buffone e il pagliaccio, i mezziuomini e i galantuomini, i quaracquacquà e i pupari. Il “benessere” che ti dà la società è rutilante, spesso luccica e abbaglia, libera e cattura, in ogni caso è un benessere secondo natura alla luce che l’uomo è un animale sociale. Una cosa è certa: Clotilde sta bene con la gente.

Il mio attuale ragazzo era nel salone”

La socializzazione non manca a Clotilde, così come la capacità seduttiva. Del resto, è cresciuta in strada tra la folla ed è stata adottata dalla gente del quartiere. Si è, quindi, adattata alla varietà psichica delle persone e si è relazionata secondo i suoi e i bisogni altrui. Spunta nella casa disadorna ma pulsante di vitalità un uomo, “il mio attuale ragazzo”, che suppone la presenza nella sfera sentimentale di Clotilde di altri ragazzi e tutti figli della gente e della strada. Il “salone” condensa la socialità formale e il ricevimento ufficiale, la maestria nel dispensare ruoli e mansioni alle persone di cui ci circondiamo. Questo “attuale ragazzo” è il paravento razionale del vero desiderio, quello sostanziale, di Clotilde. Questo è il fidanzato ufficiale, quello che si presenta ai parenti per candidarlo al ruolo di futuro sposo all’interno di una famiglia legata alle tradizioni, agli usi e ai costumi del passato. C’è un “ragazzo attuale” e si attende l’emersione di un “ragazzo inattuale”, quello che riveste il desiderio erotico e sessuale di Clotilde, quello della sostanza a cui la donna, cresciuta nel mondo e tra la gente, è abituata e aspetta di vivere. Clotilde non è una educanda delle suore di sant’Orsola, altrimenti avrebbe avuto la casa adorna di strumenti interiori di comprensione di se stessa e della realtà esterna, uomini e oggetti compresi. Clotilde è una donna navigata e abile nel destreggiarsi nei complotti e nelle contese, come Filumena Marturano. Clotilde sa il fatto suo e sa ben girare la frittata senza far cadere una goccia d’olio extravergine d’oliva sul ripiano della cucina. Il tempo lo dirà e il prosieguo del sogno non mancherà di dare il suo nulla osta.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.”

Clotilde mena il gioco perché conosce le regole del gioco. E’ una donna culturalmente e psicologicamente semplice, ma capace nelle arti della seduzione e del contratto, della truffa e del sortilegio. Clotilde ha su di sé poche idee ma chiare, sa bene di essere una donna e sa come atteggiarsi nella psicodinamica relazionale con l’uomo, quel maschio e quella varietà di maschi che ha ben conosciuto nel quartiere e che hanno formato il suo abito femminile e le sue arti di donna, latino “domina”, italiano signora e padrona. Clotilde conosce i tempi e gli atti: “Ad un certo punto vado in un’altra stanza” senza mobili ma intensamente vissuta, dal momento che si tratta della camera da letto. Clotilde si sposta facilmente nella sua casa, non ha particolari inibizioni a ospitare e a gestire gli avventori, un segno evidente della sua semplificazione sociale e attitudine alla relazione. Clotilde si avvia a visitare ed evidenziare la sua intimità profonda e i suoi segreti di donna attenta all’essenziale e molto pratica. Questo capoverso del sogno ha il sapore di una insidia e di preparazione a emozioni intense, dopo il formale approccio nel salotto con “l’attuale ragazzo”. La funzione onirica offre tutti gli strumenti per preparare l’evento e per mostrarlo con la giusta suspence.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.”

Come dicevo in precedenza, Clotilde da sveglia è una sognatrice e usa la sua immaginazione in maniera eccitante e seduttiva. La stessa operazione allucinatoria tra fantasia e ragione instaura sognando. Costruisce una scena di seduzione alla sua maniera con tanto di imprevisto e desiderato, con tanto di capi da sartoria e di colori giusti per il fascino della sorpresa e dell’incontro del suo tipo. Clotilde non avrà tanti mobili nella sua casa luminosa con tante finestre e sarà anche estroversa, ma sulle fantasie erotiche è ben attrezzata e si è costruita un buon arredamento senza ricorrere a Ikea. Analizziamo l’allegoria della seduzione. Clotilde è girata di spalle rispetto alla porta in chiara postura dell’attesa e della sorpresa, quasi a giustificare l’eccitazione dell’impatto desiderato e falsamente inaspettato. “Indossavo” si traduce in coprivo il mio corpo, avvolgevo le mie membra, calzavo la mia difesa, coprivo la mia nudità per darle il miglior fascino possibile a questo mondo e in questa situazione. Clotilde conosce la psicologia erotica del maschio e sa che una donna ben avvolta nei punti giusti è più eccitante di una donna lampantemente nuda come un verme. Ripeto, Clotilde avrà una povertà culturale, ma sa ben interpretare se stessa nelle movenze e dei desideri, è l’artista della sua persona, possiede la maschera che ha scelto e la riguarda nel profondo e nell’intimo. Arriviamo al “vestito nero”. In questo caso il colore “nero” non evoca il lutto e la perdita, tutt’altro! Evoca l’attrazione dell’acquisto, l’enigma che si disvela nel colore bianco della pelle. Il nero copre e fa da sfondo alla psicodinamica successiva. Clotilde si fa vedere di spalle in maniera difesa e restia all’impatto diretto, si fa vedere vestita del colore che contrasta in maniera vivace con il corpo che copre e che lascia spazio all’immaginazione del fruitore o dell’avventore ignoto e ben capitato tra le arti sottili della seduzione di una donna maliarda. Il prosieguo avvallerà la scena della attesa e della sorpresa.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.”

“All’improvviso” non è poi tanto all’improvviso perché si era capito e da tempo dove Clotilde si stava dirigendo, dove voleva arrivare e anche cosa voleva fare. Il sogno ha incorporata la funzione “thriller” e in questo caso ha la sua efficacia per l’effetto temporale, “un uomo che ho frequentato in passato”. Si può anche aggiungere e “che non ho ancora dimenticato”, dal momento che me lo porto a spasso in sogno come attore protagonista del mio film rosa di sentimento e rosso di passione. La relazione non si è chiusa bene e in maniera definitiva. I due non si sono lasciati bene ed ecco che Clotilde sogna in maniera disinibita e sincera quello che le è rimasto dentro di quest’uomo, i suoi vissuti intimi che emergono dal passato per un happening adatto alla sognatrice. Dal corredo delle esperienze amorose vissute Clotilde tira fuori una figura che l’ha particolarmente colpita nel bene e nel male, l’ha eccitata con delle sensazioni e dei sentimenti ambivalenti e per questo motivo ben fissati nelle mente e nel ricordo. La parola “frequentato” è indicativa di un distacco difensivo dal coinvolgimento, a cui corrisponde un attaccamento emotivo e un legame per quello che si è vissuto e che si poteva ancora vivere insieme. In ogni caso si tratta sempre e solamente dei vissuti di Clotilde, di quel materiale psichico che non si è sedimentato e che è rimasto sospeso come un conto all’osteria. Dietro Clotilde in abito nero si è palesato un uomo del passato, un ex a tutti gli effetti. Non resta che proseguire soprattutto per ammirare e apprezzare la maniera in cui la funzione onirica procede senza che Clotilde ne sia cosciente e secondo i suoi vissuti da sveglia immaginati, come la narrazione prediletta dell’incontro erotico con un uomo. Il copione è dentro.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.”

Clotilde ama fare ingelosire i suoi uomini e farli arrabbiare esibendo il suo benessere psicofisico. In questo quadretto si consuma il sentimento della gelosia nella speranza che non finisca nel dramma a cui da sempre siamo abituati e più che mai in questi tempi in cui la Psicologia maschile sta attraversando una perdita depressiva di potere e non soltanto. La gelosia è tutta pari pari di Clotilde e la proietta per difesa sul suo ex ragazzo per vanagloria e per compensazione alla frustrazione subita. Mi spiego meglio. Clotilde non ha dimenticato il suo ex e soprattutto non ha archiviato la modalità aggressiva e seduttiva che lui conferiva al loro rapporto. In questo momento del sogno Clotilde ha il ragazzo attuale nel salone e il precedente ragazzo in camera. Ha riservato un vissuto e un trattamento formali al primo e ha scelto per il secondo una scenografia altamente seduttiva e prepotentemente erotica: le spalle, l’abito nero, lo sguardo incurante verso la finestra, e non verso la porta, che denota un momento trasognante e uno stato di coscienza crepuscolare, classico dei fumi del desiderio. Clotilde ha fatto arrabbiare il suo ex intendendo riferire della sua eccitazione proiettata sul ben capitato. Clotilde sogna il ragazzo che le è rimasto impresso e se lo porta in camera rievocando le pulsioni e l’eccitazione che contrassegnavano i loro incontri. Era una relazione dinamica e avversativa e l’attrazione consisteva in questo conflitto perenne che andava a concludersi nella gloria dei sensi. Anche in questa “location” psicofisica si giocava la stessa partita del contrasto e del conflitto. Clotilde immagina il suo ex ragazzo geloso e tradito e ancora innamorato di lei, ma in effetti si tratta di una sua bella e buona “proiezione”. Ma il sogno deve procedere tutelando i veri vissuti per non incorrere nell’incubo e nel risveglio. “En passant” ricordo che l’incubo scatta per difesa psicofisica nel momento in cui il “contenuto latente” del sogno coincide con il “contenuto manifesto”: il fallimento della censura onirica. Abbandoniamo la teoria e andiamo sulla sceneggiata erotica che si sta consumando.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.”

A proposito di salmo e di gloria, in questo caso si va verso l’espressione sadomasochistica della “libido anale”, si procede nelle pulsioni e nei desideri di Clotilde verso lo strappare il vestito, il rovinare sempre il vestito e il picchiare il corpo femminile. E’ oltremodo chiaro che Clotilde sta esibendo la sua “libido anale” e nello specifico la sua componente erotica e sessuale di qualità sadomasochistica. Ritorna il meccanismo onirico dello “spostamento” e il meccanismo psichico di difesa della “proiezione”: “voleva” e “voleva”, due volte in nove parole compare “voleva”. Clotilde è una donna, più che dalla grande volontà, dal grande desiderio di procedere verso l’orgasmo durante il rapporto sessuale attraverso l’offendere e l’essere offesa. Il piacere passa attraverso il dolore. Quest’ultimo viene sublimato come una forma di piacere e incentiva a dismisura il godimento favorendo la progressiva caduta della vigilanza per approdare nella terra di Dioniso. Clotilde ha una modalità erotica e sessuale “anale”, in quanto esige la dialettica psicofisica e il trionfo del senso doloroso del piacere, la conversione sensoriale nell’opposto. Qualcuno si chiederà, a questo punto, perché Clotilde procede in questo modo nelle sue relazioni sessuali. Il naturale “sadomasochismo” appartiene alla formazione e rientra nella “organizzazione psichica reattiva”, per cui è naturale che per raggiungere il risultato finale bisogna procedere nel sentiero del dare e ricevere dolore. Importante è il limite del “sadomasochismo”, perché può tralignare nella psicopatologia come tutte le cose psichiche e non. Clotilde vuole essere strappata, rovinata e picchiata. Traduco i simboli. “Strappata” attesta della potenza della penetrazione e del ritmo coitale, “rovinata” significa verbalmente e fisicamente vituperata, “picchiata” si traduce in carezze pesanti e tracciabili come i pagamenti elettronici. Il corpo viene simboleggiato da Clotilde nel suo “vestito”. Il suo vestito è la sua pelle e la pulsione sadomasochistica esige che porti le tracce della benefica violenza subita e arrecata. Proprio arrecata, perché stiamo parlando di “sadomasochismo” nel dare e nel subire azioni forti e prossime alla violenza. Aggiungo che questo tratto “anale” sadomasochistico è molto diffuso nell’universo psicofisico femminile, più che maschile. Spesso la donna si trova con un maschio inopportuno perché molto rispettoso ed educato, per cui deve sollecitarlo a cambiare registro perché la cosa non funziona in quel modo blando. Procedere è obbligo anche per vedere come finisce la dialettica competitiva e come si snoda l’erotismo e la sessualità di Clotilde.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.”

Ricordo che parlare all’orecchio è seduttivo, è un segno inequivocabile d’intesa su progetto intimo, almeno quel farsi parlare all’orecchio da Clotilde. Cambia la strategia erotica in questo sogno da naturale Kamasutra: dalla “libido anale” alla “libido fallico-narcisistica” con il superamento del “sadomasochismo” e l’introduzione della variabile voyeuristica. Clotilde sta rievocando in sogno i suoi gusti erotici e le sue fantasie sessuali, ripeto assolutamente naturali e normali, sta esibendo le sue predilezioni in un rapporto del suo tipo, sta sciorinando con i simboli i suoi preliminari e il suo coito al meglio possibile e consentito da madre natura. Clotilde varia le dinamiche psicofisiche e non cade nell’eccesso sessuale, quello che crea danno e traligna nella violenza. Clotilde esterna i suoi gusti e dice che dopo la dinamica sadomasochistica è opportuna la dinamica voyeuristica, epiteliale e uditiva, la “libido” degli occhi, del tatto e dell’udito, tre sensi che nell’erotismo hanno il loro notevole peso e la loro adeguata funzione. In questo rispolverare la varia gamma della sua “libido”, Clotilde si imbatte sugli occhi per guardare e farsi guardare, sulla pelle per dipingere e farsi dipingere, sulle orecchie per ascoltare e farsi ascoltare. L’erotismo trionfa in questa fiera delle pienezze sensoriali e non certo delle vanità. Clotilde è maestra e dispensa lezioni di alto gradimento ai suoi uomini ex e in atto, è una donna di potere che ha fatto della seduzione la sua ricchezza erotica da vendere e da comprare sempre su sua direzione e discrezione. Ricordo che orecchio, derma e occhi vogliono e meritano degnamente la loro parte in questa scena di ulteriore progresso erotico. Ancora il sogno non è finito e le sorprese finali attendono coloro che non si meravigliano di niente, le persone navigate e vissute come Clotilde.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.”

La “conversione nell’opposto” si palesa immediatamente nell’essere “inerme”. La donna di potere, fallica alla Afrodite, che ha menato la danza fino a questo punto, adesso si dispone all’orgasmo attraverso questa sua abilità a lasciarsi andare e a farsi fare. Meno male che era “impaurita in parte” a conferma del suo esserci e del suo gestire anche nella completa passività e inducendo l’altro a muoversi per approdare da qualche parte con l’imbarcazione. Clotilde sa di essere passata senza colpo ferire dall’esercizio erotico della “libido sadomasochistica” alla “libido fallico-narcisistica”, dalla “posizione psichica anale” alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, e si sente attizzata da questo passaggio al godimento dei sensi vari e variopinti come la vista, il tatto e l’udito. Il contatto si prolunga con fantasia e varietà dei temi e dei tempi suonati in questo valzer delle sorprese per l’ex e in questo copione preferito dalla furbissima Clotilde. Si confermano le sue abilità erotiche e le sue doti relazionali, tutto in funzione di se stessa e indirettamente per il benessere della coppia di turno. Inerme, impaurita e sollevata sono i tre attributi psicofisici su cui Clotilde ha giocato la sua partita con un uomo ex nella camera e il suo uomo attuale in attesa nel salotto.

Quanta gente ci portiamo dentro e anche nei luoghi più impensati e nei contesti meno opportuni!

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde si sta svegliando e se la racconta in sua difesa e in onore agli scampati ed eccitanti pericoli. “Sapevo” denota il “sensus sui”, il senso di sé e il tutto sotto controllo da parte di una donna che la sa lunga e sa ben recitare la parte interessata della gestione di due uomini che a distanza di pochi metri non si accorgono l’uno dell’altro semplicemente perché Clotilde li sa ben controllare e nella sua auto-consapevolezza sa ben gestirli secondo i suoi bisogni erotici e sessuali. C’è un uomo per il salotto e c’è un uomo per la camera, entrambi sono dentro una donna che conosce molto bene le arti seduttive, erotiche e sessuali in funzione del suo benessere psicofisico, del suo orgasmo e della sua autostima. Di certo, Clotilde non ha bisogno di loro e tanto meno del loro aiuto. Nulla da eccepire in questo sogno in cui è assente la “libido genitale” e che celebra il trionfo dei sensi nelle varianti aggressive e gratificanti, compiaciute e disinibite. Di donne come Clotilde ce ne sono fortunatamente tante.

I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.