RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 5

Quis multa…

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
grato, Pyrrha, sub antro?
Cui flavam religas comam

simplex munditiis? Heu quotiens fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,
qui semper vacuam, semper amabilem
sperat, nescius aurae
fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer
votiva paries indicat uvida
suspendisse potenti
vestimenta maris deo.

VERSIONE LETTERALE

A Pirra

Quale fanciullo snello tra tante rose
asperso di profumi odorosi si stringe a te,
o Pirra, dentro una compiacente grotta?
Per chi annodi la bionda chioma

semplice per le eleganze? Ahimè quante volte
piangerà la fedeltà e gli dei cambiati e le acque
sconvolte da neri venti
guarderà stupito,

lui che credulone ora ti gode splendida,
lui che sempre libera, sempre amabile
ti spera, ignaro del vento ingannevole.
Infelici coloro ai quali

tu risplendi integra: la sacra parete
con la tavola votiva indica che io
ho appeso al dio potente del mare
i vestiti inzuppati.

VERSIONE LETTERARIA

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

COMMENTO

La prima questione verte sull’identità di Pirra.
Chi è Pirra?
E’ una donna viva e vegeta che Orazio ha amato con tanto trasporto dei sensi per essere poi ripagato con un tradimento o con una serie di imbrogli fedifraghi?
E’ il fantasma della seduzione femminile, introiettato durante l’infanzia nel corso della sua formazione psichica, depositato nella sua dimensione profonda e proiettato in maniera inequivocabile e terapeutica nei suoi prodotti poetici?
Il nome Pirra può riferirsi alla realtà del colore rosso fuoco dei capelli della donna o simbolicamente può riguardare l’ardente forza amorosa e l’indole particolarmente caustica della donna nei confronti dell’universo maschile.
Pirra è una donna reale e fascinosa che Orazio vive in maniera paranoica e condensa nei versi dell’ode per rilevarne l’inaffidabile seduzione.
Il nome è antico e rievoca il mito di Pirra, la progenitrice delle donne scampata insieme al marito Deucalione a quel diluvio universale che Zeus aveva scatenato per punire la malvagità degli uomini.
La mitica Pirra era una donna giusta e privilegiata dal Cielo olimpico, una donna eletta dagli dei e sopravvissuta alla catastrofe naturale in versione mitologica greca, una donna che ripopola il mondo nella sua componente femminile gettandosi alle spalle le pietre che simbolicamente rappresentavano le ossa di Gea, la dea madre.
La Pirra descritta da Orazio non è certo una progenitrice delle donne e tanto meno rientra nel ruolo della benefattrice dell’umanità; la Pirra di Orazio possiede una forte ambivalenza psichica e morale, oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra il piacere e il dolore, la sindrome di Afrodite e della sirena, un connubio fascinoso di maschile e femminile.
Pirra è provvida e gratificante nei confronti dei suoi maschi perché è fonte di godimento sensoriale, ma guai a quegli uomini che a lei si affidano attraverso i sentimenti e peggio ancora avanzano pretese di possesso della sua femminilità, una dimensione intesa nella duplice valenza del corpo e del carattere.
In questo infausto caso è assicurato un terribile naufragio, un disastro amoroso che comporta l’alienazione e la perdita di sé.
Pirra è stata certamente amata da Orazio con trasporto di sensi e con rischio di sentimenti, ma il poeta ha avuto l’accortezza di non abbandonarsi ingenuamente alla volubilità della donna, una mutevolezza simile a quella del mare nel suo naturale trapassare da calmo a tempestoso nello spazio di breve tempo.
Orazio si era già trovato nella tremenda tempesta emotiva della gelosia e si era invischiato in maniera struggente nel personale fantasma di ipotizzare un maschio, più potente di lui nell’esercizio amoroso, che insidia il suo possesso, oggi la volubile e inaffidabile Pirra, ieri la spergiura e infedele Neera.
L’epodo XV, nei versi 1…6 recita sul tema della volubilità femminile in questo modo:
“Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex
lentis adhaerens bracchiis,“
“Era notte e la luna brillava nel cielo sereno
tra le stelle minori,
quando tu, pronta a offendere la potenza degli dei sommi,
giuravi sulle mie parole,
stretta a me con le braccia abbandonate più fortemente
che non si avvinghi l’edera all’alto leccio,”.
Neera è la donna spergiura a cui Orazio si rivolge in questo epodo senza struggimento e senza rancore, quasi con una freddezza che sa di delusioni superate e di esperienze umane proficuamente acquisite.
Orazio poteva approfittare del verso giambico per aggredire l’inaffidabile Neera e per esternare la sua giustificata misoginia, ma in lui prevale sull’istinto aggressivo un intento poetico e un’ispirazione lirica che si esprimeranno in maniera costante nelle successive opere.
La discutibile e discussa figura di Neera ritorna nel carme III, 14, versi 21 e 22, sempre connotata da un misterioso fascino e da una delicata sensualità, quasi a confermare che Orazio è ambiguamente attratto da un tipo di donna che poi possibilmente condanna per la precaria affidabilità.
“Dic et argutae properet Neaerae
murreum nodo cohibere crinem;”
“Dì a Neera dalla bella voce che si affretti
ad annodare la treccia color di mirra;”.
I connotati del fascino di Neera sono la bella voce e i rossi capelli, oltremodo degni di essere raccolti in una treccia con la premura di una donna amante che si dispone alla seduzione amorosa o si stacca dall’amplesso sessuale.
La voce bella e i capelli rosso bruno nella cornice di un bel viso sono attributi femminili che Orazio predilige e che ricorrono con frequenza nelle poesie dedicate alle donne che a diverso titolo si sono alternate nelle sue predilezioni estetiche, sentimentali ed erotiche.
Anche la figura di Lidia nel carme III, 9, nei versi 1…4 e nei versi 17…24 conferma l’ambivalenza psicologica di Orazio nei confronti dell’universo femminile.
“Donec gratus eram tibi
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.“
“Finché ti ero gradito
e nessun giovane più forte cingeva le braccia
intorno al tuo candido collo,
sono vissuto più felice del re dei Persiani.”
Dall’analisi dei versi si evince ancora una volta il fantasma della labilità affettiva femminile, della precarietà temporale nella vita amorosa e della minaccia incombente di un uomo più prestante nel cuore e sul corpo della donna.
Questi tormentati vissuti psichici non dispongono decisamente alla felicità, sia nella forma della “eudaimonìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione socratica e aristotelica, sia nella forma della “atarassìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione scettica ed epicurea.
La presenza di un “buon demone”, una buona vitalità, o la “assenza di angoscia”, l’imperturbabilità dell’animo, sono un traguardo arduo da raggiungere, dal momento che persiste in Orazio a livello psichico profondo un pessimismo nei confronti dell’universo femminile, un vissuto negativo maturato sicuramente durante l’infanzia e riferito alla madre, una figura determinante nella formazione psicologica e prevalentemente rimossa che inevitabilmente ricompare traslata nelle varie donne di cui immancabilmente Orazio è attratto nella buona e nella cattiva sorte.
E’ opportuno rilevare che della madre il nostro poeta non fa alcun cenno nelle sue opere e all’incontrario presenta spesso la figura paterna come determinante nella sua educazione e nella sua formazione psicologica.
La “eudaimonìa” e la “atarassìa” impedite pregiudicano anche la felicità intesa come “edonè”, piacere dei sensi, a causa dello struggimento che comporta il sentimento della gelosia.
Orazio ha sempre un conto sospeso con la donna e in particolare con le sue donne come si deduce dalle tante poesie in cui domina l’elemento femminile contraddistinto dai soliti opposti sentimenti e dai soliti ambigui contrasti.
Consideriamo il sentimento della nostalgia, il desiderio della riconciliazione e il senso estremo dell’amore riferiti alla figura di Lidia e di Cloe sempre nel carme III, 9, versi 17…24.
“Quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo?
Si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
Quamquam sidere pulcrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.”
“Cosa diresti se l’antica Venere ritornasse
e noi separati costringesse in un giogo di bronzo?
Se la bionda Cloe fosse scossa giù
e si riaprisse la porta per Lidia respinta?
Sebbene quello è più bello di una stella,
tu più leggero di un sughero e
più irascibile dell’ingiusto Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.”
Ritornando all’analisi della figura umana di Pirra, è opportuno rilevare che al posto dello struggimento per la naturale tendenza della donna al tradimento Orazio esibisce una lucida coscienza sulla natura femminile, dimostrando anche di aver adeguatamente razionalizzato i suoi fantasmi psichici sulla parte negativa dell’universo femminile e di avere in tal modo vanificato i suoi tormenti, per cui riesce finalmente a guardare con sorridente comprensione sia la donna e sia il “gracilis puer”, quell’uomo giovane e avvenente che lo ha sostituito nelle grazie di Pirra.
Al contrario di lui e per contrasto Orazio si reputa sano e salvo come un abile e fortunato marinaio che dopo un naufragio, un naufragio d’amore, può ancora ringraziare il dio del mare che lo ha voluto tra la sacra lista dei sopravvissuti alle pene infernali delle onde e dell’amore.
Al giovane inesperto ed ingenuo si oppone il poeta ricco della sua maturità di uomo e della coscienza di sé grazie alla sua esperienza di amante della stessa donna e di navigato conoscitore dell’universo femminile.
In ogni caso la considerazione della donna risulta sempre deficitaria e ambigua nel versante umano, sentimentale ed erotico, una ostinata misoginia associata a un drastico fantasma personale.
Pur tuttavia Orazio ritiene che l’amore sensuale sia una panacea per la malattia esistenziale dell’uomo, ma è accorto nell’evitare la sua possibile degenerazione in una fonte di ulteriore dolore.
Un compiaciuto sollievo e un sottile rimpianto sono condensati nelle vesti ancora umide e appese come “ex voto” alle pareti del tempio del dio del mare; l’autoironia domina nella figura del naufrago scampato alla tempesta.
L’ode è leggera e raffinata, cosi come convenzionale è il tema della volubilità femminile.
Esiste su questo tema un preciso riferimento al grande poeta greco Anacreonte: frammento 65 G.
“Duro, il mio pugilato:
ora emergo e sollevo
il capo, e a te, Dioniso,
io rendo grazie, ché ho fuggito Amore
………………………………
porti il vino nell’anfora
e porti l’acqua…
e chiami….
la grazia……

La struttura dell’ode è complessa e articolata con legami tra le parti che attestano un calibrato “labor limae” e una preziosa capacità tecnica e formale che contribuiscono insieme all’ironia a sollevare l’ode dalla piatta autobiografia all’universalità del vissuto.
Del resto il tema della natura sentimentale ed erotica femminile ricorreva negli epigrammi ellenistici, un repertorio che costituisce per Orazio un vasto serbatoio a cui attingere con la sua arte finemente allusiva al di là della convenzionalità lessicale.
Giusta considerazione meritano le metafore marine: il mare e la tempesta, la donna e il tradimento, figure retoriche diffuse nella letteratura greca e latina per evidenziare sempre l’instabilità emotiva e la fallacia sentimentale della donna insieme alla sua tendenza fedifraga.
Nell’ode III, 26 Orazio esprime il suo tormentato anelito verso Venere e il mare con i significati simbolici annessi.
“Vixi puellis nuper idoneus
et militavi non sine gloria;
nunc arma defuntumque bello
barbiton hic paries habebit,

laevom marinae qui Veneris latus
custodit. Hic, hic ponite lucida
funalia et vectis et arcus
oppositis foribus minacis.

O quae beatam diva tenes Cyprum et
Memphin carentem Sithonia nive
regina, sublimi flagello
tange Chloen semel arrogantem.”

“Sono vissuto fino a ieri idoneo alle fanciulle
e ho militato non senza gloria;
ora le mie armi e questa cetra
veterana staranno qui, alla parete

che protegge il fianco sinistro di Venere
del mare. Ecco, le fiaccole di luce,
qui a questo punto. E gli archi minacciosi,
le leve per forzare porte ostili.

Ma tu dea che sei signora a Cipro
e in Menfi dove mai cade la neve,
regina, con la punta della sferza
tocca una volta Cloe, fanciulla presuntuosa.

Si rileva il trasporto sentimentale e nostalgico nei confronti di Cloe, una presenza femminile costante e sempre inquietante, così come non si può tralasciare il distacco emotivo di Orazio dalle dinamiche psicofisiche e relazionali classiche della giovinezza.
Il poeta attesta infatti un’incapacità di pathos, una freddezza supportata e compensata ampiamente dall’ironia, quella sua vena ironica maturata nel tempo e nel travaglio delle esperienze vissute.
Questo bagaglio esistenziale viene espresso senza la contaminazione formale di questa o di quella scuola letteraria, dal momento che è autentica e appartiene tutto all’uomo Orazio.
L’ombra malinconica del distacco di un uomo maturo dal fascinoso gioco della vita si staglia nitida nel tappeto del tempo e con leggerezza apparente e grazia elegante si dispone secondo le linee d’ombra di uno stile armonico nell’architettura e nel colore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 17, 03, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021