DEDICATO A ROSA

nella Natura dormiente,

Rosa aulente tra le croci delle viti odorose di zolfo,

Rosa silente tra i sudari quotidiani della buona curandera

che a luglio guarda il cielo d’agosto

nei grappoli acerbi di una travagliata orgogliosa vita.

Rosa aulente,

silente,

dormiente,

Rosa mater et pater,

femina et magistra,

hermosa e sapiente,

che sa e ha sapore,

Rosa senza posa adesso riposa.

O viandante,

o poeta,

o pellegrino,

o passeggere,

voi che della Bellezza cercate sempre il cammino,

piacciavi di scendere dal castello di Collalto

verso la piana di Colfrancui tra i geometrici filari

a salutar la Rosa,

Rosa la pia,

ancora calda di umori antichi e di suoni veritieri,

Rosa l’amara,

erta sulle zolle d’argilla opitergina

a ripiegare i magri elastici tralci,

sempre secondo quel che Natura comanda,

sempre secondo quel che Natura dispone,

semper nella buona e nella cattiva sorte

con Avana alla destra e Ratzum alla sinistra,

solitaria ma non sola,

dura come l’inverno trevisano che ogni giorno gela,

forte come la buona stagione che allegra ritorna,

fedele come la cavallina storna.

Un bianco mantello finalmente si staglia

sulle spalle stoiche e composte di Colei

che tanto ha osato nel quotidiano albeggiare

per ricomporsi ossequiosa in quella Natura

che sa di mosto e di radicchio.

O Rosa aulente,

adesso sei con la Madre dormiente

tra le riconosciute armonie dei tuoi giorni mortali,

ormai sei senza tempo e senza diaspora.



Il Giardino degli Aranci, 08, 01, 2024

Salvatore Vallone pose in devota memoria di una grande Donna del popolo e di campagna.

 







L’ERBA DEL VICINO

Adorabile è il gioco degli specchi

in cui l’adorata si pone da sola

e al centro di se stessa.

Il Cantico lo dice a chiare note:

come mite gazzella porta le labbra procaci e i seni intonsi

nel verde pascolo dove nulla è mancante

se tu sei con me.

Anche se non ci sei,

nulla è mancante

perché io ti penso.

Il narcisismo è una caratteristica maschile.

Nessuna donna va alla conquista di se stessa,

tanto meno si annega alla fonte risorgente di Ciane o di Aretusa

o si trafigge di acuminato pugnale nel prospero petto.

Narciso fa a meno di Eco,

la bellissima tra le belle,

colei che ancora vibrando risuona per valli e per monti.

Anche Orfeo piange l’amato bene perduto,

mentre la morbida Euridice scende nel regno degli Inferi

abbracciata all’ispido e irsuto Ades.

Questo è l’amore,

l’amore del possesso:

un capitalismo di guerra,

uno Smith che si marita in un soviet con Keynes.

Tu e io definiamo identità in opposizione

ciascuno pescando nel mondo dell’altro:

tu femmina, io maschio,

tu maschio, io femmina.

Il sillogismo è bello e servito.

Concludi tu,

tu che mi arricchisci con la tua visione balzana dell’universo,

una weltanschauung alla carlona e degna di un visionario,

un manicomio fascista e democristo prima dell’amico Franco,

un timballo di melanzane carnose e polpettine con salsa di pomodoro.

Ma la paternità di ciò che tu muti è mia,

la maternità di ciò che tu muti è tua.

Alla fin fine la Vita è Poesia.

La grande consolazione è la grande Bellezza.

Tutto questo mi sembra di gran lunga sufficiente

per accorgersi del miracolo,

per gridare inseguendo un goal e con tanto di mortaretti notturni:

evviva,

evviva,

abbiamo fatto ancora una volta la festa al Santo”.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 05, 2021

MARUMARU

Maru,

marulla,

marumarata,

tempestada,

dolce e ingegnata,

umile e alta come creatura,

nuova e novella da favola bella.

Maru,

marella,

marumarella,

canzone di Maruzzella,

scilinguata cummarella di una ex Napoli bella,

tra vicoli e viuzze alla ricerca del cucco,

la Bellezza grande e non piccìola,

quella giusta di una donna libera e non sola.

Maru,

marolla,

marumarina,

eterna signorina,

pulzella fiori d’arancio,

vò ca ti mancio,

vò ca t’arrusicu u rosmarino

vò ca ti criscio ndo me giardino,

adorno di rose e di fiori

mentre tu dormi con i tuoi ossimori.

Maru,

marona,

marumarona,

brutta e arruffona,

donna molesta che fa sempre festa,

in giro per i borghi,

in giro per i canali,

in giro per i viali

alla ricerca dei Carnevali

che mancano alla dispensa

di una femmina senza credenza.

Maru,

marazza,

marumaruzza,

marummarazza ca ioca co iattu,

marumau che non è morto,

porcellana da ortobello,

cicoria la mattina e la sera,

radicchio dalle pieghe agognate,

rosolina papaverina con il cappello rosso,

shiopet da risi senza bisi,

la me Maru,

la me Marumaru.

Marameo!

Salvatore Vallone

nel lontano Karancino, il 10, del 6, nel 2023

IL MONDO MIGLIORE DI SALVATORE

Non è facile,

caro Vasil Bufardey Ulianov,

pensare di andare via,

magari in ospedale o in camposanto,

e rinascere cervo a primavera

portandosi dietro la malinconia

con le nuove corna incorporate

e all’uopo inforcate per forchetta in un bordello,

par piron,

per quello che addiverrà nel tempo ingiusto di un’eiaculazione,

di una sborrata infinita all’ultimo seme,

zoon spermaticon in un olon zoon,

un seme vivente in un Tutto vivente,

una omeomeria,

un qualis,

un atomo,

un quantum,

una carica di bellezza,

un qualisquantum,

un bosone,

ottanta protoni messi in fila e senza il resto di due.

Non è facile morire

dove tutto è vivo come un uovo prima del mestruo

e rinascere in un mondo migliore,

magari partire per tornare coniglio d’inverno.

Non è facile cambiare una stagione,

magari la stagione della vita,

di una vita che è passata come un lampo

e che fila dritta verso la stazione di Conegliano

in attesa di quel treno che sferra e sfrigola sui binari consunti.

Un mondo migliore di un mondo migliore non esiste,

non ha mai visto la luce

perché il mondo è buono di per se stesso

e non abbisogna di dottori ma soltanto di cantori,

abbisogna di poeti e non di vati,

abbisogna di criatori e non di monaci e preti,

abbisogna di cessi pubblici per le donne in pollacchiuria

e per gli uomini in odore di prostatite

e non di gran sacerdoti all’ashish

che uccidono la meglio gioventù

in nome di dio e delle sue umane parole.

La libertà del poeta e del cantore,

la libertà del menestrello e del giullare,

la libertà del donatore e del genitore

non sono rimpianti da ripiangere

perché non esiste un mondo migliore

dove tutto è possibile e doveroso,

nauseabondo come il torrone al pistacchio

e allettante come il deretano del tiranno.

Ora che siamo sulla giusta strada di Samarcanda,

soltanto ora passa il tram dei desideri

che porta in un mondo migliore.

Prendi il bagaglio a mano e più non dimandare,

più non rimandare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, 12, 2022


POCA ROBA, POCA COSA

Sento e non vedo,

immagino il senso che mi sostiene,

e non è il sesto o il settimo o l’ennesimo,

sento mentre fruga tra le parole

che ci siamo dette ieri l’altro,

io e te,

noi due,

ensemble,

i soliti ignoti insopportabili tra i nuovi pacchi della sera,

pacconi,

pacchetti,

tra skey dati a vanvera in questa fiera dei mortidifame.

Oh dio,

oh dea,

non vedo.

Preservami dal male televisivo e dal cancro mediatico,

illustrami i vecchi quiz ritoccati alla china,

mandami un male incurabile in tanta malora,

tra tanta gente che rema contro la bellezza,

la grande Bellezza di Napule.

Viri Napule e poi mori…da puzza bella.

Salvatore Vallone

Il Giardino degli aranci, 28, 05, 2023

“SO CHE SARO’ FELICE”

TRAMA DEL SOGNO

Ero in un grande piazzale, che poteva essere quello di un’area di servizio autostradale, ma molto più ampio. C’erano molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile.

Le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato, ma non avevo alcun timore, ero molto sicura e mi sentivo davvero bene, contenta di intraprendere un viaggio.

Di colpo ero a piedi, camminavo su una passerella sopraelevata che portava alla fermata di un tram. Una fiumana di gente mi camminava incontro, ero l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo.

Avevano tutti una faccia allegra, nessun muso lungo e anch’io ero in pieno benessere. Tutte le persone che vedevo mi sono sconosciute nella realtà.

Arrivavo in un grande bazar al coperto, molto simile a quello di Istambul, colmo di uomini di diverse età. In questo clima di piacevole caos mi viene voglia di farmi toccare il seno e mi ritrovo a petto nudo davanti ad uno specchio.

Ho il seno gonfio, non più grande di come è di fatto, ma più gonfio, come prima che vengano le mestruazioni. Lo prendo tra le mani e stringo, mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli, fiorenti.

Sento il bisogno di farmi toccare il seno e un uomo sconosciuto lo prende tra le sue mani e lo stringe. Non lo accarezza, lo stringe, ma senza farmi male.

Nel sogno vivevo questo gesto come molto eccitante, ma non esclusivamente in senso sessuale, proprio in senso vitale. Mi sentivo bene, molto bene, come quando sai che sarai felice.”

Berenice

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in un grande piazzale, che poteva essere quello di un’area di servizio autostradale, ma molto più ampio. C’erano molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile.”

Berenice è in attesa, attende con una buona disposizione e una altrettanto buona disponibilità, è socialmente sicura di sé, si offre all’altro e agli altri: “ero in un grande piazzale”.

La sua offerta è variegata e va dalla relazione banale alla relazione significativa, dal lavoro all’affettività, dalla seduzione alla sessualità: “area di servizio autostradale, ma molto più ampio”.

La precisazione arriva nella predilezione dell’offerta erotica: “molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile”. Berenice è orgogliosa e sicura di sé, del suo portamento e delle sua azioni e in specie quelle intese alla seduzione accattivante. Berenice calza bene il suo corpo e associa una valida consapevolezza del suo essere femminile: donna e domina.

Le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato, ma non avevo alcun timore, ero molto sicura e mi sentivo davvero bene, contenta di intraprendere un viaggio.”

Berenice è cresciuta e si sente sicura e affermata, decisa e consapevole delle sue doti e delle sue abilità, del suo essere femminile e del suo portamento. Berenice è particolarmente sensibile a cogliere le trasgressioni e a proiettarle negli altri. In ciò dimostra un “Super-Io” consistente anche se non tirannico: “le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato”. A tutti gli effetti Berenice è una donna emancipata e non moralista e tanto meno bigotta: “non avevo alcun timore”. Conosce il mondo e le cose del mondo al punto di accusare un benessere nella deroga e nell’innovazione, nella trasgressione e nella competizione, nella seduzione e nell’esercizio della “libido”. La vita l’attrae e sta bene nel suo corpo: “contenta di intraprendere un viaggio”.

Di colpo ero a piedi, camminavo su una passerella sopraelevata che portava alla fermata di un tram. Una fiumana di gente mi camminava incontro, ero l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo.”

L’originalità è un’altra dote di Berenice. La donna va controcorrente, è innovativa, non è banale e tanto meno convenzionale. La realtà l’attrae e la concretezza la contraddistingue nel viavai dell’esistenza sua e altrui. In questo tragitto vitale tiene banco ai suoi compagni di viaggio e si distingue per la sua unicità psicofisica: “l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo”. L’altolocazione dell’Io si manifesta chiaramente anche nel camminare “su una passerella sopraelevata”. La “fermata del tram” introduce un “fantasma di morte”, un’istanza depressiva di perdita, ma ancora il sogno non dice dove vuole andare a parare e a chi si rivolge, anche se il fantasma appartiene alla proprietaria del sogno, Berenice per l’appunto.

Avevano tutti una faccia allegra, nessun muso lungo e anch’io ero in pieno benessere. Tutte le persone che vedevo mi sono sconosciute nella realtà.”

Niente di depressivo, dietrofront! Anche se il “tram simbolicamente non promette nulla di buono, tanto meno di allegro, Berenice si trova “in pieno benessere” insieme ai suoi simili che sono dissimili nel corpo e nella mente, nella persona insomma. Berenice conferma la sua individualità irripetibile calata nella socialità, tra la gente anonima e affratellata nella condivisione della quotidianità. Mi ripeto. Berenice sta bene tra la gente e con la gente e ama distinguersi dalla massa.

Arrivavo in un grande bazar al coperto, molto simile a quello di Istambul, colmo di uomini di diverse età. In questo clima di piacevole caos mi viene voglia di farmi toccare il seno e mi ritrovo a petto nudo davanti ad uno specchio.”

Al “tram” Berenice reagisce introducendo con piena consapevolezza “il seno”. Al “fantasma di morte” subentra un “fantasma di vita”. Del resto, Eros e Tanatos vanno a braccetto anche in questo “grande bazar al coperto di Istambul” tra maschi mediterranei particolarmente appetiti e ben disposti alla seduzione nelle note erotiche del vangelo di Berenice. “Il “seno ha una ambivalenza simbolica nel coniugare la “libido” nella versione erotica ed affettiva. Il seno è buono perché nutre ed è particolarmente sensibile al piacere, è erogeno nel mantenere la vita e nel vivere la vitalità. Oltre ad essere particolarmente seduttivo anche per questa naturale ambivalenza, il seno racchiude una componente narcisistica e fallica, potere e bellezza. Il “caos” è “piacevole” soprattutto perché il seno è complesso nella sua fenomenologia, coniuga istanze erotiche e affettive con naturalezza e senza imbarazzi di sorta. Berenice sa e appare particolarmente disinibita con i maschi, “gli uomini turchi di diverse età”. Berenice conosce bene il suo corpo e sa come gestirlo in mezzo alla gente: “mi ritrovo a petto nudo davanti a uno specchio”.

Ho il seno gonfio, non più grande di come è di fatto, ma più gonfio, come prima che vengano le mestruazioni. Lo prendo tra le mani e stringo, mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli, fiorenti.”

Questo capoverso onirico segna il trionfo della “posizione fallico-narcisistica” proprio con la sua istanza a piacere e a piacersi, autocompiacimento. In particolare è la valenza estetica a manifestare la pulsione erotica: prima la bellezza e dopo la funzionalità erotica e sessuale. “Gonfio” contiene lo stesso potere di una erezione prepotente e affermativa. Lo prendo tra le mani e lo stringo” conferma l’eccitazione naturale che travalica nella sana masturbazione, Il senso del Sublime si manifesta nella bellezza e nella sensualità diffusa: “mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli”. Il capezzolo rappresenta simbolicamente il potere fallico che non è da meno all’erezione maschile. Berenice dimostra una sua personale fallicità restando in un ambito squisitamente femminile e in questa posizione psicofisica richiama il mito di Afrodite, la simbologia fallico-narcisistica in versione femminile e “fiorente”.

Sento il bisogno di farmi toccare il seno e un uomo sconosciuto lo prende tra le sue mani e lo stringe. Non lo accarezza, lo stringe, ma senza farmi male.”

Berenice non è tipo da solipsismo masturbatorio, è una donna che ama relazionarsi e tanto e con tanta gente, è disinibita senza essere trasgressiva, ha una buona consapevolezza del suo corpo, vive bene la sua “libido”. In questo contesto onirico Berenice inventa il suo “uomo sconosciuto” che sa ben dove mettere le mani e come muoverle. La protagonista conosce i suoi bisogni e le sue pulsioni “anali” senza che queste ultime tralignino nel dolore e tanto meno nella violenza. Quel tanto che basta per sentire appieno la vitalità delle sue belle tette. Il suo maschio non è effeminato, ma deciso e volitivo. Questo è il modello maschile di Berenice. “L’uomo è sconosciuto” perché simbolicamente più eccitante nel suo essere trasgressivo. Si conferma il seno nella valenza erotica e sessuale. Il simbolismo affettivo non compare in questo frangente del sogno. Il quadretto è delicato nel suo erotismo diffuso.

Nel sogno vivevo questo gesto come molto eccitante, ma non esclusivamente in senso sessuale, proprio in senso vitale. Mi sentivo bene, molto bene, come quando sai che sarai felice.”

Nella chiusura del sogno Berenice riflette e commenta bene nel cogliere il diffuso benessere psicofisico che ha vissuto dormendo. E’ questo il classico sogno di una persona che sta bene perché si vive bene e soprattutto “in senso vitale”, corpo. Berenice ha una buona carica di “libido” che dispensa in sogno a testimoniare di un futuro prospero e di un avvenire felice: “eudaimonia” ossia “avere un buon demone dentro”. A chiosa metto in evidenza la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza di una donna cresciuta bene con se stessa e con gli altri.

Averne di Berenice in questo mondo particolarmente ambiguo e arruffone.

CHIARA

In principio era il Segno,

di poi fu il Verbo.

Signa significant,

i Segni sono portatori di insegne.

Verba volant super Signa,

le parole seducono i Segni.

Et Lux fiat

et Lux facta est.

E venne una donna vocata dal Cielo

il cui nome era Chiara.

Ella venne per mezzo della Luce,

per rendere testimonianza alla Luce,

per dare il Segno alla Luce,

per donare il Colore.

E la Serva si fece carne

e abita ancora tra noi a Cessalto,

noi fortunati che contempliamo le sue glorie

piene di grazia e di verità,

ricche di Luce,

pregne di Colore:

la Bellezza.

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 02, 2022

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

dedicata alla mai abbastanza compianta Mara Eli
chiedendo aiuto a Orazio

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu,
mia bellissima donna,
sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra
e si pavoneggia
in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada
la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo
e non dormo
nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi
a ricevere quel mio fuoco nascosto
che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone

pose dolente in Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

LE GROSSE TRECCE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

Mukuruzza.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.”

Il sogno è breve, anzi brevissimo, e limpido nella sua simbologia, ma è tanto, tanto complesso nella sua apparente sinteticità.

Vediamolo subito.

“Il mio amico” cela sempre tanto di più di una semplice amicizia. “Il mio amico” è sempre tanto più di un amico normale, un alleato, un complice, un innamorato, un amante.

“Il mio amico” è una persona intima con cui si condividono intimità e segrete cure, desideri ardenti e sospirosi affanni.

“Il mio amico” è una persona privilegiata e non certo scelta a caso tra i tanti conoscenti, è un uomo con affinità psichiche elettive d’attrazione e convergenze parallele d’interessi.

Mukuruzza ha un uomo speciale con cui scambia materiale intimo e privato anche grazie al fatto che non ha un rapporto istituzionale e ufficiale che logora la qualità degli investimenti affettivi e libidici.

Tutti abbiamo un “amico” manifesto o latente, ufficiale e ufficioso, esibito o segreto, in fondo al cuore o dentro il cuore, una persona che è l’esatta “proiezione” dei nostri desideri in riguardo alle nostre attese di crescita individuale e alle nostre paure di esibizione sociale. “L’amico” è in primo luogo il nostro alleato, un “oggetto transferale” che esorcizza le nostre angosce in riguardo ai temi evolutivi della Mente e del Corpo, della nostra unita “psiche e soma”.

“L’amico” è il serbatoio del nostro bene e del nostro male, il deposito delle nostre colpe e delle nostre ambizioni, il complice dei nostri peccati indicibili e delle nostre gioie inconfessabili.

“L’amico” è la condensazione del Decalogo laico, quello che sta a metà tra la Filosofia morale ed estetica di un rigido Kant e il Pessimismo solidale e compassionevole di un indianeggiante Schopenhauer.

Veniamo al sogno, decisamente intrigante con i suoi doppi simboli e i suoi umani sotterfugi.

Mukuruzza ha un “amico” personale e privato su cui riversa, di volta in volta e alla bisogna, le “parti psichiche di sé” che aspirano a vedere la luce della realtà sempre in base ai bisogni contingenti della vita corrente.

Se poi questo “mio amico” ha i “capelli neri, bellissimi e lunghi”, il ricco patrimonio mentale ed estetico è in piena fusione nucleare senza strafare dalle leggi della Fisica delle particelle minime e dei sistemi massimi, senza derogare dai principi essenziali del microcosmo e del macrocosmo.

“L’amico” di Mukuruzza è un uomo che consente l’esibizione della Bellezza e della Consistenza delle Idee, una forza mentale di analisi che colpisce e affascina, avvince e incatena per la forza logica e per i contenuti originali. L’Estetica si sposa e si coniuga con la Logica secondo le coordinate della Oratoria e della Retorica, l’arte del bel parlare e l’arte del buon convincere. I “capelli neri, bellissimi e lunghi”, non sono l’oggetto della perizia di un abile parrucchiere, sono la “proiezione” dei bisogni di Mukuruzza di avere valore ideologico e abilità discorsiva, sono idee di sostanza e processi dialettici di persuasione in un mondo così povero di sostanza e semplificato nell’ignoranza. Mukuruzza aspira a un uomo che condensi i suoi bisogni di Logica discorsiva e i suoi desideri di convinzione e persuasione. Aggiungerei la terza arte della Logica e della Parola, l’Eristica, l’arte del convincere con il discorso ferreo e con la suggestione ipnotica. Si tratta sempre di proprietà e di doti del Pensiero che si traducono nel Verbo senza sconquassi emotivi e senza salti di logica.

Così Mukuruzza ha immaginato se stessa proiettandosi in questo benemerito e sostanzioso “amico”.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

La cura e l’amabilità di Mukuruzza si mostra nella combinazione ideologica delle tante idee e dei valori logici dell’amico, meglio “proiettati” nell’amico, nell’emersione di quella “parte intellettiva di sé” che aspira a essere considerata e valutata nei bisogni e nei desideri profondi.

Eppure c’è una valenza erotica e sessuale nelle “due grosse trecce” che la donna “faceva” all’amico, un’induzione amorosa all’erezione del fallo. La simbologia dei “capelli” viene assolta dal meccanismo onirico e primario della “figurabilità”: la treccia grossa richiama il membro eretto come nei migliori affreschi delle falloforie e dei riti annessi. I meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” evocano catene associative di ordine mentale e ideale. In sostanza Mukuruzza elabora in sogno tutta la sua ammirazione e la sua attrazione nei riguardi dell’intelligenza e dei prodotti mentali del suo “amico”, la simbologia del “capelli bellissimi e lunghi”, e in questa reverenza non esulano il sentimento dell’invidia e una forma di aggressività verso colui che sa di più e sa meglio comporre il suo Sapere, la sua erudizione e la sua saggezza fino al punto di raggiungere l’Amore del Sapere, quello che si associa all’Amore per la Bellezza, la Filosofia, “filos kai sophia” per l’appunto e per la precisione.

Si spiega in tal modo anche la “castrazione” del fallo del Sapere, la decurtazione della potenza e della forza concesse a colui che sa di sé e dell’altro, la “castrazione” del Filosofo, dell’amante del Sapere come conoscenza psicologica ed estetica. Mukuruzza ha un amico saggio e apprezza la sua Filosofia di vita e di scienza. Di queste proprietà e di questa virtù è invidiosa e manifesta questa aggressività proprio nell’atto di tagliare le “grosse trecce” per incorporarle in un momento della sua vita e in una contingenza psichica e mentale in cui accusa un deficit di vigilanza e di conoscenze, di esperienza e di reattività. L’amico offre a Mukuruzza di colmare questa momentanea lacuna attraverso la simbologia onirica dei capelli belli, delle trecce interessanti e del taglio invidioso quanto virtuoso.

Questo è quanto e anche in abbondanza, ma ancora non basta.

Se avessi interpretato il sogno di Mukuruzza con la valenza erotica e sessuale, il discorso sarebbe stato più facile e consequenziale, nonché banale e semplicistico. Avrei detto freudianamente che le pulsioni erotiche e sessuali di Mukuruzza avevano investito il membro del suo amico procurando una notevole erezione, doppia rispetto a quella consentita da madre Natura. Non appagata di questo effetto naturale, Mukuruzza avrebbe ridestato la sua “invidia del pene” e avrebbe operato la “castrazione” dell’amico in pieno ossequio alla sua mancata e a suo tempo desiderata fuoruscita dell’organo sessuale, secondo la convinzione infantile che esiste un solo sesso, quello maschile per l’appunto.

La “traslazione” del membro eretto nella Filosofia trova conferma anche nelle antiche mitologie sul tema della Scienza e dell’Amore del Sapere.

Per rafforzare l’interpretazione del sogno di Mukuruzza e per renderla più degna e completa, richiamo il mito di Eros secondo le linee culturali e filosofiche di Platone nel dialogo titolato il “Convito”. Il concetto di Filosofia racchiude l’emozione sentimentale dell’Amore, “filos” e “filia”, e la coscienza razionale della Scienza, “sophos” e “sophia”.

Parliamo di Eros.

Eros nasce da Poros, colui che sa come procurarsi la ricchezza e che possiede l’intelligenza operativa, e da Penia, la povertà nel senso pieno di una forma di ricchezza, la pienezza del nulla.

Eros fu concepito per espressa e consapevole manovra della madre quando il padre era ubriaco di nettare dopo la festa in onore di Afrodite. Dai genitori matura il “giusto mezzo”, quello di non essere né buono e né bello, né ricco e né povero, né cattivo e né brutto. Nella sua vera essenza Eros non è un dio, è un “daimon”, uno spirito vitale, un’energia, una “libido”, un desiderio, un messaggero tra il cielo e la terra, una forza cosmica che unisce, una carica empatica che simpatizza, una fusione tra empatia e simpatia alla greca, una forza magnetica che attrae, un’eccitazione che cerca l’appagamento, una carica elettrica che esiste in grazie ai poli opposti. Per essere stato concepito nella festa di Afrodite, Eros si porta addosso la Bellezza, così come dalla madre Penia si porta dietro la forza della povertà e dal padre Poros si trascina il coraggio. La combinazione di questi divini attributi fa di Eros un originale “daimon” che esalta con facilità e naturalezza le doti dell’Amore e del Sapere, dell’Es e dell’Io per dirla secondo un registro psicoanalitico.

Eros tende alla “coscienza di sé” attraverso il bisogno di crescere, di arricchirsi, di coinvolgersi, di escogitare sotterfugi, di sperimentarsi, di esserci nelle varie forme e modalità che possiede e che sa mettere bene in atto. Non possiede niente, come la Madre Penia, e può possedere tanto seguendo le strategie del padre Poros. Eros può essere amante, bello e saggio secondo le dinamiche di una tensione psicofisica che contempla e coniuga l’azione del “Pathos”, l’istinto, con le armonie del Logos, la “Filia”. Questa “Sofia” appare sotto l’insegna luminosa di Afrodite, la Bellezza. Ma non basta. Quest’ultima è coniugata con l’Ethos, la “Kalokagatia”: il Bello e il Bene secondo Natura stanno insieme. Questa Natura non è “dionisiaca”, immanente al sistema neurovegetativo, né “religiosa”, trascendente la Realtà, ma è una Natura vivente che abbraccia il Tutto, “ilozoismo”. L’Ethos è dell’Uomo, secondo l’insegnamento di Socrate, e non si traduce nelle prescrizioni acritiche della Morale e fideistiche della Religione.

Convergendo su Eros, si può attribuire a questa energia vitale, “daimon”, il senso e il sentimento dell’Amore, l’erotismo e la sessualità, la “eudaimonia”, la Felicità legata a un buon demone, la seduzione e soprattutto la Bellezza in onore ad Afrodite e in onore alla Logica, armonia tra le parti. Ma la straordinaria duttilità e la poliedrica valenza di Eros si allargano nella nostalgia del Tutto e nella possibilità di perpetuarlo proprio rigenerandolo, la “genitalità”, freudianamente la “libido genitale” che contraddistingue l’uomo nella sua individualità e universalità. Eros esalta il dono della Vita e la generosità del dare la Vita nel suo essere la versione maschile della Dea Madre. La Filosofia è la trasmissione altruistica del Sapere, come il Padre è la versione fallica dell’Amore della Specie. Eros è il Padre buono che ama i figli e non li divora, li tutela e non li manda allo sbaraglio, li esalta e non li castra, li accompagna senza esser visto e facendo sentire la sua presenza nel messaggio e nei valori trasmessi: la Cultura. Ogni uomo e ogni donna sono Eros quando elaborano e vivono la “posizione genitale” nel corso della loro evoluzione psicofisica. Eros mette d’accordo il Maschile e il Femminile nel suo essere “androgino”. Eros insegna l’innocenza indiscriminata del donare, dell’investire “libido” nella sua qualità massima.

Meritava tutto questo mostruoso papello il sogno breve, anzi brevissimo, di una parsimoniosa e profonda Mukuruzza.

LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.