LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

L’IO COME STRUTTURA DIFENSIVA

La “difesa” è un’attività dell’Io destinata a proteggere l’uomo da una intensa esigenza pulsionale di tipo espansivo e repressivo.

Il “sistema delle difese” non coincide con la reazione psichica giustificata dalla presenza di un conflitto tra le varie istanze psichiche Io, Es e Super-Io o tra queste e la realtà. La Psicopatologia è esclusa dai comportamenti dettati dalle difese nel loro naturale esercizio.

Il “sistema delle difese” si attesta nella formazione dei tratti originali della “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”: naturali modi di inquadrare i vissuti e le esperienze di vita.

I “processi e i meccanismi di difesa” sono gestiti dall’Io e servono alla formazione psichica e all’adattamento nella realtà di ogni uomo.

Il disagio psichico si attesterà nell’uso inefficace o rigido delle “difese”, nel loro dannoso adattamento alla realtà esterna. La Psiche non funziona in maniera armonica e flessibile quando il “sistema delle difese” è stereotipato, quando si istruiscono pochi “meccanismi e processi” nonostante la loro varietà.

Le “difese” non si devono confondere con le “resistenze”. Queste ultime sono forze che impediscono la coscienza del rimosso fomentando una falsa immagine di sé, difendendo dall’angoscia di acquisire una “coscienza di sé” libera dagli inganni e dalle errate convinzioni.

Si possono distinguere i “processi e i meccanismi” di difesa in “primari” e “secondari”, primitivi e di ordine superiore.

I primi hanno lo scopo filogenetico di ridurre i livelli d’ansia e d’angoscia e sono il “ritiro primitivo”, il “diniego”, il “controllo onnipotente”, la idealizzazione”, la “proiezione”, la “introiezione”, la “identificazione proiettiva”, la “scissione dell’imago”, la “scissione dell’Io”.

I secondi sono regolati dai “processi secondari” e dal “principio di realtà” e fungono all’equilibrio della “organizzazione psichica” interna nell’adattamento alla realtà esterna. Essi sono la “rimozione”, la “regressione”, “l’isolamento”, la “intellettualizzazione”, la “razionalizzazione”, la “moralizzazione”, la “compartimentalizzazione”, “l’annullamento”, il “volgersi contro il sé”, lo “spostamento”, la “formazione reattiva”, il “capovolgimento”, la “identificazione”, l’acting out”, la “istintualizzazione”, la “sublimazione”, la “legittimazione”, la “assoluzione”.

Resta assodato che i “processi e i meccanismi di difesa” sono operazioni di protezione messe in atto dall’Io per garantire la sicurezza psichica e che esse agiscono contro le emergenze proibite e pericolose prodotte dalle rappresentazioni pulsionali provenienti dall’Es e dal Super-Io.

I “meccanismi di difesa”, visti in prospettiva dinamica ed economica, costituiscono un costante e sincronico articolarsi di molte difese, oltre che un gerarchizzarsi delle stesse a vari gradi.

La vitalità, la varietà e la ricchezza delle “difese” sono la migliore garanzia di un proficuo equilibrio psichico per ogni uomo. Viene a cadere la tradizionale tesi sulla Patologia del sistema delle difese. Quest’ultima consisterà nella mancanza di diversità, di elasticità e di efficacia dei “processi e dei meccanismi di difesa”.

Il soggetto “normale” deve possedere buone “difese”, diversificate e duttili, che permettono un sufficiente gioco pulsionale che non opprime l’Es, una giusta considerazione della realtà che non inquieta e disturba il Super-Io, un arricchimento costante dell’Io in ambito di relazioni mature e di scambi soddisfacenti.

Le “difese” non devono essere energeticamente dispendiose, bensì efficaci a ripristinare lo stato di equilibrio psicofisico nel minor tempo possibile. Inoltre, le “difese” devono essere realistiche e utili.

L’Io deve oscillare attorno a un asse medio che lo arricchisce e previene i rischi nel suo affascinante e avventuroso cammino.

QUALCHE CONSIDERAZIONE

La “rimozione” è la difesa principale e la più elaborata. Essa ricopre nell’economia psichica un posto quantitativo primordiale, possiede una rete di difese accessorie e satelliti come “l’isolamento”, lo “spostamento”, la “condensazione” e “l’evitamento”.

Un altro gruppo di “meccanismi di difesa” è più arcaico della “rimozione” e si attesta in misure più radicali che esulano dall’orbita nevrotica per situarsi in quella psicotica. Esse sono lo “sdoppiamento dell’Io”, lo sdoppiamento dell’imago”, “l’annullamento”, il “diniego”, la “negazione”, “l’identificazione proiettiva” e “l’identificazione con l’aggressore”.

La “proiezione” e la “introiezione” hanno un posto a parte nel sistema delle difese a causa della loro relazione dialettica nell’identificazione con l’Io e il non Io, l’oggetto esterno.

La “sublimazione” si può classificare a parte, alla luce delle sue specificità, come “processo” di difesa.

La “regressione” e la “fissazione” sono “processi” di difesa sintonici e sincronici.

LA MOVIDA

Ripropongo l’articolo postato in occasione delle prime trasgressioni giovanili.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente.

L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti.

E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione.

E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia.

C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù.

Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

TUTTO VA E ANDRA’ BENE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

Io sono Catarina.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.”

Il ricorso ai nonni è un’operazione psicoterapeutica di inaudita portata e non costa niente. Serve a storicizzare e rafforzare l’identità psichica, a rivedere le figure dei genitori, ad alleviare i sensi di colpa, a sperimentare la psicodinamica dell’alleanza, a elaborare un approccio temperato con lo scorrere del Tempo. E altro, tanto di altro e a volontà dei nipoti che operano investimenti psichici su queste figure notevoli con un buon riscontro e tornaconto. I nonni fanno soltanto bene all’economica psichica delle emozioni e dei sentimenti e alla psicodinamica affettiva. Ripeto, tutto a gratis, anzi con il vantaggio di un bonbon o di una mancia e senza il ricatto di “fare i bravi”.

Catarina è esempio di questo benefico riscontro e ricorso ai nonni. Li vuole talmente bene ed è tanto attaccata, li può capire perché ha preso tanto da loro al punto di affidarsi in una forma meravigliosa di empatia e simpatia: “ero a casa dei nonni”. Catarina li ha frequentati nell’infanzia e nel periodo formativo in cui le paure e le angosce evolutive sono più forti e si ha bisogno di una valvola di sfogo e di un veicolo di comprensione. Catarina si conosce anche attraverso l’influenza che ha consentito ai nonni di esercitare su di lei in base ai suoi bisogni emergenti nel corso dell’evoluzione psicofisica. La protezione e l’affettività si sposano simbolicamente in questo “ero a casa dei nonni”.

Perché quelli paterni?

Per affinità storiche e psichiche elettive. Erano i nonni a portata di mano e l’esercizio degli affetti si è dimostrato proficuo. Può incidere anche una predilezione di Catarina per il padre, ma non si evince dal sogno. Adesso bisogna individuare la contingenza e l’urgenza per cui Catarina, sognando, ricorre ai nonni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.”

Catarina non aveva una piena coscienza di sé, “io dormivo”, anzi era in uno stato di obnubilamento e di “rimozione”, per dirla con un meccanismo di difesa principe.

Ma da cosa si sta difendendo Catarina dopo aver cercato la protezione dei nonni nel precedente quadretto onirico?

Dal suo “fantasma di morte” associato alla “zia defunta”. In questa operazione si fa aiutare dalla “cugina” che equivale pari pari alla “traslazione” difensiva di se stessa anche per non incorrere nell’incubo e per non svegliarsi. Nonostante lo squillo del “cellulare”, ossia uno stimolo comunicativo di buona portata, Catarina non si svegliava, non aveva la forza per essere consapevole della sua angoscia di morte. Ha tirato in ballo la cugina come alleata e come tramite per continuare a dormire e a sognare. La “zia” morta cerca un collegamento con la nipote viva per comunicare essenzialmente il ridestarsi dell’angoscia legata al “fantasma di morte” che qualche evento ha riesumato. Vediamo cosa precisa il sogno.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

L’angoscia depressiva è collegata al “fantasma di morte” e all’evento drammatico e tragico della pandemia da “coronavirus”. Catarina fa un giro largo per dire a se stessa tramite la cugina, se stessa, di “stare tranquilla” e per ripetersi il motto ufficiale che esorcizza l’angoscia di morte destata dalla pandemia e che recita “tutto andrà bene”, rafforzato dalla constatazione di fatto che “tutto va bene”. Il messaggio ben augurante della zia viene dall’aldilà e, quindi, è massimamente credibile, come a suo tempo credibili sono stati i nonni per Catarina.

Riepilogando: Catarina tiene in vita i nonni e li presenta come persone affidabili e protettive. Di poi lascia emergere il suo “fantasma di morte” e l’angoscia annessa. Nella terza scena si collega alla causa del suo disagio, la pandemia e le aspettative di un esito prospero. Attraverso il sogno Catarina elabora tematiche personali e collettive, la paura di morire, la speranza che la drammatica situazione si concluda al più presto e in maniera fausta.

Anche le figure dei nonni hanno una valenza individuale e collettiva, per cui tutti insieme incrociamo le dita e in coro gridiamo “in culo alla balena”, anzi “in culo al virus”. Anche questo gesto goliardico aiuta a vivere meglio un tempo ingrato e pesante.

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

IL DINIEGO

I MECCANISMI DI DIFESA DALL’ANGOSCIA

Come ci si può difendere dall’angoscia di morte?

In progressione spiego e adatto i processi e i meccanismi psichici di difesa gestiti dall’Io in riferimento alla drammatica contingenza che stiamo vivendo.

IL DINIEGO

Il “diniego” è un meccanismo primario di difesa dall’angoscia di morte che si elabora e sperimenta nei primi anni di vita con la celebre espressione “oh no!” e che si porta avanti nel tempo e nell’età adulta quando uno stimolo forte innesca una carica d’angoscia che induce al rifiuto e alla negazione della realtà semplicemente perché risulta ingestibile dal sistema economico della Psiche. Il processo magico dell’egocentrismo del bambino è il seguente: “se non riconosco il fatto, non è successo”. Il mancato riconoscimento di una realtà di fatto si serve del “diniego” per non vivere l’angoscia collegata: il lutto negato, il trauma negato, l’episodio negato, la malattia negata e quant’altro di negativo capita nella vita ordinaria. Spesso in una situazione di grave crisi e di emergenza si reagisce emotivamente con la negazione che la propria sopravvivenza è a rischio. L’eroismo è un “diniego” volto al positivo, sublimato. Negare una malattia e non curarsi rappresenta la parte negativa di questo meccanismo primario di difesa. Negare la violenza subita, l’alcolismo in atto, il disagio psichico, le molestie sessuali in corso, la caduta della vitalità, la vecchiaia, la mancata accettazione di questi umani fenomeni subisce l’azione improvvida e pericolosa del meccanismo psichico di difesa del “diniego”. Nelle difese più mature è spesso presente una forma del “diniego”, come ad esempio nella giustificazione consolatoria del “nondum matura est” di cui diceva la volpe riferendosi all’uva troppo in alto per essere raccolta e mangiata. La persona respinta amorosamente si convince che il suo sentimento e il suo valore non erano meritati: una forma di “diniego” della realtà di fatto. In questi casi manca la “razionalizzazione” matura. Il meccanismo psichico di difesa della “formazione reattiva” fa uso del “diniego”, ad esempio, nel convertire il sentimento d’amore nel suo opposto, il sentimento dell’odio, proprio negando il sentimento da cui si dipende.

Nella Psicopatologia la “maniacalità” è legata al “diniego” proprio perché in uno stato di eccitazione smodata la persona nega la realtà sia essa fisica, morale, finanziaria, sanitaria e altro. La “maniacalità” rende insignificanti i limiti della realtà. Il “diniego” è la difesa principale che porta alla ciclotimia e alla sindrome bipolare: stati d’umore alternati che vanno dal depressivo al maniacale. Le persone che oscillano tra la depressione e l’eccitazione hanno capacità notevoli di intrattenere e divertire il pubblico, sono ottimi attori, hanno facilità di parola, destano simpatia, hanno quel fascino maniacale che preoccupa soltanto per l’uso eccessivo del meccanismo psichico di difesa del “diniego” della natura depressiva di base. Questo è il prezzo psicologico pagato per commutare un nucleo depressivo in un nucleo maniacale. Il re dei pagliacci si porta dentro un’angoscia di perdita che risolve con il “diniego”. Si conferma il difetto della “razionalizzazione”, il meccanismo di difesa che ripristina la lucidità della “coscienza di sé”.

Nella nostra attualità drammatica negare l’esistenza del “coronavirus” e degli effetti altamente nocivi della sua azione, significa usare il meccanismo del “diniego”, rappresenta un andare contro l’evidenza dei fatti e della realtà in atto. Negare la presenza e l’azione del “coronavirus” è una forma di demenza e di alienazione che comporta grossi guasti individuali e collettivi. Questa pazzia è spesso tollerata nel mondo civile e la gente non reagisce in maniera drastica a certe affermazioni ed espressioni di gruppi umani altamente suggestionabili che esibiscono le loro dissennate dottrine anche in pubbliche manifestazioni. Ad esempio, il “negazionismo”, il negare eventi storici reali ed evidenti come l’Olocausto, è un delirio schizofrenico molto pericoloso per chi lo elabora e soprattutto per chi lo ascolta a causa della sua suggestiva iperbolicità. Le masse e le folle spesso corrono dietro i messaggi deliranti dei dissennati di turno che negano la realtà dei fatti. Nella drammatica contingenza la corrente di pensiero che tende a ridurre l’azione patologica del “coronavirus” si serve del meccanismo del “diniego” per fini di manipolazione politica delle masse attraverso la “maniacalità”, la formazione di uno stato di eccitazione nella gente, o per fini di protagonismo narcisistico e socialmente pericoloso, la propaganda e la candidatura a leader. La “razionalizzazione” e il “principio di realtà”, su cui si basa l’Io vigilante, escludono qualsiasi intervento del meccanismo del “diniego”. Conviene esagerare l’azione della Ragione, piuttosto che mettere in minimo dubbio la verità di fatto, così come conviene rafforzare la paura del contagio, senza renderla iperbolica, per avere dalla massa la risposta giusta e auspicata: “restate a casa”. Ancora: il “diniego” parziale si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso il “controllo onnipotente”, la sicumera esibita di fronte al rischio di contagio e l’improvvida affermazione della propria incolumità. Tante persone reagiscono all’angoscia di morte con il potere sulla realtà e la convinzione di poter gestire i fatti secondo il proprio intendimento. Anche questa è una forma frequente di delirio ben visibile nelle manifestazioni umane individuali e sociali. Esempio: alcuni gruppi religiosi professano l’elezione e la protezione del loro dio.

TAGLIANDO PSICOFISICO 4

L’ANGOSCIA

La benemerita signora “Angoscia” ha una lunga e variegata storia: linguistica, antropologica, culturale, filosofica, religiosa, psicologica, psichiatrica, psicoanalitica. Nasce con l’uomo e lo segue nel suo percorso evolutivo con le sue prerogative di base e le sue sfaccettature di capriccio.

Per avere una semplice idea della “angoscia”, è opportuno dare una sommaria definizione e poi analizzare gli attributi di fondo dei vari settori scientifici.

DEFINIZIONE SOMMARIA

La “angoscia” è uno stato di sofferenza psicofisica caratterizzato dall’azione nefasta di un “fantasma di morte” con un pesante timore legato a vissuti depressivi di perdita e di fine imminente, con caduta delle energie vitali. Le sensazioni fisiche di costrizione toracica e le altre manifestazioni neurovegetative si traducono in una accelerazione della frequenza cardiaca, in disturbi vasomotori, in disturbi respiratori, in modifiche del tono muscolare e altro ancora.

Vediamo la “angoscia” nei vari livelli della ricerca.

A livello “linguistico” la parola “angoscia” è presente nella lingua latina: “anxietas”, “sollicitudo”, “cura”, “angor”. La traduzione è la seguente: ansia”,“paura”, “inquietudine”, affanno, “ossessione”, “costrizione”, “struggimento”, “pena”. Il greco antico “anko” significa “stringo” e richiama l’oppressione respiratoria. Anche il tedesco “angst” si traduce “mi soffoco, mi stringe la gola”, uno dei sintomi elettivi e fisiologici dell’angoscia.

A livello “antropologico” la “angoscia” designa l’emozione legata al distacco del bambino dalla madre e dal gruppo familiare, nonché la rottura della simbiosi dovuta a un atto di ira che rompe l’equilibrio psicosociale.

A livello “culturale” la “angoscia” è un “segno” o schema che interpreta il dolore della solitudine, la perdita dell’identità psichica e la caduta nell’anonimato, in una con l’isolamento e la dispersione degli investimenti.

A livello “filosofico” Epicuro parlò della “angoscia” per indicare la “felicità”: l’uomo senza divinità, senza valori politici, senza bisogni innaturali, senza immortalità. Era questo il suo “tetrafarmaco”, le sue quattro pillole di saggezza per incarnare la “atarassia”, l’assenza di “angoscia”. Nell’Ottocento Kierkegaard la collocò nella malattia umana acquisita a suo tempo con il distacco da Dio e la caduta nella spirale della categoria esistenziale della “possibilità”. Heidegger la collocò nella caduta nell’indeterminato e nel Niente di cui è intrisa l’esistenza umana. Jaspers la depose nella morte e nella vana ricerca di un senso da dare all’esistenza. Sartre la qualificò come la reazione infausta al Niente che caratterizza l’uomo e la sua vita. E avanti con altri… pessimi o buoni pessimisti.

A livello “religioso” la “angoscia” si attesta nel distacco da Dio causato dai progenitori, nel peccato originale e nella conseguente perdita della salvezza e della vita eterna. L’uomo è condannato a morire senza alcuna possibilità di riscatto: “angoscia” del monoteismo trascendente ebraico, cristiano, arabo.

A livello “psicologico” la “angoscia” è la degenerazione patologica dell’ansia.

A livello “psichiatrico” la “angoscia” è una malattia del sistema neurovegetativo e si inquadra in una serie di disturbi funzionali che vanno dalla respirazione all’attività cardiaca e altro, come si è detto in precedenza nella definizione sommaria.

A livello “psicoanalitico” la “angoscia” è legata all’afflusso traumatico di eccitazioni non controllabili dall’Io perché troppo intense. Questa qualità giustifica la caduta depressiva nell’indeterminato e lo stato psicofisico: l’angoscia è senza oggetto specifico. Mentre nella “fobia” l’oggetto è spostato, nella “angoscia” l’oggetto è apparentemente assente perché è costituito da tanti fattori legati all’evoluzione psicofisica della persona e alla modalità di affrontare e risolvere i conflitti intrapsichici ed esterni. Freud distinse la “angoscia” come segnale e meccanismo di allarme che avverte l’Io di una minaccia per il suo equilibrio e la “angoscia” primaria dell’infanzia che sviluppa la disintegrazione dell’Io. La “nevrosi d’angoscia” è legata a conflitti attuali come le frustrazioni della “libido”. La “isteria d’angoscia” scatena sintomi respiratori, cardiaci e vertigini: una “angoscia fobica” che viene elaborata e tradotta in oggetti e situazioni che provocano la crisi. In tutti i casi la “angoscia” presenta vissuti depressivi di perdita, crisi dell’autostima e dell’amor proprio, caduta dell’umore: il corredo psichico del “fantasma di morte”.

L’ANGOSCIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Analizziamo dopo tanta sintesi la nostra “angoscia” nel tempo del “coronavirus”, riflettiamo su quello che ci è successo in questi tempi drammatici e di difficile decifrazione psichica, individuale e collettiva, a causa del lungo tempo richiesto dal sistema psichico, rispetto a quello fisico, per essere assimilato.

Sappiamo che il segnale fisiologico di base della “angoscia” è l’affanno respiratorio, il fiato che non viene, il fatto che non si riesce a fare il giro con il respiro.

Sappiamo che il segnale psicologico è l’azione nefasta del “fantasma di morte” e la perdita depressiva.

In questo tempo in quale angoscia ci siamo imbattuti e quale perdita abbiamo elaborato?

Di poi, se troviamo qualcosa, analizziamo se è una nuova angoscia o è l’evoluzione di una vecchia angoscia. Vediamo come si è sviluppato il nucleo depressivo precedente.

Riflettiamo a quale pensiero la “angoscia” si associa e scatta all’improvviso.

A questo punto scartabelliamo e tiriamo fuori dal cilindro la salvifica RAZIONALIZZAZIONE. Operiamo una presa di coscienza di cosa in questo periodo si è mosso dentro di noi dietro uno stimolo così potente come quello del pericolo di contagiarsi, di ammalarsi, di lasciarci le penne.

Non basta.

Razionalizziamo anche la “angoscia” legata alla costrizione spaziale e all’inanimazione, al blocco delle energie libidiche d’investimento, nonché alla caduta nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.

Le riflessioni vanno registrate accuratamente sul LIBRETTO, affinché l’opera di presa di coscienza sia rafforzata dall’atto dello scrivere: “verba volant, scripta manent”.

Buona fortuna e alla prossima.

Domani pubblicherò una poesia da “coronavirus” e così abbiamo il tempo di riflettere meglio e di rassodare il materiale psichico rievocato e messo in equilibrio in questi quattro giorni e dietro lo stimolo del “tagliando”.

Raccomando l’Io e la Razionalizzazione, la cura senza affanno delle nostre funzioni razionali per gustare meglio la nostra persona e l’altrui, per ridurre la tensione nervosa, per compattarci nel corpo e nella mente. Se saremo bravi, ridurremo le “angosce” in “paure” ben precise chiamandole per nome e cognome. Completiamo l’opera con l’aiuto dello “amor fati”, l’amorosa accettazione del nostro destino di uomini e di viventi, e con il sentimento della “pietas” che ci vuole insieme, intelligenti e compartecipi. Per raggiungere questo traguardo di saggezza senza essere anziani, consiglio di astenersi dalla visione di programmi televisivi altamente irosi e demenziali che oscillano “cotidie” dopo cena tra il quattro e il cinque. Evitiamo anche la monotonia del numero sette. La Cabala napoletana “docet” e stimola una fuga dai tanti e soliti dissennatori che popolano l’etere della sera italiana ormai da alcuni decenni.

Cura ut valeas!

. . . _ _ _ . . . S O S

INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.

LO TSUNAMI E IL CAOS

LA LETTERA

“Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.

Maurizio

Verona, mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

LA RISPOSTA

Lo stesso Maurizio si porge su un piatto d’oro, sia pur con timore e tremore e senza consapevolezza, la risposta giusta al suo tormento vigile e consapevole e proprio quando alla fine della lettera scrive “E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Si è destata la “pietas” paterna. Maurizio dopo la paura dello tsunami e del Caos si imbatte in questo travaglio tra sé e sé, si imbatte nella sua paternità, nella sua nuova consapevolezza di essere padre e riconosce i figli provando dolore per la loro sorte, per il loro futuro. Anche la speranza è svanita in tanto trambusto psicofisico, ma la nuova consapevolezza della paternità è la giusta e naturale soluzione al suo tsunami e al suo Caos.

Procedo con metodo e passo dopo passo, ma non prima di aver ringraziato per il “doc”, la denominazione di origine controllata. Il sangue è come il vino, non mente.

Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.”

Il senso della catastrofe e dell’irreparabilità: l’uomo ha peccato contro Dio e contro la Natura e la vendetta è pronta. Il senso di colpa per aver turbato l’armonia del creato e le leggi dell’universo è presente in questo novello diluvio universale. Purtroppo manca Noè e un altro patriarca non si profila neanche all’orizzonte. Al massimo oggi possiamo contare su qualche cavaliere in disuso o su qualche sceriffo con la stella di latta o su qualche patriottessa di antica memoria. Quella di Maurizio è angoscia e non paura del contagio o della restrizione della libertà, quella di Maurizio è angoscia allo stato puro ed evocata dalla situazione in atto e dal ridestarsi in lui del nucleo antico del “fantasma di morte”. L’esagerazione e l’amplificazione dell’evento “coronavirus”, una terribile pandemia tra le tante ed elevata alla potenza di precipizio e di maremoto, attestano che Maurizio è stato ben colpito nel segno, nel materiale psichico pregresso e depressivo, quello vissuto ed elaborato nella prima infanzia. Nonostante lo tsunami, il “coronavirus” ha pescato bene e non poteva essere diversamente perché tutti siamo bersagli del drammatico evento epidemico. Ricordiamoci che a tutt’oggi non siamo ancora consapevoli di quello che ci sta succedendo tra capo e collo e che lo saremo soltanto fra qualche anno. Per adesso stiamo battendo cassa e stiamo sopravvivendo al meglio consentito dai vari meccanismi di difesa che ci tutelano dall’emergere dell’angoscia.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

L’interesse e il denaro sono inevitabili trappole mortali e Maurizio non è buddista, Maurizio è stato toccato nelle sue attività lavorative e nei registri della sua economia aziendale. Il colpo è duro e non basta capire che la storia viaggia per “epoche critiche” ed “epoche organiche” e che siamo appena usciti da una “epoca organica” per imbroccare una crisi pesante, quella che ci consentirà di ricostruire e di pervenire alla fissazione di una “epoca organica” di stabilità e di noia, a cui nel breve tempo subentrerà un nuovo tzunami e un nuovo caos. Non basta la filosofia della Storia e la Fisica sociale di Comte per lenire l’angoscia di Maurizio. Alienare i beni culturali inestimabili, come la fontana di Trevi di Nicola Salvi e ripresa da Giuseppe Pannini, dimostra che la perdita è tanta ed è di natura culturale, oltre che mercantile. Emerge un tratto psichico “anale” nel nostro eroe, almeno così si esprime la Psicologia del Profondo, la Psicoanalisi. Emerge in Maurizio un tratto psichico “anale”, legato alla perdita di potere, a sua volta legato alla perdita di denaro. Emerge la rabbia come conseguenza della frustrazione subita, meglio, emerge l’aggressività in reazione al sentimento di prostrazione e di perdita degli averi e dei beni materiali così importanti e così umani. Totò, all’anagrafe principe Antonio De Curtis da Napoli, era riuscito a vendere la fontana di Trevi, nel famoso film “Tototruffa 62” di Camillo Mastrocinque, allo sprovveduto di turno e in elogio all’arte di arrangiarsi e alla creatività del Genio italico. Non vedo perché anche noi, che siamo i suoi degni eredi, non possiamo rifare l’operazione truffaldina e vendere anche il Colosseo, magari ai freddi Tedeschi o ai tulipani Olandesi che tanto ci ostacolano con le loro antiche e attuali invidie. Chi vivrà vedrà e mai parole furono così profetiche in questi giorni di grande stranezza e di grande disgrazia.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?”

La domanda è lecita, ma è finalizzata prevalentemente al turbamento dell’ordine sociale costituito, ai tumulti della piazza e agli assalti al forno di manzoniana memoria. Maurizio è preoccupato proprio dalla perdita dei beni materiali a opera della plebaglia che non aspetta l’ora di derubare i ricchi e di sostituirsi a loro. La filosofia spicciola e la rivoluzione sociale di Robin Hood sono da preferire all’ideologia dei comunisti rivoluzionari che seguono il “materialismo storico scientifico” di Karl Marx. Meglio l’assalto al supermercato Lidl di Palermo da parte dei posteggiatori abusivi disoccupati e dei tanti creativi che lavorano in nero, piuttosto che la rivoluzione proletaria propagandata da Francesco Guccini nella canzone sovversiva “la locomotiva”, quella degli operai guidati dall’emerito e benemerito macchinista ferroviere. Maurizio è tutto preso dalla perdita economica e dalla violenza sociale, non è abbastanza turbato dal virus che ammazza di brutto la gente anziana come me togliendogli il fiato. Maurizio è tutto preso da quello che il virus porta via ai ricchi e ai potenti. E’ vero che la quarantena desta turbamenti individuali e sociali, come ho descritto nell’articolo postato il primo di aprile, specialmente dopo quattro settimane di clausura a un popolo, come quello italiano, che non ha preso i voti nell’Ordine monastico di chissà quale santo. E’ vero che la limitazione della libertà individuale e la costrizione anche psicologica negli angusti confini di ottanta metri quadrati sono un’esperienza drammatica per il popolo, ma Maurizio è attaccato al denaro, all’affare, al guadagno, non contempla la perdita psichica e tanto meno la sindrome depressiva. Non è la vita il bene da tutelare, ma la “roba”, quella di mastro don Gesualdo del caro Giovanni Verga, il fotografo ante litteram catanese e il romanziere caposcuola del Verismo. Come mastro don Gesualdo Maurizio troverà il suo riscatto dal mito e dall’ossessione della “roba” in seguito, a testimonianza che la Psiche sa mettere le cose al posto giusto e senza la consapevolezza del portatore e della sua avida testa.

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.”

Giustamente quella di Maurizio è una paura centrata e consapevolmente legata alla perdita del potere economico, ma è soprattutto angoscia, perché sente che la sua paura di perdita non è quella di prima e non è come prima perché non ha oggetto specifico. Si è ridestato il “nucleo” psichico depressivo e ha evocato l’angoscia dell’ignoto, dell’indefinito, dell’indeterminato, la somma di tante paure che hanno perso la loro connotazione e la loro identità per diventare generica e semplice angoscia. Maurizio è in piena angoscia e sta male perché non sa la causa e la verità di tanto trambusto. Non è l’economia, ma è la psicologia, non è il denaro, ma è la sua organizzazione psichica che reagisce allo stimolo della perdita dei beni.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.”

Ritorna l’analità, la paura di perdere i beni, la sindrome di mastro don Gesualdo. Maurizio riflette pregando e si rende conto che tutto quello che ha accumulato va in malora e non serve a vivere perché è materia deperibile e non invidiabile. Ci sono beni maggiori e migliori per un uomo al di là del potere della materia che si perde. Maurizio non è più interessato ai suoi beni, non è lo tzunami che lo angoscia, è lui in prima persona e in prima linea che tramite questo evento ha fatto una scala dei beni per cui vale la pena vivere e morire. Maurizio è cresciuto ed è maturato. Adesso è in grado di dare il giusto rilievo al denaro e al potere perché ha paura di non sopravvivere, perché non si può mangiare il denaro, la sindrome del mitico re Mida che ebbe da Dioniso il dono di trasformare in oro tutto quello che toccava e che per questo dono morì di fame. Chi comprerà la sua casa per avere la possibilità di continuare a vivere? I valori vanno al giusto posto nella scala sociale e culturale. Più che l’angoscia del potere, potè l’angoscia del digiuno, l’affamamento, la morte per fame, la morte per mancanza di vettovaglie. Il denaro è una forma di potere da rivedere e da collocare nella giusta posizione nella scala dei valori personali e socioculturali. Il “coronavirus” con il suo carico di morti e di angosce è un buon maestro per chi sa ben leggere nel suo libro epidemico.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.”

Maurizio persiste nelle sue funeste resistenze a capire in pieno e appieno. Destituisce d’importanza logica il carico e il complesso dei vissuti in questo tempo di strage epidemica. Maurizio non vuol capire la lucida e fredda Logica dei segni del tempo storico e culturale. E non ha senso la lezione di Charles Darwin prima di questo evento traumatico che sta scuotendo l’umanità dalla testa ai piedi e sta mettendo al posto giusto le cose e i valori. Maurizio ricorre al suo bagaglio psico-culturale ed esistenziale e non trova la giustificazione a se stesso sul perché dovrebbe rinnegarsi e rinnegare la sua filosofia di vita. Non sa ancora che la verità sta affiorando da se stesso e tramite quelle risorse che non sapeva di avere e che erano dentro di lui. Quello che stiamo vivendo ha una semplicità estrema e ha un senso occulto da tirare fuori e che ci costringe a rivedere il nostro sapere e a riformulare le nostre azioni e le nostre convinzioni. Il passato è andato in fallimento e al presente si naviga verso un ignoto apparente con il cannocchiale dei naviganti, che è molto diverso da quello dei mercanti.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Ecco la soluzione di Maurizio, la sua paternità, il suo essere padre dei suoi ragazzi. Proprio quando dispera, si accorge dell’altro. Era tutto preso da sé, adesso si smolla e incontra ancora se stesso nella forma del padre. Io sono io, io sono il padre dei miei figli. Li guarda con la “pietas”, con la partecipazione empatica, li riconosce come destinati a una vita in cui lui non può intervenire, ma sente la responsabilità di averli messi al mondo, un mondo brutto e non bello in questo momento storico e in questa contingenza pandemica. Maurizio sente quasi la colpa di averli concepiti, desiderati e visti nascere e crescere. Guarda i ragazzi e ha una nova consapevolezza di loro semplicemente perché ha una nuova consapevolezza di se stesso. I figli sono lo strumento del padre per rivivere se stesso e le scelte importanti a cui non aveva riservato grande impegno riflessivo, a cui non aveva dato grande importanza tutto preso dallo sbarcare alla grande il lunario mercantile. Adesso li guarda con gli occhi puntati sulla fine di un’epoca “organica” e sull’inizio di un’epoca “critica” dettata dalla Morte e ispirata dalla pandemia. Adesso comincia a viverli non come una sua proprietà, ma come persone a cui non deve far mancare la libertà di decidere delle loro esistenze. Ma quale dramma sta vivendo veramente Maurizio? Quale parte sta recitando sulla scena del “coronavirus”? Quale nucleo si è mosso beneficamente nel suo animo tormentato dalla crisi economica? Questa è la chiave psichica elaborata da Maurizio in persona e finalmente per se stesso.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.”

Maurizio sa e non vuol capire, ha tirato fuori la sua verità da solo e adesso sposta l’argomento dicendo che lo spaventa di cadere nell’indeterminato, tira fuori dal cilindro una tesi filosofica che fa capo al grande Anassimandro del quinto secolo prima del Signore. Maurizio non sa che il Caos greco è la Cosa più ordinata che l’uomo abbia mai concepito e non è quell’entropia che tutti si aspettano dal vocabolario andante e gergale. Maurizio ha una sacra paura dell’Indeterminato psichico, della perdita depressiva non del suo Avere, ma del suo Essere, parodiando Fromm. Maurizio non teme il contagio e la clausura monastica dei frati trappisti che da cistercensi erano diventati stanziali in attesa di morire con minor fatica. Maurizio è sorpreso da quello che emerge in lui, è frastornato dal nuovo vissuto che si profila nei riguardi dei figli. E come se li avesse guardato e vissuto con gli occhi dell’imprenditore e adesso di fronte al rischio di ammalarsi e di morire si converte e si regala una nuova visuale e una nuova prospettiva. La sua realtà di uomo si è finalmente evoluta nella sua realtà di padre attraverso il dolore. La sua morte si riscatta nella sopravvivenza dei figli e finalmente li vive con le sensazioni acerbe, finalmente prova dolore per l’altro. Finalmente sa di non averli goduti nella maniera giusta e si rammarica con se stesso mischiando nel crogiolo emotivo e sentimentale la felicità di essersi ritrovato ritrovandoli. Meno male che ancora siamo tutti in vita per poterne parlare e per poter riparare i fili della maglia che si erano diradati.

IN MEMORIA DI DIEGO NAPOLITANI

La conclusione è di scuola psicoanalitica, meglio gruppo-analitica, ed è dedicata al ricordo del mio docente degli anni ottanta, quell’uomo che, quando parlava, affascinava semplicemente perché raggiungeva le profondità marine inimmaginabili, come il mio amico di giovinezza Enzo Maiorca nel mitico mare di Ortigia. Diego Napolitani era nato a Napoli e della sua città aveva mantenuto la vena creativa e l’ironia di chi tra arabo e spagnolo capisce che ci vuole il dialetto milanese. A Milano fu medico ed endocrinologo, specialista in malattie nervose e mentali, psicoanalista e professore, caposcuola. Approfondì temi della Psicoanalisi freudiana e junghiana, abbracciò la Gruppoanalisi di Foulkes ed apportò il suo valido contributo di approfondimento e di novità.

La diagnosi finale dice che Maurizio, tramite l’evento reale, ha destato il suo “fantasma di morte”, il suo nucleo psichico depressivo, nella forma della perdita del potere economico per poi approdare alla risoluzione del vissuto traumatico attraverso la “pietas” paterna, il riattraversamento e la riattualizzazione del suo essere stato figlio, la comprensione e la partecipazione alla realtà psichica dei figli.

La psico-dialettica si snoda attraverso la triade delle posizioni e dei binomi seguenti: “potere e angoscia di morte”. “sapere e dolore per il non nato di sé”, “fare simbolico e morire della morte”.

Quando Maurizio vive il potere economico, s’imbatte nella possibilità di perderlo e vive l’angoscia depressiva.

Quando Maurizio ha la consapevolezza di sé e dei suoi vissuti legati alle scelte effettuate, avverte il dolore delle possibili e mancate esperienze che poteva vivere, il dolore per tutto quello che voleva nascere in lui e che non ha visto la luce.

Quando Maurizio si accorge dei suoi figli e della loro futura sorte, riconosce che non sono un suo possesso e che hanno una loro autonomia psicofisica. In questo modo si accorge che deve viverli come simboli, i suoi simboli, le sue rappresentazioni emotive e sentimentali che si sublimano nell’amore paterno e nel morire della morte.

Adesso, come Ivan Il’ic di Tolstoj, Maurizio può morire. Adesso Maurizio può inneggiare alla vita perché la morte è morta.