SULL’ARGINE DESTRO DEL CANALE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.

Sono sulla parte destra e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Amodio

INTERPRETAZIONE

Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.”

Meno male che l’acqua è limpida, perché vuol dire che ci troviamo in assenza di sensi di colpa e in una situazione psichica linda e chiara, magari semplice, ma la semplicità è un pregio ed è da preferire alle contorsioni mentali e all’erudizione confusa.

Tutti ci siamo trovati un canale d’acqua a fianco, perché tutti viviamo in grazie alla “libido, l’energia, che di sua natura si lascia gustare e godere, ma che dalla nostra formazione psichica spesso si lascia temere e addirittura negare.

Tutti ci siamo immersi nelle acque limpide o torbide di un fiume o di un canale, così come tutti abbiamo fatto la pipì nell’acqua del mare in cui ci bagnavamo durante le vacanze estive. Tutti abbiamo attestato che la nostra vita si lega e si fonde con la figura materna e che nella sua acqua abbiamo respirato e siamo cresciuti per nascere.

Amodio sta sull’argine indefinito della sua vita e dell’ecoulement della sua energia, è in fase di serena riflessione magari dopo eventi anche traumatici che lo hanno segnato e impressionato come le pellicole fotografiche di un tempo.

Amodio è fermo e tranquillamente guarda l’orizzonte mentre la sua pienezza di forza e di energia è in attesa d’investimento, non certo un’attesa contemplativa di scuola buddista e neanche per ammirare la sofferenza umana, tutt’altro. Amodio sta prendendo coscienza dell’abbondante cornucopia della sua dea fortuna.

Sono sulla parte destra”

Che simbologia abbraccia la “destra”?

La “destra” rappresenta l’universo psichico maschile, il padre, la ragione, il sistema nervoso centrale, il presente, la realtà psicofisica in atto, la forza volitiva, l’aggressività ponderata, l’origine in riguardo al maschile e al padre, l’istanza psichica “Io” e la coscienza di sé.

Amodio è sulla “parte destra” della sua corrente di vita, dei flussi energetici della sua “libido”, della consapevolezza della sua carica erotica e sessuale.

Amodio è sornione, sta a guardare dopo aver deliberato, scelto, deciso e agito il suo piano esistenziale in atto e dopo averlo ben inserito nelle sue radici.

Amodio è un sornione che “sa di sé” e che ancora cerca la sua giusta collocazione o per lo meno la migliore collocazione possibile nel mondo alle condizioni date.

Amodio cerca di star bene, cerca il busillis della sua esistenza navigando tra Scilla e Cariddi e senza lasciarsi andare al richiamo seduttivo e infido delle infelici Sirene. Amodio è realista più del re o della regina Elisabetta, visto che di re e di nobili fortunatamente non ce ne sono quasi più.

Amodio è sulla parte “destra” della sua vita, è attestato come una roccia e con destrezza sui suoi argini e più non dimandare.

e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.”

Poteva mancare la “sinistra”, anzi la “parte sinistra”?

Certamente no, ed eccola che si apparecchia e si presenta con tutte le sue connotazioni simboliche, con il suo corredo di rappresentanza: l’universo psichico femminile, la madre, il passato, la regressione, l’emozione, il crepuscolo della coscienza, l’obnubilamento mentale, la recettività, l’affettività, il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo, il subconscio, la pulsione, l’istinto, la morte e i “fantasmi” psichici di tutte le qualità.

Infatti Amodio vede tante “case strette, vecchie”, vede il suo passato psichico, la sua formazione e i suoi “fantasmi”, il divenire di alcune parti della sua “organizzazione psichica reattiva”, della sua personalità, della sua struttura. Nello specifico Amodio vede l’angustia culturale e la pochezza degli stimoli del suo ambiente familiare e formativo, riflette sui ruoli che si giocavano e sui valori che si imponevano nella famiglia patriarcale dei tempi fortunatamente andati. Ma, purtroppo, Amodio non vede le sue radici, non vede “le fondamenta” di queste case disposte a diversi livelli in ordine d’importanza e di frequenza. Tutto questo non significa che Amodio non ha radici, tutt’altro, ne ha tante e non tutte assimilate perché il bambino è stato impedito nell’assorbimento dei contenuti psichici e culturali da un sistema familiare repressivo e autoritario, un “luogo psichico” dove i bambini valevano meno del quattro di coppe nel gioco del tressette. Si tratta delle famiglie fasciste che sono prosperate anche nell’Italia repubblicana per mancanza di alternative fascinose e di nuove prospettive. Si è perpetuata l’assunzione della minestra autoritaria fascista nelle famiglie democratiche soltanto nel titolo della forma politica. E Amodio rientra in questo contesto storico e culturale di cui ha detto con calore e passione anche perché è stato il mio contesto: il Veneto e la Sicilia negli anni cinquanta erano molto simili nei valori della povertà, negli schemi feudali e nei residui fascisti.

Amodio si è fatto le fondamenta da solo, ma conserva il dolore di non aver potuto, più che saputo, approfittare di una formazione più affettuosa nei contenuti e ricca di stimoli innovatori. Il sogno dice chiaramente e impietosamente di questa lacuna avvolta dalle nebbie del “non vissuto” e del “non detto”.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Ho anticipato l’elaborazione del capoverso finale del sogno di Amodio. La povertà in questione è quella psico-culturale e verte nella mancata conquista di strumenti interpretativi ed esecutivi da dare alle nuove generazioni. Amodio si è sentito nel tempo defraudato di questa possibilità di avere a sua disposizione strumenti di analisi e di sintesi, di spirito critico soprattutto e di una lingua nazionale con cui superare gli angusti confini del suo paese d’origine, quella lingua che unisce e allarga i confini mentali perché consente la comunicazione con l’altro e soprattutto con il “simile” spesso definito erroneamente “diverso”.

La riflessione onirica di Amodio si può ritenere parzialmente conclusa, semplicemente perché il tema trattato investe ulteriori riflessioni e approfondimenti, nonché investimenti di recupero del mal tolto culturale e del non vissuto umano. Proprio vero che finché c’è vita, c’è qualcosa da fare e tanto da brigare per stare bene.

IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



ANCORA

Ancora un papa,

ancora un pope,

ancora una regina,

ancora un re,

ancora uno zar,

ancora un kaiser,

ancora un duce,

ancora una duchessa cosìecosì,

ancora un principino assassino.

Quanto bisogno abbiamo di un capo!

Quanto bisogno abbiamo di un padre!

Quanta oscenità in questa spiaggia settembrina!

Quanto bisogno abbiamo del culo!

Tra chiappe ridenti e cosce sonanti

il corteo è funebre e sorridente

in questa sfilata accalorata di Avola e dintorni.

Tra crape pelate e lustri di gente lustrata

si ricerca un’identità nazionale stupida e stupita

in queste file smodate di gente attendente.

Ancora un principino che scrive,

ancora una principessa che scopa,

ancora una contessa con il marchese,

ancora un marchese con la contessa.

Quanta sabbia cenerosa sporca in questo stupidarium

ripieno di cicche ciucciate da labbra inferocite

durante la calura di un sole in senescenza

e ripieno di elio e di plutonio,

luminoso come le gote degli infanti

prima che inizino a sproloquiare

tra le braccia di una matrigna o di una maestra,

meglio che di un prete.

Zozza è la zozzura di questa fetta di storia

distolta dalle stoltezze di personaggi opachi,

di uomini moderni e di donne arcaiche

che tendono al sovrannaturale e attentano la ragione,

minano e menano la Ragione.

Prendimi ben bene per il culo

in questa festa afosa di un settembre alternato

in odore di santità profana e laica

e forte di quel vino buono di Pachino

che fa resuscitare i testosteroni latenti e girovaghi,

i vagabondi ormoni della Giudecca e della strada maestra,

la mastra rua.

Parlami della regina appena defunta

e del figlio appena regalizzato in sovrano con il cavallo

di un popolo che sta silente in fila,

dimmi del suo stuolo di servi e servette

che adorano la vergine Cuccia,

mentre il piede villan del servo scalcia come un ciuco

le fresche e rigenerate palle di Barbazucon,

ossidate dal tempo galante e galantuomo,

ma sempre buone all’uopo e alla bisogna.

Meno male che la morte arriva sempre

prima che si consumi il grande evento,

prima che la forchetta si sposi con il consommé,

prima di quel porco fottuto con il limone in culo.

Il matrimonio non va,

non fa per me,

lo sposalizio non mi giova.

Per una salsiccia mi tocca tenere a vita tutto il maiale.

Ormai il prete non sposa,

il prete si sposa,

specula sui sensi di colpa dei figli sui padri e sulle madri,

celebra solo funerali

e apre la cassettina per l’obolo dei defunti.

Quanti morti su questa terra!

Ancora,

ancora,

perché io da quella volta non ho capito un cazzo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 09, 2022

ELOGIO DELL’ARDIMENTO

Ci siam sbattuti un dì della galera,

ci siam sbattuti delle teste di cazzo,

per preparare questa gente forte

che adesso se ne sbatte de crepar,

il mondo sa che la camicia bianca

si indossa per combattere e morir.

Per il duce e per la morte

per chi ancora ha chiappe rotte,

una è la parola d’ordine,

una è la precisa volontà:

vincere,

bisogna vincere

e vinceremo in terra, in cielo e in mare,

o faccetta nera di via Cavour in Abissinia,

aspetta e spera che già l’ora si avvicina,

quando saremo vicino a te,

avrai in dono una bella casa con bidè.

Ci siam sbattuti un dì di Salvatore,

ci siam sbattuti de sta testa di mazzo,

per preparare un mondo gran pagliazzu

che adesso vuole anche trionfar,

il mondo sa che la camicia rossa

s’indossa per combattere e morir.

Per il kaiser e per la morte

per chi ancora ha chiappe rotte,

una è la parola d’ordine,

una è la precisa volontà:

vincere,

bisogna vincere

e vinceremo in tutta questa spazzatura

senza curare i modi,

ma guarda e passa dall’altra banda,

tra i neri pensieri che i capetti schiudon novelli,

tra le calendule e le violette romanesche

che insultano il milite ignoto

e sputano sull’arcobaleno omo et etero.

Ci siam sbattuti un dì del gran buffone,

ci siam sbattuti delle sue fregnacce,

abbiamo messo in cielo tutte le stelle

e adesso non parliamo più di qualità,

neanche a teatro,

per preparare questa gente ignara

che oggi se ne sbatte de travagliar,

il mondo sa che la camicia a pois

s’indossa per combattere i coion.

Per il buffo e per la morte,

per chi ancora ha chiappe rotte,

una è la parola d’ordine,

una è la precisa volontà:

vincere,

bisogna vincere

e vinceremo in tutti i teatri del centro e della periferia,

come faremo senza giangiaques,

senza skey e senza posperi,

ma con tanti coioni ancora tra le palle.

Al grande Puffo l’ardua sentenza.

Facce ridere,

facci il ponte sullo Stretto e sul Largo,

ah facce tanto ridere,

grande Buffo,

che di Teresine e di Matteucci son vispe le fossa.

Famme ride,

ti prego,

che so triste da morire.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 08, 2022

INVOCAZIONE

Oh tu che stai,

oh tu che ristai,

oh tu che ristagni in hac lacrimarum valle,

piacciati di restare in esto loco

anche se la tua loquela ti fa manifesto

di altra nobil patria natio

e alla quale non fosti molesto

traghettando il mare nostrum

in cerca di squali e di balene,

novel Caronte e novel Sardanapalo,

piacciati di giacere con l’esquimese

secondo le ospitali norme di Cupido,

secondo libido orale,

anale,

narcisistica,

edipica,

genitale.

Alsò spracht Sigmund!

Piacciati in cotanta avventura virale

di annegare in calde lacrime

come un amore degli anni sessanta

secondo il sestante di Neil Sedaka,

senza fare i capricci ridicoli

seguendo i bei giorni e il tempo invidioso,

inseguendo Heidy nelle sue montagne

così fredde,

così pungenti,

così maliarde,

accoccolando semi di girasole e ampi consensi.

Proprio perché della fatal quiete tu sei l’imago,

a me sì cara vieni,

oh tosa delle nevi,

delle malghe anguste di muffa,

odorose di ceneri ardenti e di pini aulenti,

nonché di formaggi grassocci,

oh domina delle mie brame,

la più furbetta del reame,

la più costosa del mercato rionale di san Basilio,

all’angolo con la bottega del baccalà e dello stoccafisso,

quella di donna Ciuzza,

vezzeggiativo di Luciuzza,

sincopato in Lusy l’afarensis,

quella che non sapeva parlare,

la femina scimmiesca di un metro e dieci,

pelosa e irta come il mirto dei Sardi,

il ginepro di Gabriele che annunzia il nuovo e il vecchio Verbo,

come le more dei monti Iblei in odore di rosa canina,

tettuta e capezzolata come le mucche argentine

prima di finire in scatola,

dopo una fugace apparizione in tivvù,

la madre di tutte le scimmie,

evolute secondo i dettami di Charles,

spregevoli secondo religio et superstitio.

Parlaci,

o madre,

rompi questo silenzio inumano,

disponici nel petel,

nel dialetto,

nella lingua,

nei linguaggi,

partorisci Umberto il boss

per farci capire le nostre mirabili sorti progressive.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 12, 2021

LE RONDINI

Le rondini non sono ancora partite

in questo finale settembrino,

avaro di bacche e generoso di lacrime.

Le rondini sono rimaste sul ramo,

ferme per non cedere e non cadere,

sono rimaste al palo di una nave pirata

in attesa di sbarcare sul litorale cattivo.

Già fu il giorno di san Lorenzo

in quel dieci del mese di Augusto,

prima delle suae feriae,

prima del ferragosto,

quando tante stelle nell’aria tranquilla ardono e cadono.

Io so

perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.

Tante rondini sono rimaste sul filo della luce,

quello dell’alta tensione.

Ritornava una rondine al tetto,

ma gli uomini cattivi l’hanno uccisa.

Erano mafiosi,

erano insani,

erano dissennatori,

erano nullafacenti.

La rondine cadde tra gli spini di un rovo di more

e aveva nel becco un grillo,

il grillo parlante,

il poeta dicente,

la cena dei suoi rondinini.

La rondine è come in croce,

ha aperto le ali

e con il grillo guarda il cielo lontano.

Il suo nido è nell’ombra,

come la casa del Nespolo.

La Longa attende Bastianazzo,

ma la rondine pigola sempre più piano,

il grillo frinisce sempre più piano.

Anche un uomo tornava nella sua Africa,

ma l’uccisero con un decreto di merda

e restò con gli occhi aperti dentro un grido.

Portava due bambole in dono alle sue rondinine.

Ma ora là,

nella casa romita lo aspettano,

lo aspettano invano.

Egli, immobile e attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni,

o cielo infinito e immortale,

d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2022

GIANNA LA BELLA

O mia Bella,

o mia Bella,

o mia bella Giannettina,

o dolce mia Bella,

o cara la mia Bella,

o mia bella Giannina.

Bella è un vivente,

Bella è una persona,

si chiama così nella carta d’identità

appesa all’orecchio

e impressa nella carne come la ferita di Soeren.

Per me Lei è la signorina Gianna

e gode di tutti i diritti civili e internazionali.

Bella ha scelto di fare una vita da cane.

E che vita da cane!

A Gianna mancava questa vita

per farmi morire d’amore e di rabbia

in questo ultimo quartiere siculo

sotto il cielo civilmente inospitale

che mi affligge in questa stagione invernale.

Bella vuol dirmi

qualcosa che non so e non capisco,

vuol dirmi della violenza e dell’amore,

vuol dirmi di quei figli di puttana

che l’hanno offesa e abbandonata.

Bella mi dice,

ma io non capisco,

non la capisco

e allora le compro una leccornia al Conad.

Bella sceglie ogni giorno

di stare con me per amarmi

come nei grandi e veri amori.

Ma io sono un pover’uomo

e altro non so fare

perché altro non so,

quest’altro che mi sfugge nella coscienza

e si presenta nel sogno corrente in attesa del Bardo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 23, 12, 2022