IL REWIND ONNIPOTENTE E I DUE CANI DI MARIGIO’

TRAMA DEL SOGNO

“Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.

Arriviamo nella ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Questo sogno è stato concepito e composto dalla Fantasia di Marigiò.

INTERPRETAZIONE

Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Marigiò si meraviglia di esordire in sogno ricordando una scena altamente erotica e avvolta dal pudore dei benpensanti per la “traslazione” del coito che comporta: le labbra diventano le grandi labbra e il cavo orale la vagina. In effetti, Marigiò sta sognando di fare l’amore con un uomo anonimo e con l’intento di giustificare a se stessa l’atto sessuale apparentemente orale. Marigiò è una donna che non concepisce la sessualità fine a se stessa e per la persona che la vive, ma è all’antica perché la giustifica con un progetto di varia natura e qualità tra i due viaggiatori nei territori del sesso. “Tessendo un filo” condensa una progressiva costruzione in coppia, “come a costruire qualcosa”. Gli insegnamenti familiari di madri improvvide ritornano in queste scarne parole: si fa sesso con l’uomo che sposi e non prima. E adesso che Marigiò è adulta e vaccinata non riesce a concepire un rapporto sessuale fine a se stesso e tutto e soltanto per lei, per il suo piacere, per il suo corpo, perché ci deve mettere dentro qualche giustificazione progettuale che la possa assolvere dagli inevitabili sensi di colpa per aver trasgredito alle norme materne e familiari. E’ interessante come nella “traslazione del coito” si serva di un atto erotico che sicuramente non è previsto nel codice didattico ed etico familiare, della serie “più reprimi e più la cosa viene fuori da altre parti in maniera accentuata”.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.”

Il progetto matrimoniale è servito su un pezzo di legno scuro, qualcosa di lugubre e per niente radioso. Oltretutto “l’immagine nel mezzo” non si vede, ma è una bella opera degna di essere esposta nella formalità di una rinomata galleria d’arte. Marigiò è cresciuta fantasticando sulla sua vita sessuale e contenendo le sue pulsioni al fine di essere accettata in famiglia e al fine di non coinvolgersi in storie di sesso che magari le destavano timore. Marigiò ha eroicamente controllato i suoi desideri per essere della partita familiare e sicuramente questo contenimento innaturale ha accentuato la sua vitalità erotica e sessuale, ma il risultato di tanta castrazione e frustrazione è quello di entrare in conflitto con i suoi bisogni di base corporea, di innescare una psiconevrosi tra l’istanza censoria “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es”, mettendo il povero “Io” a non saper che pesci pigliare in tanto mare aperto. Marigiò è stata una brava bambina e una brava adolescente e continua a essere una brava donna, ha fatto una “bella opera” degna di essere esposta alla formalità dei bigotti e nelle sedi dell’infelicità. La semina del passato ritorna nel presente e quando meno te l’aspetti e magari sotto forma di un sogno proprio per indicarti che non è utile mantenere questa castrazione e questa frustrazione per l’equilibrio psichico, pena la somatizzazione in sintomi: “conversione isterica” per l’appunto.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.”

Marigiò vuole sbarazzarsi della sua filosofia di coppia e della sua cultura della castità che la costringe per insegnamento subito e magari non condiviso a vivere la sua sessualità entro certi angusti confini e secondo antiquati criteri culturali. Nel far questo introduce la sua prima trasgressione, va con suo “padre” in macchina a Milano, si fa dare “un passaggio” per “trovare un compratore” a cui sbolognare la sua filosofia di coppia e la sua metodologia sessuale. E’ veramente una “occasione” offerta dall’uomo che è stato il primo oggetto erotico e sessuale della sua vita, “mio padre”, nonché il primo oggetto d’amore contrastato e infelice. Due piccioni con una fava, meglio con un viaggio a Milano, perché mi libero del padre edipico e della mia ideologia fascista sul sesso e dintorni. Marigiò è sul punto di riformulare la sua vita sessuale e di riformularsi nei riguardi degli uomini al fine di viversi meglio e di relazionarsi senza inutili resistenze e conflitti. Marigiò vuole “trovare anche un compratore” del nuovo, della nuova disposizione erotica e sessuale, un uomo che sia degno della verve in via di acquisizione e conquista. I viaggi sono sempre forieri di novità e di proficua evoluzione. Chissà chi e cosa incontrerà a Milano la nostra eroina.

Arriviamo in una ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.”

Il papà è un uomo di mondo, uno che ha viaggiato e viaggia ancora, uno che sa intrattenere e intrattenersi, un uomo che nelle fantasie della figlia non deve tradirla con altre donne. Marigiò ha un buon concetto del padre in riguardo alla sua prestanza e bellezza, nonché in riguardo al suo “parcheggiare in un capannone dove ci sono tante altre auto”. Marigiò “si lascia lasciare lì ad aspettare” perché è giunto il tempo di risolvere una volta per tutte questa pendenza “edipica” che la vuole attratta dalla figura paterna e desiderosa della sua persona. Marigiò ha bisogno di emanciparsi e di rendersi autonoma e soprattutto in questo territorio e in questi ambiti che simbolicamente traducono la vita sessuale in prima persona e le relazioni di quel tipo. Ed ecco che passeggia e si sgranchisce le gambe, ed ecco che nota “un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto”. Ecco che si disinibisce e si vive meglio disponendosi alle novità e all’avventura, ecco che concepisce per lei uomini che sappiano armeggiare sul suo corpo e sulla sua sessualità. Questi sono i bisogni e i desideri di Marigiò, disporsi sessualmente a un uomo esperto con libertà di fare e licenza di agire, viversi sessualmente come una donna finalmente disinibita anche grazie a questa tipologia di uomini a cui piace tanto la gnocca. Per il momento Marigiò si tiene “un po’ distante”, ma soltanto un po’. L’atto di “sgranchirsi le gambe” equivale simbolicamente alla liberazione dai tabù e dai divieti in riguardo alla sessualità. Secondo i dettami teorici della Psicoanalisi Marigiò sta ridimensionando il “Super-Io” per lasciare all’Es di esprimere le sue esigenze, sta procedendo verso la sua salute fisica e mentale mentre l’Io sta a guardare come le stelle. Vediamo dove la psicodinamica va a parare.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.”

Marigiò rischia di imprigionarsi nuovamente e soprattutto rischia di inibire le sue pulsioni, rischia di far vincere il Super-Io sull’Es e di sacrificare la sua sessualità mettendo l’Io nella condizione di non sapere che pesci pigliare. Marigiò è riuscita a scendere dalla sua macchina, è riuscita a disinibirsi sessualmente e a prendere confidenza con l’universo maschile, “un gruppo di uomini” intenti ad armeggiare l’apparato sessuale femminile, ma ecco che rischia ancora una volta a “nascondesi in auto”, a battere in ritirata dopo aver tanto osato. Di fronte alle “avances” provocatorie maschili, da lei costruite in sogno, Marigiò mette in gioco il suo corpo e non blocca l’istinto sessuale: “li spio e li controllo”. Marigiò si è messa nella condizione di avere un buon autocontrollo e di aprirsi al maschio e di poter disporre della sua sessualità, non ha battuto in ritirata anche perché sarebbe stata una ritirata difensiva che l’avrebbe fatta ripiombare nel passato e nei vecchi schematismi culturali e nelle sperimentate e fallimentari modalità di approccio sessuale. Degna di nota è la difesa dal coinvolgimento sessuale in “spostano l’auto presa di mira”, il meccanismo dello “spostamento” è ben visibile e utile per continuare a dormire e a sognare. La missione di emancipazione e di liberazione è in via di compimento, non resta che vedere il prosieguo del sogno per trarre gli auspici di un conquistato equilibrio psicofisico.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.”

Cambia la scena onirica, ma non cambia il tema. Tutto è in regola e secondo logica consequenziale. Marigiò viene direttamente in contatto con i suoi buoni ed enormi bisogni sessuali, i suoi buoni ed enormi istinti e le sue gratificanti ed enormi pulsioni: “al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova”. Prima Marigiò era al fianco del padre nella macchina che correva verso Milano, adesso è sola con se stessa e ha pienamente coscienza della sua sessualità e della sua autonomia dalla figura paterna. Son passati i tempi in cui la ragazzina sbarazzina era legato a filo doppio con il padre e non si sentiva in sintonia con la madre. Ne è passata acqua sotto i ponti del fiume Piave da quando il modello maschile perfetto e reale era soltanto e solamente il mio papà. Adesso Marigiò è cresciuta e si è presa amorosa cura di sé e del suo destino di donna, nonché del prezioso corredo della sua sessualità: “alla guida della nostra auto”. Marigiò tende a essere padrona di se stessa nei termini consentiti dalla situazione psichica in atto, ci sta provando e vediamo come procede il suo guidare la macchina con a fianco il suo cane terranova, non certo un bassottino o un cane di piccola taglia, Marigiò ha una imponenza erotica e sessuale con le dovute dolcezze e bontà.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.”

Quale degna architettura siamo capaci di inventare in sogno!

Quale stupenda “figurabilità” e quali centrate rappresentazioni!

La “macchina” o la sessualità, il “cane dentro la macchina” o le pulsioni, il “pastore tedesco fuori dalla macchina” o le repressioni psichiche del Super-Io sulla sessualità e della cultura sempre sulle modalità della vita sessuale, “l’assalto e i morsi” o il conflitto psicofisico e sociale. Marigiò si trova alle prese con se stessa e con il materiale psichico che ha messo dentro nel corso della sua esistenza e della sua educazione. Marigiò ha subito da parte del suo Super-Io il sopravvento della repressione culturale sulle pulsioni sessuali elaborate dall’Es e in questo conflitto non aveva maturato un Io forte e capace di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, di mediare e concedere la giusta mercede al corpo vivente e senziente. Il “pastore tedesco” è messo là fuori, e “sembra che stesse aspettando” il povero e benamato cucciolone del terranova. La cultura e la società sono in agguato e colpiscono bene e tosto, ma prima di loro ci pensiamo noi con la nostra “organizzazione psichica reattiva” a darci le frustrazioni della “libido” e le castrazioni degli impulsi, procurandoci gravi danni psicosomatici. Marigiò ha rievocato in poche parole la sua psicodinamica evolutiva in riguardo al conflitto tra le istanze psichiche sul tema della sessualità.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.”

Che meraviglia!

Non mi era mai capitato nella mia lunga esperienza clinica di incontrare il “rewind”, mi era sempre capitato di imbattermi nel processo psichico di difesa della “regressione”, in base al quale di fronte all’angoscia è meglio tornare indietro e ripristinare le giuste difese prima che il nemico aggredisca in maniera irreparabile. Il “rewind” è un consapevole riavvolgere il nastro per tornare indietro a migliori fortune secondo il nostro intendimento, è l’Io che decide di riascoltare, rivedere, riproporre saltando le complicazioni della dimensione temporale e magicamente andando a sbattere e a mettere in riedizione quello che deliberiamo e decidiamo di rivivere. La “regressione” è un processo di difesa dell’Io, il “rewind” è un oltremodo consapevole meccanismo difensivo intriso di forza e di potere, quasi una onnipotenza, oltretutto in linea con i tempi tecnologici attuali. Marigiò per salvare la sua sessualità è costretta a chiudere le relazioni con la cultura e con il Super-Io, deve far perno su stessa e salvaguardare la sua salute psicofisica tramite l’amorosa accettazione della sua formazione e dei suoi genuini impulsi erotici, è costretta a estromettere il “pastore tedesco” con la sua bieca ferocia. In un certo senso Marigiò torna indietro anche per prendere consapevolezza, qualora ce ne fosse bisogno, dei condizionamenti genitoriali e familiari e delle forze tabuiche presenti nella società. Il “terranova” è in auto, per cui si può procedere anche se la mutilazione della cultura non è la soluzione migliore possibile. Vediamo Marigiò dove va a parare con il suo sogno.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.”

Marigiò possiede talmente bene i termini della questione in ballo, per cui può fare la regista di se stessa e di “parti psichiche di sé” in via di ulteriore definizione. In sostanza Marigiò decide di rafforzare l’Io e di procedere con la forza della ragione, dell’auto-consapevolezza e secondo il principio di realtà e di convenienza: “rifare la scena con me che scendo per prima”. Di poi, me ne sbatto delle ingiunzioni morali della società e degli schemi sessuofobici della cultura dominante, “allontano il pastore tedesco” e mi tengo con gran cura e devozione “il mio cagnone”, la mia proficua e eccitante sensibilità sessuale. Marigiò è padrona a casa sua ed è padrona della sua intimità e della sua vitalità. Queste operazioni psichiche, mi ripeto, sono di competenza dell’Io, per cui Marigiò si prescrive la sua psicoterapia: “penso di rifare la scena”. Bontà del “rewind” che è possibile soltanto a livello psichico e in sogno, almeno nei termini in cui lo ha condotto Marigiò. Non ci troviamo di fronte a un volgare strumento elettronico, ma a contatto con i nostri meccanismi psichici altrettanto precisi e funzionali.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Sembrava tutto meravigliosamente risolto con l’intervento dell’Io mediatore e deliberante, ma ecco che le cose non vanno al giusto posto e gli incastri non collimano come avrebbero dovuto. Non si può vivere la sessualità secondo il proprio edonismo e in base alle regole del gioco che ci siamo dati da soli. Bisogna giocare con gli altri e specialmente nell’attività sessuale c’è bisogno dell’altro e delle sue convinzioni formative. La società civile incombe e limita, ma può anche rassicurare tramite il confronto e la condivisione fisica e psichica. Il conflitto di Marigiò è aspro e cruento, la donna è assalita dai suoi dubbi e dai suoi schemi, per cui svegliarsi e interrompere il sogno è la maniera migliore per non vivere l’angoscia collegata al conflitto della psicodinamica tra Io, Es e Super-Io e tra Marigiò e l’altro, il suo uomo, nonché tra Marigiò e la cultura ufficiale. L’operazione di contemperamento è in corso e non si risolverà mai con una trasgressione sessuale e una castrazione del piacere o una frustrazione dell’erotismo. Di conflitto in conflitto matura anche il sistema psichico e si evolvono i conflitti in base al “principio del meglio”. Per ogni tempo c’è una risposa e una soluzione ai vari problemi che la società civile e le varie persone pongono sul tappeto della vita quotidiana.

Questo è quanto dovuto all’interessantissimo sogno di Marigiò.

LA CORONCINA DI PRATOLINE

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

La porta finalmente si è aperta

e Diana è volata lontano,

lontano da qui,

lontano dalle umane miserie,

perché l’anima vola,

mica si ferma,

tanto meno ristagna o si adombra,

l’anima contempla l’ignominia della mente

di una madre assente,

assolve la pochezza di un padre ignoto

e le bagna di sacra pietas.

E stato così.

Adesso Diana si ama da sola

e rimboccandosi ogni sera le coperte,

troverà quell’amore gentile,

quell’amore dolce e sincero

nella notte che la invita a dormir.

Ho detto su di te le orazioni,

ho bagnato le pratoline,

ho sistemato la coroncina sulla tua testina,

adagio,

per non farti male.

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

Salvatore Vallone pose queste parole nel dolce ricordo di Diana.

Carancino di Belvedere, 06, 08, 2022

VENERE

Venere,

Venere è morta,

i suoi monti sono crollati con i loro ghiacciai marmoladi,

la nostra Venere non ospita la vita di vital libido,

la culla della vita sulla Terra è un inferno nella via Lattea,

la chimica delle sue nuvole è alterata e zozza,

i biomarcatori segnalano che non metabolizza lo zolfo.

Lo zolfo, accidenti, lo zolfo!

Non metabolizza, accidenti, non metabolizza!

Cosa mi dici mai?”

Così sentenzia topo Gigio

con la sua accattivante voce da fesso di una volta.

E Afrodite?

Afrodite è morta,

anche Afrodite è morta,

è annegata tra le onde verdastre del mare Ionio

in mezzo a quelle isole che fea feconde

con il solo suo sorriso e senza ormoni aggiunti,

senza extension e senza unghie finte

e colorate al cerume del barbiere di una volta,

senza botulo per i trucchi maldestri e per gli inganni sottili,

senza botole per gli allocchi e grana per i parmigiani.

Sticazzi!”

Pesco direttamente dal romanesco.

Urano è stato amputato dal figlio Krono,

non ha più i posperi e i coglioni.

Il Cielo, ormai, è senza stelle,

ha perso i suoi teneri gioielli,

morirà in un nobile ostello della trista vecchiaia

nei pressi di una augusta Avola antica,

in collina,

nell’aria fresca della sera

e tra le carezze della notte.

Mecojoni!

Ripesco direttamente dal romanesco.

Krono si trascina il senso di colpa

di aver castrato il bonario padre

e di aver fatto uno scempio del cazzo.

Si sa in giro e da sempre

che il Tempo è un emerito coglione:

non rende mai quel che promette allor,

come la Natura di quel di Recanati,

quella che di tanto inganna i figli suoi.

Sticazzi e mecojoni!

Figuriamoci se non fossero stati figli suoi.

Ho ripescato entrambi direttamente dal romanesco.

Quanno ce vò, ce vò.

E in tutto questo baillamme sotto e sopra le stelle,

Gea che fa?

Gea sta a guardare

tra una tetta e l’altra da far succhiare ai figli e ai finti figli,

la Madre attende il nuovo poderoso membro

per essere ingravidata e far contento Darwin,

mentre il vecchio membro galleggia grigio e inerte,

passivo,

inanimato,

sulle onde del pelago antico tra le terre

in attesa di una porzione di pinna di squalo,

in attesa delle solite comari di Windsor,

delle pulzelle delle case regnanti,

delle soubrettes maritate con i ballisti imbellettati,

della solita e intramontabile Charlene maritata al principe,

della solita e sorridente Meghan maritata al principino,

il figlio di una benemerita, a nostro dire, principessa.

Le cose sono chiare

e i giochi sono ormai fatti.

Fottetevi, se vi pare e se vi garba!

Venere e Afrodite sono morte,

sono morte di vero crepacuore

nella redazione del giornale gaio del momento,

tra maschi & maschi che si cercavano sbavando,

tra femmine & femmine che si cercavano implorando,

tra maschi & femmine che si cercavano sbuffando.

Oh Plato,

maior et minor,

oh Platone,

oh Convivio,

oh Banchetto,

oh Simposio.

oh Aristofane,

oh Socrate,

oh Alcibiade,

oh Agatone,

oh Erissimaco,

oh Pausania,

oh Fedro.

Insomma,

un oh vada a tutta la compagnia cantante,

uomini senza donne in cenacolo gaio.

Deh,

orsù,

oh uomini senza donne

raccontate a Mariaccia la storia dell’Amore,

del Bello,

del Buono,

del Cattivo,

del Giusto,

dell’Infame,

raccontateci la trama di un film di Sergio il leone.

C’era una volta Zeus,

c’era una volta la spiaggia stracolma di cicche,

c’erano Venere,

Afrodite,

Charlene,

Meghan,

Ilary,

Gea

e le allegre comari di Avola e dintorni

distese sulla cenere della spiaggia con il culo di fuori,

con le chiappe divise a metà

da un laccetto per uccellagione,

tutte fumanti perché fumavano,

tutte districanti la cicca là dove c’era la sabbia,

tutte intrise di oli minerali della Exo,

tutte incofanate nei cellulari di alto valore morale.

Era la saga delle tre C:

culi,

cellulari,

cicche,

culi nel senso di chiappe,

cellulari nel senso di solitudine,

cicche nel senso di mozziconi.

E tutti e tutte attendevano il 48 o il 47,

o muorto e il morto che parla,

ciucciando allegramente il veleno di Mitridate,

il re del Ponto e delle mafie locali,

per raggiungere l’immortalità dei sensi e dell’onore

sulla ruota lottuosa di Napoli e Palermo.

Venere è morta ancora una volta

in questa spiaggia di caucciù strano e inverecondo,

in tanta malora politica e democratica.

Non ci resta che Lui.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 04, 08, 2022

 

 

DORMIVEGLIA

Zia!

Dimmi, bambina.

Mi fai un gatto?

Non posso.

Pecché?

Perché sono una donna.

Le donne fanno i bambini

e le gatte fanno i gatti.

Zia!

Dimmi bambina.

Mi fai una gatta?

Zia,

Quand’ero pica dicevo Camon gande gande.

È vero, bambina.

Adesso come dici?

Camon gande gande.

Ricordi prima di andare a dormire.

Infanzia azzurra,

meravigliose parole sospese nella memoria.

Grandi camion pieni di puro istinto poetico,

natura.

Tu sei il mio camon gande gande

e, forse, anche un gatto.

Mi fai una gatta?

 

Sabina

 

Trento, 01, 07, 2022

 

GUERRA

Prima era prezzo del sale,

adesso del sacrificio.

Abbia pietà di noi, Signore.

Abbi pietà.

La tua casa,

la mia casa,

la mia spesa,

l’ombrello per la pioggia

e la cura nell’ospedale della resurrezione,

il bene e il male,

la mia vecchiaia

e la tua forza.

Cade tutto,

muri e pane,

la linea della nostra relazione,

il corpo a corpo degli amanti

e tutta la polvere che copre il sangue sul selciato.

Fango sui tuoi stivali col tacco dodici,

cessa la musica nel luogo del ballo,

cessa lo sballo di notti invase dalla noia.

Tutto torna all’essenza

che non vale un cazzo di niente.

Vorrei essere al mare con Dio

in volo dentro cieli azzurri.

Sabina

Trento, 05, 03, 2021


LA MUMMIA IN PUTREFAZIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo davanti a una chiesa.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.

Le barelle sono quasi sicuramente due.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Questo è il contenuto misterioso e questa è la forma ambigua del torvo sogno di Marius.

INTERPRETAZIONE

Mi trovo davanti a una chiesa.”

Marius esordisce nel suo sogno con l’approccio conclamato al processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”: nobilitare e mettere al servizio degli altri le proprie pulsioni, stornare dai fini erotici e sessuali gli istinti vitalistici che sono in conflitto con le istanze di convivenza e di solidarietà. Freud ne parlò ampiamente nel libro “Il disagio della civiltà”. Marius si trova davanti al sacro e al tabù, s’imbatte nella difesa sublimata della sua “libido”. E’ come un biglietto da visita che offre agli altri dicendo: “cari signori, sappiate che io mi servo spesso di questo processo difensivo e così intacco la genuina espressione della mia sessualità”. La “chiesa” desta un “fantasma di morte”, la “chiesa” “sublima” l’angoscia di morte, la “chiesa” ricorre al sacro metafisico e alle operazioni suggestive e magiche per lenire il male di vivere e le sofferenze collegate, la perdita depressiva della vitalità, l’assurdità del morire. Marius non è dentro la “chiesa” e meno male, non è assorbito da questa difesa culturale, ma indiscutibilmente la mostra, per cui non resta che proseguire nell’interpretazione del sogno per vedere e capire dove sta andando e dove ci vuol portare.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.”

Di bene in meglio o di male in peggio, dipende dalle tendenze che investiamo in questa lettura del sogno di Marius. Di sicuro il protagonista si è allontanato dalla “chiesa”, la “sublimazione della libido”, e dalle angosce di morte collegate, per infilarsi in una “torre”, la figura paterna, che non promette nulla di buono con il suo buio, la sua muffa, la trascuratezza, la pochezza di un senso logico, la chiusura in se stessa. Marius parla di sé, di come ha vissuto e vive il padre, una figura nella quale è stato indotto dalla sua giovane età a identificarsi per poi eventualmente distaccarsi in età matura attraverso il superamento della “posizione edipica”: il conflitto e l’ambivalenza sentimentale che il figlio vive nei riguardi del padre durante l’infanzia e l’adolescenza. Marius non ha incamerato una positiva e proficua immagine del padre. Lo vive come un uomo solo, umorale, vecchio, trasandato, in difetto d’amor proprio e di logica. Ha poche “finestrelle” da cui entra “poca luce”. Questa è la “parte negativa” del “fantasma del padre” che Marius ha elaborato da bambino e che si è portato dietro nel tempo dell’adolescenza e oltre, senza aver operato una giusta “razionalizzazione” e riformulazione della figura paterna. La “parte positiva” si traduce immancabilmente nel padre protettivo e buono, nella reale e sacra origine della vita, ma di questo vissuto non c’è traccia. Il prosieguo del sogno potrà riservare sorprese nella psicodinamica che Marius sta innescando. Chi vivrà, vedrà anche con l’aiuto di una buona lente d’ingrandimento.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.”

Allora, la “torre” è tradizionalmente simbolo del Padre, è anche un simbolo fallico e si ascrive sempre al Padre e al corredo psicofisico dell’autorità paterna, rappresenta il “Super-Io” individuale e collettivo come introiezione delle norme e dei divieti atti alla convivenza sociale. Questo grande “fallo” e questo grande padre non sono di facile accessibilità, hanno un loro rigore e una loro scarna rigidità. Marius sta proiettando nel “padre-torre” chiaramente i suoi vissuti e le psicodinamiche della sua prima infanzia, quando il padre rappresentava per lui il “principio di realtà” e il “principio del dovere”, e descrive una persona severa e difficile da capire per la sua vena spartana nell’essere e nell’esistere. Marius ha temuto il padre anche per il suo lapidario esternare i sentimenti e gli affetti. “Senza il corrimano” descrive simbolicamente il rischio della caduta, l’angoscia della perdita, la mancanza di difesa da cotanta figura e l’incapacità di affidamento. Il sentimento pesante della paura ha contraddistinto la relazione del figlio nei riguardi del padre. Ma la storia non si conclude con questi blocchi della comunicazione, la storia continua e la relazione si complica toccando picchi notevoli e drammatici.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.”

Quindi, dentro la figura paterna vissuta dal figlio, la “torre”, non c’è soltanto Marius che sta tentando la scalata, ma ci sono anche altre figure indaffarate nel portare avanti la psicodinamica che da individuale, io e mio padre, si sta evolvendo in relazionale, io e mio padre e altri da individuare. La “barella” è il simbolo del “tramite”, dell’oggetto che porta a qualcos’altro e attesta di malessere e di dolore, quanto meno di incapacità ad animarsi. La “barella” è il tramite che serve al “fantasma depressivo di perdita e di morte” a vedere la luce, a manifestarsi. Marius approfitta della “barella” per tirare fuori le sue angosce d’inanimazione e di perdita della vitalità a causa di un padre vissuto oltremodo castrante e arido.

Ma chi sta uscendo dall’orbita paterna, dalla “torre”?

Sicuramente “parti psichiche” di Marius, vissuti del figlio maturati con dolore e sofferenza nel corso della sua prima evoluzione psicofisica.

Le “persone” rappresentano gli alleati psichici, le figure complici e funzionali a sviluppare il tema del padre in questa psicodinamica drammatica. Il fatto che “scendono” condensa il “processo di materializzazione”, l’opposto del “processo di sublimazione”. E’ questa la prima ribellione di Marius a se stesso. “Sublimare” è una difesa psichica che rende nobile l’angoscia, “materializzare” è una difesa che rende vivibile l’angoscia tramite l’intensità dei vissuti e la presa di coscienza della qualità del conflitto. Marius sta uscendo dalla sfera psichica paterna e sta diventando più concreto dopo essere stato un arduo sostenitore della “sublimazione della libido”. Bloccato dalla figura paterna Marius si sta liberando inscenando in sogno questo movimento verso il basso dopo tanta stasi e intenzione verso l’alto. La “barella artigianale” sa di vissuti caserecci e di esperienze originali: la relazione di Marius con il padre, un rapporto che sa di conflitto “edipico” e che si colora sempre più di una ricerca di liberazione dai divieti del padre e di aspirazione all’autonomia psicofisica. Vediamo il prosieguo del sogno come dispone il quadro e lo psicodramma in corso.

Le barelle sono quasi sicuramente due.”

Le vittime del padre-torre sono due persone, una è il figlio, Marius per l’appunto, e l’altra dovrà essere la madre, la terza componente della triade “edipica”, la cui psicodinamica ancora Marius non ha portata a ottimale risoluzione. Allora, riepilogando, il padre ha fagocitato il figlio e la madre, la sua donna o sua moglie per intenderci. Ancora meglio: Marius è partito dalla sua difficile relazione con il padre ed ha esternato simbolicamente la serie delle sue angosce al proposito, angosce depressive sia di castrazione e sia di abbandono. Procedendo ha introdotto la madre e lo psicodramma “edipico”, confermando i sospesi psichici in questo settore evolutivo. Il figlio e la madre si stanno liberando del padre e del marito attraverso la “materializzazione”, una maggiore concretezza nell’azione, e stanno uscendo dal carcere della “torre” paterna. Almeno questi sono i vissuti di Marius al proposito e degno di nota è il fatto che provvede anche per la madre da buon figlio interessato. “Mal comune è mezzo gaudio”, si dice nel gergo popolare e Marius si è fatto ben accompagnare e sostenere in questo sogno dalla figura materna.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.”

Come volevasi dimostrare si tratta della “figura femminile”, la moglie e la madre di Marius, che stava dentro la “torre”, il marito e il padre di Marius. Si rievoca la psicodinamica “edipica” triangolare secondo il vangelo dell’attore protagonista del sogno, Marius in carne e ossa. Vediamo la qualità dei vissuti. Il figlio vive la madre come vittima del padre, fagocitata nella sua autonomia e uccisa dal marito nella sua vitalità: “una figura distesa sulla barella, una figura femminile”. La madre nei vissuti di Marius aveva una precaria visione razionale della realtà, “occhi sporgenti”, addirittura il suo ragionare sfociava nel delirio, era priva di “occhi”. Dal sogno emerge un vissuto tragico di Marius in riguardo alla figura materna, una donna dipendente e costretta a una visione alternativa della realtà dal marito, che oltretutto aveva annientato l’autonomia del giudizio: una donna coartata nella coscienza e bloccata nell’azione. La questione psichica verte sempre più sul versante “edipico”. Marius ha vissuto il padre tirannico verso la madre e ha vissuto la madre particolarmente sensibile al potere del marito. Il tutto ha ingenerato un conflitto intrapsichico in cui trionfa la solitudine del figlio con una madre quasi morta e incapace di intendere e di volere e un padre particolarmente cinico e isolato nel suo bieco autoritarismo.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.”

Il quadro onirico si aggrava precisando meglio la sostanza psichica del conflitto. Marius ha vissuto la madre inanimata e affettivamente fredda, la madre freezer, mentalmente ottusa e fisicamente oltremodo difesa. Si tratta chiaramente di “fantasmi” del figlio e delle sue modalità di vivere la madre nei primi anni di vita, quando il suo pensiero elaborava conoscenze settoriali e rigide, “seno buono” e “seno cattivo” per intenderci, sulla madre. Marius da piccolo si è sentito inanimato e bloccato nella sua vitalità e adesso in sogno proietta sulla madre queste sue sensazioni antiche che nel tempo sono diventate tristi verità. Il quadro elaborato in sogno attesta di forti angosce legate al corpo e alla sua funzionalità motoria.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Come se non bastasse, viene confermato e rafforzato il “fantasma depressivo di perdita” della vitalità, il “fantasma di morte”, sempre proiettato nella figura materna e in stretto riferimento al padre. Marius si vede in sogno vittima del padre carnefice e della madre assente, mentalmente sigillata e affettivamente surgelata. Ci sono tutte le premesse per la sindrome più bieca di Asperger, la madre congelatore e il padre tiranno, almeno nella visione clinica ed eziologica di Bruno Bettelheim. Odora di morte questo sogno di Marius, ma in effetti ha tinte drammatiche nel delineare il suo conflitto “edipico”, la sua psicodinamica evolutiva con il padre e la madre, rei di avere messo al mondo un bambino con problematiche specifiche nella vitalità e nel movimento.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.”

Del suo vissuto sulla madre Marius ha già detto abbastanza e il sogno inizia a stemperare le angosce che ha caricato cammin facendo e che sono culminate nella “putrefazione” ossia nell’irreparabile e nell’ineffabile. Il sogno non può essere caricato ulteriormente d’angoscia, per cui Marius riflette sulla figura materna e sul suo vissuto di isolamento e di devitalizzazione. Le “bende” sono mortifere e per niente consolatorie, tutt’altro, le “bende” occultano la tragedia della decomposizione dopo la morte e in vita attestano di un corpo vissuto come se fosse morto.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Ritorna in conclusione la “proiezione” di Marius nella madre in riguardo all’inanimazione e alla perdita della vitalità: “una marionetta fatta di legno”. Marius si è vissuto fisicamente come Pinocchio, con un impedimento a esternare e realizzare la sua voglia di vivere e di muoversi. Marius si sta dicendo che vive la madre come una persona normale nell’apparenza, perché nella sostanza è una donna fredda e bloccata, morta e impedita. Questo corredo appartiene a lui in prima persona, per cui, in conclusione, Marius ha proiettato nel padre e nella madre i suoi vissuti arcaici e primari a forte intensità emotiva legati a qualche malattia o malformazione che lo ha portato a concepirsi come una “marionetta”, un bambino bloccato nella vitalità e nel movimento, un uomo affetto da una qualche disabilità.

Il sogno torvo di Marius si può chiudere con un elogio alla sceneggiatura teatrale del Medioevo e al meccanismo psichico della “figurabilità” che ha dato manforte al protagonista nel descrivere puntualmente l’essenza semitragica del sogno.

BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

A PROPOSITO

Domani ti comprerò un orsacchiotto di pelouche

per i tuoi giorni bianchi e neri,

per le tue notti brave,

per i tuoi dì tutti da venire a visitarti.

Ti meraviglierai

del fatto che mi sono ricordato di te in tanta tempesta virale,

perché dovrei pensare a non tirare le cuoia in tanto bordello,

ti ricorderai del gioioso nocchiero

che ti ha condotto per mari e per monti

in mezzo alle tempeste della vita

senza trovare porti utili per un approdo funesto.

Mai approdare, ricordati o Lucifera!

A proposito,

sai che la bestia umana,

il capolavoro della creazione secondo gli illusi della fede,

ha ucciso novantasette milioni di squali

per mutilarli delle pinne a favore di un membro umano

già morto nel cervello insano del portatore ignoto,

ha trainato ventisette miliardi di tonnellate di pesce azzurro

per la frittura mista di paranza

da consumare anche in un fetido antro di Ortigia,

ha ucciso Graziella e Lello per il bene della razza,

per poter procreare esseri superiori,

quasi come gli dei che ancora onoro e adoro

presso la cappella dello Spirito santo

nella chiesa di riviera Dionisio il grande.

A proposito,

domani ti porterò un piccolo dio

da mettere nel tuo altare di casa,

un Lare a perpetuo ricordo di quello che eravamo

e di quello che siamo,

a profonda ignominia di quello che saremo.

L’idolo avrà muscoli da palestra

nel petto rubicondo e nel costato tartassato,

avrà la tartaruga intatta e sopraelevata come il ponte Morandi,

sarà avvolto da un medioevale drappo rosso

negli organi dell’orgoglio,

almeno fino a quando l’iconoclasta Matteo & Matteo

non deciderà di far cadere il governo.

A proposito,

tieniti sempre forte

tra i deliri della televisione e le prediche dei giornali,

pecca fortiter, sed crede fortius,

strafottitene,

tieni spento l’elettrodomestico infausto in questi tempi duri

perché i dissennatori impazzano sulla scia del grande Puffo,

rincorrendo l’esca del grande Buffo,

mentre i bambini neri aspettano il pittore in mezzo al mare

per dipingere il loro altare.

Niente ipocrisie e idiosincrasie,

tanto meno mestrui inopportuni.

Amami alla luce del sole e senza scommesse,

perché nunc bibendum est,

dum loquimur, fugerit invida aetas,

amami così,

come faccio io in uno dei tanti carpe diem

mandandoti parole & parole in dono perpetuo e perenne,

come il fiore che non marcisce ancora nelle chiese dei preti,

quelli che, se muore la signora Morte corporale,

rischiano di chiudere per sempre bottega.

Assolvimi e assolvi le mie debolezze di uomo frustrato

che vive in mezzo ai prosperi campi

tra pecore odorose e maiali obesi.

Cura ut valeas

e così domani sarà un altro giorno da via col vento.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 28, 01, 2022

 

A CICIOCIACIO

Che non si dica mai un giorno

e in giro per le contrade sgarrupate dell’ameno Carancino

che io non ho parole per te,

mentre gli altri parlano di te

e hanno parole per te,

dicono parole a te,

dicono e parlano di te.

O parola,

o parola,

parola su parola,

parola contro la parola,

parola abusata,

parola vituperata,

parola ingiuriata,

parola di quel Verbo che fu in principio

e poi sparì dalla circolazione

perché diventò Fatto,

perché si fece carne

per abitare con noi in tanto bordello

con una donna di provincia,

la Maria Maddalena

che aveva un gatto

che non eri tu.

E tu che fai?

E tu che dici?

O Ciciociacio,

questuante

petulante,

richiedente,

postulante,

impertinente,

insolente,

esigente,

cigolante,

rinculante,

rimpallante,

richiamante,

rimbalzante.

Ciciociacio vivente

incallito,

tracotante,

replicante,

sacripante,

mestierante,

criticante,

un gatto maldestro della Destra felina,

uno che si fa un baffo della Sinistra

e dei tortelli in brodo di Crapa Pelata,

che sarei io,

io che sono il tuo peggiore amico,

un illusionista,

un narcisista,

un commediante,

un parolaio,

un ladro di polli verbali,

un quaraquaquà delle migliori risme,

il tuo sponsor per l’oggetto della scena del crimine:

l’amore di un gatto per un povero uomo.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 04, 2022

 

ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022