CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

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