SILENZIO

Gelindo.

Vive!

Antenore.

Vive!

Aldo.

Vive!

Ovidio.

Vive!

Ferdinando.

Vive!

Agostino.

Vive!

Ettore.

Vive!

PILLOLE DI VITA

Acetamol,

paracetamolo,

tachipirina non di marca,

degna di un ex proletario

che adesso se la gode in quel di Guascogna,

500 mg di veleno

per un corpo contestato e non vaccinato a suo tempo,

con Gianna che reclama il mio amore

e io che non riesco a dire bagliola o amore mio

a questo peluche di una cagnetta

che deve fare pipì tre volte al giorno

e cacca alla bisogna,

tutta quella che vuole e dove vuole,

in tre ettari di terreno, sine die e nisi obmolumenta,

anche sul parabrezza di questa station wagon

che è mezza marcia e mezza rossa,

una carcassa del ‘68 ad ampio uso e disuso,

una al mattino,

una a mezzodì,

una la sera.

O madonna del natale,

tu che insegni la sacralità del parto

e la mortalità dei bambini mai nati,

quelli che volevano e non potevano.

Ci sarà in questo ospedale dei poveri

un santo Raffaele che gradisce

e percepisce duemila e ottocento sesterzi

per curare i testicoli erniosi di Tersite.



Salvatore Vallone



25/ 12/ 2023 in quel di Karancino, giardino degli aranci.

IL SOLE D’INVERNO

Sol stat,

il sole si è fermato chissà dove,

per non precipitare chissà dove.

Forse si è fermato tra i freschi pensieri dell’anima novella

che si schiude tra le grinfie dei grandi sacerdoti di Allah

e dei grandi signori del petrolio e dei figli di Jahvè

che ai politici col cul fanno trombetta,

mentre una donna continua l’agonia del martirio

con lode mediatica e senza aiuto

gridando alto “aita, aita”

nel moderno surreale mondiale satiresco dramma,

almeno ai miei occhi insani e alle mie orecchie dementi.

Forse il sole si è fermato negli occhi vitrei della steppa lupigna.

All’alba ho sentito una donna gridare nel fondo della via oscura,

ero a passeggio con Gianna incappucciata

e ho visto il sole fermarsi per non cadere.



Salvatore Vallone



ventuno dicembre del duemila e ventitré in quel di Carancino

NEL MIO SOGNO

Eri nel mio sogno.

C’era il solito bellissimo giardino su un pendio,

pieno di alberi e un prato folto d’erba verde.

Che meraviglia!

Non sai (ma sì, lo sai) quante volte avrei voluto scriverti,

chiederti come stai,

come vivi

e a cosa pensi.

Passo molto del mio tempo mentale,

l’unico tempo che vale,

in tua compagnia.

Ti parlo di stupori

che mi salvano da giornate altrimenti sempre uguali,

passate a lavorare nello studio bello bello

con ragazze belle e fatue che mi chiedono

se lasciare il moroso o comprarsi una borsa.

Sabi, mi dicono, fatti una pausa caffè con noi,

e io mi alzo

e parlo

e rido

e vabbè,

non è il mio mondo,

ma quale mondo è mai stato il mio?

Mi sono fermata a casa con i miei fratelli e mia madre.

Facevamo il gioco del vocabolario

ed era tutto là,

c’era un senso.

C’era anche tanta altra gente,

tutti leggermente fuori fase.

Amore, calore, malinconia e parole.

Sono stata felice e fortunata,

chissà se lo sono ancora.

Le persone se ne vanno,

resta la memoria

che vira in immaginazione,

la parte migliore di noi,

il dono prezioso che valica le barriere dello spazio-tempo.

Vale sempre la pena,

direi,

esserci

e compiere questo viaggio.
Vedi,

cose così,

pensieri che cadono come foglie,

niente di più.

Forse è per questo che non ti scrivo spesso.

E tu come stai?

Come vivi?

Cosa pensi?

A spasso con te, sempre.

Sabina

LUCIA

Lei abitava nella via delle maestranze

di una città disoccupata e negligente

al numero civico settantadue

e oscillava come un pendolo

tra un balconcino e un terrazzino

per non farsi notare dal suo amore segreto.

Lucia era cristiana

e aveva gli occhi azzurri e scagliati di verde,

frequentava la chiesa sotterranea della Giudecca,

studiava latino e greco presso il Liceo del conte Gargallo

in via dei Mergulensi al civico sempre settantadue.

Un bieco assassino scaricò la sua furia omicida

sul suo corpo adolescens e segnato dalla verginità.

Ah, se avessi accettato il mio anello nuziale!

Oggi io non sarei cieco e tu una santa.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 13, 12, 2023

 

BUON ONOMASTICO

Buon onomastico, mamma!

Buon onomastico, papà!

Nelle vostre regioni di perenne certezza

accogliete gli auspici 

del vostro devoto figlio Salvatore.

08, 12, 2023, Carancino

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN FOLLE PASSEGGERE

Coincidentia oppositorum,

mio caro Nicolò da Cusa?



Chi sei tu?

Quello vero e autentico,

quello fresco di giornata come le uova di Paolo in Avola,

non quello dell’Università ad alto costo e a basso rischio,

non quello dell’Università che salda con i saldi di lauree,

a votre plaisir,

a volontè,

come la maionese che abbonda

nel camioncino sgangherato e odoroso di Ferruccio e di Ivana,

quelli che in piazza della Libertà nelle domeniche di tramontana,

sempre in Avola,

la cittadina delle mandorle e del cannolo di ricotta,

del vitigno antico e del vino nero,

quelli che vendono i micidiali mc donald nostrani,

impastati di sego di maiale,

del povero porsel,

e di sfilacci di carne di cavallo,

del povero cheval.



De docta ignorantia,

mio caro Nicolò Cusano?



Chi sei tu,

quello vero e autentico della Dotta ignoranza,

quello che disserta su una contrazione e una esplicazione dell’Infinito,

di un Dio fatto così e così,

tra ragione e inconsapevolezza,

tra pane e panelle che fanno le figlie belle?

La tua Dotta ignoranza esige

che la linea coinciderà con la circonferenza

secondo le rigide e precise norme del processo all’infinito,

che l’uomo è un piccolo dio,

soprattutto quando sforna il pane caldo quotidiano

in quel forno di Avola,

a putia ro pani i casa.

La tua Dotta ignoranza

afferma che del Supremo si può dire soltanto quello che non è,

il nominabile che manca sempre di qualcosa,

il Dio fatto in casa come le tagliatelle di nonna Giuseppina.

Cosa vuoi o Nicolò?

Dei nostri desideri son piene le fossa.

Della sua creatura preferita rimane ben poco,

non Gli è venuta poi tanto bene.

Lui, il Perfetto, se ne dispiace e si addolora,

ma in compenso ha pronto il gatto Coraggiosetti

con tutte le sue manfrine sicule e le sue sceneggiate napoletane.

Al felino improvvido sono destinate le ricchezze dell’universo,

in una con le difficoltà a reperire un mondo d’amore

dove inviare l’inviato del giornale o del telegiornale,

l’opinionista e l’esperto,

il leccaculo e il ruffiano,

il furbetto del primo piano e la bonazza di Instagram.



De venatione sapientiae,

mio ultracaro Nicolò da Cusa?



L’universo si contrae e si espande come il mio cuore,

batte come un martello e suona come un mantice.

Questo spazio infinito dove tutto è al suo posto,

dove ogni cosa è al suo posto,

come nella mia officina di campagna,

come nella cucina di mia sorella,

di mia cugina,

della madre del milite ignoto

che ancora aspetta il figlio partito per il fronte della Carnia,

Vincenzo Mamo,

detto ‘Nzino,

fu Antonino e zia Concettina,

quelli delle colonie africane del Duce,

quello che ancora oggi promette al suo popolo l’acqua e la luce.

Mira il tuo popolo,

o bella Signora,

che pien di giubilo oggi ti onora.

Anch’io festevole corro ai tuoi piè,

o santa Vergine prega per me,

che io, chissà se me la cavo.

Io?

Speriamo.

Speriamo che me la cavo

senza andare dal dentista.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 08, 12, 2021