LA MOGLIE DEL SOLDATO

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Nella verde terra di Armonia è sempre primavera

e i soldati guerreggiano insieme come fratelli,

tra una pinta di birra scura e lunghi coltelli affilati,

tra il terrore di un agguato e l’angoscia dell’ultimo attentato.

Quella donna diceva di avere marito e figli in Cecenia,

là dove tutto è freddo e il sole non batte poi tanto

per dare spazio al tempo dell’incanto.

Nella verde Armonia i prati sono pieni di pecore gravide

e i venti suonano lire d’amianto

finché il dolore non si tramuta in pianto.

Quella donna aveva un tulipano rosso tra i capelli neri,

portava gonne azzurre e mutandine arancione

e nel suo grembo nascondeva trepide scosse.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

La guerra civile è sempre un amabile rendez vous,

tra scontri accesi e frecce acuminate

l’amor si gonfia con le carezze amate.

Ella avea un oceano di nuvole e di luce nel suo karma,

si tingeva di notte i capelli di verde e di blu

e calzava di giorno strane scarpe di caucciù.

A Dublino le chiese si aprono al mattino

al ritmo leggero della musica di un violino,

mentre il cielo è un gregge turchino.

Ella aveva un cappello a colori brillanti

sotto un cielo azzurro mare

che si muoveva come si fa per amare.

Bianco e nero e a colori è il paesaggio,

una donna gira nel sole e suona la fisarmonica

mentre un bambino dorme dentro di lei

e i capelli sono rivolti alla luna

come zingari di notte e regine di giorno

che si muovono in cielo al ritmo di una musica strana.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Salvatore Vallone

Karancino, 21, 09, 2023

VIVO IN SICILIA

Vivo l’inverno sotto Orione,

con la sua clessidra in testa a ricordarmi del Tempo,

che tutto passa,

che panta rei,

che omnia fiunt,

quasi secondo un memento mori,

senza essere trappista,

io sono un templare armato di vanga

e vomere in puro acciaio tedesco temperato,

con tanto di cipiglio contadino taccagno e di motosega della Stiga

nella buona e nella cattiva suerte,

nella salute piena e nella malattia esistenziale.

Io non soffro di noia.

Io non ho cadute dei progetti,

mi spingo sempre in avanti con il culo,

ma non troppo, per non cadere.

Vivo l’estate sotto il grande Carro,

all’ombra del piccolo Carro,

seduto sui quaranta cavalli del mio Goldoni,

anni cinquanta e tutto rifatto dalla ruggine e dalle rotture,

color arancione tempestato di macule a tinta varia,

un double face con la faccia di stagno

che non capisce la mia nobiltà mentale e morale.

Io sono un povero lestofante,

ho la parole lesta e mariuola,

ho il verbo sempre nella punta della lingua,

umido e umettato come il sogno di una notte di piena estate.

O contadino gaio e pio,

o consulente di Gaia la rossa,

o contastorie del secolo scorso,

quante novelle ti ha raccontato il pubblico pagante.

E tu il limitar di gioventù salivi

tra tonfi spessi e lunghe cantilene,

mentre la Gianna s’impapocchia di te e delle tue fregnacce,

disdegna i tuoi baci

e sboffonchia,

sbuffa e sbologna,

sbareghea e strimpella.

Gianna non ti vuole.

Io sono un pover’uomo innamorato di una cagnetta riottosa

e sorda a tanto amore,

io sono un uomo triste e doloroso,

io sono esistenzialista e alchimista,

porto il maglione nero alla dolcevita,

quella vita che se ne va

dopo averti ben allettato e ben fottuto.

Domani pianterò un fico sul declivio di Carancino,

un ficu niuru pi ffari passuluni,

dopodomani pianterò una vite,

una ciassalà pi ffari fichi sicchi.

Salvatore Vallone

Giardino degli aranci, 15, 09, 2023

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN PASSEGGERE

Eterno ritorno,

mio caro Friedrich?

Cosa blatteri,

cosa cincischi,

cosa confinferi,

emerito crucco con testa di greco,

musico nibelungo e musicista mistico dell’evomedio,

Dioniso ed Apollo gai gai tra corpo e mente?

Tutto irrimediabilmente si ripete

in questa giostra colorata di cavallini bianchi

e in questo teatro naturale di mandorli e ulivi

con qualche arancio a far da condimento

tra l’origano e il timo in olio extrafottuto di oliva.

L’insalata mista è servita anche con tanto di basilico.

Tutto eternamente ritorna nel tempo

in questa maculata e sconnessa cavea

di calcare giallastro con risonanza magnetica,

in questa negletta grotta di tisici cordari,

in questo preciso siluro della cremazione

che ti ingoia e t’incula nel lastrico del congedo.

Oh, don Fabrizio,

principe di Salina,

duca di Querceta,

marchese di Donnafugata,

è proprio vero:

tutto finisce in un cumulo di polvere livida.

Qui ritornerà,

sicuro,

qui ritornerà,

cantava mia madre allegra e seducente

quando ritornavo dalle mie puttane allegre,

pardon tristi.

Marquez e Carlotta si sposano bene.

Anche tu, mio caro Friedrich, ritornerai a Torino

ad abbracciare il cavallo frustato dal vile cocchiere,

ti lascerai di nuovo avvincere

dalle avvenenze fottute di Lulù Salomè,

mentre lei è anzitempo perduta completamente

per un tipo ermetico resistente come Sigmund,

l’ebreo ateo e tabagista con cancro alla mascella,

in un transfert che non avrà mai fine,

ma soltanto il fine

di ricreare all’infinito la dipendenza edipica

da un padre, da una madre, da un figlio.

Oh Giocasta,

oh Laio,

oh Edipo,

piezze e mmerda,

iatavenne!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 12, 08, 2022

IL NUOVO NOVECENTO

Poeta,

porti sulle spalle la tua Siracusa e il tuo Veneto,

la tua Milano grigia e sputtanata,

la storia di Lucia e della Pia

in questo purgatorio senza uscita.

Io leggo

ed è come se fossi seduta in un museo

ad osservare un incanto appeso al muro.

Ho detto al custode di lasciarmi stare,

di chiudere

e farmi rimanere,

perché avevo una lama conficcata

tra il cuore e la panca di pietra.

Mi piace tanto quello che scrivi

e mi piaci tantissimo quando scrivi,

aggraziato e rude come il nostro Novecento.

Tutto è così acceso e moderno,

oggi,

luci nuove e nuovi argomenti.

Io ascolto con attenzione

e distrattamente attendo

che si allunghino le giornate,

senza credere fino in fondo

che basti ad una vera comprensione.

La mia natura sarà sempre legata a ricordi di stagioni

che nascono nel freddo e nel buio delle mie latitudini.

Nascevo nell’approssimarsi dell’inverno,

neve bianca frammista al latte del mio nutrimento:

non si dimentica la cornice

che inquadra il seno di una madre.

E tu,

tu che mi abiti nel cappotto di astrakan,

caldo collo,

abbraccio.

Mi scrivi nell’ora della noia,

so anche questo.

Io non temo le intemperie del tuo carattere incostante;

la tua voce argentina nella corte di uno sgangherato palazzo

mi arriva come un vento,

a volte una folata,

altre un alito così lento

che basterebbe mettere le mani a conchiglia

per tenerlo dentro.

Siamo tre giorni in un inverno

e per me il futuro esiste sempre.

Carpe diem,

ogni domani sa diventare un oggi.

Sabina

Trento, 13, 12, 2021


LA FILOSOFIA AL MERCATO

LA FILOSOFIA ANDO’ AL MERCATO

La Filosofia andò al mercato

e un cavolo comprò,

in Atene,

nell’agorà di Atene,

nella polis ateniese,

tra Logos e Crazia,

Filos Sophia,

Filossophia,

Logoscratia,

la ragione al potere,

Filosofia,

amore del sapere,

sapore del sapere,

pathos e logos.

Filosofia povera e nuda,

senza padroni,

curiosa come Talete,

profonda come Anassimandro,

dinamica come Anassimene,

oscura come Eraclito,

quadrata come Pitagora della Magna Grecia,

teologica come Senofane,

profonda come Parmenide della Magna Grecia,

paradossale come Zenone,

astrofisica come Melisso,

omeomerica come Anassagora,

atomica come Democrito,

umana come Protagora,

sofista come Gorgia,

libera come Diogene,

insinuante come Socrate,

nobile come Platone,

scientifica come Aristotele,

sacrale come Zenone,

critica come Pirrone,

popolana come Epicuro.

La Filosofia andò al mercato

e un cavolo comprò in Grecia,

in Magna Grecia.

L’angoscia di morte fu ben servita allora.

LA FILOSOFIA VA AL MERCATO

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra,

in Occidente,

là dove tramonta il sole,

nell’Occidente sedicente italico,

a Turin, a Milan, a Venessia,

nel Belpaese dell’arcinota e benemerita Galbani,

nel topos in odore di ricotta di mucca e di pecora,

di tricotta perché bruciacchiata in forno,

nelle terre dove anche Ercole pose li suoi riguardi

per distinguersi da Ercolino sempre in piedi,

per allontanare dalle sue nobili radici i pupazzi di plastica

e le mummie incartapecorite di sedicenti benefattori,

di infausti editori e filosofi,

di sempiterni giornalisti e opinionisti,

di critici poco critici con se stessi,

dal mattino a notte fonda in esposizione,

narcisisti,

vanagloriosi,

insistenti,

impertinenti,

insolenti,

sussurratori furtivi,

tacchenti,

insultanti,

nervosi,

non edibili,

dal mattino a notte fonda in esibizione.

Filosofia,

filia del sapere,

fobia dell’ignorare,

Crazia della Verità,

non il giornale dei puffi mangioni e sanchipanza,

ma l’Aletheia,

il senza nascondimento,

colei e colui che non si nascondono,

colei e colui che non giocano a nascondino,

colei e colui disoccultati,

amore del buon gusto,

filosofi e filosofe,

buongustai,

maitres e maitresses a penser,

cuochi e cucinieri nell’agorà,

non quella di Serenella la bella,

quella dei buffi a cinque stelle,

quella degli ex secessionisti,

dei leghisti acqua e sapone,

fancazzisti vocati e vacui,

sistemisti del nulla,

sistemici apud nihil,

speculatori di lega bassa apud prope nihil,

di bassa lega,

di un quasi niente che è sempre un qualcosa di poco,

di molto poco,

non certo les philosophes sur le pont de Bercy avec Juliette,

non certo i filosofi trotterellanti sul lago di Barcis con Sabine.

Socrate insoddisfatto è meglio di un maiale ripieno alla cannella.

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra

presso la bancarella di Tanina,

di Ciuzza e di Mariuzza,

tutte in tivvù,

macchiette in tivvù,

fumetti in tivvù,

filosofi de Venessia e de Milan,

baffi dentro la barba e sotto i capelli,

Filosofia sedicente a pagamento giornaliero,

ad andamento continuo e persistente,

filosofi da fetida laguna e da novelle tremila,

le mille e tutte in una notte,

filosofi da decamerone,

dieci camere in dieci giorni,

dieci giorni in dieci camere,

virus,

virologi,

virus onniscienti e virologi sapienti,

prediche,

sermoni che sanno di grasso di maiale,

di sego di candele da osteria e da chiesa,

salotti italiani e nostrani come i polli e le loro uova,

si balla sotto le stelle e nelle stalle,

si sballa sempre sotto le stelle e nelle stalle,

giornali,

ospedali,

spettacoli dei soliti e controsoliti ben noti,

notissimi alla plebe e alla plebaglia rissosa,

malfamati nei migliori salotti di Caracas,

reti per pescatori,

reti per allocchi,

reti visive dove si litiga,

si grida,

si boicotta,

si saltimbanca,

si prevarica,

si minaccia,

alla prima che mi fai ti licenzio e te ne vai,

sor Pampurio e il marchese,

tutto a pagamento,

tutto saldato dagli amici dei miei nemici,

ex amici.

Ecco,

la misura dell’ignominia è colma,

il solito obsoleto capocchione onnisciente si alza e s’adira,

il direttore del puffo con voce squillante grida adelante,

alla prossima e memento soldi,

fratelli trappisti,

che ripetono replicanti,

memento skei,

ricordati di pagarmi,

i soddi ma ddari,

dicono che non dicono,

non dicono dicendo,

virus mentale impazza,

impezza,

impizza,

impozza,

inpuzza,

irrompe anche nel bar da Pippo dove si pappa,

cade nel pozzo che puzza

dove Pippo mangia una pizza,

dove Peppa fa una pippa a Pippo e viceversa,

la tivvù ammazza,

contagia,

memento mori dei trappisti,

fratelli e sorelle ricordatevi che dovete tener duro,

dicitici a sinnicu vuosto

ca nui cacammu tuosto,

fratelli,

sorelle,

misti e misticamza,

affini e collegati,

le chiese sono chiuse ormai,

come le case della senatrice Merlin,

i preti dove sono,

non ci sono,

mancano i monaci,

chiusi i conventi,

aiuto,

aita aita,

siamo soli,

dio è morto,

anche le sardine sono morte in questo mare di guai,

gli addivenienti dei dove sono,

non ci sono,

i politici e i miscredenti hanno ucciso anche dio,

siamo rimasti soli,

quali dei si profilano in cotanta goduria da grande fratello,

tutto a pagamento,

tutto si compra,

tutto ha un prezzo,

anche il deretano di Gaetano,

tutto al silicone,

tutto al botulino,

arriva il puffo a cavallo dei suoi testicoli consunti,

il puffo,

il famigerato,

il beneamato e purcaro o porcaio,

che porcheria,

che guaio,

che peste,

che morte,

che fine da eccesso e da difetto,

est modus in rebus,

sunt certi denique fines quos ultra citraque

nequit consistere rectum,

aprite le chiese

chiudete la tele,

forgiate le tele,

Penelope,

donne è arrivata Penelope,

insegna nell’agorà

a fare la tela e becco finalmente il marito.

La Filosofia va al mercato

e un cavolo compra.

La morte senza angoscia è ben servita.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 20, 01, 2021

 

I DUE COMPARI

Traballo,

dondolo,

barcollo,

strampello tremulo come fiammelle,

i piedi son fermi,

fermati o raffermi,

il diabete ìmpera ed impèra,

cammino,

l’incedere non è elegante,

ma trasognato e assente,

evanescente come le volute azzurre delle Gauloises,

cammino sempre,

come il folle di Bernardo ai primi del Novecento,

nel tascapane il fegato del maiale appena scannato,

nella scarsea un borsellino di monete di rame,

buone per fare una quarara,

un pentolone per l’estratto estivo di pomodoro marmante,

sacripante e parbleu come si fa,

nella cattiva e nella buona sorte davanti a un altare senza prete,

nella stagione dei fenicotteri rosa nella palude di Priolo,

sentivo,

sentivo qualcuno e qualcosa,

sentivo mia nonna ciarlare,

pensavo mio nonno cadente sul far della sera.

E fu subito infarto.

Salvatore Vallone

Karancino, 01, 09, 2023

LA NOTTE E’ STUPIDA PER NOI

La notte era stupida,

era anche stupita di tutte le sue cose a posto,

al posto giusto,

oltretutto nude e spalancate sul mare,

quando noi,

noi due,

eravamo sconosciuti a noi stessi,

agli altri,

a tutto il mondo con il resto di due.

Dovevamo esserlo,

signor giudice,

per posizione e pregiudizio,

per orgoglio e vanagloria,

per la canzone in fieri nei formidabili anni sessanta

dominati da pancioni mollicci e baffetti inopportuni,

da donne cannone, oltremodo belle e brave.

Questa notte,

questo tipo di notte mi sorprese di sorpresa e all’improvviso,

mi colse allibito nella nebbia di Melzo e lungo l’Adda con la Rita,

mi raccolse amminchialuto nel freddo della laguna putrida con la Marisa,

cette nuit ci sorprese foresti e forestieri nella foresteria di madre Natura,

proprio come gli anonimi personaggi della serie americana

chi erano questi due

che alle sei del mattino ritornano alla losca magione

barcollando

dopo aver frequentato il bar long drink Bar Collo”?

Questa notte,

ebbene e ribadisco,

o signor giudice,

questa notte ci sorprese sconosciuti,

io e lei,

noi due sconosciuti,

il titolo dell’ultimo romanzo della grande Liala,

al secolo Liana Negretti Odescalchi,

coniugata Cambiasi,

la donna delle Mille e una notte del popolo italiano proletario

in guerra e in pace,

alla Lev Tolstoj.

Fin qui tutto liscio

e senza pirtusi alla spingole francese,

perché ancora non ci sono stati pizzichi e vase.

Ma,

sentite questa,

s’il vous plait,

se poi nel buio le tue mani d’improvviso vanno sulle mie

e s’improvvisano numeri da circo Orfei,

allora,

mi capisce,

o signor giudice,

gatta ci cova e qualcosa ci sfugge.

Lei dirà saggiamente

che è cresciuto troppo in fretta questo nostro amore

e ha ragione.

Io le obietterò soltanto

che certi discorsi non si fanno al telefono

e tanto meno con il telefono della SIP,

quello a gettoni,

dentro una cabina maleodorante

del piscio di cani e gatti,

nonché di qualche incontinente,

tumoroso e non timorato.

E, adesso, lei mi vuol telefonare telefonando

per mandarmi a cagare,

a cagher in emiliano da oltre Po pavese,

per dirmi basta prima di cominciare,

per un amore appena nato che è già finito.

Dica, allora,

benedetta signorina,

che si tratta della solita scopata foresta

e voluttuaria come un bene proficuo da voluptas galoppante,

di uno swarovski fatto con un fondo di bottiglia di buona birra,

qualcosa del tipo porcellana di Capodimonte in quel di Catania,

dica,

benedetta ragazza,

che è inspiegabile ma vero

che il nostro amore appena nato sia già finito

con buona pace dei benpensanti e dei bacchettoni.

A questo punto e con queste premesse gradisca cordiali saluti da

Salvatore Vallone.

P.S.

La prossima volta…replay.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 30, 12, 2021