GLI ZOMBIE

TRAMA DEL SOGNO

Le narro un sogno che mi ha parecchio inquietato e che ha un oggetto ricorrente, ovvero gli zombie.

Ero tranquilla a casa con la mia famiglia e hanno suonato le autorità, invitandoci ad abbandonare velocemente le nostre abitazioni, preparare un bagaglio raffazzonato per noi e i bambini, e correre a ripararci in rifugi predisposti perché era imminente un’invasione di zombie.

In tutta furia sono andata in città a recuperare in un magazzino le valigie da preparare: la città era già semideserta, vedevo persone fuggire, ma abbandonati da soli trovavo tanti bambini, alcuni in fasce, altri che gattonavano o stentavano a camminare, tutti abbandonati dai genitori che presi dal panico li avevano lasciati indietro.

Ne prendevo uno d’istinto per proteggerlo, ma ero angosciata perché non potevo prenderli tutti ed avevo fretta di tornare dai miei, di bimbi, che mi aspettavano per andare al rifugio.

All’interno del magazzino, dove avevo la mia valigia rossa, ho sentito dietro la porta semichiusa di una stanza un ringhio che ero quasi certa fosse quello di uno zombie: ho comunque raggiunto la valigia, aspettandomi che da un momento all’altro il mostro uscisse da quella stanza, ma non è successo nulla e sono uscita di corsa senza problemi ma col cuore in gola.

Mi sono così diretta verso casa finalmente con una certa serenità perché ormai ero quasi arrivata…e il sogno è finito.

China

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Le narro un sogno che mi ha parecchio inquietato e che ha un oggetto ricorrente, ovvero gli zombie.”

Il sogno ricorre semplicemente perché contiene materiale psichico profondo che non ha ancora visto un’adeguata luce della coscienza e non ha trovato la giusta consapevolezza. Il sogno spurga i fantasmi e li seduce allettandoli in maniera truffaldina. Gli “zombie” rappresentano la parte psichica inanimata, quella dimensione psichica che non ha trovato nell’esistenza un adeguato riscontro oggettivo, i desideri importanti e tralignati in angosce, i bisogni inappagati e vaganti nel teatro profondo.

Ero tranquilla a casa con la mia famiglia e hanno suonato le autorità, invitandoci ad abbandonare velocemente le nostre abitazioni, preparare un bagaglio raffazzonato per noi e i bambini, e correre a ripararci in rifugi predisposti perché era imminente un’invasione di zombie.”

China sta bene nella sua dimensione psichica, ha maturato una organizzazione stabile che le consente di vivere in maniera degna con l’equilibrio conquistato. Ma il “Super-Io” è riottoso e ogni tanto fa le bizze. “Le autorità” che suonano alla porta rappresentano il sistema delle censure e dei limiti e sono foriere di dolore in quanto trascinano sensi di colpa. La “invasione di zombie” è chiaramente l’avvento tirannico del “Super-Io” che presenta il conto delle colpe nella forma angosciante dell’animato minaccioso perché rappresenta ciò che non ho fatto o non ho potuto fare.

In tutta furia sono andata in città a recuperare in un magazzino le valigie da preparare: la città era già semideserta, vedevo persone fuggire, ma abbandonati da soli trovavo tanti bambini, alcuni in fasce, altri che gattonavano o stentavano a camminare, tutti abbandonati dai genitori che presi dal panico li avevano lasciati indietro.”

Le valigie da preparare” rappresentano il grembo materno, “i grembi materni”, le gravidanze attese e vissute, la pulsione alla maternità, la “libido genitale” di una donna dispostissima alla figliolanza e all’accudimento. Il “magazzino” rappresenta la dimensione preconscia di China dove risiedono i vissuti conflittuali e i tormenti dell’animo femminile. La solitudine della donna e delle donne si manifesta nella “città semideserta”, nelle “persone” che fuggono di fronte a un evento delicato e a una scelta etica: l’abbandono psicofisico dei bambini, la solitudine angosciante dell’infanzia. China ha sperimentato sulla sua pelle l’abbandono e la scelta di portare avanti una gravidanza da sola e contro i giudizi altrui. I suoi genitori non saranno stati accudenti e premurosi nei suoi vissuti infantili e la famiglia ha risentito di una pulsione egoistica dei suoi componenti. La sensibilità di China verso l’infanzia è altamente delicata e quanto traumatica nella sua sostanza psicofisica. Il “panico” dei genitori rappresenta l’immaturità alla cura e all’amore verso i figli.

Ne prendevo uno d’istinto per proteggerlo, ma ero angosciata perché non potevo prenderli tutti ed avevo fretta di tornare dai miei, di bimbi, che mi aspettavano per andare al rifugio.”

Persiste l‘ipersensibilità di China nei riguardi dell’infanzia, dei bambini e dei figli. Persiste la manifestazione nevrotica o conflittuale dell’istinto materno in questo teatro femminile onnipotente che mostra i bimbi e i figli. Quanta angoscia e senso depressivo di perdita in questa donna che ha contato le sue uova da fecondare, le sue mestruazioni! Il “rifugio” rappresenta il grembo materno protettivo, quello che esula dai conflitti inutili di stampo sociale e politico: i figli sono figli e vanno amati tutti indistintamente. Ritorna la lezione di Edoardo De Filippo nella splendida Filumena Marturano. I figli sono delle madri e saranno le donne a proteggerli dalle mille violenze dell’universo maschile. Istinto, “ne prendevo uno d’istinto” ed “ero angosciata” fanno il paio e vanno di pari passo in questa fiera dell’orgasmo materno.

All’interno del magazzino, dove avevo la mia valigia rossa, ho sentito dietro la porta semichiusa di una stanza un ringhio che ero quasi certa fosse quello di uno zombie: ho comunque raggiunto la valigia, aspettandomi che da un momento all’altro il mostro uscisse da quella stanza, ma non è successo nulla e sono uscita di corsa senza problemi ma col cuore in gola.”

Da bambina China ha immaginato il rapporto sessuale con il maschio in maniera violenta e mortifera. “Magazzino” è simbolo dell’Inconscio, la dimensione psichica dove China ha riposto le sue fantasie sul tema del coito e della sessualità. La “valigia rossa” condensa il grembo femminile e l’apparato recettivo sessuale, magari nel periodo mestruale. La porta semichiusa e il ringhio ipotizzano la bambina che, suo malgrado, ascolta il coito dei genitori nella stanza accanto, la famosa “scena primaria” realmente vissuta o soltanto immaginata. Lo “zombie” in questo caso è il maschio che dà la morte nel momento in cui feconda, l’angoscia della fecondazione più che della penetrazione. C’è di tutto in questo capoverso a conferma del tema ampio e poliedrico che China sta elaborando dormendo. Ci mette dentro di tutto a conferma di quanto sia stata turbata e disturbata durante la sua infanzia da queste dinamiche psicofisiche. Ci mette anche la soluzione di tanto trambusto esistenziale e sessuale: sono cresciuta e diventata donna pienamente consapevole e autonoma. Del maschio non ha più angoscia e tanto meno del coito, resta soltanto la giusta ansia tra il senso e il sentimento, la libido e l’amore.

Mi sono così diretta verso casa finalmente con una certa serenità perché ormai ero quasi arrivata…e il sogno è finito.”

China si è ricompattata, ha razionalizzato, crescendo, il suo universo psicofisico femminile nel versante sessuale e materno. La “casa” rappresenta la sua psiche e il patrimonio acquisito nella sua esistenza: “finalmente”. Ad maiora, semper!

Salvatore Vallone

Il giardino degli aranci, 25, giugno, 2023

LA FRITTATA DI CRAPA PELATA

Mentore,

mentitrice,

donna di tanta fede,

meretrix,

femmina insanguinata,

matrix,

bella frittata di crapa pelata,

rimatrix,

vaja con dios me amor,

tu che conosci il mio dolore

e ancor cerchi una fede,

tu che lasci dondolarti sulla consolle dell’Italo

o sulla sguainata freccia rossa di Vladimir,

o domina che insegui i fantasmi del passato,

quelle trappole infernali del pope Cirillo

che per tanto tempo han funzionato anche in Paradiso

quand’eri con la tua donna,

là dove io nun vurria gire senza di te

perché non poderei gaudere

istando da Lei diviso,

senza di Ella nun vurria trasiri,

ma, se nun trasu, nun nescio,

non so e non saprò mai

lu godimentu di un campo di grano ancora verde,

la poesia di un odio gentile come Giocasta la casta,

niura comu la fami di marzu e d’aprile

tra i rovi amorosi dai fiori bianchi delle drupacee

orgogliose sui muretti a secco dell’ameno Karancino,

guardami dal maligno ancora in boccia,

preservami il bieco mediatico

che più benigno non si puote

per i tempi che sono e che verranno,

per omnia saecula saeculorum.

Amin.

Salvatore Vallone

Il Giardino degli aranci, 29, 05, 2023

SOLSTIZIO

Solstizio,

sol stat,

sto stas, steti, statum, stare.

Fermati, o frate sole,

ho gridato,

anch’io sto,

anch’io risto,

io mi fermo qui,

qui con te,

qui dove vivi tu,

dove c’è sempre il sole,

il sole,

il sole nel cielo,

in mezzo al mare,

il mare nel cielo,

il cielo azzurro nel sole arancione,

il mare verde nel sole giallo,

dove ci sei tu,

tu che cucini le lasagne al ragù

in ricordo della pasta con la salsa della mia adorata mamma,

una pasta fritta e rifritta la sera del dì di festa

e non solo per me e Silvia,

la pasta al forno con le melanzane e le polpette,

la mortadella e la provoletta a forma di caciocavallo.

Eh, cosa succede?

Ahi, ahi, ahi,

an’ammazzatu cumpari Turiddru!

Aveva fatto becco Alfio con donna Lola,

ma Alfio lo ha mandato in paradiso.

Erano amanti.

Ora Turiddru, il masculu, non vuole entrare senza la sua Lolita,

Lola,

pardon,

quella Lola

che sa ancora di latte nelle poppe

e porta la camicia bianca e rossa

come una ciliegia turgida dell’Etna focosa,

il Mongibello,

u Muncibbeddru,

quella Lola che si affaccia al balcone bombato di ferro barocco

e atteggia la bocca al sorriso malizioso della piana di Catania

e non al riso sguaiato della pianura padana.

O Lola,

sia beato

chi ti da il primo bacio

in sul mattino e sul far della sera,

anche nel dì di festa,

o Lola,

sulla tua soglia è sparso il sangue amaro di Salvatore,

il compare infido di Alfio il selvaggio,

u sarbaggiu.

Che me ne importa a me,

ah, ah,

ah, ah,

se muoio ucciso da un carrettiere cafone,

io speriamo sempre che me la cavo,

e se muoio

e vado in paradiso

e non La trovo quella madonna angelicata,

io manco ci entro

e torno giù,

giù da Lola,

donna Lola.

Salvatore Vallone

Hàrah Làgin, ( il Giardino degli aranci ), 21, 05, 2023

POCA ROBA, POCA COSA

Sento e non vedo,

immagino il senso che mi sostiene,

e non è il sesto o il settimo o l’ennesimo,

sento mentre fruga tra le parole

che ci siamo dette ieri l’altro,

io e te,

noi due,

ensemble,

i soliti ignoti insopportabili tra i nuovi pacchi della sera,

pacconi,

pacchetti,

tra skey dati a vanvera in questa fiera dei mortidifame.

Oh dio,

oh dea,

non vedo.

Preservami dal male televisivo e dal cancro mediatico,

illustrami i vecchi quiz ritoccati alla china,

mandami un male incurabile in tanta malora,

tra tanta gente che rema contro la bellezza,

la grande Bellezza di Napule.

Viri Napule e poi mori…da puzza bella.

Salvatore Vallone

Il Giardino degli aranci, 28, 05, 2023

NOSTALGIA

Scavo con le mani dentro il petto,

sangue caldo,

vita che pulsa,

cuore.

Non ti ho mai perso,

non sei un treno,

sei una casa.

Nessuna morte all’orizzonte,

ciuf ciuf,

stazione.

Nulla che sappia di mani strette per un addio,

che poi si devono lavare.

La furia dell’amore non si lava,

stesi esausti dormiamo,

pregni di umori umani.

Incenso e mirra.

Doni.

SAZA

Il Giardino delle Dolomiti, 21, 04, 2023


MAGGIO IN SICILIA

Questo è il cardo mariano dai fiori porporini,

bellezza della natura,

e tutt’attorno i cardi gialli ardono come astri

nel giardino che non conosce la rotta dell’inverno.

Bocche di leone crescono sui muri,

il rosmarino sorge dall’asfalto,

la natura vince lo squallore delle sghembe passioni quotidiane.

Filari di sedano spuntano dalla grande madre terra,

capelli verdi di monelli scalzi.

Il mistero dell’anello perpetua la catena,

simbolo regale di fertilità.

Legnaia di un contadino siciliano,

spettinata come i pensieri del suo ordinato padrone,

ossimoro vivente.

Pesche pasta bianca,

biologiche al cento per mille,

perché le proporzioni non sono al centro dei pensieri del Poeta.

Un orto con zucchine e prezzemolo e basilico e altre piante,

che matureranno al frinire delle cicale.

Ci vuole pazienza e amore per godere dei frutti della terra.

Quinto Orazio Flacco aveva un orto a Venosa.

C’era un fico.

Sava

Hàrah Làgin, 02, 06, 2023

VITA ET DULCEDO

Vita et dulcedo,

speranza nostra,

salute a te,

o dolce signora delle profondità alte e basse,

fiat tua voluntas,

atque noluntas,

sicut in coelo et in terra,

nella Filosofia di Arthur e di Soeren,

nonché sul lago dorato insieme a Henry o a Norman,

là dove si posa una speme,

una speranza fulgente come la lastra di ghiaccio sottile

che in gennaio copre le giovani acque del ruscello,

quando la luce si infrange e si indovina il mare,

quella speme che di cotanta attesa oggi ci resta,

un uomo bambino in un bambino uomo,

un agente birichino e impertinente dell’effebiai.

del kappagibi,

de li mortacci sua.

Rigenerati dulcis virgo,

mecum dallo spazio finito all’aldilà dell’universo,

nell’Oltrità degli amici di Sigismondo,

nell’Es rivolto all’insù

come il nasino dei bambini

quando guardano i palloncini sfuggiti di mano

che vanno in cielo per l’azzurrità.

Quale cielo,

advocata nostra,

quale portento con tutti questi demoni accanto,

quale nouminoso pensiero si cela nel pensabile,

quale fenomeno mistico appare tra le pieghe della tua mente

mentre l’anima di Elisa vola

perché non si crea e non si distrugge.

L’anima è quella tartaruga

su cui poggia la maltrattata Terra,

una serie di associazioni di idee

che portano al Salve Regina,

io che conosco a memoria due preghiere

e che amo solo il Padre Nostro.

L’anima è la preziosa parte femminile

che concilia con l’universo,

che fonde con il cosmo.

Un pensiero insolito,

quindi,

ma le preghiere sono poesie,

si insinuano tra le pieghe della logica,

belle come un desiderio.

Immagina la sorpresa della mattina,

quando si legge una poesia,

quattro versi sgangherati o in fila indiana

che sprizzano al Prosecco con Aperol

condito con le noccioline scimmiesche della Novi.

Sembra di abitare in un sogno

dove gli avvenimenti seguono un libero arbitrio,

dove anche l’augello della signorina Aurora vola in alto

a cinguettar.

Si continua in pectore,

si rivela quello che è nascosto dentro il calamaio,

perché con l’inchiostro si scompigliano i fogli

tra il pennino dorato e il manico di madreperla.

Orsù, dunque,

advocata nostra,

rimetti a noi i nostri gemiti,

così come noi li rimandiamo volenter et libenter al mittente,

quel gran figlio di vacca dagli occhi vitrei

che nessuno ferma e tutto distrugge,

advocata nostra

nel tribunale della historia magistra vitae,

matrona del solito bordello di una Malta ingenerosa

e a metà tra la Sicilia e l’Inghilterra

nei costumi degli scostumati indigeni.

Spareremo ancora sugli ultimi degli ultimi,

su tutti i fottuti di questo globo terracqueo

semplicemente perché sono scuri e ci oscurano.

Sava

Carancino di Belvedere 15, 03, 2022