CONTAMINAZIONE N° 77

PRIMO TEMPO

Vorrei coprir la tua bocca di baci,

di baci,

di baci,”

(ma non si può

perché sarei irriguardoso,

così invasore,

così invasivo,

mi condanneresti all’oblio,

il tuo oblio

e io ne morirei),

per dirti quanto mi piaci,”

(ahi ahi ahi,

non esageriamo con le parole,

qui si rasenta il peccato originario,

il maschilismo atavico e antico,

la libido acritica e testicolare,

non siamo mica epicurei,

tanto meno edonisti,

di quelli che non tengono le mani e gli attrezzi a posto

e non riconoscono i figli che hanno seminato

in lungo e in largo per boria narcisistica

più che per la pietas di Enea),

e poi tenerti sul cuor,”

(con il ricorso al cuore

e alla cardiologia letteraria di tutti i tempi

posso finalmente riparare

il tentativo di un eventuale maltolto

e dell’offesa al corpo mistico e diplomatico

della serenissima repubblica di Malta,

là dove il buoncostume alberga e indomito regna,

presso la donna di provincia in mezzo al mare

e non di bordello).

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Ma non si può,

in ogni caso e con ogni eventualità,

non si può semplicemente perché

io non so parlar d’amore”,

(parole, parole, parole,

parole, soltanto parole,

parole d’amore di quel Verbo che in principio fu,

di quel for, faris, fatus sum, fari,

notoriamente inteso come Fato dagli stenterelli,

da coloro che si svendono in tivvù per un ricco lesso,

il Fato,

notoriamente da intendere come ciò che è stato detto,

checché ne dicano il puffo,

il buffo,

il pacioccone

e la vispa Teresa),

l’emozione non ha voce”

(semplicemente perché l’emozione grida,

ciò che si muove dentro sbraita,

sbareghea,

ietta vuci,

crie,

scassa le balle

e sconquassa il cardiocircolatorio apparato,

ha tutto un corpo a sua disposizione per la grancassa,

per fare bene le sue cose e a puntino il suo dovere),

e mi manca anche il respiro”,

(no covid,

no vicks vaporub,

no paracetamolo,

si tratta di una semplice somatizzazione d’angoscia

da sindrome abbandonica,

quanta solitudine sin da piccolo,

tanta solitudine,

tanta solitudine da sempre,

quasi cent’anni di solitudine,

italica e non sudamericana,

sicula per la precisione,

orfano di padre,

vedovo di madre,

certo che potevo parlare con me stesso,

ma il maestro non me l’aveva insegnato

e io speravo di cavarmela,

mi circuiva come un chierico

e io non sapevo che fare),

se ci sei, c’è troppa luce”,

( lux fiat et lux facta est

nella tua splendida persona,

una maschera oscena da opera dei pupi,

o Ganu di Maganza

tiriti la distanza,

l’ammazzasti a Guerrin

detto il meschino,

a metà tra un dio tra i tanti sul mercato

e una marionetta dipinta in acrilico,

abbagliami,

straziami,

non baciarmi al buio,

potrei morirne,

di cotanto oltraggio potrei morire

folgorato sulla strada di Floridia

mentre sono in cerca dell’Eldorado,

mentre creo il cielo e la terra

con il sudore della fronte,

come il Primo disse in quel tempo

quando creò il Tempo)

la mia anima si spande come musica nel vento”

( la musica nel vento seduce,

porta via le cambiali scadute e mai pagate,

attizza lo spread senza l’invasione del puffo

che paga la mia anima in via dell’Olgettina

e direttamente in Egitto,

presso le donne furbette del cortile

che mostrano il deretano al pellegrino

che ansante cerca ancora la strada

che porta alla Mecca,

a quella pietra nera che è caduta dal cielo

perché stanca di ballare con le stelle),

e la voglia sai mi prende”

( quella non manca mai nelle stalle popolari

e nei bassifondi della pianura padana

tra moscerini attizzati e mosche pudiche,

tra zanzare longobarde e zecche nostrane,

mamma Piero mi tocca,

toccami Piero

che la mamma non c’è,

come faccio a corteggiarti

se mi respingi in una con i baci di Perugia,

con i mon chery de Turin al dolce sapore di ciliegia,

con quel cesto di ricci di mare

che raccolsi spinandomi sulle coste di Brucoli ),

e si accende con i baci tuoi”

( la ragazza del mio cuore sei,

tu lo sai,

ma baciare non ti posso mai,

sempre con la mamma te ne stai

e sola non vuoi uscire mai con me,

allora che amore è il nostro,

un brodino di pescetti e di calamari,

un fritto di paranza che nuoce alla panza,

no,

io non ci sto

e non mi accendo come un accendino

a tuo piacimento e a tuo complemento,

io voglio l’armonia e la simmetria,

io ambisco a un’armonia simmetrica,

sarà troppo,

sarà impossibile,

ma io ti voglio baciare

dopo averti sposata,

così parlò Zaratustra

e più non dimandare

perché altrimenti rompi,

rompi quell’armonia costruita intorno a te

da qualche banca in vena di sollazzi.)

FINE

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

NESSUNA RIGA, BUONA RIGA

Nessuna riga,

buona riga,

riga nuova,

senza una riga,

senza una squadra,

una squadra di parole,

undici parole da calcio,

quindici parole da rugby,

sei parole da pallavolo,

due parole da pallacorda.

Finalmente non ci sarà fine,

non ci sarà un fine e una fine.

Nessuna differenza,

solo diversità da difendere con le armi,

perché c’è sempre una guerra,

una guerra che vale più di un’altra guerra,

c’è sempre un relitto sopra cento parole,

un barcone alla deriva nel romanzo di Odisseo.

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Odissea.

Potrà mai spaventarmi una pistola?

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Iliade.

Potrà mai spaventarmi un pistola?

Energia,

caro,

energia palpabile,

cara,

vita e libido,

correnti continue e alternate,

turbìne,

tùrbine,

sposta l’accento

e vedi che mondo,

finalmente un turbinio.

Inventeremo qualcosa,

un’espansione eccentrica per talenti ribelli,

un’evasione fiscale da flattaxincul.

Emergenza ed emarginazione vanno di pari passo,

passo dell’oca,

ideologia di merda abbandonata,

ideologia osannata e dissennata:

il ballo del qua qua.

Finalmente.

Infine.

Insomma.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 02, 2023

LA STRANIZZA

Non essere schiavo dell’abitudine,

cambia sempre strada,

usa marche diverse e scandalose,

rischia colori nuovi nei tuoi abiti frufrù,

non stare muto come un boccalone,

impara,

regala le tue parole e le tue conoscenze,

concediti le passioni,

affidati,

lascia il nero sul bianco,

metti i puntini sulle i,

non essere palloso,

privilegia le emozioni nel cumulo e nel monte dei pegni.

Brillano gli occhi,

sbadigliano,

un sorriso balena,

il cuore sbatte su un errore del sentimento.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

la posologia è a rischio,

l’ardente pazienza attende lo zio Michelino dalla triste Libia.

Naviga marinaio

e lasciati le sirene sempre sulla poppa.

Nonostante tu sia la mia rondine,

sei volata nel cielo sbagliato

dove i sogni capovolti inseguono il lavoro,

le travail melheureux,

putain de boulot.

Lentamente il tavolo si distrae

e rien ne va plus.

Maintenent non puoi neanche inseguire un merlo innamorato,

un tram in calore,

una caliera lucente al sidol,

una pignatta lucidata con la pomice di nonna Lucy.

I consigli sono sempre sensati e soppesati.

Ti vorrei, come le note del pentagramma,

sopra il tavolino sgangherato della taberna di Pompei.

Ogni sera mi penserai

anche se non sai alcunché dei sogni,

quelli che io non vendo e svendo,

le fantasie schizzate che porto con me,

nel borsellino dentro la tasca dei nuovi jeans

comprati nella torre d’avorio di questa scacchiera lucida.

Se non sai,

cosa vuoi sapere?

Cosa scriverai al migrante dal colore olivastro

che insegnava a Salgareda,

nel Veneto antico dei servi della gleba,

del conte di Collalto,

del marchese Brandolino d’Adda?

Mi dirai addio o forse no,

mi dirai semplicemente dei tuoi sogni:

finalmente non so di letame

dentro questa stalla della bassa Marca,

finalmente so di italiano e di inglese

e anca una scianta di latino, per gradire.

Per sempre tua, Caterina.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 01, 04, 2023

STORIOGRAFIA IN VERSI LIBERI E SCIOLTI

Ci volevano morti sti bastardi,

a suo tempo ci volevano morti questi bastardi,

ci volevano morti questi figli del dio Wodan,

infettati dalle mosche padane della Longobardia,

volevano morti proprio noi,

i miseri figli del deus ex machina,

noi,

i poveri coloni dei Greci,

noi sempre coloni di tutti,

noi,

popolo sornione e mafiosetto,

pur sempre popolo,

popolo unito che dice sempre la verità,

nient’altro che la verità,

la verità del popolo incolto e incivile,

quella che non si nasconde,

fatta di pane raffermo e companatico rancido,

di panelle nauseabonde e di fritture miste,

la verità dell’assurdo,

quella del teatro di Luigi il matto da Girgenti,

la verità scritta sui cartelloni della pubblicità

del teatro Valle in Roma capoccia nera der monno infame,

sui cartelli attillati e lucidi delle multinazionali,

sulle cartelle odorose di mandarini della vecchia tombola,

sulle cartelle ammuffite delle tasse bonificate in nero dai neri,

sui trust assassini del fangoso petrolio russo e texano,

sul salame verdognolo di vermi di una umida Milano,

sui doni ingiusti e sui condoni assassini,

ci volevano schiavi sti bastardi,

a suo tempo ci volevano schiavi

e quasi quasi ci riuscivano,

quasi quasi riuscivano a vederci morti e schiavi,

ma il popolo unito camasserà il nemico,

il popolo unito andrà in chiesa per il musico e il satiro,

cosa ne facciamo di un balubba ministro,

di uno sparaballe fannullone a reddito alto,

di un ministro paonazzo e coionazzo in odore di santità,

di un presidente & presidenta arcobaleno,

scansami dal male giudaico e televisivo,

o vecchio babbeo piscione e puzzone,

liberami dalla vergogna mondiale della Uefa,

del petrolio del Katar incappucciato nel kefiah

e delle sottilette al parmigiano lombardo e trentino.

Eran cinque milioni,

eran ebeti e gnurant,

ci volevano morti

e non siamo morti.

Parlami d’amore, Mariù!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 27,11, 2022


PORTAMI VIA CON TE

Ibam fòrte per la Giudecca,

il quartiere dei Giudei,

sicùt meus èst mos,

come di solito faccio

per comprare una schiacciata agli spinaci e ai broccoli

presso l’antica forneria di Caitano,

Gaetano per l’anagrafe,

un ragazzaccio cagnaccio di Ortigia,

la quaglia squagliata

ormai in mano agli extra di ogni genere.

Non ricordo quali pensieri avevo in mente,

meditàns nugàrum,

tòtus in ìllis,

ero pieno di minchiate nella testa,

tutto pieno di stornelli e ritornelli,

di guizzi e sfizi,

di vizi e stravizi,

di caramelle di carrubba e dolci di mandorla,

come una scatola di sgombri in olio illibato d’oliva

della famosa e benamata ditta Concetto Dragon,

non totus tuus,

non ero tutto tuo,

come comanda la mia devozione alle donnine del Moulin Rouge,

novello Henri de Toulouse Lautrec,

non ero della signora in gesso bianco e azzurro,

la madonnina del Carmelo,

andavo,

non ero di Marlene,

tanto meno di Charlene o di Hilary,

scorrevo a zonzo per inadeguatezza esistenziale

e per noncuranza a spignattare di sabato

quando gli altri non travagliano e pregano,

alii orantes,

quelli che vanno sempre e ancora in culo al mondo.

Non stavo bene

in questa trance vangoghiana da Giudecca.

E non avevo sorbito assenzio,

tanto meno l’acido lisergico,

non avevo incontrato mariagiovanna.

Chi incontro in tanta malora?

Accurrìt quidàm,

notùs mihi nòmine tàntum,

un certo don Bernardino Arcesilao Cirinciò,

detto l’editore che fugge con i soldi e senza i libri,

ridetto capitan codardo

in onore del grande comandante della Discordia

sempre in ghingheri sul cavallo dei pantaloni ben stirati.

Costui mi afferra la mano

come se fossi trasgressivo come lui

e mi dà del dulcìssime

più di ogni persona e cosa al mondo

e insiste con un ambiguo cupio òmnia quàe vis.

Vu tu che, vecio culaton?

Voglio i tuoi solfeggi,

i tuoi cazzeggi,

voglio le tue ruberie,

voglio sposarti oltre la vita naturale,

voglio portarti nei salotti arredati di sete di Damasco,

voglio portarti in tivvù dalla gente che conta,

voglio presentarti ai giornali dei giornalisti.”

Si tu mat?

Io voglio visere solum quendàm nòn tibi nòtam,

io voglio vedere soltanto la Ciccy,

quella dei lamponi e dei mirtilli

che tràns Tiberìm longè cubat,

prope Càesaris hòrtos.

La Ciccy ha tante virtù manifeste e occulte,

sa fare tante cose da loggia massonica,

cucina la carbonara con i fusilli e il caciocavallo,

ha tante cose da rivestire in ghingheri,

non è pigra di suo e tanto meno effeminata,

è amica dei cavalieri di Malta e dei Gesuiti,

ha le mele di classe e le fragole di qualità.

Del resto non dico

per mancanza di rima e per vanitas vanitatum.

La Ciccy non è Charlene o Ilary,

massacratrici di patate a purè in camera caritatis,

la Ciccy è la Ciccy,

abita oltre gli orti di Cirillo,

il pope da pipa indorato di croce di ferro

al valore di un emerito gheiser,

la Ciccy ha la dimora ufficiale in unione sovietica,

ha il domicilio popolare in Ucraina

tra il Moulin rouge bordelloso di mestrui

e la piazza rossa di sangue proletario,

la Ciccy è combattente su vari fronti,

la parola e lo scritto,

la natura e gli squali,

la tubercolosi e lo scolo,

la peronospora della vite e la farfallina del nespolo.

Questa è la Ciccy.

Altro che Marlene e Hilary!

Altro che Lily Marlene e Rosaria Arancia rossa!

Ahimè tapino!

E’ scoppiata la guerra di Piero.

La Ciccy era,

la Ciccy non c’è più,

è morta e defunta,

è morta e sepolta,

è morta e cremata dai pasticcieri del famigerato becchino,

aldilà del Tevere e del Mincio,

là dove si trovano i suoi risi e bisi,

quegli orrendi piatti a suon di ottantamila lire al colpo,

pace alla sua animaccia e ai suoi strafalcioni osceni

di donna arrivata al Nulla eterno dal Nulla contingente.

In effetti, io cercavo la Titina,

io volevo la Titina,

ma i costumi orrendi della Sicilia mi hanno svarionato,

sorpreso e infastidito,

al punto che adesso non so più chi sono

e che ci faccio qui,

in questo bordello di Bordeaux

insieme a Tinctus e a Tincta cinematografari de Venessia,

a tutti questi battezzati allo spritz e allo spratz senza soda,

a tutti i catecumeni calabresi della fonte Mangiatorella,

alle tonache nere svolazzanti al vento di Ortigia

in questa domenicain balorda e quanto meno bestiale,

in questa domenicaout demenziale e quanto meno gioviale,

se non altro perché mi pappo un cannolo alla ricotta

farcito di ragù della premiata ditta Ciccy e Titina.

Mettila come vuoi,

io qui mi fermo.

Adesso voglio veramente scendere

da questo Lamporosso impazzito nel tunnel al Nord,

inesistente per virtù carismatiche al Sud,

un Mezzogiorno pieno di santa spazzatura

da cinque stelle mafiose e militari,

quasi un registro del pizzo alla Totò Regina.

Io ho capito il vero accidente incurabile

in questo mondo caleidoscopico di eroi.

Io me ne vado

e a buon intenditor poche parole

e tanto lardo di maiale sulle pelle e sulle palle.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 20, 07, 2022

RITORNO A CASA

Dentro la casa dei miei sogni

il pavimento è un grande prato di folta erba sottile,

di colore verde Irlanda,

in declivio verso il mare.

Cosa ci faccio qui, se ho una casa così bella?

Mi sdraio sulla battigia,

cerco,

cerco ancora.

Di notte m’illumina Venere,

all’alba Lucifero.

Nomi diversi per lo stesso corpo.

Sono in attesa di me stesso

sulla spiaggia incenerita di Avola,

sono un unoqualunque arguto e di ottima istruzione,

tempestoso nella mia natura di maschio

e volubile come una donna

quando l’orizzonte mi annoia.

Stereotipi.

I soliti stereopiti.

Obsoleti racconti si mescolano alle fiabe.

Eppure siamo noi,

creature di carne e carta,

imperituri,

noi che amiamo a lungo i nostri sogni,

noi con un’innata predisposizione narcisistica alla luce.

Gli amanti si suicidano all’alba.

Gianni e Nino si amavano in Sicilia nel 1980.

Stranizza d’amuri.

Furono ammazzati dagli assassini.

Pum, pum, due colpi alla fine del film.

Pum, pum!

Quanto sono selvaggi i sicilioti!

Dirti che ti voglio bene è poca cosa,

tu sei nel mio prato sin dai primi fili d’erba,

sei la mia Irlanda.

Ti attendo,

come io attendo Ulisse sulla spiaggia.

Chi arriverà?

Nessuno.

Pum, pum!

 

Sava

 

Karancino di Belvedere, 21, 03, 2023