DALL’INNOCENZA AL TRAUMA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

Ecco il mio sogno!

Agata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.”

Agata esordisce con i suoi forti bisogni di autonomia psichica e di emancipazione dalle dipendenze affettive. Rievoca la vita all’interno della sua famiglia, in particolare l’ambito relazionale e la socializzazione, e offre le figure di genitori aperti che non l’hanno bloccata e rinchiusa in carcere. Non solo, ma questi genitori hanno favorito lo sguardo “al di là” della loro convivenza proprio perché Agata “apre davanti a sé una grande distesa di acqua cristallina con sfumature acquamarina”.

Cosa significherà questo insieme di parole in versione apparentemente estetica e retorica?

Agata in sogno si sta dicendo che fuori dalla famiglia le sembrava, “pareva”, di aver trovato la sua identità di donna e il suo universo femminile, una crescita ben gradita e vissuta senza alcun senso di colpa. Agata non aveva maturato conflitti e contrasti nel suo essere donna e nel suo evolversi al femminile. Tutto questo era stato consentito dall’autonomia che le era stata insegnata e che aveva acquisito in ambito familiare. In sogno Agata rielabora la scoperta della sua femminilità, il tempo in cui si viveva bene ed era contenta della sua prosperità.

La simbologia vuole che “l’orto” rappresenti l’affettività familiare e che “l’acqua” si traduca nell’universo psicofisico femminile, che “al di là” è una tensione a crescere con le gioie e le paure connesse, che “pareva” ha il sapore della nostalgia e dell’illusione, un “phainomen”, un fenomeno, qualcosa che appare e che suppone dietro di sé un’essenza o una sostanza da cui proviene, almeno secondo il pensiero filosofico. Secondo la Psicoanalisi fenomenologica “pareva” è la verità del vissuto e a quella ci si attiene senza la necessità di ricercare e di approfondire almeno per quel momento in cui emerge. Ricordo che questo “pareva” è un punto cardine nell’interpretazione del sogno di Agata perché allude a una illusione, richiama il dolore di un vissuto che da bello traligna in brutto, da buono in cattivo, da positivo in negativo. In effetti si tratta di un vissuto e basta, formativo e da ascrivere all’evoluzione della “organizzazione psichica reattiva” di Agata.

Procedendo si chiarisce il quadro psicodinamico.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.”

In questa formazione psicofisica del suo essere femminile Agata rimette l’accento sull’autonomia dalla famiglia e sulla personale formazione attraverso i vari vissuti evolutivi: “l’acqua sale”, “divento donna”, “il mio corpo matura in grazie all’ormonella”. Agata inizia mettendo in atto, da brava adolescente che ha tutto da vivere e da imparare, la giusta difesa della “sublimazione della libido” e lo dice simbolicamente con “io sono in cima a un sasso”. Questo processo difensivo dall’erotismo e dalla sessualità non è spropositato o eccessivo. Si tratta di una normale difesa di fronte alle novità psicofisiche dell’adolescenza e delle variazioni ormonali e soprattutto corporee, seno e glutei Agata prende sempre più consapevolezza di essere stata una bambina e di essersi evoluta in una ragazza e il tutto per arrivare alla coscienza di essere una donna: “guardo” la mia femmina e la mia femminilità con il giusto senso del potere e senza sensi di colpa. Agata matura il potere che le viene dall’ambito sociale per la sua dimensione femminile e si piace e si compiace senza cadere nell’isolamento narcisistico. I “piedi” sono simboli fallici a riprova del senso del potere che Agata elabora e assorbe durante la crescita senza incamerare traumi e angosce inutili. Ritorno a dire che in tutto questo prospero processo Agata è stata aiutata e favorita dall’ambiente familiare, ma non dimentichiamo il “pareva” e “l’al di là”. Ripeto: Agata è cresciuta e ha una buona consapevolezza del suo corpo e della sua psicologia femminile, nonché del potere culturalmente donato dall’universo maschile in maniera ambigua e interessata alle donne, uno scettro a metà tra sesso ed estetica. Agata è una bella ragazza che si piace e che piace e questo lei lo sa.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.”

La scena onirica ripiega su se stessa e ritorna alla scena iniziale precisando che tra l’ambito familiare e l’autonomia psicofisica conquistata si colloca la sua femminilità: “sento un miagolio”. Agata rievoca in sogno il momento in cui ha avuto la prima avvisaglia del suo essere femmina. Il “miagolio” tratta simbolicamente dell’universo femminile. Dopo un’introduzione lineare e proficua dell’evoluzione psicofisica di Agata, il sogno introduce un particolare vissuto che è insito nel “miagolio”. Appena Agata si è staccata senza traumi e senza colpe dall’economia psichica della famiglia, succede un qualcosa che turba l’equilibrio e l’armonia psicofisica; il tutto sempre in riguardo alla sua evoluzione femminile.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

C’è stato un trauma e non di poco conto: “un animale ha azzannato un gatto”. Agata è stata vittima di una violenza sessuale da parte di un individuo che ha scaricato sulla giovane donna la sua perversione arrecandole un danno significativo. L’azzannare simbolicamente equivale a una perdita violenta della verginità, a una deflorazione abusata e a una rottura traumatica dell’imene. Agata ha descritto nella prima parte del sogno la sua evoluzione psicofisica al femminile con il senso del potere annesso, per poi tornare indietro e rievocare il suo trauma di perdita della verginità in maniera violenta. “Quel mio micio che forse ha perso la vita” offre la dimensione dell’evento traumatico e significa “sono stata segnata da questa esperienza per tutta la vita e gli effetti negativi me li porterò dietro nel tempo”.

La dialettica psichica tra i sentimenti della “tenerezza dispiacere” e della “disperazione”, anche se “un po’, esprimono il travaglio che Agata ha dovuto vivere e il dolore che ha dovuto subire, tutto materiale psichico che ha dovuto sistemare nel tempo per continuare a vivere con quel rammarico, quel cruccio e quella rabbia che la “razionalizzazione” del trauma non assolverà in tutto e per tutto. Resta quel fondo naturale d’insoddisfazione che esige la sua ricompensa per tanto torto ingiustamente subito.

Quante donne hanno vissuto la morte del proprio gatto dopo averlo sentito inutilmente miagolare e quante donne volevano risolvere la loro verginità in una maniera degna e senza avere il senso della violenza e della svendita di un bene prezioso non soltanto a livello culturale, ma soprattutto a livello psichico. Tantissime e tutte adducono in primis una mancata educazione sessuale e una maggiore confidenza con i genitori, un affidamento anche didattico alle istituzioni preposte, una cultura misogina e pedofiliaca negli ambiti religiosi.

Nonostante i genitori siano “maieutici” nel far crescere i figli al meglio, poi subentra quel “mostro” che è dentro di noi e che circola in mezzo a noi a rovinare la festa con grave danno per l’avvenire psichico ed esistenziale. Attenti genitori che favorite giustamente l’emancipazione dei vostri figli a non destare un vissuto di freddezza affettiva e di assenza. Calibrate bene il vostro progetto educativo dispensando equamente il dovere e il piacere, il senso e il sentimento, la ragione e la riflessione.

Forse Agata aveva bisogno di un supporto psichico e affettivo che gli è stato tolto troppo presto. Forse Agata si è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Forse e forse, ma il succo del sogno dice che Agata non è una donna femminilmente felice.

Il sogno di Agata merita di essere ben ponderato da ognuno di noi trattando un tema attualissimo e antico come la violenza sulle donne, per cui si può chiudere degnamente con questo invito.

Grazie.

A PROPOSITO DI MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Salve!

Avrei bisogno di un aiuto per una interpretazione di sogni che ultimamente sto facendo.

Sogno molto spesso una mia vicina di casa che ho conosciuto per pochi mesi e il 2 febbraio 2019 e’ morta per malattia: aveva 74 anni.

Diciamo che da subito ho incominciato a sognarla. La prima volta che era arrabbiata con me però era nel corpo di un’altra persona, poi un’altra volta, che ora non ricordo, in fine martedì 20 agosto 2019 e giovedì 22 agosto 2019.

Il martedì l’ho sognata di pomeriggio. Eravamo in un hotel che gestiva lei, era in piedi e poi si è messa a sedere. Parlavamo con altre persone, me compresa. Eravamo tutti seduti e io dicevo a questo ragazzo: “mettiti la maglietta di Marcello burlon, visto che l’hai pagata 200 euro”. E la signora morta (la mia vicina) rispose: “vedi, tanti genitori fanno spendere dei gran soldi per cose di marca che potrebbero fare a meno”.

Questo è di martedì 20 agosto.

Poi l’ho sognata ieri giovedì 22 agosto. Era tornata a casa e io dissi vicino ad un’amica: “andiamo a trovare Carla, (la mia vicina morta), so che è tornata”. Entrammo a casa sua e la trovai in piedi vicino ad una persona seduta al tavolo. La mia amica le disse: “ma Carla ti vedo molto bene, sei stata una grande, hai sconfitto una malattia che è difficile guarire”.

Lei sorrise e a quel punto si è rivolta a noi dicendoci: “vi presento un amico, si chiama Simone Jori”. Io rimasi meravigliata e guardai la mia amica dicendole: “eppure questo cognome non mi è nuovo. Mia madre di cognome fa Jori”. Dopo ci disse la Carla:”volete qualcosa da bere?” Camminò fino ad arrivare alla vetrina per prendere dei bicchieri.

Poi mi sono svegliata.

Se può aiutarmi ad interpretare questo sogno, le sarei grato, grazie.

Premetto che aveva altri vicini di casa e che conosceva da anni. Io da solo pochi mesi, ma viene solo da me. Loro non l’hanno mai sognata e le dirò di più. Io il mercoledì 21 andai a farle visita al cimitero e nel sogno ero consapevole che lei era morta perché volevo chiederle come mai stava lì e le volevo dire che io ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Il sogno non è firmato. Chiamerò la protagonista Anonima.

INTERPRETAZIONE

CONSIDERAZIONI

La signora Carla è il risultato dell’operazione di difesa dall’angoscia del meccanismo psichico dello “spostamento”, a metà tra la “traslazione” e la “proiezione”. Anonima vive tramite la signora Carla i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” nei riguardi della madre. “Mia madre di cognome fa Jori” è il chiaro indizio dello “spostamento” della figura materna operato dalla figlia nella signora Carla. Il sogno espone una serie di esperienze vissute e contrassegnate da un blando, quanto normale, senso di colpa.

Sogno molto spesso una mia vicina di casa che ho conosciuto per pochi mesi e il 2 febbraio 2019 e’ morta per malattia: aveva 74 anni.”

Si rileva la precisione delle date e degli eventi, ma soprattutto la “traslazione” della figura materna nella vicina di casa. Anonima sta sognando la madre e i suoi vissuti profondi nei confronti di questa figura significativa della sua formazione psichica: “sogno molto spesso”.

Diciamo che da subito ho incominciato a sognarla. La prima volta che era arrabbiata con me però era nel corpo di un’altra persona, poi un’altra volta, che ora non ricordo, in fine martedì 20 agosto 2019 e giovedì 22 agosto 2019.”

Degno di nota ancora la precisione maniacale dei tempi e delle date, a conferma di una difesa psicologica dall’emersione di contenuti traumatici nel sogno e nella veglia, classico meccanismo di difesa delle persone angosciate che nell’esercizio della memoria trovano la scorciatoia per non soffrire ricordando eventi ed emozioni più consistenti e ad alto tasso emotivo e sentimentale. “Che ora non mi ricordo” attesta di una “rimozione” difensiva, come si diceva in precedenza. “Arrabbiata” traduce sensi di colpa di Anonima nei riguardi della madre, vissuti che inevitabilmente ci stanno tutti. “Nel corpo di un’altra persona” attesta dell’uso dei meccanismi psichici di difesa dello “spostamento” e della “traslazione”: sogna la madre nel corpo di un’altra persona a lei similare e compatibile.

Il martedì l’ho sognata di pomeriggio. Eravamo in un hotel che gestiva lei, era in piedi e poi si è messa a sedere. Parlavamo con altre persone, me compresa. Eravamo tutti seduti e io dicevo a questo ragazzo: “mettiti la maglietta di Marcello burlon, visto che l’hai pagata 200 euro”. E la signora morta (la mia vicina) rispose: “vedi, tanti genitori fanno spendere dei gran soldi per cose di marca che potrebbero fare a meno”.

La madre di Anonima era una donna che dava il giusto valore ai soldi e sapeva come spenderli, era modica e modesta. La madre che gestisce un hotel attesta della socievolezza e delle abilità relazionali, della sua disposizione a esserci ma non a coinvolgersi. Si ribadisce la “traslazione” della madre in questa signora benefica Carla. Il sogno snoda dei ricordi e associa qualche caratteristica e qualche episodio riguardante la madre.

Poi l’ho sognata ieri giovedì 22 agosto. Era tornata a casa e io dissi vicino ad un’amica: “andiamo a trovare Carla, (la mia vicina morta), so che è tornata”. Entrammo a casa sua e la trovai in piedi vicino ad una persona seduta al tavolo. La mia amica le disse: “ma Carla ti vedo molto bene, sei stata una grande, hai sconfitto una malattia che è difficile guarire”.

Anonima offre in sogno un altro bozzetto e nello specifico la rievocazione di una brutta malattia superata dalla madre nel corso della sua vita. La figlia apprezza il coraggio e la capacità della madre di non lasciarsi andare agli eventi traumatici e tragici che possono accadere durante la vita. Trasla nell’amica quel complimento che avrebbe voluto possibilmente dire lei stessa a sua madre. Anonima ha una buona capacità di usare i meccanismi onirici dello “spostamento” e della “traslazione” in maniera di non coinvolgersi in prima persona per non agitarsi e svegliarsi.

Lei sorrise e a quel punto si è rivolta a noi dicendoci: “vi presento un amico, si chiama Simone Jori”. Io rimasi meravigliata e guardai la mia amica dicendole: “eppure questo cognome non mi è nuovo. Mia madre di cognome fa Jori”.

Ecco il disoccultamento di cui si diceva prima. Appare la figura materna, “mia madre di cognome fa Jori”. La signora Carla è pari pari la signora Jori, la madre di Anonima. La figlia ha rielaborato in sogno la figura materna e in maniera reiterata per razionalizzare la morte e per espiare i sensi di colpa che non ha potuto elaborare e saputo lenire quando la madre era in vita.

Dopo ci disse la Carla:”volete qualcosa da bere?” Camminò fino ad arrivare alla vetrina per prendere dei bicchieri.”

Non è ancora finita la psicodinamica perché la giusta conclusione è una cameratesca bevuta. Anonima sogna in maniera discorsiva e narrativa ed elabora pochi simboli in questo suo quotidiano sognare. Sogna come mangia, nel senso positivo della genuinità della persona che non è acculturata e che quindi descrive nel dormiveglia la trama che progressivamente costruisce.

Infatti questo sogno è stato fatto durante il risveglio e Anonima ha messo insieme le pezze di quella relazione importante che ha vissuto con sua madre.

Premetto che aveva altri vicini di casa e che conosceva da anni. Io da solo pochi mesi, ma viene solo da me. Loro non l’hanno mai sognata e le dirò di più. Io il mercoledì 21 andai a farle visita al cimitero e nel sogno ero consapevole che lei era morta perché volevo chiederle come mai stava lì e le volevo dire che io ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Anonima ha aspirato a essere la figlia prediletta dalla mamma e segue un ragionamento ben preciso e lineare che tende a dimostrare che la “razionalizzazione del lutto” è anche avvenuta, “consapevole che lei era morta”, ma spesso associa altre figure materne con la precisa intenzione di esprimere il suo desiderio di avere la madre ancora viva. Il sogno si conclude con l’esaltazione del sentimento della pietas”: “ero andata a trovarla al cimitero e le avevo portato dei fiori.”

Di fronte al mistero della morte e al “fantasma” psichico la semplicità dei vissuti è veramente sorprendente nella sua bellezza. Sarai un potente altolocato o un misero senzatetto, la democrazia psichica esige il medesimo sentimento di rispetto e devozione.

Il sogno di Anonima è scritto in maniera chiara e scorrevole. La ripetitività di alcuni temi non toglie merito al dire e al narrare della protagonista. Anonima ha fornito elementi psico-culturali universali nello scorrere delle righe che la individuano con il nome ben preciso di figlia.

IL SOGNO E’ POESIA

Io ti dirò,

ti dirò qualcosa,

ti dirò qualcosa d’importante,

d’interessante,

non ti dirò che mi piaci,

né che questa notte diventa poesia perché ci sei tu,

non ti chiederò i baci che ti ho dato

e che ancora non mi hai restituito,

non mi lascerò andare alla melissa nostalgia

in questo tragico frangente del mondo intero,

non ti lascerò un fiore sul cuscino o una lacrima sul viso,

come da copione nei romanzi di Liala,

come da rituale nelle canzoni di Nilla e Bobby,

non ti chiederò perché da me sei andata via

dopo che ti ho aiutata a vincere la balbuzie e la pollachiuria,

non ti dirò dei grandi sacerdoti crudeli

che ancora uccidono in nome del deus ex machina

e stuprano in nome della disonesta castità ideologica,

non parlerò della colorata madonna di gesso

che ci onora a tavola con i cibi prelibati della tradizione,

io ti dirò,

io ti dirò soltanto che il sogno è poesia,

la tua poesia bella, buona e brava

come la Gianna dagli occhi blu,

quella di cui sono follemente innamorato,

come la pubblicità dei biscotti alla nutella,

come la disposizione a delinquere dei colletti bianchi,

come le tangenti e i pizzini dei mafiosi introvabili,

io ti griderò buongiorno,

poi canterò buongiorno a questo giorno

che ti vede senza di me,

buongiorno al latte e al caffè,

buongiorno a chi dorme sorniona e libertina

con le braccia conserte fuori dalle coperte

in questa giornata di sole antico e futurista

come il vino e il pane degli emirati e dei reami,

come il pane e il vino di Marcellino e di fra Pappina,

io ti griderò di stare attenta,

attenta alla botte di piombo che ti libera

quando agiti le mani tendenziose

per salutarmi alla stazione di Conegliano,

mentre slacci le culotte in pizzo e cotone nell’albergo a ore,

mentre io indosso appena uno slippino in microfibra

che fa tanto danno ai testicoli,

specialmente in età senile o dintorno ai vent’anni,

perché se andiamo avanti di questo passo

non ci saranno più bambini furbi o scugnizzi arditi

a fare il girotondo intorno al mondo di Sergio,

semplicemente perché le donne non ci vogliono più bene

se portiamo la camicia nera o a pois con cinque stelle.

Ardimento delle mie brame,

o Ardimento,

regalami una faccetta nera dell’Abissinia

in maniera che io posso farla romana

senza che aspetti e speri un posto

in un parlamento a strozzo e a spruzzo

da tempo occupato come un cesso pubblico

dai soliti compari di madama Dorè

che se la intende per interesse con madama Santè.

O Ardimento,

liberami dal male di tanta malora a spezzatino,

cucinata allo spiedo arcobaleno

negli scantinati scandalosi del colle Vaticano,

mentre la signora Maria cura i migranti

in procinto di occupare Ortigia con le loro mercanzie,

liberami dai preti inutilmente spretati

e dalle suore ferocemente insuorate alla camomilla,

antesignane dei tiranni cocainomani

e di quella immarcescibile vergine cuccia

che becca ancora il piede villan del servo

e che ancora nudo andò,

spogliato dell’assisa clericale

e delle accise politiche sulla benzina,

onde era un giorno venerabile al vulgo,

liberami dai padroncini incandescenti della val padana

e dagli schiavi inconsistenti della pianura asiatica,

insegnami a dormire sonni eterni

e a sognare sogni contingenti

dove libertà e necessità coincidono

in un grande bordello filosofico di tesi, antitesi e sintesi,

spiegami il delirio detto da Hegel

e ridetto dal professore fumatore della scuola,

quella dialettica tra razionale e reale e tra razionale e reale

che mi ha spaccato i maroni a Combai

e i marroni nei banchi di scuola,

in quel Liceo che di Aristotele nulla aveva,

che di tanta gentaglia ignorante tutto possedeva.

Ricordati che il meglio deve ancora venire,

che si trova tra le anse del numero settantasette,

che si ritrova tra le coperte di un rifugio antiaereo

dove si concepivano i bambini a ufo e a sbafo

per esorcizzare l’angoscia di morte.

Sia lodata la guerra.

Oggi e sempre sia lodata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2023

ROSA

Rosa dolze e aulentissima,

rosa odorosa,

rosa spinosa,

hermosa,

dolorosa,

che appari in ver la state,

a luglio e dopo di maggio,

rosa rosio,

rosa rosada,

rosa rosata al rosolio della nonna,

rosa spirada,

desperada e ansimada,

rosa rosone,

rondine e rondone,

rosa rusciana,

rosa buttana,

rosa caliente,

rosa ponente,

rosa levante,

rosa mutante,

rosa squamosa,

rosa smaniosa,

ardente e prosperosa,

rosa amorosa,

rosa radente di coccole aulente,

rosa mistica e smisurata,

rosa ammanettata,

ammantellata e desposada,

rosa alla spina,

rosa malupina,

rosa marina e siminzina,

rosa di Maria e di zia Pia,

rosa Pinuccia,

rosa Rosuccia,

scarna e ricuccia,

vergine Cuccia,

rosa cadente e rosa sanguigna,

rosa radente e rosa ammaliente.

Lui si chiamava Rosa

e nei suoi occhi aveva gli occhi tuoi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 05, 03, 2023

NOSTALGHEIA CANAILLE

E così te la intendi con il massimo dei minimi,

con i seguaci dell’improponibile e improbabile Jacques,

il francese alle Gauloises dal dolce sapore di prugna.

E così segui anche tu la luce delle stelle morte,

il fenomeno luminoso di un noumeno,

un visibile e massiccio pensabile,

la scia ardente delle moderne camere mortuarie,

le sale umane del congedo inumano.

E magari vai a comprare in libreria quel malloppo di detto e ridetto

per arricchire gli editori ingordi e gli autori innarcisiti,

quelli che hanno ucciso i libri di carta con i diritti in salotto,

la manega di esibizionisti sporcaccioni

che toccano i culi delle donne improvvide.

E magari mi dirai alla stazione del fiero Primolano

che le stelle sono morte per colpa dell’Alighieri

che infine uscì a rivederle dopo cotanto inutile fottio,

dopo tanto strafottente primeggiare tra impari.

Eppure Ulisse ti parlò a suo tempo e a suo modo

con tanto di baldracche nel suo pullman diretto a Monza,

con tanto di libri da svendere nelle catene erremoscia & cavalieri.

Tu sapevi di quel dolore del ritorno e del ritorno del dolore.

Io te l’avevo spiegato ad ampie falcate sulla strada di Damasco

insieme a Palinuro,

il nocchiero del capo,

colui che non deve chiedere mai

semplicemente perché non ha editori disposti al culo,

benemeriti della patata igp e dop.

Tu hai guardato indietro e non avanti,

hai amato il dolore e non il progetto,

tu non ci sei ieri alla fiera perché oggi c’eri in te stessa,

una persona giuridica senza futuro

e con tanto di pedigree nel collo senza collana e senza imbroglio.

O angelo del cielo restituisci alla mia bambina

quelle stelle morte che ancora sono vive

e parlano al suo cammino illuminandolo di lastricate zolle.

Meglio venirci con la testa bionda sul guanciale

per le ultime carezze degli ipocriti dissennatori.

E’ vero che non siamo mai soli nelle nostre brande

e odoriamo di morte per inedia e di violenza militare.

E’ vero che sei la creatura di un qualche dio mercenario,

ma non dovevi di certo innamorarti di quell’Ulisse

che annegò nelle fogne delle colonne

dove Ercole pose li suoi riguardi

a che il poeta più oltre non si metta.

Lascia gli idoli del foro e del mercato,

abbraccia gli idoli della tribù e della spelonca,

stai in mezzo alla gente ignara

che porta gioiosamente a spasso per la città

una donna argentata sul pulpito inanimato,

ama la Parola di Giovanni,

quel Verbo che non si compra perché non si vende,

quel verso libero che non è dolore del passato,

dolore del presente,

dolore del futuro,

ma semplicemente un emerito dono

che non si compra perché non si vende.

Solo così eviterai le chiese e le parrocchie,

i salotti osceni e le sirene ricostituite,

mia cara Gianna,

nostalgica addolorata madonna

che non ristai in un altare mercenario o in una bancarella premiata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18, 12, 2022

MARZO 2021

Oh giornate del nostro riscatto

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!”

Quanta retorica,

Alessandro il cattolico,

per una patria che non c’è!

Quale riscatto?

Quello dei mercanti in odore di politica

o quello degli ignoranti nemici di Platone?

Cosa vai blaterando insieme a Giacomo da Recanati

per quell’Italia che non c’era,

per questa Italia che non c’è.

Lo vanno dicendo in tivù i furbastri menagrami

per quest’Italia che non c’è.

Siamo stranieri e siamo dolenti,

siamo lontani l’uno dall’altro e senza labbra.

Chi ci ascolterà?

Chi ascolterà le nenie delle madri

e le prediche dei padri,

chi ascolterà un popolo muto

accovacciato come un cane ai piedi del nuovo padrone?

Dopo il puffo arriva il buffo,

dopo il puffo e il buffo emerge dalle fogne il pacioccone,

il pericolo dell’inconcludenza,

la voce del padroncino.

Che a’ suoi figli, narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: “Io non c’era;

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.”

Io ho fatto il militare a Lecce, a Palmanova e a Caserta.

Avevo la divisa color sabbia e il fal americano,

ero capo di un carro armato americano,

di quelli abbandonati dagli yankee

dopo le loro scorribande al whisky e al napalm,

dopo i figli, neri e bianchi, abbandonati in giro per il mondo.

E anche dietro la collina c’era la Morte cupa e assassina,

quella dei pazzi terroristi che uccidevano il fratello e i fratelli.

Quanta vergogna, quanta follia!

Un fantasma si aggirava per il Globo,

il fantasma del Comunismo,

il fantasma del Fascismo,

il fantasma del terrorismo.

Cosa vuoi che ti racconti,

o figlio,

di questi tragici momenti

in cui ci si ammazzava per diletto tra di noi,

tra fascisti e comunisti,

tra celerini e studenti,

tra caramba e operai.

Cosa vuoi che ti racconti,

o figlia,

di cosa nostra e cosa vostra,

dei giudici morti ammazzati e dei politici che li abbandonarono,

del pane di casa e delle panelle di stato.

Si è voluto così colà

dove ancora si puote ciò che si vuole.

Abbiamo chiesto,

ma non ci è stata data risposta alcuna.

A noi prescrisse il Fato ignota e illacrimata sepoltura.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 13, 05, 2021

19 GENNAIO

Semi sparsi nelle pieghe della terra

per far nascere una vita degna,

semi di grano e di papavero,

nutrimento biondo in mezzo a macchie d’estasi.

Ehi, Maestro,

seduti dietro a un banco di una scuola di campagna,

pensavamo più alla promessa di una corsa

che alle poesie di Pascoli,

ma da allora ogni aquilone ha il filo legato ad un dolore.

Ho immaginato spesso di esserti accanto,

di osservarti mentre la vita scorre

e termina

e poi torna,

come in un romanzo di avventura da rileggere in eterno.

Oggi festeggio il tuo compleanno,

vengo da te.

Sulla tua isola senza inverno

ti stringo in un abbraccio pieno di sole,

metto un filo d’erba nelle pagine

per non perdere il segno del tuo racconto.

Auguri, caro Maestro.

Sasà

Trento, 19, gennaio, 2023

HELPMY

Tres cher la mon chere,

helpmy,

ti prego.

Go bisogno de ti,

tanto bisogno di Gloria.

Da tempo non ti scrivo,

da tempo mi sono innamorato di Gianna,

da tempo non mi scrivo e non mi diverto,

da tempo non m’importa

dove sto andando con la poesia e la magia,

cosa mi rende glaciale come un pinguino

in questa terra così bella e così cara.

Se il vento fischia o nevica la frasca,

io non voglio tornare in quel paese

dove Ercole pose li suoi riguardi a Odisseo

a che più oltre il codardo mentitore non si metta.

L’amor del qual Penelopè dovea far lieta

lo sparava tra Scilla e Cariddi con le sirene della tivvù,

con i sireni e i sirenetti del festival fiorito del santo Remo

ai bordi insani dell’eterna menzogna del quasi nulla,

prope nihil per gli istruiti.

Resto libenter in questa meravigliosa isola

invidiata anche dal suo artefice criatore,

quel buon dio degli Ebrei

che anche Federico lo svevo irrideva blasfemo

quando non aveva le quattro paghe per il lesso e per l’arrosto,

quando soggiornava concupiscente nel castello di Ortigia

tra spifferi e bagasce,

tra odalische e odalischi ensemble,

quando il guerriero riposava il martello come re Carlo

senza pagare il prezzo del sudario preso in affitto.

Sai,

ancora ho seme,

poco ma buono per seminare a novembre,

quando la nera terra ti sorride e t’incanta,

semenze di zucoi e talleri,

semenze di cucumeri e kartofen,

semenze di bietole e favette,

semenze di bisi senza i risi,

ancora ho seme

tra le pieghe dell’anima defunta,

tra i meandri dei testicoli erniosi.

Vivo,

vivo sotto le stelle di Orione

con la sua clessidra sulla testa,

ancora vivo su questa terra

da libero schiavo d’amore,

un trovatore della scuola poetica di Panormo,

perché Gianna mi ama e non mi ama,

è riottosa e fa la chantosa.

Tres cher e mon chery,

dimmi orsù e immantinente,

ti piace ancora la mia poesia?

Indicami la strada,

tu che hai capito dove sono pervenuto,

proprio tu che sai di tutto e di niente,

che prosperi in lungo e in largo tra le tivvù e i giornali.

Non importa il resto e il permanente.

Tendi sempre al Sublime,

l’intreccio tra l’immensamente grande

e l’immensamente dinamico: Immanuel.

Sempre tuo

e tutto tuo mi firmo:

Salvuccio Lagrange Sinagra,

detto Totuccio o Totonno

e ancora in latitanza.

Post scriptum: avrei voluto essere una rima,

ma solo Gianna fa rima con manna

e non può essere una mamma

perché qualcuno volò violentemente sul nido del suo cuculo.

Che gli venga un accidente e peste lo colga!

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 25, 02, 2023