LA YUCCA DEL PADRE

Deh, com’era bello mio padre!

Deh, quant’era grande mio padre!

Beh, che succede?

Maestoso nella sua imponenza appare sulla porta

alla bambina che paziente l’aspettava,

alla piccola che trepida l’attendeva,

la sera,

ogni sera,

quando anche la paura bussa alla porta,

alla figlia che l’anelava timorosa ogni sera,

quelle sere quando il cuoricino batte forte

per le ansie dell’amore novello,

per il desiderio di un padre e il bisogno di una madre,

per la gelosia e il pudore.

Quant’è bella la yucca di Carmen sulla terrazza di Carancino,

esposta come il petto di una donna,

alta come il vanto di un bel padre,

un fiore bianco all’occhiello di una figlia,

la favola bella di colei che ieri era putella.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 02, 2023

PEPERONI ROSSI E FRITTI A COLAZIONE

L’amore a cuccia dentro sbiaditi gnocchi di lana,

occhi marroni come legni di zattera,

salvezza in mezzo ai campi azzurri dei pescecani.

E intorno ulivi,

grecale,

muretti a secco,

anime a zonzo,

incarnazione,

reincarnazione.

Alla sera, poi, si torna a casa,

tutti a casa come dopo la guerra,

la guerra del fascio,

la guerra del covone,

la guerra del bottone.

Un sottotitolo,

una didascalia,

un pugno di parole in mezzo a tutta quella sabbia

per non sbiadire l’immagine dentro la cornice.

Qualcosa tu lo trovi che si addice.

Io ti vorrei baciare.

I te vurria vasà,

ma o core num mo dice e te scetà,

e te scetà.

Non vorrei svegliarti per baciarti.

Nomi, cose, persone.

Così mi porti a casa, sì.

Un oblò per l’oblio.

Che viaggio mi prepari?

E tutto passa, fuori.

Dentro, però, tu non passi mai.

Soluzione al 20% di acido lisergico.

Con lingue indecenti di incendio ti avvolgo

per non farti fuggire,

hascihschin.

Con spire di uragano ti profili all’orizzonte.

Sei sanguinario anche quando ti difendi.

Ho solo brama di innocenza,

che detto ora, così, ha un suono greve di tempesta.

Nella mia testa c’è Smirne,

la sua polvere.

E ci sei tu.

Nella mia testa c’è Marseille,

le sue femmes.

E ci sei tu.

Non nasconderti dietro alla vetusta pensilina.

Non occultarmi i raggi sconsolati di sole.

Un bel suono di tuoni in fondo alla pioggia.

Tanta malora dietro una vita da cane.

Sava

Trento, 20, 11, 2022


FRUTTI ROSSI RETATI

TRAMA DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Gregorio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.”

Ecco il portentoso meccanismo onirico della “figurabilità” in azione!

Gregorio elabora una scena di parto, la trasla nell’ombelico al posto della vagina, rappresenta il feto con “strano frutto rosso retato delle dimensioni di una mela”. Il meccanismo funziona ed è creativo, poetico per la precisione, un’immagine che contiene un bel “fantasma” che risponde alla domanda universale: “come nascono i bambini?” Gregorio si fa assistere nel sogno, particolarmente scabroso nella sua semplicità, da altre persone, per mantenere un certo equilibrio nervoso e per non svegliarsi cadendo nell’incubo: la coincidenza del “significato latente” e del “significato manifesto”. Notare, ancora, come la figurabilità onirica rappresenta il feto: “frutto rosso retato” e la vagina nello “ombelico”, l’organo simbolico del potere della madre.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.”

Ecco il padre, colui che insegna l’educazione sessuale ai figli, “ci aveva spiegato” come nascono i bambini e anche come si fanno i bambini, “il modo di farlo”. Insomma, il padre di Gregorio ha operato nel migliore dei modi una forma di educazione sessuale, ottemperando beneficamente al suo ruolo. L’elaborazione poetica appartiene al figlio, Gregorio per l’appunto. “Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci” apre lo scenario al coito e alla reiterazione dello stesso, al fine di avere un buon esito per tanta prestazione sessuale. “Crederci” lo decodifico dal latino come “affidarsi” a se stessi e alla donna con cui si è in relazione. Insomma: se vuoi un figlio, procedi con sicurezza e fiducia, sicut pater docet e come figura di riferimento privilegiata specialmente per un figlio maschio. Tutto bene fino a questo punto.

Che il sogno ce la mandi buona!

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.”

Dopo l’insegnamento paterno e l’autorizzazione a procedere arrivano i nostri a cavallo di un caval: la madre dal ventre nudo, il fratello nudo a cavalcioni.

Si copula o non si copula?

Gregorio guarda se stesso “seduto sul divano” perché si proietta nel fratello e realizza con la dovuta censura il desiderio libidico di avere dalla madre l’insegnamento sessuale opportuno e concreto. Il tutto dopo avere avuto la licenza didattica dal padre. E’ assolutamente normale e giusto che ogni figlio e ogni figlia si chieda il perché della censura concreta dei genitori in riguardo alla sessualità e all’erotismo, in riguardo alla vita del corpo neurovegetativo. Gregorio procede con cautela morale e si “sposta” sul fratello. Non poteva essere una “copula” vera e propria perché sarebbe stato un incesto e il “Super-Io”, individuale e culturale, non sarebbe stato davvero contento.

Vediamo dove va a parare il nostro eroe puritano.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.”

Che bella immagine!

Che bel vissuto!

La mamma bella e il desiderio bello del corpo vivente sono recuperati dall’età in cui il figlio aveva l’età giusta per desiderare sfacciatamente con pudore. Da bambino Gregorio ha desiderato il corpo della mamma. Freud lo chiamò “complesso di Edipo” e costruì un mare di teorie sopra tragedie antiche e moderne. Immarcescibile questa “posizione psichica” dell’infanzia in universale, al di là delle razze e del censo, al di là delle ipocrisie e delle verità filosofiche, al di là del gusto e del sapore.

Guai al bimbo e alla bimba che non hanno desiderato fisicamente il padre e la madre!

Quasi in un nuovo vetusto e attuale comandamento si coniuga questo “desidera e riconosci il padre e la madre” per avere anche una fausta vitalità sessuale all’interno di una armonica “organizzazione psichica”.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.”

Rimozione” e “spostamento” sono due ben precisi “meccanismi di difesa” dall’angoscia di aver tanto peccato nel pensiero e non nell’opera: giro gli occhi altrove” o non ci rifletto e dimentico e “poi mi sposto”, dopo il fratello, “sulla mia scrivania”, mi riapproprio dell’alienato in maniera delicata e compatibile al mio vissuto psichico e ai mie “fantasmi” edipici. Ricordo che il “fantasma” è una rappresentazione primaria della realtà psichica, il nostro modo infante e bambino di pensare che non si abbandona mai, neanche dopo il benefico avvento della razionalità, un pensiero fantasioso e caldo oltremodo ricco di allucinazioni e di emozioni, una modalità onirica di inquadrare i propri vissuti, un essere poeti e “criatori”, come diceva Giambattista Vico. Insomma il “fantasma” è una rappresentazione della realtà psichica sempre e in ogni caso. “L’altra stanza” in cui Gregorio si sposta, quella dove è posizionata la “scrivania”, rappresenta l’attività razionale adulta, quella con cui ha proprio razionalizzato i suoi “fantasmi edipici”, le rappresentazioni fortemente emotive e simboliche delle sue varie relazioni con i genitori e nello specifico la madre. “Quei frutti” sono le rappresentazioni simboliche del feto con tanto di cordone ombelicale: “Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.” Sono in un “cesto” che rappresenta simbolicamente il grembo materno, l’apparato genitale femminile, il sistema ovarico riproduttivo. Ricordo che il cordone ombelicale è il tramite che lega il figlio alla madre e che dopo il parto si taglia ma non si scinde il rapporto simbiotico psichico con l’augusta genitrice. Io sono ancora affetto da un meraviglioso “complesso di Edipo” e ho un altrettanto meraviglioso rapporto con mia madre, ho un cordone ombelicale ancora ben funzionante e attivo. Di mia madre, fuori di me, conservo la reliquia nel cimitero di Siracusa. Ma questo è tutto un altro discorso e un altro discorrere.

Via con il sogno di Gregorio!

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Ecco la gola e i suoi peccati, ecco la vitalità sessuale, ecco l’erotismo, ecco il corpo campo d’amore, ecco la “libido” e l’energia vitale di Dioniso e di Sigmund, di Darwin e di Nietzsche e di Bergson. “Goloso col pensiero” ossia il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale, la vitalità e la razionalità, l’emozione e la ragione, Dioniso e Aristotele, Giordano Bruno ed Hegel, la poesia e la filosofia, l’essere umano, il vivente per quello che restrittivamente di esso conosciamo e possiamo dire. Dell’altro e di altro non so fin adesso, ma sto cercando con la lanterna di Diogene, sto ricercando con il metodo di Aristotele e di Renè Descartes.

Convergo sul sogno di Gregorio e analizzo “ma pensando al luogo da cui provengono”, l’ombelico secondo “Gregorio padre” e l’apparato genitale secondo la scienza, “provo un sottile disgusto”. Ancora un “pensando”, anzi un “ripensando” leopardiano, la ragione fredda in atto che stacca dalle emozioni e le abbandona pensando di tenerle sotto controllo e senza sapere che ciò che butti dalla porta ti rientra dalla finestra, come la tanta spazzatura che inonda la mia città greca. Ancora ritorna l’emozione del “sottile disgusto”, un gusto emotivo contrastato e contrapposto, una guerra di gusti, quello emotivo e sensoriale e quello razionale e morale, l’eterna diatriba occidentale e psicoanalitica tra Es e Io alleato del Super-Io in questo caso. E’ questo lo psicodramma onirico di Gregorio, l’essere in conflitto con se stesso e nello specifico tra le sue istanze psichiche della vita istintiva ed emotiva, “Es”, della vita censoria e morale,”Super-Io”, della vita razionale e discernitiva, “Io”.

Mi fermo e consegno quanto emerso dal prodotto psico-poetico di Gregorio.

FLUID

Fluido,

panta rei,

fluidità,

fluid è il verbo

che fluisce tiepido e fuggitivo

in commiato generoso dell’inverno

e in odor di primavera

dalle labbra acerbe e smunte della regina Ginevra

l’amore di Lancillotto du lac,

come le pere a goccia del mio albero maestro,

come le pulzelle che imbracciano il basso,

la chitarra vittoriosa che sa di inutile contestato fallo

in questa stagione freddastra

che fluidamente scivola,

che ignobilmente passa e trapassa

tra cotanta gente che sa,

che conosce,

che impera,

che appare e non traspare,

che fluida non è,

attestata in un solo monotono sesso al potere

che della donna ha la sensibilità ma non le tette,

un corpo di Bacco e di Venere

senza il monopolio politico di quel dio Tabacco

che tanto disturba il membro sopra le palle.

Salvatore Vallone

Belvedere di Siracusa, 10, 02, 2023

“SO CHE SARO’ FELICE”

TRAMA DEL SOGNO

Ero in un grande piazzale, che poteva essere quello di un’area di servizio autostradale, ma molto più ampio. C’erano molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile.

Le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato, ma non avevo alcun timore, ero molto sicura e mi sentivo davvero bene, contenta di intraprendere un viaggio.

Di colpo ero a piedi, camminavo su una passerella sopraelevata che portava alla fermata di un tram. Una fiumana di gente mi camminava incontro, ero l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo.

Avevano tutti una faccia allegra, nessun muso lungo e anch’io ero in pieno benessere. Tutte le persone che vedevo mi sono sconosciute nella realtà.

Arrivavo in un grande bazar al coperto, molto simile a quello di Istambul, colmo di uomini di diverse età. In questo clima di piacevole caos mi viene voglia di farmi toccare il seno e mi ritrovo a petto nudo davanti ad uno specchio.

Ho il seno gonfio, non più grande di come è di fatto, ma più gonfio, come prima che vengano le mestruazioni. Lo prendo tra le mani e stringo, mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli, fiorenti.

Sento il bisogno di farmi toccare il seno e un uomo sconosciuto lo prende tra le sue mani e lo stringe. Non lo accarezza, lo stringe, ma senza farmi male.

Nel sogno vivevo questo gesto come molto eccitante, ma non esclusivamente in senso sessuale, proprio in senso vitale. Mi sentivo bene, molto bene, come quando sai che sarai felice.”

Berenice

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in un grande piazzale, che poteva essere quello di un’area di servizio autostradale, ma molto più ampio. C’erano molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile.”

Berenice è in attesa, attende con una buona disposizione e una altrettanto buona disponibilità, è socialmente sicura di sé, si offre all’altro e agli altri: “ero in un grande piazzale”.

La sua offerta è variegata e va dalla relazione banale alla relazione significativa, dal lavoro all’affettività, dalla seduzione alla sessualità: “area di servizio autostradale, ma molto più ampio”.

La precisazione arriva nella predilezione dell’offerta erotica: “molte corsie di entrata e uscita e ne imboccavo una in automobile”. Berenice è orgogliosa e sicura di sé, del suo portamento e delle sua azioni e in specie quelle intese alla seduzione accattivante. Berenice calza bene il suo corpo e associa una valida consapevolezza del suo essere femminile: donna e domina.

Le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato, ma non avevo alcun timore, ero molto sicura e mi sentivo davvero bene, contenta di intraprendere un viaggio.”

Berenice è cresciuta e si sente sicura e affermata, decisa e consapevole delle sue doti e delle sue abilità, del suo essere femminile e del suo portamento. Berenice è particolarmente sensibile a cogliere le trasgressioni e a proiettarle negli altri. In ciò dimostra un “Super-Io” consistente anche se non tirannico: “le altre automobili mi venivano incontro in senso vietato”. A tutti gli effetti Berenice è una donna emancipata e non moralista e tanto meno bigotta: “non avevo alcun timore”. Conosce il mondo e le cose del mondo al punto di accusare un benessere nella deroga e nell’innovazione, nella trasgressione e nella competizione, nella seduzione e nell’esercizio della “libido”. La vita l’attrae e sta bene nel suo corpo: “contenta di intraprendere un viaggio”.

Di colpo ero a piedi, camminavo su una passerella sopraelevata che portava alla fermata di un tram. Una fiumana di gente mi camminava incontro, ero l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo.”

L’originalità è un’altra dote di Berenice. La donna va controcorrente, è innovativa, non è banale e tanto meno convenzionale. La realtà l’attrae e la concretezza la contraddistingue nel viavai dell’esistenza sua e altrui. In questo tragitto vitale tiene banco ai suoi compagni di viaggio e si distingue per la sua unicità psicofisica: “l’unica a procedere nella direzione in cui procedevo”. L’altolocazione dell’Io si manifesta chiaramente anche nel camminare “su una passerella sopraelevata”. La “fermata del tram” introduce un “fantasma di morte”, un’istanza depressiva di perdita, ma ancora il sogno non dice dove vuole andare a parare e a chi si rivolge, anche se il fantasma appartiene alla proprietaria del sogno, Berenice per l’appunto.

Avevano tutti una faccia allegra, nessun muso lungo e anch’io ero in pieno benessere. Tutte le persone che vedevo mi sono sconosciute nella realtà.”

Niente di depressivo, dietrofront! Anche se il “tram simbolicamente non promette nulla di buono, tanto meno di allegro, Berenice si trova “in pieno benessere” insieme ai suoi simili che sono dissimili nel corpo e nella mente, nella persona insomma. Berenice conferma la sua individualità irripetibile calata nella socialità, tra la gente anonima e affratellata nella condivisione della quotidianità. Mi ripeto. Berenice sta bene tra la gente e con la gente e ama distinguersi dalla massa.

Arrivavo in un grande bazar al coperto, molto simile a quello di Istambul, colmo di uomini di diverse età. In questo clima di piacevole caos mi viene voglia di farmi toccare il seno e mi ritrovo a petto nudo davanti ad uno specchio.”

Al “tram” Berenice reagisce introducendo con piena consapevolezza “il seno”. Al “fantasma di morte” subentra un “fantasma di vita”. Del resto, Eros e Tanatos vanno a braccetto anche in questo “grande bazar al coperto di Istambul” tra maschi mediterranei particolarmente appetiti e ben disposti alla seduzione nelle note erotiche del vangelo di Berenice. “Il “seno ha una ambivalenza simbolica nel coniugare la “libido” nella versione erotica ed affettiva. Il seno è buono perché nutre ed è particolarmente sensibile al piacere, è erogeno nel mantenere la vita e nel vivere la vitalità. Oltre ad essere particolarmente seduttivo anche per questa naturale ambivalenza, il seno racchiude una componente narcisistica e fallica, potere e bellezza. Il “caos” è “piacevole” soprattutto perché il seno è complesso nella sua fenomenologia, coniuga istanze erotiche e affettive con naturalezza e senza imbarazzi di sorta. Berenice sa e appare particolarmente disinibita con i maschi, “gli uomini turchi di diverse età”. Berenice conosce bene il suo corpo e sa come gestirlo in mezzo alla gente: “mi ritrovo a petto nudo davanti a uno specchio”.

Ho il seno gonfio, non più grande di come è di fatto, ma più gonfio, come prima che vengano le mestruazioni. Lo prendo tra le mani e stringo, mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli, fiorenti.”

Questo capoverso onirico segna il trionfo della “posizione fallico-narcisistica” proprio con la sua istanza a piacere e a piacersi, autocompiacimento. In particolare è la valenza estetica a manifestare la pulsione erotica: prima la bellezza e dopo la funzionalità erotica e sessuale. “Gonfio” contiene lo stesso potere di una erezione prepotente e affermativa. Lo prendo tra le mani e lo stringo” conferma l’eccitazione naturale che travalica nella sana masturbazione, Il senso del Sublime si manifesta nella bellezza e nella sensualità diffusa: “mi dico che ho delle belle tette, guardo i capezzoli e sono belli”. Il capezzolo rappresenta simbolicamente il potere fallico che non è da meno all’erezione maschile. Berenice dimostra una sua personale fallicità restando in un ambito squisitamente femminile e in questa posizione psicofisica richiama il mito di Afrodite, la simbologia fallico-narcisistica in versione femminile e “fiorente”.

Sento il bisogno di farmi toccare il seno e un uomo sconosciuto lo prende tra le sue mani e lo stringe. Non lo accarezza, lo stringe, ma senza farmi male.”

Berenice non è tipo da solipsismo masturbatorio, è una donna che ama relazionarsi e tanto e con tanta gente, è disinibita senza essere trasgressiva, ha una buona consapevolezza del suo corpo, vive bene la sua “libido”. In questo contesto onirico Berenice inventa il suo “uomo sconosciuto” che sa ben dove mettere le mani e come muoverle. La protagonista conosce i suoi bisogni e le sue pulsioni “anali” senza che queste ultime tralignino nel dolore e tanto meno nella violenza. Quel tanto che basta per sentire appieno la vitalità delle sue belle tette. Il suo maschio non è effeminato, ma deciso e volitivo. Questo è il modello maschile di Berenice. “L’uomo è sconosciuto” perché simbolicamente più eccitante nel suo essere trasgressivo. Si conferma il seno nella valenza erotica e sessuale. Il simbolismo affettivo non compare in questo frangente del sogno. Il quadretto è delicato nel suo erotismo diffuso.

Nel sogno vivevo questo gesto come molto eccitante, ma non esclusivamente in senso sessuale, proprio in senso vitale. Mi sentivo bene, molto bene, come quando sai che sarai felice.”

Nella chiusura del sogno Berenice riflette e commenta bene nel cogliere il diffuso benessere psicofisico che ha vissuto dormendo. E’ questo il classico sogno di una persona che sta bene perché si vive bene e soprattutto “in senso vitale”, corpo. Berenice ha una buona carica di “libido” che dispensa in sogno a testimoniare di un futuro prospero e di un avvenire felice: “eudaimonia” ossia “avere un buon demone dentro”. A chiosa metto in evidenza la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza di una donna cresciuta bene con se stessa e con gli altri.

Averne di Berenice in questo mondo particolarmente ambiguo e arruffone.

SULL’ARGINE DESTRO DEL CANALE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.

Sono sulla parte destra e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Amodio

INTERPRETAZIONE

Mi trovo sull’argine di un canale pieno d’acqua limpida che scorre in maniera tranquilla.”

Meno male che l’acqua è limpida, perché vuol dire che ci troviamo in assenza di sensi di colpa e in una situazione psichica linda e chiara, magari semplice, ma la semplicità è un pregio ed è da preferire alle contorsioni mentali e all’erudizione confusa.

Tutti ci siamo trovati un canale d’acqua a fianco, perché tutti viviamo in grazie alla “libido, l’energia, che di sua natura si lascia gustare e godere, ma che dalla nostra formazione psichica spesso si lascia temere e addirittura negare.

Tutti ci siamo immersi nelle acque limpide o torbide di un fiume o di un canale, così come tutti abbiamo fatto la pipì nell’acqua del mare in cui ci bagnavamo durante le vacanze estive. Tutti abbiamo attestato che la nostra vita si lega e si fonde con la figura materna e che nella sua acqua abbiamo respirato e siamo cresciuti per nascere.

Amodio sta sull’argine indefinito della sua vita e dell’ecoulement della sua energia, è in fase di serena riflessione magari dopo eventi anche traumatici che lo hanno segnato e impressionato come le pellicole fotografiche di un tempo.

Amodio è fermo e tranquillamente guarda l’orizzonte mentre la sua pienezza di forza e di energia è in attesa d’investimento, non certo un’attesa contemplativa di scuola buddista e neanche per ammirare la sofferenza umana, tutt’altro. Amodio sta prendendo coscienza dell’abbondante cornucopia della sua dea fortuna.

Sono sulla parte destra”

Che simbologia abbraccia la “destra”?

La “destra” rappresenta l’universo psichico maschile, il padre, la ragione, il sistema nervoso centrale, il presente, la realtà psicofisica in atto, la forza volitiva, l’aggressività ponderata, l’origine in riguardo al maschile e al padre, l’istanza psichica “Io” e la coscienza di sé.

Amodio è sulla “parte destra” della sua corrente di vita, dei flussi energetici della sua “libido”, della consapevolezza della sua carica erotica e sessuale.

Amodio è sornione, sta a guardare dopo aver deliberato, scelto, deciso e agito il suo piano esistenziale in atto e dopo averlo ben inserito nelle sue radici.

Amodio è un sornione che “sa di sé” e che ancora cerca la sua giusta collocazione o per lo meno la migliore collocazione possibile nel mondo alle condizioni date.

Amodio cerca di star bene, cerca il busillis della sua esistenza navigando tra Scilla e Cariddi e senza lasciarsi andare al richiamo seduttivo e infido delle infelici Sirene. Amodio è realista più del re o della regina Elisabetta, visto che di re e di nobili fortunatamente non ce ne sono quasi più.

Amodio è sulla parte “destra” della sua vita, è attestato come una roccia e con destrezza sui suoi argini e più non dimandare.

e vedo che sulla parte sinistra ci sono tante case strette, vecchie, attaccate l’una all’altra e disposte su diversi piani, ma non vedo le fondamenta.”

Poteva mancare la “sinistra”, anzi la “parte sinistra”?

Certamente no, ed eccola che si apparecchia e si presenta con tutte le sue connotazioni simboliche, con il suo corredo di rappresentanza: l’universo psichico femminile, la madre, il passato, la regressione, l’emozione, il crepuscolo della coscienza, l’obnubilamento mentale, la recettività, l’affettività, il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo, il subconscio, la pulsione, l’istinto, la morte e i “fantasmi” psichici di tutte le qualità.

Infatti Amodio vede tante “case strette, vecchie”, vede il suo passato psichico, la sua formazione e i suoi “fantasmi”, il divenire di alcune parti della sua “organizzazione psichica reattiva”, della sua personalità, della sua struttura. Nello specifico Amodio vede l’angustia culturale e la pochezza degli stimoli del suo ambiente familiare e formativo, riflette sui ruoli che si giocavano e sui valori che si imponevano nella famiglia patriarcale dei tempi fortunatamente andati. Ma, purtroppo, Amodio non vede le sue radici, non vede “le fondamenta” di queste case disposte a diversi livelli in ordine d’importanza e di frequenza. Tutto questo non significa che Amodio non ha radici, tutt’altro, ne ha tante e non tutte assimilate perché il bambino è stato impedito nell’assorbimento dei contenuti psichici e culturali da un sistema familiare repressivo e autoritario, un “luogo psichico” dove i bambini valevano meno del quattro di coppe nel gioco del tressette. Si tratta delle famiglie fasciste che sono prosperate anche nell’Italia repubblicana per mancanza di alternative fascinose e di nuove prospettive. Si è perpetuata l’assunzione della minestra autoritaria fascista nelle famiglie democratiche soltanto nel titolo della forma politica. E Amodio rientra in questo contesto storico e culturale di cui ha detto con calore e passione anche perché è stato il mio contesto: il Veneto e la Sicilia negli anni cinquanta erano molto simili nei valori della povertà, negli schemi feudali e nei residui fascisti.

Amodio si è fatto le fondamenta da solo, ma conserva il dolore di non aver potuto, più che saputo, approfittare di una formazione più affettuosa nei contenuti e ricca di stimoli innovatori. Il sogno dice chiaramente e impietosamente di questa lacuna avvolta dalle nebbie del “non vissuto” e del “non detto”.

Sull’argine sinistro c’è della gente povera.”

Ho anticipato l’elaborazione del capoverso finale del sogno di Amodio. La povertà in questione è quella psico-culturale e verte nella mancata conquista di strumenti interpretativi ed esecutivi da dare alle nuove generazioni. Amodio si è sentito nel tempo defraudato di questa possibilità di avere a sua disposizione strumenti di analisi e di sintesi, di spirito critico soprattutto e di una lingua nazionale con cui superare gli angusti confini del suo paese d’origine, quella lingua che unisce e allarga i confini mentali perché consente la comunicazione con l’altro e soprattutto con il “simile” spesso definito erroneamente “diverso”.

La riflessione onirica di Amodio si può ritenere parzialmente conclusa, semplicemente perché il tema trattato investe ulteriori riflessioni e approfondimenti, nonché investimenti di recupero del mal tolto culturale e del non vissuto umano. Proprio vero che finché c’è vita, c’è qualcosa da fare e tanto da brigare per stare bene.

IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022