L’INCONTRO

Ho un corpo da usare senza grancassa.

Non voglio tacchi alti

che annuncino il mio arrivo.

A farti vedere che sono entrata,

ci penso io.

Lo sapremo noi due,

non ci serve la claque.

Non so ancora chi sei

mentre sei tra la folla,

ma saprò puntare il mio sguardo su di te.

Conosco bene il battere

e il levare del canto del gallo,

l’odore della carne di un uomo.

Nessun abito anticipa la femmina,

ti ho avvertito

che io sono il mio corpo.

Ma tu spogliami lo stesso,

perché mi piace essere spogliata

quando mi spogli.

Io sono la figlia di mezzo,

quella con i vestiti del primo,

nata e cresciuta nello spazio di condivisione e accettazione:

poche lagne e tante corse.

E tu mi dici che non devo correre?

Non mi è possibile,

sono spudorata,

ma per celia,

per piacere al padre nostro,

che non è nei cieli.

Papà, papà!

Lui non ha tempo per me,

ne ha avuto

quando è rimasto solo.

Allora sì,

prenditi cura di me,

fa’ tutto quello che puoi.

Sì,

lo farò,

è nella mia natura farlo,

mi hai programmata così,

sono la lavatrice che monda le tue colpe,

ora,

ora che non serve più,

non a me,

mai a me.

E tra un leggimi Pirandello

e due consigli lapidari su come accettare il rifiuto,

hai lasciato il tuo marchio nel mio petto valoroso,

dove batte per metà il tuo cuore spezzato.

Abbiamo riso,

assieme,

tanto.

Mi hai resa forte e vulnerabile.

Che bastardo!

Ma quello che sono è affar mio,

voltati,

Maestro,

guardami,

è Pentecoste tra breve,

abbiamo un po’ di tempo per parlare d’amore o per farlo,

che poi è la stessa cosa,

prima che scenda lo Spirito Santo in fiamme.

Ti leggerò ogni sera,

sarai il poeta immortale a cui confido i miei segreti,

conosci i passi incerti del mio incedere.

Le tue parole mi estasieranno ancora e ancora.

Hai sentito che hanno fotografato un buco nero?

Pensi che dentro si sentano cantare le sirene?

Incantami con i tuoi versi,

ho visto la luce gialla prepotente che assola la tua terra,

so cosa ti ha forgiato.

Non smetterò di correre,

ma questa volta prenderò il tuo posto

e mi legherò all’albero maestro

per non cedere alla lusinga infida della tua testa raffinata.

Sabina

Trento, 21, 11, 2018

MA L’AMORE NO – ATTO QUINTO E ULTIMO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

dissolversi con l’oro dei capelli.

Finché io vivo, sarà vivo in me

solo per te.”

De senectute,

come ridicolizzare i vecchi babbei e petulanti

nel piccolo schermo per fini non etici e non religiosi

da parte di donne gonfiate al silicio e all’improvvisata,

come internare i vegliardi riottosi in lager

a pagamento fisso e mobile,

a fior di quattrini come premio per saltimbanchi e saltafossi

da parte di figli senza valori,

da parte di uomini senza pietas.

O Enea,

o Anchise,

o Cicero,

o Cato maior,

o Attico,

mala tempora currunt nudi e crudi

per le strade maligne dell’Italia bella,

la nostra bella Italia

che ancora annovera mafia e pizza

nel vocabolario degli stenterelli d’oltralpe e d’oltre oceano,

che ancora inquina e ancora è inquinata

dai fumi del bieco assassino e della buona mariagiovanna,

dalle macerie burocratiche ed ecologiche di una legge

che vuole l’amore unico e univoco,

senza sbocchi e senza intoppi,

senza strappi e sparatrappi.

L’amore è un sentimento universale

e anche il vecchio Emmanuel lo decantava

durante la passeggiata delle cinque,

diciassette per l’appunto e per la precisione,

nella sua Critica del Giudizio

e per le stradine di Konisberg,

ancora per la precisione e per l’appunto.

L’amore è solo per te,

il mio amore è solo per te,

io non amerò nessuno o nessuna che non sei tu.

Come ti amo non posso spiegarti

perché io non lo so e non lo voglio sapere,

ma so che ti desidero

ogni volta che mi fai le mele cotte

al dolce sapore di prugna e di limone

con quel pizzico di cannella che non guasta mai

quando non è troppo.

L’oro dei capelli si dissolve nel bianco

e sfuma come il Prosecco di Pieve di Soligo dello zio Tony

sopra le povere membra condite del coniglio in pentola.

Quanta cattiveria negli uomini golosi,

quanta ingiustizia per le donne sorpassate in cucina

da poveri narcisi in fiore

nei canali della laguna ripieni di pullulanti stronzi.

Viva la mamma,

viva la mia mamma

quando cucinava la trippa nella pentola di coccio

e quando friggeva le patate con l’olio d’oliva,

fettina dopo fettina.

Io ti amerò,

ti amerò per quello che posso e che voglio.

Tanta è la voglia di amarti

che dimentico il fradiciume dei giornali e dei politici,

delle tivvù dissennatrici e degli spettacoli osceni

di masse di vecchi coglioni e di vecchie assennate

in cerca di un sollievo psicofisico e finanziario

con la dentiera in bilico tra il ponte di Messina

e quello di Nuova Jork.

O sole che sorgi libero e giocondo

e rompi le balle con le tue tempeste ormonali

e i tuoi giri di sangue infetto,

con il corona in testa alle teste coronate in estinzione

e ai santi di gesso

che abitano nelle chiese dei preti non iconoclasti,

gli adoratori di idoli sedicenti sacri

che non hanno mai meditato l’Ecclesiaste,

il libro più vero del Vero.

«Vanità delle vanità»,

«vanità delle vanità,

tutto è vanità».

Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica

che sostiene sotto il sole?

Una generazione se ne va, un’altra viene,

e la terra sussiste per sempre.

Anche il sole sorge,

poi tramonta,

e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo.

Il vento soffia verso il mezzogiorno,

poi gira verso settentrione;

va girando,

girando continuamente,

per ricominciare gli stessi giri.

Tutti i fiumi corrono al mare,

eppure il mare non si riempie;

al luogo dove i fiumi si dirigono,

continuano a dirigersi sempre.

Ogni cosa è in travaglio,

più di quanto l’uomo possa dire;

l’occhio non si sazia mai di vedere

e l’orecchio non è mai stanco di udire.

Ciò che è stato è quel che sarà;

ciò che si è fatto è quel che si farà.

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Guarda, questo è nuovo?»

Quella cosa esisteva già

nei secoli che ci hanno preceduto.

Non rimane memoria delle cose d’altri tempi;

così, di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria

fra quelli che verranno più tardi.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 24, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO QUARTO

Forse te n’andrai

e d’altri amori le carezze cercherai,

ahimè!

E se tornerai, già sfiorita

ogni dolcezza troverai in me.”

Ahimè!

Ahi me, misero e tapino,

ahi me, pecorone e cacasotto,

ahi me, nato male e malnato,

ahi me, cornuto dalla nascita,

ahi me, edipico e impotente!

E così ti mando via,

non vai via tu,

ti mando via io,

ma non basta,

ti istigo a delinquere,

ti do un uomo con cui concubire,

un maschio con cui concubare,

come Soeren con il suo don Giovanni,

con il suo seduttore senza nerbo

e tutto miele melenso mieloso,

quello che seduceva e non concludeva mai,

quello che conduceva con sé e non quagliava.

E così a Cordelia procurerà Pierino e Pincopallo,

Giobattino e Giobatta,

Sempronio e Bortolo

e tutti lo faranno becco e contento,

mentre lei sarà la scervellata di turno,

la traditrice di sempre,

la sempliciotta veneta delle baruffe chioggiotte,

la cammarera di Jonny u pizzaiolo.

Che stereotipi, mamma mia!

Ma siamo in chiesa o in tribunale,

siamo in un bordello o in un casino,

siamo in un lupanare o in discoteca,

siamo nella camera dei lord o dei comuni,

siamo nella redazione di un giornale o di una rivista,

siamo in un telegiornale pubblico o privato?

Dove siamo, perbacco baccone?

Ditemi chi è questo scellerato,

nato becco e morto cornuto,

che auspica le carezze cazzute di un maschio

mandando la donna da amare con cura e premura

nelle braccia di un bracconiere dal fucile facile.

Povera donna,

deve anche tornare

dopo essere stata in vario modo svarionata

a causa di un uomo affetto da impotentia coeundi,

da impotentia vivendi,

da impotentia existentialis,

potest nihil,

nihil potest,

o podestà,

nihil potest,

o capitano,

nihil potest,

o cavaliere,

nihil potest,

o gerarca,

nihil potest,

o mammasantissima,

nihil potest,

o giudeo,

nihil potest,

o marrano,

nihil potest,

o buffone,

nihil potest,

o colonnello.

Qui ci vuole un soldato,

un buon soldato,

un vero soldato,

un soldatino di ferro e non un generale di latta,

qui ci vuole il mio amico Scarpel,

il fante Luigino,

il bersagliotto Gaspare,

il marinaio Carmelo.

Qui ci vuole un maschio con i posperi e i coglioni,

qui ci vogliono i maschi di Sergio,

un bello, un cattivo, un buono.

Ma anche questa è stereotipia.

Mamma mia quanta stereotipia!

Questa è la solita becera stereotipia sulle donne.

O Carlotta,

tu mi hai messo nelle vene una passione sottile,

la ricerca di un nuovo soggetto,

di un nuovo verbo,

di un nuovo predicato.

Leggerò il tuo “Memoria delle mie puttane allegre”,

in ricordo oppositivo de “Le mie puttane tristi” di Marquez,

Domani lo comprerò nella libreria di Rosario,

l’antica e vetusta casa del libro di Rosario Mascali

in via delle Maestranze al civico 72,

nella fetida e rattizzata isoletta di Ortigia

ormai in preda a extra e in,

a comunitari e a non comunitari,

a uomini e a caporali,

a mezziuomini e a briganti,

a ominicchi e a ladroni,

a quaraquaquà e a politicanti.

Compratelo anche voi,

o arditi marinai,

nelle vostre moribonde librerie.

Io domani andrò in Ortigia.

Di poi andrò a votare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO TERZO

Io lo veglierò, io lo difenderò

da tutte quelle insidie velenose

che vorrebbero strapparlo al cuor,

povero amor.”

Ditemi,

chi è quell’uomo

che sembra un angelo,

sorride a tutti

e tutti gli sorridono,

cammina per le strade come in estasi,

chi è?

Io,

io sono io,

proprio io,

solo io

che amo te

e vivo solamente

per amare te.

Strappi dal mio cuore,

o insidia velenosa,

il povero amor che mi sostiene,

mi avvince,

mi avvinghia,

mi scalza,

mi sobbalza,

mi annichilisce,

mi svariona,

mi disorienta.

O insidia,

o insidia,

perché non rendi poi

quel che prometti allor?

Perché di tanto inganni gli innamorati?

Quelli dell’amore vegliato,

quelli dell’amore difeso,

gli innamorati della Retorica,

dell’arte di convincere per esaurimento scorte,

dell’Eristica,

dell’arte di trascinare insieme alle parole,

di persuadere,

dell’arte di appagare con dolcezza le voglie matte,

dell’Oratoria,

dell’arte del bel parlare forbito ed ecologico.

Ma quel che è bello non è sempre buono

e quel che è buono non è sempre bello.

Manca la via di mezzo del giusto,

manca il giusto,

l’amore giusto che va dall’avvocato azzeccagarbugli

e si fa difendere a botte di carte da cinquecento,

le ex spigliate e sudate carte della banca europea,

quella del drago dragon ammazzabuffon,

quella del Cerutti Gino,

il mago del bar del Giambellino,

quello che da solo gioca al biliardo.

Quante storie e quante parole

per un amore andato a male

dentro il cartone del latte

in un frigo che va a corrente alternata

per insolvenza di bolletta boom e boom.

Andè tutti a cagher!

Mi vui sol che na femena da amar.

Sbalie o son just?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

AL MARE

Domani andrò al mare.

Domani ti telefonerò.

Al mare tutti telefonano ogni giorno.

Al mare tutti telefonano a tutti sempre.

Io non voglio essere da meno.

Al mare tutti telefonano.

Io non sono diverso.

Al mare tutti telefonano a tutti.

Io domani andrò al mare.

Io domani ti telefonerò dal mare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 09, 2022

LA CABINA TELEFERICA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e, mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Così e questo ha sognato Mario.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di trovarmi all’interno di una villa con un gruppo di persone di cui ricordo chiaramente soltanto il mio vicino di casa.”

Mario all’inizio del suo sogno socializza bene e si trova bene nella massa anonima. Soltanto per il suo “vicino di casa” mostra una certa memoria, per il resto tende a rimuovere, a non pensare, a non concentrarsi, come se la precisione mentale e la vigilanza psichica fossero operazioni minacciose per la sua integrità mente-corpo. Questa tendenza alla smemoratezza e alla superficialità è indizio di tanto travaglio psichico incorporato e sempre in procinto di emergere e di esprimersi. Aggiungo che il “vicino di casa” è l’alter ego o l’alleato psichico o lo schermo su Mario cui può “proiettare” i suoi vissuti traumatici e le sue angosce profonde, i suoi film dell’orrore e le sue fantasie truffaldine. Meglio avere sempre un portacenere a portato di mano, piuttosto che buttare la cenere e la cicca in mezzo alla strada e tanto meno d’estate sulla spiaggia.

Qualcuno voleva ucciderci tutti.”

Quanta aggressività mortifera sin dall’esordio!

Mario esplode con la sua carica aggressiva nei confronti di quella gente massificata e anonima che lo circonda, come se avesse un conto in sospeso con gli altri, come se temesse la presenza delle persone anonime per quello che possono pensare, dire e fare. Mario vuole liberarsi di tutti quelli che vive come una seria minaccia alla sua sopravvivenza, alla sua persona e alla sua dignità. “Tutti volevano uccidere qualcuno”, questo è il corretto e giusto capovolgimento della frase di Mario. E questo “qualcuno” era proprio Mario. Pur di difendersi, cosa non si fa di legittimo e di illegittimo. Datemi una pistola e mi difenderò da solo e grazie alla legge, come gli americani e i soliti idioti.

Ma perché Mario ce l’ha tanto e a morte con la gente che lo circonda?

Perché questa paturnia paranoica?

A un certo punto entriamo in una cabina mobile sospesa in aria che dal palazzo porta al giardino e mentre siamo tutti all’interno, la teleferica si spezza e cadiamo nell’erba senza alcuna conseguenza.”

Mario in apparenza salta di palo in frasca, ma in effetti resta fermo a elaborare la sua carica aggressiva e la investe in ogni dove e in ogni quando, anche nell’aria dove ci si può librare come una libellula. E’ interessante la caduta dall’alto verso il basso, in quanto descrive il processo psichico difensivo di “materializzazione”, di ricorso alla realtà e ai suoi principi, di destituzione della tendenza, altrettanto difensiva, alla “sublimazione della libido”, di mettersi al servizio degli altri per essere accettato perché sono io il primo a non accettarmi, di ricevere una carta d’identità sociale da chi frequento e da chi mi frequenta e anche da coloro che non mi conoscono e però mi vedono. La catastrofe incombe nell’economia psichica di Mario e non si può stare con i piedi per terra e camminare regolarmente e magari correre su un verde prato o sulla realtà che promette benessere e prosperità. No, si deve sempre cadere e rompersi le ossa del collo, farsi male perché dagli altri m’aspetto soltanto male e perché non posso che meritare soltanto disprezzo. La “cabina mobile sospesa nell’aria” rappresenta una protezione, un involucro che tutela Mario come una placenta o un grembo che accoglie un feto. Per fortuna tutto bene è quel che finisce bene. Mario atterra insieme agli altri semplicemente perché ha ridotto la sua carica aggressiva e può sognare che tutti si salvano dopo la fantasiosa marachella della teleferica che si spezza. Mario può ripartire dal prato, dall’erba dove è caduto, può riprendere dalla vita di tutti i giorni. L’attacco di paranoia acuta è passato, ma non è del tutto superato. Prima o poi ritorna come le fasi della capricciosa luna.

Il mio vicino di casa non vuole mollare la presa della cabina, ma, dopo avergli assicurato che non si sarebbe fatto male, si lascia andare senza conseguenze.”

Ahi ahi ahi, una parte di Mario, il “vicino di casa”, l’alleato, “non vuole mollare la presa della cabina” ed è rimasto attaccato alla teleferica e completamente sospeso nel vuoto. Sarebbe stato troppo bello che Mario si fosse sbarazzato della sua carica persecutoria e si fosse allineato con gli altri e riconciliato con la società. Non è così, perché la tendenza paranoica persiste nel tratto che è stato esaltato dal vivere quotidiano, un tratto che esige una diffidenza degli altri, una minaccia negli altri, un’avversione al giudizio supposto degli altri sulla sua persona. Purtuttavia, Mario riesce a convincere se stesso a lasciarsi andare e a conciliarsi con la realtà anche se difficile e problematica. Ricordo che la “cabina” rappresenta quel grembo materno e protettivo da cui Mario deve staccarsi per acquistare la sua autonomia psicofisica. E questa operazione esegue l’onnipotente Mario e al completo e tutto intero: lui in persona e il suo “vicino di casa” altrettanto in persona.

Viva la libertà e viva la vita!

Mi trovo all’interno della cabina e dopo all’esterno e sono al suolo e non ho una visuale dall’alto.”

Mi sento protetto all’interno della madre, ma posso anche stare fuori dal grembo e vivere la realtà di tutti i giorni anche se non riesco del tutto a essere concreto e a materializzarmi abbandonando il processo di “sublimazione” della mia aggressività quando non mi sento importante e voluto bene dalla gente. Mario dice a se stesso di non essere un uomo concreto e pratico, fattivo e costruttivo per se stesso e di non poter continuare a “sublimare la sua libido” mettendosi al servizio degli altri, invece di realizzare il suo bene e di vivere il suo piacere. Mario è onnipotente e ha il dono dell’ubiquità, si trova dappertutto e in ogni luogo trova un problema, accusa una difficoltà, presenta un trauma da risolvere. Mario oscilla maledettamente tra il bisogno di dipendenza e la necessità dell’autonomia psicofisica. Mario deve liberarsi dalla tutela della figura materna e aspirare alla libera gestione della sua persona e delle sue risorse umanissime. Mario non vuole perdere nulla, vuol continuare a “sublimare”, a “materializzare”, a stare con gli altri e ad aggredire la gente da cui non si sente apprezzato e amato. Fa tutto lui in questo bailamme tutto napoletano, più che francese.

Sono minacciato dal tizio che voleva ucciderci, ma me la cavo con degli stratagemmi e con le parole.”

L’attacco di paranoia è ritornato in pieno e con tutte le sue cariche mortifere, ritorna il “qualcuno” dell’inizio del sogno che aveva minacciato di uccidere tutti e adesso si presenta come il “tizio”, quella parte psichica paranoica di Mario che si sentiva insidiato nella sua sopravvivenza dagli altri e dal loro giudizio. Ritorna quel Mario che tende ad aggredire per non essere aggredito e che immancabilmente si sente aggredito da tutti e da nessuno perché non può fare a meno di vivere in mezzo agli altri anche se ne teme la presenza mentale e visiva, la presenza e il giudizio. Ma le risorse del nostro attore protagonista sono quasi infinite, per cui Mario ricorre alla razionalizzazione del suo stato psicofisico con le parole e i ragionamenti, con le azioni e le arti retoriche, con i sotterfugi contingenti e le illusioni momentanee. E in questo modo può andare avanti con il suo conflitto intrapsichico, la paranoia, e il suo conflitto relazionale, la gente maligna. “Accettare se stesso tramite la razionalizzazione”: questo è il progetto psicoterapeutico principe in questa surreale diatriba di Mario con se stesso.

Ricordo di essermi trovato anche dentro un ascensore.”

Ritorna la protezione della madre e il bisogno di essere tutelato. “L’ascensore” ha il pregio di andare su e giù, di “sublimare la libido” e di “materializzare la libido”, di nobilitarla nel piacere altrui e di concretizzarla nel piacere personale. “L’ascensore” è veramente il simbolo giusto per attestare il simbolismo della condizione psichica altalenante e ballerina di Mario. Bisogna tendere all’autonomia psicofisica, qualunque sia lo psicodramma esistenziale di Mario. Bisogna liberarsi dalle dipendenze e rassicurarsi sulla presenza degli altri, al di là delle loro impressioni e convinzioni. Bisogna che Mario faccia perno su se stesso e non elabori pericolose fantasie persecutorie che gli fanno perdere il contatto logico e vigilante con la realtà, la vera e oggettiva realtà e non la neo-realtà che Mario tende a costruire per difendersi dal coinvolgimento e dal rischio sociale. Bisogna che Mario si comprometta con la gente e si mischi con gli altri rischiando di godere. E allora ben venga il detto antico del “chi non risica non rosica” e la memoria, altrettanto antica, del “cave dementiam”, “occhio alla paranoia”, che è una brutta bestia, aggiungo io.

L’interpretazione analitica del sogno bizzarro di Mario si può concludere con questa prognosi e con i detti popolari e non.

Alla prossima.