CANTO D’AMORE ARABO

Voglio proprio te,

voglio che tu diventi mia moglie.

Ora che sei diventata l’amata del mio cuore

vai a prendere gli anelli,

o sposa di tutte le spose.

Ho annunciato alla famiglia

che tu sei l’amata del mio cuore.

Voglio che tu sia la mia passione e la mia follia,

per me dolcissima,

o amata del mio cuore.

Voglio fare per te un corteo nuziale.

Non mi bastano i sospiri

per te che sei tutta delicatezza e leggerezza,

o amata del mio cuore.

Voglio farti camminare su fiori,

voglio cantare di te,

voglio che tutti parlino di te,

o amata del mio cuore,

tu che sul mio cuore riposi,

tu che accresci la mia felicità

e sotto le miei ali dormi.

Traduzione di Bruna Gelardi

Siracusa, 20, 08, 2022


A MILANO

A Milano non crescono i cardi,

i cardi mariani in onore della Madonna nera,

tanto meno i cardi silvestri in odore di rose rosse,

drupacee vespertine e asteracee maioline,

rampicanti e rampanti come i lumbard sui grattacieli di vetro

della benemerita ditta Pamela & Lisa di Conegliano veneto,

i cardoni non abitano in qualche attico sopraffino di vip e controvip

pagato da altri come se niente fudesse al culo,

tutta gente di merda o gente di classe

che ostenta augelli maldestri alle tose in calore

e scassa le balle oneste dei poveri pescatori di frodo nell’Adda,

quelli che nell’esodo festoso di luglio

gustano già gli effetti malefici del controesodo infausto di giugno.

Dammi una crianza, o benemerita pulzella di Orleans!

Dammi e dimmi balle sgarrupate, o statuetta di gesso che piangi!

Dammi quel beneplacito assurdo di pentobarbital,

una fialetta al giorno per essere un Mitridate,

un re bafè, biscotto e minè,

che aveva una figlia bafiglia, biscotta e miniglia,

innamorata di un bavoso, fetoso, biscotto e minoso.

Oppure favoriscimi le tre fialette che ho firmato per Red,

il gatto rosso,

per Pietro primo,

il piccolo selvatico

che non ho capito che stava male

e non l’ho afferrato di forza

per portarlo dalle care e dai cari dottori.

La dottoressa mi disse candidamente:

la prima rilassa,

la seconda ottunde,

la terza ammazza.

Cazzo e stracazzo!

Tutti e tutto in culo, porca paletta!

Red, adesso, abita da me,

in un monumento barocco di pietra bianca di Noto

che ho edificato per la vittima ignota del coronavirus,

la persona felina più bella del mondo,

Red,

Pietro primo il piccolo.

Lugete Veneres Cupidinesque,

come ho pianto io

in quel giorno di tanta malora,

di stravento e di naufragio.

A barca rotta ogni vento è ostile.

A Milano non crescono le lattughine e i fiori di zucca,

non crescono i lampascioni e la valerianella,

crescono soltanto candele di sego e di formentone

per ricordare il Natale degli umili e dei giusti,

la nascita dei vespri siciliani

e dei cardoni amari della betulla,

per onorare il lutto di Natale e di Pasqua,

la piccola vita svanita nel nulla

di un arrivo previsto e mai pervenuto,

i mai nati ma nati,

i vissuti mai adeguatamente.

Onde di luce,

candele accese nei borghi della metropoli

e nelle contrade dello spazzacamino,

il povero lavoratore del fumo che non feconda,

non scopa la fuligine,

non pulisce la ragnatela,

non fuligina e non fulighia,

come Tonino il carpentiere

che non ha più i ferri del mestiere

ed è costretto alla sua cassintegrazione,

a farsi una sega, insomma.

E così le donne felici ristagnano a braccia vuote

con una perdita difficile da elaborare,

neanche con una nuova formidabile gravidanza,

neanche dal più costoso degli psicoanalisti freudiani e non.

Ma queste son tutte cazzate,

sono solo canzonette smunte da minchie e da tette.

A Milano ci sono le ville del popolo,

le case sospese sull’arcobaleno a equo canone,

le case di Giufà e di Barbazucon,

le case dei casini e dei tiramisù,

le dimore che echeggiano di odori osceni,

quelli della povera gente berluscata

che veniva dal Sud con il treno del Sud.

Oh, brutta razza di minchioni!

Oh, emerite teste di cazzumst!

A Milano crescono soltanto i trunzi re brocculi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 06, 2022

CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

IN ALTO A DESTRA

del blog trovi una lente d’ingrandimento e un invito a cercare il significato dei

simboli portanti dei sogni e dei temi esistenziali e sociali, nonché di

curiosità eccentriche e quotidiane.

Apri la finestra e affacciati.

Dimensionesogno possiede un archivio di quasi seicento pezzi di umanità

onirica e poetica rivisitati nel tempo attuale.

E’ severamente vietato vietare e divertirsi è d’obbligo.

Inserisci le tue paroline magiche e ti si aprirà un mondo di idee.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, 08, 2022

IL REWIND ONNIPOTENTE E I DUE CANI DI MARIGIO’

TRAMA DEL SOGNO

“Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.

Arriviamo nella ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Questo sogno è stato concepito e composto dalla Fantasia di Marigiò.

INTERPRETAZIONE

Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Marigiò si meraviglia di esordire in sogno ricordando una scena altamente erotica e avvolta dal pudore dei benpensanti per la “traslazione” del coito che comporta: le labbra diventano le grandi labbra e il cavo orale la vagina. In effetti, Marigiò sta sognando di fare l’amore con un uomo anonimo e con l’intento di giustificare a se stessa l’atto sessuale apparentemente orale. Marigiò è una donna che non concepisce la sessualità fine a se stessa e per la persona che la vive, ma è all’antica perché la giustifica con un progetto di varia natura e qualità tra i due viaggiatori nei territori del sesso. “Tessendo un filo” condensa una progressiva costruzione in coppia, “come a costruire qualcosa”. Gli insegnamenti familiari di madri improvvide ritornano in queste scarne parole: si fa sesso con l’uomo che sposi e non prima. E adesso che Marigiò è adulta e vaccinata non riesce a concepire un rapporto sessuale fine a se stesso e tutto e soltanto per lei, per il suo piacere, per il suo corpo, perché ci deve mettere dentro qualche giustificazione progettuale che la possa assolvere dagli inevitabili sensi di colpa per aver trasgredito alle norme materne e familiari. E’ interessante come nella “traslazione del coito” si serva di un atto erotico che sicuramente non è previsto nel codice didattico ed etico familiare, della serie “più reprimi e più la cosa viene fuori da altre parti in maniera accentuata”.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.”

Il progetto matrimoniale è servito su un pezzo di legno scuro, qualcosa di lugubre e per niente radioso. Oltretutto “l’immagine nel mezzo” non si vede, ma è una bella opera degna di essere esposta nella formalità di una rinomata galleria d’arte. Marigiò è cresciuta fantasticando sulla sua vita sessuale e contenendo le sue pulsioni al fine di essere accettata in famiglia e al fine di non coinvolgersi in storie di sesso che magari le destavano timore. Marigiò ha eroicamente controllato i suoi desideri per essere della partita familiare e sicuramente questo contenimento innaturale ha accentuato la sua vitalità erotica e sessuale, ma il risultato di tanta castrazione e frustrazione è quello di entrare in conflitto con i suoi bisogni di base corporea, di innescare una psiconevrosi tra l’istanza censoria “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es”, mettendo il povero “Io” a non saper che pesci pigliare in tanto mare aperto. Marigiò è stata una brava bambina e una brava adolescente e continua a essere una brava donna, ha fatto una “bella opera” degna di essere esposta alla formalità dei bigotti e nelle sedi dell’infelicità. La semina del passato ritorna nel presente e quando meno te l’aspetti e magari sotto forma di un sogno proprio per indicarti che non è utile mantenere questa castrazione e questa frustrazione per l’equilibrio psichico, pena la somatizzazione in sintomi: “conversione isterica” per l’appunto.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.”

Marigiò vuole sbarazzarsi della sua filosofia di coppia e della sua cultura della castità che la costringe per insegnamento subito e magari non condiviso a vivere la sua sessualità entro certi angusti confini e secondo antiquati criteri culturali. Nel far questo introduce la sua prima trasgressione, va con suo “padre” in macchina a Milano, si fa dare “un passaggio” per “trovare un compratore” a cui sbolognare la sua filosofia di coppia e la sua metodologia sessuale. E’ veramente una “occasione” offerta dall’uomo che è stato il primo oggetto erotico e sessuale della sua vita, “mio padre”, nonché il primo oggetto d’amore contrastato e infelice. Due piccioni con una fava, meglio con un viaggio a Milano, perché mi libero del padre edipico e della mia ideologia fascista sul sesso e dintorni. Marigiò è sul punto di riformulare la sua vita sessuale e di riformularsi nei riguardi degli uomini al fine di viversi meglio e di relazionarsi senza inutili resistenze e conflitti. Marigiò vuole “trovare anche un compratore” del nuovo, della nuova disposizione erotica e sessuale, un uomo che sia degno della verve in via di acquisizione e conquista. I viaggi sono sempre forieri di novità e di proficua evoluzione. Chissà chi e cosa incontrerà a Milano la nostra eroina.

Arriviamo in una ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.”

Il papà è un uomo di mondo, uno che ha viaggiato e viaggia ancora, uno che sa intrattenere e intrattenersi, un uomo che nelle fantasie della figlia non deve tradirla con altre donne. Marigiò ha un buon concetto del padre in riguardo alla sua prestanza e bellezza, nonché in riguardo al suo “parcheggiare in un capannone dove ci sono tante altre auto”. Marigiò “si lascia lasciare lì ad aspettare” perché è giunto il tempo di risolvere una volta per tutte questa pendenza “edipica” che la vuole attratta dalla figura paterna e desiderosa della sua persona. Marigiò ha bisogno di emanciparsi e di rendersi autonoma e soprattutto in questo territorio e in questi ambiti che simbolicamente traducono la vita sessuale in prima persona e le relazioni di quel tipo. Ed ecco che passeggia e si sgranchisce le gambe, ed ecco che nota “un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto”. Ecco che si disinibisce e si vive meglio disponendosi alle novità e all’avventura, ecco che concepisce per lei uomini che sappiano armeggiare sul suo corpo e sulla sua sessualità. Questi sono i bisogni e i desideri di Marigiò, disporsi sessualmente a un uomo esperto con libertà di fare e licenza di agire, viversi sessualmente come una donna finalmente disinibita anche grazie a questa tipologia di uomini a cui piace tanto la gnocca. Per il momento Marigiò si tiene “un po’ distante”, ma soltanto un po’. L’atto di “sgranchirsi le gambe” equivale simbolicamente alla liberazione dai tabù e dai divieti in riguardo alla sessualità. Secondo i dettami teorici della Psicoanalisi Marigiò sta ridimensionando il “Super-Io” per lasciare all’Es di esprimere le sue esigenze, sta procedendo verso la sua salute fisica e mentale mentre l’Io sta a guardare come le stelle. Vediamo dove la psicodinamica va a parare.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.”

Marigiò rischia di imprigionarsi nuovamente e soprattutto rischia di inibire le sue pulsioni, rischia di far vincere il Super-Io sull’Es e di sacrificare la sua sessualità mettendo l’Io nella condizione di non sapere che pesci pigliare. Marigiò è riuscita a scendere dalla sua macchina, è riuscita a disinibirsi sessualmente e a prendere confidenza con l’universo maschile, “un gruppo di uomini” intenti ad armeggiare l’apparato sessuale femminile, ma ecco che rischia ancora una volta a “nascondesi in auto”, a battere in ritirata dopo aver tanto osato. Di fronte alle “avances” provocatorie maschili, da lei costruite in sogno, Marigiò mette in gioco il suo corpo e non blocca l’istinto sessuale: “li spio e li controllo”. Marigiò si è messa nella condizione di avere un buon autocontrollo e di aprirsi al maschio e di poter disporre della sua sessualità, non ha battuto in ritirata anche perché sarebbe stata una ritirata difensiva che l’avrebbe fatta ripiombare nel passato e nei vecchi schematismi culturali e nelle sperimentate e fallimentari modalità di approccio sessuale. Degna di nota è la difesa dal coinvolgimento sessuale in “spostano l’auto presa di mira”, il meccanismo dello “spostamento” è ben visibile e utile per continuare a dormire e a sognare. La missione di emancipazione e di liberazione è in via di compimento, non resta che vedere il prosieguo del sogno per trarre gli auspici di un conquistato equilibrio psicofisico.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.”

Cambia la scena onirica, ma non cambia il tema. Tutto è in regola e secondo logica consequenziale. Marigiò viene direttamente in contatto con i suoi buoni ed enormi bisogni sessuali, i suoi buoni ed enormi istinti e le sue gratificanti ed enormi pulsioni: “al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova”. Prima Marigiò era al fianco del padre nella macchina che correva verso Milano, adesso è sola con se stessa e ha pienamente coscienza della sua sessualità e della sua autonomia dalla figura paterna. Son passati i tempi in cui la ragazzina sbarazzina era legato a filo doppio con il padre e non si sentiva in sintonia con la madre. Ne è passata acqua sotto i ponti del fiume Piave da quando il modello maschile perfetto e reale era soltanto e solamente il mio papà. Adesso Marigiò è cresciuta e si è presa amorosa cura di sé e del suo destino di donna, nonché del prezioso corredo della sua sessualità: “alla guida della nostra auto”. Marigiò tende a essere padrona di se stessa nei termini consentiti dalla situazione psichica in atto, ci sta provando e vediamo come procede il suo guidare la macchina con a fianco il suo cane terranova, non certo un bassottino o un cane di piccola taglia, Marigiò ha una imponenza erotica e sessuale con le dovute dolcezze e bontà.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.”

Quale degna architettura siamo capaci di inventare in sogno!

Quale stupenda “figurabilità” e quali centrate rappresentazioni!

La “macchina” o la sessualità, il “cane dentro la macchina” o le pulsioni, il “pastore tedesco fuori dalla macchina” o le repressioni psichiche del Super-Io sulla sessualità e della cultura sempre sulle modalità della vita sessuale, “l’assalto e i morsi” o il conflitto psicofisico e sociale. Marigiò si trova alle prese con se stessa e con il materiale psichico che ha messo dentro nel corso della sua esistenza e della sua educazione. Marigiò ha subito da parte del suo Super-Io il sopravvento della repressione culturale sulle pulsioni sessuali elaborate dall’Es e in questo conflitto non aveva maturato un Io forte e capace di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, di mediare e concedere la giusta mercede al corpo vivente e senziente. Il “pastore tedesco” è messo là fuori, e “sembra che stesse aspettando” il povero e benamato cucciolone del terranova. La cultura e la società sono in agguato e colpiscono bene e tosto, ma prima di loro ci pensiamo noi con la nostra “organizzazione psichica reattiva” a darci le frustrazioni della “libido” e le castrazioni degli impulsi, procurandoci gravi danni psicosomatici. Marigiò ha rievocato in poche parole la sua psicodinamica evolutiva in riguardo al conflitto tra le istanze psichiche sul tema della sessualità.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.”

Che meraviglia!

Non mi era mai capitato nella mia lunga esperienza clinica di incontrare il “rewind”, mi era sempre capitato di imbattermi nel processo psichico di difesa della “regressione”, in base al quale di fronte all’angoscia è meglio tornare indietro e ripristinare le giuste difese prima che il nemico aggredisca in maniera irreparabile. Il “rewind” è un consapevole riavvolgere il nastro per tornare indietro a migliori fortune secondo il nostro intendimento, è l’Io che decide di riascoltare, rivedere, riproporre saltando le complicazioni della dimensione temporale e magicamente andando a sbattere e a mettere in riedizione quello che deliberiamo e decidiamo di rivivere. La “regressione” è un processo di difesa dell’Io, il “rewind” è un oltremodo consapevole meccanismo difensivo intriso di forza e di potere, quasi una onnipotenza, oltretutto in linea con i tempi tecnologici attuali. Marigiò per salvare la sua sessualità è costretta a chiudere le relazioni con la cultura e con il Super-Io, deve far perno su stessa e salvaguardare la sua salute psicofisica tramite l’amorosa accettazione della sua formazione e dei suoi genuini impulsi erotici, è costretta a estromettere il “pastore tedesco” con la sua bieca ferocia. In un certo senso Marigiò torna indietro anche per prendere consapevolezza, qualora ce ne fosse bisogno, dei condizionamenti genitoriali e familiari e delle forze tabuiche presenti nella società. Il “terranova” è in auto, per cui si può procedere anche se la mutilazione della cultura non è la soluzione migliore possibile. Vediamo Marigiò dove va a parare con il suo sogno.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.”

Marigiò possiede talmente bene i termini della questione in ballo, per cui può fare la regista di se stessa e di “parti psichiche di sé” in via di ulteriore definizione. In sostanza Marigiò decide di rafforzare l’Io e di procedere con la forza della ragione, dell’auto-consapevolezza e secondo il principio di realtà e di convenienza: “rifare la scena con me che scendo per prima”. Di poi, me ne sbatto delle ingiunzioni morali della società e degli schemi sessuofobici della cultura dominante, “allontano il pastore tedesco” e mi tengo con gran cura e devozione “il mio cagnone”, la mia proficua e eccitante sensibilità sessuale. Marigiò è padrona a casa sua ed è padrona della sua intimità e della sua vitalità. Queste operazioni psichiche, mi ripeto, sono di competenza dell’Io, per cui Marigiò si prescrive la sua psicoterapia: “penso di rifare la scena”. Bontà del “rewind” che è possibile soltanto a livello psichico e in sogno, almeno nei termini in cui lo ha condotto Marigiò. Non ci troviamo di fronte a un volgare strumento elettronico, ma a contatto con i nostri meccanismi psichici altrettanto precisi e funzionali.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Sembrava tutto meravigliosamente risolto con l’intervento dell’Io mediatore e deliberante, ma ecco che le cose non vanno al giusto posto e gli incastri non collimano come avrebbero dovuto. Non si può vivere la sessualità secondo il proprio edonismo e in base alle regole del gioco che ci siamo dati da soli. Bisogna giocare con gli altri e specialmente nell’attività sessuale c’è bisogno dell’altro e delle sue convinzioni formative. La società civile incombe e limita, ma può anche rassicurare tramite il confronto e la condivisione fisica e psichica. Il conflitto di Marigiò è aspro e cruento, la donna è assalita dai suoi dubbi e dai suoi schemi, per cui svegliarsi e interrompere il sogno è la maniera migliore per non vivere l’angoscia collegata al conflitto della psicodinamica tra Io, Es e Super-Io e tra Marigiò e l’altro, il suo uomo, nonché tra Marigiò e la cultura ufficiale. L’operazione di contemperamento è in corso e non si risolverà mai con una trasgressione sessuale e una castrazione del piacere o una frustrazione dell’erotismo. Di conflitto in conflitto matura anche il sistema psichico e si evolvono i conflitti in base al “principio del meglio”. Per ogni tempo c’è una risposa e una soluzione ai vari problemi che la società civile e le varie persone pongono sul tappeto della vita quotidiana.

Questo è quanto dovuto all’interessantissimo sogno di Marigiò.

LA CORONCINA DI PRATOLINE

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

La porta finalmente si è aperta

e Diana è volata lontano,

lontano da qui,

lontano dalle umane miserie,

perché l’anima vola,

mica si ferma,

tanto meno ristagna o si adombra,

l’anima contempla l’ignominia della mente

di una madre assente,

assolve la pochezza di un padre ignoto

e le bagna di sacra pietas.

E stato così.

Adesso Diana si ama da sola

e rimboccandosi ogni sera le coperte,

troverà quell’amore gentile,

quell’amore dolce e sincero

nella notte che la invita a dormir.

Ho detto su di te le orazioni,

ho bagnato le pratoline,

ho sistemato la coroncina sulla tua testina,

adagio,

per non farti male.

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

Salvatore Vallone pose queste parole nel dolce ricordo di Diana.

Carancino di Belvedere, 06, 08, 2022

VENERE

Venere,

Venere è morta,

i suoi monti sono crollati con i loro ghiacciai marmoladi,

la nostra Venere non ospita la vita di vital libido,

la culla della vita sulla Terra è un inferno nella via Lattea,

la chimica delle sue nuvole è alterata e zozza,

i biomarcatori segnalano che non metabolizza lo zolfo.

Lo zolfo, accidenti, lo zolfo!

Non metabolizza, accidenti, non metabolizza!

Cosa mi dici mai?”

Così sentenzia topo Gigio

con la sua accattivante voce da fesso di una volta.

E Afrodite?

Afrodite è morta,

anche Afrodite è morta,

è annegata tra le onde verdastre del mare Ionio

in mezzo a quelle isole che fea feconde

con il solo suo sorriso e senza ormoni aggiunti,

senza extension e senza unghie finte

e colorate al cerume del barbiere di una volta,

senza botulo per i trucchi maldestri e per gli inganni sottili,

senza botole per gli allocchi e grana per i parmigiani.

Sticazzi!”

Pesco direttamente dal romanesco.

Urano è stato amputato dal figlio Krono,

non ha più i posperi e i coglioni.

Il Cielo, ormai, è senza stelle,

ha perso i suoi teneri gioielli,

morirà in un nobile ostello della trista vecchiaia

nei pressi di una augusta Avola antica,

in collina,

nell’aria fresca della sera

e tra le carezze della notte.

Mecojoni!

Ripesco direttamente dal romanesco.

Krono si trascina il senso di colpa

di aver castrato il bonario padre

e di aver fatto uno scempio del cazzo.

Si sa in giro e da sempre

che il Tempo è un emerito coglione:

non rende mai quel che promette allor,

come la Natura di quel di Recanati,

quella che di tanto inganna i figli suoi.

Sticazzi e mecojoni!

Figuriamoci se non fossero stati figli suoi.

Ho ripescato entrambi direttamente dal romanesco.

Quanno ce vò, ce vò.

E in tutto questo baillamme sotto e sopra le stelle,

Gea che fa?

Gea sta a guardare

tra una tetta e l’altra da far succhiare ai figli e ai finti figli,

la Madre attende il nuovo poderoso membro

per essere ingravidata e far contento Darwin,

mentre il vecchio membro galleggia grigio e inerte,

passivo,

inanimato,

sulle onde del pelago antico tra le terre

in attesa di una porzione di pinna di squalo,

in attesa delle solite comari di Windsor,

delle pulzelle delle case regnanti,

delle soubrettes maritate con i ballisti imbellettati,

della solita e intramontabile Charlene maritata al principe,

della solita e sorridente Meghan maritata al principino,

il figlio di una benemerita, a nostro dire, principessa.

Le cose sono chiare

e i giochi sono ormai fatti.

Fottetevi, se vi pare e se vi garba!

Venere e Afrodite sono morte,

sono morte di vero crepacuore

nella redazione del giornale gaio del momento,

tra maschi & maschi che si cercavano sbavando,

tra femmine & femmine che si cercavano implorando,

tra maschi & femmine che si cercavano sbuffando.

Oh Plato,

maior et minor,

oh Platone,

oh Convivio,

oh Banchetto,

oh Simposio.

oh Aristofane,

oh Socrate,

oh Alcibiade,

oh Agatone,

oh Erissimaco,

oh Pausania,

oh Fedro.

Insomma,

un oh vada a tutta la compagnia cantante,

uomini senza donne in cenacolo gaio.

Deh,

orsù,

oh uomini senza donne

raccontate a Mariaccia la storia dell’Amore,

del Bello,

del Buono,

del Cattivo,

del Giusto,

dell’Infame,

raccontateci la trama di un film di Sergio il leone.

C’era una volta Zeus,

c’era una volta la spiaggia stracolma di cicche,

c’erano Venere,

Afrodite,

Charlene,

Meghan,

Ilary,

Gea

e le allegre comari di Avola e dintorni

distese sulla cenere della spiaggia con il culo di fuori,

con le chiappe divise a metà

da un laccetto per uccellagione,

tutte fumanti perché fumavano,

tutte districanti la cicca là dove c’era la sabbia,

tutte intrise di oli minerali della Exo,

tutte incofanate nei cellulari di alto valore morale.

Era la saga delle tre C:

culi,

cellulari,

cicche,

culi nel senso di chiappe,

cellulari nel senso di solitudine,

cicche nel senso di mozziconi.

E tutti e tutte attendevano il 48 o il 47,

o muorto e il morto che parla,

ciucciando allegramente il veleno di Mitridate,

il re del Ponto e delle mafie locali,

per raggiungere l’immortalità dei sensi e dell’onore

sulla ruota lottuosa di Napoli e Palermo.

Venere è morta ancora una volta

in questa spiaggia di caucciù strano e inverecondo,

in tanta malora politica e democratica.

Non ci resta che Lui.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 04, 08, 2022

 

 

DORMIVEGLIA

Zia!

Dimmi, bambina.

Mi fai un gatto?

Non posso.

Pecché?

Perché sono una donna.

Le donne fanno i bambini

e le gatte fanno i gatti.

Zia!

Dimmi bambina.

Mi fai una gatta?

Zia,

Quand’ero pica dicevo Camon gande gande.

È vero, bambina.

Adesso come dici?

Camon gande gande.

Ricordi prima di andare a dormire.

Infanzia azzurra,

meravigliose parole sospese nella memoria.

Grandi camion pieni di puro istinto poetico,

natura.

Tu sei il mio camon gande gande

e, forse, anche un gatto.

Mi fai una gatta?

 

Sabina

 

Trento, 01, 07, 2022