LA MUMMIA IN PUTREFAZIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo davanti a una chiesa.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.

Le barelle sono quasi sicuramente due.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Questo è il contenuto misterioso e questa è la forma ambigua del torvo sogno di Marius.

INTERPRETAZIONE

Mi trovo davanti a una chiesa.”

Marius esordisce nel suo sogno con l’approccio conclamato al processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”: nobilitare e mettere al servizio degli altri le proprie pulsioni, stornare dai fini erotici e sessuali gli istinti vitalistici che sono in conflitto con le istanze di convivenza e di solidarietà. Freud ne parlò ampiamente nel libro “Il disagio della civiltà”. Marius si trova davanti al sacro e al tabù, s’imbatte nella difesa sublimata della sua “libido”. E’ come un biglietto da visita che offre agli altri dicendo: “cari signori, sappiate che io mi servo spesso di questo processo difensivo e così intacco la genuina espressione della mia sessualità”. La “chiesa” desta un “fantasma di morte”, la “chiesa” “sublima” l’angoscia di morte, la “chiesa” ricorre al sacro metafisico e alle operazioni suggestive e magiche per lenire il male di vivere e le sofferenze collegate, la perdita depressiva della vitalità, l’assurdità del morire. Marius non è dentro la “chiesa” e meno male, non è assorbito da questa difesa culturale, ma indiscutibilmente la mostra, per cui non resta che proseguire nell’interpretazione del sogno per vedere e capire dove sta andando e dove ci vuol portare.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.”

Di bene in meglio o di male in peggio, dipende dalle tendenze che investiamo in questa lettura del sogno di Marius. Di sicuro il protagonista si è allontanato dalla “chiesa”, la “sublimazione della libido”, e dalle angosce di morte collegate, per infilarsi in una “torre”, la figura paterna, che non promette nulla di buono con il suo buio, la sua muffa, la trascuratezza, la pochezza di un senso logico, la chiusura in se stessa. Marius parla di sé, di come ha vissuto e vive il padre, una figura nella quale è stato indotto dalla sua giovane età a identificarsi per poi eventualmente distaccarsi in età matura attraverso il superamento della “posizione edipica”: il conflitto e l’ambivalenza sentimentale che il figlio vive nei riguardi del padre durante l’infanzia e l’adolescenza. Marius non ha incamerato una positiva e proficua immagine del padre. Lo vive come un uomo solo, umorale, vecchio, trasandato, in difetto d’amor proprio e di logica. Ha poche “finestrelle” da cui entra “poca luce”. Questa è la “parte negativa” del “fantasma del padre” che Marius ha elaborato da bambino e che si è portato dietro nel tempo dell’adolescenza e oltre, senza aver operato una giusta “razionalizzazione” e riformulazione della figura paterna. La “parte positiva” si traduce immancabilmente nel padre protettivo e buono, nella reale e sacra origine della vita, ma di questo vissuto non c’è traccia. Il prosieguo del sogno potrà riservare sorprese nella psicodinamica che Marius sta innescando. Chi vivrà, vedrà anche con l’aiuto di una buona lente d’ingrandimento.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.”

Allora, la “torre” è tradizionalmente simbolo del Padre, è anche un simbolo fallico e si ascrive sempre al Padre e al corredo psicofisico dell’autorità paterna, rappresenta il “Super-Io” individuale e collettivo come introiezione delle norme e dei divieti atti alla convivenza sociale. Questo grande “fallo” e questo grande padre non sono di facile accessibilità, hanno un loro rigore e una loro scarna rigidità. Marius sta proiettando nel “padre-torre” chiaramente i suoi vissuti e le psicodinamiche della sua prima infanzia, quando il padre rappresentava per lui il “principio di realtà” e il “principio del dovere”, e descrive una persona severa e difficile da capire per la sua vena spartana nell’essere e nell’esistere. Marius ha temuto il padre anche per il suo lapidario esternare i sentimenti e gli affetti. “Senza il corrimano” descrive simbolicamente il rischio della caduta, l’angoscia della perdita, la mancanza di difesa da cotanta figura e l’incapacità di affidamento. Il sentimento pesante della paura ha contraddistinto la relazione del figlio nei riguardi del padre. Ma la storia non si conclude con questi blocchi della comunicazione, la storia continua e la relazione si complica toccando picchi notevoli e drammatici.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.”

Quindi, dentro la figura paterna vissuta dal figlio, la “torre”, non c’è soltanto Marius che sta tentando la scalata, ma ci sono anche altre figure indaffarate nel portare avanti la psicodinamica che da individuale, io e mio padre, si sta evolvendo in relazionale, io e mio padre e altri da individuare. La “barella” è il simbolo del “tramite”, dell’oggetto che porta a qualcos’altro e attesta di malessere e di dolore, quanto meno di incapacità ad animarsi. La “barella” è il tramite che serve al “fantasma depressivo di perdita e di morte” a vedere la luce, a manifestarsi. Marius approfitta della “barella” per tirare fuori le sue angosce d’inanimazione e di perdita della vitalità a causa di un padre vissuto oltremodo castrante e arido.

Ma chi sta uscendo dall’orbita paterna, dalla “torre”?

Sicuramente “parti psichiche” di Marius, vissuti del figlio maturati con dolore e sofferenza nel corso della sua prima evoluzione psicofisica.

Le “persone” rappresentano gli alleati psichici, le figure complici e funzionali a sviluppare il tema del padre in questa psicodinamica drammatica. Il fatto che “scendono” condensa il “processo di materializzazione”, l’opposto del “processo di sublimazione”. E’ questa la prima ribellione di Marius a se stesso. “Sublimare” è una difesa psichica che rende nobile l’angoscia, “materializzare” è una difesa che rende vivibile l’angoscia tramite l’intensità dei vissuti e la presa di coscienza della qualità del conflitto. Marius sta uscendo dalla sfera psichica paterna e sta diventando più concreto dopo essere stato un arduo sostenitore della “sublimazione della libido”. Bloccato dalla figura paterna Marius si sta liberando inscenando in sogno questo movimento verso il basso dopo tanta stasi e intenzione verso l’alto. La “barella artigianale” sa di vissuti caserecci e di esperienze originali: la relazione di Marius con il padre, un rapporto che sa di conflitto “edipico” e che si colora sempre più di una ricerca di liberazione dai divieti del padre e di aspirazione all’autonomia psicofisica. Vediamo il prosieguo del sogno come dispone il quadro e lo psicodramma in corso.

Le barelle sono quasi sicuramente due.”

Le vittime del padre-torre sono due persone, una è il figlio, Marius per l’appunto, e l’altra dovrà essere la madre, la terza componente della triade “edipica”, la cui psicodinamica ancora Marius non ha portata a ottimale risoluzione. Allora, riepilogando, il padre ha fagocitato il figlio e la madre, la sua donna o sua moglie per intenderci. Ancora meglio: Marius è partito dalla sua difficile relazione con il padre ed ha esternato simbolicamente la serie delle sue angosce al proposito, angosce depressive sia di castrazione e sia di abbandono. Procedendo ha introdotto la madre e lo psicodramma “edipico”, confermando i sospesi psichici in questo settore evolutivo. Il figlio e la madre si stanno liberando del padre e del marito attraverso la “materializzazione”, una maggiore concretezza nell’azione, e stanno uscendo dal carcere della “torre” paterna. Almeno questi sono i vissuti di Marius al proposito e degno di nota è il fatto che provvede anche per la madre da buon figlio interessato. “Mal comune è mezzo gaudio”, si dice nel gergo popolare e Marius si è fatto ben accompagnare e sostenere in questo sogno dalla figura materna.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.”

Come volevasi dimostrare si tratta della “figura femminile”, la moglie e la madre di Marius, che stava dentro la “torre”, il marito e il padre di Marius. Si rievoca la psicodinamica “edipica” triangolare secondo il vangelo dell’attore protagonista del sogno, Marius in carne e ossa. Vediamo la qualità dei vissuti. Il figlio vive la madre come vittima del padre, fagocitata nella sua autonomia e uccisa dal marito nella sua vitalità: “una figura distesa sulla barella, una figura femminile”. La madre nei vissuti di Marius aveva una precaria visione razionale della realtà, “occhi sporgenti”, addirittura il suo ragionare sfociava nel delirio, era priva di “occhi”. Dal sogno emerge un vissuto tragico di Marius in riguardo alla figura materna, una donna dipendente e costretta a una visione alternativa della realtà dal marito, che oltretutto aveva annientato l’autonomia del giudizio: una donna coartata nella coscienza e bloccata nell’azione. La questione psichica verte sempre più sul versante “edipico”. Marius ha vissuto il padre tirannico verso la madre e ha vissuto la madre particolarmente sensibile al potere del marito. Il tutto ha ingenerato un conflitto intrapsichico in cui trionfa la solitudine del figlio con una madre quasi morta e incapace di intendere e di volere e un padre particolarmente cinico e isolato nel suo bieco autoritarismo.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.”

Il quadro onirico si aggrava precisando meglio la sostanza psichica del conflitto. Marius ha vissuto la madre inanimata e affettivamente fredda, la madre freezer, mentalmente ottusa e fisicamente oltremodo difesa. Si tratta chiaramente di “fantasmi” del figlio e delle sue modalità di vivere la madre nei primi anni di vita, quando il suo pensiero elaborava conoscenze settoriali e rigide, “seno buono” e “seno cattivo” per intenderci, sulla madre. Marius da piccolo si è sentito inanimato e bloccato nella sua vitalità e adesso in sogno proietta sulla madre queste sue sensazioni antiche che nel tempo sono diventate tristi verità. Il quadro elaborato in sogno attesta di forti angosce legate al corpo e alla sua funzionalità motoria.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Come se non bastasse, viene confermato e rafforzato il “fantasma depressivo di perdita” della vitalità, il “fantasma di morte”, sempre proiettato nella figura materna e in stretto riferimento al padre. Marius si vede in sogno vittima del padre carnefice e della madre assente, mentalmente sigillata e affettivamente surgelata. Ci sono tutte le premesse per la sindrome più bieca di Asperger, la madre congelatore e il padre tiranno, almeno nella visione clinica ed eziologica di Bruno Bettelheim. Odora di morte questo sogno di Marius, ma in effetti ha tinte drammatiche nel delineare il suo conflitto “edipico”, la sua psicodinamica evolutiva con il padre e la madre, rei di avere messo al mondo un bambino con problematiche specifiche nella vitalità e nel movimento.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.”

Del suo vissuto sulla madre Marius ha già detto abbastanza e il sogno inizia a stemperare le angosce che ha caricato cammin facendo e che sono culminate nella “putrefazione” ossia nell’irreparabile e nell’ineffabile. Il sogno non può essere caricato ulteriormente d’angoscia, per cui Marius riflette sulla figura materna e sul suo vissuto di isolamento e di devitalizzazione. Le “bende” sono mortifere e per niente consolatorie, tutt’altro, le “bende” occultano la tragedia della decomposizione dopo la morte e in vita attestano di un corpo vissuto come se fosse morto.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Ritorna in conclusione la “proiezione” di Marius nella madre in riguardo all’inanimazione e alla perdita della vitalità: “una marionetta fatta di legno”. Marius si è vissuto fisicamente come Pinocchio, con un impedimento a esternare e realizzare la sua voglia di vivere e di muoversi. Marius si sta dicendo che vive la madre come una persona normale nell’apparenza, perché nella sostanza è una donna fredda e bloccata, morta e impedita. Questo corredo appartiene a lui in prima persona, per cui, in conclusione, Marius ha proiettato nel padre e nella madre i suoi vissuti arcaici e primari a forte intensità emotiva legati a qualche malattia o malformazione che lo ha portato a concepirsi come una “marionetta”, un bambino bloccato nella vitalità e nel movimento, un uomo affetto da una qualche disabilità.

Il sogno torvo di Marius si può chiudere con un elogio alla sceneggiatura teatrale del Medioevo e al meccanismo psichico della “figurabilità” che ha dato manforte al protagonista nel descrivere puntualmente l’essenza semitragica del sogno.

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