GUERRA

Prima era prezzo del sale,

adesso del sacrificio.

Abbia pietà di noi, Signore.

Abbi pietà.

La tua casa,

la mia casa,

la mia spesa,

l’ombrello per la pioggia

e la cura nell’ospedale della resurrezione,

il bene e il male,

la mia vecchiaia

e la tua forza.

Cade tutto,

muri e pane,

la linea della nostra relazione,

il corpo a corpo degli amanti

e tutta la polvere che copre il sangue sul selciato.

Fango sui tuoi stivali col tacco dodici,

cessa la musica nel luogo del ballo,

cessa lo sballo di notti invase dalla noia.

Tutto torna all’essenza

che non vale un cazzo di niente.

Vorrei essere al mare con Dio

in volo dentro cieli azzurri.

Sabina

Trento, 05, 03, 2021


LA MUMMIA IN PUTREFAZIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo davanti a una chiesa.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.

Le barelle sono quasi sicuramente due.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Questo è il contenuto misterioso e questa è la forma ambigua del torvo sogno di Marius.

INTERPRETAZIONE

Mi trovo davanti a una chiesa.”

Marius esordisce nel suo sogno con l’approccio conclamato al processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”: nobilitare e mettere al servizio degli altri le proprie pulsioni, stornare dai fini erotici e sessuali gli istinti vitalistici che sono in conflitto con le istanze di convivenza e di solidarietà. Freud ne parlò ampiamente nel libro “Il disagio della civiltà”. Marius si trova davanti al sacro e al tabù, s’imbatte nella difesa sublimata della sua “libido”. E’ come un biglietto da visita che offre agli altri dicendo: “cari signori, sappiate che io mi servo spesso di questo processo difensivo e così intacco la genuina espressione della mia sessualità”. La “chiesa” desta un “fantasma di morte”, la “chiesa” “sublima” l’angoscia di morte, la “chiesa” ricorre al sacro metafisico e alle operazioni suggestive e magiche per lenire il male di vivere e le sofferenze collegate, la perdita depressiva della vitalità, l’assurdità del morire. Marius non è dentro la “chiesa” e meno male, non è assorbito da questa difesa culturale, ma indiscutibilmente la mostra, per cui non resta che proseguire nell’interpretazione del sogno per vedere e capire dove sta andando e dove ci vuol portare.

Di poi, mi ritrovo all’interno di una torre buia, ammuffita, trascurata e con delle finestrelle che fanno entrare poca luce.”

Di bene in meglio o di male in peggio, dipende dalle tendenze che investiamo in questa lettura del sogno di Marius. Di sicuro il protagonista si è allontanato dalla “chiesa”, la “sublimazione della libido”, e dalle angosce di morte collegate, per infilarsi in una “torre”, la figura paterna, che non promette nulla di buono con il suo buio, la sua muffa, la trascuratezza, la pochezza di un senso logico, la chiusura in se stessa. Marius parla di sé, di come ha vissuto e vive il padre, una figura nella quale è stato indotto dalla sua giovane età a identificarsi per poi eventualmente distaccarsi in età matura attraverso il superamento della “posizione edipica”: il conflitto e l’ambivalenza sentimentale che il figlio vive nei riguardi del padre durante l’infanzia e l’adolescenza. Marius non ha incamerato una positiva e proficua immagine del padre. Lo vive come un uomo solo, umorale, vecchio, trasandato, in difetto d’amor proprio e di logica. Ha poche “finestrelle” da cui entra “poca luce”. Questa è la “parte negativa” del “fantasma del padre” che Marius ha elaborato da bambino e che si è portato dietro nel tempo dell’adolescenza e oltre, senza aver operato una giusta “razionalizzazione” e riformulazione della figura paterna. La “parte positiva” si traduce immancabilmente nel padre protettivo e buono, nella reale e sacra origine della vita, ma di questo vissuto non c’è traccia. Il prosieguo del sogno potrà riservare sorprese nella psicodinamica che Marius sta innescando. Chi vivrà, vedrà anche con l’aiuto di una buona lente d’ingrandimento.

In questa torre ci sono delle scale a chiocciola senza alcun corrimano.”

Allora, la “torre” è tradizionalmente simbolo del Padre, è anche un simbolo fallico e si ascrive sempre al Padre e al corredo psicofisico dell’autorità paterna, rappresenta il “Super-Io” individuale e collettivo come introiezione delle norme e dei divieti atti alla convivenza sociale. Questo grande “fallo” e questo grande padre non sono di facile accessibilità, hanno un loro rigore e una loro scarna rigidità. Marius sta proiettando nel “padre-torre” chiaramente i suoi vissuti e le psicodinamiche della sua prima infanzia, quando il padre rappresentava per lui il “principio di realtà” e il “principio del dovere”, e descrive una persona severa e difficile da capire per la sua vena spartana nell’essere e nell’esistere. Marius ha temuto il padre anche per il suo lapidario esternare i sentimenti e gli affetti. “Senza il corrimano” descrive simbolicamente il rischio della caduta, l’angoscia della perdita, la mancanza di difesa da cotanta figura e l’incapacità di affidamento. Il sentimento pesante della paura ha contraddistinto la relazione del figlio nei riguardi del padre. Ma la storia non si conclude con questi blocchi della comunicazione, la storia continua e la relazione si complica toccando picchi notevoli e drammatici.

All’improvviso scendono delle persone tenendo in mano delle barelle fatte artigianalmente e le stanno portando fuori da questa torre.”

Quindi, dentro la figura paterna vissuta dal figlio, la “torre”, non c’è soltanto Marius che sta tentando la scalata, ma ci sono anche altre figure indaffarate nel portare avanti la psicodinamica che da individuale, io e mio padre, si sta evolvendo in relazionale, io e mio padre e altri da individuare. La “barella” è il simbolo del “tramite”, dell’oggetto che porta a qualcos’altro e attesta di malessere e di dolore, quanto meno di incapacità ad animarsi. La “barella” è il tramite che serve al “fantasma depressivo di perdita e di morte” a vedere la luce, a manifestarsi. Marius approfitta della “barella” per tirare fuori le sue angosce d’inanimazione e di perdita della vitalità a causa di un padre vissuto oltremodo castrante e arido.

Ma chi sta uscendo dall’orbita paterna, dalla “torre”?

Sicuramente “parti psichiche” di Marius, vissuti del figlio maturati con dolore e sofferenza nel corso della sua prima evoluzione psicofisica.

Le “persone” rappresentano gli alleati psichici, le figure complici e funzionali a sviluppare il tema del padre in questa psicodinamica drammatica. Il fatto che “scendono” condensa il “processo di materializzazione”, l’opposto del “processo di sublimazione”. E’ questa la prima ribellione di Marius a se stesso. “Sublimare” è una difesa psichica che rende nobile l’angoscia, “materializzare” è una difesa che rende vivibile l’angoscia tramite l’intensità dei vissuti e la presa di coscienza della qualità del conflitto. Marius sta uscendo dalla sfera psichica paterna e sta diventando più concreto dopo essere stato un arduo sostenitore della “sublimazione della libido”. Bloccato dalla figura paterna Marius si sta liberando inscenando in sogno questo movimento verso il basso dopo tanta stasi e intenzione verso l’alto. La “barella artigianale” sa di vissuti caserecci e di esperienze originali: la relazione di Marius con il padre, un rapporto che sa di conflitto “edipico” e che si colora sempre più di una ricerca di liberazione dai divieti del padre e di aspirazione all’autonomia psicofisica. Vediamo il prosieguo del sogno come dispone il quadro e lo psicodramma in corso.

Le barelle sono quasi sicuramente due.”

Le vittime del padre-torre sono due persone, una è il figlio, Marius per l’appunto, e l’altra dovrà essere la madre, la terza componente della triade “edipica”, la cui psicodinamica ancora Marius non ha portata a ottimale risoluzione. Allora, riepilogando, il padre ha fagocitato il figlio e la madre, la sua donna o sua moglie per intenderci. Ancora meglio: Marius è partito dalla sua difficile relazione con il padre ed ha esternato simbolicamente la serie delle sue angosce al proposito, angosce depressive sia di castrazione e sia di abbandono. Procedendo ha introdotto la madre e lo psicodramma “edipico”, confermando i sospesi psichici in questo settore evolutivo. Il figlio e la madre si stanno liberando del padre e del marito attraverso la “materializzazione”, una maggiore concretezza nell’azione, e stanno uscendo dal carcere della “torre” paterna. Almeno questi sono i vissuti di Marius al proposito e degno di nota è il fatto che provvede anche per la madre da buon figlio interessato. “Mal comune è mezzo gaudio”, si dice nel gergo popolare e Marius si è fatto ben accompagnare e sostenere in questo sogno dalla figura materna.

Ricordo una figura distesa sulla barella, una figura femminile con capelli scuri e non ricordo se aveva gli occhi sporgenti o proprio non li avesse del tutto.”

Come volevasi dimostrare si tratta della “figura femminile”, la moglie e la madre di Marius, che stava dentro la “torre”, il marito e il padre di Marius. Si rievoca la psicodinamica “edipica” triangolare secondo il vangelo dell’attore protagonista del sogno, Marius in carne e ossa. Vediamo la qualità dei vissuti. Il figlio vive la madre come vittima del padre, fagocitata nella sua autonomia e uccisa dal marito nella sua vitalità: “una figura distesa sulla barella, una figura femminile”. La madre nei vissuti di Marius aveva una precaria visione razionale della realtà, “occhi sporgenti”, addirittura il suo ragionare sfociava nel delirio, era priva di “occhi”. Dal sogno emerge un vissuto tragico di Marius in riguardo alla figura materna, una donna dipendente e costretta a una visione alternativa della realtà dal marito, che oltretutto aveva annientato l’autonomia del giudizio: una donna coartata nella coscienza e bloccata nell’azione. La questione psichica verte sempre più sul versante “edipico”. Marius ha vissuto il padre tirannico verso la madre e ha vissuto la madre particolarmente sensibile al potere del marito. Il tutto ha ingenerato un conflitto intrapsichico in cui trionfa la solitudine del figlio con una madre quasi morta e incapace di intendere e di volere e un padre particolarmente cinico e isolato nel suo bieco autoritarismo.

E’ senza vita. E’ bendata come una mummia.”

Il quadro onirico si aggrava precisando meglio la sostanza psichica del conflitto. Marius ha vissuto la madre inanimata e affettivamente fredda, la madre freezer, mentalmente ottusa e fisicamente oltremodo difesa. Si tratta chiaramente di “fantasmi” del figlio e delle sue modalità di vivere la madre nei primi anni di vita, quando il suo pensiero elaborava conoscenze settoriali e rigide, “seno buono” e “seno cattivo” per intenderci, sulla madre. Marius da piccolo si è sentito inanimato e bloccato nella sua vitalità e adesso in sogno proietta sulla madre queste sue sensazioni antiche che nel tempo sono diventate tristi verità. Il quadro elaborato in sogno attesta di forti angosce legate al corpo e alla sua funzionalità motoria.

Ricordo l’esclamazione: “è in putrefazione”.

Come se non bastasse, viene confermato e rafforzato il “fantasma depressivo di perdita” della vitalità, il “fantasma di morte”, sempre proiettato nella figura materna e in stretto riferimento al padre. Marius si vede in sogno vittima del padre carnefice e della madre assente, mentalmente sigillata e affettivamente surgelata. Ci sono tutte le premesse per la sindrome più bieca di Asperger, la madre congelatore e il padre tiranno, almeno nella visione clinica ed eziologica di Bruno Bettelheim. Odora di morte questo sogno di Marius, ma in effetti ha tinte drammatiche nel delineare il suo conflitto “edipico”, la sua psicodinamica evolutiva con il padre e la madre, rei di avere messo al mondo un bambino con problematiche specifiche nella vitalità e nel movimento.

Della donna che stava nella barella ricordo soltanto il volto, perché il resto era coperto dalle bende.”

Del suo vissuto sulla madre Marius ha già detto abbastanza e il sogno inizia a stemperare le angosce che ha caricato cammin facendo e che sono culminate nella “putrefazione” ossia nell’irreparabile e nell’ineffabile. Il sogno non può essere caricato ulteriormente d’angoscia, per cui Marius riflette sulla figura materna e sul suo vissuto di isolamento e di devitalizzazione. Le “bende” sono mortifere e per niente consolatorie, tutt’altro, le “bende” occultano la tragedia della decomposizione dopo la morte e in vita attestano di un corpo vissuto come se fosse morto.

Questa donna mi ricorda una persona normale, ma allo stesso tempo la carnagione del volto non è rosa, ma di un colore cupo al punto che sembra una marionetta fatta di legno.”

Ritorna in conclusione la “proiezione” di Marius nella madre in riguardo all’inanimazione e alla perdita della vitalità: “una marionetta fatta di legno”. Marius si è vissuto fisicamente come Pinocchio, con un impedimento a esternare e realizzare la sua voglia di vivere e di muoversi. Marius si sta dicendo che vive la madre come una persona normale nell’apparenza, perché nella sostanza è una donna fredda e bloccata, morta e impedita. Questo corredo appartiene a lui in prima persona, per cui, in conclusione, Marius ha proiettato nel padre e nella madre i suoi vissuti arcaici e primari a forte intensità emotiva legati a qualche malattia o malformazione che lo ha portato a concepirsi come una “marionetta”, un bambino bloccato nella vitalità e nel movimento, un uomo affetto da una qualche disabilità.

Il sogno torvo di Marius si può chiudere con un elogio alla sceneggiatura teatrale del Medioevo e al meccanismo psichico della “figurabilità” che ha dato manforte al protagonista nel descrivere puntualmente l’essenza semitragica del sogno.

BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

A PROPOSITO

Domani ti comprerò un orsacchiotto di pelouche

per i tuoi giorni bianchi e neri,

per le tue notti brave,

per i tuoi dì tutti da venire a visitarti.

Ti meraviglierai

del fatto che mi sono ricordato di te in tanta tempesta virale,

perché dovrei pensare a non tirare le cuoia in tanto bordello,

ti ricorderai del gioioso nocchiero

che ti ha condotto per mari e per monti

in mezzo alle tempeste della vita

senza trovare porti utili per un approdo funesto.

Mai approdare, ricordati o Lucifera!

A proposito,

sai che la bestia umana,

il capolavoro della creazione secondo gli illusi della fede,

ha ucciso novantasette milioni di squali

per mutilarli delle pinne a favore di un membro umano

già morto nel cervello insano del portatore ignoto,

ha trainato ventisette miliardi di tonnellate di pesce azzurro

per la frittura mista di paranza

da consumare anche in un fetido antro di Ortigia,

ha ucciso Graziella e Lello per il bene della razza,

per poter procreare esseri superiori,

quasi come gli dei che ancora onoro e adoro

presso la cappella dello Spirito santo

nella chiesa di riviera Dionisio il grande.

A proposito,

domani ti porterò un piccolo dio

da mettere nel tuo altare di casa,

un Lare a perpetuo ricordo di quello che eravamo

e di quello che siamo,

a profonda ignominia di quello che saremo.

L’idolo avrà muscoli da palestra

nel petto rubicondo e nel costato tartassato,

avrà la tartaruga intatta e sopraelevata come il ponte Morandi,

sarà avvolto da un medioevale drappo rosso

negli organi dell’orgoglio,

almeno fino a quando l’iconoclasta Matteo & Matteo

non deciderà di far cadere il governo.

A proposito,

tieniti sempre forte

tra i deliri della televisione e le prediche dei giornali,

pecca fortiter, sed crede fortius,

strafottitene,

tieni spento l’elettrodomestico infausto in questi tempi duri

perché i dissennatori impazzano sulla scia del grande Puffo,

rincorrendo l’esca del grande Buffo,

mentre i bambini neri aspettano il pittore in mezzo al mare

per dipingere il loro altare.

Niente ipocrisie e idiosincrasie,

tanto meno mestrui inopportuni.

Amami alla luce del sole e senza scommesse,

perché nunc bibendum est,

dum loquimur, fugerit invida aetas,

amami così,

come faccio io in uno dei tanti carpe diem

mandandoti parole & parole in dono perpetuo e perenne,

come il fiore che non marcisce ancora nelle chiese dei preti,

quelli che, se muore la signora Morte corporale,

rischiano di chiudere per sempre bottega.

Assolvimi e assolvi le mie debolezze di uomo frustrato

che vive in mezzo ai prosperi campi

tra pecore odorose e maiali obesi.

Cura ut valeas

e così domani sarà un altro giorno da via col vento.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 28, 01, 2022

 

A CICIOCIACIO

Che non si dica mai un giorno

e in giro per le contrade sgarrupate dell’ameno Carancino

che io non ho parole per te,

mentre gli altri parlano di te

e hanno parole per te,

dicono parole a te,

dicono e parlano di te.

O parola,

o parola,

parola su parola,

parola contro la parola,

parola abusata,

parola vituperata,

parola ingiuriata,

parola di quel Verbo che fu in principio

e poi sparì dalla circolazione

perché diventò Fatto,

perché si fece carne

per abitare con noi in tanto bordello

con una donna di provincia,

la Maria Maddalena

che aveva un gatto

che non eri tu.

E tu che fai?

E tu che dici?

O Ciciociacio,

questuante

petulante,

richiedente,

postulante,

impertinente,

insolente,

esigente,

cigolante,

rinculante,

rimpallante,

richiamante,

rimbalzante.

Ciciociacio vivente

incallito,

tracotante,

replicante,

sacripante,

mestierante,

criticante,

un gatto maldestro della Destra felina,

uno che si fa un baffo della Sinistra

e dei tortelli in brodo di Crapa Pelata,

che sarei io,

io che sono il tuo peggiore amico,

un illusionista,

un narcisista,

un commediante,

un parolaio,

un ladro di polli verbali,

un quaraquaquà delle migliori risme,

il tuo sponsor per l’oggetto della scena del crimine:

l’amore di un gatto per un povero uomo.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 04, 2022

 

ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022

 

 

CARA JULIETTE

Juliette,

ma chère,

ma chère Juliette,

me le cali le tue scalette

perché io voglio salire,

voglio esaudire i tuoi desideri di maitresse e di putain,

voglio appagare i miei bisogni di leccaculo e di ruffiano,

voglio soddisfare le tue voglie insane di aspirante strega

e di strega in carriera,

il tuo trasporto sconsiderato verso il Diavolo,

le Diable,

il prof. Woland,

il mago teatrante,

l’ipnotista dinamico che flagella i vizi sociali con il telecomando.

Cala la tua scaletta,

o novella Lilith,

io vengo

e ti porto il mio cuore

che pulsa d’amore,

d’amore per te.

Tu mi dai un bacetto,

io do un bacillo a te

e così di Juliette e Pompeo resterà per sempre l’idea,

la spensierata e pazza idea della Patty,

quella di desiderare la donna e l’uomo d’altri,

quella che va contro il nono emendamento del nostro mandamento,

mentre tutti stanno a guardare sul Bosforo

la luna rossa vicina vicina alle tue labbra,

il perigeo,

il perineo,

il periperi,

il tutti in giro e poi giù per terra

come nel girotondo di una volta nei cortili dei preti.

Ma perché questo avvenga,

senza rumors et senza tremors,

devi strofinare il manico della lampada del cretino di turno,

del puffo e del buffo e del pacioccone,

nonché le tettine della vispa Teresa,

devi immaginare che verrà la vita e non la morte

in questa nottata di vacche nere e smunte dopo munte,

come voleva Georg Wilhelm Friedrich Hegel,

quello che pensava nel mitico Ottocento

secondo il suo genio in quel di Stuttgard,

devi pensare che non avrai gli occhi

per guardare e per piangere,

per guardare il sole nascente dei socialisti democratici,

per piangere la luna calante dei fasci di combattimento.

C’è una fessura tra i rami del cespuglio di mirto

in fondo al vallone di Carancino

dove i carrettieri lasciano quintali di merda,

la loro exlinfa sopravvissuta al colera e ai suoi tempi.

Aprila con discrezione e con ardore

ed entra nella Wunderkammer del kaiser Franciose,

nella camera delle meraviglie e del consenso,

dans la chambre de Juliette la madame,

quella dell’agenzia dei viaggi di sogno per l’Aldiqua,

l’Aldisu e l’Aldigiù.

Dell’Aldilà ce ne fottiamo,

tanto con i razzi lo bombardiamo,

X-22 per la precisione e direttamente dal mar Nero.

E gira e gira l’elica,

romba il motor,

questa è la bella vita del poeta contadino,

dello scrittore dell’assurdo e del pur vero,

del piccolo scrivano di testi senza contesti,

la bella vita di Michail Bulgakov,

il compagno russo,

il Maestro senza nome,

il Maestro come il Nazareno o il Nepalese.

Evviva,

goditi il viaggio caldo,

o vecchio puttaniere di Notre Dame e della Graziella,

su e giù per le montagne tra boschi e valli,

su e giù per ritrovare la montanara

mentre canta canzoni stonate d’amore

che parlano di un tempo vicino nel tempo,

quando Gabriele a suo plaisir scriveva il suo Piacere.

Era il 1889,

milleottocentoottantanove,

era proprio ieri

e tutto era al caldo nella cucina di madame,

nel suo forno a legna della regina Clementi,

nella sua stube a calore radiante e democratico

di via della Concordia e dell’Armonia,

proprio ieri defunte entrambi sulle coste isolane del Giglio.

Sì,

è stata una donna moderna la nostra Juliette,

ma Margherita non è, non è stata e non sarà da meno,

tanto più se insieme al suo Maestro,

il povero Michail che scrive e riscrive per vent’anni

la sua storia di vita indegna per l’editore,

finisce in manicomio ante temporibus del grande Franco,

tesse e disfa la tela di Penelope

che non era lieta di suo marito Ulisse,

dell’amor di cui doveva godere,

per cui con la penna in bocca

giorno e notte stuzzicava l’inchiostro appiccicoso

fino a sentire la sua lingua parlare una lingua universale,

la speranza di un Esperanto

da mandare giù con facilità fonetica e lessicale

giù,

sempre più giù,

come un sorso d’acido lisergico in flacone aspergico,

come un sorso di sornione assenzio.

Su, su, su,

giù, giù, giù,

glu, glu, glu

e rien ne va plus.

 

Sava

 

Crancino di Belvedere, 21, 06, 2022