“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

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