LA DOLCE MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero a Venezia, ma non era quella reale.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

L’autore di questo sogno si è firmato con il nome di Marietto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero a Venezia, ma non era quella reale.”

Marietto esordisce in sogno con l’equivoco di essere nel bel mezzo del Romanticismo, Venezia, e di ritrovarsi nella squallida periferia di un’anonima città. L’inganno si mostra con la piena consapevolezza di chi ha navigato nella vita e sa distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, la fantasia dalla realtà. Marietto è un uomo che ha ben vissuto le sue quattro stagioni e può permettersi il sentimento della nostalgia, il dolore del ritorno, il dolore di un ritorno impossibile. La trasfigurazione di Venezia equivale alla simbologia di una città pregna di Eros e di Thanatos, di amore e di morte, di bellezza e di decadenza. Venezia è l’allegoria della vita, la metafora di Marietto, un sognatore che deve fare i conti con la realtà, un esteta che s’impatta con la progressiva e inesorabile caduta della vitalità. Venezia è un ideale, Venezia è un simbolo, Venezia è un uomo che ha la consapevolezza dell’inesorabile necessità della morte e del progressivo sfiorire della Bellezza, ma non quella “grande” di Paolo Sorrentino, bensì quella personale, quella del “singolo” di Soeren Kierkegaard non di fronte Dio, ma di fronte a se stesso.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.”

Marietto ripercorre le tappe della sua vita a metà tra la bella Venezia e la triste terraferma e s’imbatte nella giovinezza, nella “macchina” che permette di correre, nel corpo che sprizza salute e ormoni da tutti i pori, nello slancio vitale della “libido”, nell’espansione dei sensi e del benessere psicofisico. Marietto è padrone della sua vita e del suo corpo, gestisce il suo psicosoma con volitività affermativa lungo le strade del giovanile benessere e in un tempo in cui si comincia e s’impara a vivere in piena autonomia, libero dai condizionamenti e dai tabù: il tempo della “prima volta” e delle tante “prime volte”.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.”

La gioventù è una stagione e la “prima volta” lascia il posto alla monotonia della ripetizione. Gli investimenti della “libido” perdono di originalità e di interesse e lasciano il posto al male di vivere, all’ansia, all’insicurezza, alla paura, alle fobie, all’angoscia. Marietto si è affidato al suo “Io” consapevole e concreto, ha seguito i dettami del “principio di realtà”, è vissuto sul pezzo e sulle contingenze dell’esistenza e ha maturato la “malattia mortale”, il male di vivere, la depressione, l’ansia, l’angoscia dell’esistente basata sul “fantasma della perdita” e sulla nostalgia dell’ineffabile, di quello che si perde e non ritorna più. In primo luogo Marietto sogna della sua progressiva impotenza, della sua incapacità sessuale, delle sue difficoltà fisiche a connettersi con una donna, dell’ansia da prestazione, dell’angoscia di perdita della prestanza fisica e della funzione erettile. Venezia è lontana se vista dalla luna o dalla periferia di Mestre. Quel “battistrada”, che era l’orgoglio virile della vitalità corrente, è andato consumato nel corso degli eventi storici e Marietto lo sa, ma non piange e non si dispera. La sua vita vissuta rievoca un sentimento di pacata nostalgia in un presente che, di certo, non gli sorride.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.”

Marietto si è imbattuto proprio in un brutto sogno, ma per sua fortuna i meccanismi onirici lo hanno camuffato talmente bene che capirlo nei suoi meandri simbolici non è assolutamente facile. Questo è un sogno depressivo, un sogno di perdita in cui si percepisce vagamente l’inizio della fine, la perdita della vitalità e la preparazione all’imminenza della morte. Marietto avverte questa crisi psicofisica e la sublima in crisi esistenziale, cerca di farsene una ragione, magari si sarà detto che ha vissuto la sua vita al meglio e che è giunta l’ora di partire senza fare tante storie e senza tanti fronzoli.

Quale atmosfera triste costruisce con lo sbandamento e la pioggia!

Quale dolore scatena al pensiero di quello che poteva fare e non ha fatto!

Quale nostalgia sta vivendo per il “non nato di sé”!

La pioggia è il pianto di un cielo metaforicamente plumbeo, di un’evoluzione che tende al suo compimento, di un “fato” che ha scandito bene quello che doveva dire, di un destino che era stato scritto nel libro arabo dei sogni. Il pianto è la pioggia di un uomo che ha in mano la bussola del suo viaggio per mare e per terra, di un vivente che non si ritrova le energie per ripartire dopo la sconfitta. L’ansia è inesorabile nella sua tensione nervosa e nella sua versione umana. Marietto sbanda, è in procinto di perdere la sua vitale frequenza elettromagnetica e di cambiare banda, di passare ad altra dimensione possibile e inimmaginabile, pur con tutte le cautele di memoria buddista e le certezze di memoria cristiana. Lo sbandamento è la metafora della perdita di vigilanza dell’Io, ma non per lasciare il passo agli istinti dell’Es, magari, o ai tabù del Super-Io, magari, lo sbandamento si attesta nell’interruttore che si chiude e nella vita che si spegne.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.”

Nel suo andare incontro alla morte Marietto percepisce l’estremo tentativo di allungare la vita e di ubbidire al Genio della specie. Si lascia andare al moto vitale accelerandolo e facendo una “conversione nell’opposto”. Immaginiamo quest’uomo che si lascia andare alla “libido” residua e tenta di incarnarla al massimo consentito dalla neurofisiologia. Immaginiamo quest’uomo che si congeda alla grande dalla sua sessualità affermando la vitalità in una curva affrontata a rotta di collo, così per andare a morire, tanto per farla finita nella maniera per lui migliore, erotizzando il suo morire e imprimendo ulteriore vita alla “macchina” che ormai non risponde ai comandi del pilota. Eros sposa Thanatos, come nelle migliori versioni mitologiche del buon tempo greco ormai andato, la Vita si fonde con la Morte nel suo progressivo e inesorabile andare verso la fine, quella fine che può avere un fine, ma che può anche non averlo. Marietto non è morto in un incidente stradale, Marietto sta morendo piano piano invecchiando in piena consapevolezza laica e senza l’ausilio di una fede qualsiasi da acquistare nel mercato delle religioni.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

Marietto è morto, Marietto è morto dentro e si è schiantato nel cancello della casa di tutti, nel cancello del cimitero che è la massima espressione logistica della democrazia e dell’uguaglianza, la giusta e degna conclusione del “diritto naturale” vissuto e affermato vivendo: tutti hanno diritto a morire. Il cimitero è la casa di tutti e il “cancello” è l’approdo violento alla morte. La “depressione filosofica esistenziale” si esalta nella disposizione alla morte e possibilmente nell’andare incontro alla morte, il suicidio. La “depressione psichica maggiore” o quella “grande”, come la prima guerra mondiale, si imbatte prima o poi in quel “cancello” che separa il regno di quelli che sono, i vivi e i meno, dal regno di coloro che furono, i morti e i più, senza tener conto del blasone e delle ricchezze, come ha decantato il principe Antonio De Curtis nella sua poesia popolare “a livella”. Marietto si sveglia dopo aver sognato la sua disposizione a morire e la sua progressiva preparazione all’evento finale senza trauma e al viaggio senza ritorno.

Il triste sogno di Marietto non lascia l’amaro in bocca e non induce tristezza e tanto meno dolore, parla e descrive la “morte dolce”, quell’eutanasia a cui si aspira nelle tristi e lunghe giornate dell’inverno della vita e quando la vitalità si raffredda imitando la cicuta che sale dai piedi al cuore del buon Socrate. Venezia è veramente triste se vista da Mestre, dalla terraferma piena di tossiche ciminiere e di fabbriche della “morte a piccole dosi”.

Il sogno di Marietto si conclude degnamente e dignitosamente con queste pacate riflessioni.

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