LE BLATTE DI BRENDA

LA LETTERA

“Buon giorno,
ho sognato che mi uscivano 2 blatte alla volta del mio ombelico ogni tot di tempo…. per esempio sognavo di passeggiare e dopo un tot mi uscivano due blatte dall’ombelico.

Cosa vuol dire?

Le emozioni nel sogno erano che avevo schifo di ciò e volevo liberarmene subito e quindi appena le vedevo uscire le tiravo via… e intanto cercavo una soluzione di come eliminarle definitivamente …ma mi sono svegliata.
Grazie mille per un’eventuale spiegazione.
Cordiali saluti
Brenda “

L’INTERPRETAZIONE

Buon giorno,
ho sognato che mi uscivano 2 blatte alla volta del mio ombelico ogni tot di tempo.”

Nell’Immaginario collettivo lo scarafaggio è associato a un senso di disgusto e di rifiuto, spesso di repellenza isterica. Tante persone vanno letteralmente in crisi di fronte a una blatta che emerge dai luoghi umidi e notoriamente sporchi. E’ un animale esteticamente brutto per il colore e per la forma anche se si tratta di un semplice e benefico insetto. La saggezza popolare napoletana dice della blatta che “ogni scarafone è bello a mamma soia”, ogni scarafaggio è bello per la sua mamma, intendendo espressamente che ogni figlio, anche se brutto, è bello per la sua mamma. L’amore materno vince ogni canone estetico nella psicologia di “Filumena Marturano”, una delle più significative commedie dell’indimenticabile Eduardo De Filippo. La blatta, quindi, si associa alla bruttezza e alla schifezza, al rifiuto e alla repellenza. Come tutti gli insetti lo scarafaggio rappresenta qualcosa di intimo e privato in riguardo al corpo e alla sessualità: lo spermatozoo, il mestruo, il feto e qualsiasi parte psicofisica di sé vissuta male e rifiutata. Nella blatta viene traslata e condensata una costellazione psichica particolarmente delicata che riguarda idee, ossessioni, paure, fobie, angosce che riescono a condizionare il normale comportamento e a inibire le normali azioni della nostra vita quotidiana.

Passiamo alla decodificazione del sogno di Brenda dopo questo doveroso preambolo.

La precisazione temporale sulla fuoruscita delle blatte, “ogni tot di tempo”, lascia spazio alla rappresentazione ciclica della mestruazione e del suo contenuto particolarmente rifiutato e colpevolizzato. Brenda vive male il ciclo mestruale, “due blatte alla volta”, e approfitta del sogno per manifestare questo suo disgusto e questa sua repellenza verso una parte costitutiva del suo essere psicofisico femminile. L’ombelico è la traslazione spaziale dell’orifizio vaginale da dove scivola il sangue mestruale. La precisazione del tempo ciclico esclude che si tratti di un aborto.

per esempio sognavo di passeggiare e dopo un tot mi uscivano due blatte dall’ombelico.”

E’ classico nelle esperienze femminili l’arrivo imprevisto della mestruazione e il grande disagio che comporta la sorpresa del frutto di un organo capriccioso e dispettoso. Quando meno te l’aspetti, ti senti bagnata e non sai cosa fare. Le borsette delle donne tra le altre cose contengono i benemeriti assorbenti. Brenda rievoca in sogno in termini assolutamente chiari e inequivocabili un episodio o una serie di esperienze in riguardo al dispettoso e imprevisto arrivo del mestruo. Ripeto, le blatte segnano un vissuto negativo sulle regole e l’ombelico è la traslazione dell’orifizio vaginale.

Cosa vuol dire?”

Brenda è stata accontentata nella sua richiesta e nel suo bisogno di sapere. A livello psicologico il sogno attesta di un’area fisica conflittuale e di una angoscia in riguardo a una naturale funzione corporea. Questo è il suo commento finale che attesta e conferma quanto rilevato e degnamente rappresentato dal sogno.

Le emozioni nel sogno erano che avevo schifo di ciò e volevo liberarmene subito e quindi appena le vedevo uscire le tiravo via… e intanto cercavo una soluzione di come eliminarle definitivamente …ma mi sono svegliata.”

La “diagnosi” dice di una psiconevrosi istero-fobica con conversioni somatiche e difficoltà relazionali.

La “prognosi” impone di recuperare la funzione mestruale e di viverla come il coronamento della femminilità matura e prolifica.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella nevrosi d’organo ossia nel vivere male la propria sessualità e la possibilità di maternità con disfunzioni in riguardo al coito e alla fecondazione.

La “causa” del sogno risale a una mancata educazione sessuale o a un eventuale trauma legato all’organo genitale decisamente colpevolizzato anche per insegnamenti errati e messaggi fuorvianti in riguardo alla genitalità femminile.

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022

“E TU CHE GUSTO VUOI?”

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in compagnia di una persona, ma non ricordo chi fosse.

Entriamo in una gelateria e, stando in piedi davanti al bancone, decidiamo di ordinare. Questa figura ordina per primo e, mentre ordina, io continuo a guardare velocemente i gusti.

Lui decide di prendere i gusti panna e crema. La gelataia si rivolge a me con un bel sorriso e mi dice :”E tu che gusto vuoi?”.

Pur avendo scelto i gusti ho un attimo di esitazione e ricontrollo tutti i gusti andando un po’ in panico, ma alla fine decido di prendere panna e crema come aveva scelto l’altro.

Guardo in faccia la gelataia e dico la mia scelta e ricordo di averle fatto probabilmente un bel sorriso.

Ma appena ho finito di dire alla gelataia che gusti volevo, sono come caduto, attirato verso il suolo e mentre cadevo ho avuto una specie di senso di vuoto.

Ero cosciente del fatto che stavo cadendo e mi sono ritrovato seduto per terra probabilmente con le gambe incrociate che guardavo il banco-frigo con all’interno i gelati.”

Questo è il sogno di Mariano.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere in compagnia di una persona, ma non ricordo chi fosse.

Mariano si trova in buona compagnia semplicemente perché la persona che lo accompagna è la precisa proiezione” difensiva di se stesso. Mariano si dà così la possibilità in sogno di attribuire all’altro quella parte psichica di se stesso che non accetta e in tal modo può continuare a sognate e a dormire. La “rimozione”, la dimenticanza, il “lapsus mentis” sono difese psichiche che si usano nella veglia e anche nel sonno quando si sogna e quando si mettono in gioco involontariamente conflitti vissuti e problematiche pregresse che sono ancora in circolazione nella psiche. Il non ricordare è sempre una difesa psichica dall’angoscia e tra poco il sogno ci dirà da chi si difende e quale angoscia ha Mariano. Comunque, il nostro protagonista è ben attrezzato e ben munito grazie al suo raddoppiamento. In questo modo “c’est plus facile”.

Entriamo in una gelateria e, stando in piedi davanti al bancone, decidiamo di ordinare. Questa figura ordina per primo e, mentre ordina, io continuo a guardare velocemente i gusti.”

Ecco, c’è in ballo la “libido orale”, “entriamo in una “gelateria”, viene fuori una situazione simbolicamente seduttiva e un conflitto squisitamente erotico. La “gelateria” condensa l’esercizio erotico del gusto e della bocca, la funzione “orale”, il bacio in primis e tutto quello che si può fare con la bocca e annessi e connessi in secundis. Mariano è titubante di fronte al manifesto palcoscenico seduttivo di una “gelateria” che egli stesso ha costruito con tanto di “bancone” e di succulenti gelati al gusto vario, con tanto di alleato e di noncuranza verso uno sconosciuto che è quel se stesso che pensa di fare le cose e di agire al meglio nelle situazioni date. Ecco che Mariano manda avanti il compare per ordinare il gelato, “questa figura ordina per primo”, mentre lui sornione si apparta dalla ribalta “guardando velocemente i gusti”.

Chi è il vero Mariano?

La risposta è semplice: tutte e due le figure.

Ma cosa teme Mariano?

Mariano teme la situazione seduttiva ed erotica e manda allo scoperto quel se stesso intraprendente che sa come fare e che non si vergogna di chiedere mai e non si tira indietro di fronte all’oggetto del desiderio, al gusto del bacio e dell’oralità erotica.

Lui decide di prendere i gusti panna e crema. La gelataia si rivolge a me con un bel sorriso e mi dice :”E tu che gusto vuoi?”.

Che provocazione!

In che situazione si è messo il timido Mariano!

La “gelataia” si rivolge a lui e chiede ammiccante nel suo bel sorriso “e tu che gusto vuoi?” Si realizza in sogno quella scena che Mariano ha immaginato da tanto tempo: una donna che lo seduce e gli spiana la strada per la conquista, una donna che gli fa capire che ci sta e che adesso deve soltanto muoversi e fare la sua parte in questo film a colori. Il Mariano coraggioso ha scelto il massimo della libidine dell’arte gelatiera, “panna e crema”, i gusti più erotici che mente umana abbia potuto mai concepire, una donna tutta panna e un bacio alla crema. Il Mariano timido, il gregario, si trova all’improvviso di fronte a tanto splendore sorridente e si sente allettato da un perfido e malizioso “e tu che gusto vuoi?”.

Come rispondere a tanta provocazione seduttiva femminile?

Pur avendo scelto i gusti ho un attimo di esitazione e ricontrollo tutti i gusti andando un po’ in panico, ma alla fine decido di prendere panna e crema come aveva scelto l’altro.”

Mariano è incorreggibile. Ma come, la signorina “gelataia” ti ha offerto in un piatto d’argento la sua disponibilità a servirti di tutto punto, di fino e di grasso, di cotta e di cruda e tu, tu tentenni, tu traballi, tu cincischi, tu balbetti, tu vai “un po’ in panico” di fronte a tanta provvidenza del buon dio arabo. Meno male che “alla fine” decidi per la “panna” e per la “crema”, come il tuo alleato, il tuo degno compare. Questo quadretto è di una delicatezza rara, se non unica, proprio nel descrivere e mostrare la timidezza con i colori dell’esitazione e della condivisione. Mariano si è rafforzato grazie al suo alleato nel relazionarsi alle donne e nel reagire alle tanto desiderate provocazioni seduttive. Lui sapeva cosa voleva, la “crema” e la “panna”, ma dopo il breve “panico” si è totalmente convinto di essere della partita e si è rassicurato sull’universo erotico e sulle relazioni al femminile.

Guardo in faccia la gelataia e dico la mia scelta e ricordo di averle fatto probabilmente un bel sorriso.”

Ormai Mariano si è sbloccato e il prosieguo del sogno lo vede attore protagonista: “guardo in faccia la gelataia”. Altro che timore e tremore, questa è vera e propria sicurezza condita dell’arroganza dell’uomo sicuro e potente che non deve chiedere mai. Mariano sfida se stesso guardando in faccia la gelataia e afferma il suo buon estro con un probabile “bel sorriso”, il suo seduttivo farsi capire, la sua modalità d’intesa erotica, il preliminare più bello del mondo, quello che fa capire all’altro che la cosa è possibile e che si può fare, si può combinare, si può impattare.

Bravo Mariano, così si fa, così fan tutti e così fan tutte!

Che il buon dio te la mandi buona nel momento in cui si dovrà concludere l’affaire!

Ma appena ho finito di dire alla gelataia che gusti volevo, sono come caduto, attirato verso il suolo e mentre cadevo ho avuto una specie di senso di vuoto.”

Ahi ahi ahi, come non detto, sono stato profeta di sciagure e di sciagurati eventi. Ma come, fino a questo momento era andato tutto bene come da codice del seduttore, come da galateo del conquistatore, come da vangelo dello sciupa-femmine, e alla fine tu mi cadi sull’ammiccamento della gelataia e sulla conquista fatta. Adesso che bastava raccogliere i frutti di tanto travaglio, dopo che ti eri portato dietro anche la fanfara dei bersaglieri, adesso tu mi cadi su una buccia di banana, sul ritorno infausto della tua timidezza e sul timore e tremore di fonte alla donna angelicata e vestita da gelataia, nonchè disposta a darti tutti i gusti che vanno dalla panna alla crema. Quello che Mariano aveva da sempre desiderato, nel momento in cui lo ottiene almeno in sogno, va farsi fottere per una miserabile e goffa caduta di fronte a un volgare bancone di gelateria, lucido e freddo come il marmo di un obitorio. Mariano è andato in panico di fronte a una donna che ci stava. Se avesse portato a termine la seduzione, sarebbe piombato in una eiaculazione precipitosa. Questo quadro precario si spiega con la paura della donna che traligna in panico, con il timore della sessualità femminile e con la disistima della propria virilità.

Ma perché avviene tutto questo, porca di una miseria ladra?

Lo stesso Mariano se lo dice in sogno: “attirato verso il suolo” ossia il desiderio e la fantasia di un forte legame incestuoso con la figura materna, una “posizione edipica” non risolta o meglio ancora ferma alle prime pagine dello svolgimento del mitico e reale psicodramma. Ma non basta, perché il senso di vuoto attesta dell’angoscia legata alla perdita della madre, quasi come se fosse un tradimento andare con una ragazza per questo figlio così devoto e avvinto dalle catene protettive di una madre possibilmente improvvida che non ha favorito l’emancipazione psicofisica del figlio nel tempo giusto e nei modi opportuni: “ho avuto una specie di senso di vuoto”. Questa è la quintessenza dell’angoscia.

Ero cosciente del fatto che stavo cadendo e mi sono ritrovato seduto per terra probabilmente con le gambe incrociate che guardavo il banco-frigo con all’interno i gelati.”

Dopo l’angoscia in forma poetica si presenta sul palco del sogno l’ironia, la quinta forza che non guasta mai e che ci vuole sempre. Mariano è consapevole del suo disagio verso la donna bella e seduttiva, della sua timidezza nei riguardi delle donne e del fatto che gli mancano le parole in situazioni di forte attrazione. Questa consapevolezza lo aiuta tantissimo a vivere tra le donne e a conoscere l’animo femminile con quel senso di fascino che attesta delle tante forme dell’attrazione e della seduzione, delle tante facce del sentimento d’amore. A completare l’opera subentra la capacità di Mariano di esercitare l’ironia intesa nei due modi migliori, il comico sorridente e il destrutturante. Il primo si attesta nella simpatia del quadretto dipinto: Mariano a terra, in posizione quasi yoga, che contempla il famigerato bancone dei gelati dopo essere stato tramortito dalla visione dello spirito santo sotto forma di una gelataia che gli porge un gelalo al gusto di crema e con panna. Il secondo verte sulla progressiva perdita delle paure erotiche e sessuali e sulla caduta delle “resistenze” difensive che impediscono l’approccio sereno alla donna e la relazione amorosa. Fondamentalmente Mariano è quel personaggio simpatico e amico di tutti che sta in compagnia con una collocazione precisa: l’apparentemente disinibito e l’amicone che fa tanto ridere e tira su il morale della compagnia, il re dei pagliacci di cui è piena la letteratura della musica leggera e non. Questo è Mariano, l’uomo che ha profonde esigenze affettive e le nasconde convertendole nell’opposto, l’uomo che ha bisogno di essere accettato e fa di tutto per trovare riscontro nel gruppo, l’uomo di cui le donne non s’innamorano quasi mai ma che tutte ricercano come confidente e spalla su cui piangere. In questo sogno molto descrittivo la simbologia non è invasiva e si privilegiano la narrazione e le immagini, per cui l’eventuale drammaturgia si riduce in una comica finale rendendo al sogno una valenza specifica di prodotto ibrido e variegato, nonché umorale.

Un’ultima definizione del sogno di Mariano si esprime in questi termini: un breviario psichico del corteggiamento, della seduzione e dell’intesa come il preliminare nell’atto notarile più diffuso tra i maschi e le femmine o ingenerale tra gli uomini, per dire meglio ed essere alla moda.

Il sogno di Mariano è stato interpretato in maniera esauriente ma non esaustiva, perché il prodotto psichico è ancora ricco di temi e di spunti per ulteriori riflessioni.

Bontà della Psiche e del Sogno!

.

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021

LA GRATITUDINE

Il Tempo è prezioso quanto me stessa

che in questo momento mi vivo,

quanto l’attenzione generosa che ho sempre verso l’altro.

Con generosità dico anche di me:

una persona semplice nella mia evoluzione di donna,

una donna complessa nell’evoluzione della mia anima.

Nulla è più difficile di una prima lettura di sé e dell’altro.

Inseguo il tempo,

un tempo breve e frettoloso che amo,

che mi induce a fare tutto ciò che amo fare:

scrivere,

leggere,

vedere qualche amica,

fare un giro per i negozi,

fermarmi,

osservare la Natura.

Fare,

poi fare e ancora fare.

Troppi obblighi e pochi interessi veri.

Vorrei,

ma non posso

o, forse, è meglio dire

che non riesco a trovare l’energia

per vivere oltre quella stanchezza

che ristagna negli esseri che vivono per lavorare,

piuttosto che, più sanamente, lavorare per vivere.

Eppure sono felice e grata,

certa che arriverà di nuovo il tempo

in cui il Tempo e il suo dafare smetterà di inseguirmi,

lasciandomi godere di quella Vita che è la mia vera vita:

un dono per il quale sono grata a chi merita.

La gratitudine è la bellezza che in essa abita.

Intanto dormicchio dentro un un cassetto,

insieme al mio progetto di scrittura,

come i miei gatti in questa giornata di ordinaria calura.

Carmen Cappuccio

Siracusa, 10, 07, 2021

MENO MALE

Sei generoso,

tanto,

quasi un asceta,

altrettanto,

un uomo senza dubbio e senza dubbi,

uno scettico,

un Pirrone dell’Elide,

un padre Pirrone, il gesuita confessore del puttaniere don Fabrizio,

un vivente senza il pudore del pusillanime,

un guardone senza ritegno e senza riguardo,

un monaco senza il compenso dell’obolo,

un maschio tutto d’un pezzo,

sempre sul mazzo a chiedere il pizzo,

quello delle sottane femminili,

non quello degli inetti parassiti

che affollano questa mia landa

in attesa di una notizia che striscia

per essere smascherati.

Sono generoso.

Sei ricco di buon sangue come un mestruo fulgens

e io mi perdo in un turbamento infantile da suora orsolina

quando mi vedo nelle mie storte parole sulla tua lavagna.

Faccio come la mia bambina,

quella dentro e quella fuori,

che copriva il suo capino con una coperta

per non farsi scovare giocando a nascondino.

E immancabilmente la trovavo chinata sul divano

col culetto in aria e il viso avvolto in un grande mistero,

il dubbio della fede,

la vertigine della libertà,

il bene della fiducia,

la possibilità dell’affidamento,

l’incanto dell’amor proprio,

la follia di Narciso a piccole dosi.

Sono ricco di buon sangue come un mestruo fulgens.

Cosa vuoi,

o mia cara insolente e impertinente,

c’è sempre un aliquis che ci trova e ci sgama,

qualcuno che ci attende e ci sottende,

qualcuno che ci circuisce e ci consola,

nei giardinetti pubblici o nella degna magione,

nella Camera alta e nella Camera bassa.

C’è sempre un quidquid,

qualcosa in cui crediamo e farnetichiamo,

qualcosa in cui nuotiamo e affondiamo,

qualcosa in cui ci perdiamo definitivamente.

C’è sempre un qualcuno e un qualcosa

a sinistra e a destra,

in alto e in basso.

Cosa vuoi.

Ciao,

maestra del mio cuore,

numquam mater, semper domina.

In un quaderno rosso, maoista e a righe strette

e stretto al petto ansante come la vaporiera di Giosuè,

si scioglie l’orrenda boria della vita,

si annida la facile futilità dell’esistenza,

si consuma il più grande peccato,

la strage di se stessi,

il suicidio collettivo,

collettivo come l’Inconscio di Karl Gustav Jung,

il mago che la sapeva lunga,

l’esoterico folle affetto da sedicente esaurimento nervoso.

Cosa vuoi,

Ortigia ormai è un borgo arido e deserto,

pieno di topastri e architetti in fiore e allo spritz,

un sito affidato al terribile Fato degli inetti

e regalato al miglior deficiente in qualità di offerente,

un’isola fatiscente e sconnessa,

pullulante di prodi ed eterni profughi,

ricca di meravigliosi clandestini

che vanno in culo alla vita e al mondo

vendendo cianfrusaglie inutili in ogni cantone

e nel mercato dove mia madre osava

e aveva posto li suoi riguardi.

Cave canem!

Così aveva ammonito la buona Oriana.

Così aveva insegnato la buona Ida:

l’inviata Fallaci e la professoressa Magli.

Chi altrimenti?

Non vedo divinità all’orizzonte.

Dio è morto nell’arena dei gladiatori,

nel tempio di Apollo,

nei giornali di parte e non di partito,

nelle sacre stimmate delle logge,

nelle scuole pubbliche e private,

nella latitanza della civica educazione.

Quanta ignoranza,

o madonna mia degli Angeli,

quella del cortile in fondo a piazza Termini,

quella dei buffoni e dei ciarlatani,

quella dei poeti e dei contastorie.

Adesso che siamo tutti sistemati,

si può andare serenamente anche in culo.

Ciao.

E noi?

Noi che facciamo?

Noi continuiamo a sbatterci la gnocca e il pisello

con il solito pane quotidiano,

quello di ieri e di domani,

con la surroga dei nostri debiti in altra banca,

con i prodotti finanziari derivati e sempre inclusi

che hanno suicidato tanti improvvidi pensionati in un sol boccone,

con le labbra gonfiate al silicone botuloso,

con i tatuaggi sulle splendide chiappe e sul venereo pube,

con le culottes delle influencer alla spremipatata,

con le indecenze sottili e luminose di un raggio di sole

fortunatamente in via di estinzione.

Moriremo d’amore e di nostalgia in Sicilia

tra i cumuli dei rifiuti della Storia

che nihil docet ai Farisei, ai Sadducei, ai Manichei,

ai Siciliani insomma.

Peccato o meno male?

A noi l’ardua sentenza.

Sava

Carancino di Belvedere 12, 10, 2021

CIAO ciao

Ciao donna!

Ciaociao. belladonna!

Ciaociao mariagiovanna!

Ciao papavero indiano!

Ciao oppio dei popoli!

Ciaociao coca!

Ciaociao barbiturico!

Caiociao ansiolitico!

E’ un povero contadino delle Langhe siciliane

che vi scrive per parlarvi,

un uomo modico

che parla con la luna e con il sole quando ci sono,

un sacerdote modesto di Gea

dalle scarpe grosse e dal cervello sopraffino,

un mentecatto glorioso

appena uscito dalla casa dei matti al numero zero,

quella di Stefano il grande e dell’adorabile Valentina,

un uomo che guarda il vuoto davanti

e nel cor e nella mente si spaura,

ma non si sofferma mai sulla strage di se stesso,

non canta mai che era meglio morire da piccoli.

Io voglio vivere

e voglio amarti come dice la Iva,

non quella delle tasse,

la Ivona,

quella tutta carne e ossa di Ligonchio.

Insomma,

io sono quell’Io di dianzi,

di poco fa,

insomma,

quello che vi scrive in tanta benamata malora

per trovar un conforto malevolo,

per trovare una saracinesca finalmente chiusa,

per trovar malagrazia e tormento,

per trovare il numero giusto in questo Lotto nazionale

che deruba i poveri e gli ultimi degli ultimi,

quelli del reddito civitatis et dignitatis,

non i beati della buona novella di Matteo.

Ditemi,

orsù e di grazia,

o creature francescane e sandalate,

chi amerà le donne,

chi in questo nostro mondo amerà le tante donne

del nostro umile quartiere popolano di via Italia in Siracusa,

quelle con le puppe a pera per le pappe dei pippi,

quelle che hanno la quotidianità marxista-leninista

del servire la gente e il popolo,

quelle che non seguono il culto degli idoli

della tribù,

della spelonca,

del foro,

del teatro,

(grazie, sir Francis Bacon),

quelle che si rassicurano dentro il gregge

e trovano sempre di che pensare,

di che vivere,

di che recitare,

di che parlare,

di che crescere insieme a un uomo,

di che scopare per plaisir e pour le peuple,

pour la maison,

pour la Commune de Paris e pour le casinò di saint Vincent,

nonché di Cefalù,

ditemi,

chi amerà le donne

in questo sguazzo di individualisti narcisisti,

in questo guazzetto di furbacchioni esibizionisti,

in questo balletto di trovatori a buon mercato,

in questo siparietto di barzellette clericali,

in questo crogiolo di occupatori di media,

voi ditemi,

per favore e senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne

in così funesto esodo del buon gusto sociale

e del buon ragù di una moglie,

quello che cuoce per ore e ore

dentro la pignatta di coccio fiorentino,

quello fatto di carote,

di cipolla,

di prezzemolo,

di aglio,

di sale e pepe,

di una noce di burro alpino,

di una grattata di noce moscata,

di olio d’oliva extra e vergine di Carancino,

di un trito di speck o mortadella di Bologna,

entrambe aromatiche,

di salsiccia sbucciata e sgrassata,

e soprattutto di tanta carne tritata grossolana,

carne carnale,

tanta carne che non basta mai

al cuoco e alla cuoca che vivono non come bruti in tivvù,

ma per cercare virtute e canoscenza,

per seguire i barbari nella loro invasione.

Ora che siamo in mano ai novelli babbalubba,

vi giunga disperato il mio richiamo del mondo che verrà

e l’auspicio di un paninazzo con la soppressa de casada,

di un piattazzo rosso di macaroni

da consumare a Roma in Trastevere in ricordo di Albertone

o in Campo dei fiori, sempre a Roma, in ricordo di Giordano,

il cagnaccio spellacchiato arrostito dagli osannati papi.

Cave televisionem,

quam minimum credulae ai saltimbanchi

e agli esibizionisti nella città dei crisantemi,

dove un geranio si contrabbanda per una mimosa,

dove si ritrova il popolo ridente post covidum natum.

Siamo tutti unici,

mie care,

lo dice Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà,

un libro troppo assurdo per essere pericoloso,

lo dice Sigmund Freud nell’Io e l’Es,

un libro troppo avanti per essere magico,

lo dice Salvatore Vallone nel suo blog,

un sito troppo stupido per essere semplice.

Ditemi anche voi,

creature francescane e sandalate,

ditemi orsù e di grazia e ancora senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne.

Per sempre vostro,

mi firmo e mi sigillo in ceralacca con il naso,

tocco di punta e di squincio,

Cyrano de Bergerac.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 06, 02, 2022


IL MIO STRANO AMICO

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in una città dove non sono mai stata, ricordo in Veneto.

Sono andata in cattedrale per assistere alla messa. Ero in compagnia di amiche.

C’era una funzione religiosa e nella prima fila c’era un mio amico d’infanzia con alcune persone che io non conoscevo.

Dopo la funzione lui è uscito e si è seduto su una sdraio davanti alla chiesa.

Quando sono uscita non mi ha riconosciuta. Io mi sono avvicinata per salutarlo e per fargli vedere qualcosa sul telefonino.

Poi sono arrivati altri suoi amici e io timidamente l’ho salutato e sono andata via.

Fine del sogno, non ricordo altro.”

Il mio nome è Mariù.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in una città dove non sono mai stata, ricordo in Veneto.”

Sognare luoghi mai visitati e mai visti si riduce al meccanismo psichico di difesa della “rimozione”, della dimenticanza funzionale a non evocare dolore e tanto meno angoscia. Mariù si trova in se stessa e sta elaborando un vissuto personale che avvolge nel mistero della non consapevolezza e del vago, ma è precisa nel ricordare che la geografia indica la regione Veneto come lo spazio inquisito e per lei significativo. Ed è in questo spazio che si svolge il sogno con i suoi misteri e le sue coperture. Procedere nell’interpretazione riserva le giuste sorprese.

Sono andata in cattedrale per assistere alla messa. Ero in compagnia di amiche.”

L’alleanza con le amiche è sempre difensiva e rafforza l’azione e il prosieguo della trama del sogno. La “cattedrale” attesta la presenza e l’azione del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, così come la “messa” rafforza il senso tragico della repressione dell’energia vitale. La “messa” contiene un “fantasma di morte” nella forma concreta del sacrificio della propria vita a favore di altri, nonché la trasfigurazione della “libido” nella fede nella sopravvivenza dopo la morte. Mariù usa simboli e simbologie complesse a cui è particolarmente devota e nel sogno questo materiale psichico crea dinamiche umanissime e nello stesso tempo nobili proprio per l’apertura al senso della fede e del mistero. Mariù è andata in Veneto insieme alle amiche alleate e sta sublimando alla grande la “libido”, come usa fare nella sua vita quotidiana e in linea con la sua formazione umana e spirituale.

C’era una funzione religiosa e nella prima fila c’era un mio amico d’infanzia con alcune persone che io non conoscevo.”

Mariù è andata in sogno nel Veneto a trovare un amico dell’infanzia e si è portata dietro le sue amiche per sentirsi più forte e più sicura nel prosieguo della sua psicodinamica. Non è finita. Ha portato in “cattedrale” un suo amico d’infanzia e lo ha messo in prima fila nell’assistere e partecipare a una funzione religiosa, la “messa”. Questo amico, a sua volta, è in compagnia di persone a lei sconosciute. L’opera di difesa e di rafforzamento della struttura onirica è particolarmente accurata ed equamente distribuita dalla parte di Mariù e dalla parte dell’amico d’infanzia. I due personaggi hanno in comune la devozione religiosa e la partecipazione alla “pietas” cristiana nella forma di una cerimonia che li accomuna. La condivisione è un sentimento che Mariù sublima con la sua tinta preferita: la religiosità e l’altruismo.

Dopo la funzione lui è uscito e si è seduto su una sdraio davanti alla chiesa.”

Eh no, non va mica bene così!

Questo sgarbo non lo doveva fare a Mariù questo amico d’infanzia!

Meglio: perché Mariù ha attribuito questo sgarbo al suo amico?

Probabilmente quest’ultimo non è poi tanto devoto nella vita reale e Mariù lo ha posto in una posizione impietosa e di ridicolizzazione del sacro proprio per sottolineare la differenza che li contraddistingue: lei è cristiana, lui è ateo anche se appartiene per cultura alla famiglia di Cristo. Mariù ha un vissuto contrastato e ambivalente nei riguardi di questo amico d’infanzia. Da un lato lo va a trovare direttamente in Veneto e se lo porta nella migliore cattedrale del circondario in maniera devota e compartecipe, dall’altro lato lo veste da turista balneare e lo sdraia davanti al sagrato della chiesa in un luogo che non merita simile collocazione e trattamento. Si evidenzia la diversità tra i due, tra chi crede e ha il dono della fede e chi crede per cultura e non ha il dono della fede. Di questa psicodinamica è pienamente consapevole la sublimata Mariù.

Quando sono uscita non mi ha riconosciuta. Io mi sono avvicinata per salutarlo e per fargli vedere qualcosa sul telefonino.”

Lo psicodramma onirico si sta evolvendo in una farsa. Era iniziato bene e con tutti i crismi laici e religiosi, è sfociato in una scena balneare da dramma satiresco, si sta concludendo con la vanificazione di tutto quello che Mariù ha costruito: l’amico addirittura non la riconosce e si mostra vago e scostante. Mariù si sta difendendo chiaramente da se stessa e dai suoi vissuti nei riguardi dell’amico d’infanzia e proietta su di lui comportamenti di superficialità e di distacco che le appartengono. Mariù è attratta da questa figura e teme questo suo vario vissuto di attaccamento. “Se lui non mi riconosce, ho risolto il problema perché posso farmene una ragione e posso allentare gli investimenti attrattivi che vivo nei suoi riguardi e che mi agitano.” Pur tuttavia la relazione c’è e si basa sul saluto augurale e sull’elettronica del cellulare. Mariù e il suo amico condividono una storia durante l’infanzia, una relazione virtuale fatta di messaggi e di telefonate. In questo bel regime civile Mariù mostra le sue perplessità emotive e le sue resistenze perché si sente coinvolta in maniera direttamente proporzionale all’intensità del distacco o meglio del tenerlo lontano da lei non facendosi riconoscere e dandogli del “cagone”. Le difese psichiche funzionano bene anche se lo psicodramma non è poi tanto drammatico. Il sogno dice della sensibilità di una donna che si approccia al suo passato sentimentale e al suo presente virtuale.

Poi sono arrivati altri suoi amici e io timidamente l’ho salutato e sono andata via.”

Mariù attribuisce al suo amico una vasta rete di amicizie e una buona cordialità sociale, così come riserva a se stessa la dote difensiva della timidezza e della discrezione, del sapersi togliere di torno al momento opportuno per non incorrere in situazioni di chiaro disagio. Ricorre alla complicità degli amici di lui e taglia la testa al toro senza approfondire altro in questo sogno garbato e delicato. Mariù è “andata” a vivere la sua vita dopo questa breve parentesi in cui ha sognato la sua adolescenza e la sua età matura grazie alla presenza accomodante del suo amico d’infanzia. In effetti, Mariù ha difeso egregiamente un bel sentimento d’amore giovanile nei riguardi del suo amico veneto. Tanta reazione per altrettanto timore emotivo sono i dati rappresentativi di questo delicato quadretto che la funzione onirica di Mariù ha messo in piedi dormendo naturalmente.

Fine del sogno, non ricordo altro.”

Il sogno è stato composto e ordinato come la sua padrona. Il sogno ha usato le difese giuste per una buona salute mentale. Il sogno manifesta un rigore morale anche a livello profondo perché non è mai andato sul carnale e sul libidico in grazie al processo della “sublimazione”. Il sogno è uno spaccato psichico di Mariù, ma uno spaccato molto importante e significativo e le cui qualità hanno segnato e segnano il patrimonio psichico della donna.

Questo è quanto dovuto a Mariù per il suo trasognante e trasognato sogno.