IL SOGNO DI PENTEO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Questo è il sogno molto creativo di Penteo.

CONSIDERAZIONE

Quando il sogno è una poesia, una lirica in prosa vestita, la ratifica dello scorrere e dello sciabordare della “libido”, un “ecoulement” dello “slancio vitale” fissato nelle parole improvvide e inopportune che bloccano e cristallizzano l’energia che, oltre l’uomo, muove nel cielo il sole e tutte le altre stelle.

Quando il Sogno richiama la Fantasia con tutti i suoi ghirigori e meccanismi, orpelli e processi, gioielli e figure, allora il Sogno è quel discorso tra me e me che non potrò raccontare agli altri, se non sciupando la magia di quel mio momento psichico che aspira a diventare universale in quel “breve eterno”, quando il Tempo si ferma sull’orizzonte del mare Ionio e lascia il posto a un’allucinazione di verità proveniente dalla prospiciente Grecia, la Grecia di allora e di quelli che raccontavano tra di loro le cose umane con il dire divino del vate e del poeta cieco che tutto rammendava e tutto nobilitava: il “contastorie”.

Il sogno di Penteo è la ratifica dell’Immaginazione al potere e della creatività umana quando sa di divino. In un piccolo uomo s’aduna quantunque in creatura è di bontade, non certo misericordia e neanche pietade, ma soltanto la complicazione dei giochi poetici istruiti con le semplici parole e innestati su un ceppo fantasioso di mandorlo in fiore nel mese di febbraio e nelle terrazze del fiume Anapo, quello che non si vede perché s’inabissa e che poi appare e scorre in mollicci argini dove i pastori lavano le “cavagne” di canna ancora odorose di ricotta.

Questo sogno si può interpretare soltanto in poesia, brano dopo brano, accento dopo accento, singulto dopo singulto, cazzata dopo cazzata e secondo le umane posture della Psiche e della Mente, mentre il Corpo, di certo, non sta a guardare in tanto rosso-scarlatto “bendidio”.

Che Tiresia e Omero mi tengano la mano sul capo!

Qualche nota mitologica su Penteo non guasta, tutt’altro, aiuta a concepire l’Olimpo intelligente e così umano, troppo umano, dei Greci, i nostri avi, quelli che s’imbarcavano senza essere poveri migranti e portavano là dove c’era la barbarie i loro prodotti culturali sopraffini. Penteo fu re di Tebe e figlio di Agave, colei che aveva calunniato la sorella Semele per quell’intesa sessuale truffaldina che aveva portato alla nascita di Dioniso. Semele era l’amante nientepopodimenoche di Zeus, il capo dei capi, colui che si era sbarazzato del padre Crono ed era assunto al trono del sempre nebbioso monte Olimpo. Dioniso, il figlio trasgressivo e della colpa, volle vendicare il torto fatto alla madre Semele dalla rognosa e moralista sorella Agave. La indusse a ubriacarsi, non a caso era il dio della balla e della controballa, il dio della variazione dello stato di coscienza, il dio della vite quando ancora il Prosecco era nella mente di Zeus e del governatore del Veneto. Agave ebbra e in estasi sbranò il figlio Penteo, re di Tebe, scambiandolo per un cinghiale o per un capro, come da rituale dionisiaco. A consapevolezza avvenuta, dopo la tragica estasi, la povera Agave si uccise per non vivere l’inestimabile dolore di madre tragica. Eros e Thanatos si abbracciano ancora nelle membra dell’infelice eroina. Penteo, quindi, rappresenta quel bigotto moralista e quel bacchettone leghista-clericale che si oppone alla diffusione degli scandalosi e immorali “riti dionisiaci” nella città di Tebe. Così lo pensò e ne scrisse in versi il tragico Euripide. Penteo è il simbolo della repressione della “libido” e dell’energia vitale, mentre Dioniso resta in eterno il sostenitore dei diritti del sistema neurovegetativo e dell’estasi orgasmica, della variazione e della caduta reversibile dello stato di coscienza. Per la precisione ricordo che Agave non era sola nel rito di sbranamento del figlio Penteo. La sfortunata madre, nel momento in cui fa prevalere il suo ferino essere femminile, era in compagnia delle altre donne seguaci del folle dio, le “dionisiache”. En passant ricordo che le feste greche per eccellenza e le più gettonate erano le “piccole e le grandi Dionisiache”. Sempre en passant ricordo le virtù terapeutiche dell’agave, in particolare quella di cicatrizzare e di alleviare il decorso delle scottature in associazione alle mille virtù minerali e antiossidanti. Il tutto in onore a una mitica donna sensibile oltremodo a se stessa al punto di negare la propria maternità e incapace di curare le sue ferite.

INTERPRETAZIONE

Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.”

Quanto sei importante, o Penteo!

Quanto sei narciso, o Penteo!

La madre Agave ti toglie dal buio della notte

per insegnarti a parlare

e tu ti neghi alle parole,

alle parole messe in fila,

alle parole che scivolano persino

lungo la lingua degli stolti e dei fanatici,

degli imbelli e degli inetti,

degli accidiosi e dei codardi.

Tu, o Penteo, vuoi restare senza parole,

senza doni per gli altri.

Figuriamoci se può interessarti il popolo.

Gli altri ancora non esistono per te.

Eppure, negandoti, stringi forte la madre

in un bisogno e in un desiderio di simbiosi.

Ma quando crescerai, o bambino di perla dorata?

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.”

Prima ti neghi a lei

e adesso ti stacchi da lei

nascondendo il tuo imbarazzo nella freddezza e nell’evanescenza.

La Fantasia non ti è amica

e la Ragione ti restituisce la bocca di un altro

che con le parole tende all’infinito

e ripete la tiritera antica del figlio innamorato.

Ma la madre scacciata rientra nella scena di un teatro sublimato

che fonde e confonde desiderio e passione

con le parole meccaniche, ancora una volta, di un altro.

Ah, la luna!

Ancora la luna.

Ma cos’è questa luna

che tutti invocano nelle liriche e nelle vie del centro

per parlare del Femminile e del Femminino,

per parlare di donne nei convegni asettici di ginecologia e ostetricia,

per parlare di donnine nei saloni profumati dei barbieri di una volta,

per parlare di sante negli altari e di streghe nei sabba,

per parlare dell’origine del Tutto.

La luna non parla,

guarda,

capisce,

sa e si addolora.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.”

Che fatica crescere!

Il coraggio premia i forti in cerca di certezze e di successi,

ma la sublimazione della libido non basta

e la masturbazione è a due passi dall’eiaculazione,

mio caro infante

che continui a parlare con le parole dell’altro,

che persisti nel salire in alto

e ti attesti nello scaldare il basso.

Cosa gorgoglia dentro di te?

Gli umori non sono stati d’animo,

sono liquidi vitali da non deviare in un binario morto.

Orsù,

prendi in mano il tuo destino

e con un moto d’impeto cavalca la rabbia

che hai in corpo

e portala sul monte Bianco

per sciogliere la neve

e gustare una pozione al dolce sapore di coffee.

Ormai è fatta,

ormai sei a due passi dall’orlo dello sboro,

de lo sborar, se ti garba l’infinito.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.”

Che confusione e che leggera follia tormenta

il bambino che non sa parlare

e che attende la forza del caffè a marca Dioniso

per prendere coscienza dell’asta che parla

e della torretta che sputa.

Le allegorie del membro e della masturbazione

sono servite in un piatto di rame greco antico

e sono intenzionate alla sempiterna figura materna,

a quella dea madre bramata come la polenta con gli osei

e misconosciuta dal pretendente ingrato,

da un figlio che non si chiama Edipo e neanche Sigmund,

da un figlio che si chiama Penteo.

Perché ti ostini a combattere Dioniso e il suo culto?

Sai che la follia è la punizione del dio per tanta colpa.

La madre e le Menadi ti sbraneranno

e le tue membra vivranno nel grembo delle donne invasate.

Il linguaggio del corpo è appassionato e bruciante.

Come parla bene il corpo!

Non si può, di certo, dire

che gli manca la parola.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.”

L’orgasmo alienante e il seme caldo accompagnano il rito.

Il dio bambino si lascia andare al dondolio dei profumi,

al rito del silenzio di una chiesa tibetana

e cade in una culla di petali afgani senza farsi male.

La regressione è ben servita,

mio caro bebè,

proprio quando si celebra l’età adulta.

Bontà del menarsi!

Altro che diventare cieco nella bocca degli infidi preti!

Bontà del traffico e del trafficare.

Bontà di un fiotto di caffè bollente

che cade senza far rumore,

come la neve nella val Brembana,

come il cotone nei fiocchi dei bambini

a riscaldare il verde prato delle speranze,

come un gelsomino che odora tanto di donna,

di madre civettuola che riempie la greppia dell’ampio seno

di fragranze esotiche e rinfrescanti.

Madonna quanto caldo fa stasera!

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.”

Finalmente ti sei accorto che non sei solo

e che prima eri con la perfida mamma

e adesso sei con una infida donna.

Le lenzuola odorano di fresco bucato

e avvolgono le membra odorose di un bambino innocente e perverso

che spia la luna che sorge sopra i canali

e che tramonta in mezzo ai mandarini marzaioli,

un infante che vuole richiudersi in boccia nella culla di una donna.

Quante lune esistono nel cielo dei bambini e degli adolescenti?

Tante quante sono i desideri di protezione

e i bisogni di possesso.

Dove ti trovi bel bambino

che adeschi le donne e carpisci gli anelli?

Tra le mie fresche lenzuola e senza fretta.

Un muro,

datemi un muro ancora per il mio regno

e io saprò farne una candida luna a forma di anello

per i giorni senza fine,

quando sarò senza di te,

mia cara madre,

in un mare tra le terre

che tende all’infinito le corde di questa mia vita agra.

Totem della mia tribù,

proteggimi dagli ignoranti con le gote a pagnotta

e dai malandrini senza arte e senza parte.

Così sia in saecula, saeculorum!

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.”

Il mio battacchio affonda nella morbidezza della campana

e sento dentro il ritmo erotico del rintocco.

Caldo è il cotone dei batuffoli

dentro le carezze partorite con desiderio dalla testa,

mentre l’orologio scandisce il tempo e lo spazio,

il moto e la sosta

il sussulto del moribondo e il riposo del guerriero,

la strana agonia del malato immaginario.

Sono dentro una vagina vietata e calda

che vibra al suono di campana

dentro una marmorea pipa riscaldata dal sole d’estate

nella campagna di un indefinito paesaggio

fatto di maschio e fatto di femmina,

imprittato di Adamo e di Eva

nel correre vertiginoso di un calore

che si sposa volentieri con l’umidità dello scirocco

secondo le linee oblique di un desiderio

che sale verso le nuvole

e scende sul bianco marmo

della statua di Venere di Cnido,

quella firmata da un certo Prassitele di Atene.

Quale pipa ancora invocherai

per gabellare un androgino o un coito ben fatto,

o vecchio marrano di un bimbo mai cresciuto?

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.”

O mamma, o mamma,

deh, come si sta bene con te

nell’illusione della libertà effimera

che gareggia nel cortile di un carcere barocco!

Perché adesso mi abbandoni sul Golgota insanguinato

tra cumuli di emozioni vissute, stoppose e scure,

tra grumi e torsoli di sangue rappreso?

Perché di tanto inganni il figlio tuo?

Nella culla di bianco rivestita piange un bambino

e l’aria si riempie del tanto fiato

consumato a invocare colei che non c’è.

Mamma, mamma, perché mi hai abbandonato?

Coraggio giovane,

suvvia impenitente bambino,

c’è un groviglio di riccioli biondi per te.

Boccheggia verso il cielo per un’ultima volta

prima di scendere dalle stelle,

o re del cielo,

ad acchiappare tanto ben di dio

con il tuo colossale fiammifero acceso.

Vai,

sdurrubbati,

sduvachiti!

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!”

L’infanzia è passata

e la parola ha da arrivare nella stazione dei balbuzienti,

là dove gli autobus gareggiano

a sputare gli scarichi dei testicoli,

là dove fuoriesce il seme,

il degno patrimonio di ghiandole endocrine.

L’allegoria della masturbazione è finita,

vai in pace,

ma non in quella dei sensi,

perché la voglia di variare lo stato di coscienza è ancora tanta,

così come la frenesia di Eros brucia le sostanze

mentre i fremiti del membro in fiore

sputano lapilli e lava da un monte generoso in odor di vulcano.

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Io che so,

io che ho sapore di me,

res venereae quae sapiunt,

quattro parole latine per coniugare i sensi,

mentre la coscienza non sta a guardare come le stelle

e pone fine al dolce e caldo idillio con te stesso.

Ricordati di divorare un pezzo del capro di Dioniso,

di sacrificare un gallo a Esculapio,

di offrire al dio del mare le tue vesti bagnate di naufrago,

di prendere l’ostia consacrata nei riti dei seguaci di Cristo.

In ogni modo… deo gratias,

rendiamo grazie a qualsiasi dio si profila

in nome di Gea e di Narciso.

RILIEVO

Il sogno di Penteo possibilmente si conclude con una polluzione, in pieno ossequio allo struggimento erotico che consente di classificare il sogno nella seconda fase del sonno REM. Quando il sogno si carica di tensioni neurofisiologiche dovute allo sviluppo della trama, il meccanismo di difesa della “conversione nel sintomo” risolve questo eccesso psicofisico nella conversione somatica di natura isterica per difendere il sonno. Ma l’effetto erotico spesso causa il risveglio.

LE ALLEGORIE

Il rituale erotico della masturbazione maschile con annessa eiaculazione si esalta mirabilmente in “Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!” e compone le seguenti figure retoriche: metafora, metonimia ed enfasi.

Metafora o relazione di somiglianza in “fremeva” e “veniva giù”, metonimia o nesso logico in “tabacco” e in “fuoco”, l’enfasi o forza espressiva in “sempre più giù”. Il meccanismo dei “processi primari” della “figurabilità” viene usato ampiamente dal lavoro onirico per rappresentare poeticamente gli atti della masturbazione e dell’eiaculazione.

CONCLUSIONE PROVVISORIA E NON SCIENTIFICA

Questa sperimentazione si può definire “Quando il sogno diventa anche la poesia di un altro”.

Cosa hanno in comune i due malcapitati, Penteo e il sottoscritto, nell’umana Storia?

Entrambi condividono da dormienti la creatività mentre sognano, ognuno con le sue storie e le sue memorie, entrambi con la matrice di tutte le poesie del tempo andato e del tempo presente: l’individualità della Bellezza si sposa con l’universalità della funzione onirica.

Giambattista Vico e Immanuel Kant sorridono nell’alto dei cieli, nella regione perenne delle certezze e lontani dai torsoli e dal sangue, come voleva e predicava il principe di Lampedusa, nonché duca di Palma, nel suo “Gattopardo”.

Alla prossima e sempre “in bocca alla lupa”, là dove si è amati e protetti almeno fino a quando non si diventa lupi.

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