IL MARZIANO

Il marziano veniva da Marte,

aveva occhi di ghiaccio e lineamenti barbari,

procedeva marziale come marionetta di bassa lega,

da opera dei pupi,

puparo e pupazzo

tra i suoi deliri sognanti,

tra i suoi sogni infranti sotto il sole dei soviet

quand’era residuo bellico di un missile oscuro,

infante malnato da grembo metallico,

uno sputnik sputato sulla terra dalla lontana luna,

lunatica anzichenon,

quasi selvaggia nel suo osceno luccichio di latta,

quella dello sgombro sott’olio di un carrarmato al computer.

E il marziano sognava con la m minuscola,

sognava,

sognava.

E sorrideva,

sorrideva,

sorrideva.

Se la rideva senza i baffi,

se la rideva di grasso e di fino

davanti al mondo attonito al nunzio,

un nunzio nunziato a suon di balbettii cirillici,

di sgraziate movenze inumane,

di tracotanti deliri risonanti di forbito acciaio,

un marziano della Improvvidenza,

brutto come la fame di gennaio,

non benedicente come il vento Libeccio,

di marmo quando si mescola alla Tramontana.

L’armi,

qua l’armi,

combatterò sol io,

procomberò davanti a un popolo che esegue,

che non obbedisce al duce,

che non esegue il capriccio del fhurer,

che ammazza quel padre ucraino,

che uccide il fratello russo,

che sconquassa i soviet di una volta,

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

 

CHIARA

In principio era il Segno,

di poi fu il Verbo.

Signa significant,

i Segni sono portatori di insegne.

Verba volant super Signa,

le parole seducono i Segni.

Et Lux fiat

et Lux facta est.

E venne una donna vocata dal Cielo

il cui nome era Chiara.

Ella venne per mezzo della Luce,

per rendere testimonianza alla Luce,

per dare il Segno alla Luce,

per donare il Colore.

E la Serva si fece carne

e abita ancora tra noi a Cessalto,

noi fortunati che contempliamo le sue glorie

piene di grazia e di verità,

ricche di Luce,

pregne di Colore:

la Bellezza.

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 02, 2022

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

ANTONIA, L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao, sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, aprile, 2002

IO SO

So che hai un amore per le mani,

le tue mani,

non solo le tue mani,

so che hai un amore per la testa,

la tua testa,

non solo la tua testa,

so che hai un amore per il collo,

il tuo collo,

non solo il tuo collo,

so che hai un amore per Modigliani,

Mody,

non solo Modigliani,

so che hai un amore per gli occhioni,

i tuoi occhioni,

non solo i tuoi occhioni,

so che hai la giovinezza per il corpo,

il tuo corpo,

non solo il tuo corpo,

so che hai per me la morte che verrà

e avrà i tuoi occhi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 11, 01, 2022

 

MI PRESENTO MIA FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.

Non si vedeva ancora la pancia.

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.
Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

Commossa

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.”

 

Commossa è piena di sé.

Commossa si è riempita da sola con un gesto salvifico di autoconservazione, di trasmissione di se stessa, di affidamento a se stessa, di sano narcisismo.

Commossa ha maturato un naturale “fantasma di morte”, uno di quelli evolutivi che fanno solo bene.

Magari dietro la spinta di questa emergenza tanatocratica ha riesumato dal Profondo psichico il suo vissuto di bambina sul distacco e sulla “fine senza un fine”, di poi ha rielaborato la sua “posizione genitale” sublimandola nella “libido narcisistica” sotto forma di amor proprio e di autonomia psicofisica.

Ripeto.

Essere incinta” è una “formazione reattiva” all’angoscia della morte e all’irrazionale fine di tutto che tanto piede hanno preso in questa nefasta contingenza psichica collettiva. Commossa ne approfitta e tira fuori il suo materiale psichico rimosso, ci mette del suo in un ambito squisitamente personale e privato.

 

Non si vedeva ancora la pancia.”

 

Non si vedeva ancora la pancia” semplicemente perché non è un fatto di “pancia”. E’ un fatto di testa, di crescita personale, di auto-ingravidamento da rigurgito narcisistico che finalmente trova la sua giusta dimensione psichica ed esistenziale. Commossa realizza quello che in passato non ha saputo rendere concreto, la sua emancipazione e la sua autonomia. La “pancia” è potere e, in primo luogo, potere interiore, di poi diventa potere sociale e politico. Questa “pancia” è filosoficamente, secondo Platone, un attributo neurovegetativo e si addice ai commercianti e ai crapuloni, ai materialisti e ai lussuriosi, a quelli che crescono nel loro psicosoma senza preferenze e tanto meno esclusioni, senza censure e moralismi. Insomma la “pancia” è un coefficiente psichico universale d’uguaglianza, il massimo della democrazia, lo strumento giusto e ineludibile del proprio potere su se stesso e sugli altri.

 

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.”

 

Sessantasei e venti, due buoni numeri per la Cabala di Commossa, numeri suoi, personali e non cedibili tanto meno al miglior offerente in questo mondo di mercanti candidati anche al soglio di Pietro. Commossa si proietta nel tempo con un’operazione magica e concilia i suoi vent’anni con la sua età attuale, quarantasei, per immaginarsi così come è adesso nella sua piena maturità di donna e di madre. Due Commosse da amare incondizionatamente rappresentano nel simbolismo onirico una Commossa riconciliata con il suo passato attraverso un processo di “razionalizzazione” e di accettazione del proprio Sé esistenziale. A quarantasei anni Commossa ama il suo passato e il suo futuro, i suoi vent’anni e i suoi sessantasei anni. Commossa in sogno mette a posto le sue cose vecchie e nuove, pregresse e attuali, sistema i suoi tempi vissuti senza quell’angoscia del non detto e del non fatto che attanaglia e non permette di gustare la vita presente. Perché la vita, se riflettiamo, è sempre quella presente. La Psiche non ha tempo e non è nel Tempo, è un presente in atto, un breve eterno. Al di là di questa vita non c’è altro, checché ne dicano i fideisti e i materialisti, i giornalisti e i politici, gli opinionisti e i tecnici di turno. Commossa aveva paura di invecchiare con “l’angoscia dell’incompiuta” e, invece, prende coscienza che ha portato a buon fine il processo di compattamento della sua persona senza nostalgie e dolori di varia natura ed estrazione. Consegue la “gioia”. Gaudium sequitur.

 

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.”

 

Come si diceva in precedenza, l’autonomia è raggiunta, è maturata, è in possesso di Commossa. L’amore di sé e la cura amorevole di se stessa sono le parti preziose del corredo psichico che la donna ha portato nel suo matrimonio con se stessa e nella nascita di quella armonia che è sempre frutto di guerra e di amore, di conflitto e di fusione, di Ares e di Afrodite, come da mitologia greca. Commossa ha raggiunto la base di partenza per amare anche gli altri in maniera corretta e proficua. Nel sogno conta 46 primavere. Decisamente è un buon traguardo che consente una buona partenza. Dimenticavo di dire che Commossa si è presa amorevole cura del suo destino di donna: “amor fati”, secondo dettame stoico ed epicureo.

 

Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

 

Allora, torno a chiarire in maniera semplice la profondità complicata del quadro psichico ed esistenziale, nonché cabalistico, di Commossa. Venti è il numero magico che rievoca i suoi vent’anni e la fine del suo connubio, tira fuori ciò che è stato, le esperienze vissute in quell’epoca della sua vita, quando si era sposata con l’uomo che fungeva da padre, ma non della figlia, della stessa Commossa.

Ebbene sì, Commossa aveva sposato una figura paterna, non aveva adeguatamente composto la sua “posizione psichica edipica” e l’aveva rievocata e riattualizzata nella relazione con il marito. Dipendendo da lui, Commossa non era cresciuta e aveva subito l’autoritarismo dell’uomo scelto e che lei pensava essere l’uomo della Provvidenza. In effetti, ha svolto involontariamente la funzione di aiutare Commossa a superare la “posizione” conflittuale verso il padre e a diventare autonoma. In questo momento i due si possono separare, meglio Commossa può andare oltre, ma non sono nati figli per volontà del marito che si è mostrato egoista e insensibile nei riguardi della donna e della moglie. Del resto, lui aveva appagato la sua paternità, per cui poteva fare a meno di un altro figlio. Commossa si separa nel momento in cui sceglie se stessa e non la coppia. Quella figlia di vent’anni è Commossa in persona. Inoltre, riconosce anche la funzione maieutica che ha avuto il suo ex marito nella sua evoluzione psichica personale. Si conferma la psicodinamica che esige una risoluzione della “posizione edipica” per un buon andamento del matrimonio e della vita di coppia. Questo vale anche per le coppie arcobaleno, per qualsiasi coppia di maschi, di femmine, di maschi e femmine, tanto per essere chiari. Il silenzio di Commossa è la scelta ulteriore della sua acquistata autonomia e della sua crescita attraverso la “razionalizzazione” della “posizione edipica” che l’aveva vista soccombere a suo tempo, vent’anni, e la vede trionfante adesso e nei suoi quarantasei.

Certo che il sogno di Commossa ha altre implicazioni profonde perché tocca la figura paterna, ma in questa sede e con questa modalità interpretativa non riesco ad approfondire. Pensate se questo sogno fosse stato portato in un trattamento psicoanalitico. La decodificazione sarebbe durata mesi e mesi, proprio per tutte le associazioni e per tutti i richiami che contiene.

Ma questo è un altro discorso.

Del suo sogno Commossa può anche comporre una serie di versi che volentieri pubblicherei. Basta dare parola, superando il pudore difensivo, ai vissuti esposti nel sogno. Il resto vien da sé. I versi sono modi di sognare anche delle ragazze anni ottanta.

Aggiungo: tante donne sposano i padri, troppi uomini sposano le madri e questo è un evento tragico per le mogli e le compagne. Il matriarcato si basa sul possesso e sulla legge del sangue e induce al possessivismo più bieco. Dove manca il Padre la Ragione latita, l’emozione regna.

Per farla breve…donne analizzate sempre il rapporto del vostro uomo con l’augusta genitrice e poi consapevolmente scegliete.

 

 

FIORI ROSSI CHE SEMBRANO FRAGOLE

Il tagliente filo dell’incertezza in ogni tua parola.

Cosa leggo non lo so,

invento significati,

mentre tu dondoli sull’altalena:

vicino,

lontano,

di nuovo vicino,

ancora lontano.

Mani di adulto ti spingono in alto.

Di chi saranno mai,

quale evanescenza le ha avvolte?

Il mio sguardo è di troppo,

troppi pensieri,

arzigogoli per vincere i giorni che mi sottraggono il tempo;

respiro l’aria nei suoi immutabili ritorni,

lo splendore della natura mi sovrasta col suo talento irraggiungibile.

Tu,

il magnetismo della tua mente complessa,

così pericolosa.

Un legame,

nessuna briglia,

cavalieri temerari nel viaggio periglioso.

Ma i desideri mangiano carne umana,

non è facile avere sempre vent’anni.

Ho lasciato libere le colombe,

il futuro non è più intatto.

Non dimentico.

Sabina

Trento 20, 11, 2021

L’UOMO CHE GUARDA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.

Che significato ha questo sogno?

Grazie mille.”

Chiamerò questo signore anonimo Pasquale.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.”

Pasquale apprezza e ammira in modo particolare le capacità intellettive e creative della moglie. Si accompagna a una donna particolarmente perspicace e intuitiva e invidia le sue doti mentali anche perché la signora non è abituata a condividere con il marito tutto quello che pensa e che concepisce. Pasquale è particolarmente affascinato anche dalle abilità relazionali della moglie e dal suo pragmatismo, dalla capacità di essere concreta e non astratta, di mettere in pratica quello che pensa e progetta. La moglie è vissuta da Pasquale come una donna che non disdegna le creazioni artistiche perché è attratta dalla bellezza e dal senso estetico. Questa donna è, oltretutto, dominante nelle attività sociali e occupa un posto di rilievo nella sua attività lavorativa. Non gradisce l’ozio e privilegia il “negotium”, non sa stare con le mani nelle mani e deve sempre essere attiva e vitale. Pasquale vive la moglie come una donna affermativa e oltremodo capace nelle sue varie sfaccettature umane e psichiche.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.”

Il quadretto familiare si completa con l’inserimento in sogno della figlia che sta crescendo e che a suo modo si sta identificando in pieno nella figura materna. Del resto, non potrebbe essere diversamente, ma Pasquale non gradisce questa coalizione benefica e la vive come un complotto nei suoi confronti lamentando incapacità a relazionarsi e bisogno di accudimento. Pasquale accusa incertezza e titubanza nei rapportarsi con la gente e di conseguenza con le figure familiari. Si è detto in precedenza della moglie creativa che non comunica a lui le sue idee e i suoi progetti e che preferisce relazionarsi con gli altri, della figlia che somiglia tanto alla madre e che sta vivendo la sua adolescenza andando incontro al prossimo con giovanile disinibizione. Pasquale si sente solo in famiglia e propone in sogno questo suo problema entrando in conflitto con se stesso perché non riesce a ritrovare quel “cellulare” che aveva perso e che ancora sta cercando. Pasquale cerca di migliorare le sue modalità di socializzare e di comunicare, ma per il momento è fermo a osservare la bontà evolutiva della figlia e le abilità espresse e inespresse della moglie.

Il sintetico sogno di Pasquale trova la sua conclusione in questo invito a scrollarsi di dosso inferiorità e inadeguatezze senza entrare in competizione con i suoi familiari e lasciando che ognuno elabori le parti migliori di sé senza i sentimenti nefasti dell’invidia e della gelosia.