MIO PADRE

Eugenio Castellotti al terzo giro sfrecciava sul traguardo in attesa di morire.

Tazio Nuvolari lo seguiva attento come un segugio.

Manuel Fangio sornione attendeva l’errore disumano.

Alberto Ascari rincorreva con la sua Ferrari prima di morire.

Nino Farina si beava del suo titolo mondiale, il primo della storia.

Luigi Musso era il solito leone in pista e nella tragica attesa di Reims.

Il circuito di Siracusa allora era famoso e unico sotto il suo sole infame,

non serviva alcun padrone,

era bello di suo in questa primavera estiva e gaudente di luce,

a un tiro di schioppo dal teatro dei Corinzi e dalle sue tragedie.

Mio padre era alto un metro e mezzo,

pesava cinquanta chili di ossa e di muscoli.

Mio padre sudava,

si sentiva escluso dal solito posto in tribuna.

Mio padre ha saltato la recinzione,

agile come un topo di città,

furbo come un uomo delle colonie,

noncurante del figlio alle sue spalle.

Salta Salvatore, salta anche tu!”

E Salvatore imparò a saltare,

saltò anche lui per il solito posto in tribuna,

meglio di un topo di campagna,

con l’agilità di un gatto soriano,

magro come un fuscello,

flessibile come un giunco,

nero come un negro e senza offesa alla razza.

In quella gloriosa domenica del 52 vinse Ascari con le sue quattro ossa,

ma io ho imparato tante cose in quel giorno benedetto dal Signore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 10, 2021

COME FACETTE MAMMETA

Aujourd’hui l’è arivada da Venessia Lusia

con le sue quattro ossa ados

e le sue quattro strasse in de a valisa,

senza i pozzi petroliferi del Texas e gli eurobond de Bruxelles,

senza i bitcoin fantasma e i schei colorati del monopoli.

L’è arivada netta e cruda come una partita iva

in attesa di foraggio e in odore di formaggio,

senza valori aggiunti,

senza valori detratti,

tutta quella che vedi e che tocchi,

Lusia la buona,

Lusia la brava,

Lusia la bella,

quella delle tre B,

quella non rifatta dal botulo e dal silikon,

quella che non abbisogna dello Svitol,

quella oscura nel viso e nel corpo,

mai limpida,

sempre contaminata nella testa e nella mente,

quella che non va dalla Lily e dalla Barby

a menare il can foresto per l’aia,

quella che non è assicurata con la Juventus

e non va allo stadio dell’infida e crumira Alleata.

Noi siamo i so fioi,

i figli di Lusy,

i so putei,

i suoi gioielli,

noi siamo quelli dello sciscì,

quelli che in questo mondo non hanno alcun perché,

alcuna voglia di fare un cazzo di niente e niente di un cazzo,

un mondo che non ci vuole più,

che non ci ha mai cagato,

che ci ha sedotto in un cesso pubblico a 5 stelle e a 5 canali,

gli accidiosi alla Dante e gli annoiati alla Arthur

che aspettano il suicidio al dolce sapore dell’eutanasia,

quelli dell’amore che può colpire anche te

dentro un frac attillato e pronto per la Scala de Milan,

la metropoli del pan de Tony,

quello delle tre marie che aspettano i tre cristi

dentro l’involucro di un avvenente cartone,

quelli del frac a pinguino che ci tormenta una cifra,

mentre le scarpe dei Cinesi fan cic ciac,

fan cic ciac

e noi che cerchiamo il ritmo giusto per l’amor,

possibilmente con una donna e con un uomo,

come li ha fatti mammeta,

come li ha fatti Siena durante l’antico Palio del torrone e del panforte,

come li ha disfatti Maremma con le sue zanzare malariche.

Tutto questo io u sacciu meglio e te,

comme facette mammeta,

comme mammeta t’ha fatto

senza essere inanellata e disposata con alcuna gemma,

comme facette Lusy,

l’australopithecus afarensis.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 12, 2021

ALLA RICERCA DEL VERNACOLO

Ehilà tosa,

come eo ko ghe seo da e to parti?

Sta ti ben,

sta ti mal,

sta ti a tre tubet?

Noialtri in questa tera di terun magnem,

magnem sempre,

magnem tant.

Magnem el pan de Tony,

el pan de Bepy,

el pan de Bortolo.

Magnem anca el pan de tuti i dì,

el pan de casada,

el pan dei poeti morti di fame,

magnem el pan co a soppressa,

magnem el pan e vin come Marcellino.

En sto momento semo tuti Marselin,

spetemo sto Cristo

che sende de a crose

e vien bambin bambin

in de a staleta

col so mus e co a so mucheta,

co a so mama e so pare,

co tute le so robe a posto

e imbrigato ne so strasse de pura lana vergine.

Sperem ch’el vegna al più presto,

perché in tanta desgrassia non ne podemo pi.

E ti?

Cossa eo che ti fa su a brosa de i to monti

in questa normale giornata di ordinaria follia

alla ricerca disperata del mio linguaggio e della mia lingua,

in questo dì de merda

che piove e che nevica,

che tira vento e formeghea,

co e scarpe rotte e le bae girate

in sto paese de matacin,

de strilloni e de comedianti?

A ti fat el buset in te bras?

Mi sie

e stae un benon de dio.

Beata la sienza e li studiadi!

Noialtri semo gnurant e soli,

ma semo tuti anca patrioti

per i skei de a citadinansa.

Me manca me mare

che ogni meodì curava i so gerani sul balcon

co e so mani de perla

e parea che se basava con il moroso,

parea che basava el putel de alora,

de quando el pan de Tony nol ghe sera in casa e in hostaria,

de quando Bepy fasea el mona co e tose nostrane

senza andare in gattabuia per molestie e tanto di peggio,

de quando Bortolo se fracchea le bale davanti alla brava gente

per furegar la sfiga.

Oggi par mi la va cussì,

cussita la va e nol va nianca mal,

doman vedarem de farla andar megio

anca senza le ilusion de a tivù

e i sbaregament del rompicoioni de me pare.

A ti te augure i paneton e i ciucciament,

VINA LIQUES, QUAM MINIMUM CREDULA POSTERO.

Salvatore Vallone

Carancino di Belevedere, 11, 12, 2021

FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021

LO STRUZZO DI KONCETTA

LA LETTERA

Buongiorno Salvatore, come va?

Se ha tempo, ho voglia di raccontarle un altro sogno e la mia interpretazione, mi corregga se la sbaglio.

Ho sognato che avevo un cucciolo di struzzo completamente nero come animale di compagnia.

Secondo me lo struzzo rappresenta alcune qualità di me.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.

Si addormentava con me e faceva versi di affetto.

Penso che il significato è che nella mia vita ho frenato delle qualità che avevo per la paura di affrontare gli altri all’esterno e, di conseguenza, col tempo mi sono sentita incapace ed è stato difficile ritrovare autostima.

Un giorno mi sono decisa a uscire con lo struzzo e appena ho aperto la porta fuori era bellissimo, c’era un fiume colorato con prati e montagne e non c’erano case o persone. Lo struzzo ha subito iniziato a correre a destra e a sinistra e io avevo ancora un po’ paura di perderlo, allora lo richiamavo vicino con le coccole.

Ma dopo un po’ non avevo più paura e correvo con lui sempre più veloce e stavo benissimo.

Ad un certo punto qualcosa nella mia vita è scattato e con il coraggio ho recuperato e ho scoperto che amo essere libera.

Lei cosa pensa?

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..

QUALCHE NOTA

Accettabilissima la sintesi interpretativa di Koncetta.

Lo “struzzo” è la chiara “proiezione” di Koncetta bambina, la chiara condensazione della sua infanzia e della sua bambina introiettata, del suo essere stata bambina infante e del suo essere donna in atto.

Koncetta si relaziona bene e con giudizio e ama la compagnia, è stata educata e si è educata a stare insieme agli altri, alla gente, al suo prossimo. Per questo semplice motivo si è distinta senza confondersi e tanto meno fondersi per bisogni profondi e ha potuto coltivare la sua persona e la sua individualità. Koncetta in tal modo si è individuata, si è fatta persona con tutte le sue maschere e le sue difese, curando il suo intimo & privato, la sua interiorità e la sua intimità e in attesa di maturare una buona autocoscienza e un’adeguata auto-consapevolezza, al fine di evitare dolori e angosce, brutti incontri e traumi.

La “casa buia” rappresenta proprio questo stato crepuscolare della coscienza e dell’Io, questa necessità psico-evolutiva che è introduttiva e propedeutica alla crescita della Mente e del Corpo. Senza crepuscolo non c’è alba. E Koncetta ha bisogno urgente di crescere e di essere adulta per il mondo che la circonda e che sa essere anche pericoloso, oltre che protettivo e didattico. Koncetta nella sua forma di “struzzo” ha un giusto riguardo dei lupi, dei predatori, dei leoni vestiti da agnelli. Insomma ha un buon rapporto con se stessa, associato a una giusta timidezza e introversione.

Ripeto: Koncetta si difende bene, sa istruire le giuste e adeguate difese nelle relazioni con se stessa e con gli altri, nello specifico sa difendere il suo mondo interiore e la sua intimità dalle ingerenze altrui.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.”

Raccontava Freud della nipotina che, quando la madre usciva, nascondeva il rocchetto di legno per il filo da cucito sotto un mobile e diceva “non c’è”, di poi lo tirava fuori e diceva “c’é”, esorcizzando in tal modo l’angoscia dell’abbandono da parte della madre. Mirabile è la stessa psicodinamica e la figurazione o rappresentazione della scena, a conferma dell’universalità dei meccanismi psichici di difesa che poi vengono usati anche nel sognare.

Koncetta si accetta e si ama senza scadere nel fatuo narcisismo. Koncetta si è conciliata con se stessa assolvendo i sensi di colpa eventuali che costellano il cammino della vita.

Ricordo a Koncetta che la libertà deve essere anticipata sempre dall’autonomia, dal “fare legge a se stessa” senza dipendenze varie e variopinte dagli altri e dalle cose.

Koncetta conferma che soltanto accettando e razionalizzando la nostra infanzia si può stare bene con se stessi e con gli altri.

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..”

Il “ragazzo” di Koncetta sogna e proietta su di lei la sua “invidia”, meglio il suo sentimento di competizione e il suo desiderio di essere come lei, soprattutto invidia, (letteralmente si traduce dal latino “vede in lei”), proietta le sue paure e le sue angosce di relazione.

Sbranata” sembra eccessivo, ma rappresenta figurativamente una aggressività normale e diffusa che ognuno di noi ha dentro. Del resto, ognuno dà quello che ha e quello che non ha non può dare.

La cosa più importante è la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza.

Di questo Koncetta ha piene le bisacce.

Complimenti donna dalle mille risorse e dai mille equilibri!

Tieniti pure il moroso, un ragazzo sincero e semplice, soprattutto ben fatto con le sue lineari qualità.


E’ VERO !

Dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno

il popolo unito si libererà del tiranno,

canterà canzoni di libertà,

perché il popolo va,

il popolo, alla fine, va sempre a trionfare.

Questa è la nostra verità,

quella del popolo che si alza e si adira,

con voce squillante grida:

adelante, adelante e senza iudicio!”

Sarà poi vero?

Dai!

Ti racconto questa.

Bologna è una vecchia signora dagli occhi vivaci

che dorme di notte distesa sul fianco sinistro,

scoperta nel petto e guardando il deserto,

le nobili vestigia di sabbia del divino Cheope.

Bologna è una vecchia signora dal viso composto

che veglia di giorno distesa sul fianco destro

guardando l’orologio della stazione

fermo all’ora dell’orgoglio politico della viltà di stato.

Bologna è una donna sborona,

Bologna ferita è una donna giammai guarita.

Bologna non dimentica,

ricorda,

condanna,

rifiuta.

Un’altra storia, un’altra brutta storia!

Patrick studia a Bologna,

passeggia sotto i suoi portici dipinti,

compra il pane e il companatico dai fratelli Roversi in via Cairoli.

Patrick è libertario,

Patrick è appassionato.

Bologna gradisce,

lo vuole,

lo cerca,

lo abbraccia.

Ma qualcosa si spezza.

Ahimè,

Patrick è partito da tempo e non è ancora tornato.

Patrick è stato incarcerato nel suo lontano Egitto.

Qualcuno ha detto ancora una volta e a quelle latitudini

che la sua testa non doveva pensare.

Bologna che lavora e che studia,

che si irrita e s’incazza,

che teme e trema,

grida i suoi cori contro il tiranno:

O libertà,

o libertà,

tu che sei tanto cara

anche a colui che per te vita rifiuta,

dona a Lui la forza di resistere,

concedi a noi la gioia di rivederlo

attento ai suoi amori,

intento alle sue passioni,

libero dagli infingardi.

Bologna ti aspetta.

l’Italia ti vuole cittadino delle sue brame,

ti ha eletto suo figlio in Parlamento,

nostro fratello nel cuore e nelle carte.

Sarà poi vero?

Continuano a vendere le armi all’Egitto,

a intrallazzare con le pistole e i pistolotti.

Che strana cosa sono gli uomini!

Può bastare un impasto di carne

con un paio d’occhi strabici che non vogliono vedere,

con un cervello a salvadanaio e pingue come il maiale dei Nebrodi,

con un cuore atrofico e atrofizzato.

A cosa serve un ministro del rione Sanità

dal viso aperto e dal riso dominante?

Può bastare cotanta ipocrita intelligenza

o è soltanto roba buona per fare mortadella.

Bologna che sa e conosce,

che sa tutto e conosce il mondo,

Bologna tace e si addolora.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 10, 04, 2021

LA VOLTA CELESTE

Mi viene voglia di vivere,

vivere per sempre,

in eterno,

non vivere così e così,

tanto meno al meglio delle condizioni date,

come dice il mio dottore,

vivere,

vivere bene,

vivere alla grande,

vivere sul pezzo e sul mazzo,

vivere senza malinconia e senza gelosia,

vivere finché c’è gioventù nella vecchiezza.

C’è questa Cosa immantinente,

questo Ca immanente e trascendente che è la Vita,

un alito eterno che attraversa i corpi

e vola verso il cielo stellato,

verso l’ultimo degli ultimi orizzonti infuocati della Gigante rosa

in odore di Nana bianca.

Il nostro corpo è in prestito.

Lo dicono tutte le Chiese.

Lo dicono le pensioni da fame dell’ENPAP.

Ci pensi?

Come racconti tu questa storia,

nessuno al mondo.

Come te non c’è nessuno,

così unico e solo.

La presto volentieri questa carcassa,

o amato cuore in un disio d’amante.

Eppure,

vorrei tanto guardare dentro i tuoi occhi

e chiudere i miei tra le tue braccia.

Grazie per la grazia degli intrecci,

grazie per l’assenza dell’asprezza,

grazie per la terra grassa e morbida,

grazie per le parole che mi fanno pensare

a quanto senso ha un fuoco acceso

e qualcuno accanto che racconta,

mentre ai bordi del perimetro del mondo

i lupi attendono il loro pasto con pazienza.

Grazie.

Io sono quella là,

quella della provincia dell’impero

in un mondo di stelle senza fine:

la volta celeste,

la stella del nord,

la stella del sud.

Il Sole ha ingoiato Mercurio e Venere.

La Terra ha chiesto asilo a un altro sistema.

Speriamo,

speriamo che gli idioti non sparino sui poveri gommoni alla deriva.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 06, 2021