LA MOGLIE DEL SOLDATO

La vitalità è isteria di vivere,

la naturale conversione dell’angoscia di morire e di perdere tutto,

un patrimonio da lasciare in questo mondo infame,

un ex intruglio di spermatozoi ossidati

e di uova ancora buone per la frittata.

Il conflitto è un pane casereccio,

condito con le olive e il peperoncino,

con una fetta di pecorino e olio d’oliva extra,

quello di Carancino,

nonché origano in abbondanza

e quel pizzico di sale che non guasta mai,

come lo zucchero semolato,

extrafino e vanigliato nel budino al cioccolato della nonna.

Il gioco dei ruoli non funziona più,

come i programmi televisivi dei cuochi,

i nuovi messia di questo oltremodo attillato e dilatato paese.

Tu dimentichi chi sei

variando continuamente lo stato di coscienza

con hashish e mariagiovanna,

con coca e con cola,

e ti frastorni fino a far nascere e crescere in te

quel canovaccio umano che non hai mai recitato

nel sofisticato teatro della tua strana vita.

Il sodato ha ballato tutta la notte nel bordello di Malta

tra le signorine inglesi e le geishe nostrane,

tra poppe ruspanti e culi cadenti,

e all’alba ha visto tra la folla una nera signora

dai capelli ardenti e corvini,

una donna a metà tra madre e matrigna,

una dea a metà tra Afrodite e Atena,

una mezzo maschio e una mezza femmina.

Il soldato ha cantato e bevuto,

ha cantato canzoni porno con le mabrucche,

ha bevuto la sciobba con le indigene di Tripoli,

ha mangiato il quatrucco di mandorle e miele.

Il soldato ha recitato la parte giusta

per festeggiare la sua salvezza dai mali della Morte,

per andare in culo alle Moire,

alla troia di Cloto che fila,

alla malefica Lachesi che intesse,

alla famigerata Atropo che taglia.

Ma la sua fu la guerra di Piero,

sparagli adesso,

sparagli addosso,

e a nulla valse il fanatismo del siciliano,

mezzo cafone e mezzo arabo,

mezzo anarchico e mezzo fascista,

quando si accorse

che la Morte cercava proprio lui.

Quella donnaccia da bordello cercava proprio lui,

quella donna del malaffare ce l’aveva con lui,

proprio con lui.

La paura fu tanta e l’orgoglio quasi niente.

Il soldato Biagio Scarpel gridò al cielo lacerandolo:

Padre mio, aiutami!

Aiutami e non mi abbandonare!

Alla parata Lei mi stava vicino

e mi guardava con malignità.

Nella mia vita mi sono sempre ricordato della Morte,

ma Lei è stata tanto cattiva con me.

Voglio la vitalità,

il sangue caldo che mi scorre nelle vene,

tutta la forza dei miei istinti,

la follia di un uomo unico ed eccezionale.

Ancora una volta mi sia data la fuga in groppa all’anarchia.

Mi frastornerò ancora,

forza,

fino a Calascibbetta guiderò il cavallo dei miei pantaloni.

Mi illuderò di avere trovato finalmente l’amore di una vera donna,

una siciliana dall’accento matriarcale,

dai seni enormi ed efficaci,

non mi fermerò,

volerò,

mi butterò a capofitto in una vecchia avventura

per subire nuovamente la vertigine della vita.

E canterò,

io canterò la mia ninnananna

come faceva la mia mamma

quando mi regalava la ninna e la nanna.”

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a’mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru di lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

Forza,

coraggio,

questa è una nuova realtà tutta da vivere.

Innocenti ed effimere sono le conquiste,

ma c’era tra la folla quella nera signora

perché non ho mai dimenticato quella Morte

a cui indolente ormai mi inchino.

Era tra la gente nella capitale del Nulla

e ora la ritrovo qua.

Ma tu, o Morte, non appartenevi agli altri?

So che mi guardavi con malignità.

Perché sei così cattiva con me?

Sono scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,

mi sono perso nella terra di Utopia,

nella triste ricerca di un luogo tanto decantato che non esiste,

sono scappato via,

ma ti ritrovo qua,

in pieno centro a Calascibbetta.

Adesso, da fallito, ti ritrovo fuori dalla porta.”

Disse allora la gentildonna interpellata:

Sbagli,

t’inganni,

ti sbagli soldato.

Ti sei illuso anche in questo,

mio caro rivoluzionario.

Io non ti guardavo con malvagità,

io non ho nessun motivo per essere crudele con te.

Il mio era solamente uno sguardo stupito.

Ero soltanto meravigliata del fatto che tu mi cercavi.

Cosa ci facevi l’altro ieri là?

Io t’aspettavo qui e oggi,

aqui y ahora,

hic et nunc,

l’appuntamento giusto era proprio questo

e tu eri lontanissimo due giorni fa

e stavi quasi per mancarlo.

Ho temuto che per ascoltar la banda a Malta

ti fossi dimenticato del nostro happening,

del nostro cocktail d’amore.

Ho avuto paura

che, per frastornarti ancora con Stefania,

non facessi in tempo ad arrivare qua

e perdessi il tuo luogo e il tuo momento,

momentum a quo pendet aeternitas,

la tua ultima utopia.

Non è poi così lontana Calascibbetta,

non è poi così difficile morire,

la vita stessa ti ci porta naturalmente

se non ti opponi alle banalità.

Hai cantato con me tutta la vita,

non mi hai mai dimenticata un solo istante,

hai vissuto con la morte addosso,

e, dopo il canto del cigno, sei fuggito con il vento

e hai finalmente trovato la tua vera dimensione vitale.

Cosa vuoi di più?”

L’asinello è veramente morto,

è stato ucciso dal padrino Marlon Brando

per farti quel favore

che non potrai mai ricambiare.

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 10, 2020

IL FANTASMA DELLA MADRE E LA POSIZIONE EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

 

Daniele sogna di vedere la zia nella propria camera.

All’improvviso l’immagine si sdoppia: le zie diventano due e hanno voci diverse, una normale e l’altra particolarmente roca. Entrambe le voci delle zie lo salutano con un inquietante “ciao”.

Daniele impaurito scappa e, dopo aver ripreso coraggio, torna con una pistola ad acqua e spruzza le due zie perché ha capito che sono soltanto due fantasmi.

Ancora non è soddisfatto e ne uccide una, ma poi si accorge di essersi sbagliato perché ha eliminato quella buona che stava alla sua destra.

Alla fine Daniele uccide anche quella cattiva che stava alla sua sinistra.”

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Daniele è il nome fittizio di un bambino particolarmente affascinato dal mondo incantato delle fiabe, un universo elargitogli quotidianamente da una mamma premurosa e solerte. In tal modo il bambino ha introiettato ed elaborato una particolare ricchezza di simboli, ha affinato ed esaltato, inoltre, i suoi “processi primari” acquisendo tanta facilità alle creazioni fantastiche e tanta dimestichezza con le dinamiche fiabesche più complesse.

Analizziamo il sogno di Daniele ed estrapoliamo i movimenti psichici.

La “zia” rappresenta il sostituto della figura materna nella sua componente anche erotica e desiderativa, uno “spostamento” accurato che non comporta il tabù dell’incesto e l’angoscia del rifiuto.

La “camera” condensa l’intimità nel suo versante affettivo e sessuale, mentre lo “sdoppiamento dell’immagine” è un meccanismo di difesa e innesca il processo della “scissione del fantasma” materno nella sua “parte positiva” e “negativa”.

Le “voci diverse” nel tono normale e roco attestano di un ulteriore processo di “scissione” e rappresentano ancora una volta la “parte positiva” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

Il classico “ciao” è una forma di aggancio relazionale pregna di seduzione e si collega alla realtà del saluto mattutino confidenziale e suadente della madre al figlio, oltre che alla prima parola che il bambino ha imparato a pronunciare grazie sempre alla solerzia materna e quasi come un messaggio d’amore reciproco.

L’atto di “scappar via” contiene una difesa dall’angoscia legata al vissuto della seduzione materna, mentre la “pistola” rappresenta un simbolo fallico e il potere di cui il bambino ha bisogno per reagire all’emergenza psichica conflittuale anche nella forma ironica di “una pistola ad acqua”.

I “fantasmi” condensano sotto forma di pretese evanescenze la virulenza dei vissuti psichici collegati alla figura materna; “l’uccisione del fantasma” equivale a una soluzione drastica della situazione “edipica”, una forma violenta di risolvere il problema negandolo e, del resto, il bambino non sa fare altro perché non possiede ancora i meccanismi di difesa più sofisticati dell’adulto come ad esempio la “razionalizzazione”.

La “destra” simboleggia la “parte maschile” e reale della madre come nella figura fiabesca della fata, mentre la “sinistra” contiene la “parte cattiva” e malefica, come nella figura fiabesca della strega.

Globalmente il sogno attesta che il bambino si dibatte nelle pastoie di un insolubile senso di colpa.

Il sogno di Daniele parte dalla “posizione psichica orale” degli investimenti evolutivi della “libido” e arriva alla “posizione edipica” nel tentativo di dare una risoluzione alle angosce collegate.

La prognosi impone di aiutare il bambino a “razionalizzare il fantasma” della madre e di non usare in eccesso il processo dello “splitting” ossia della “scissione” dei fantasmi nella “parte buona” e nella “parte cattiva”.

L’intervento e la collaborazione del padre risultano di grande ausilio e di notevole importanza, perché aiutano il bambino a identificarsi nella sua figura e ad attenuare gli effetti devastanti dell’inevitabile “castrazione”.

Il rischio psicopatologico di una mancata risoluzione del “complesso edipico” si attesta nell’ambito delle nevrosi con somatizzazioni e inibizioni delle funzioni affettive e sessuali. Può evidenziarsi una forma di misoginia con conseguente maschilismo difensivo in funzione dell’angoscia di una profonda dipendenza dalla figura materna.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 07, 10, 2021

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

LE SCARPE COL TACCO

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero venuta a salutarti e avevo un paio di scarpe color corallo, molto eleganti.

Eri nella tua fattoria in una grande aia soleggiata.

Mi sei venuto incontro e hai fatto degli apprezzamenti sulle mie scarpe, mentre io pensavo che mi avresti detto che non ero il tipo da tacchi.

Poi in lontananza hai visto tuo papà e volevi presentarlo. Ci siamo diretti verso di lui, ma tu da una parte e io da un’altra.

Mentre camminavo il tacco si è rotto, ma non me ne sono accorta subito, continuavo a camminare sicura sulle mie scarpe.

Quando me ne sono accorta, ho pensato che non era proprio il luogo adatto per quel tipo di scarpe e sono tornata indietro a prendere il tacco.

Nell’aia intanto faceva manovra un camion e, mentre andavo verso tuo padre, mi sono svegliata.”

Questo sogno appartiene alla mia amica Maruzza.

L’INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero venuta a salutarti e avevo un paio di scarpe color corallo, molto eleganti.”

Maruzza esibisce nell’immediato la sua femminilità nella forma delle “scarpe color corallo ed eleganti”. L’esordio non può essere più promettente per una donna che valuta di fronte a un uomo la sua carica sessuale e il suo essere femmina. Il “color corallo” attesta di un’eccitante esibizione narcisistica permeata di amor proprio e di un vero volersi bene. Maruzza sa bene che io apprezzo la sua persona in tutte le sfaccettature femminili che offre al prossimo nel suo socializzare e nel suo relazionarsi.

Eri nella tua fattoria in una grande aia soleggiata.”

La scena del sogno si allarga e Maruzza mi colloca in spazi ampi, “l’aia soleggiata”, e in una casa altrettanto ampia e variegata, la “fattoria”. La prima denota la mia capacità di razionalizzare e la seconda la mia passione per la natura: queste sono le caratteristiche che Maruzza vive nei miei riguardi e che mi attribuisce senza alcun dubbio. A tutti gli effetti sono i suoi desideri e i suoi progetti esistenziali: usare la testa e amare la natura.

Mi sei venuto incontro e hai fatto degli apprezzamenti sulle mie scarpe, mentre io pensavo che mi avresti detto che non ero il tipo da tacchi.”

Maruzza ha una buona opinione di sé e sposta sulla mia figura e persona la buona coscienza della sua femminilità e la sua incertezza sull’affermazione fallica di quest’ultima. Maruzza sa che non è un tipo di donna che ama il prestigio e la competizione con le altre donne, ma sa bene che è una donna di classe senza esibire alcun potere inutile che la porterebbe a gestire ruoli che non ha voluto coltivare e assumere. Maruzza tiene alla mia opinione e al mio giudizio e approfitta del sogno per prendere coscienza delle sue doti e dei suoi limiti in riguardo alle modalità di esibirsi della donna. La “traslazione” è il meccanismo di difesa che serve al sogno per andare avanti e per non svegliarsi.

Poi in lontananza hai visto tuo papà e volevi presentarlo. Ci siamo diretti verso di lui, ma tu da una parte e io da un’altra.”

Subentra la figura paterna nel sogno di Maruzza. E’ oltremodo evidente che si tratta di suo padre. Io sono la “proiezione” della sua figura paterna e l’uomo maturo al di sopra di ogni sospetto che accetta e valuta il dono dell’esibizione della femminilità da parte della figlia. Il primo uomo è sempre il padre e da lui la figlia attende il nulla osta per il suo ingresso in società. Dopo aver vissuto le pulsioni possessive nella conquista del papà, la bambina si dirige verso il mondo esterno con il tacito consenso del genitore. Maruzza tiene al mio giudizio in riguardo alla sua femminilità e alle modalità di relazione verso l’universo maschile.

Mentre camminavo il tacco si è rotto, ma non me ne sono accorta subito, continuavo a camminare sicura sulle mie scarpe.”

Come si diceva in precedenza, non è necessario il potere fallico di un tacco che slancia il corpo e lancia verso il cielo la sagoma di una donna innamorata di sé e del suo fisico. Maruzza fa a meno degli orpelli e degli strumenti obsoleti del potere che imperversa dagli anni trenta agli anni in corso. Maruzza ha perso il potere di Afrodite e cammina con Venere al fianco. Ribadisco la sostanza psichica del divertente quadretto: Maruzza è consapevole di essere una donna attraente e significativa anche senza gli accessori che culturalmente esaltano la femminilità. Dopo un periodo in cui ha dovuto esibire il potere di donna, Maruzza cammina “sicura” sulle sue prerogative e doti femminili. Ha impiegato un po’ di tempo per avere la “coscienza di sé” e la sicurezza di esibirsi nel sociale.

Quando me ne sono accorta, ho pensato che non era proprio il luogo adatto per quel tipo di scarpe e sono tornata indietro a prendere il tacco.”

Maruzza ha imparato a distinguere il come e il quando delle sue manifestazioni di potere e di seduzione. Sa che il suo potere sessuale e seduttivo, “le scarpe, va modulato e riservato a situazioni specifiche, mentre la sua femminilità può essere portata a spasso come una dote naturale della sua persona. Il conflitto psichico di Maruzza si attesta nell’indecisione sull’offerta che deve fare in certe circostanze e nel sogno è chiaro il suo vivermi come un uomo a cui piacere e come un padre a cui affidarsi, un maschio da sedurre e un maschio da approcciare. Il “tacco” va sempre bene, ma bisogna calzarlo nelle situazioni adeguate e con le persone giuste. In ogni caso non è così facile e naturale scindere le due posizioni, la conquista e la relazione, perché la donna conserva sempre una forma di duttilità psichica che si riflette nella recettività relazionale.

Nell’aia intanto faceva manovra un camion e, mentre andavo verso tuo padre, mi sono svegliata.”

La capacità femminile di attrarre e sedurre non si depriva della componente sessuale e del desiderio erotico di piacere e di essere ammirata. Nella mia disposizione relazionale Maruzza inserisce anche la sua attrazione sessuale verso la mia figura protettiva di uomo maturo e rievoca il suo trasporto emotivo e sentimentale verso suo padre, ma per non tirare fuori dal cilindro psichico la sua “posizione edipica”, evocata dalla mia persona, pone fine al sonno. Il “camion” ha una simbologia sessuale, maschile in questo caso, a causa dei suoi automatismi meccanici che si associano al sistema nervoso autonomo o neurovegetativo. Il “fare manovra” attesta della valutazione di Maruzza sulla situazione psicofisica in atto.

“Le scarpe col tacco” è un buon sogno perché associa la semplicità descrittiva alla complessità dei temi e delle psicodinamiche. L’operazione avviene sotto il segno della pacatezza e della consapevolezza dei “fantasmi” che la protagonista ha tirato in ballo dormendo: un gioco sottile e una schermaglia naturale, un buon “transfert” e una “posizione edipica” in gran parte risolta.

Buon viaggio, Maruzza!