MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021

 

ELOGIO ALLA MENOPAUSA

Carissimo, vecchio amico mio,
di recente hai pubblicato sul tuo blog un articolo sulla menopausa, che, senza offesa ma senza giri di parole, reputo offensivo per la femminilità di ogni donna, mediocre, impreciso, disinformativo e purtroppo, ahimè si quoque tu Salve, legato ad una visione altamente misogina ed antiquata dell’universo femminile.
Inizierei, come sempre nella nostra visione occidentale della realtà, dai nostri carissimi/odiatissimi Greci.
Il termine menopausa deriva dal greco e significa letteralmente cessazione del mese ovvero interruzione di quell’appuntamento mensile che accompagna ogni donna per mediamente 40 anni della sua esistenza.
Il termine climaterio deriva sempre dal greco e significa propriamente gradino, denotando l’accezione negativa di un ostacolo, un intoppo nella vita riproduttiva che porta ad una scalinata discendente verso un’inesorabile vecchiaia.
È evidente che un tale approccio semantico e semiologico ci conduce ad una visione aspramente maschilista e retrograda di questa fase del percorso biopsicofisico della donna.
Potremmo aspettarci altro da una cultura che riconosce, tollera ed inneggia all’amore omoerotico verso giovanetti e corifei del simposio, ma reclude la donna nei ginecei affidandole la mera funzione di essere dotato di utero dove contenere il seme maschile per fini gestazionali?
La donna nella sua potenza e pericolosità sessuale è da evitare o da emarginare nei boschi, nei riti dionisiaci, dove appunto si perde la misura ed il controllo. Quale peggiore condizione per l’archetipo di uomo razionale, che permane fino alla contemporaneità, della perdita del controllo e della virtù?
Non andò, di sicuro, meglio a noi donne in epoca romana imperiale quando era addirittura proibito l’aborto e veniva dato un premio alle donne più prolifiche. Tralasciamo l’epoca buia del Medioevo dove il connubio donna/ peccato divenne cavallo di battaglia della Chiesa e irreprensibilmente perseguito e represso dalla Santa Inquisizione nei processi e nei roghi a povere donne colpevoli soltanto di non essere povere ma insolentemente ed istintivamente ricche di intelligenza ed esperte di natura e medicina rudimentale ma empirica.
E che dire dell’Ebraismo e dell’Islamismo che vietano, nelle declinazioni più ortodosse, anche la mera stretta di mano con una donna perché potrebbe essere mestruata e quindi impura al pari della carne suina?
Ma non siamo stati certamente più evoluti o meno fondamentalisti noi cristiani, se negli anni 40 nella mia natia campagna veneta le mie nonne dopo i parti venivano sottoposte all’umiliazione della benedizione purificatrice davanti alla chiesa, tassativamente fuori l’edificio sacro, prima di essere ricondotte ed ammesse all’interno al cospetto di Dio.
E che dire della tua affascinante e mistica Sicilia, ricca più di Sante che di stelle, dove il sangue verginale dei corredi candidi matrimoniali veniva esposto sui balconi di buon mattino come le reliquie di qualche martire sugli altari barocchi inebrianti d’incenso alla folla adorante.
Ma, allora, se un evento tanto pericoloso, immondo e impuro come il sanguinamento mestruale ad un certo momento cessa, si dissolve, si autoelimina dovremmo esultare e gioire di euforia. Invece…..
Invece eccoci qui catalogate come vecchie, acide, appesantite, depresse lunatiche, incapaci di deporre uova, ma nemmeno assunte al rango consolatorio di un buon brodo, come recita il noto ed antico adagio.
Noi siamo in quanto femmine della Specie umana meno degne di rispetto di una gallina.
Analizzerei la questione da un aspetto meramente biologico. Da questo punto di vista ci soccorre la pragmatica lingua tedesca. Qui il termine menopausa viene indicato “Wechseljahre”, che letteralmente si traduce in anni del cambiamento.
Biologicamente ci troviamo difronte ad un cambiamento ormonale.

Punto e basta.
Non mi addentrerei in elucubrazioni mediche e scientifiche perché la natura abbia deciso così. D’altra parte la nostra ricerca medico/scientifica dai suoi albori fino ad oggi è stata diretta e dettata da medici maschi, ginecologi maschi che, udite udite, non sanno nemmeno definire, inquadrare e spiegare, nè dal punto di vista anatomico, nè dal punto di vista funzionale l’oggetto misterioso della nostra storia evolutiva.

Cos’è?

Non ci arriverai mai nemmeno tu, mio caro psicoanalista freudiano.
E come potresti amico mio…..

Ti hanno plasmato le teorie di un signore ebreo viennese che ha impostato tutto su un fallo e tutto diventa determinante, commisurato e rapportato alla differenza tra averlo o non averlo.
Non avendolo noi donne a cosa siamo destinate?

A desiderarne uno?????
Ma quando mai!!!!!!

E’ la solita vecchia storiella resa un po più piccante per inserirci nel solito millenario schema: fare figli!!!!
L’oggetto misterioso non identificato è il clitoride!
Non ci crederai, ma esiste una società Svizzera che in cooperazione con ginecologi di mezza Europa ha analizzato e catalogato migliaia di clitoridi per giungere a faustissime conclusioni. Premetto che sono stati costruiti dei modelli anatomici 3D in gomma per permettere ai ginecologi di colmare le evidenti lacune degli ultimi secoli.
So di scardinare le tue certezze, tu abituato a ragionare tra il primitivo/primordiale orgasmo clitorideo e il più maturo ed evoluto orgasmo vaginale, (che per raggiungerlo guarda caso serve un membro maschile).

Lo sai che un clitoride ha più terminazioni nervose di un fallo, che è mediamente lungo 10-12 cm, che non ha tempi refrattari?

Se vogliamo ragionare per paragoni, ammetterai che paragoni non ghe n’è!
(ringrazio il lockdown per le serate passate davanti alle tele guardando meravigliosi documentari tedeschi, che la benpensante e cattolica Italia trasmetterebbe forse alle 3 del mattino, facendo crollare comunque gli ascolti).
Caro Freud, anche tu quanto maschilista sei stato, ovvio d’altronde eri ebreo, quindi discendente di una donna nata da una costola di un uomo, punita per l’oltraggio del voler sapere, guarda caso, con il dolore del parto.
Uguale quale strada prendiamo…..
Ecco qui il solito tema spinoso: la procreazione.
Ma perc tra tutte le specie viventi, almeno sulla Terra, solo noi femmine umane, con le scimpanzé e le balene, andiamo in menopausa?
C’è stato di sicuro qualche inghippo nella nostra storia evolutiva.
Non da ultimo si era pensato alla teoria della nonna: le donne avrebbero cessato di essere fertili per prendersi cura dei cuccioli del branco, assumendo una funzione di protezione, crescita ed educazione dei piccoli, lasciando la funzione procreativa agli esemplari più giovani, con un patrimonio genetico per così dire “più fresco”.
Orbene secondo una recente e coraggiosa ricerca canadese la colpa sarebbe solo di voi maschi.
Non trovando alcuna spiegazione biologica soddisfacente per l’incepparsi del nostro equilibrio ormonale, questi ricercatori hanno supposto un adattamento evolutivo ad un impulso antropologico. La teoria della nonna, infatti, cozza contro un principio fondamentale della conservazione della specie, selezionando geni che portano alla sterilità della menopausa, anziché garantire la fertilità al maggior numero di femmine possibile e indipendentemente dalla loro età.
I ricercatori hanno capovolto i parametri della questione supponendo non che la menopausa abbia portato le donne meno giovani all’impossibilità di procreare, ma che la mancanza di accoppiamenti abbia favorito l’insorgere della menopausa. La mancata riproduzione delle donne meno giovani sarebbe stata dettata dalla preferenza dei maschi di accoppiarsi con le donne più giovani. Quindi non tiriamo in ballo la selezione naturale, ma semplicemente è stata FORSE allora come oggi una scelta del maschio.
Uguale da che prospettiva analizziamo la questione, la menopausa resta un rompicapo biologico, evolutivo e antropologico.
Non scopriremo mai cosa sarebbe avvenuto se le donne più anziane avessero deciso di riprodursi con maschi più giovani.
Ma dagli albori dell’umanità ad oggi rimaniamo comunque ostaggi di un postulato errato ovvero accoppiamento = procreazione.
Forse ora sono maturi i tempi per una nuova equazione: accoppiamento= piacere, almeno alla nostra latitudine. Nell’altra meta del mondo, infatti, continuano le mutilazioni genitali e i corpi nascosti dai burqa.
Ma ritorniamo al nostro punto di partenza, caro Salvo.
In primis, cari maschi, chiaritevi le idee e stipulate un trattato di pace con le nostre mestruazioni: per metà della nostra vita ci deridete per la sindrome premestruale e per le Rosse e per l’altra metà ci condannate all’indifferenza perché non le abbiamo più.
Con la menopausa perdiamo semplicemente la possibilità di procreare. Ma restiamo donne affascinanti, intelligenti, travolgenti e libere tremendamente e follemente libere, ma soprattutto diventiamo potenti, molto potenti.
Non siamo più sottomesse al vincolo procreativo, possiamo decidere come quando e perché fare l’amore semplicemente per piacere.
Diventiamo sagge, estremamente sagge, perché il cambiamento fisico e psichico ci tempra, rafforza e ci fa diventare più consapevoli e padrone di noi stesse. Non dobbiamo più scendere nell’agone per accaparrarci l’uomo con le caratteristiche genetiche migliori…..lasciamolo pure alle più giovani. Vogliamo un uomo forte e meraviglioso con un cuore, un’anima e un cervello che sappia amare le nostre rughe, i nostri silenzi, il nostro sorriso, i nostri capelli argento, che ti comunico non tingo orgogliosamente più. Abbiano una forza magnetica potentissima, siamo Medea, Medusa, la Sirena, l‘Amazzone, la Sibilla, la Baccante, la Curandera, la Sciamana, la Strega.
Non è il potere consolatorio e ovattato del matriarcato che presuppone comunque una visione esclusivamente materna di noi donne.
E, se voi uomini non ci guardate più o se non ci odorate più perché ora abbiamo ormoni più simili ai vostri, noi non ci abbattiamo…..non necessariamente ci serve un fallo….. A voi la natura lascia gli spermatozoi, ma il vostro pene non sempre vi obbedisce e latita. Noi abbiamo un mondo tutto da scoprire con o senza di voi….. La natura ci toglie la riserva ovarica, ma ci lascia il clitoride!!!

P. S. Quanto al cervello, ne siamo dotati entrambi, maschi e femmine, teniamolo in allenamento amico mio:-)

Con affetto un’amica in premenopausa senza istruzioni d’uso.

Margherita Leone Grieco

AVVELENATA

O Cicirinella,

tu con il tuo poco valor

rinnovelli disperato dolor

che mi preme il cor

già pur pensando,

ancor pria ch’io ne favelli.

Ma,

se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia a chi si fa soltanto i vezzi suoi,

parlare e lacrimare udrai insieme.

Espongo e mi espongo.

Noto è il giardino di pietra bianca,

Noto è il fiore barocco all’occhiello del mondo,

Noto è una e unica,

Noto è meglio di dio,

Noto è carica di dolore nei suoi scalpellini

morti nei secoli di tisi e silicosi,

Noto è carica di dolore nelle sue suore di Chiara,

figlie alienate della nobiltà e rinchiuse a vita in conventi bianchi,

Noto è carica di carrettieri che fanno i loro bisogni nel vallone

e riempiono di vespe i borghi e le contrade,

Noto è carica di braccianti e mezzadri,

di valvassori e valvassini,

di sindacalisti martiri della nobiltà mafiosa,

Noto è una cosa seria,

Noto si nomina con la bocca umile e pura,

Noto è Noto con la sua storia e la sua gente.

Eppure,

sintiti, sintiti, picciotti e picciutteddri,

un giorno,

un giorno dei nostri giorni,

ahi fero giorno,

a Noto arriva nel casale sciccoso la spocchia dell’infondatezza,

il quasi nulla mischiato con il quasi niente,

un quasi tutto senza,

arriva Cicirinella con il suo cane.

Comandi, signora, ciprie e colonie coty.

I sesterzi abbondano nelle tasche stultorum.

Io pagherò,

io pagherò,

io pagherò,

pagherò perché io posso pagare anche le mille e una notte a notte.

Eh no,

mia cara,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire urbi et orbi come la papessa Giovanna

che non volevi pagare il conto,

dovevi dirlo,

o Cicirinella,

tu dovevi dire a tutti i Siciliani

che salti i fossi in un sol boccone,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire ai tuoi mistici seguaci webbosi

che balli nelle stalle

e sguazzi nella melma

quando ti pare e piace,

a volontè come la maionese Calvè.

Altro che sotto le stelle a cazzeggiare,

guadagnando fior dei nostri skei par nient!

Sentite, sentite.

A un certo punto ipsa dixit.

Nel fiore di pietra c’è tanta spazzatura,

va documentata e denunciata.

Ma va?

Dici sul serio?

Credimi, non lo sapevamo.

Credimi,

mia cara Cicirinella,

noi che siamo di casa nel giardino di pietra

non c’eravamo accorti di tanta ignominia,

di cotanto degrado,

di altrettanta mafiosità.

Allora,

chiama all’uopo la inutile notizia che striscia,

chiama la bassotta di Le petit,

chiama il don Chisciotte e la panza di Sancho,

ma tu dovevi pagare il conto,

dovevi dire alla gente del mondo

che non hai pagato il conto,

che ti sei occultata anzitempo e senza garbo,

alla chetichella,

alla cretinella.

Vedi,

Cicirinella,

se onoravi il tuo debito,

noi ti credevamo,

ma il conto tu non l’hai pagato

e ti tocca mangiare il biasimo della malafede

con cui concili il pubblico con il privato.

E poi?

Te la prendi con il povero sindaco,

con la polizia e i caramba,

con l’Enel e la nettezza urbana,

con l’agenzia immobiliare e i padroni del borgo.

Tu non sai che noi siciliani caghiamo sempre tosto

e alla spazzatura,

all’inferno,

al malcostume,

all’inciviltà,

ci siamo abituati,

ci sguazziamo,

ci imprittiamo nel cotidie.

Cosa vuoi che sia una strada piena di merda?

C’è di meglio per la vergine cuccia

che aveva vilmente segnato di lieve nota

il piede villano del servo.

Ti abbiamo dato un ragazzo colorato e mattutino per i tuoi rifiuti.

Ma tu dovevi pagare il conto

prima di raccontarci la tua buona novella,

la tua scoperta dell’America.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

cara furbacchietta,

dovevi pagare il conto,

non dovevi partire alla rinfusa,

quatta, quatta, cheta, cheta,

per poi insolentire noi siciliani

che di nostro, mi ripeto, caghiamo sempre tosto e ogni giorno

tra il sole,

tra il mare,

tra la spazzatura,

la nostra spazzatura e quella altrui,

noi che abbiamo fatto piazzare dal buon Angelo da Milan,

anni cinquanta,

le bombe delle raffinerie ai piedi delle nostre città,

la spazzatura chimica degli USA da Augusta a Siracusa,

e le abbiamo messe al posto delle spiagge dorate,

al posto dei ricci di mare e dei pesci cavaliere,

al posto delle arance e dei mandarini,

al posto delle aragoste e degli astici.

Ma non basta!

Sappilo o donna Silvana,

femina silvarun,

queste bombe continuiamo a metterle.

Non ci siamo ancora rassegnati anche nella completa autodistruzione.

Errare è umano,

perseverare e riperseverare è siculo e sicano.

Ma Cicirinella tutto questo non lo sa

e pensa ai lazzi suoi.

E noi,

figli delle stalle che non sappiamo ballare,

che viviamo in mezzo alla spazzatura

insieme ai nostri poveri sindaci e amministratori,

noi che siamo buoni e cattivi,

maleodoranti e sempre sudati,

noi inascoltati profeti della povera gente,

noi,

emeriti imbecilli,

aspettiamo te,

aspettiamo la tua estrosa boccaccia allampanata,

pendiamo dalle tue labbra furtive e procaci,

per sentirci dire che la tua vergine cuccia ha sofferto,

che l’ENEL è astenica e psicosomatica,

che ci sono tanti mafiosi in giro nei comuni e nei privé,

che hai dormito in macchina per il caldo d’eccezione.

Ma noi non pendiamo più dalle tue ivvereconde parole,

noi siamo goliardi,

abbiamo studiato Legge e Medicina all’università di Catania,

anche Filosofia,

abbiamo lavato le palle dell’elefante nella omonima piazza dopo la laurea,

noi ti gridiamo in coro dopo l’ennesima tua laureata castroneria:

cagona,

cagona,

cagona del buco del cul,

vaffancul,

vaffancul,

vaffancul!”

Viva il fiore di pietra e i suoi nobili amministratori,

viva la gente per bene che vi abita,

viva la gente per male che vi abita,

viva tutti i cani che vi abitano,

viva tutti i bambini che hanno respirato

e respirano le arie infette della Exo e della Sincat,

poscia Montedison,

della russa, gelida, putiniana Lukoil.

In attesa dell’aria pura,

Noto, ad maiora!

Ma sbrigati,

per favore,

affinché un’altra Cicirinella non arrivi nella nostra barocca Anarchia

a rompere i coglioni per i cazzi suoi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2021

 

 

 

 

 

 

IN NOME DEL PADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mio padre.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.

Ho pianto con lui.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.

Poi mi sono svegliata.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

Questo è il sogno di Marinella.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mio padre.”

Il Padre è un archetipo, il simbolo universale a cui si ascrivono il principio e il primato maschili, il potere ufficiale perché nelle varie culture il potere ufficioso è riconosciuto alla Madre, il principio femminile. Il Padre è l’autorità autorevole in una con il “principio del dovere”. Marinella esordisce in sogno con il padre, “mio padre”, il suo simbolo individuale che si esalta nell’essere collettivo e universale. Eppure era suo padre quell’uomo che ha toccato e vissuto in carne e ossa e che per lei infante, bambina senza parola, per lei adolescente vezzosa e sempre per lei donna già fatta ha rappresentato l’oggetto di tanti investimenti psichici e di tante peripezie immaginative. Il padre è stato il primo uomo a cui si è appellato il suo corpo quando aveva bisogno di forza e di sicurezza di fronte alla realtà fuori dalle porte di casa. Il padre è stato il primo uomo che ha amato e desiderato. Il padre è stato quel senso del limite e del vietato che ha arricchito il suo spirito di libertà e il suo desiderio di autonomia. Et cetera, et cetera, et cetera. Marinella rievoca in sogno il padre e con lui si relaziona in un personale e delicato contesto affettivo. La semplicità domina questo sogno e questo primo quadretto dalle profondità psichiche appena accennate e intraviste.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.”

Marinella si è collegata alla sua origine e alla radice dei suoi tanti significati psicologici, il padre, e lo trova “più basso” e “molto sofferente”. E’ importante averlo trovato dentro di sé tra le tante rimozioni e gli inquietanti “fantasmi” che affollano i piani bassi della Psiche, i nostri sgabuzzini e i nostri dimenticatoi, le nostre cantine e le nostre taverne. E’ importante e bello averlo trovato o meglio averlo ritrovato. E’ cosa giusta e degna rivolgere al padre quello sguardo indagatore e quello spirito critico che lui ci ha donato e che con lui non ha mai funzionato quando era in vita a causa della sacralità di cui era investito e a causa del carisma incarnato. Il padre di Marinella non è alto come una torre slanciata verso il cielo, così come l’aveva vissuto lei bambina, non è la raffigurazione del potere imponente e rassicurante, questo padre è “diventato più basso” e questo tratto lo rende accessibile nelle sue debolezze e nella sua concreta realtà umana. Marinella l’aveva vissuto alto e mistico, un oggetto misterioso a due passi da Dio, e adesso lo avvicina alla sua umanità di figlia devota e lo vive “basso”, a portata di mano tramite il dolore del lutto e l’impossibilità di averlo fuori in carne e ossa come da bambina, da adolescente, da donna, da madre. Ma ancora non basta, perché Marinella vive in sogno un padre “molto sofferente”, un uomo piegato nel corpo e nella vitalità. Questa è una “proiezione” difensiva nei riguardi del padre del materiale psichico che la figlia sta vivendo, dello stato esistenziale in cui si trova e della sofferenza che contraddistingue i suoi sensi e i suoi sentimenti in questo preciso momento storico. Il padre aiuta la figlia proprio disponendosi come schermo su cui proiettare la propria identità e parte dei conflitti e dei dolori in atto. Meglio, la figlia si fa aiutare dal padre attraverso questa operazione difensiva di “proiezione”. Marinella sa che le sue radici sono anche nel padre e che la sua identità psichica è fatta anche di padre, per cui chiedere il suo aiuto è una richiesta nobile e umanissima di riconoscimento e di riconoscenza. La “sofferenza” si traduce nel portarsi addosso problemi irrisolti e conflitti consapevoli, l’essere “più basso” dà il senso dei pesi che opprimono l’attualità psichica e che la figlia proietta nel padre.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.”

Marinella esprime il suo bisogno e il suo desiderio di avere il padre a sua disposizione per potergli parlare e per sentire il suo affetto e la sua partecipazione emotiva alla problematica in atto. Marinella cerca la vicinanza del padre per sorbire la sua sicurezza e la sua forza, per questo motivo lo fa sedere e gli mette in bocca il suadente invito di avvicinarsi. Chissà quante volte da bambina e da signorina Marinella ha desiderato questo incontro ravvicinato e questa solidarietà benefica, questa disposizione psichica e questa complicità affettiva. Adesso in sogno può chiamare il padre in aiuto e può realizzare i suoi desideri e appagare i suoi bisogni. La “sedia” conferma l’autorità paterna, “l’avvicinarmi” ribadisce l’affetto e il sentimento di una figlia che non naviga in acque prospere e rassicuranti nel mare della sua vita.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.”

La “proiezione” difensiva dall’angoscia nel padre si attua e si definisce nella tristezza e nell’inutilità retorica di minimizzare la gravità della situazione. Marinella dice a se stessa di prendere coscienza della sua malattia esistenziale e della possibilità di non farcela a superare la dolorosa contingenza. La morte evocata da Marinella si traduce nella sofferta problematica che deve affrontare e nella consapevolezza dei dati dello psicodramma che si sta recitando nel teatro della sua psiche. Marinella decide di non raccontarsela e di non giustificare e assolvere, opta per guardare in faccia la triste verità dei fatti che sta vivendo e subendo, decide di affrontare la verità nuda e cruda come si presenta ai suoi occhi senza ammantarla di giustificazioni improvvide e poco generose nei suoi riguardi. Marinella prende in mano le sorti della sua persona e della sua vita in questo doloroso momento. Si spera che il sogno chiarisca nel prosieguo la qualità del trauma e la trama del travaglio.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.”

Finalmente Marinella ha trovato la buona compagnia di se stessa, finalmente Marinella si affida a sé e abbraccia in pieno la sua causa senza lasciarsi confondere e appesantire dalle altrui osservazioni improvvide e fuori luogo. Marinella ha capito che la questione deve affrontarla in prima persona perché riguarda solo lei e nessun altro può mettersi al suo posto. Marinella abbraccia se stessa e solidarizza con quella parte di sé che ancora è vigile e attenta a concedersi una migliore sopravvivenza con il minor danno. “Le lacrime agli occhi” del padre sono la difensiva “proiezione” delle lacrime della figlia, della “catarsi” del suo dolore e della sua sofferenza, mentre l’abbraccio è un abbracciarsi, un prendersi finalmente amorevole cura della propria persona secondo le linee di un prezioso “amor fati”. Il padre abbraccia la figlia e la figlia si fa abbracciare dal padre per ricevere empaticamente quella forza che le serve per affrontare la pesante situazione in cui versa. Si attende ancora la descrizione del trauma in corso nella psiche della protagonista.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.”

La questione psichica si manifesta nel bisogno e non nei dati reali. Marinella ha tanto bisogno di essere amata e di essere protetta, ha tanto bisogno di amore e di fusione. Marinella non racconta i fatti, ma li lascia supporre. La carenza affettiva è notevole, la donna è sola e la solidarietà le manca. Marinella ha subito qualche torto affettivo e qualche offesa ai suoi sentimenti. Marinella è stata tradita nei suoi valori e nei suoi bisogni di donna, per cui proietta nel padre quello che desidera, essere voluta bene ed essere amorevolmente accudita e protetta dall’ingiustizia e dalla crudeltà.

Ho pianto con lui.”

Marinella cerca la condivisione del dolore e della sofferenza, cerca quella solidarietà che si sente con l’umana unione. Le lacrime sono le parole del dolore che si manifestano l’una dietro l’altra per formare il dialogo della comprensione. Il pianto è catartico nel suo essere in prima istanza una scarica isterica delle tensioni accumulate e che non possono essere più gestite nell’intensità della loro carica dal sistema nervoso centrale. Le lacrime sono i regali del sentimento d’amore e le sentinelle del dolore. La comunione delle emozioni e degli intenti è la migliore panacea ai mali dell’anima innamorata. Piangere insieme equivale simbolicamente a un atto erotico basato su un orgasmo da dividere in parti uguali.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.”

Questo è il desiderio di Marinella: avere un riscontro al suo sentimento d’amore, una risultanza concreta e non effimera ai suoi investimenti affettivi, un risultato vero e non soltanto sperato. La condivisione e la “corrispondenza d’amorosi sensi”, di cui scriveva il poeta, sono la risposta alla desolazione della solitudine e della precarietà, del non sentirsi giusta e del sentirsi fuori posto. Il miracolo, operato dal ritrovamento del padre dopo anni di lutto, sembra aprire le porte alla “razionalizzazione della perdita”, sembra che Marinella si sia svegliata all’improvviso e si sia accorta che il padre non c’è più, che il padre è morto e non lo rivedrà mai più. Ma quanti lutti si celebrano e quanti padri si perdono nel lungo cammino della vita. Uno di questi può essere la perdita affettiva di una persona cara senza che necessariamente sia morta. E questi sono i lutti che feriscono e queste sono le ferite che faticano a rimarginare.

Poi mi sono svegliata.”

Il sogno è finito, andate in pace e così sia. Marinella pone fine al trambusto onirico sul padre defunto e al suo bisogno in atto di avere un uomo che la ami con dignità e condivisione.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

I padri che riescono a finire cento anni di vita sono rari, ma basta una vita degna per amare i figli e una dignità vera per amare le donne che sono state figlie di padri veramente degni di questo nome.

L’interpretazione del sogno delicato e traslato di Marinella può finire con queste note leggermente tristi e sicuramente riflessive.

ETERORITRATTO

“Come sei bello
con i grandi occhi circassi,
benevoli e insieme furenti,
le labbra piene di carne e parole,
il viso d’argilla aperto al sole,
la barba antica come una statua greca.
Come sei bello,
profumi di rosmarino della memoria.”

Io non sono questo,
io sono l’Altro,
io non sono io
e tanto meno il mio linguaggio.
Il linguaggio non è mio,
è dell’Altro,
è sempre dell’Altro.
Benvenuto mio Altro
visto che io sono il linguaggio dell’Altro.
Ma se io sono il linguaggio dell’Altro,
tu,
mia numinosa concubina,
sei la Maja vestida e desnuda
che non ha consapevolezza dei suoi vizi e delle sue virtù,
come dei suoi abiti e dei suoi costumi,
i suoi boni mores,
disconosci il tuo Verbo,
sei muta come una campana senza campanile e senza sacrestano,
non profferisci parola
come il bambino contenuto nella mamma freezer di Bettelheim,
il superstite incallito dell’olocausto,
l’ebreo errante al di sopra della vita e della morte,
tu sei l’Afrodite cnidia
che confonde il coniugale con il congiuntivo
avvolta nel suo marmo pentelico.
Tu vuoi un Io
che non abita più qui.
Quell’Io che tu cercavi,
adesso ristagna in Grecia,
presso la fonte di Pirene nell’antica Corinto.
Si chiama Narciso.
Questi è colui
che fece il gran rifiuto,
il disdegno superbo della bellissima Eco,
la povera ninfa senza voce
che ancora invoca il suo perduto amore
annegato nella fonte della vanità,
alle radici delle vanità,
tra le vanitas vanitatum della fonte Aretusa
nell’isoletta di Ortigia
che ancora mena vanto del suo splendore
tra l’incuria e l’indifferenza degli indigeni.
Narciso è morto,
Narciso si è ammazzato con il pugnale,
Narciso si è annegato nella fonte,
Narciso non c’è più.
Narciso è autospirato
mentre Eco ruffiana intratteneva Era
per lasciare Zeus scopare a destra e a manca
le dee e le ninfe,
le capre e i cavoletti di Bruxelles,
i cigni e le anatre all’arancia,
le mucche e le salsicce di Longo & Attardi
presso I Piaceri della carne della mia Belvedere,
del mio vallone Carancino
dove Anapo pose la sua vergogna di fiume innamorato.
Ma Era la punì.
Era le tolse il verbo,
le parole,
l’uso e l’abuso delle parole,
la condannò a ripetere soltanto le ultime sillabe
delle parole degli altri,
quelle che sentiva per caso
e che poteva cavalcare al volo
per dire a Narciso mille volte “quanto ti amo”.
“…to …i …mo”,
“…to…i…mo!”.
Ma il linguaggio era dell’altro.
E allora,
Eco implora:
“dammi le tue ultime parole
raccontandomi la storia bella di un uomo e di una donna
che si amano senza parole
dopo le ultime parole raccattate nell’agorà di Atene.”
Eco piange e si prosciuga.
Di lei resta la voce
che echeggia nelle gole dei monti Iblei,
quelli del buon miele di zagara e di gaggia,
e nelle colline di Pieve di Soligo,
quelle delle viti di Prosecco,
dei mille veleni che oggi abitano
dentro un buon bicchiere di vino dalle micidiali bollicine.
Questa è la vendetta di Nemesi:
innamorarsi di se stessi,
non mangiare,
non bere,
dipendere,
straziarsi,
morire,
per lasciare ai posteri uno splendido fiore,
il fior di Narciso per i capelli di tante splendide Eco.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 03, 2021

TIRITERA POPOLANA

Uno vale uno,
due vale due,
tre vale tre,
quattro vale quattro.
Also sprach er puffo.
Les jeux sont faits,
madames et monsieurs,
rien ne va plus.
Alors il a parlè er buffo.
Uno vale il punto,
due è la linea retta,
tre è il triangolo,
quattro è il tetraedro.
Etsi milese sior Pitagora.
Les jeux sont faits,
madames et monsieurs,
rien ne va plus.
Il puffo e il buffo vanno in casin.
Uno vale il principio,
due sono la mamma e il papà,
tre è la trinità dei monti,
quattro è la realtà.
Ita dixit il nano tinto in brass alla saffica.
Les jeux sont faits,
madames et monsieurs,
rien ne va plus.
Così parlò Zaratustra ai due loschi compari.
Ita locuti sunt per profetas ruffiani
e ancora pesano il prezzo della vergogna
mostrandosi nella pubblica impudicizia.
Quanto pesa il pudore dell’onta?
Un munnio vale un munnio,
quattro munnia valgono un tumminu,
quattru tummini valgono na samma,
quattru sammi valgono un peripacchiu,
quattru peripacchiu fanno due sgummati.
Lu periziali è arrivato
e i giochi sono ormai fatti.
Lu periziali si è affacciato sulla sua televisione
e ha sorriso con i capelli unti di pomata per le scarpe
e scomposti dal vento del niente
e ricomposti dal vento del nulla.
A questo punto chi si vuole confessare
si presenti nella garitta numero P2.
Lì c’è padre Tamarindo da Arezzo
che vi confesserà.
Il puffo e il buffo hanno incontrato il pacioccone
con il suo faccione largo di magnaccione nullafacente
e insieme hanno tra l’erbetta al volo sorpreso gentil farfalletta
che tutta giuliva cantava:
“Teresa,
Teresa,
ti ho presa,
ti ho presa!
Ti ho presa
proprio quando mi hai dato quella rosa,
rosa rossa,
e mi hai detto che prima di me non avevi amato mai,
che eri vergine, insomma.
Ma,
dopo il primo bacio ti sei tirata indietro
perché non era il caso di continuare.
“Lassem perder e avanti un altro”,
hai detto questa volta tra te e te.
In questo mondo bugiardo,
con un governo ladro e in odore di fritto misto di paranza,
i giornali impazzano,
le tv indocent et indecent,
i vaccini s’incazzano,
i politici e gli opinionisti occupano immantinente il posto
che lasci libero al cinema e nel teatro della vita.
Sempre gli stessi!
Sempre le stesse stronzate!
Ogni sera sullo schermo a colori si ripetono come le zecche
e si replicano come le pulci sulla schiena del gatto Pietro.
Così sbarcano il lunario
e si riempiono la cornucopia.
E allora?
Che dolor, che dolor!
Rien ne va plus vraiment,
madames et monsieurs,
nonché lacchè e basabanchi,
critici dei mestieri e delle arti,
dopo carosello e in tanta malora andè tutti a cagher,
a cagare insomma.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

NON DISPERARE

Ieri era un oggi di tanti anni fa,

un giorno magico da festeggiare

tra parole e silenzi,

sorrisi e risate,

ricordi e desideri,

nostalgie e tumulti.

Il cibo scorreva imperioso e burlone

sulla nostra tavola di rustico legno,

come i simboli migliori nelle poesie bellissime degli augusti poeti,

come le casse da morto dei poveri di spirito,

a ricordare le nostre identità di modesti figli di Zeus

che ricercano con desiderio pudico e immorale

quel quando saremo ancora insieme

a godere di un oggi presente e reale,

quello appena appena vissuto,

quello appena appena consumato,

un oggi consunto talmente vero e potente

da farci il bagno nelle giornate dell’ardente Agosto

nella baia di Brucoli putrida di turisti increduli,

sotto le stelle infami e invidiose,

sotto il solleone feroce e africano,

sotto noi due in cerca di sontuoso feeling.

Quante cose volevamo dire e fare prima di morire

per colmare le lacune

che il tempo bastardo

aveva infilato nella nostra povera memoria

tra il chi eravamo e il chi siamo,

noi,

sempre noi,

i figli di quelle luminose stelle

che da lassù, sornione, ci stanno a guardare

e da quaggiù, preziose, si lasciano ancora amare.

E mentre ti parlo,

le tue ceneri mute mi dicono di non disperare.

Passi sicuri sui freschi sentieri,

parole nude dei nostri pensieri,

di memorie spente dal tempo

a fare la mente leggera.

Era ieri,

ma già ora è un altro dì

ad accusare la solitudine di tante ore,

dove gli occhi e il cuore

guardano ansiosi

a sperare altre nuove.

Attesa vana a volte pare,

ma tanta forza dice di non disperare

che la luce ritornerà.”

La luce ritornerà ancora domani,

ci sarà un altro giorno,

ci sarà un altro dì e un’altra notte,

ci sarà un altro sole e un’altra luna,

ci saranno ancora anche senza di te e senza di me.

Ma dimmi,

orsù e per sempre,

cosa ci fai alle otto del mattino e vestito di bianco

sul marciapiede della linda stazione di Conegliano,

proprio tu che da Augusta hai preso il treno per Roma

e vestito di nero?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 07, 2021

IO E MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso. Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Questo sogno appartiene a Koncetta.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.”

E’ sempre un piacere per me interpretare un sogno, in specie se possiede il travaglio psichico e culturale di Koncetta, una serie di conflitti psicodinamici assolutamente naturali.

Ricordo che nel mio lunghissimo viaggio di ricerca sul sogno sono partito dall’interpretazione umanistica per approdare a quella strettamente psicologica di scuola psicoanalitica. Oggi mi trovo ancora a viaggiare in territori non meno tranquilli, quelli che stanno tra la Poesia e il Sogno. Domani navigherò sul mare tempestoso su cui fluisce il Sogno e la Morte.

Mi sono evoluto come Koncetta e ancora è tutto in discussione.

Comunque, è sempre un piacere.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.”

Koncetta regredisce temporalmente e sviluppa la tematica conflittuale della sua adolescenza, della sua identità psichica, del suo spirito materno, delle sue difficoltà esistenziali, della sua solitudine, della sua carenza affettiva.

Quanta roba simbolica in poche righe!

Chiaramente Koncetta parla di sé anche quando parla del “fratellino”; quest’ultimo le serve per sviluppare la sua pulsione affettiva, i suoi investimenti di “libido genitale”, l’energia più buona, più bella e più giusta: amare se stessi e gli altri. Proprio lei che è “orfana” e “mulatta” e “immigrata”, nel senso di “sola”, “diversa” e “solitaria”, proprio Koncetta esordisce con una carta psichica di identità che abbraccia la sua prima infanzia per trasportarsi nel tempo attuale. Del resto, la formazione psichica in universale avviene proprio nei primi anni di vita, infanzia e adolescenza. Il “ritardo lieve del fratellino” è un semplice complesso d’inferiorità di Koncetta in riguardo al registro mentale e intellettivo. Della “casa abbandonata” e del “luogo isolato nella campagna” ho detto in precedenza, ma la metafora della struttura psichica di Koncetta, la “casa” e della difficoltà a relazionarsi, il “luogo”, sono apprezzabilissime per la loro carica poetica elaborata e immessa dai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” e dello “spostamento”. Il Sogno è nella sua essenza Poesia.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.”

Il meccanismo psichico della “compensazione” viene in soccorso di Koncetta in tanta desolazione psichica ed esistenziale, “zona tetra” abitata nell’infanzia e nell’adolescenza quando si formano le umane “organizzazioni psichiche”, e colora con la “cittadina” e il “mare” gli abbozzi di un miglioramento delle relazioni sociali e del mondo psicologico. Koncetta è cresciuta e ha recuperato gli schemi psichici della socializzazione e delle relazioni significative. Koncetta vive in sodalizio e in accudimento con il fratello manifestando la sua duttilità psichica e le sue capacità di adattamento, oltre che di concretezza: “fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate”. Con i pattini Koncetta scorre sulla realtà psichica e relazionale in atto.

Va benissimo aver recuperato la tanta pregressa desolante difficoltà umana ed esistenziale. Le risorse non mancano a questa donna “immigrata”, “mulatta” e “orfana”. Koncetta si sta evolvendo verso il meglio consentito dalle situazioni che sta vivendo.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.”

Fa sempre capolino nel sogno il “fantasma” dell’isolamento e della solitudine. Koncetta si lascia quasi rifiutare dagli altri per compensare le sue difficoltà a inserirsi nel gruppo. L’aggressività di tanto sconforto è la ciliegina sulla torta: “tirare sassi alle vetrine” o rifiuto della propria immagine, “prendere a calci i bidoni” o scarico l’aggressività verso gli altri per via traslata. “Siamo due bambini” è la giustificazione e l’assoluzione di questo disagio psichico per la conflittuale accettazione di sé e dello status umano. Koncetta sta svolgendo in sogno il suo sforzo di accettarsi e di farsi accettare e lo inserisce in un quadro di amore materno verso il “fratellino” bisognoso di cure e di protezione. In effetti, il “fratellino” è sempre Koncetta che ama se stessa, il suo amor proprio e la sua autostima in crescita, il recupero di sè.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso.

Ecco l’amor proprio e il recupero della consapevolezza delle sue capacità di affermazione e d’azione!

Le lamentele, in specie le auto-lamentazioni, sono inutili e non servono perché Koncetta ha le carte in regola per la sua evoluzione psichica ed esistenziale, per formare la sua “organizzazione psichica” e ripulirla dai sensi di colpa e dalle recriminazioni contro gli altri e il mondo infame che l’ha rifiutata e discriminata. Koncetta ha recuperato se stessa, si è data da fare per sistemare i suoi conflitti e le sue angosce, la “casa fatiscente” anche se conserva l’orgoglio delle sue radici e le nobilita, “sublimazione”, al meglio possibile, “faccio ciò che posso”. Ritorna il quadro di una donna che si è data tanto da fare nella sua evoluzione psichica, sociale e culturale, umana per dirla con una sola parola e quella giusta per l’appunto. Spicca sempre la “libido genitale”, l’istinto materno verso il suo essere stata una bambina in grande difficoltà esistenziali. Questa “genitalità” si allarga alla sua dimensione psichica materna. Koncetta è una buona madre di se stessa e dei suoi figli, tutti rappresentati nel sogno simbolicamente nella figura del “fratellino”.

Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.”

Questa è la classica rappresentazione onirica della “parte negativa del fantasma della madre”, la strega, “la donna vecchia e acida”, la madre che uccide con l’anaffettività e abbandona, che discaccia e “odia”. Questa rappresentazione appartiene a Koncetta ed è una parte del “fantasma della madre”, quella “negativa” che ha elaborato nella sua primissima infanzia, primo anno di vita per la precisione, quando la sua mente pensava e usava soltanto il meccanismo della scissione, lo “splitting”. L’esperienza affettiva di Koncetta con la madre è stata estremamente problematica e conflittuale: è “orfana”, senza madre e padre. Del resto, nel sogno ha un fratello che tratta come figlio dimostrando una ottima “libido genitale” negli investimenti. Koncetta è stata costretta dalle esperienze della sua vita a maturare prima del tempo e soprattutto in riguardo alla sua femminilità e al suo esser donna: ha accudito e amato un fratello. Nei fatti è possibile, nel sogno il fratello è la “proiezione” della sua bambina, della cura che ha riservato alla sua persona per sopravvivere in un mondo adulto particolarmente disastrato e moralmente discutibile. Si spiega il ricorso ai “servizi sociali”, una minaccia e un episodio reale che sono immaginate nel sogno per attestare della precarietà etica in cui la sua famiglia viveva. Il demone è la figura materna. Insomma, Koncetta ha maturato importanti carenze affettive e si è riscattata amandosi.

Ben fatto!

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.”

Questa è la carica aggressiva del sentimento dell’odio, la difesa di Koncetta di se stessa e del fratellino nella forma dell’uccisione della vecchia, aggravata dallo scempio del corpo e dall’occultamento del cadavere nella forma del seppellimento “sotto ad un albero”. Koncetta può fare questo in sogno perché si rafforza con la difesa del “fratello”. Raddoppia se stessa nella donna e nella bambina, difende la sua realtà femminile e la sua realtà psichica di bambina indifesa. Koncetta uccide simbolicamente la madre per sopravvivere, per non soccombere ai colpi mortali della madre fredda e priva di affetti vitali. Il meccanismo onirico della “figurabilità” si presenta e offre a Koncetta la possibilità di dipingere la liberazione dalla madre, il riscatto dalla crudeltà materna. In sostanza, Koncetta ha risolto la sua “posizione edipica” secondo la formula dello “uccidi il padre e la madre”. E’ lontana, almeno per ora, dal salvifico “riconosci il padre e la madre” e non contempla la formula “onora il padre e la madre”. Il tutto a prescindere dalla realtà familiare di Koncetta, perché si parla espressamente dei suoi vissuti personali e originali. Mi spiego: Koncetta può anche non avere avuto una famiglia, come il sogno suggerisce, ma ha elaborato ugualmente dentro di lei le figure del padre e della madre. Per difendere se stessa, si è rafforzata e si è sbarazzata della madre cattiva, come nelle migliori fiabe. In tal modo Koncetta è maturata prematuramente nell’amore di sé e degli altri, nella “posizione genitale”. Questo è il viaggio che vivono le donne anzitempo responsabilizzate e abbandonate a se stesse, come nelle migliori famiglie piene di ghiaccio e di qualsiasi latitudine e longitudine. Non c’entra niente il fatto che Koncetta è “immigrata”, “mulatta” e “orfana”, il vissuto verso la madre è fortemente vivo e vivace nel versante conflittuale. Ancora: la simbologia del “seppellire” non si traduce in “rimozione”, dimenticare per sopravvivere, tutt’altro, è la scarica dell’odio mortifero verso una figura particolarmente importante e significativa che è stata vissuta in maniera negativa.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Il misfatto è compiuto, andate momentaneamente in pace. Il senso di colpa è soffocato dal vantaggio ottenuto con questa risoluzione aggressiva nei riguardi della figura materna. Koncetta odia la madre crudele e sopravvive alla sua assenza. Ma i salmi non finiscono sempre in gloria, a volte si concludono con il ritorno sulla scena del defunto sotto la forma e la veste di un fac-simile, di una figura equivalente ed equipollente a testimoniare che i “fantasmi” che espelliamo dalla porta prima o poi rientrano dalla finestra proprio quando meno ce ne accorgiamo, quando abbassiamo le difese psichiche. “Passa del tempo in cui siamo sereni”: i meccanismi e i processi psichici di difesa dall’angoscia hanno fatto il loro dovere, hanno funzionato bene e hanno contenuto la carica nervosa legata al senso di colpa, In questo caso il meccanismo inquisito è la “rimozione”. Koncetta si è dimenticata del vissuto negativo e del sentimento annesso al “fantasma della madre”, poi un episodio qualsiasi lo ha rievocato fungendo da causa scatenante dell’affioramento, meglio del “ritorno del rimosso”. Si traduce in questo modo “finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa”. Ma ancora non basta: il “Super-Io”, “i poliziotti”, di Koncetta non ce la fa a reggere il peso della colpa, per cui esige immediatamente la punizione, esige di pagare il fio, esige di espiare il tragico reato. Koncetta spia dalla finestra, sente riemergere il ricordo del vissuto rimosso in riguardo alla madre, “l’hanno seppellita là”, e non può fare a meno di riconoscere che la “rimozione” non ha funzionato perché adesso la sua istanza psichica repressiva, il “Super-Io”, esige l’espiazione della colpa, la condanna. Il prosieguo del sogno di Koncetta è sempre più intrigato e intrigante, ma lineare e comprensibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.”

Potrei dire che questa è l’allegoria, la psicodinamica simbolica, del meccanismo principe di difesa dall’angoscia, la “rimozione”, il seppellire, mentre in disseppellire equivale pari pari al “ritorno del rimosso” per cause scatenanti occasionali e alla “presa di coscienza” del rimosso affluito. Quest’ultima impedisce al materiale psichico emerso dal profondo di trasformarsi soprattutto in un doloroso sintomo e per l’appunto psicosomatico. Koncetta prende coscienza e razionalizza la sua tremenda aggressività nei riguardi della figura materna, rivede la sua “posizione edipica” e passa al riconoscimento della madre per quelli che sono stati i suoi vissuti e al di là della effettiva consistenza esistenziale della augusta e improvvida genitrice. Ripeto che i figli degli immigrati sono costretti a una emancipazione rapida dalle figure genitoriali per motivi culturali e politici che non sto a discutere, perché porterebbero il mio discorso su altri versanti che non attengono la decodificazione del sogno di Koncetta. Voglio, però, sottolineare come il sogno è uguale per tutti ed è la base di ogni democrazia diretta alla Greca o alla Rousseau. Usiamo tutti gli stessi “meccanismi” e trattiamo i dati personali con le stesse capacità creative: Poesia.

Torno al sogno.

Koncetta dopo aver vissuto il “ritorno del rimosso” in riguardo alla madre, può prendere consapevolezza e razionalizzare la sua “posizione edipica” o subirlo e convertirlo in sintomo, insomma questo “ritorno del rimosso” è formativo in qualsiasi modo, ma bisogna trattarlo in maniera che sia il meno traumatico e logorante possibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume”. Koncetta si serve dell’acqua di “un fiume”, simbolo di vita che si evolve, “tutto scorre” di Eraclito, per ripulire i sensi di colpa della sua avversione mortifera verso la figura materna: “catarsi” greca della colpa dopo la “ubris”, il peccato originale dei Greci, l’ira e il turbamento dell’equilibrio voluto dagli dei. Koncetta inserisce i suoi nuovi vissuti riparatori nella sua struttura psichica, “meglio “organizzazione”, e compatta la sua persona e la sua personalità per darsi all’azione nel mondo sociale e nelle relazioni significative. Koncetta è sempre accompagnata dal “fratellino”, il suo alleato e il suo rafforzamento per portare alla superficie un trauma di quel tipo: l’uccisione psichica della madre. Koncetta capisce che è un danno gratuito e auto-procurato, per cui intelligentemente passa alla riesumazione delle “ossa”, unica condizione per provare qualcosa e sempre a se stessa e no di certo agli altri e tanto meno al mitico fratellino orfano, mulatto e abbandonato.

Si può procedere verso il capolavoro psichico del sogno di Koncetta.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.”

Allora, ritorna l’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” di Koncetta a esigere la giusta punizione per pagare il fio della colpa orrenda del simbolico e psichico matricidio. Koncetta non è contenta della risoluzione data in precedenza e persiste nell’analisi del suo quadro psichico in atto. Koncetta si analizza e sente che il vissuto pregresso sulla madre è il suo punto debole e che non può trovare il suo giusto equilibrio tra spinte e contro-spinte se non mette a tacere dentro di lei il “fantasma della parte negativa della madre” e se non risolve al meglio la sua “posizione edipica”. Koncetta è inquieta e irrequieta a causa della psiconevrosi scatenata dal conflitto con la figura materna e allora le pensa tutte. Pensa che la “catarsi della colpa” del “fiume” non sia sufficiente a placare la tensione nervosa, la sua rabbia verso questa figura assente nella sua vita e quanto meno molto spartana, per cui, sempre insieme al suo alleato “fratello”, esperimenta la possibilità di pagare il fio della colpa proprio morendo, uccidendo quella parte di sé che tanto aveva osato in passato nei riguardi di una figura sacra come la madre. La “stazione” e il “treno” sono simboli di distacco, di partenza e di fine, insomma evocano il “fantasma di morte”, così come la fuga verso la morte per anaffettività è stato il rischio frequente corso da Koncetta. Si è dovuta amare da sola e amando la proiezione di se stessa, il “fratello”, questo meraviglioso oggetto transferale su cui condensa e investe tutte le sue buone energie per sopravvivere. Insomma, Koncetta si sta dicendo in sogno che ha rischiato di morire per mancanza d’amore e che è uscita da questa condizione d’inedia amandosi in maniera “genitale” senza scadere nel narcisismo.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Il conto è stato saldato. Koncetta ha espiato le sue colpe. La madre cattiva elaborata nel suo “fantasma” al riguardo è stata buttata sotto il treno secondo le linee di un rito espiatorio primordiale, ma la nostra eroina non soccombe, tutt’altro risorge a nuova vita, rinasce, nasce a nuova vita dopo essersi buttata “sotto” e trapassa verso un “sopra” molto vitale e finalmente libero da colpe e da “fantasmi”.

Questa è la traduzione simbolica di “dopo sto nuotando”.

I tre puntini di sospensione tra “sotto” e “dopo” sono il capolavoro onirico di Koncetta.

Tutto bene quel che finisce bene.

Grazie Koncetta e al prossimo sogno con piacere!