IL CAMMINO DI SANTIAGO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero appena arrivata alla mia meta dopo un lungo viaggio a piedi e compiuto con passo calmo ma costante.

Il paesaggio era collinare e i colori predominanti quelli dell’imbrunire o dell’alba, dunque dorato e buio, con le ombre lunghe.

Era una meta anche di altri viaggiatori, camminatori, come la fine del Cammino di Santiago.

Il posto di arrivo era una comunità e c’era la sensazione che quella non era la fine, ma una continuazione.”

Questo è il bellissimo e interessantissimo sogno di Libera.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero appena arrivata alla mia meta dopo un lungo viaggio a piedi e compiuto con passo calmo ma costante.”

Donna Libera è libera di nome e di fatto. Almeno mi piace pensarla così prima di addentrarmi nei meandri del suo bel sogno, un prodotto sicuramente psichico e specificamente filosofico a conferma della democratica valenza speculativa, oltre che poetica, della funzione onirica. Dormendo e sognando riusciamo a pensare i temi universali attribuiti storicamente alla Filosofia e a formularli secondo canoni poetici. E così Libera arriva alla “meta” del suo “lungo” e travagliato “viaggio”. Alla fine della sua vita s’impatta con la morte e mantiene la calma e la costanza che hanno contraddistinto la sua vita. Si sa che il “viaggio” è la metafora della vita e dell’esercizio del vivere. Si sa che la “mia meta” rappresenta la mia fine del viaggio o della vita: la mia morte. La vita di Libera si è snodata con la giusta fatica degli onesti e con la calma fiduciosa dei costanti, di coloro che segnano il loro cammino con passi ritmati e ben impressi sul terreno a voler testimoniare che hanno ben vissuto e attraversato con gusto pieno le varie esperienze della loro vita. Libera ha ben vissuto le tappe della sua vita e adesso si dispone bene verso la sua morte: naturale eutanasia. Giunta alla fine del suo pacato e deciso cammino, Libera cerca la morte buona, bella e giusta, quella che non viene vissuta come una irreparabile perdita, ma come una naturale evoluzione del vivere e magari con il rischio o il pregio che sia la conclusione naturale del ciclo vitale e del metaforico viaggio: di poi, il nulla eterno che nell’umano mentale consorzio è sempre un qualcosa.

Il paesaggio era collinare e i colori predominanti quelli dell’imbrunire o dell’alba, dunque dorato e buio, con le ombre lunghe.”

La morte non è un’irreparabile e assurda perdita, così come la vita non è un filosofico andare verso la morte. La vita di Libera non è stata contrassegnata dai “fantasmi” depressivi, ma dalla Bellezza, dall’Estetica, dal gusto del Bello e del Sublime che soltanto l’Arte dona all’uomo che a essa si apre e si dedica nella sua ricerca esistenziale senza filare dietro al pessimismo e alle brutture dell’angoscia di una morte tre volte “in”: ineffabile, insostenibile, ineludibile. Libera è supportata alla fine del cammino di vita dalla sua sensibilità estetica, dalle sue tendenze a vedere in se stessa la funzione della Bellezza e nella natura l’incarnazione della Bellezza. La vita vissuta si colora delle sensazioni e dei sentimenti che Libera ha sperimentato nelle mille esperienze di acquisto e di perdita, di vitalità e di caduta dell’energia, della ricchezza e della penuria della “libido”. Libera si è proiettata nel futuro con i piedi ben saldi sul presente e ha prolungato il gusto delle esperienze vissute fino al massimo consentito dalle umane leggi psicofisiche. Una saggezza buddista governa Libera nel suo trovare l’alba dentro l’imbrunire e nell’individuare i colori della fine nei colori dell’inizio seguendo sempre l’andamento collinare del suo vivere, fatto di alti e bassi umorali, di salite e di discese psichiche, di sublimazioni e di materializzazioni difensive sempre di quell’angoscia che rappresenta per ogni uomo la “malattia mortale” per eccellenza. Ricordo che le “ombre” si allungano all’alba e al tramonto, ma per convenzione simbolica l’alba va verso la vita e il tramonto va verso la morte. La filosofia di Libera è diametralmente opposta all’Esistenzialismo e al Pessimismo che lo ha segnato come malattia culturale collettiva dopo le tre tremende guerre della prima metà del Novecento. La filosofia naturale di Libera è il Giusnaturalismo che celebra il trionfo della Vita con tutto l’Ottimismo che l’essere vivente può concepire. Vedo Libera prossima al Buddismo e liberamente diretta verso quel traguardo senza maestri e senza insegnamenti specifici di setta o di scuola. Bontà dell’umano sognare che rivela la democrazia della Poesia, della Filosofia e dell’Arte di vivere secondo natura e secondo realistico buon senso.

Era una meta anche di altri viaggiatori, camminatori, come la fine del Cammino di Santiago.”

A questo viaggio di Libera verso la morte e in onore dell’amor fati manca la sofferenza che il Buddismo esige in prima istanza come essenza del vivente. La “volontà di vivere” di Arthur Schopenhauer non è presente nel mondo pacato e responsabile della protagonista del sogno: tutt’altro! I “camminatori” sono tanti e tanti, altri assieme ad altri e tutti insieme per raggiungere la meta, “la fine del cammino di Santiago”, la fine della vita. Libera è una cittadina del mondo ed è una donna della società umana: il cosmopolitismo si coniuga in lei con l’umanità solidale e l’umanità diversa. Tutti gli uomini sono uniti dai corpi e dal viaggio biologico e sociale dei corpi, dalle due gambe che consentono di essere “camminatori”, uomini del mondo che viaggiano la loro vita arrivando al mistero sacro della fine di quel viaggio. E già la fine del viaggio ha una sua sacralità fondata sul senso del mistero e sull’esaltazione della materia vivente che include proprio la fine del viaggio, la morte buona, la morte bella, la morte giusta. Il viaggio ha una valenza etica ed estetica e in questi attributi trova la sua giustificazione e il suo riscatto. Non tutti gli uomini sono “camminatori” nell’esperienza esistenziale di Libera, ma la diversità arricchisce e non è motivo di esclusione e di emarginazione.

Il posto di arrivo era una comunità e c’era la sensazione che quella non era la fine, ma una continuazione.”

La koinè greca, il senso di essere cittadini del mondo e di partecipare al comune destino, è “il posto di arrivo” di quel viaggio che sembra aver fine e che, dalla consapevolezza di essere in tanti e in troppi e in quasi tutti e in tutti, trova il senso del mistero che si apre verso una metamorfosi, una continuazione della vita e del “viaggio” in altre forme e in altro modo. La comunità “pneumatica” di Kierkegaard, spirituale o delle anime, viene rievocata da Libera senza la coscienza di sognare il sogno di un altro, il suo sogno già sognato da altri e magari dato alle stampe filosofiche, ma la comunità sociale di Libera tende all’universalità perché tutti gli uomini sono viaggiatori e camminatori anche se non tutti hanno la coscienza di tanto nobile andare e di tanto inesausto progredire. Ma questa mancanza non è selettiva e non ha il sapore dell’esclusione. “C’era la sensazione”, ma non c’era la certezza. Libera offre questa chiosa filosofica per comunicare che il pendolo della vita oscilla per i consapevoli “camminatori” tra il dubbio e la verità del dubbio. La “scepsi” universale si conferma la forma di verità migliore possibile per la Logica e per l’Etica umane.

Grazie a Libera per aver sognato gli spunti psichici e filosofici di tutta l’umanità e per aver confermato, qualora ce ne fosse stato bisogno, quella comune matrice che, al di là delle differenze culturali, lega tutti gli uomini nella comunità e nella comunanza, nella dignità e nel valore.

Anche quando nulla chiede in noi di continuare a vivere, la Vita si afferma sempre nella Filogenesi. Ci saranno ancora altri uomini a rivivere e a trasmettere la meravigliosa comunione degli amorosi sensi che visibilmente lega le generazioni.

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