DEDICATO AD ANDREA

Caro amico,
da tempo non ti si vede per le calli della marca trevigiana,
terra di conti, marchesi, vassalli, valvassori e valvassini,
terra di servi della gleba in odore di borghesia rurale,
terra dei futuri miracoli industriali, visibili e invisibili,
terra dei miracolati del nordest storico e geografico,
terra della Liga stupida e crudele e dei crumiri mercanti della lana,
terra dello spritz frizzante al Campari e dello spiedo alla salvia lucens,
terra della grappa da bus che inciucca e ingroppa,
terra del tiramisù inventato dalla maitresse del casino di Cae de oro,
terra delle buone e belle fritoe da gustare soltanto a Carnevale.
Da tempo non giri per i sestrieri e i campielli di Venessia,
non girovaghi per i porteghi e i sottoporteghi di Cannaregio,
per i ghetti degli Ebrei e i vicoli della Giudecca,
non senti gli olezzi maligni della laguna
e delle fogne a cielo aperto nel nostro patrimonio umano e collettivo.
Da tempo il basco blu non copre la tua testa sopraffina,
i tuoi pensieri arditi di alpino mancato e di pacifista ostinato,
il tuo credo profondo di socialista devoto a Pietro e non a Bettino,
le tue idee felliniane di dolce vita e bianciardiane di vita agra,
i tuoi modi austeri di antico poeta e di modico contadino.
Finalmente non odori più di Nobel.
In culo gli Svedesi e tutti i ruffiani dei Vikinghi!
In mona le Accademie moleste e i conventi televisivi!
In stramona gli intellettuali di destra e di sinistra!
Tu eri troppo timido e modesto
per le ciurme infami degli avventurieri e dei pirati.
Ormai tu puzzi del sego dei nobili di cuore,
dei veri criatori di sensi e di significati,
di significanti e di neologismi,
di metafore argute e di allegorie saltate in quattro padelle,
di suoni molesti e di verba quae sapiunt,
parole sincere che sanno e hanno un sapore,
come il lesso di bue con il kren nell’osteria di Lino,
in quel di Solighetto,
come lo speo di pollo e costesine de maial nella trattoria della Clemy,
in quel di Labella in Follina.
Il camposanto di Collalto è la tua umile dimora
e alla gente onesta di campagna va ancora il tuo santo ritornello:

“pin piedin,
paladin,
pin penin,
mascareto,
dolze è il viso de la femena bea
che jeri jera putea.”

E noi?
Noi come facciamo senza di te?

Fen, fene?
Fon, fone?
Fasen, fasene?
Fasòn, fasone?

Noialtri canten co ti e co a siora Lily de Pieve
nel filò che si celebra stasera
nella stalla dei siori Zanzotto a Col san Martin.

Fen a Biadén,
fene a Biadene,
fon a Piavòn,
fone a Piavone,
fasen a Piovén,
fasene a Piovene,
fasòn a Cisòn,
fasone a Cisone.

Ahimè, ahimè!
Gente & gente accorrete!
Orsù, fé presto!
Il poeta è morto come la Toti,
il sacrestano Bepy insemenio spara le campane a morto
contro il cielo amaranto di Pieve di Soligo,
il popolo nobile si toglie il logoro cappello di feltro nero
e allaccia il miglior tabarro, sempre nero, per la festa,
la banda suona una intrigante mazurca di periferia,
una donna innamorata mormora la sua cantilena
come una nenia antica di rurale virtù,
una litania a metà tra il sacro e il puttano,
una canzone pop e comunista del miglior Vasco,
una marcia funebre da quaranta carati
con tanto di carro funebre e di cavalli neri
che seminano sul selciato palle di merda gialla
e odorosa di fieno fresco,
quello proprio di giornata,
come le uova della Bepa da Cadoneghe.
Il filò ritorna nelle promesse
e nelle speranze di questa donna innamorata,
un femenon intonacato di bianco con la falce lucente e affilata,
un femenon avvezzo ai tristi congedi,
una donna cannone sempre prona alle fusioni oscene
e senza compromessi tra le cosce.

Pin Penin,
fureghin,
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa.
Le xe le comedie e i zoghessi de chèo
che jeri la jera putèo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 02, 2021

Post scriptum sempre di parole

Oh bambino,
piccolo e piccolino,
monellaccio e monellino,
tu che giochi con i bottoni di madreperla
e li cuci con il filo nella tua vesticciola,
tu che hai un pettine per pettinarti
e anche i nastrini e la cordella
per legare i codini dei tuoi capelli d’oro.
Queste erano le azioni,
questi erano i giochini di quell’omino
che ieri era bambino.

Varda che affari!
Il ragazzo promette bene,
il tosat va bene a scola,
ha la capacità di cogliere i valori del significante,
una naturale virtù dettata dalla sua vena musicale campagnola,
dai rumori che percepiva sin dal soggiorno nel grembo materno.
Varda, varda!
Il dovene promette ancor meglio,
va al Liceo classico Flaminio di Vittorio veneto,
sa di greco e di latino,
non tira sassi alle piante e in specie ai biancastri platani
che da Pieve portano a Solighetto in un unico filar.
Il giovane conosce Lacan e Chomsky,
l’è amigo de la Toti,
la Dal Monte, la soprano Antonietta Meneghel,

quea che piase anca al porzel de Gabriele.
Il dovene se la fa a Roma con Federico da Rimini
e le sue donne da salotto e da circo,
spupazza parole di tutte le risme
come dame dell’Ottocento in profumo di cipria
per coprire le naturali puzze,
presto sarà poeta affermato e conclamato in Campidoglio
con tanto di corona d’alloro
e di pennas de granturco e di biada.
Vana è l’attesa,
come tutte le vanitates vanitatum
di cui il poeta riempie il carrello del Despar,
del Conad,
dell’Eurospin,
del Lidl,
del Visotto di Oderzo,
del Penny market,
del Panorama de Conejan.
Verrà la Morte e avrà i suoi occhi.
E’ venuta la Morte e aveva i suoi occhi.
La Vita è stata onorata,
come la sua storia.
Onore ai caduti!
Il Silenzio è fuori ordinanza.

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta,
le xe belesse da portar a nosse,
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 03, 2021

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

LETTERA CHIUSA AL MIO DOTTORE

Ciao merda globale!
Sai,
mi viene familiare chiamarti così di questi tempi
e non certo per un senso di disprezzo o di distacco.
Tutt’altro!
Tu sai quanto sono legata a te nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
nella dipendenza e nella libertà,
in carcere e in Tasmania.
Per me tu sei un brutto stronzo soltanto per affetto,
per tanto affetto ben riposto e mal retribuito.
Adesso non ti dirò che ti amo,
ma è assolutamente vero
che io sono legata a te dalla gioia e dal dolore,
dalla salute e dalla malattia,
dalla dipendenza e dalla libertà,
dal carcere e dalla Tasmania.
Anzi, è assolutamente verissimo.
Io oggi sto bene.
A me sembra banale star bene
e soprattutto mettermi a scrivere quando sto bene.
Ma cosa significa star bene?
Significa forse non pensare in maniera arrapata?
Significa forse non sentirsi angosciati,
disperati dentro e dispersi tutt’intorno?
Allora sì, pezzo di merda, io sto abbastanza bene.
Io oggi posso dire di stare abbastanza bene.
Ma oggi è molto più difficile esprimermi,
oggi io mi sento tanto vuota e insignificante
al punto che non riesco a trovare le parole
per esprimere i miei pensieri,
le mie emozioni,
le mie fantasie,
i miei sogni a occhi aperti,
le mie fandonie,
le mie verità.
Oggi mi manca il delirio e la possibilità di delirare.
Tutto è diventato niente
o è sempre stato semplicemente niente,
uno zero assoluto,
un vuoto inconsistente,
un nulla mischiato con il niente.
Però oggi sto abbastanza bene.
Ma cosa significa questo niente?
Ma cosa significa questo zero assoluto?
Ma cosa significa questo vuoto?
Significa forse non avere pensieri tumultuosi in testa?
Significa forse non avere nessuno slancio emotivo
per le cose che mi stanno intorno?
Significa essere spenta?
Allora sì, amico mio, sono vuota,
sono spenta e sto abbastanza bene.
Ma io sono morta.
Per stare bene sono morta.
Io sono una morta che sta bene.
Partecipo alle attività del Centro diurno dei matti
e lo faccio con interesse e con piacere,
lavoro in una serra il sabato e la domenica
e lo faccio abbastanza volentieri
perché so
che poi con i soldini mi posso comprare le sigarette.
A volte dipingo
e la cosa mi dà soddisfazione.
Sono diligente,
riconosco il potere,
riconosco il padre e la madre,
il cane e il gatto,
la merenda e la colazione,
insomma,
ci sono anch’io.
Stringi stringi, le cose, caro dottore, mi vanno abbastanza bene.
Ma all’improvviso che succede?
Succede che un amico di vecchia data viene a ritirare
il modulo del censimento
e si mette a parlare con mia sorella di un libro di Coelho
che è appoggiato sopra la libreria.
La conversazione si arricchisce sempre più
e interviene anche mia madre.
Parlano di spiritualità,
di quella forza e di quella energia che sta dentro ognuno di noi
e che ci serve per andare avanti
perché l’uomo ha bisogno di un credo,
qualunque esso sia,
altrimenti la vita si fa invivibile.
E io?
Io niente,
io non ho detto una parola
e in quel momento mi sentivo così inadeguata,
così vuota,
così senza niente dentro,
senza niente da dare e da dire,
incapace di partecipare alla conversazione.
Eppure anch’io una volta avevo qualcosa dentro,
avevo un credo, seppur religioso,
un credo che si basava su un dio
che mi dava la forza e l’energia,
la sicurezza di pormi di fronte agli altri
e il coraggio di fare certe scelte.
Adesso niente,
adesso non ho niente
perché io voglio pensare di poter essere qualcuno
e qualcosa senza alcun dio,
di poter essere uno qualsiasi e una qualsiasi,
ma senza alcun dio.
Forse questa è follia,
forse questa è presunzione.
Sicuramente Lucifero ci cova.
Questi sono discorsi luciferini.
Chissà se l’uomo può essere qualcuno e qualcosa senza un dio.
Ma chi è Dio?
E’ forse un qualcuno e un qualcosa che sta al di sopra di noi
e dove possiamo canalizzare le nostre energie?
Dio è un ideale, un credo, uno scopo?
Questo stramaledetto scopo, che io non riesco a trovare nella mia vita,
può chiamarsi Dio?
Ne ho parlato con Carmelo,
ma lui a dio non crede più da tempo.
Allora gli ho chiesto
perché qualche volta segue la messa in tivù
e lui mi ha risposto che lo fa per nostalgia.
Da bambino credeva in san Nicolò
e adesso è diventato grande
e alle illusioni di san Nicolò non può più credere
e questo gli crea nostalgia.
Ma allora dove spostare il mio ideale,
il mio scopo,
ammesso che io ne abbia uno?
Io non ho energie da investire
perché sono ghettizzata in questa situazione psichiatrica
e da qui non ne esco.
Ho bisogno di spiritualità,
ambisco il mistico,
ma qui tutto è troppo concreto,
tutto è troppo presente,
tutto è troppo medicinale
e so
che soltanto così io posso vivere.
Ma così potrei anche morire,
morire dentro.
E allora?
Che faccio?
“Fottiti!”
Allora fottiti anche tu, brutto stronzo,
visto che io mi sono ormai fottuta da sola.

Salvatore Vallone

Venezia, 21, 10, 1986

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

dedicata alla mai abbastanza compianta Mara Eli
chiedendo aiuto a Orazio

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu,
mia bellissima donna,
sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra
e si pavoneggia
in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada
la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo
e non dormo
nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi
a ricevere quel mio fuoco nascosto
che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone

pose dolente in Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

SCHIZZI MEMORABILI DEL PRINCIPE DI LAMPEDUSA

IL TERREMOTO DI MESSINA

La figura materna viene nuovamente richiamata e senza modificazioni qualitative di rilievo nella rievocazione del disastroso sisma che distrusse la città di Messina il giorno 28 del mese di dicembre dell’anno 1908.
L’emozione legata al ricordo del tragico terremoto è associata a un altro macabro simbolo di morte: il grande pendolo inglese del nonno ancora fermo all’ora del sisma, le fatali cinque e venti.
Segue ancora un’immagine di distacco affettivo e di separazione: il ricordo del pranzo solitario dei nonni, quasi a sottolineare il fatto che i cibi, simboli di affetto, non erano condivisi in famiglia.
Di poi viene presentata l’irruzione dello zio Ferdinando, il quale annuncia la tragedia familiare: tra le tante vittime del terremoto di Messina il buon Dio ha voluto con sé le anime aristocratiche della zia, sorella della madre, e del marito.
A questo punto della dolorosa rievocazione si stacca la figura del cugino, coetaneo e improvvisamente orfano; la solitudine non è un fatto di vita oggettiva e di presenza esteriore, ma una questione di vita interiore e di dimensione psichica.
L’orfano Tancredi nel “Gattopardo” sarà la degna riedizione di questo cugino, a testimonianza di quanto si possa essere colpiti durante l’infanzia da persone e fatti, che, non essendo adeguatamente rimossi o razionalizzati, si conservano nella psiche e spuntano senza coscienza al momento opportuno in altra sede e in altro contesto, una “Traslazione” che avviene sempre in maniera camuffata.

“Questo ricordo è visualmente assai meno vivace del primo, ma invece esso è dal punto di vista della “cosa avvenuta” assai più preciso.
Qualche giorno dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto il padre e la madre…Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato.
Vedo mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di astrakan moirè.”
“Racconti”; “I luoghi della mia prima infanzia”, edizione citata, pagina 100).

Il dolore della madre viene presentato dal principe come un vissuto affettato e di maniera; esso non è l’autentica espressione di un forte sentire dell’animo e di un coatto vibrare del corpo.
C’è sempre un oggetto o una serie di oggetti che stemperano i sentimenti e le sensazioni secondo le linee di un freddo e oggettivo “Verismo psichico” che distrae dalle emozioni intense e le raffredda mentre procede con il ricordo alla loro rievocazione e rappresentazione: la ”grande poltrona del salone verde” e la “corta mantellina di astrakan moiré” fungono da alleati nello stemperare e possibilmente stornare l’autenticità del dolore e nel renderlo formale.
In effetti si tratta di un meccanismo di difesa dall’angoscia proprio del principe di fronte alla riedizione del “Fantasma di Morte”, oltre che dell’esibizione ulteriore di un’immagine materna anaffettiva, una donna che, almeno nei vissuti del figlio, non riusciva a lasciarsi andare neanche al sentimento del dolore e a comunicare attraverso i canali psichici dell’affidamento e della sicurezza affettiva.
Una madre, del resto, che ha delegato l’educazione del figlio al mestiere di figure femminili estranee, induce a riflettere sul fatto che l’esercizio dell’amore non si può delegare, ma è da vivere in prima persona: l’amore è in prima istanza una sensazione e di poi anche un sentimento fantasmizzato nel bene e nel male secondo abbondanza o penuria.
Si noti il particolare e non indifferente dato sulla “continentalità” delle donne di servizio: la cameriera è piemontese e la bambinaia è senese in ossequio a un ambiguo buon costume dell’aristocrazia isolana, sempre protesa tra un’Italia da conquistare e una Sicilia da dimenticare.
A questo punto il principe di Lampedusa offre un altro ricordo del padre: uno sprezzante ammiccamento sessuale, riferito ai poveri terremotati che erano stati ospitati nella città di Palermo, un’insinuazione maligna che il bambino di dodici anni capiva benissimo.

“Ricordo anche come si andasse dicendo che i profughi che erano alloggiati da per tutto e anche nei palchi dei teatri si conducevano tra di loro” in modo molto indecente” e mio padre che diceva sorridendo:” hanno il desiderio di rimpiazzare i morti”- allusione che comprendevo benissimo”:
(Ibidem; pagina 101).

Eros e Thanatos si distinguono e si fondono secondo cadenzati ritmi e armonici cicli: una costante da premiata ditta, dal momento che “Il Gattopardo” è ricco di questi meta-psico-fisici apparenti contrasti.
In questo spaccato mnestico sugli incresciosi postumi del terremoto, la “Vita e la Morte” si rincorrono nella carica sessuale di una dialettica pulsionale indefinita, moralisticamente “indecente” per il modo volgare in cui questi strumenti procreativi si mettono al servizio del “Genio della Specie” oltre che dei loro feudatari: un “Eros” poco divino e troppo carnale che non sarebbe piaciuto a Platone, un “Eros” privo di quell’aristocratico distacco dalla “Vita dei Sensi” che degnamente gli compete.
Il principe di Lampedusa rielaborerà nel “Gattopardo” questa ambigua e inquietante reminiscenza dell’infanzia, traslandola malignamente dalla povera gente terremotata alla sua stessa classe sociale, quell’Aristocrazia deprivata di “Eros” e votata ormai a “Thanatos”, una casta in netto degrado genetico e determinata positivisticamente all’estinzione.
Questo dato è una conferma non solo del materiale psicologico parzialmente rimosso nella dimensione inconscia e della struttura fantasmica che si esprime elettivamente nella sublimata produzione estetica, ma anche della riedizione masochistica e mortifera dei fantasmi inscritti nella psiche del giovane principe e mai estinti da una adeguata “Razionalizzazione”, vivi, quindi, e dominanti anche in una forma disposta a tralignare sotto la sferzante angoscia della “Fine”.

“…: in quegli anni la frequenza dei matrimoni fra cugini, dettati da pigrizia sessuale e da calcoli terrieri, la scarsezza di proteine nell’alimentazione aggravata dall’abbondanza di amidacei, la mancanza totale di aria fresca e di movimento, avevano riempito i salotti di una turba di ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti; esse passavano il tempo raggrumate tra loro, lanciando solo corali richiami ai giovanotti impauriti, destinate sembrava soltanto a far da sfondo alle tre o quattro belle creature che…passavano scivolando come cigni su uno stagno fitto di ranocchie.
Più le vedeva e più si irritava;…gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederle a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo delle bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: ”Maria! Maria!” esclamavano perpetuamente quelle povere figliole…Il nome della Vergine invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne…”:
(“Il Gattopardo”; edizione citata, pagine 291 e 292).

“Pigrizia sessuale” e “calcoli terrieri” sono condensati di anaffettività e di incapacità di amare, mentre “scarsezza di proteine”, ”abbondanza di amidacei, ”mancanza di aria fresca e di movimento” denotano un sentire deterministico di stampo bio-positivistico; è degna di nota, inoltre, la misoginia espressa nel bieco disprezzo delle scimmiette ciangottanti e crinolinate.
La figura maschile è connotata significativamente soltanto dalla paura: ”giovanotti impauriti”.
Lo stesso tema, sottilmente intrecciato a già noti motivi psico-esistenziali, si è presentato nel brano di “Lighea” con il titolo “Il solo esemplare superstite”.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, dicembre, 2002

LA DISPENSA

Tu mi ricordi la nostra casa,
il nostro nonsochè,
la materia prima e primordiale dei filosofi
nel sempre verde trattato di Emilio Paolo Lamanna,
quel qualcosa di modica qualità
che si sente nel nostro quotidiano andare verso la Vita.
Tu mi ricordi le nostre poche semplici cose
che non si lasciano appassire nella superbia di un bel corpo
come le pansè di Renato Carosone,
che non si lasciano smarrire sul sedile del metrò di Parigi
insieme a le Figaro e alla baguette,
che non si lasciano ingannare dagli orpelli del savoir faire
in un ristorante di lusso con tanto di carta dei vini e di menù.
Le nostre poche semplici cose
non ascoltano la voce ingannevole del domani,
si nutrono di un sobrio e tenero presente
che riversa sulla tavola di legno antico fiori variopinti di campo
e grappoli maturi di sole che inebria il corpo e la mente,
gladioli naturali granata e miele di Sortino negli Iblei,
cardi mariano spinosi e imbellettati a ricamo certosino,
tenere olive argentate di pace e citrigne al punto giusto per il palato,
neri mirtilli di piante perenni e amarognole con retrogusto lento,
e poi carciofi,
cicorie,
tenerumi,
spinaci,
radicchi,
patate,
cipolle,
peperoni,
origano,
timo,
peperoncino,
borragine,
tarassachi,
senape,
pagnotte di pane come seni intonsi di donne devote ai santi,
fragoline di bosco arrossate e antiche come le favole
di Esopo,
di Fedro,
di Hans Christian,
di Gianni.
Così ho sognato la nostra dispensa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

LA CASA RIARREDATA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Sonia

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di correre per strada scalza, in slip e canottiera con un odometro (quell’arnese con la ruota usato dai geometri per misurare le distanze).”

Sonia si trova in quella fase dell’esistenza in cui la vita invita a una riflessione degna del miglior filosofo tedesco o di Thomas Mann. Sonia ama la libertà e soprattutto sentirsi libera, è insofferente ai divieti e ai tabù, alle preclusioni e alle inibizioni. Sta bene, sta veramente bene. Sta vivendo in libertà e sta riflettendo sul cammin di sua vita. E’ questa l’esigenza della donna, “correre per strada scalza”, tirare fuori la sua “parte psichica maschile” e prendere in mano le redini della sua vita, tirare fuori finalmente gli attributi e vivere alla grande riflettendo e con le giuste e naturali difese sessuali e affettive: “in slip e canottiera con un odometro”.

Buona corsa!

Era buio e, correndo, dovevo entrare nella strada dove abitano i miei genitori, ma sono andata oltre e mi sono passati vicino su un motorino due uomini di colore dalle intenzioni malevoli nei miei confronti (o almeno è quello che io credevo).”

Lo stato di coscienza è obnubilato, crepuscolare. La vigilanza vacilla, ma la vena riflessiva è a mille. Viene meglio pensarsi al “buio” anche perché l’interesse precipuo di Sonia è quello di fare un tagliando psichico, di revisionarsi nei pezzi e negli ingranaggi. “Correndo” rivisita la sua vita in famiglia senza dare la minima impressione di “regredire”, di tornare indietro a “posizioni” già vissute della sua evoluzione psichica per motivi difensivi dall’angoscia dell’oggi. E’ “andata oltre”, per il momento non ha recriminazioni da fare a se stessa e ai suoi augusti genitori, per cui la strada al “buio” si lascia correre bene e in maniera eccitante. Sonia è in uno stato proficuo di benessere psicofisico, si sente addosso una buona dose di “libido genitale” e una gran voglia di far sesso. Correndo si è eccitata e ha proprio bisogno di un uomo doppio e di colore, simbolicamente attestandone la virilità più che la pericolosità sociale. Le intenzioni di Sonia su se stessa sono decisamente benevoli, si vuol bene e ha voglia di appagare i suoi istinti e i suoi desideri sessuali in maniera accentuata e inequivocabile. Tecnicamente si può dire che emergono le pulsioni dell’Es e le reazioni si colorano di rosso. L’istanza sessuale dice la sua e vuole conto e ragione delle sue richieste. L’Io deve dare una risposta a tanta domanda. Soprattutto l’Io deve mettere d’accordo le pulsioni dell’Es e i divieti del Super-Io che si è profilato nelle figure dei “genitori”. Sonia è in pieno trambusto dei sensi e in altrettanto pieno conflitto con le sue cosucce psichiche.

Vediamo dove va a parare.

Impaurita mi avvicino a dei poliziotti chiedendo aiuto, ma mi allontanano in malo modo dicendomi che se vado in giro svestita così, me li vado a cercare i guai.”

Adesso l’istanza censoria e limitante del Super-Io si è manifestata in carne e ossa nelle figure e nelle divise “dei poliziotti”. La richiesta d’aiuto si attesta nella paura morale, più che etica, nei divieti familiari e culturali, visto che ricorre a una simbologia istituzionale, i “poliziotti”, e con un “sos” dettato dal sentimento complesso della paura, “impaurita”. Sonia ha preso paura delle sue cariche erotiche e sessuali che sono emerse in sogno e si sono fomentate tra seduzione e dondolii in una cornice di rivisitazione della sua esistenza e del suo percorso di vita. Il “Super-Io” di Sonia è drastico e all’antica: del tipo “queste cose non si devono fare e tanto meno pensare. E poi, perché non usi bene la seduzione mettendoti addosso un vestito, usando delle modalità relazionali con esposizione ed esibizione, dei modi di essere da farsi desiderare?” Insomma il potere di una donna non è la nudità e l’offerta tacita e larvata di un corpo da portare in un amplesso molto mascolino, i “due uomini di colore dalle intenzioni malevole”. Il potere di una donna si colloca nel fascino che sa creare nell’altro e sicuramente in un maschio ben piantato. Svestita non vado bene, devo vestirmi per avere risultati migliori, devo farmi desiderare e non mostrare la mia disponibilità. I “guai” migliori sono quelli che si camuffano e che arrivano dietro una sottile e arguta regia: il fascino e la seduzione. Il Super-Io è giudizioso e l’Io non può che acconsentire. L’Es ne esce sacrificato, se qualcosa non cambia a livello di strategia psichica globale.

Sonia, pensaci tu!

Entro in una chiesa, non ho più l’odometro e sono normalmente vestita. Cerco un posto libero per me e il mio compagno (ma lì sono sola), non trovo nessun posto che mi soddisfi (ma posti liberi ce ne sono) e così me ne vado.”

Allora Sonia cambia la scena. In questi tempi di misura obbligata delle distanze viene a mancare l’odometro e il motorino dei due mori è scomparso per lasciare il posto alla “chiesa” e al desiderio di avere vicino il suo compagno. Sonia è irrequieta, prima era sessualmente eccitata, adesso ha “sublimato la libido genitale” e non si trova assolutamente bene in questa veste di suora novella, come il buon vino di febbraio. Adesso, in compenso, Sonia si è “normalmente vestita”, ha ripreso i suoi vecchi modi di essere, di esistere, di offrirsi, di relazionarsi e ha anche sentito il desiderio di avere vicino il suo compagno, l’uomo che non c’è quando si ha bisogno, l’uomo che Sonia non rende presente perché non sente il bisogno di averlo presente. I posti a sedere ci sono, ma Sonia non ha bisogno di ristagnare nella “sublimazione della libido” e specialmente dopo il promettente esordio nel sogno. E quest’uomo non fa al caso suo, non rientra nelle sue modalità innovative di essere e di esistere, non è il nuovo che avanza, è il vecchio e l’obsoleto che ritorna e che Sonia non gradisce assolutamente, tanto meno il suo Es con tutto il corredo di pulsioni erotiche e di desideri sessuali che si ritrova. Sonia non trova nessun posto che la soddisfi. Eppure i posti ci sono e sono tanti e sono liberi e sono in chiesa, ma Sonia è veramente attizzata dalla ricerca di cambiare e soprattutto dal non ricorrere alla “sublimazione” per risolvere la sua vitalità sessuale. Sonia è inappagata, non sta né in cielo, né in terra, né in nessun luogo, “nessun posto” la soddisfa. La “libido” aspira a una migliore soluzione.

Sonia, dove ci porti adesso con il tuo sogno?

Mi ritrovo a camminare sulla strada della mia ex casa coniugale. Titubante, entro, sperando di non essere vista.”

Nella strada della sua “ex casa coniugale” Sonia procede per associazione e alla “chiesa” dell’attuale stato psicofisico oppone la sua modalità di essere donna e di vivere la “libido” con il precedente uomo, l’ex marito. Sonia rivisita la sua dimensione di donna sposata e si scopre “titubante”, poco affermativa e poco sicura di sé, molto difesa e strutturata nella relazione coniugale, meglio, nella sua modalità psicofisica di essere e di esistere all’interno della relazione di coppia. Ecco, Sonia è attratta dalla questione femminile in riguardo allo stare in coppia. Qual’è il ruolo e la funzione della donna nel rapporto con l’uomo? Sonia accusa questa lacuna psicofisica, non ha imparato ed evoluto questi abiti e questi modi nella sua adolescenza e, di conseguenza, la sua evoluzione al femminile ha trovato una donna “scalza, in slip e in canottiera”, un ruolo precario e senza fascino, una parte poco seduttiva ed eccessivamente disinibita. Sonia non ha piena consapevolezza di questa “parte psichica di sé” che riguarda il potere della seduzione: “sperando di non essere vista”.

Il prosieguo del sogno deve essere illuminante.

Stranamente le porte sono tutte aperte. Intravedo da una porta l’attuale moglie del mio ex con sua figlia (che però sembra un maschio) che sono fuori in giardino, lei ha dei capelli folti e molto ricci (non è così nella realtà); lei non mi vede.”

Sonia sta visitando la sua dimensione maritale di donna. La speranza di non essere vista si evolve nella certezza che “lei non mi vede”. Lei è l’altra, quella attuale del suo ex, quella che ha preso il suo posto coniugale e che ha una figlia che sembra un maschio. Loro sono “fuori in giardino”, si espongono, si offrono, socializzano, hanno “stranamente le porte tutte aperte”. Lei ha tante idee e anche sofisticate. Questa donna è l’immagine ideale di Sonia, una donna disinibita e appagata nella maternità e molto capricciosa, seduttiva nel dire e nel fare, fascinosa e vaporosa come i suoi “capelli”, le sue idee innovative. Nella realtà quella donna dell’ex non è proprio così perché quella è Sonia, l’immagine ideale di Sonia, la donna che avrebbe voluto essere e che non è stata almeno fino a questo momento. Ma l’istinto è buono e la tensione a migliorarsi altrettanto. Non resta che provarci sotto la spinta della nuova condizione di donna che, rivisitando la sua vecchia storia, può attingere le novità desiderate e archiviare gli errori commessi dentro e fuori. Bisogna aprire le porte, bisogna farsi vedere, bisogna far crescere i capelli e fare possibilmente le “meches” sui tanti ricci spuntati come idee nuove, come pensieri prepotenti e positivi.

Quale parte della sua casa psichica Sonia andrà a visitare in sogno?

Entro nella cucina, ma sembra essere diventato un salottino con tende rosse e arancioni svolazzanti dall’aspetto orientaleggiante. A guardare bene vedo qualche mobile da cucina e fornelli e penso che sia stata ri-arredata in modo strano e non consono.”

La cucina è immancabile ed è immancabilmente la zona degli affetti, la parte psichica deputata all’esercizio delle relazioni significative e dei sentimenti di solidarietà e di partecipazione, la vita dei legami psichici ispirati alle buone intenzioni dell’amore, la zona dello scambio e del commercio psichici, l’area degli affetti e della comunicazione. Sonia nota subito che non è la cucina di una volta, rileva subito che è stata trasformata in “un salottino” esotico con una formalità estetica e relazionale. E gli affetti non sono più quelli di una volta e l’amore non si scambia in maniera “genitale”, senza nulla chiedere in contraccambio, ma si smercia secondo modalità di apparente vivacità e prive di sostanza. La vita affettiva è stata “ri-arredata”, è stata riadattata alle nuove persone e alle nuove evenienze con originalità, ma senza tradizione. Gli affetti si scambiano all’impronta e non hanno la sostanza delle radici e la continuità della famiglia. Il suo ex si è dato alle novità del tempo, magari si è risposato con una donna straniera e di cultura diversa, magari ha cambiato arredamento per dimenticare e dare spinta alla voglia di nuovo e di originale. Tutto questo è materiale psichico di Sonia “proiettato” per difesa sul suo ex e sul contorno affettivo e sociale. In effetti, è Sonia che ha tanta voglia di riformularsi nei diversi settori della sua area psicosociale, nonché affettiva ed erotica sessuale.

Quale altro rilievo, alla luce del suo monotono e superato passato, Sonia escogiterà per evolversi?

Decido di andarmene, ma devo fare attenzione perché la casa è controllata da vigilanza armata e mi chiedo che senso abbia, considerato che le porte sono tutte aperte ed io sono riuscita ad entrare indisturbata.

Sonia taglia la testa al toro, “decido” ossia taglio, meglio, Sonia taglia con il passato perché sente l’emergenza di un drastico cambiamento. Ma ancora le resistenze non mancano e immancabilmente affiorano dal “profondo psichico”, condizionato dai vissuti e dagli schemi del passato. La sua “casa” psichica ha un “Super-Io” molto rigido, ha una serie di divieti che tralignano nei sacri tabù, ha introiettato una morale rigida e puritana, è governata da un sistema di censure che ricorda l’Italia democristiana degli anni cinquanta. Per sua fortuna Sonia ha maturato un “Io” intelligente e critico, oltre che abilmente analitico, che riesce anche a ridicolizzare l’azione limitante del “Super-Io”, ha acquisito una forma di autoironia nel dirsi che non ha senso chiudersi dentro, se poi si sente il prepotente bisogno degli altri e delle relazioni del suo tipo, quelle che le si confanno e che rientrano nella sua formazione e nei suoi tratti caratteristici, nelle sue tendenze ed elezioni. Faccio finta di non voler nessuno e invece ho bisogno di tutti. “Far entrare” ha una valenza recettiva che viaggia dallo psichico al sessuale, dalla relazione libera alla disposizione al coito, dall’affabilità alla seduzione. Questa è la nuova consapevolezza di Sonia: un bel traguardo e una buona conquista nella crescita personale. Il fallimento di un matrimonio o di una relazione non viene per nuocere, anzi è uno strumento di maturazione per il bisogno di evolversi che ti lascia dentro.

Dove ci porta adesso Sonia dopo questo proficuo “sapere di sé”?

Esco e, pur essendo a livello della strada, devo scendere delle scale di cemento scomode e impervie; quando sono sulla strada, mi compiaccio del fatto che nessuno si sia accorto della mia incursione nella casa.”

Ci porta fuori dalla casa, nel suo ambito relazionale, nel suo quartiere e nella sua piazza. Nell’incamminarsi trova la chiave di ulteriore comprensione di sé e del suo patrimonio psichico da investire in nuove forme di relazione e in rinnovate modalità sociali di offerta di sé. Pur essendo tra la gente, Sonia sente il bisogno di “scendere delle scale di cemento scomode e impervie”. Traduco l’arcano e l’assurdo che soltanto nel sogno può convivere grazie ai meccanismi del “processo primario”, deputato alla formazione del sogno: “devo materializzarmi, devo rivalutare il mio corpo e i suoi bisogni nelle relazioni sociali, devo investire il mio essere corporeo femminile in attesa di essere conosciuta anche per le qualità del carattere, devo essere per niente platonica per commutarmi nell’Aristotelismo e nell’Epicureismo, nel dato di fatto del corpo e nell’esaltazione del piacere, “eu-daimonia”, avere un buon demone dentro, uno spirito vitale che coincide con lo psicosoma, il corpo-mente”. Non è finita la psicodinamica evolutiva. Sonia si compiace con se stessa per la sua liberazione e per la sua abilità nel non essere incorsa nelle “resistenze” e nei blocchi delle sue strade psichiche a opera dei poliziotti e dei carabinieri della sua Psiche, i dettami del “Super-Io”. Adesso vive meglio e si vive decisamente meglio, con amor proprio e con amore. La sua casa psichica è stata veramente “RI-ARREDATA”.

Brava Sonia!

Hai visto cosa combini dormendo e sognando?