DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN SECONDO PASSEGGERE

Panta rei,
mio caro Eraclito,
in questa strambata evolutiva di un divenire eterno
che attanaglia le ossa
come la salsedine saporita del lungomare di Ortigia,
come la ruggine inesorabile delle sue vetuste ringhiere,
come le giravolte dei tanti amplessi del principe di Lampedusa
consumati sotto il sole instancabile di un triste matrimonio combinato
o nel fertile bordello di Palermo,
in via delle Vergini,
al numero civico 88,
dove lo scolo e la sifilide sono sempre sottocosto,
sarà poi vero
che tutto scorre dentro e fuori del Tutto eterno,
nei nostri corpi eccelsi,
nei nostri volti silvani,
tra gli ultimi degli ultimi,
nell’anima buona che suona novella,
nella favola bella che ieri c’illuse
e che oggi ci illude?
Sarà vera la parabola dei talenti?
Dammi dieci e ti darò un ventino?
Oppure tutto è come prima e magari peggio di prima,
tutto si ripete
e magari marcisce in un apparente cammin facendo?
O oscuro e tenebroso uomo di Efeso,
tu che navighi nella dialettica dell’Essere e del Non Essere,
del Tutto e del Nulla,
tra la Vita e la Morte,
tra le nebbie delle apparenze
che nascondono la verità del divin Cosmo,
portami lontano dalle miserie dei centri commerciali,
dalle luci della ribalta
e dal camaleontico caleidoscopio delle vanità,
portami lontano dai torsoli e dal sangue
di questo mercato fatiscente e in puzza di santità.
Fammi immergere centomila volte con te
nel fiume che sotto scorre e sopra tace,
dove immergersi due volte non si puote nemmeno con il candeggio,
in Ameles,
il senza cure e il senza affanni,
senza il tormento della morte e della sofferenza
che governa questo intrallazzo materiale
di mille e mille movenze danzanti attorno a un mazzo di rose rosse
che ho regalato a colei che solo a me continua a parer donna
e che nel tempo si è rivelata una carrozza funerea e funebre
con tanto di cavalli poderosi e neri,
con tanto di pennacchio dorato e di briglie argentate.
Io ti chiamo,
io t’invoco,
ma tu non torni ancora al tuo paese.
O mia gattina,
mia dolce Paola,
quando partisti come son rimasto,
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 04, 2021

COSI’ PARLO’ IL POETA PUPAZZETTO

Esce il tuo sorriso dalla bianca ombra del sole
e appari fresca di vita nella giovinezza che si perde.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Spezza il tuo viso,
spezza il tuo cuore,
spezza il sorriso,
spezza l’amore.”

Perché ondeggi?
Non è forse la notte negli occhi?
Non è forse la luce nelle labbra?
Diniega,
respinge,
non è niente,
io sono felice,
io sono io,
non vedi?
Quale tristezza,
quale dolore?
Non posso fare a meno di essere felice,
non potrei non esserlo,
come potrei dulcissima virgo,
dulcissima femina di sangue spagnolo,
di accento profondo,
di voce calda e roca,
sensuale e medianica.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Denuda il tuo viso,
denuda il tuo cuore,
denuda il sorriso,
denuda l’amore.”

Tu non hai sorelle,
sei figlia unica
e unica nel tuo breve universo,
sei Gea e sei Moira,
la radice dell’albero della vita,
il congedo della morte,
sei l’alfa e l’omega,
la prima e l’ultima lettera di ogni vocabolario,
sei il lievito della comunità di Cristo,
il primo degli ultimi,
sei pane e pagnotta,
pastosa e gustosa per chi ti mangia,
inquieta e fremente per chi ti gode,
odorosa alla francese,
puzzolente di calamari fritti alla messicana.
Riposa senza posa, o dolce sposa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Hai vergogna?
Psicodramma o farsa?
Una verità che tu sai,
una menzogna che tu neghi.
E’ difficile pesarti.
E’ arduo ponderarti.
E’ impossibile governarti.
L’ago gira, gira, gira,
la bussola si rompe,
roteano le pupille,
turbinano i testicoli.
La trance,
il delirio,
la vita e la morte.
Quale continuo congedo?
Quale continuo addio?
Quale valle mostri al tuo Josafat?
Quale fiume attraversi
per il tuo soldatino in grigioverde denominato Scarpel?
Il Piave o il Monticano?
Sul Montello hanno ucciso un partigiano di vent’anni.
Ma da che parte stava il partigiano a vent’anni?
Stava dalla parte sbagliata.
Punto e basta!
Nel Monticano si è annegata la Dolores,
la Maria Dolores da Motta di Livenza.
Era esaurita
e aveva perso la bussola.
Era spaesata la poverina.
Punto e basta!
E allora, a questo punto, dimmi,
dimmi tu che sai
e che hai navigato.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Copri il tuo viso,
copri il tuo cuore,
copri il sorriso,
copri l’amore.”

Il corpo,
il corpo vuole,
il corpo vuole riposare,
vuole dormire,
vuole vivere,
vuole godere,
vuole morire.
Il corpo vuole morire.
Quanta pace!
Quanta serenità!
Quanta morte!
Vibra e ronza il cellulare.
Pronto?
Chi parla?
Sono le voci dell’amore antico,
le voci del pianto antico.
“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano,
il verde melograno dai bei vermigli fior…
sei nella terra fredda,
sei nella terra nera,
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor.”
E’ morto il piccolo Dante,
il figlio di Giosuè!
E allora?
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Vesti il tuo viso,
vesti il tuo cuore,
vesti il sorriso,
vesti l’amore.”

Velo velino,
velo velato,
chi è la più bella del creato?
Marisa la tossica!
Proprio lei?
Non l’aspettavo a quest’ora.
La sua intelligenza zampilla,
spruzza,
sprizza,
esce dagli occhi e non dalle labbra.
Lei respira,
respira parole,
lei dice,
lei parla,
lei parla parole,
respira e parla parole,
parole e vita,
silenzio e morte.
Eternità chi sei?
Compagna della morte ti ho costruito invano.
L’esistenza è un mare di dolore,
un mare di piacere,
un mare di ambiguo malanno.
L’esistenza è una nenia araba,
un sorriso che ghigna,
un rumore sottile che metallico risuona,
un tonfo che echeggia alle radici dell’albero della vita.
Riposa senza posa
o dolce compagna di giorni migliori.
Riposa senza posa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Vaffanculo poeta Pupazzetto!

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo 10, 10, 2010

LA MIA BAMBINA DENTRO

TRAMA DEL SOGNO

“Giusy sogna di leggere una frase che le pare bellissima, scritta da una bimba dai capelli biondi e con il grembiulino blu, che è come una persona di famiglia.

La frase recita più o meno così: “Ed in estate i campi si spolverano di rosso…”

Mentre sta cercando di dirle quanto le piace questa frase e disquisisce appena sul fatto che poteva usare la parola “imporporare”, si volta e vede la bambina che sta correndo verso prati verdi che lei riconosce come il giardino della sua casa d’infanzia.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Giusy sogna di leggere una frase che le pare bellissima, scritta da una bimba dai capelli biondi e con il grembiulino blu, che è come una persona di famiglia.”

“La mia bambina dentro” è il titolo oltremodo degno del sogno di Giusy, una donna in vena di riattraversamenti e di rievocazioni che sente il bisogno di rivivere il passato in preda a un raptus nostalgico che chiede un rafforzamento della propria identità psichica. Nei momenti della vita adulta in cui siamo deficitari sul tema “chi sono io?”, ecco che la funzione e l’attività oniriche ci soccorrono e ci danno la soluzione: tornare indietro nel tempo e ripescare quelle immagini e quegli episodi che ci servono per ripristinare il corretto equilibrio psicofisico turbato da cause occasionali o da seri traumi. Il tornare indietro nel tempo non equivale a una “regressione” difensiva dall’angoscia del presente, semplicemente perché l’operazione avviene al presente, nel “breve eterno” psichico in cui tutto si conserva ed è sempre a portata di mano. Giusy al presente mette in riedizione quel periodo della vita e quelle immagini del passato che le servono per una cura ricostituente dell’attualità, il tempo presente per l’appunto. Una domanda è opportuna: questo disagio psichico può essere indotto dal sentimento della nostalgia? Di certo, quest’ultimo spinge a ripescare quello che serve nel cumulo delle costellazioni psichiche vissute nell’infanzia e oltre. La nostalgia è uno strumento e non un fine. Giusy sogna il suo essere stata bambina e ha nostalgia dell’infanzia per ricompattare la sua psiche con l’elemento mancante in questa contingenza esistenziale.

Procediamo con l’interpretazione progressiva del sogno.

Giusy rievoca e rivive la sua infanzia e si “sposta” o si “trasla” in quella bambina solerte e giudiziosa che era e che sapeva scrivere pensieri profondi e molto significativi. Questa bambina andava a scuola “con il grembiulino blu”, aveva “i capelli biondi” ed era “una persona di famiglia”. Questa bambina si chiama Giusy. Giusy donna adulta ha bisogno di recuperare Giusy bambina per la sua dinamica e per la sua economia psichiche semplicemente perché a Giusy donna manca qualche pezzo della sua identità in atto, una tessera che può avere smarrito da qualche parte continuando a vivere di corsa e in tutta fretta. Degno di nota è il rilievo che la frase della bambina le pare “bellissima”: la cornice del sogno è di qualità estetica, a testimoniare che la Bellezza è la migliore medicina per ripristinare l’armonia psichica turbata.

La frase recita più o meno così: “Ed in estate i campi si spolverano di rosso…”

La panacea della disarmonia di Giusy è questa frase semplicemente retorica che vuole i papaveri rossi nei campi gialli di grano durante la stagione estiva, una scena ricorrente nella Sicilia dei tempi andati quando la meravigliosa isola era il granaio di Roma e d’Italia. Giusy adulta ripesca Giusy bambina e insieme rievocano l’immagine bucolica che simbolicamente si traduce, oltre che nella bellezza estetica, in un forte bisogno di spolverare la propria vita in atto con fonti di eccitazione. Giusy sta vivendo un momento depressivo e sogna il bisogno di avere appigli di vitalità e di eccitazione in tanta giallo rurale dominante, in tanta quiete esistenziale e rilassamento psicofisico. Giusy sogna la sua bambina che aveva davanti praterie aperte e sconfinate da attraversare ed esperienze da vivere con tante spinte vitali e tanti spunti vivaci. Il quadro di Giusy bambina rievoca il “campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh e le note simboliche di fondo sono le stesse, uscire quanto prima da uno stato depressivo manifesto e ricorrere alla Bellezza per comunicare a se stessa lo stato psichico in atto. La Bellezza è strumento di diagnosi e di terapia e attesta della sensibilità estetica che Giusy ha maturato sin da bambina.

Mentre sta cercando di dirle quanto le piace questa frase e disquisisce appena sul fatto che poteva usare la parola “imporporare”, si volta e vede la bambina che sta correndo verso prati verdi che lei riconosce come il giardino della sua casa d’infanzia.”

Si profila in maniera sofisticata il male di Giusy adulta: “poteva usare la parola imporporare” al posto di “si spolverano di rosso”. La frase tanto declamata e tanto indicativa doveva suonare così secondo Giusy adulta: “Ed in estate i campi gialli s’imporporano”. Francamente quella di Giusy bambina è da preferire perché è meno retorica e ridondante, meno decadente e più pop. Si sa che la bambina non è viziata dall’esercizio della Retorica, che di per se stessa in quanto arte del convincere non è il male assoluto, ma la prima formulazione risulta più naturale e comprensibile. Giusy adulta contesta a Giusy bambina di non avere il suo male di vivere, la Retorica e l’arte di convincere. Giusy bambina si è evoluta in una donna innaturale e artefatta, esibizionista e formale, una donna di potere che usa la parola come strumento di coercizione del suo prossimo vicino e lontano. Giusy è malata del potere infelice di coartare gli altri con l’intelletto e con il verbo. Ben venga allora la visione liberatoria di una “bambina che sta correndo verso prati verdi” dell’avvenire, un futuro che Giusy non rincorre più perché è tutta presa dal potere sugli altri attraverso il bel dire e il bel convincere. La semplicità del linguaggio, la parola che traduce il senso e il sentimento nelle forme più genuine e consone, queste doti dell’infanzia non appartengono più all’età adulta e a una donna prevaricatrice in primo luogo con se stessa, la sua infanzia, il suo essere stata quella bambina felice di parlare secondo natura e di chiamare per nome la realtà che la circondava senza orpelli e senza fronzoli degni di un Sofista nella “agorà” di Atene al tempo di Socrate.

Eppure il recupero della sua bambina ingenua e poetica è la salvezza e la giusta terapia di Giusy.

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN PRIMO PASSEGGERE

Apeiron,
mio caro Anassimandro,
il senza confine è la tua Verità?
E allora parlami di questo Indeterminato
che contiene gli atomi primaverili in fiore
ed esplode ancora nelle forme poetiche del Kosmos.
Cosa sarà mai questo tuo Infinito
per uno zoon politikon in cerca di guai
nell’agorà di Mileto o negli studi di Saxa Rubra?
Sarà etico ed estetico?
Sarà giusto, buono e bello
come i codici fascisti di un lindo bordello?
Sarà secondo virtù e secondo armonia!
Sarà secondo libertà e secondo necessità!
Lui disse,
ipse dixit,
e ogni cosa fu secondo la sua Specie,
fu buona, bella e giusta,
come in un prezioso film del grande Sergio.
Ma si sa,
mio caro mezzo prete strozzato,
che fatta la legge si trova l’inganno.
Siamo uomini di mondo
e siamo vissuti tanto tempo,
e non invano,
in questa valle di lacrime
con la statuetta di gesso della madonnina sul capezzale.
E allora,
mio caro solerte impostore e parolaio,
distinguimi,
determinami un corpo buono
per questo tragitto che si chiama la mia vita,
disegnami una sagoma armoniosa
per queste membra informi e ancora in odore di sesso,
indicami la strada spedita
per questo mio viaggio senza ritorno,
dammi un approdo che consola nel porto di Augusta
per una complicazione che si dipana e si disvela,
fammi essere la libera espressione di me stesso
senza migranti da accogliere e tribunali da visitare,
senza il solito scemo del villaggio dei Navigli
che si piscia addosso a ogni piè sospinto
dicendo di essere figlio della stampella di Enrico Toti.
Io sono una parte del Tutto.
Posso fare da solo,
grazie,
in splendida autonomia e in modica economia,
senza strafalcioni ed esibizioni clandestine,
senza salamellecchi in questa cosa nostra globale,
senza imposte occulte sul valore aggiunto,
senza P2 e P3 3 P4 e Pn,
senza di lei che fu la Pia,
nata a Spaccafunnu in provincia di Enna,
morta in Forlimpopoli di coronavirus,
spenta senza ossigeno per i suoi polmoni di latta,
avvezzi ai fumi della stube sudtirolese e delle Marlboro rosse,
la donna di quell’uomo insano
che disposando l’avea con la sua gemma
in una notte di mezza estate e di mezzo inverno,
in quella notte dei miracoli e dei miracolati.
In tanta Verità ancora qualcosa si nasconde
e le mie braccia muscolose non ce la fanno
a scavare tra le macerie di una pandemia assortita
in cerca del veleno giusto per morire.
Caro Apeiron,
caro Anassimandro,
caro Indistinto,
caro Infinito,
traiemi d’esta focora
che n’abio a volontade,
ne ho pieni i coglioni,
non abio abiento notte e dia,
nescio et timeo
nell’aspettare ancora nel giorno e nella notte
i passi di colei che solo a me par donna,
colei che oggi mi cerca a Samarcanda
tra i mercati esotici e le spezie rare,
tra gli odori orientali che sanno di puzza,
mentre io mi palpo i coglioni a Carancino
per sopravvivere tra tanti menagrami televisivi,
mentre io coltivo le mie patate a Carancino,
nella terra dei Corinzi e dei cafoni,
quelli che vivono da sempre in un continuo apeiron
e del tuo Indistinto,
giustamente,
fanno trombetta con il fetido culo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 03, 2021

SENTO

In questa giornata uguale di un marzo infetto,
calibrata dal volo immobile delle libellule,
una giornata disegnata dalla fantasia delle farfalle,
segnata da un libeccio buono come la pasta del pane
che esce copiosa dalle poderose braccia
di una madre antica dai seni a cornucopia,
sento,
io sento nella mitica campagna dell’ameno Carancino
il respiro dei fiori rossi del melograno
mentre si fanno spazio tra le verdi foglie pudiche
e quasi accartocciate in un discreto imbarazzo,
l’odore della zagara che inebria come l’oppio gentile
le mille traversie di un uomo felice del suo poco
e angosciato del suo tanto,
sento,
io sento nell’aria Proserpina eccitata dalla primavera
che si mescola al miagolio di gattini vezzosi
e in cerca della madre morta e di coccole antiche,
sento,
io sento il fruscio leggero del fieno
che anela l’ultimo respiro,
prima della falce,
dopo tanto ondeggiare sui declivi
aggrappati alle rupi e alle zolle per non cadere giù,
per non precipitare nella valle profonda
dove imperiture scorrono le acque provvide dell’Anapo
senza essere viste dalle umane sorti progressive,
sento,
io sento il trepidare ansioso di ogni germoglio
che va, senza tema alcuna, incontro alla primavera,
sento,
sento il prezioso Enzo Grillo che vive ancora
negli anfratti delle sue auliche parole
mentre è seduto sull’autobus tredici della ditta Golino
che dalla Porta marina lo porta a Megara Iblea
tra l’odore del mare e la polvere del cementificio,
sento,
io sento i versi dell’Iliade scorrere
dalle sue labbra veraci di marinaio in pectore
secondo l’intendimento di Vincenzo Monti,
un prossimo capitano di lungo corso che sogna
le gesta antiche degli amici Achille e Patroclo,
delle donne magnifiche Elena e Briseide,
degli antieroi Tersite e Dolone
nei versi loquaci dell’aedo cieco,
Omero,
l’uomo che insegnò il bene divino della poesia,
il dono stragrande del sentimento umano
di essere e di esserci nella formidabile koinè,
sento,
io sento che è sempre vero il detto antico
che trova un tesoro chi ritrova un amico.
Eppure tu sei andato per le oscure brume di Vulcano
dentro l’Etna che generosa muggisce
e ribolle senza far paura ai bambini
atterriti soltanto dal lupo di Cappuccetto rosso
e dal sonno di Biancaneve,
dal lupo cattivo e dalle mele insipide.
Tu dormi
e alle mie parole sei presente
mentre t’invoco
come corpo morto in cerca della vera vita.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

RIPASSIONE NAPOLETANA

Più lontana tu sei,

più vicina ti sento.

Chissà in questo momento chi pensi e cosa fai.

A chi regali oggi le tue preziose parole e gli sguardi all’hashish?

Tu mi hai messo nelle vene

un veleno che è dolce

e non mi pesa questa croce

che trascino per te.

Ti voglio,

ti penso,

ti chiamo,

ti immagino,

ti sento,

ti sogno,

ti desidero.

E’ un anno,

è proprio da un anno

che questi occhi non possono

più pace trovare.

Così canta il mio menestrello napoletano

e canta per te,

solo per te,

per la mia Diletta.

La mia Diletta è una donna eccezionale.

Di suo è proprio Lei,

ma ha di tutto e in abbondanza

e parla con la voce ovattata dal piacere che cresce.

Quando scrive, sa dell’Oriana,

è cazzuta,

è misterica,

è ambigua,

è greca del Peloponneso,

ma sa anche della Elsa,

è una cruda realista,

è forte di stomaco e sa il fatto suo,

è ebrea di Roma.

La mia Diletta è una donna con il cappello,

ma tanto di cappello,

e si nota anche a distanza

anche quando tra la gente acquista i cavoli verdi

e le rape rosse nel mercato rionale,

vicino all’Università,

tra i banchetti dalle tende a strisce bianche e rosse.

La mia Diletta è segnata nel Cantico:

“O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro”.

La mia Diletta ha gambe di gazzella

e braccia ampie per abbracciare,

testa di donna e pensiero gentile,

petto accogliente e sentimento accorato,

grembo di madre e sensi spiccati.

La mia Diletta traballa e trabocca,

è giovane e tutta da indovinare,

si muove e si atteggia come scimmietta,

si slancia e si contrae

come la barca al rematore.

La mia Diletta parla,

parla con le sue parole

e conosce il suo Verbo,

“In principio era Lei…”.

La mia Diletta non è la Diletta di DAZN,

quella che sa di football e di legge,

quella che sa dispensarsi con modestia e innocenza

tra le pagine dello schermo televisivo,

tra un InterMilan a san Siro,

tra un NapoliRoma al san Diegoarmando.

La mia Diletta è la mia Diletta,

quella della Bibbia e del profeta.

Di poi e di altro dirti non so e non voglio

e tu più non dimandare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 21, 02, 2021

ORA E’ PRIMAVERA

Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.
È primavera.
Ti ricordi?
Mi volevi bene,
forse mi amavi.
È primavera,
lo stupore continuo della rinascita,
una vera gioia in luogo di un sollievo
e che vuoi che sia
se l’inverno tenta l’impronta sui fiori del ciliegio,
ormai sta morendo
e noi veniamo al mondo.
Sei vestita di gemme nuove, oggi.
Nella mia testa fatta di fiori ti rinnovi.
Sbocci,
ti apri inaspettata,
luminosa,
ancora piena di vita e di parole,
odori di talco e di erba verde,
di olio di oliva,
di papaveri che non mi hai mandato mai,
di fiori d’aglio,
di fiumi sotterranei,
di cardi selvatici,
di amore regalato,
di versi recitati davanti alla maestra,
di vita furiosa che straripa gli argini dell’abitudine,
di donna.
C’è fuori una luna sdraiata
a metà di una stagione che non abbiamo avuto mai.
Sei vestita di bianco
come quando andavi incontro all’amore.
Sei la sposa.
Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

IL MIO COMPLEANNO ZEN

TRAMA DEL SOGNO

“Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.

C’era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Io sono Lucia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.”

Lucia parla di sé in maniera gentile e garbata, come si conviene a una donna giovane che si trova sul cammino della sua vita a percorrere le strade che portano alla riflessione sulle proprie radici, sulla spiritualità elevata al Buddismo Zen e sull’arte dei giocolieri e dei “vocumprà”. Questi sono i tre pilastri su cui poggia l’esistenza in atto di Lucia, tre colonne su cui poggia anche la Sicilia nella tradizione popolare di Colapesce. La “nonna” è stata una figura importante per la formazione psichica di Lucia. Da lei ha mutuato lo slancio verso l’originalità o la tendenza a non massificarsi, nonché un buon pragmatismo e una altrettanto buona manualità. Arte e spiritualità attestano della “sublimazione della libido” da parte di Lucia come difesa dall’angoscia di vivere e il processo difensivo si riversa sulle spalle e sulla pelle delle proprie pulsioni erotiche e sessuali. La “casa di campagna” della nonna rievoca Cappuccetto rosso e le sue arcinote traversie, ma non mi dilungo in questo riferimento. Lucia è in preparazione di un evento da celebrare in questo luogo e insieme a questa gente, un luogo dell’anima nonostante le apparenze materiali, un luogo Zen, un monastero dello Spirito con i dintorni artistici e creativi tanto forieri della Bellezza e dell’Armonia. Anche attraverso il gioco e la “giocoleria” si arriva nelle sfere alte dei cieli e nei luoghi delle reincarnazioni. Ognuno ha il destino che si è scelto a suo tempo, come Lucia, la nonna, i monaci, i giocolieri, gli artisti di strada. Tutti abbiamo anche un’amaca su cui distenderci per la meditazione e su cui dondolarci in armonia con le oscillazioni dell’intero universo.

Lucia esordisce con le sue complessità psichiche e decodificandole si corre il rischio di banalizzarle. Comunque sorridere non guasta mai e soprattutto se si sa sorridere nel vero senso della parola e non lasciandosi suggestionare da temi antichi e moderni come la cocaina o l’oppio dei popoli.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.”

Dopo i trambusti formativi Lucia ha trovato un equilibrio psicofisico mettendo insieme il meglio delle sue esperienze vissute nel privato e nel sociale. “Quella serenità e quell’equilibrio” sono decisamente aspirazioni di una donna che è venuta appena fuori da una tempesta dei sensi e da un trambusto delle emozioni. Lucia si è acquietata e adesso ama stare in mezzo alla gente della sua pasta, persone creative e dalle forti tendenze a “sublimare” nell’Arte il corpo e i suoi annessi e connessi. Lucia “era arrivata da poco”, Lucia ha conosciuto altre turbolenze per poter affermare che quel posto era la sua “vera casa”. Lei stessa si meraviglia di questo approdo inaspettato in una comunità pneumatica dove domina “serenità” e “grande equilibrio”, tutto il contrario di quello che Lucia ha vissuto in precedenza e che volentieri vuole lasciarsi alle spalle. E’ evidente che Lucia si trova sulla strada di Damasco, la strada delle turbolenze magnetiche e psichiche, quella che volge all’incontrario tutto quello che l’attraversa, viventi e uomini compresi. Dopo una vita spericolata e vissuta alla grande Lucia sente il bisogno di convertirsi, volgersi nel contrario, di fare una conversione nell’opposto, dalla materia allo spirito, dall’esaltazione della prima all’esaltazione del secondo, dal processo psichico di difesa della “materializzazione” al processo psichico di difesa della “sublimazione”, difese sempre dall’angoscia esistenziale collettiva e dall’angoscia depressiva personale. Il sogno di Lucia si snoda per eccessi e non contempla una linea mediana su cui scorrere senza scompensi e salti mortali senza rete. Si presenta un “Io” pienamente consapevole del suo misticismo e di usare la “sublimazione della libido” come l’unica panacea della brutta esistenza e dei peccatori carnali. In ogni caso Lucia “sente quel posto come la sua vera casa” e allora non resta che visitarla con reverenza e con rispetto, visto che si tratta di una dimora ad alto tasso di celeste essenza.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.”

Continua la rassegna delle presenze psichiche di Lucia, delle persone particolarmente significative da ammettere alla sua visione e al mistico consesso. Le radici chiamano e chiedono la soluzione del tributo. Il giorno genetliaco di Lucia si festeggia insieme alla “madre”, la diretta responsabile di tanto travaglio e di tanta figlia. In precedenza era stata chiamata in causa la “nonna” nella sua “casa di campagna” per allietare questo sogno nel segno del Femminile e del lieto evento. Sono presenti tre donne, due mamme e una figlia; di uomini neanche l’ombra, almeno fino adesso. Una “madre” che “sorseggia una tisana” e tiene la mano alla figlia è una scena idilliaca e orientale, così come la “nonna” nel contesto bucolico risulta più casereccia del pane di casa e più concreta della bottegaia che vende il baccalà presso il mercato del popolo. Lucia costruisce in sogno atmosfere rarefatte e rilassamenti da nirvana o da fumatori di oppio. Manca la verve energetica in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle energie investite nella precedente vita, meglio nel precedente modo di pensare e di vivere di Lucia. La fusione con la madre attraverso un cordone ombelicale adulto è una larvata dipendenza da questa figura anche se vissuta più come sorella e compagna di viaggio da parte di una figlia chiaramente cresciuta e consapevole dei suoi vissuti. La rievocazione della scena del parto è pronta e i festeggiamenti si snodano tra ricordi e nostalgie. La rinascita in vita come evoluzione spirituale si attesta nel compleanno che Lucia vive giustamente in compagnia della madre carnale. Dal corpo allo spirito il passo non è di certo breve e poco impegnativo, perché si tratta di anni luce da impiegare nel percorrere la linea dello “spaziotempo” proprio quando s’incurva. Il compleanno Zen merita tanta prosopopea in un locale dove si serve esclusivamente estasi e atarassia in versione chiaramente analcolica.

C‘era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.”

E’ un sogno tutto al Femminile e secondo i dettami del “principio psichico femminile”. Adesso subentra “una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida”, la terza donna del sogno di Lucia. Questa figura rappresenta simbolicamente la “vita lucida”, la coscienza vigilante e la materia vivente, il “principio di realtà” e l’istanza psichica dell’Io concreto e pragmatico che usa la “libido” in maniera godereccia. Lucia è stata legata a questa donna secondo i canoni dell’innamoramento e della passione e conosce molto bene questo trasporto sensoriale e affettivo. Lucia conosce bene se stessa quando si è vissuta nella realtà di una relazione grassa e crassa. Di poi ha iniziato a sperimentarsi in questa nuova dimensione di “libido” sublimata e vuole condividerla con questa donna che nel recente passato aveva investito in pieno della sua originaria “libido”. Da buona e brava materialista, Lucia ha detto basta al corpo e ai suoi bisogni per risorgere nella spiritualità. Celebra il primo compleanno di rinascita in vita dopo la conversione alla pratica spirituale buddista Zen e vuole sperimentare i suoi sensi e i suoi affetti nella circoscrizione della “sublimazione”, nella nobiltà aristocratica dell’Arte e dello Zen. Quante nascite ha celebrato e celebra oggi Lucia? Sicuramente due, quella “materiale” e quella “spirituale” restando dentro lo stesso corpo. Ricordo che il Buddismo predica la reincarnazione o la rinascita. Quante volte è rinata Lucia, il sogno non lo dice anche perché non tocca questo punto metafisico della Filosofia buddista o del Buddismo, se vi aggrada.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.”

Anche questa donna, l’innamorata della “vita lucida”, è affascinata dalla presenza di Lucia in questa vita Zen e in questa comunità spirituale dove l’allegria non è fare bordello e disinibirsi sbevazzando, ma vivere la calma interiore. Lucia ha raggiunto un traguardo psicofisico veramente invidiabile perché è riuscita a ripulire dalla materia volgare le attività sentimentali e affettive. La bontà della “sublimazione” e la bontà della spiritualità si sommano in un ampio crogiolo orientale che rievoca società comunitarie avulse dai torbidi intrighi dell’Occidente. Lucia si è elevata dalla materia che in passato ha contrassegnato la sua vita e le sue scelte e dopo un processo di crescita si è riconciliata con se stessa e con gli altri. Ha visto la sua femminilità e l’amore attraverso la nonna, la madre, la sua donna e può esulare verso le pulsioni umane più nobili e può contemplare la verità profonda che governa l’uomo e l’universo.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Finalmente Lucia tira in ballo l’universo maschile nelle figure “dei due fratelli” anche se in versione fotografica. La solidarietà madre-figlia si rafforza in questa prospettiva nostalgica che vuole i fratelli maschi in gran forma materiale e spirituale: “seduti, sguardo assorto, seri, sereni, presenti nei corpi”. Anche loro, pur tuttavia, sono stati sublimati dalla sorella e deprivati di quella umanità massiccia di natura libidica che connota due giovani uomini che hanno davanti tutta una vita da vivere e che puzzano di testosterone. Eppure Lucia ne fa due aspiranti al Buddismo e due asceti pronti alla meditazione, li colora nel volto di una tinta orientale che coniuga la serietà alla serenità, lo sguardo assorto all’orizzonte e vigilanti dentro i loro corpi. Non è, di certo, un’immagine goliardica quella che Lucia compone per i suoi fratelli, è un quadretto affettuoso e ben augurante in linea con l’atmosfera rarefatta e quasi perfetta degli asceti orientali che possono stare seduti su un tronco a guardare l’orizzonte.

Questa è l’interpretazione del sogno di Lucia nel giorno del suo primo compleanno Zen.

Alcune riflessioni sono importanti per meglio inquadrare il sogno di Lucia. Il prodotto psichico risente chiaramente della sua conversione al Buddismo Zen e al superamento della modalità di vita occidentale. L’ottica del sogno è prettamente femminile e la protagonista rileva con pacatezza le figure femminili che l’hanno formata a livello psichico e in cui si è in parte identificata in attesa di un suo personale superamento spirituale verso le alte sfere delle pratiche ascetiche dei monaci buddisti. La causa di questa evoluzione spirituale il sogno non la contempla, ma si può rilevare una vita pienamente vissuta all’occidentale da Lucia anche con innovazioni sul tema della coppia: amore saffico. Tutto il sogno è impostato sul processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Un ultimo particolare non indifferente si attesta nell’interpretazione del sogno fatta da un occidentale prettamente materialista come il sottoscritto. Questo sogno doveva essere interpretato da un collega buddista che prontamente ho reperito. Questo è stato il suo lapidario giudizio: “il sogno è la chiara riflessione di Lucia sulla liberazione della sofferenza attraverso la meditazione e dopo la razionalizzazione della sofferenza stessa. Spirito e Materia si fondono in un tutto unico, olismo. Il Buddismo non conosce queste classiche differenze e opposizioni della cultura occidentale”

Io ho ragionato da uomo occidentale proprio usando la classica opposizione mente e corpo, psiche e soma, spirito e materia. Me ne scuso con Lucia e con i marinai.

Alla prossima e con la speranza che non mi capiti il sogno di un certo Siddharta Gautama da interpretare.