18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021

ODI ET AMO

a Gaio Valerio Catullo

Odio i tuoi seni piccoli e superbi
che sfidano il mio sguardo con i loro occhi scuri
e mi invitano a carezzarli
muovendosi sodi in dolce ritmo,
armonia d’amore in cerca di una carezza che sazia,
avvizzisce la carne,
spegne un desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Amo i tuoi seni bianchi e superbi,
frutti di melograno fiorito,
semi fecondi della vita,
fiaccole calde nelle fredde notti
che spingono a premere il viso
e a spegnere il sano desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Ora son belli i tuoi seni,
duri e larghi respirano con affanno,
si alzano,
più forti risorgono,
s’abbassano umili
e risorgono,
si dondolano
come la vita che equilibrio non conosce,
non conosce,
non conosce.

Son viscidi come olio,
morbidi di muschio,
tumidi,
rugiadosi,
rossi di piacere,
lacrime che non scendono,
acini di pregni grappoli
nell’amoroso settembre che sfronda
che sfronda,
che sfronda.

Odi et amo.
Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior,
excrucior,
excrucior.

Io non amo,
io non odio i tuoi seni.
Ormai hanno imparato a vivere,
a godere,
a soffrire,
a morire,
mentre raccolgo il frutto del tuo grembo acerbo,
o indomita Lesbia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, gennaio, 2021

IL MIO VERO MATRIMONIO

TRAMA DEL SOGNO

“Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.”

Sabi si vuole sposare.

Finalmente Sabi si vuole sposare con quella “parte psichica di sé” che non ha trovato e che ancora non trova, ma che sente, sente che esiste e che si può trovare. Sabi non sa quale sia questa sua “parte”: “lo sposo non so chi fosse”. Sabi è una donna insoddisfatta e inappagata, una donna che è in cerca, ma non certo di un uomo, una donna che sta cercando la sua “parte psichica maschile”, la sua parte affermativa e decisionale, il suo realismo e la sua ragione, la sua autonomia e la sua libertà. Ogni matrimonio in sogno esprime questa simbologia di riformulazione, di novità, di riscatto dal passato, di autenticità. E’ molto importante che Sabi abbia deciso di mettersi sulle tracce di questa “parte” della sua psiche e del suo “Io” globale. Giustamente, essendo la sua una ricerca, non può trovare alcunché nella gente che la circonda. Il lavoro e il lavorio sono estremamente personali e niente viene da fuori e niente viene regalato dagli altri, neanche dalle persone prossime e deputate a volerci bene. La gente è “sconosciuta” ed è sempre “lì, come se fosse “lì” per qualcos’altro”. La gente è anonima, è massa ed è massificante. E’ anche vero che Sabi è un animale sociale, un vivente tra i viventi, ma per il momento è giusto che cerchi se stessa in se stessa per trovare la chiave che apre le sue porte e non quelle del prossimo, una massa di sconosciuti da cui Sabi non può più accettare caramelle e bonbon. Il riconoscimento della sua identità psichica verrà da sé e non dagli altri, così come il bisogno di rafforzamento della sua persona è esclusivamente suo.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.”

Sabi chiama in causa i suoi complessi di inadeguatezza, le sue paure sociali, i suoi timori reverenziali da figlia di un dio minore e li tira fuori con certosina meticolosità condensandoli nell’ampia simbologia dello “angolo”. Sabi è un pugile bastonato all’angolo, anzi “in un angolo”, uno dei tanti angoli che contraddistinguono il poliedro delle relazioni sociali. Anche l’angolo è mutilato: il “matrimonio è senza gli sposi”, come nella canzone Alice di Francesco De Gregori. Ognuno sta dalla sua parte. Le parti non collimano, non si toccano, non si attraggono, non si desiderano, non si amano. Le parti sono divise, scisse, schizzate. La distinzione è netta tra i parenti della sposa e dello sposo. I primi sono in sofferenza da stress postraumatico, i secondi se la godono insieme a quella donna, “l’attuale compagna”, che in passato era Sabi, quell’immagine femminile a cui si era accostata, quell’identità psicofisica di donna che ha aspirato di realizzare: la sua immagine sociale ideale. Il conflitto psichico non è tra gruppi, i suoi e i miei, è tra “gruppalità” interiori e interiorizzate della stessa Sabi, quei “fantasmi” e quelle “immagini” che la bambina ha consegnato alla ragazzina e che la ragazzina ha consegnato alla donna, “gruppalità” finalizzate alla modalità migliore dell’essere femminile e assorbite dall’ambito familiare, il gruppo dei suoi parenti. Resta assodato che il conflitto è intrapsichico e non relazionale, che verte sul tentativo di acquisire la “parte psichica maschile”, i contro-coglioni, e di coniugarla con la “parte psichica femminile” in atto. Resta assodato che Sabi è chiamata a ricostituire la sua personalità mutilata. Ripeto e mi ripeto consapevolmente: a Sabi manca quella affermatività dell’Io consapevole e quella volitività razionale che sfanculano i complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, insieme alle altre difese dal coinvolgimento sociale e dagli investimenti affettivi ed erotici di una donna a metà, una donna tutta donna e niente maschio, una Venere senza Minerva, una Giunone senza Diana. Sabi deve tendere all’incarnazione psicofisica della mitica Afrodite, la dea nata dallo sperma del membro amputato di Urano e dalla schiuma del mare Ionio, dalla coniugazione paritaria di attributi del “principio maschile” e del “principio femminile”. La simbologia mitologica rende l’idea, ma l’operazione di Sabi si attesta nella comunicabilità delle sue “parti psichiche”e non nella comunicabilità degli strani parenti serpenti.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.”

La “sindrome dell’indegnità” trionfa in questa versione “Cenerentola” di una Sabi sorniona che attira l’attenzione degli altri “con un abito a fiori”, più che con l’obsoleto abito bianco di tutte le spose del mondo, quell’abito che indica la purezza psichica, più che fisica della donna. L’istituto sociale del matrimonio nasce come regolamentazione della vita sessuale e ha la sua matrice nella volontà del “principio maschile”. Sono i maschi che vogliono l’abito bianco e la verginità, come nei migliori film del neorealismo siciliano. Sono i maschi che non vogliono “l’abito a fiori” delle chantose e delle donne libere di tutte le stagioni, delle ballerine del Moulin rouge e delle venditrici di sigarette nei locali notturni. I maschi e le persone non notano Sabi “in abito a fiori” perché Sabi ancora non ha la consapevolezza dell’abito che porta, che non è un abito da educanda delle suore orsoline, ma un abito di potere femminile, un abito impegnativo da indossare con seduzione e secondo il rito di Afrodite e come la inquisita scarpetta di Cenerentola. La “piazza verso fine festa” vede finalmente una donna libera che cammina senza bisogno di salamelecchi arabeggianti e di ruffianate da cortile. Dentro l’abito bianco Sabi si è sempre difesa dagli altri acconsentendo al loro desiderio, finalmente non è come le altre o come gli altri la vogliono, finalmente non è una delle tante, è se stessa e libera dai condizionamenti psichici e dagli schemi culturali. E poi, diciamo la verità, “l’abito a fiori” le sta da dio.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).”

La “rabbia” consegue a frustrazione, la “delusione” è una presa di coscienza da scioglimento delle ultime difese sociali e resistenze psichiche. In tal modo Sabi si libera dalle formalità del matrimonio e dal bisogno di un protagonismo limitato a poche ore di un giorno ipocrita. La “madre” e la “torta nuziale” completano l’opera infame di una tragicomica giornata “già vista” e “già vissuta”. Sabi ama le ripetizioni per difendersi meglio dal nuovo e per non coinvolgersi con quella “parte maschile” che la vita le impone di afferrare al volo e di inforcare come una bicicletta artigianale da corsa a marchio “Stella veneta”. La vita è anche fatta di “chance”, ma è soprattutto fatta di tenacia e di certosino pedaggio nell’autostrada lastricata di buonissimi propositi. La “parte psichica maschile” di Sabi si sposa con la “parte psichica femminile”, che ha già dato e ha già vissuto, proprio nel momento in cui la consapevolezza del fallimento spinge verso nuove vie e ambiziosi traguardi senza la mamma e senza la dea bendata, quella Fortuna che quando vuole ci vede benissimo; e, dimenticavo, senza la “torta”, senza sdolcinati bisogni affettivi. Gli uomini di Sabi sono due in sogno: il primo si coniuga con il fallimento della “parte psichica femminile”, il secondo si marita con la “parte psichica maschile”, quella che Sabi aveva trascurato ma non alienato. I due uomini sono dei simboli dell’universo psichico “maschile” e servono per indurre donna Sabi a concepire quale tipo di potere vuole assumere su di sé: quello effimero e fasullo, il primo e quello che si sposa secondo copione, o quello affermativo e seduttivo, il secondo e quello che si sposa con l’integrità della persona. Sabi si avvia a non essere una donna che dipende dal maschio, ma una donna che dipende da se stessa: autonoma.

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi si “sposta” nel suo “ex” e nella “sua attuale ragazza”, operando due “proiezioni” dei modi di essere e di esistere che è in procinto di abbandonare: l’essere la “donna a metà” di un uomo e l’essere una donna con la chance di essere sposata da un uomo. Sono due concetti potenti che vale la pena spiegare al meglio consentito dal vocabolario italiano. Sabi era una donna mutilata quando si è sposata, le mancava la “parte psichica maschile”, i “coglioni” di Afrodite. Sabi era una donna bisognosa di essere riconosciuta da un uomo per affermarsi come “donna a metà”. Questa poltiglia non interessa più donna Sabi, la sua nuova dimensione è ben altra. Il “pullman” condensa la perdita benefica di una partenza e di una vita sessuale da irridere: l’aria distratta e canzonatoria. Sabi fa ironia su se stessa, sui vecchi modi di essere e di viversi e di vivere, come un ricredersi in vista di un riformularsi. In effetti, Sabi non apparteneva più a quel mondo perché era a disagio, sola, vuota, esclusa, trasparente.

Analizziamo il quadro degli attributi e convertiamoli nel loro significato psichico a coronamento dell’interpretazione del sogno e a giustificazione del titolo: “il mio vero matrimonio”.

Il “disagio” attesta di un agio andato in fumo, di una novità che si palesa con un certo contrasto, di una crisi che prepara il suo superamento nella creazione di un nuovo agio.

L’attributo “sola” contiene la degenerazione della libertà e il bisogno di dipendenza, condizione psicofisiche che dispongono alla riflessione, al cambiamento e alla scelta. Non è una solitudine da abbandono, ma una solitudine funzionale al convergere in se stessa al fine di assumersi l’onere e l’onore delle deliberazioni e delle decisioni.

Il sentirsi “vuota” condensa la vertigine della libertà legata allo svuotamento delle difese e delle resistenze al cambiamento, la condizione per operare una disposizione al nuovo e un proficuo ordine tra le esperienze vissute.

La sensazione dell’esclusione, “esclusa”, denota un bisogno di porsi al di là del gruppo, ormai vissuto come massa e massificante. Di fatto è un autoescludersi per un bisogno impellente e drastico di originalità e di affermazione della propria individualità. Non è in alcun modo l’abbandono e la perdita depressive di chi non sa che pesci pigliare e a che santo rivolgersi, tutt’altro, è un fare perno su se stessa e cercare la rotta opportuna in questo cambiamento psico-esistenziale.

Sentirsi “trasparente” conferma l’abbandono delle false verità psichiche su cui si basava in precedenza e la perdita di quelle inutili sovrastrutture, un senso di leggerezza e di auto-consapevolezza basato sul minimo possibile e consentito dalla sopravvivenza.

Il tempo sarà utile per ricostruire su nuove basi il matrimonio di Sabi con se stessa. Il resto verrà con speditezza, secondo natura e sempre come Sabi delibera e decide. La Cultura spesso combina grossi guai e nel caso di Sabi la norma sociale di donna bisognosa di un uomo non corrisponde alla sua nuova norma di donna libera, compatta e finalmente intera.

LA NOSTRA GRANDE STORIA D’AMORE

La nostra grande storia d’amore è una dissonanza di accordi,

una tonalità di cori ermetici e vagabondi,

una modulazione di frequenze alte e basse,

destrorse e sinistrorse,

mai di centro, anche se organico.

Eh,

vu tu far chè,

amore mio,

vu tu far chè?

Non ci sono più le armonie di una volta,

le orchestrine di periferia che suonavano per un soldino di rame

musiche approssimate alla perfezione e prossime al talento.

Non ci sono più gli uomini e le donne

di quella volta in cui io e te ci siamo imbattuti l’uno nell’altro

senza cognizione di causa e di effetto,

senza saper né leggere e né scrivere,

senza le parole per dirlo.

Noi due siamo conflitti in un modulo poetico,

in un moto contrario,

in un moto retrogrado,

in un andamento lento,

tutti moti che sconfinferano nel vago greco e nelle vaghezze latine,

animula vagula blandula,

nugae nugarum,

sciocchezze delle sciocchezze,

tutti moti che non confinferano con le nostre esigenze di gente comune

che abita i piani bassi di Montecitorio

insieme a quattro scalzacani in gonnella o in abito talare.

Siamo una coppia trina e quadrina:

un doppio litro sgargiante e sgualdrino

che puoi bere di notte nelle osterie di Conegliano

insieme agli ultimi uomini arditi,

Giobattino, Nane, Bortolo, Renatino, Bruno,

e alle tante donne argute del quartier del Piave,

la Mara, la Luisona, la Marietta, la Marina, la Bepa.

Sai che l’universo ha i suoi suoni,

l’universo suona di rumori residui e ancora vivi,

come una sorta di eco che rimbomba,

rimpilza,

rinfranca,

s’inerpica,

scavalca,

s’imballa tra le pieghe della cassa armonica,

si insinua nella fisarmonica del maestro Gorny Kramer,

quello del Musichiere e di Mario Riva,

quelli della febbre del sabato sera nel post fascismo.

Sai che il frastuono delle stelle in collisione

decreta l’armonia dell’Universo?

Armonia era ed è ancora figlia di Ares e di Afrodite.

La guerra e l’amore sono sempre in prima fila

a sancire la scissione e la fusione del Cosmo

in questa guerra di maramaldi e di saltimbanchi,

di avventurieri e di diplomati.

Tu amami secondo i moti naturali

del tuo micro e del tuo macro cosmo,

secondo le regole e i cicli

del tuo sangue girovago e vagabondo.

Amami sempre,

ti prego,

e dimmi come stai,

dimmi se il tuo corpo regge il peso della tua vita

in questo tempo di miseria morale e di esaltazione paranoica.

Dammi una parola,

dimmi una sola parola,

dammi e dimmi una parola sola

per quietare la mia angoscia di uomo abbandonato

sul lastrico amaro di un gratta e vinci da dieci euro

in una notte di mezzo inverno

e con uno strudel squisito di alta pasticceria londinese in mano.

Saperti senza parole,

mia gradita e rustica concubina,

immersa nella cura della grande Madre Terra

mi riempie il cuore e mi svuota i testicoli.

Tutto questo significa che stai bene.

C’è qualcosa di esotico oggi nel tuo sole,

come ieri e domani sarà stato e sarà nelle tue giornate,

forse il luogo o forse i mandarini,

le fave,

i ceci,

l’aglio,

le cipolle bianche e rosse,

le talee di piante antiche,

i fiori bianchi d’arancio che trasudano miele,

i rametti del mandorlo che trascolorano nel rosaceo.

Di certo, Tu,

tu sei esotica,

un mondo fiabesco,

ai miei occhi abituati ai lunghi inverni

che odorano di neve,

sempre in attesa che finiscano

e che non ritornino mai più.

Questo è un pensiero pericoloso,

oltre che inutile e melenso.

La Sicilia fa bene a chi non è siciliano.

Il grande Nord e la Liga veneta possono attendere

in questo momento di soqquadro psicofisico

e di furto demente della democrazia bambina.

E poi,

noi possiamo attendere per sempre.

Che importa?

Ci sarà sempre e ancora un vaccino.

Ci sarà sempre e ancora un’altra vita

da inforcare come una Stella veneta o una Legnano

per noi seguaci di Budda e di Mosè,

per noi figli di quelle stelle,

di quei genitori che da lassù ci guardano

e si lasciano ancora amare.

I padri e le madri non sono morti di covid

o di ostello per vecchi ringiovaniti

lungo il soleggiato viale Contardo Guerrini di Avola.

I nostri padri e le nostre madri hanno riposato

sul loro letto a fianco dei figli e dei nipoti

e sono morti al suono dei lamenti delle maiare,

le donne oltremodo mature e adeguatamente maritate,

pagate all’uopo lugubre e alla bisogna dolorosa,

quando gli occhi esausti dei familiari hanno smunto

tutte le lacrime di questo mondo crudele nell’ora dell’addio.

Intanto il desiderio è di tornare definitivamente alla terra natia,

di morire in un pomeriggio d’incarnazione,

di reincarnarsi immantinente e in modo subitaneo

in un gatto selvatico di nome Coraggiosetti,

un vivente dagli occhi di tigre mancata,

amico dei passeri e dei topini del cantante Zero.

Sono così pochi i gatti rimasti nei vicoli di Ortigia

e sono belli da morire nella campagna di Carancino

quando si spacciano per bulimici e affettuosi,

per Orlando e Rinaldo,

per compare Turiddru e il signor Provenzano.

Stringi, stringi,

sono soltanto dei marrani e dei farabutti.

Io?

Io,

per guarire dal male oscuro,

vado giorno e notte a spasso nei miei pensieri,

circolo ai margini del cosmo

a braccetto con te sulla via maestra,

la via Lattea,

quella della spruzzata di latte dalla tetta di Era

sotto le succhiate micidiali di Eracle.

Sai che botte!

Comunque e per farla breve,

perché altrimenti la processione s’ingruma,

in tanta coatta e casta contingenza virale,

ti arrivino sempre i miei non casti baci.

Buona pasqua di resurrezione!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 09, 03, 2021

RITORNO AL GREMBO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero nel bel mezzo di un pranzo.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Questo sogno appartiene a Oscar.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero nel bel mezzo di un pranzo.”

Oscar esordisce in sogno ponendo decisamente la questione affettiva, la psicodinamica legata alla simbologia del cibo, “nel bel mezzo di un pranzo”, alla “posizione psichica orale”, quella che si origina e si vive nel primo anno di vita e che si porta avanti nella vita con le dovute evoluzioni e con le necessarie maturazioni. Oscar dichiara di essere particolarmente sensibile alla dimensione psichica e relazionale degli affetti e degli scambi fisici d’amore. All’uopo si offre in sogno con questi connotati “orali” e con un pieno appagamento psichico: il “bel mezzo del pranzo” indica un buon appetito e una disposizione alla vita e alla vitalità affettiva. A tavola non si invecchia mai, recita l’antico adagio, ma è oltremodo vero che a tavola si evidenziano bisogni, carenze, conflitti e compagnia “mangiante”: modalità affettive e relazionali. Nasciamo in un letto e la prima poppata è la prima tavola imbandita e carica di sensi pronti a evolversi in sentimenti. Da questo momento non abbandoneremo più la tavola, saremo amati e ameremo. Aggiungo che in questo primissimo tempo si pongono le basi per i traumi e per i futuri comportamenti psichici di ordine affettivo e relazionale.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.”

Si trattava della madre, era sotteso e sottinteso l’amore materno, era in agguato la “regressione” difensiva al capiente grembo della madre e al mitico e archetipico Inconscio della Dea Madre, di Gea, la sposa di Urano e madre di tutti i Viventi, uomini e dei compresi nello stesso capiente e misterico Mare. Oscar passa senza colpo ferire dal suo vissuto affettivo profondo verso la madre al simbolo della femminilità, rasentando l’Archetipo junghiano della Alma Mater, la Madre che alimenta i suoi figli, l’umanità divina e non. Di tutto questo universo psichico, arcaico e presente, Oscar ha vago sentore anche se preciso è l’attributo del “fondo” invisibile, a testimonianza dell’oscurità necessaria alla Verità ontogenetica e filogenetica, quella che non cade nella luce della Ragione e della Logica umane. Oscar è da un lato protetto dalla madre, dall’altro ne teme i connotati del potere e della dipendenza. Nel sognare sua madre, Oscar si imbatte della simbologia della Madre e ne evince l’attributo universale misterico, come al tempo dei Greci e di Eleusi.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.”

Mito e realtà si sposano, come universalità e individualità si coniugano in questo capoverso onirico che vede Oscar regredito simbolicamente al grembo materno dentro il liquido amniotico nella massima protezione fisica e psichica dello stato fusionale madre-figlio, la diade originaria che contiene la dipendenza e la protezione, l’ontogenesi e la filogenesi, l’origine dal principio femminile e l’amore della Specie. Oscar sogna di essere il feto di allora, il pesce effettivo che respira in apnea nell’acqua. La Madre avvolge e protegge il figlio che ha bisogno di tornare nel suo grembo sotto le sferzate dell’angoscia dei tempi e delle evenienze che corrono. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” la fa da padrone in questo psicodramma che riguarda Oscar e tutti quelli che da donna sono venuti alla luce, che al principio femminile si rivolgono imploranti quella protezione e quell’amore che necessitano di fronte al “fantasma di morte” individuale e collettivo. Il sogno di Oscar ha un vasto respiro e abbraccia tutti gli uomini con la semplicità espressiva che offre uno spicchio di profondità trattando un tema universale.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Oscar è un uomo che con l’ironia si è tirato fuori d’impaccio nelle sue traversie personali ed esistenziali. Si pensi alla drammaturgia del caso e ai “tre tortellini” che fuoriescono dall’acqua placidamente adagiati sulla “mano” di “un braccio”. L’anonimato stempera l’angoscia che faceva capolino e che non è riuscita a emergere in maniera seria, chiara e distinta, dal complesso onirico del protagonista. Quest’ultimo addirittura si sdoppia nell’uomo del braccio e della mano con “tre tortellini” e nell’uomo che era “sempre sott’acqua” dal momento che l’angoscia di perdita e d’abbandono è tanta e degna di riderci sopra. I “tre tortellini” sono simboli affettivi perché si tratta di un cibo elettivo delle madri. Direi, concludendo, che Oscar è un uomo che sa ridere sopra i suoi bisogni e i suoi conflitti di cui è in gran parte consapevole. La “coscienza di sé” garantisce l’ironia, dal momento che solo chi sa può ridere sopra quel se stesso bisognoso e irrisolto.

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

LE GROSSE TRECCE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

Mukuruzza.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.”

Il sogno è breve, anzi brevissimo, e limpido nella sua simbologia, ma è tanto, tanto complesso nella sua apparente sinteticità.

Vediamolo subito.

“Il mio amico” cela sempre tanto di più di una semplice amicizia. “Il mio amico” è sempre tanto più di un amico normale, un alleato, un complice, un innamorato, un amante.

“Il mio amico” è una persona intima con cui si condividono intimità e segrete cure, desideri ardenti e sospirosi affanni.

“Il mio amico” è una persona privilegiata e non certo scelta a caso tra i tanti conoscenti, è un uomo con affinità psichiche elettive d’attrazione e convergenze parallele d’interessi.

Mukuruzza ha un uomo speciale con cui scambia materiale intimo e privato anche grazie al fatto che non ha un rapporto istituzionale e ufficiale che logora la qualità degli investimenti affettivi e libidici.

Tutti abbiamo un “amico” manifesto o latente, ufficiale e ufficioso, esibito o segreto, in fondo al cuore o dentro il cuore, una persona che è l’esatta “proiezione” dei nostri desideri in riguardo alle nostre attese di crescita individuale e alle nostre paure di esibizione sociale. “L’amico” è in primo luogo il nostro alleato, un “oggetto transferale” che esorcizza le nostre angosce in riguardo ai temi evolutivi della Mente e del Corpo, della nostra unita “psiche e soma”.

“L’amico” è il serbatoio del nostro bene e del nostro male, il deposito delle nostre colpe e delle nostre ambizioni, il complice dei nostri peccati indicibili e delle nostre gioie inconfessabili.

“L’amico” è la condensazione del Decalogo laico, quello che sta a metà tra la Filosofia morale ed estetica di un rigido Kant e il Pessimismo solidale e compassionevole di un indianeggiante Schopenhauer.

Veniamo al sogno, decisamente intrigante con i suoi doppi simboli e i suoi umani sotterfugi.

Mukuruzza ha un “amico” personale e privato su cui riversa, di volta in volta e alla bisogna, le “parti psichiche di sé” che aspirano a vedere la luce della realtà sempre in base ai bisogni contingenti della vita corrente.

Se poi questo “mio amico” ha i “capelli neri, bellissimi e lunghi”, il ricco patrimonio mentale ed estetico è in piena fusione nucleare senza strafare dalle leggi della Fisica delle particelle minime e dei sistemi massimi, senza derogare dai principi essenziali del microcosmo e del macrocosmo.

“L’amico” di Mukuruzza è un uomo che consente l’esibizione della Bellezza e della Consistenza delle Idee, una forza mentale di analisi che colpisce e affascina, avvince e incatena per la forza logica e per i contenuti originali. L’Estetica si sposa e si coniuga con la Logica secondo le coordinate della Oratoria e della Retorica, l’arte del bel parlare e l’arte del buon convincere. I “capelli neri, bellissimi e lunghi”, non sono l’oggetto della perizia di un abile parrucchiere, sono la “proiezione” dei bisogni di Mukuruzza di avere valore ideologico e abilità discorsiva, sono idee di sostanza e processi dialettici di persuasione in un mondo così povero di sostanza e semplificato nell’ignoranza. Mukuruzza aspira a un uomo che condensi i suoi bisogni di Logica discorsiva e i suoi desideri di convinzione e persuasione. Aggiungerei la terza arte della Logica e della Parola, l’Eristica, l’arte del convincere con il discorso ferreo e con la suggestione ipnotica. Si tratta sempre di proprietà e di doti del Pensiero che si traducono nel Verbo senza sconquassi emotivi e senza salti di logica.

Così Mukuruzza ha immaginato se stessa proiettandosi in questo benemerito e sostanzioso “amico”.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

La cura e l’amabilità di Mukuruzza si mostra nella combinazione ideologica delle tante idee e dei valori logici dell’amico, meglio “proiettati” nell’amico, nell’emersione di quella “parte intellettiva di sé” che aspira a essere considerata e valutata nei bisogni e nei desideri profondi.

Eppure c’è una valenza erotica e sessuale nelle “due grosse trecce” che la donna “faceva” all’amico, un’induzione amorosa all’erezione del fallo. La simbologia dei “capelli” viene assolta dal meccanismo onirico e primario della “figurabilità”: la treccia grossa richiama il membro eretto come nei migliori affreschi delle falloforie e dei riti annessi. I meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” evocano catene associative di ordine mentale e ideale. In sostanza Mukuruzza elabora in sogno tutta la sua ammirazione e la sua attrazione nei riguardi dell’intelligenza e dei prodotti mentali del suo “amico”, la simbologia del “capelli bellissimi e lunghi”, e in questa reverenza non esulano il sentimento dell’invidia e una forma di aggressività verso colui che sa di più e sa meglio comporre il suo Sapere, la sua erudizione e la sua saggezza fino al punto di raggiungere l’Amore del Sapere, quello che si associa all’Amore per la Bellezza, la Filosofia, “filos kai sophia” per l’appunto e per la precisione.

Si spiega in tal modo anche la “castrazione” del fallo del Sapere, la decurtazione della potenza e della forza concesse a colui che sa di sé e dell’altro, la “castrazione” del Filosofo, dell’amante del Sapere come conoscenza psicologica ed estetica. Mukuruzza ha un amico saggio e apprezza la sua Filosofia di vita e di scienza. Di queste proprietà e di questa virtù è invidiosa e manifesta questa aggressività proprio nell’atto di tagliare le “grosse trecce” per incorporarle in un momento della sua vita e in una contingenza psichica e mentale in cui accusa un deficit di vigilanza e di conoscenze, di esperienza e di reattività. L’amico offre a Mukuruzza di colmare questa momentanea lacuna attraverso la simbologia onirica dei capelli belli, delle trecce interessanti e del taglio invidioso quanto virtuoso.

Questo è quanto e anche in abbondanza, ma ancora non basta.

Se avessi interpretato il sogno di Mukuruzza con la valenza erotica e sessuale, il discorso sarebbe stato più facile e consequenziale, nonché banale e semplicistico. Avrei detto freudianamente che le pulsioni erotiche e sessuali di Mukuruzza avevano investito il membro del suo amico procurando una notevole erezione, doppia rispetto a quella consentita da madre Natura. Non appagata di questo effetto naturale, Mukuruzza avrebbe ridestato la sua “invidia del pene” e avrebbe operato la “castrazione” dell’amico in pieno ossequio alla sua mancata e a suo tempo desiderata fuoruscita dell’organo sessuale, secondo la convinzione infantile che esiste un solo sesso, quello maschile per l’appunto.

La “traslazione” del membro eretto nella Filosofia trova conferma anche nelle antiche mitologie sul tema della Scienza e dell’Amore del Sapere.

Per rafforzare l’interpretazione del sogno di Mukuruzza e per renderla più degna e completa, richiamo il mito di Eros secondo le linee culturali e filosofiche di Platone nel dialogo titolato il “Convito”. Il concetto di Filosofia racchiude l’emozione sentimentale dell’Amore, “filos” e “filia”, e la coscienza razionale della Scienza, “sophos” e “sophia”.

Parliamo di Eros.

Eros nasce da Poros, colui che sa come procurarsi la ricchezza e che possiede l’intelligenza operativa, e da Penia, la povertà nel senso pieno di una forma di ricchezza, la pienezza del nulla.

Eros fu concepito per espressa e consapevole manovra della madre quando il padre era ubriaco di nettare dopo la festa in onore di Afrodite. Dai genitori matura il “giusto mezzo”, quello di non essere né buono e né bello, né ricco e né povero, né cattivo e né brutto. Nella sua vera essenza Eros non è un dio, è un “daimon”, uno spirito vitale, un’energia, una “libido”, un desiderio, un messaggero tra il cielo e la terra, una forza cosmica che unisce, una carica empatica che simpatizza, una fusione tra empatia e simpatia alla greca, una forza magnetica che attrae, un’eccitazione che cerca l’appagamento, una carica elettrica che esiste in grazie ai poli opposti. Per essere stato concepito nella festa di Afrodite, Eros si porta addosso la Bellezza, così come dalla madre Penia si porta dietro la forza della povertà e dal padre Poros si trascina il coraggio. La combinazione di questi divini attributi fa di Eros un originale “daimon” che esalta con facilità e naturalezza le doti dell’Amore e del Sapere, dell’Es e dell’Io per dirla secondo un registro psicoanalitico.

Eros tende alla “coscienza di sé” attraverso il bisogno di crescere, di arricchirsi, di coinvolgersi, di escogitare sotterfugi, di sperimentarsi, di esserci nelle varie forme e modalità che possiede e che sa mettere bene in atto. Non possiede niente, come la Madre Penia, e può possedere tanto seguendo le strategie del padre Poros. Eros può essere amante, bello e saggio secondo le dinamiche di una tensione psicofisica che contempla e coniuga l’azione del “Pathos”, l’istinto, con le armonie del Logos, la “Filia”. Questa “Sofia” appare sotto l’insegna luminosa di Afrodite, la Bellezza. Ma non basta. Quest’ultima è coniugata con l’Ethos, la “Kalokagatia”: il Bello e il Bene secondo Natura stanno insieme. Questa Natura non è “dionisiaca”, immanente al sistema neurovegetativo, né “religiosa”, trascendente la Realtà, ma è una Natura vivente che abbraccia il Tutto, “ilozoismo”. L’Ethos è dell’Uomo, secondo l’insegnamento di Socrate, e non si traduce nelle prescrizioni acritiche della Morale e fideistiche della Religione.

Convergendo su Eros, si può attribuire a questa energia vitale, “daimon”, il senso e il sentimento dell’Amore, l’erotismo e la sessualità, la “eudaimonia”, la Felicità legata a un buon demone, la seduzione e soprattutto la Bellezza in onore ad Afrodite e in onore alla Logica, armonia tra le parti. Ma la straordinaria duttilità e la poliedrica valenza di Eros si allargano nella nostalgia del Tutto e nella possibilità di perpetuarlo proprio rigenerandolo, la “genitalità”, freudianamente la “libido genitale” che contraddistingue l’uomo nella sua individualità e universalità. Eros esalta il dono della Vita e la generosità del dare la Vita nel suo essere la versione maschile della Dea Madre. La Filosofia è la trasmissione altruistica del Sapere, come il Padre è la versione fallica dell’Amore della Specie. Eros è il Padre buono che ama i figli e non li divora, li tutela e non li manda allo sbaraglio, li esalta e non li castra, li accompagna senza esser visto e facendo sentire la sua presenza nel messaggio e nei valori trasmessi: la Cultura. Ogni uomo e ogni donna sono Eros quando elaborano e vivono la “posizione genitale” nel corso della loro evoluzione psicofisica. Eros mette d’accordo il Maschile e il Femminile nel suo essere “androgino”. Eros insegna l’innocenza indiscriminata del donare, dell’investire “libido” nella sua qualità massima.

Meritava tutto questo mostruoso papello il sogno breve, anzi brevissimo, di una parsimoniosa e profonda Mukuruzza.