CAREZZA DEL VENTO

14 / 09 / 2.000

Raggiungere il suo studio ogni settimana diventerà per me un rito estremamente gradevole, nonostante la ripetitività; mi piace pensare che di giovedì in giovedì alle ore otto e venti attraverserò il ponte delle Guglie, arriverò alla stazione santa Lucia, mi fermerò all’edicola di Nane per prendere “La nuova Venezia”, acquisterò il biglietto, l’oblitererò, prenderò il treno delle otto e quarantadue per Udine, alle nove e trentuno scenderò alla stazione di Conegliano e appena fuori troverò il taxi che mi porterà a destinazione tra le verdi colline trevigiane.

Le abitudini sono rassicuranti e riempiono la vita specialmente dopo tante drammatiche traversie.

In questo mese di settembre l’odore dell’uva matura è molto acuto e l’aria profuma di mosto; la vendemmia è una festa della natura e degli uomini.

Io non ricordo niente di simile nella mia Africa; l’ambiente è decisamente ostile e le forze della natura sono dominanti.

Io ho un buon olfatto e fortunatamente non mi sfugge il profumo dell’uva appena vendemmiata e del vino appena spremuto.

Queste colline verdi e fresche sembrano finte per una donna vissuta tra il giallo e il nero dell’Africa e tra il grigio e il verde sporco di Venezia; queste colline somigliano a quelle dipinte dai bambini negli album da disegno, quando la maestra ordinava di tuffarsi a volo d’angelo dentro i colori e di buttar fuori le proprie emozioni.

I miei sensi sono ancora acuti come conviene a una donna africana della tribù Isciu e di nome Ascingha, “carezza del vento”, nata e cresciuta per anni nelle foreste dei monti Loma.

In Africa i sensi si esaltano per il forte calore e per la necessità di sopravvivere; gli uomini sono molto simili agli animali nei comportamenti e nelle reazioni.

A dire il vero l’odore del vino, quest’odore aspro e dolciastro, mi procura una nausea terribile quando affiora nella mia mente il ricordo di uomini ubriachi, pochi in verità, che mi hanno vomitato addosso mentre tentavano di svegliare il “bilingo” per godere della mia “puta” asciutta e distratta; questi sono gli inconvenienti di un certo lavoro.

Il calore, soprattutto il calore, è determinante per la vita dei sensi; man mano che ti sposti verso il nord e verso il freddo, ti rendi conto di perdere qualcosa nel corredo delle tue sensazioni.

Questa non sarà una legge universale, ma è la mia opinione e il mio vissuto: se punti a settentrione, perdi sempre in vitalità.

Io ho scelto, a mio modo, di lasciare l’Africa e sono stata costretta a risalire il mappamondo a bordo di uno sgangherato bastimento; il viaggio ha impresso sulla mia carne, di onda in onda, un oscuro senso di perdita che non riesco ancora oggi a sradicare, un’opaca sensazione di distacco che mi stringe ancora oggi la gola.

Ancora oggi !

E’ come se il tempo si fosse fermato sopra l’abisso del dimenticatoio, trattenendo le esperienze più significative della mia vita in attesa di lasciarle cadere definitivamente nel vuoto; è come se io con il cuore in gola tentassi di salvare questi frammenti di vita vissuta dal pericolo del nulla per l’angoscia di morire del tutto e per sempre.

Quel viaggio non è stato certamente il semplice trasferimento del corpo di Ascingha da un continente all’altro; io non posso dimenticare un viaggio che si riempiva, onda su onda, di un ambiguo simbolismo e oscillava come un pendolo tra il desiderio di vivere il nuovo e la colpa di abbandonare il vecchio.

Il piatto si è così condito nel tempo di una fatale inesorabilità che ha una sola verità e un solo sapore: tutto ciò che si lascia è definitivamente perduto e non può ritornare in alcun modo, neanche sotto la forma di un pupazzo di “peluche”.

Anche la morte s’inchina di fronte a ciò che non è stato vissuto e si poteva vivere.

Ricordo quel viaggio e sento chiaramente il freddo e lo sgomento che saliva dai miei piedi scalzi mentre percorrevo il sentiero che portava lontano dalla mia foresta sotto la guida di Marion e in compagnia di Aggun.

La foresta, la verde foresta !

Però, cos’era per me quella foresta ?

Era la mia casa sotto il cielo, un buco nero dell’universo che ben conoscevo e dentro il quale sguazzavo sicura come un’anatra quando le prime piogge formavano qualche pozza.

Mentre mi allontanavo da quel misero punto tutto nero, sentivo che una vecchia emozione scivolava dalla mia pelle e con il sudore si perdeva per sempre al suolo.

Eppure io, fuggendo, miglioravo la mia esistenza in ogni senso.

Marion era la prova vivente del salto di qualità e io potevo toccare il suo corpo con le mie mani nei momenti di dubbio più intenso.

Bastava saltare dalla sponda africana sopra un putrido peschereccio dal nome “suregai” e lasciare che i marinai puntassero la prua verso nord, sempre e solo verso nord, un punto cardinale magico per gli uomini che abitano le terre situate in basso rispetto al paradiso dell’occidente, quegli africani che si sentono inferiori rispetto ai popoli degli altri continenti e inevitabilmente per la vile legge della compensazione si stimano superiori rispetto ai loro fratelli; basta considerare le guerre civili che insanguinano il mio paese per avere un’idea dei misteri o dei paradossi dell’Africa nera.

Bastava fare un salto sopra un bastimento puzzolente di sardine e potevi conquistare gli antibiotici in farmacia, l’acqua in casa, il denaro in banca, i cibi nel supermercato, la legge in tribunale, gli slip in negozio, la plastica in ogni luogo, i pannolini in bustina, le tagliatelle ai funghi, la macedonia di frutta, il bidet in bagno, le aspirine effervescenti per i dolori mestruali, tanto di tutto o quasi tutto.

Chi più ne ha, più ne metta e alla fine non si senta povero il beneficiario e non si senta ingordo il beneficiato.

L’Occidente era l’anticamera del paradiso per una negretta primitiva della tribù africana degli Isciu; in Occidente si poteva anche stupidamente sperare di non morire.

Quanti bambini ho visto morire nella mia terra per la mancanza di un farmaco e quante donne malate non ho visto più ritornare dalla savana.

La foresta era il dio e il luogo sacro del dio, la divinità e il suo tempio; la foresta dava e riprendeva la vita senza dolore e senza rumore.

Era costume degli Isciu abbandonare i bambini malati e le poche donne vecchie nella foresta per lasciarli morire; quelli che restavano vivi, ritornando al villaggio, pensavano di averli affidati agli spiriti buoni e ai cicli generosi della natura.

Da un giorno all’altro e con estrema naturalezza in Africa si scompariva dalla scena della vita per inedia collettiva e per fatalistica rassegnazione.

Tutti mostravano assoluta indifferenza di fronte alla morte; il vago senso di necessità naturale dei sopravvissuti si mescolava alla noncuranza dei disperati, uomini ancora vivi che avevano la fortuna e la possibilità di vagare domani per la foresta e di ritornare alla propria capanna di fango prima della notte.

Quante volte non riuscivo a prender sonno, mi giravo sopra il pagliericcio e volgevo lo sguardo verso quella parte della foresta dove speravo di rivedere all’improvviso quel viso che da qualche giorno era sparito.

In questa ingenua attesa avvertivo un sentimento di gioia e un senso di tristezza, poi mi rassegnavo e sfinita dai desideri e dalle paure cadevo nel sonno.

Quanto l’ho atteso !

Quanto ti ho atteso, piccolo amore mio dalla pelle nera e dagli occhi nerissimi !

Eppure ti ho atteso, pur sapendo che non avevi gambe e piedi per camminare; io ti ho atteso lo stesso e ho desiderato che almeno il tuo dolce viso apparisse dai cespugli delle “nuree” almeno una sola volta per dirmi: “non piangere Ascingha, io ti ho perdonato.”

Io sono viva e aspetto ancora il tuo bel viso, ma sono sicura che qualcuno da qualche parte mi restituirà almeno il tuo dolce sorriso.

Non riesco a dire altro, dottore; in questo momento sento soltanto il bisogno di sparire.

Voglio tornare a casa, non mi sento per niente bene; speriamo che il tassista sia già fuori ad aspettarmi.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

PIEVE DI SOLIGO – 07 / 09 / 2.000 – ORE 15,15

Buongiorno dottore, chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma il tassista non riusciva a trovare la strada del suo studio.

Mi chiamo Jasmine Ainé in Tirindelli, ma il mio vero nome è Ascingha e in lingua italiana si può tradurre con una certa approssimazione “carezza del vento”.

Come ha visto la mia pelle è nera e le mie labbra sono pronunciate come quelle di una bertuccia, ma in tutto il resto le assicuro che sono simile a una donna dalla pelle di qualsiasi altro colore.

Non è mia la colpa di essere a suo tempo caduta dal cielo proprio dentro uno spicchio d’Africa.

Sono originaria della Sierra Leone e la mia tribù abita ancora nelle foreste che si trovano alle pendici dei monti Loma e ai confini con la Guinea.

Oggi la mia terra, purtroppo, è famosa per la guerra civile che la insanguina e soprattutto per l’uso spietato che i guerriglieri di chissà quale causa fanno del “machete”, mutilando tutti quelli che incontrano sul loro cammino, grandi o piccoli, forti o deboli, vecchi o giovani, maschi o femmine, intelligenti o ebeti.

Sembra che per questi criminali la cosa più importante sia lasciare alla propria gente un segno ben visibile della loro ferocia per tutto il resto della vita: la “mezza manica” o la “manica lunga”, in base alla scelta dell’amputazione sopra o sotto il gomito.

Trascuro la mutilazione dei piedi o delle gambe, perché il solo pensiero mi scatena tanta rabbia e il ristagno della tensione mi procura il vomito; mi creda, non vorrei riempirle la scrivania del tritato degli spaghetti alla carbonara che ho appena gustato a pranzo.

Posso capire il cannibalismo, ma non la ferocia e soprattutto quando è consumata contro i bambini e contro le donne.

Ritorno a me e ai miei tanti problemi, perché non è proprio il caso di dilungarmi su questioni morali o politiche che oltretutto non riesco a capire semplicemente perché non trovo e non troverò mai alcuna giustificazione alla violenza; mio marito dice che sono mentalmente pigra, ma chissà quale dramma si nasconde dietro questa mia pretesa pigrizia.

Da più di trent’anni mi trovo in Occidente e da quindici anni vivo a Venezia, la più bella e umida città del mondo; pur essendo una negra africana, sono una persona istruita e ho avuto la fortuna di acquisire la cultura occidentale e di non dimenticare le radici africane, per cui devo riconoscere che mi sono sempre adattata e mai integrata.

Sarà questo il solito mal d’Africa o sarà questo il solito male psichiatrico ?

La risposta spetta ormai agli stregoni o agli specialisti della mente umana, ma ricordo che una zingara davanti a un supermercato di Mestre a suo tempo mi aveva detto che tra tanto male e tanto bene sarei sempre stata una donna eccezionale.

Io ho la mia verità in proposito, ma è indiscutibile che, nonostante le conquiste umane e sociali fatte in tanti anni di permanenza in Italia, io mi sento insoddisfatta, inquieta e sempre alla ricerca del trapezio più pericoloso e dell’equilibrio più precario.

Ma cosa cerco ancora ?

Mi chiedo con gentilezza: Ascingha, cosa cerchi ancora ?

Mi rispondo con altrettanta gentilezza: cerco la gloria e la vendetta, l’aureola e il pugnale, il pari e il dispari, il maschile il femminile, il concavo e il convesso, il padre e la madre, il fuoco e il ghiaccio, la vita e la morte, io cerco l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, io cerco l’armonia dei miei opposti e dei miei elementi.

Per spiegarmi meglio devo partire da lontano, ma lei ha già capito che con i simboli mi trovo a mio agio e con le metafore mi sento in famiglia; la fantasia è la mia unica confidente e la mia buona medicina, perché mi aiuta ad addolcire o a camuffare le tristi verità della mia vita.

E’ opportuno, a questo punto, presentarmi meglio.

Il mio primo documento d’identità è stato un passaporto falso, rilasciato negli anni settanta dalla mafia di Dakar, la pigra capitale del Senegal e il tragico crocevia della tratta delle negre.

Dakar è il capolinea di una disperata rotta che da capo Verde porta ancora tante adolescenti, racimolate nell’entroterra africano, a Mazara del Vallo, imbarcandole in vecchi bastimenti stivati di sardine puzzolenti.

Di questa rotta e di questo commercio sono da sempre al corrente le autorità politiche e morali del mondo e in particolare dei paesi europei, così come ne sono ben informati tutti i benpensanti dalla pelle bianca che ogni notte vedono adolescenti negre passeggiare mezze nude sui marciapiedi delle loro città per la soddisfazione erotica dei loro simili.

Di questa rotta sono direttamente al corrente anche le autorità militari dei paesi che nel bene e nel male sono coinvolti in questo squallido commercio: l’infido Senegal, la povera Mauritania, il falso Marocco, l’allegra Spagna, la fanatica Algeria, l’ambigua Tunisia, la brillante Italia e il resto dell’Europa civile dove le negrette vanno a sciamare come le api e con il loro miele.

Le motovedette di ogni paese e di ogni arma hanno fatto e fanno ancora la scorta alla tratta delle negre lungo le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo nella piena convinzione di aver sempre rispettato il diritto sulle acque territoriali e di aver sempre evitato imbarazzanti complicazioni tra i vari stati.

Bravi, molto bravi, non c’è che dire !

Nel rispetto della legge internazionale e delle leggi nazionali sono stati e sono ancora favoriti i traffici criminali di ogni tipo, burocrazia compresa, perché non si tratta soltanto di smerciare puttane lungo i marciapiedi o nei bordelli, ma anche di collocare la merce umana con una certa legalità formale.

Il mio passaporto, ad esempio, era pieno di bolli e di timbri, il capolavoro di un abile falsario, un documento incorniciato dalla foto sbiadita di una ragazzina negra impaurita e appena uscita dalla foresta, un’opera così perfetta nel suo genere che è stata la base della mia identità europea fino a oggi.

Nessuna polizia, marittima o terrestre, nessuna autorità umana o celeste ha mai contestato per pigrizia o per convenienza quel pezzo di cartone sporco d’inchiostro colorato.

Del resto, cosa vuoi e cosa puoi obiettare alla Repubblica francese che dichiara per iscritto che una certa Jasmine Ainé è nata a Marsiglia, Marseille en francais, il nove dicembre del millenovecentosessantuno e abita al numero settantadue di rue Mallarmé sempre nella stessa città di Marsiglia, Marseille en francais.

Dall’autunno di quell’anno che non so, questa è stata la mia identità formale.

E’ perfettamente vero: “quell’anno che non so”.

Certamente esiste “quell’anno che non so” anche se io non l’ho mai conosciuto e semplicemente perché il calendario della foresta era il cielo, quel cielo che misura ancora oggi il giorno e la notte e dimostra l’inutilità di fare il conto di quanto hai malamente vissuto e di cosa ti lasci alle spalle.

All’inutilità di fare il conto si aggiungeva l’indolenza a contare i giorni trascorsi e a metterli in riga anche incidendoli sulla ruvida corteccia di un’acacia; a questo buco tecnico si deve associare l’incapacità africana ad avvertire in qualche modo quella che si definisce storia presso gli altri popoli, i cosiddetti popoli civili che giustamente amano la memoria perché hanno nel bene e nel male qualcosa da ricordare.

Del resto, cosa avresti voluto conservare dentro il tuo cuore e rivivere con desiderio in un mondo a una dimensione e in una quotidianità ripiena di cose sempre uguali ?

Eppure la nostalgia colpisce anche gli africani, ma questo mal d’Africa è soltanto desiderio d’oblio, un bisogno inconfessato di dimenticare totalmente se stessi.

A tutt’oggi, quindi, secondo quella carta colorata io mi porto addosso quasi trentanove anni, appartengo al segno zodiacale del Sagittario e, aggiungo volentieri, con ascendente Saturno per sottolineare la tendenza a usare soprattutto la testa anche se buona parte della mia vita potrebbe affermare malignamente il contrario: più emozione e bassoventre, meno ragione e cervello.

Il mio attuale documento d’identità, rilasciato dalla Repubblica italiana di cui sono cittadina, riporta ancora questi dati, ma io so bene che il vero e unico dato della mia persona è il nome Ascingha, proprio quel nome che non compare in nessuna carta scritta e che risuona nelle mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Ho già detto che Ascingha si può tradurre in italiano “carezza del vento”, che le traduzioni sono sempre approssimative e specialmente se riguardano i nomi di una tribù primitiva dell’Africa nera, ma quel nome, lo ripeto volentieri e senza paura di essere monotona, ricordo di aver sempre sentito dentro le mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento” in qualsiasi parte del mondo mi trovo a camminare e in qualsiasi fuso orario mi trovo a filare la mia vita.

Dopo questo amaro sfogo vengo al dunque, al mio dunque naturalmente.

Come le ho riferito per telefono, mi ha fatto il suo nome il professor Crisafulli, il più quotato in ogni senso psichiatra del nord-est, il quale, dopo avermi diagnosticato schizofrenica e inutilmente curato con micidiali cocktails di farmaci ben equilibrati nelle indicazioni e nelle controindicazioni, adesso sostiene semplicemente che a me conviene star male e che, quindi, non guarirò mai.

Sindrome di convenienza”, ecco, l’ha definita così.

Sono felice di aver ricordato la nuova diagnosi, perché possedere una buona memoria mi fa sentire una donna in forma e una persona sana di mente, contrariamente a quanto pensa l’illustre clinico con il suo sedici metri a vela ancorato nella darsena di Monfalcone.

Ecco, lo strano personaggio si è dimostrato un pesante chimico e un grande maldicente semplicemente perché senza farmaci la sua bislacca scienza vale poco meno di nulla.

Ecco, dopo aver trasformato il mio corpo in un impianto petrolchimico e dopo averlo annientato con miracolosi farmaci, l’illustre clinico sostiene che lei, proprio lei che sulle pillole e sulle supposte per principio e per mestiere non fa alcun affidamento, potrebbe essere indicato al caso mio anche perché al contrario di lui, aggiungo io e me ne assumo la responsabilità, sembra avere tanta pazienza e poca ingordigia.

Il dottor Crisafulli mi ritiene una donna testarda ed esigente, una vergogna per la sua superba scienza e un’eresia per i suoi micidiali intrugli; alla fine secondo l’esimio professore e secondo tutti gli uomini poveri di spirito io sono una donna frigida che non ha trovato il bastone giusto per il suo equilibrio psichico e per bastone intenda pure quello che le salta subito alla mente uscendo fuor di metafora.

Mi preme precisare che, pur tuttavia, l’egregio dottore non ha mai disprezzato il colore della mia pelle per il semplice fatto che ha ben apprezzato il colore dei miei soldi.

Cinquecentomila lire a visita !

Mi spiego ?

Mi capisce ?

Io non sono una maldicente, io ho soltanto il brutto difetto di esprimere in maniera chiara e diretta quello che penso, senza paura e senza pudore, perché, nonostante il colore della mia pelle, oggi posso permettermi di non leccare il culo a nessuno e soprattutto a un uomo bianco.

Del resto, sono poco legata alla vita e non ho bisogno di nessuno e di niente; la gente è in più e le cose intorno a me sono inutili, gli uomini sono animali inquinanti e le città sono fogne a cielo aperto.

Per il momento sono costretta a escludere da queste mie convinzioni la sua figura e la sua eventuale funzione, ma in tutta sincerità nutro qualche speranze.

Bando alle inutili polemiche e veniamo ancora una volta al dunque, al mio dunque naturalmente.

Il professore Crisafulli mi ha consegnato una lettera riservata alle sue pregiatissime mani, “S. P. M.”; io non ho resistito alla curiosità, l’ho aperta e sono riuscita a decifrare la scrittura di un medico e addirittura a capirne il senso.

Le dico subito che non sono d’accordo sulla diagnosi, ma questo non è importante per gli altri, perché stravolge soltanto la mia persona e la mia vita.

La sola giustificazione della mia maleducazione è proprio il fatto che questa lettera riguarda la mia persona e la mia vita.

Io, caro dottore, sono ancora viva e vegeta soltanto perché ho sempre nella giusta misura diffidato di tutto e di tutti; questo significa essere prudenti e non paranoici.

Caro dottore, mi creda, io non mi trovo ai bordi della schizofrenia, non sono mai arrivata ai confini della melanconia, non mi trastullo nella crisi depressiva desiderando la morte e non mi esalto nella fase maniacale sperperando i miliardi di mio marito.

Certamente ho dei sintomi pericolosi per la mia persona e per il mio prossimo, altrimenti non sarei qui e non avrei iniziato il solito pellegrinaggio alla ricerca di un guaritore che mi dia un migliore equilibrio o di uno stregone che mi restituisca la cosiddetta normalità.

Certamente io non sto bene, non mi sento bene, non sono serena, non sono tranquilla, non sono me stessa, non sono in pace con me stessa.

Certamente oggi io sono l’ombra di me stessa e il mio malessere è iniziato proprio quando pensavo di essere arrivata a destinazione e di avere risolto gran parte dei miei problemi almeno per questa vita, ma il tutto non significa essere malata o una malata del calibro sparato dall’illustre clinico.

E’ questo il punto: io non sono e non mi sento malata !

Se sono malata, la mia malattia è allora la mia persona, la mia identità, la mia storia.

La mia malattia si chiama Ascingha.

La mia malattia è la cosa più bella e terribile che io possiedo: Ascingha !

Egregio dottore, a questo punto, come uomo potrà comprendere la mia insolenza nell’aprire la corrispondenza fra professionisti della mente e come strizzacervelli è costretto a comprendere la determinazione che ho manifestato nel difendere la mia persona dalle diagnosi più assurde, ma, mi creda, questa insolenza e questa determinazione sono doti costruite attraverso le mille esperienze della mia vita, una vita intrecciata di mille vite come la coda di un gatto e una vita sempre costretta dalla necessità di sopravvivere.

Io, Ascingha, sono sempre andata al di là della mia stessa vita e sono sempre riuscita a trovare un equilibrio nelle traversie più nere e nei momenti più tragici; questa è la mia malattia e questa è anche la mia forza.

Oggi che tutto si è sistemato nel migliore dei modi e io sono la signora Jasmine Ainé Tirindelli, cittadina italiana, oggi che posso pagare anche la parcella di uno strizzacervelli per capire quali mali oscuri dentro di me chiedono di venire alla luce, io resto sempre una povera negra e sento il bisogno di cercare quella madre naturale e snaturata che ho necessariamente avuto e non ho mai conosciuto, quel bambino negro che ho abbandonato ai topi e ai serpenti della foresta, quella pretesa sorella venduta ai mercanti di schiave che non ho più rivisto, quei quattro figli che ho abortito e che non dormono in cimitero, quell’uomo amato che è scomparso nel nulla o nell’acido solforico, quell’uomo adorato che mi ha sempre sfruttato e ingannato, quell’Africa, la maledetta Africa, che a distanza di trent’anni è conficcata nel mio cuore e ancora una volta riesce a essere la causa della mia gioia e del mio dolore.

Oggi non ho più niente da temere e non ho un nemico da combattere al di là di me stessa.

Oggi abito in una casa signorile di Venezia e posso senza alcun problema imbarcarmi, quando voglio, per una delle tante crociere intorno al mondo.

Oggi sono la moglie del generale in pensione Biagio Tirindelli, pluridecorato al valore militare nella campagna d’Etiopia e nella guerra di Resistenza; oggi sono una donna di colore rispettata dalla gente e riconosciuta dalla stato italiano, uno stato che non ho mai incontrato nei momenti più tragici della mia vita neanche sotto l’uniforme di un fedele carabiniere o dentro il tailleur amaranto di un’assistente sociale.

Oggi io non sono più quella bella negra che a pagamento lasciava menare dentro la sua “puta” il “bilingo” di uomini occidentali malati nel cuore di un amore mancato e nelle ghiandole di un corpo disprezzato.

Oggi non sono più Jasmine, la puttana di colore della squadra di Marcos del Brenta, oggi non sono la sguattera negra di maman Immé, oggi sono e mi sento soltanto Ascingha, la “carezza del vento”, la figlia ingrata di quella tribù Isciu che abita ancora presso le foreste di quei monti Loma che abbracciano con un solo orizzonte Sierra Leone, Guinea e Liberia, terre di miseria e di crudeltà, di fame e di morte.

Jasmine è entrata in guerra con Ascingha e Ascingha vuole uccidere Jasmine; questo è il mio vero dramma e lo capisco soltanto io, perché sono io a viverlo sotto la mia pelle nera.

La tensione ristagna disperatamente dentro il mio corpo come l’acqua putrida nei canali di Venezia, si scatena contro me stessa, mi buca lo stomaco, mi chiude il respiro, mi sballa gli orologi interni, mi divora gli anticorpi, mi succhia il sangue, mi rode il cervello, mi castra le energie.

A questo punto non mi resta che desiderare la morte, perché non voglio e non posso più sentire quel dolore che non è un dolore come gli altri, ma uno struggimento senza soluzione, uno sbriciolarsi delle budella sotto i denti affilati di una squadra ben addestrata di topi.

Soltanto a volte sento il bisogno di vendicarmi e di uccidere qualcuno, un qualcuno che in un modo o nell’altro è stato ed è responsabile delle violenze subite e impresse nella mia carne come le stimmate di un santo.

Dicevo che nella mia vita ho imparato a trovare in ogni circostanza l’equilibrio necessario, ma a furia di cercarlo non ho mai imparato a mantenerlo.

Sono una persona istruita e a modo mio parlo quattro lingue, conosco a memoria le poesie di Saffo, capisco qualcosa degli scritti del dottor Freud di Vienna, leggo Montale e Pasolini, amo il Gattopardo del principe di Lampedusa, ho capito tutti i film di Federico Fellini, cucino le lasagne bolognesi in tutte le salse, tiro i tarocchi per deridere le mie amiche superstiziose, lavoro a maglia e a uncinetto, conosco il punto a croce e il gigliuccio, ho imparato l’impossibile, ho assorbito culture diverse, mi sono adattata a modi di dire e di fare, ho fatto, ho detto, ho subito, ho visto, ho vinto, ho perso, ma in tanta malora o in tanta fortuna non ho mai imparato a mantenere l’equilibrio giusto per vivere senza l’altalena dell’umore e la parabola dei sentimenti.

La mia malattia si chiama Ascingha, una bambina dalla pelle nera; la mia malattia galoppa tra le tante esperienze di Jasmine, una puttana di lusso dell’entroterra veneziano: l’ingenuità di una negretta africana della foresta e la disinvoltura di una negra francese da bordello italiano.

Le mille e mille traversie della mia vita hanno lanciato in cielo altrettante immagini di me stessa che come un boomerang sono ritornate a colpirmi; se da un lato tutto questo mi ha fatto crescere e arricchire, dall’altro lato ha messo e mette a dura prova la mia identità e il mio equilibrio psicofisico.

E così a volte, soltanto a volte, mi piace tanto dimenticare me stessa e convincermi di non sapere più chi sono, ma non desidero mai essere un’altra persona.

E così non passa giorno che io non cada in uno stato pietoso di abbandono e in una tremenda desolazione; questa prostrazione mi impedisce di muovere persino un dito per dare un segno di vita a tutti coloro che si affaccendano attorno al mio corpo quasi morto nel vano tentativo di rianimarlo.

Dirò che avere tanta gente al mio servizio, il generale compreso, mi dà una bella, quanto effimera, sensazione di pienezza e di riscatto.

Oggi io mi sento Arlecchino, oggi io sono un Arlecchino vestito di mille pezze colorate e a ogni pezza corrisponde una gioia, un trauma, un ricordo, un oblio, una fantasia, un ragionamento, un sogno, un fantasma, una riflessione, una lacrima, un sorriso, una frustata, un dolore e tutto quel mare di sensazioni e di sentimenti che si deve attraversare partendo dalle spiagge di capo Verde in Senegal per approdare a Mazara del Vallo in Sicilia.

Allora ero una bella adolescente da tempo delle mele, una ragazzina incatenata con Aggun e altre sventurate bambine di colore dentro la stiva di un bastimento puzzolente di pesce; allora ero una bella adolescente da tempo delle mele che pensava di arrivare in qualche parte di un mondo migliore con la coscienza imperfetta di tutto quello che aveva addosso e desiderava lasciarsi alle spalle.

Purtroppo, quella parte del mondo che l’ingenua bambina andava a esplorare era di un’altra persona, Marion, la civetta negra dei trafficanti di donne, e quella parte del mondo non era poi la parte migliore del solito mondo.

La mia malattia è la memoria della mia vita; i ricordi di Ascingha non si sposano con i vissuti di Jasmine, ma, del resto, se avessi dimenticato una sola parte di me stessa, in questo momento non esisterei né come Jasmine e tanto meno come Ascingha.

Io non so quando sono nata e non possiedo un cognome: io sono soltanto Ascingha.

Nella foresta, come dicevo prima, non esisteva il calendario o l’ufficio anagrafico e tanto meno si conosceva il padre e la madre; tutti gli uomini e tutte le donne della tribù Isciu potevano essere i tuoi genitori e non potevi sbagliare, perché gli stranieri, che arrivavano presso le vallate dei monti Loma, erano riconoscibili dalla pelle bianca e dal fucile, dalla sottana grigia e dalla croce ed erano bracconieri, missionari, avventurieri e mercanti; questi ultimi erano i più amati e i più crudeli.

Ho vissuto troppo, in fretta e intensamente.

A quarant’anni mi sento vecchia dentro e fuori, perché le esperienze più belle e più brutte le ho fatte quasi tutte; adesso sento soltanto il bisogno di fermarmi e di riordinare la mia vita, una vita, come le dicevo, fatta di mille vite, ma non sempre ne sono capace e spesso sento il bisogno di una guida, di un compagno di viaggio che non mi indichi la strada fingendo di conoscerla, perché in effetti non può conoscerla, ma che mi segua e mi lasci esprimere.

Io non ho bisogno di un ipocrita moralista o di un falso mezzoprete.

In un mare di dubbi sono sicura di essere Ascingha e di essere sempre rimasta Ascingha e solo Ascingha, la “carezza del vento” del nord che pettina la sabbia del deserto.

Jasmine non ha niente a che fare con Ascingha.

Il dottor Crisafulli avrà anche ragione nel diagnosticarmi schizofrenica, ma in base alla vita che mi è piovuta addosso, io non potevo essere diversamente e mi sono conservata nel migliore dei modi, mi creda, dottore, mi creda.

Altro che problemi di melanconia o disturbi dell’affettività, io ho solo bisogno di fermarmi dopo essere stata per trent’anni in un moto perpetuo di sopravvivenza.

Altro che psicosi maniaco-depressiva, io ho solo bisogno di riordinare la mia vita raccontando la mia storia a un degno ascoltatore; lei mi è stato indicato come tale, uno strizzacervelli molto pacato che non si addormenta durante la seduta, che non ha soluzioni salvifiche per nessuno, che ha un profondo rispetto per i suoi compagni di viaggio e che, soprattutto, difficilmente parla.

Io ho bisogno di un interlocutore muto, di una statua di marmo, di un uomo che non apra la bocca; in tal modo eviterò anche la delusione di accorgermi che il mio navigatore non ha capito niente di tutto quello che ho detto e che volevo fargli capire, non potrò pensare ancora una volta di aver regalato le mie perle ai porci.

Io le chiedo soltanto di lasciarmi esprimere con il mio autentico linguaggio, di lasciarmi raccattare i cocci della mia originale storia, di lasciarmi ricucire le pezze sgualcite del mio bel vestito nell’ardua impresa di ritrovare la mia vera identità senza false illusioni e inutili pretese.

Sembra strano che una donna negra affidi a un uomo bianco la spremuta del suo cervello, una virtù e un lusso dei popoli superiori e ricchi, ma io sono una persona adulta e istruita, conosco il mondo e capisco le persone che lo abitano, non sono ignorante anche perché sono stata alunna di maman Immé, la mia madre putativa, una professoressa di lettere classiche presso il liceo Marco Polo di Venezia, una donna dalla mente enciclopedica e dalla casa tempestata di libri.

Sono sicura che la mia storia personale si mischierà con quella di un popolo primitivo di razza inferiore e con quella di un popolo evoluto di razza superiore, ma questa eventuale contaminazione, in verità, non mi dispiace, soprattutto se può servire a capire me stessa e a essere padrona in casa mia.

E poi credo, perdoni la vanità, che per lei sarà un’avventura ancora più interessante, quanto meno non si annoierà ad ascoltare le solite tristezze di una vita piatta e convenzionale.

Non ho alcuna difficoltà a pagare il suo onorario e lo farò tramite bonifico di mese in mese, per cui non mi resta, se lei è d’accordo, che rifilarmi un generoso “in bocca al lupo” per questo fascinoso viaggio nella memoria.

E che gli dei non siano avversi, come non lo furono allora i venti nella rotta fatale e trafficata che dall’Africa porta ancora oggi in Sicilia.

Bonjour monsieur le docteur.

LA STELLA BUONA

Nato sotto una buona stella,

Venere postbellica,

antinglese e antitedesca,

filoamericana e tanto yankee,

mi ritrovo sulla testa Orione e la sua oscena clessidra

che mi segna il tempo

e mi segue in ogni passo

dentro questo giardino arabo babilonese,

pensile e terracqueo,

suburbano e scavezzacollo sul vallone di Anapo,

l’amante di Ciane,

quella del papiro egiziano sulla fonte,

ultima mia dimora di ritorno al Tutto e al Niente,

che sono sempre un Qualcosa,

un Quidquid per un Quisquis,

un ritorno che somiglia a una potatura

inferta al Grande Ulivo millenario all’ingresso di Pietra bianca,

piantato da Pietro e Paolo in persona,

un Albero eterno come il peccato umano,

come la colpa atavica dei Padri e delle Madri

che immancabilmente ancora ritrovi tra le pieghe

dell’anima che non vuole morire,

del corpo che non marcisce come i fiori di plastica,

di un Uomo di ghiaccio che non deve morire

perché incinto di un demone,

daymon,

un doppio brodo di vitalità alla greca,

una minestra ebraica e cristiana d’immortalità,

mentre in questo mondo crudele e infame

il tiranno tiranneggia le peuple et les garcons

e uccide il Giusto con il plutonio

e il cadmio senza fosforo nella zucca,

esalta in tv cantanti e giornalisti,

patate e patatini,

sempre difeso dalla polizia inurbana

e dal consenso dell’ebete che ride,

l’homme que rit,

palpandosi i coglioni sbavati ed erniosi,

come Vittoriu u babbu in via Vittorini

quando la sorella Carmelina gli augurava la morte.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 20, 02, 2024

QUISQUIGLIE

“Quisquiglie, quisquiglie”:

gridava l’uomo dei gelati.

Ero già alla fine del mese,

ma l’influenza entrò nei miei polmoni

con il fiato in gola di colei

che ancora oggi ricorda

quando si è sentita donna,

madre e figlia in due colpi sparati in basso e in alto,

come la grappa che si snappa dalle mie parti

accompagnata allo strudel al dolce sapore di mela.

Scrivimi in francese di quelle volte,

perché dopo il covid i numeri non tornano.



Harah Lagin, 31, 01, 2024



Salvatore Vallone











.

LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024







SIGNORINELLA

ATTO QUINTO

 

Negli occhi tuoi passavano

una speranza, un sogno e una carezza,

avevi un nome che non si dimentica,

un nome lungo e breve: Giovinezza.”

 

Occhi,

specchio del Nulla contingente ed eterno,

Giacono e Friedrich,

Arturo e Jean Paul,

gemme da vetrinetta in radica nel salotto di mia madre,

uomo senza speme,

maschio senza sogno,

corpo senza pelle,

oblio del nirvana,

atarassia dello stoico coglione,

nome senza parola,

Iuventus club,

foot ball della dimanche et semper,

amen e amin.

 

Salvatore Vallone

 

Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024

SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



SIGNORINELLA

ATTO TERZO



Amore mio, non ti ricordi

che nel dirmi addio

mi mettesti all’occhiello una pansè,

poi mi dicesti con la voce tremula:

non ti scordar di me.”



Addio, addio, addio.

A dio, a dio, a dio.

Addio alle armi,

addio al mondo crudele,

mio dio,

devo partire,

all’uopo ho pulito il mio viso di pagliaccio

e ho reso il mio cuore di ghiaccio

per scordarmi di chi mi ha tradito

mettendomi in culo la pansè del pensiero,

tenendosi l’occhiello per sé

e per chi verrà a visitare i vivi e i morti,

quella cattolicità di katà oikeo,

tutti quelli che abitano in basso,

negli scantinati di Melzo

e nelle maleodoranti cantine di Ponte di Piave,

tanto meno a Tovena,

(TV),

dove i soliti furbetti dei canali del defunto

ti danno una vecia par una dovena,

una olgettina processata

per una girl baby navigata sulla costa

e stagionata al caciocavallo.

Cosa vuoi,

questo è il prezzo della gloria,

la Gloria di Valdobbiadene.

E io dovrei ricordare

colei che solo a me par donna

insieme a centomila nello stadio di san Siro

tra la nebbia al coltello e le zeppole col vin santo.

Mai più, mai più.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 10, 11, 2023

TITA ERA MIA MADRE

Nata sotto una buona stella egiziana

nella città di Alessandro il Grande

da un padre uccisor di vacche,

ucceri da ucciaria,

vucceri da vucciaria,

macellaio da macello,

da una madre maestra mancata,

donna condannata ai parti e vocata alla famiglia,

negligenter et frigide,

tu,

mea dulcissima mater,

madonna delle mie brame e del mio reame,

sei venuta al mondo e alla Storia,

seconda di dieci figli e prima di cinque sorelle,

in un secolo che conosceva l’epoca bella,

la “bella epoque” che ballava al Moulin rouge con Toulouse,

quella che veniva prima della guerra Grande,

dopo la guerra Piccola,

quella dell’unità dipendente del Belpaese nostrano,

tu,

mea suavissima mater,

sei cresciuta tra l’odor di carne e i fumi della trippa,

tra le polpette condite a modo e con il giusto modo,

tra le salsicce al peperoncino e al finocchietto selvatico,

l’aneto che spontaneo cresce ancora sui miei declivi,

tu Tita o Titina,

Concetta o Concettina,

tu,

solamente tu,

tu che avevi paura dei maschi e dei soldati,

in specie quelli inglesi,

sempre ubriachi,

sempre micidiali,

gente tutta per i cazzi suoi,

violenti quanto basta per atterrire le fanciulle vergini,

le puellae o puellas,

putee o putele,

tu,

veramente tu,

tu che non avevi paura della signorina Calvo,

l’ostetrica vergine immacolata di Ortigia,

la santa Lucia delle donne gravide di fascio,

incinte di bellezza rococò liberty in una cornice barocca

e di crepacuore per i tanti bambini mai nati,

per le tante strizze al dolce sapore di angoscia,

per le tante tette odorose di latte in giro per i vicoli,

per le panciotte scodinzolanti per le viuzze della Giudecca,

tu,

mea superba mater,

plauso e verecondia di un figlio felice.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 07, 01, 2024











 

 















DEDICATO A ROSA

nella Natura dormiente,

Rosa aulente tra le croci delle viti odorose di zolfo,

Rosa silente tra i sudari quotidiani della buona curandera

che a luglio guarda il cielo d’agosto

nei grappoli acerbi di una travagliata orgogliosa vita.

Rosa aulente,

silente,

dormiente,

Rosa mater et pater,

femina et magistra,

hermosa e sapiente,

che sa e ha sapore,

Rosa senza posa adesso riposa.

O viandante,

o poeta,

o pellegrino,

o passeggere,

voi che della Bellezza cercate sempre il cammino,

piacciavi di scendere dal castello di Collalto

verso la piana di Colfrancui tra i geometrici filari

a salutar la Rosa,

Rosa la pia,

ancora calda di umori antichi e di suoni veritieri,

Rosa l’amara,

erta sulle zolle d’argilla opitergina

a ripiegare i magri elastici tralci,

sempre secondo quel che Natura comanda,

sempre secondo quel che Natura dispone,

semper nella buona e nella cattiva sorte

con Avana alla destra e Ratzum alla sinistra,

solitaria ma non sola,

dura come l’inverno trevisano che ogni giorno gela,

forte come la buona stagione che allegra ritorna,

fedele come la cavallina storna.

Un bianco mantello finalmente si staglia

sulle spalle stoiche e composte di Colei

che tanto ha osato nel quotidiano albeggiare

per ricomporsi ossequiosa in quella Natura

che sa di mosto e di radicchio.

O Rosa aulente,

adesso sei con la Madre dormiente

tra le riconosciute armonie dei tuoi giorni mortali,

ormai sei senza tempo e senza diaspora.



Il Giardino degli Aranci, 08, 01, 2024

Salvatore Vallone pose in devota memoria di una grande Donna del popolo e di campagna.