TREPUNTITRELINEETREPUNTI

Goccia

Pioggia

Fiume

Mare

Bracciate d’acqua piene di mare

Moltitudini di parole

E sopra un azzurro cielo frugale

Guarda che bello

Cosa sai fare

Cosa sai dire

Non puoi pensare che devi morire

Tu non morire

Non morire mai

Salvuccio è morto

Salvatore è partito

Salvo non c’è più

E’ stato visto tra Scilla e Cariddi dentro un uragano

Sopra il mare nero con le sirene

Tra le ciaule luttuose che volavano sulla schiuma di Afrodite

Cantando il peana funebre a Ulisse

Le coq est mort

Le coq est mort

Il ne dira plus co co di co co da

Il ne dira plus co co di co co da

Maramao perché sei morto

Pane e vin non ti mancava

L’insalata era nell’orto

Una casa avevi tu

Pietro sta bene

Coraggiosetti altrettanto

Mangiano senza glutine

Vanno a gattine innamorate

Onorano il Genio della Specie

Il poeta è morto

Non farà più bla bla bla

Bla bla bla

Non ruberà le parole agli altri

Non contaminerà le acque dell’Anapo

Non si vedrà in giro per i vicoli decadenti

Non disprezzerà la punteggiatura

Non farà l’avanguardista dalle brave giornaliste delle tv

Non sperimenterà territori di confine

Il poeta non farà più bla bla bla

Bla bla bla

Goccia

Pioggia

Fiume

Mare

Bracciate d’acqua piene di mare

Moltitudini di parole

E sopra un azzurro cielo frugale

Guarda che bello

Cosa sai fare

Cosa sai dire

Non puoi pensare che devi morire

Tu non morire

Non morire mai

Sava

Carancino di Belvedere, 27, 10, 2021

 

CUM E L’INDICATIVO

Quando,

quando mi vedrai con gli occhi nuovi

seduto sulla tua disadorna tomba di marmo pario

a piangere il fiore caduco dei tuoi gentili anni perduti,

stai pur sicura

che troverai iosa di laudi e orazioni,

ma sarai felice d’incanto

soltanto perché ti ho portato intrecci di parole

acconciati a solfeggio,

musicati secondo le regole certosine del fraseggio anarchico,

quasi un madornale cazzeggio,

tanto per fare,

tanto per dire,

a che non si dica

che non ti ho pensato,

che non ti ho riverito e servito in hac lacrimarum valle,

in questa balorda risaia senza mondine,

senza le mamme che mondano le colpe dei padri e dei figli,

senza le madri che partoriscono nel piacere

di un sogno sognato e niente più.

Domani ti comprerò un chihuahua.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 01, 2022

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN TERZO PASSEGGERE

Anankè,
mio caro Democrito?
Dimmi orsù,
o brutto cagnaccio materialista di Abdera,
di questa eterna naturale Necessità
che tende i rigogliosi atomi verso la vita del nostro Tutto
e li combina in colossali e variate fusioni
come uno chef vanaglorioso e volgare
che insulta dagli schermi televisivi
la memoria delle nostre gloriose madri
con l’inciuciare il superfluo e il banale
in un piatto di oscure tendenze e di incerte disposizioni.
Dimmi orsù,
o rude composto di morbida carne,
di quest’anima materiale coesa,
di questa materia animata intrippata
e sempre in odore di universale santità.
Dimmi, orsù e suvvia,
di questo umano travagliato peregrinare
che ottunde e disgrega il composto degli atomi
con il peso degli anni e la malasorte dei borghesi politicanti
e lo destina a quella Morte da cambiamento d’insieme
come in un nuovo arredamento d’ambiente
nel migliore showroom di Nervesa della Battaglia,
quello propinquo al cimitero monumentale della vittoriosa guerra 15-18,
la Guerra Granda,
dove Pasquale Squillaci da Siracusa riposa
con le sue ossa rotte e il baricentro sfondato da una crucca granata.
Dimmi orsù,
caro il mio filosofo materialista del cazzo,
dell’angoscia del tempo che verrà
in questa breve stagione di vita mortale
che tarda a veder l’oblio del risveglio,
che s’inarca nel cielo stellato delle tre sorelle,
Cloto, Lachesi e Atropo,
colei che fila,
colei che intreccia,
colei che taglia,
le ineffabili Moire che abitano quel Cielo
dove Orione pose li suoi riguardi
e i suoi intrighi erotici luminosi:
tre stelle in fila e sempre disposte.
Dimmi orsù,
o generoso benefattore della tua angoscia,
dimmi dell’attesa del Nulla eterno
e della malattia mortale di Epicuro e di Soeren,
di Martin e di Jean Paul,
della follia da fantasma di morte di Friedrich
quando abbraccia in piazza Savoia
il cavallo frustato dal nerboruto infame cocchiere,
dimmi di coloro che hanno fatto senza viltà il gran rifiuto,
come Cesare e Cesarina,
come Michele e Michelina,
come Luigi e Gabriella,
come tutti quelli che l’animo schiudono alla buona novella
al pensiero che gli atomi sono ciambelle con il buco.
Dimmi soltanto
se si tratta di nobili unità senza parti,
uniche ed eccezionali,
diverse per forma, posizione e ordine,
come spiegò l’insigne Stagirita
prima di essere eletto nell’agorà di Roma
nella lista dei fancazzisti e dei crumiri,
nella lista degli sposi e dei firmati,
nella lista dei chirurgi estetici
e degli esteti castrati dalle madri.
Dimmi,
o gran figlio di una mignotta,
se il tuo Tutto inizia da una spruzzata
di sangue mestruale e di merda infantile
nell’ampio lenzuolo bianco
che la Carmela da Calascibbetta ha steso sul suo letto verginale
per dimostrare domani al mondo la sua verginità
e la sua capacità di concepire bambini felici.
Ma tu insisti e persisti
nel dire che è tutta una questione di atomi
e io non reggo più le prediche dei preti
in quest’Italia garibaldina e a misura di talent scout.
Io,
intanto e per gradire,
ascolto Quinto Orazio Flacco,
l’epicureo romano de Venosa,
il basilisco de Roma
che fa il tifo per la società sportiva Lazio,
il football club della via Prenestina,
là dove i bambini e le bambine giocano
con palle di ruvida pezza,
con palle di gomma bianca e puzzolente.
All’uopo e alla bisogna dice il suddetto:
“aequa lege Necessitas
sortitur insignis et imos,
omne capax movet urna nomen.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.”
La Necessità è l’Anankè
e l’Anankè non è il Fato,
non è la Parola che è stata detta,
profferita,
sigillata,
l’inequivocabile Verbo incarnato e imposto
semplicemente perché è la sola e l’unica Verità.
La Necessità è nei corpi
che anelano quel divenire
che conduce alla Morte:
punto e basta!
Dimmi allora dell’Uomo,
del suo Verbo.
Dimmi anche del gatto Coraggiosetti
e del suo Verbo miagolato in moduli ironici
o in caselle contrassegnate degnamente da Arcaplanet.
Quali Parole e quale Anankè
in noi miserabili umani che uccidiamo un povero rapinatore,
anche due alla bisogna e all’americana,
senza colpo ferire
e inneggiando alla sacralità della proprietà privata?
Quali Parole e quale Anankè
nel gatto Pietro sempre in cerca di potta
negli anfratti del suo podere di tre tummini
e negli scaffali di Amazon & compagnia cantante?
Ma tu non parli
e sei sordo alla mia gioia,
tu non parli
e sei muto al mio cantare
di uomo che sogna
e sognando trascolora
in attesa del sogno ultimo e dell’ultimo sogno,
il Bardo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, aprile, 2021

APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

L’ATTERRAGGIO SENZA LENZUOLO

TRAMA DEL SOGNO

“Volo e passo attraverso le nuvole.

A fianco c’è un mio amico che dice che dobbiamo atterrare e indica una piazza all’interno di una costruzione araba.

A un certo punto sento di perdere quota e qualcuno mi dice : “Occhio a non farti male”.

Capisco che devo atterrare. Un senso di angoscia e di vuoto mi colpisce e mi riporta alla luce le paure e le sensazioni di schiantarmi al suolo.

Cado a terra e rimbalzo varie volte e vengo riportato verso l’alto per poi schiantarmi ancora a terra rimbalzando nuovamente senza conseguenze fisiche, ma con una grande angoscia.

Mi sto preparando ad entrare in contatto con il suolo e ad essere rimbalzato. Sta subentrando la sensazione d’angoscia, ma con grande sorpresa riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia.

Ricordo probabilmente che durante l’atterraggio ero appeso ad un grande lenzuolo bianco che mi par di avere rilasciato durante l’atterraggio.”

Questo sogno è ascritto a un certo Darietto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Volo e passo attraverso le nuvole.”

Darietto esordisce con la magica fantasia di librarsi nel cielo e di volteggiare di nuvola in nuvola. La scena è tra le più semplici e poetiche, appartiene al corredo dei desideri di libertà e di leggerezza di ogni persona, possiede una notevole carica di disimpegno e di autonomia psicofisica, è istruita a tutte le età e si distribuisce nell’Immaginario collettivo come utopia fisica e sociale, fisica perché è impossibile, sociale perché viviamo in una mondo turbolento e a trazione anteriore. Darietto sogna la sua difesa principale, il processo psichico della “sublimazione della libido”, la sua tendenza a non coinvolgersi concretamente con i suoi investimenti e di mettersi a disposizione degli altri con la sua bontà e bonarietà. Darietto vive la sua carica erotica, la sua ormonella per intenderci, trasferendola nelle azioni e nelle disposizioni a vantaggio del prossimo sia per una paura della propria “libido” e sia al fine di essere accettato e apprezzato dal gruppo. Questo vantaggio secondario della “sublimazione” denota un complesso di inferiorità e di inadeguatezza, una precisa sensazione di essere soggetto di minor diritto e il figlio di un dio minore. Questa è la traduzione dei simboli del “volare” e del “passare attraverso le nuvole”. Darietto è un uomo poco concentrato sul pezzo e poco concreto.

A fianco c’è un mio amico che dice che dobbiamo atterrare e indica una piazza all’interno di una costruzione araba.”

“L’amico” è il solito alleato psichico che Darietto si porta in sogno per proiettare i suoi conflitti e i suoi “fantasmi”, per non impattarsi direttamente con quelle parti problematiche di sé che ancora non ha adeguatamente risolto. Inoltre l’amico caro serve per continuare a dormire e a sognare. Si stempera l’angoscia e si rende il materiale onirico gestibile per il sistema dinamico ed economico della psiche. E’ un “amico” che ha le idee chiare e che detta i tempi e le azioni, uno che comanda e non ci pensa due volte a essere anche preciso: bisogna essere concreti, smetterla di sublimare, bisogna incarnare la “libido” come natura comanda, bisogna prendere coscienza della propria sensibilità e diversità, nonché delle proprie difese dal coinvolgimento e dalla partecipazione. L’amico di Darietto conosce bene la lezione e la recita in maniera massimamente chiara a conferma che la pratica e la grammatica possono essere in sintonia e viaggiare insieme senza particolari idiosincrasie e pregiudizi. Il simbolo dell’atterraggio si risolve nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “materializzazione”, il processo opposto della “sublimazione”. Il primo indica il godimento della “libido” nella sua valenza naturale e avulsa da coinvolgimenti sentimentali, il secondo è permeato dall’amore verso il prossimo come vero servizio e indirizzo. Darietto a un certo punto della sua esistenza decide di vivere il suo corpo e il piacere collegato in prima persona e non per riflesso della gioia altrui.

A un certo punto sento di perdere quota e qualcuno mi dice : “Occhio a non farti male”.

Come dicevo, Darietto nel cammin della sua vita prende coscienza che deve anche pensare a se stesso e a soddisfare i suoi bisogni più genuini e vitali senza ricorrere a surrogati psichici di compensazione attraverso lo “spostamento” negli altri dei benefici delle sue azioni. Il “perdere quota” è una vera psicoterapia e una direzione esistenziale supportata dalla giusta filosofia di vita e dal benefico amor proprio. Il “perdere quota” significa atterrare e materializzare senza scadere in alcun volgare appagamento della propria “libido”. A questo punto del sogno subentra l’istanza psichica del “Super-Io” a limitare e a spegnere gli entusiasmi e le intraprendenze di Darietto, si presenta un “qualcuno” interiorizzato che minaccia e fa presente che il processo di “materializzazione” può essere controproducente e può avere effetti negativi. Si tratta degli insegnamenti morali e religiosi di cui i bambini sin dalla tenera età sono bombardati fino al punto che il loro animo si impregna di paure che possono nel tempo tralignare in vere e proprie fobie. Questo “qualcuno” non è l’amico, ma è il padre interiorizzato come divieto e dovere, limite e censura. Darietto è in compagnia di se stesso, dell’amico- alleato e del qualcuno-padre-Super-Io. In tanta solidarietà il sogno può procedere con le sue turbolenze. In tre è meglio che in uno. Ma quale danno può ricevere Darietto dall’esercizio del suo benessere psicofisico e del suo amor proprio? E’ ovvio che si tratta delle classiche paure di vivere il corpo e di affermarne i diritti, nonché delle angosce di abbandono e di solitudine collegate alla delusione indotta negli altri. Darietto conosce bene il processo di “sublimazione della libido”, “volo e passo attraverso le nuvole”, fa fatica a pensare al suo benessere come condizione dei suoi slanci sociali anche benefici. Il proverbio antico professa che se “sta bene la gallina, sta bene anche la vicina”. Procedere nell’interpretazione del sogno diventa oltremodo interessante e intrigante.

Capisco che devo atterrare. Un senso di angoscia e di vuoto mi colpisce e mi riporta alla luce le paure e le sensazioni di schiantarmi al suolo.”

Darietto ha preso coscienza della necessità, “devo”, di essere più generoso con se stesso e con il motore vitale, la sua “libido”, la sua energia, e che non può continuare a mettersi al servizio degli altri e del loro benessere, ha ben capito che non deve sentirsi inferiore e inadeguato rispetto agli altri. Darietto da creatura angelica deve commutarsi in un corpo che sente e che vive, il suo corpo, quel corpo che lo individua e lo sostiene con le mille irripetibili caratteristiche che Darietto si trova addosso. Appena l’Io indica la strada giusta, ecco che interviene l’Es e immette nel circuito psicofisico “un senso di angoscia e di vuoto”, un “fantasma” depressivo di perdita e di morte: “schiantarmi al suolo”. Senza il servizio generoso e benevolo agli altri Darietto non riesce a pensarsi e soprattutto non riesce a star bene, senza la “sublimazione della libido” Darietto si sente vuoto e smarrito, con la “materializzazione della libido” Darietto si sente privo di vita e di vitalità, tutto il contrario delle leggi psicofisiche. In sogno rievoca le sue angosce primarie, quelle che ha elaborato nel primo anno di vita, quel “fantasma di morte” destato dalla possibilità che la madre non lo accudisse e non appagasse i suoi istinti e i suoi bisogni vitali: angoscia del vuoto interiore e della morte da abbandono, la perdita di se stesso e della preziosa e provvida figura materna. Darietto “riporta alla luce” della coscienza dell’Io questo materiale psichico profondo e progressivamente rimosso e che ha condizionato la sua formazione psichica. Il sogno di Darietto tocca una punta veramente drammatica. Legittimo è chiedersi, a questo punto, quali pesci il nostro eroe andrà a pigliare per risolvere la tremenda situazione in cui si è messo.

Cado a terra e rimbalzo varie volte e vengo riportato verso l’alto per poi schiantarmi ancora a terra rimbalzando nuovamente senza conseguenze fisiche, ma con una grande angoscia.”

L’angoscia, di cui ancora Darietto parla e che definisce “grande” come la prima guerra mondiale, si trasforma in una farsa degna di un formidabile pagliaccio e in un senso di meraviglia degno di un grande illusionista. L’ilarità drammatica è inventata da Darietto come un nuovo genere letterario nel teatro psichico del sogno. L’ironia domina questa scena in cui l’attore protagonista si incarna e si sublima come fosse un Cicciobomba che rimbalza a ogni caduta e ricade a ogni rimbalzo, come un pagliaccio che ride e piange con la stessa indifferenza di un attore asettico. Darietto soffre d’angoscia senza “conseguenze fisiche”. In tanto “tira e molla” resta la versione psichica dell’incolumità onnipotente e non si contempla la logica e consequenziale versione fisica del farsi tanto male. Il corpo è preservato dal danno, la mente non riesce a liberarsi del carico emotivo legato al conflitto tra l’andare verso l’alto e lo scendere in basso, tra la “sublimazione” e la “materializzazione”, tra la strategia esistenziale di vivere il corpo in prima istanza e del mettersi al servizio degli altri come un solerte cameriere. Questo conflitto persiste perché Darietto non accetta del tutto sia il corpo e sia la mente, non vive bene qualche caratteristica fisica e qualche tratto psichico. “Schiantarmi ancora a terra” non è carico di morte, è un’esagerazione retorica. Questo punto del sogno è stracarico di enfasi.

Mi sto preparando ad entrare in contatto con il suolo e ad essere rimbalzato. Sta subentrando la sensazione d’angoscia, ma con grande sorpresa riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia.”

Darietto è consapevole del suo deficit materiale e del suo eccesso spirituale, sa di sé in concreto e in astratto, conosce la sua tendenza al grasso e al magro. Conferma questa incapacità a scegliere il suo bene semplicemente perché sta abbastanza bene nelle due versioni. Gli manca quel salto di qualità che può cambiare il suo stile di vita, di viversi e di relazionarsi. Ed eccola l’auspicata conversione! Giustamente Darietto propende per la sua materia vivente e atterra perfettamente in piedi e senza sfracellarsi: “riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia”. Manca ancora qualche dettaglio per stare bene e manca il chiarimento su tanto pregresso malessere: cosa bloccava Darietto tra il cielo e la terra?

Ricordo probabilmente che durante l’atterraggio ero appeso ad un grande lenzuolo bianco che mi par di avere rilasciato durante l’atterraggio.”

Meraviglia delle meraviglie!

Il sogno è auto-diagnosi e auto-terapia, come sostengono anche i seguaci della Psicologia della Gestalt. Darietto conosce la causa del suo conflitto e del suo disagio esistenziale e relazionale proprio perché se la porta dietro durante la caduta e se ne libera prima di atterrare: il cordone ombelicale della madre o la dipendenza dalla madre o la madre sotto forma di legame vitale. Il simbolo del “grande lenzuolo bianco” dice chiaramente di questa distorsione psichica relazionale che Darietto si porta dietro in tutto e per tutto, anche quando vola per il cielo azzurro e s’impatta con le nuvole traforandole. Questa dipendenza dalla figura materna non è per niente “edipica”, non è legata al conflitto “padre-madre-figlio”, ma è una dipendenza primaria e preedipica. Darietto ha avuto oltremodo bisogno della madre sin dalla tenerissima età a causa di qualche malattia o disturbo la cui terapia ha rafforzato la presenza benefica e tutrice di cotanta figura. La relazione è diretta e privilegiata a causa del protrarsi della frequenza e della funzione taumaturgica. Il “grande lenzuolo bianco” a cui Darietto è appeso durante la tormentata e struggente caduta è l’oggetto transferale del bambino che condensa magicamente la madre assente, rappresenta la possibilità e la necessità di abbandonare il paracadute del legame materno al fine di risolvere il suo conflitto psichico tra le opposte tendenze a “sublimare” o a “materializzare”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” offre a Darietto il destro per rappresentare la madre nella forma intima di un lenzuolo a cui si aggrappa e da cui si stacca, almeno così gli sembra: “mi par di aver rilasciato durante l’atterraggio”. Darietto non mette in scena la figura paterna e alla fine presenta il conto alla madre a suo vantaggio e in risoluzione di una psicodinamica che ha toccato punte anche drammatiche in riguardo al bisogno di essere tutelato e accudito da cotanta figura, la Madre.

L’interpretazione del sogno inquieto di Darietto si può ritenere abbondantemente conclusa con questa chiosa finale di esaltazione della figura materna provvida e provvidente come la cristiana Madonna e come lo Spirito santo.

LE PAROLE DI GREG

La vita è quella che ti accoglie.

Il giorno si apre con un buongiorno

e si chiude con una buonanotte.

Ognuno con la vita fa quello che vuole.

La puoi rovinare o sprecare,

ma… devi sapere che la vita non è un gioco.

Ogni giorno hai una sfida nuova,

una lotta contro il tempo.

Vivi la vita come un’avventura,

rincorrila,

non aver paura.

Vivi la vita come una emozione

che non sta esposta al sole.

Vivi la vita al meglio che puoi,

perché questi giorni non torneranno mai più.

Sfrutta ogni secondo,

ogni minuto.

La vita è importante.

Gregorio

San Donà di Piave, 25, 12, 2021

MIO PADRE

Eugenio Castellotti al terzo giro sfrecciava sul traguardo in attesa di morire.

Tazio Nuvolari lo seguiva attento come un segugio.

Manuel Fangio sornione attendeva l’errore disumano.

Alberto Ascari rincorreva con la sua Ferrari prima di morire.

Nino Farina si beava del suo titolo mondiale, il primo della storia.

Luigi Musso era il solito leone in pista e nella tragica attesa di Reims.

Il circuito di Siracusa allora era famoso e unico sotto il suo sole infame,

non serviva alcun padrone,

era bello di suo in questa primavera estiva e gaudente di luce,

a un tiro di schioppo dal teatro dei Corinzi e dalle sue tragedie.

Mio padre era alto un metro e mezzo,

pesava cinquanta chili di ossa e di muscoli.

Mio padre sudava,

si sentiva escluso dal solito posto in tribuna.

Mio padre ha saltato la recinzione,

agile come un topo di città,

furbo come un uomo delle colonie,

noncurante del figlio alle sue spalle.

Salta Salvatore, salta anche tu!”

E Salvatore imparò a saltare,

saltò anche lui per il solito posto in tribuna,

meglio di un topo di campagna,

con l’agilità di un gatto soriano,

magro come un fuscello,

flessibile come un giunco,

nero come un negro e senza offesa alla razza.

In quella gloriosa domenica del 52 vinse Ascari con le sue quattro ossa,

ma io ho imparato tante cose in quel giorno benedetto dal Signore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 10, 2021

COME FACETTE MAMMETA

Aujourd’hui l’è arivada da Venessia Lusia

con le sue quattro ossa ados

e le sue quattro strasse in de a valisa,

senza i pozzi petroliferi del Texas e gli eurobond de Bruxelles,

senza i bitcoin fantasma e i schei colorati del monopoli.

L’è arivada netta e cruda come una partita iva

in attesa di foraggio e in odore di formaggio,

senza valori aggiunti,

senza valori detratti,

tutta quella che vedi e che tocchi,

Lusia la buona,

Lusia la brava,

Lusia la bella,

quella delle tre B,

quella non rifatta dal botulo e dal silikon,

quella che non abbisogna dello Svitol,

quella oscura nel viso e nel corpo,

mai limpida,

sempre contaminata nella testa e nella mente,

quella che non va dalla Lily e dalla Barby

a menare il can foresto per l’aia,

quella che non è assicurata con la Juventus

e non va allo stadio dell’infida e crumira Alleata.

Noi siamo i so fioi,

i figli di Lusy,

i so putei,

i suoi gioielli,

noi siamo quelli dello sciscì,

quelli che in questo mondo non hanno alcun perché,

alcuna voglia di fare un cazzo di niente e niente di un cazzo,

un mondo che non ci vuole più,

che non ci ha mai cagato,

che ci ha sedotto in un cesso pubblico a 5 stelle e a 5 canali,

gli accidiosi alla Dante e gli annoiati alla Arthur

che aspettano il suicidio al dolce sapore dell’eutanasia,

quelli dell’amore che può colpire anche te

dentro un frac attillato e pronto per la Scala de Milan,

la metropoli del pan de Tony,

quello delle tre marie che aspettano i tre cristi

dentro l’involucro di un avvenente cartone,

quelli del frac a pinguino che ci tormenta una cifra,

mentre le scarpe dei Cinesi fan cic ciac,

fan cic ciac

e noi che cerchiamo il ritmo giusto per l’amor,

possibilmente con una donna e con un uomo,

come li ha fatti mammeta,

come li ha fatti Siena durante l’antico Palio del torrone e del panforte,

come li ha disfatti Maremma con le sue zanzare malariche.

Tutto questo io u sacciu meglio e te,

comme facette mammeta,

comme mammeta t’ha fatto

senza essere inanellata e disposata con alcuna gemma,

comme facette Lusy,

l’australopithecus afarensis.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 12, 2021

ALLA RICERCA DEL VERNACOLO

Ehilà tosa,

come eo ko ghe seo da e to parti?

Sta ti ben,

sta ti mal,

sta ti a tre tubet?

Noialtri in questa tera di terun magnem,

magnem sempre,

magnem tant.

Magnem el pan de Tony,

el pan de Bepy,

el pan de Bortolo.

Magnem anca el pan de tuti i dì,

el pan de casada,

el pan dei poeti morti di fame,

magnem el pan co a soppressa,

magnem el pan e vin come Marcellino.

En sto momento semo tuti Marselin,

spetemo sto Cristo

che sende de a crose

e vien bambin bambin

in de a staleta

col so mus e co a so mucheta,

co a so mama e so pare,

co tute le so robe a posto

e imbrigato ne so strasse de pura lana vergine.

Sperem ch’el vegna al più presto,

perché in tanta desgrassia non ne podemo pi.

E ti?

Cossa eo che ti fa su a brosa de i to monti

in questa normale giornata di ordinaria follia

alla ricerca disperata del mio linguaggio e della mia lingua,

in questo dì de merda

che piove e che nevica,

che tira vento e formeghea,

co e scarpe rotte e le bae girate

in sto paese de matacin,

de strilloni e de comedianti?

A ti fat el buset in te bras?

Mi sie

e stae un benon de dio.

Beata la sienza e li studiadi!

Noialtri semo gnurant e soli,

ma semo tuti anca patrioti

per i skei de a citadinansa.

Me manca me mare

che ogni meodì curava i so gerani sul balcon

co e so mani de perla

e parea che se basava con il moroso,

parea che basava el putel de alora,

de quando el pan de Tony nol ghe sera in casa e in hostaria,

de quando Bepy fasea el mona co e tose nostrane

senza andare in gattabuia per molestie e tanto di peggio,

de quando Bortolo se fracchea le bale davanti alla brava gente

per furegar la sfiga.

Oggi par mi la va cussì,

cussita la va e nol va nianca mal,

doman vedarem de farla andar megio

anca senza le ilusion de a tivù

e i sbaregament del rompicoioni de me pare.

A ti te augure i paneton e i ciucciament,

VINA LIQUES, QUAM MINIMUM CREDULA POSTERO.

Salvatore Vallone

Carancino di Belevedere, 11, 12, 2021

FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021