CARA JULIETTE

Juliette,

ma chère,

ma chère Juliette,

me le cali le tue scalette

perché io voglio salire,

voglio esaudire i tuoi desideri di maitresse e di putain,

voglio appagare i miei bisogni di leccaculo e di ruffiano,

voglio soddisfare le tue voglie insane di aspirante strega

e di strega in carriera,

il tuo trasporto sconsiderato verso il Diavolo,

le Diable,

il prof. Woland,

il mago teatrante,

l’ipnotista dinamico che flagella i vizi sociali con il telecomando.

Cala la tua scaletta,

o novella Lilith,

io vengo

e ti porto il mio cuore

che pulsa d’amore,

d’amore per te.

Tu mi dai un bacetto,

io do un bacillo a te

e così di Juliette e Pompeo resterà per sempre l’idea,

la spensierata e pazza idea della Patty,

quella di desiderare la donna e l’uomo d’altri,

quella che va contro il nono emendamento del nostro mandamento,

mentre tutti stanno a guardare sul Bosforo

la luna rossa vicina vicina alle tue labbra,

il perigeo,

il perineo,

il periperi,

il tutti in giro e poi giù per terra

come nel girotondo di una volta nei cortili dei preti.

Ma perché questo avvenga,

senza rumors et senza tremors,

devi strofinare il manico della lampada del cretino di turno,

del puffo e del buffo e del pacioccone,

nonché le tettine della vispa Teresa,

devi immaginare che verrà la vita e non la morte

in questa nottata di vacche nere e smunte dopo munte,

come voleva Georg Wilhelm Friedrich Hegel,

quello che pensava nel mitico Ottocento

secondo il suo genio in quel di Stuttgard,

devi pensare che non avrai gli occhi

per guardare e per piangere,

per guardare il sole nascente dei socialisti democratici,

per piangere la luna calante dei fasci di combattimento.

C’è una fessura tra i rami del cespuglio di mirto

in fondo al vallone di Carancino

dove i carrettieri lasciano quintali di merda,

la loro exlinfa sopravvissuta al colera e ai suoi tempi.

Aprila con discrezione e con ardore

ed entra nella Wunderkammer del kaiser Franciose,

nella camera delle meraviglie e del consenso,

dans la chambre de Juliette la madame,

quella dell’agenzia dei viaggi di sogno per l’Aldiqua,

l’Aldisu e l’Aldigiù.

Dell’Aldilà ce ne fottiamo,

tanto con i razzi lo bombardiamo,

X-22 per la precisione e direttamente dal mar Nero.

E gira e gira l’elica,

romba il motor,

questa è la bella vita del poeta contadino,

dello scrittore dell’assurdo e del pur vero,

del piccolo scrivano di testi senza contesti,

la bella vita di Michail Bulgakov,

il compagno russo,

il Maestro senza nome,

il Maestro come il Nazareno o il Nepalese.

Evviva,

goditi il viaggio caldo,

o vecchio puttaniere di Notre Dame e della Graziella,

su e giù per le montagne tra boschi e valli,

su e giù per ritrovare la montanara

mentre canta canzoni stonate d’amore

che parlano di un tempo vicino nel tempo,

quando Gabriele a suo plaisir scriveva il suo Piacere.

Era il 1889,

milleottocentoottantanove,

era proprio ieri

e tutto era al caldo nella cucina di madame,

nel suo forno a legna della regina Clementi,

nella sua stube a calore radiante e democratico

di via della Concordia e dell’Armonia,

proprio ieri defunte entrambi sulle coste isolane del Giglio.

Sì,

è stata una donna moderna la nostra Juliette,

ma Margherita non è, non è stata e non sarà da meno,

tanto più se insieme al suo Maestro,

il povero Michail che scrive e riscrive per vent’anni

la sua storia di vita indegna per l’editore,

finisce in manicomio ante temporibus del grande Franco,

tesse e disfa la tela di Penelope

che non era lieta di suo marito Ulisse,

dell’amor di cui doveva godere,

per cui con la penna in bocca

giorno e notte stuzzicava l’inchiostro appiccicoso

fino a sentire la sua lingua parlare una lingua universale,

la speranza di un Esperanto

da mandare giù con facilità fonetica e lessicale

giù,

sempre più giù,

come un sorso d’acido lisergico in flacone aspergico,

come un sorso di sornione assenzio.

Su, su, su,

giù, giù, giù,

glu, glu, glu

e rien ne va plus.

 

Sava

 

Crancino di Belvedere, 21, 06, 2022

 

ATTENTA AI LUPI !

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato che utilizzavo una specie di slittino sull’asfalto.

Questo slittino aveva qualche difetto nell’uso e un tecnico ne ha smontato la seduta sorridendo del fatto che la base fosse una teglia rotonda da forno cambiandola quindi con un pezzo più consono all’uso.

Mi ritrovo subito dopo, a piedi, camminando in una strada stretta dove dovevo fare molta attenzione ai mezzi, anche di grossa dimensione, che vi transitavano per non esserne travolta ed ero molto prudente nel mio avanzare.

Proseguendo il cammino mi trovo in un campo in piena notte e sono vicino ad un albero, forse un gelso. Sono insieme ad altre persone che però in quel momento non vedo perché è buio.

D’improvviso capisco che di fronte a me stanno arrivando dei lupi di corsa. Resto immobile, pensando di fare cosa giusta e sperando che i lupi non si accorgano di me.

Sfrecciano accanto a me sfiorandomi a velocità supersonica e io mi copro la faccia con le mani pensando che, se dovessero assalirmi, per lo meno salverei il viso dai loro morsi.

I lupi passano ignorandomi. Sento le persone con cui ero insieme che parlano e questo mi fa capire dove andare per riunirmi a loro.”

Lupetto

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che utilizzavo una specie di slittino sull’asfalto.”

Trattasi di uso improprio di uno strumento, un “qui pro quo”, un’ambivalenza e un’ambiguità, trattasi di uno “spostamento” e di una “traslazione”, di un mettere le cose giuste nel posto sbagliato. E tutto questo per difesa psichica, per non vivere l’angoscia affrontando in maniera diretta e congrua le evenienze della vita, le occasioni del quotidiano, le tentazioni della convivenza, le seduzioni della socializzazione, gli ammiccamenti della faccina che sorride.

La “specie di slittino” in questione simbolicamente si decodifica nel lasciarsi andare al godimento, al gusto della vita e della vitalità, al culto dei bisogni e delle pulsioni del corpo, al proprio “psicosoma”, quello che non si dismette mai di calzare vita natural durante. Lupetto “utilizzava una specie di slittino”, Lupetto non viveva bene il suo corpo e la sua vitalità, Lupetto non era il suo corpo, Lupetto si sublimava e si nobilitava, Lupetto era angosciata dalla “libido” del suo corpo, dall’energia vitale che la teneva in essere e in esistere. “L’asfalto” è ruvido e improprio, incongruo, è per i masochisti che vogliono soffrire non godendo del corpo e della propria “libido”. L’asfalto non è ecologico.

Sintesi: Lupetto è in conflitto con i propri bisogni organici e le proprie pulsioni sessuali.


“Questo slittino aveva qualche difetto nell’uso e un tecnico ne ha smontato la seduta sorridendo del fatto che la base fosse una teglia rotonda da forno cambiandola quindi con un pezzo più consono all’uso.”

Ecco come si evolve la “libido”, ma non soltanto quella di Lupetto, quella universale. Passa da un contesto familiare a un ambito specialistico e tecnico. L’educazione sessuale si snoda dalla famiglia alle sedi più appropriate, quelle mediche e psicologiche. Lupetto rievoca in sogno la sua educazione sessuale e la sua relazione con il corpo, oggetto di eros e di amore.

Ricapitolo le simbologie con la semplicità dei segni. Lo “slittino” ha a che fare con la vita sessuale. Il “difetto nell’uso” ricorda una distorsione della bambina e una carenza moralistica dell’ambiente educativo. Chiaramente la bambina si difende dalle tensioni e dalle angosce di un corpo che si evolve nelle sensazioni e nei desideri, nei bisogni e nelle pulsioni, nell’erotismo della “libido”. Il “tecnico” che smonta rappresenta un educatore o un medico, nonché la stessa Lupetto che evolve i suoi conflitti secondo le evenienze psicofisiche dell’adolescente che si fa donna.

Insomma Lupetto in un certo periodo della sua giovane vita si è trovata a sistemare il corpo e la mente in riguardo alla sessualità e al desiderio, anche se offre in sogno un quadro meccanico e poco psicologico:”smontato la seduta”. A mio giudizio il sogno sta dicendo a Lupetto che è passata da una fase familiare a una fase sociale nell’educazione sessuale e nei vissuti in riguardo al proprio corpo. “Più consono all’uso” non significa sacrificarsi, bensì adattarsi nel sociale ed essere adatta alla convivenza. Questo è un prezzo che si paga per avere i vantaggi dello stare insieme e l’adattamento è una forma importante dell’Intelligenza umana.

Mi ritrovo subito dopo, a piedi, camminando in una strada stretta dove dovevo fare molta attenzione ai mezzi, anche di grossa dimensione, che vi transitavano per non esserne travolta ed ero molto prudente nel mio avanzare.”

Nel cammino di sua vita la bambina, evoluta in donna, ha incontrato difficoltà e ha dovuto istruire le sue difese psicologiche per non incorrere nei traumi di avventure relazionali rischiose e non consone all’educazione e alle istanze morali del “Super-Io”. In sostanza, Lupetto ha lesinato le sue storie erotiche sessuali per paure proprie e prescrizioni educative. Nello specifico si vede chiaramente l’angoscia sessuale della deflorazione e dell’attività sessuale, del coito immaginato come una violenza: la strada stretta e i mezzi anche di grossa dimensione. La prudenza è una inibizione erotica e sessuale che ha lo svantaggio di non essere travolta dalla carica della “libido”. Il “transito nella strada stretta dei camion” giustifica ampiamente la decodificazione: angoscia della deflorazione e del coito.

Proseguendo il cammino mi trovo in un campo in piena notte e sono vicino ad un albero, forse un gelso. Sono insieme ad altre persone che però in quel momento non vedo perché è buio.”

Lupetto descrive in sogno il travaglio psichico della sua educazione erotica e sessuale: la solitudine di un “campo”, l’ignoranza della psicodinamica in atto. La “piena notte” illustra l’assenza della luce della consapevolezza, manifesta la latitanza della “coscienza di sé” in espresso riferimento all’evoluzione psicofisica dell’infanzia e dell’adolescenza. Insomma, Lupetto è in famiglia e vive in società, ma non è aiutata da nessuno e non si fida degli altri, “in quel momento non vedo perché è buio”. Il quadro è universale e molto diffusa è l’inadeguatezza del sistema educativo familiare e scolastico proprio in riguardo al corpo e ai suoi diritti. Lupetto è vicina a un “albero, forse un gelso”, un simbolo androgino di padre e di madre, una figura genitoriale ambigua che aiuta e protegge, un “padre-madre”, padre è “l’albero”, madre è “il gelso” per le sue caratteristiche di un frutto-capezzolo. La bambina non si è saputa districare tra il padre e la madre nella sua evoluzione psichica in riguardo alla sua vita sessuale.

D’improvviso capisco che di fronte a me stanno arrivando dei lupi di corsa. Resto immobile, pensando di fare cosa giusta e sperando che i lupi non si accorgano di me.”

Guardate come sta procedendo simbolicamente il sogno: dallo “slittino sull’asfalto” alla “teglia rotonda da forno”, dalla “strada stretta con i mezzi di grossa dimensione” alla “piena notte con l’albero di gelso”. Il tema portante nella diversità degli oggetti è l’angoscia del trauma della deflorazione e della sessualità. Cambiano gli oggetti, ma resta la psicodinamica con il progressivo disvelarsi dell’intensità emotiva e delle strategie che Lupetto ha usato suo bengrado per superare gli aspetti più difficili della sua evoluzione psicofisica. Pensate che, se ci fosse stata una buona educazione sessuale con figure rassicuranti e protettive, la donna non avrebbe elaborato questo sogno e avrebbe tenuto un altro atteggiamento psicofisico sempre in riguardo alla dinamica evolutiva della vita sessuale.

A questo punto arrivano “i lupi di corsa”. Lupetto vive l’aggressività sessuale maschile come un pericolo di vita e usa la strategia psichica dell’evitamento, cerca di non mettersi nelle situazioni propizie a incontri pericolosi che potrebbero essere forieri di violenza. In sostanza la bambina cresce con quest’angoscia della sessualità mortifera e con il vissuto del maschio violento. La donna si serve della massima prudenza e della mimetizzazione per non incorrere nella violenza altrui. “Resto immobile” si traduce in cresco senza tante manifestazioni del mio corpo e con tutti gli accorgimenti delle censure e delle condanne che provengono dall’educazione ricevuta in riguardo alle umane dinamiche erotiche e sessuali. Lupetto è cresciuta senza dare nell’occhio con eclatanze seduttive ed erotiche, ha vissuto da buona ragazzina gli eventi psicofisici evolutivi e le relazioni umane che la vita le ha man mano messo davanti. Lupetto è cresciuta con le sue paure e ha evitato che si manifestassero come angosce, ha vissuto in maniera difensiva il suo corpo e le sue movenze psichiche, si è tirata indietro da una vita pericolosa e spericolata. Qualche dubbio permane, pur tuttavia, nella donna in riguardo a questa strategia relazionale che sin da bambina ha istruito nei riguardi dell’universo maschile e vissuto come violento nelle sue manifestazioni sessuali, ha problematizzato oltremodo la deflorazione e il coito, non ha ricevuto aiuti e strumenti adeguati a un sano superamento di queste necessarie paure. Lupetto è vissuta “pensando e sperando” che i maschi non si interessassero del suo bagaglio psicofisico femminile.

Sfrecciano accanto a me sfiorandomi a velocità supersonica e io mi copro la faccia con le mani pensando che, se dovessero assalirmi, per lo meno salverei il viso dai loro morsi.”

Guardate come la paura traligna nell’angoscia, la paura della vita sessuale degenera nell’angoscia di morte per violenza sessuale. “Sfrecciano”, mi “sfiorano”, “mi copro la faccia con le mani”, “salverei il viso dai loro morsi”. Lupetto è il suo “viso”, Lupetto è la sua “faccia”, simboli dell’esposizione e dell’esibizione sociale. I “morsi” sono le violenze maschili nell’esercizio della vita sessuale, tracce che non devono evidenziarsi nel pubblico arengo e che devono restare eventualmente nel privato. Si manifesta una sorta di educazione moralistica che tutela i membri della famiglia, la donna in particolare, dalla gogna sociale, dal rimbrotto e dal pettegolezzo, dalla maldicenza e dalla cattiveria. Esiste un privato ed esiste un pubblico, il primo da vivere come natura vuole, il secondo come cultura vuole. Ma la Natura è la vera e la prima Cultura. Il resto consegue e non sempre viene elaborato e partorito al meglio dagli uomini arroganti. La Natura è un Sistema interattivo di oggetti, una Grande Monade, la più alta Entelechia.

I lupi passano ignorandomi. Sento le persone con cui ero insieme che parlano e questo mi fa capire dove andare per riunirmi a loro.”

Lupetto ha superato le sue paure e si sente anche inadeguata a un certo momento della sua vita: tanto rumore per nulla o per poco. L’amplificazione data dall’ambiente e ridata da lei stessa alla sessualità è stata eccessiva e non ha portato buoni frutti, tutt’altro, ha contribuito all’isolamento. Ed ecco che Lupetto decide di uniformarsi al gruppo nel momento in cui ha razionalizzato la sua angoscia in riguardo all’aggressività sessuale maschile e nel caso specifico alla deflorazione e al coito.

Tutto bene quel che finisce bene. Soltanto al Male non c’è mai fine.

PIPPO & PEPPA & PEPPE & PIPPA & I PIPPI

Siediti,

voglio raccontarti una storia,

una storia fatta di tante simpatiche parole,

la storia di Pippo, Peppa, Peppe, Pippa e dei Pippi.

 

Lo sai

che Pippo non è puppo

e pappa le puppe a pera di Pippa

sulla poppa della nave Poppea,

mentre Peppa fa una pippa a Peppe

e Pippa fa un pippotto a Pippo e a Peppe

perché le puppe di Peppa servono per le pappe dei Pippi?

 

Cinque personaggi in cerca d’autore,

tu stai dicendo,

tu dirai,

ti conosco ormai,

mia bella mascherina,

tu l’hai detto

perché tu sai dire.

Hai detto,

dici

e dirai

che è tutto normale in questo nostro mondo adulto

che ha le sue radici nell’infanzia,

così puritano,

così impudico,

così sfarfallato,

così fasullone,

così svarionato come dice la grande Sofia,

un mondo da festival della canzone infiorata

e infiocchettata come un cesto di radicchi trevisani.

Hai detto,

dici

e dirai anche

che la follia non esiste,

che Dioniso è un dio vivo e vegeto,

molto vegeto,

quasi vegetativo come il nostro disumano sistema neuro,

un vero dio semiologico con le palle e con le tette,

con tanti segni chirurgici sul corpo imberbe di giovinetto efebo,

quasi come il marinaio Sebastiano

prima di essere eletto santo.

Hai detto,

dici

e dirai ancora

che la follia è stata inventata dai sacri inquisitori in illo tempore

e dalla Monarchia fascista e dall’aristocrazia nazista,

semper in illo tempore,

sed etiam cotidie dai filosofi imbroglioni del regime zarista,

dal signor Vladimiro faccia stagnata dai piedi di piombo,

dal nazisocialismo euroasiatico di Aleksandr Dugin,

scusate,

del Rasputin del Cremlino,

quello che trita e ritrita concetti altrui

al dolce sapore di prugna come il confetto Falqui

per far cagare il grande capo

fino a ridurlo a tutta cacca e a niente capo.

Hai detto,

dici

e dirai persistente

che la follia è servita ai grandi sacerdoti e ai grandi magnaccioni,

agli scienziati della chimica in odore di panfilo,

agli psichiatri in odore di viaggio premio su una Costa

senza il capitan codardo,

quello che uccidendo affondò nella merda

e con poco carcere nelle gonfie bisacce.

 

Cinque personaggi in cerca d’autore.

Cosa c’entra Luigi da Girgenti,

il professor Pirandello,

quello delle ceneri sparigliate e sparpagliate?

Cosa lo invochi a fare,

se io ti chiedo

se tu sai

che Pippo non è puppo

e pappa le puppe a pera di Pippa

sulla poppa della nave Poppea,

mentre Peppa fa una pippa a Peppe

e Pippa fa un pippotto a Pippo e a Peppe

perché le puppe di Peppa servono per le pappe dei Pippi?

 

Sono d’accordo.

Tu mi rispondi sfacciato

che sei d’accordo,

senza renderti conto

che è rischioso il fatto,

anzi il fattaccio di questa banda di Pippardi,

così come io te lo do,

senza prima aver contratto una polizza con la santa Alleanza,

la multinazionale all’incontrario di Robin Hood,

quella che toglie ai poveri per dare ai ricchi,

la benamata e pur cara sposa di Alessandro il russo

in quel 1815 foriero di merda reazionaria,

di Federico Guglielmo il crucco,

di Francesco il secondo crucco,

la Compagnia che sposa soltanto chi non vuole legami,

che tutto toglie e nulla dà.

Vade retro Satanasso e Belzebù!

Io amo Lucifero perché porta la Luce,

come santa Lucia,

la Luce del Sapere e degli occhi,

le uniche armi che sparano Bellezza,

che sprizzano Gioia,

che regalano Armonia,

io amo le donne in mini e maxi gonna,

nonché in pantaloni alla zuava,

e tutto il resto lo lascio ai posteri,

ai poveretti che vedranno il fiume giallo diventare marrone,

il fiume sacro già marrone,

il fiume Ciane essiccato dalle rane industriali,

una sorgiva mitologica e mitica

senza papere e senza papiri.

Ho fede nella Fede che verrà

senza la morte negli occhi della donna e dell’uomo

con mille e mille virtù,

con mille e mille qualità,

con mille uova e mille semi

senza intrallazzi e contaminazioni nel buon pane,

per chi è assuefatto ai pesticidi e ai disserbanti.

Sia verde il grande prato

che riceverà le spoglie dei credenti e dei miscredenti,

i loro pensieri e i loro atti.

Grazie Maria Elena per il tuo mancato brevetto,

per il dono d’amore verso gli ultimi degli ultimi

che sono e saranno i primi

dopo la morte degli apostati e dei dissennatori.

E noi,

io e te insieme a cento altri mentecatti,

continuiamo a dire in tanto bordello televisivo e stampato

che Pippo non è puppo

e pappa le puppe a pera di Pippa

sulla poppa della nave Poppea,

mentre Peppa fa una pippa a Peppe

e Pippa fa un pippotto a Pippo e a Peppe

perché le puppe di Peppa servono per le pappe dei Pippi.

 

Di questi tempi è immorale e illegale

che Pippo & Peppa & Pippa & Peppe & i Pippi,

anche se sulla poppa della nave Poppea

e con tutti i pippotti e le pappe di questo mondo,

si atteggino a protagonisti da cinque stelle

e a seguaci di Pantalone il supermaritato,

non è previsto nel progetto di legge Zan e Antizan

che la famigerata truppa dei Pippardi si esibisca

in questo circo pedestre di gente pentita

che chiede scusa

dopo avere ucciso l’angelo custode,

la Maria Maddalena e la santa di turno.

Di questo passo dove andremo a finire?

Non c’è più mondo

e non c’è più morale

da quando si è saputo in giro

che Madre Natura si è ribellata alle cicche sulla spiaggia,

alle uova della caretta caretta depositate sulla sabbia,

agli squali mutilati per l’orgoglio maschile,

alle sardine finite in scatola loromalgrado,

nonché alla retata degli sgombri sotto l’olio di un girasole.

Sono tutte situazioni di contrabbando,

meglio mangiare un pezzo di pizza

in un pozzo che puzza,

come faceva un pazzo

dopo aver chiesto il pizzo

a Pippo, a Peppa, a Peppe, a Pippa e ai Pippi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 09, 02, 2022

 

 

AH AH AH

missili R-60 Neptun

le navi di Putin

guerra giusta

pacifista cieco

pacifista con la testa sul collo

musica nell’ammasso di Perseo

i buchi neri suonano

aerei F-35 americani

aerei F-16 americani

onde di pressione

esecuzione ensemble

assoli

suoni di stelle morte

Carancino di Belvedere

Salvatore

Vallone

10, 05, 2021

 

LA NUOVA NOVELLA

In principio era il Tutto,

l’armonia del Tutto,

la fusione dell’Olon zoon,

l’ordinato Kaos.

E venne Archimede.

 

Di poi fu il Segno,

l’Armonia del Segno,

la fusione dei Sema,

l’ordinato Cosmo.

E venne Pitagora.

 

Dopo fu il Verbo,

l’Armonia della Parola,

la fusione dei Logoi,

l’ordinata Terra.

E venne Esiodo.

 

Armonia è nel Tutto, nel Segno, nel Verbo.

La mitica figlia di Afrodite e di Ares,

dell’amore sensuale e della guerra,

segnava di dolcezza i suoi confini.

 

E vennero gli scienziati,

i pittori,

gli scultori,

i poeti

a battezzare i Cieli e le Terre.

E venne la Parola

a battezzare il Cielo e la Terra.

E vennero i sacerdoti a parlare di Dio.

E venne Egli.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di Lui,

e senza di Lui niente è stato fatto

di tutto ciò che esiste.

Giovanni gli rende testimonianza

e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:

Colui che viene dopo di me mi è passato avanti,

perché era prima di me».

In Lui era la Vita

e la Vita era la Luce degli uomini;

la Luce splendette nelle Tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta.

Giovanni battezza con l’acqua,

sciacqua le sue parole come lava i suoi panni.

Che grande che sei, o ultimo dei profeti!

Che bello che sei nella tua folle saggezza!

Viva i Giovanni!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 08, 06, 2022

 

QUESTA NOTTE ALLE TRE

Ferma come una rupe è questa notte

e senza vento.

Ieri fu un giorno di lampi nel sole,

di far bene l’amore con la vita

per essere al sole.

La spiaggia è ferma nel vento

e nel mare, al largo, tira forte il vento.

Qualche veliero è intirizzito per la poca acqua,

qualche uomo è morto d’amore

mentre scalzava i pochi peli della barba incolta.

Come una rupe è ferma questa notte

in mezzo a un vento che non è tempesta.

Ciciociacio se la dorme nella sua cuccia.

Gianna fa lo stesso.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 11, 06, 2022

 

FOLTI DI FERITE COME GATTI VELLUTATI

Precipita tutto rapidamente,

era troppo bello per essere vero.

Abbiamo avuto un tempo

per farci un’idea della vita

e poi la vita si è manifestata

e non era sola,

c’era la sorella bella,

quella con la falce nella borsetta.

Cosa ti ispira oggi, Maestro?

Cosa ne è stato di quei giorni di campanelli e sogni,

del caffè al bar,

del valore molle del benessere?

C’è quella canzone in sottofondo,

una volta conoscevo le parole,

ma adesso non so,

non riesco a ricordare.

Quando nella mia testa entra la tua testa,

tutto prende forma.

Mi sembra di aver sempre pensato

e non è vero,

sei tu che pensi per me,

per noi,

è il tuo sguardo che va oltre l’orlo dei merletti,

ma Burano è lontana,

le sue case colorate sono macerie.

Portami nel senso ultimo delle cose,

fammi strada,

fammi capire perché la musica si ferma

e non ricordo le parole.


Sabina

 

Trento, 20, Marzo, 2022

 

 

GOVERNO LADRO

Piove,

oggi piove anche sull’Impossibile,

omnia non potest in omnibus rebus,

deus ex machina sine iniquis temporibus quiescit,

piove sull’impostura salmastra ed arsa,

sui vestimenti cinesi del bazar di Chi a Zè

vestita d’anoressia in taglia quarta all’insù e all’ingiù,

sine terga,

senza chiappe,

insomma,

piove sui freschi meloni di una donna mulatta

in cerca di avocado nel bazar di via del Campo,

cade sabbia gialla sahariana dal cielo amaranto,

un cielo rosso sangue

come la camicia dei garibaldini di Giuseppe,

come le mutande marxiste-leniniste della nonna Lucia

quando cantava imperterrita e gaudente l’Internazionale

aspettando il marito Giovanni appena partito per l’America,

seduta davanti alla toletta nera di mogano antico,

là dove aveva appena recitato la santa messa

nel suo latino maccheronico

e condito con il ragù di donna Ciuzza,

le patate affettate e messe a solaio

nella pentola d’argento luminosa di mia madre Tita.

Anche il Cielo ci ha abbandonato

in questa deriva della nostra esistenza

e del rimanente da vivere

con la parsimonia di colui

che ha anche risparmiato sul proprio seme,

di colei che ha contato sin da piccola le proprie uova.

Cosa ci resta di questa splendida giornata

velata con la veletta rossa prima delle nozze arabe

di una bambina promessa a suo tempo dal nonno e dal padre

ai briganti della tribù dei Bungabunga,

una giornata turbata dai tanti diamanti

ritrovati nelle tasche dei già e sempre nullatenenti

in bolletta con il fisco

e in fiasco con le bollette della luce e del gas,

dell’acqua e della fogna,

della spazzatura e del senso civico.

La Morale del pudore è normale

in questo giorno di pioggia rossa del Sahara,

come la Civiltà è in regola con i pagamenti

e tribuisce a ognuno rose rosse provenienti dall’Est.

Mi porterai al ristorante delle stelle,

più di cinque per favore e senza buffoni,

mi comprerai una rosa blu da tatuare sul petto villoso

e mi dirai maschilista nell’animo e nel corpo.

Io non sono famoso,

ma abito in un’isola fiera della sua decadenza.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 22, 05, 2022

 

“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

IPOTESI

Se il poeta non deve morire,

lo scrittore non deve tacere,

lo scrivano non deve vergare,

il ragioniere non deve contare,

il romanziere non deve raccontare,

il giornalista non deve testimoniare,

il maestro non deve insegnare.

Giovanni l’evangelista aveva ragione:

In principio era il Verbo.

La Scrittura è morta insieme a Dio

nei campi di sterminio moderni,

i media & i media.

La Grafia si trova nel camposanto dei geroglifici,

nella tomba del cuneiforme,

nel cimitero dei Segni.

Povero Umberto,

non il povero legomane,

il grande semiologo.

La Calligrafia è defunta,

defunse dopo gli uomini e le donne del Fascio dei combattenti,

dopo Concetto,

dopo Lucia,

dopo Paolo,

dopo Giuseppina,

dopo Ciccio,

dopo Ninetta,

colei che era intesa spimmuliddra per la sua magrezza,

per la sua anoressia, se gradite.

Oh, Madonna del Carmelo,

nessuno sa più scrivere,

nessuno sa più vergare,

nessuno ara alba pratalia

con il vomere arrugginito di Giosuè,

nessuno abbandona l’aratro in mezzo alla maggese

come si abbandona ancora oggi il sempiterno cane Bobby,

nessuno,

ti giuro,

nessuno,

mena i buoi per i campi di terra ammerdata,

possiede un menabò,

nessuno sa arzigogolare cum signis,

avec les signes,

con le volute,

con i fronzoli,

con le giravolte e gli archi,

con il Barocco e le baroccate,

con i broccoli e le acciughe tritate,

nessuno colora i muri di Margherita con secchi di vernice,

nessuno ha visto la neve dipinta

dai segni del sangue di mamma Graziella e del bellissimo Lello,

nessuno sa dirmi della spina nella carne

del contorto Soeren prima di lasciare Regina,

nessuno ricorda la circoncisione di Shlomo,

l’uomo della pace e della prosperità scientifica,

il segno nella carne di un bambino orgoglioso e inerme,

nessuno difende Dinka la bambina etiope

quando le vecchie vigliacche la infibulano,

nessuno ha difeso il piccolo Salvuccio dal graffio

del pennino intriso di tubercolina

in via dei Mergulensi al numero 23,

scuola elementare statale,

nessuno sa

che con la penna ci hanno spogliato della democrazia.

Tu scrivimi nel corpo,

dimmi chi sei

per sapere chi sono.

Fammi un tatuaggio futurista

dove le capre non mangiano i cavoli,

dove i giornalisti e i politici sono eterni bambini

in cerca di trofei e di macchinine di latta.

Madonna mia degli Angeli,

in questa piazza del Duomo

mi avete visto scolaro ogni mattina

al seguito di mio padre

e con una candela di sego

per il cuore immacolato di Gesù

da accendere nella chiesa ottagonale dei Gesuiti,

i seguaci di Ignazio,

il barbiere di via Savoia.

Imparai a scrivere senza leggere.

Così m’innamorai di Nina,

senza lettere e consonanti

per scrivere una poesia di sentimento e di sesso.

Eppure scrissi e riscrissi senza eleganza le orazioni,

con quel decoro degli innocenti,

con quell’estro del povero bambino

cresciuto all’ombra di un tozzo di pane nella mano destra

da salare con quattro olive nella mano sinistra.

Eppure,

ancora oggi io non so parlare d’amore.

Il professore Bruno Gioacchino al ginnasio

mi ha rimandato agli esami di settembre

proprio in italiano

e ha fatto bene,

aveva proprio ragione.

I segni sono una brutta cosa,

tanto meno in mano ai bambini.

Figuriamoci le parole nella bocca degli adulti.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 29, 02, 2022