SENTO

In questa giornata uguale di un marzo infetto,
calibrata dal volo immobile delle libellule,
una giornata disegnata dalla fantasia delle farfalle,
segnata da un libeccio buono come la pasta del pane
che esce copiosa dalle poderose braccia
di una madre antica dai seni a cornucopia,
sento,
io sento nella mitica campagna dell’ameno Carancino
il respiro dei fiori rossi del melograno
mentre si fanno spazio tra le verdi foglie pudiche
e quasi accartocciate in un discreto imbarazzo,
l’odore della zagara che inebria come l’oppio gentile
le mille traversie di un uomo felice del suo poco
e angosciato del suo tanto,
sento,
io sento nell’aria Proserpina eccitata dalla primavera
che si mescola al miagolio di gattini vezzosi
e in cerca della madre morta e di coccole antiche,
sento,
io sento il fruscio leggero del fieno
che anela l’ultimo respiro,
prima della falce,
dopo tanto ondeggiare sui declivi
aggrappati alle rupi e alle zolle per non cadere giù,
per non precipitare nella valle profonda
dove imperiture scorrono le acque provvide dell’Anapo
senza essere viste dalle umane sorti progressive,
sento,
io sento il trepidare ansioso di ogni germoglio
che va, senza tema alcuna, incontro alla primavera,
sento,
sento il prezioso Enzo Grillo che vive ancora
negli anfratti delle sue auliche parole
mentre è seduto sull’autobus tredici della ditta Golino
che dalla Porta marina lo porta a Megara Iblea
tra l’odore del mare e la polvere del cementificio,
sento,
io sento i versi dell’Iliade scorrere
dalle sue labbra veraci di marinaio in pectore
secondo l’intendimento di Vincenzo Monti,
un prossimo capitano di lungo corso che sogna
le gesta antiche degli amici Achille e Patroclo,
delle donne magnifiche Elena e Briseide,
degli antieroi Tersite e Dolone
nei versi loquaci dell’aedo cieco,
Omero,
l’uomo che insegnò il bene divino della poesia,
il dono stragrande del sentimento umano
di essere e di esserci nella formidabile koinè,
sento,
io sento che è sempre vero il detto antico
che trova un tesoro chi ritrova un amico.
Eppure tu sei andato per le oscure brume di Vulcano
dentro l’Etna che generosa muggisce
e ribolle senza far paura ai bambini
atterriti soltanto dal lupo di Cappuccetto rosso
e dal sonno di Biancaneve,
dal lupo cattivo e dalle mele insipide.
Tu dormi
e alle mie parole sei presente
mentre t’invoco
come corpo morto in cerca della vera vita.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

RIPASSIONE NAPOLETANA

Più lontana tu sei,

più vicina ti sento.

Chissà in questo momento chi pensi e cosa fai.

A chi regali oggi le tue preziose parole e gli sguardi all’hashish?

Tu mi hai messo nelle vene

un veleno che è dolce

e non mi pesa questa croce

che trascino per te.

Ti voglio,

ti penso,

ti chiamo,

ti immagino,

ti sento,

ti sogno,

ti desidero.

E’ un anno,

è proprio da un anno

che questi occhi non possono

più pace trovare.

Così canta il mio menestrello napoletano

e canta per te,

solo per te,

per la mia Diletta.

La mia Diletta è una donna eccezionale.

Di suo è proprio Lei,

ma ha di tutto e in abbondanza

e parla con la voce ovattata dal piacere che cresce.

Quando scrive, sa dell’Oriana,

è cazzuta,

è misterica,

è ambigua,

è greca del Peloponneso,

ma sa anche della Elsa,

è una cruda realista,

è forte di stomaco e sa il fatto suo,

è ebrea di Roma.

La mia Diletta è una donna con il cappello,

ma tanto di cappello,

e si nota anche a distanza

anche quando tra la gente acquista i cavoli verdi

e le rape rosse nel mercato rionale,

vicino all’Università,

tra i banchetti dalle tende a strisce bianche e rosse.

La mia Diletta è segnata nel Cantico:

“O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro”.

La mia Diletta ha gambe di gazzella

e braccia ampie per abbracciare,

testa di donna e pensiero gentile,

petto accogliente e sentimento accorato,

grembo di madre e sensi spiccati.

La mia Diletta traballa e trabocca,

è giovane e tutta da indovinare,

si muove e si atteggia come scimmietta,

si slancia e si contrae

come la barca al rematore.

La mia Diletta parla,

parla con le sue parole

e conosce il suo Verbo,

“In principio era Lei…”.

La mia Diletta non è la Diletta di DAZN,

quella che sa di football e di legge,

quella che sa dispensarsi con modestia e innocenza

tra le pagine dello schermo televisivo,

tra un InterMilan a san Siro,

tra un NapoliRoma al san Diegoarmando.

La mia Diletta è la mia Diletta,

quella della Bibbia e del profeta.

Di poi e di altro dirti non so e non voglio

e tu più non dimandare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 21, 02, 2021

ORA E’ PRIMAVERA

Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.
È primavera.
Ti ricordi?
Mi volevi bene,
forse mi amavi.
È primavera,
lo stupore continuo della rinascita,
una vera gioia in luogo di un sollievo
e che vuoi che sia
se l’inverno tenta l’impronta sui fiori del ciliegio,
ormai sta morendo
e noi veniamo al mondo.
Sei vestita di gemme nuove, oggi.
Nella mia testa fatta di fiori ti rinnovi.
Sbocci,
ti apri inaspettata,
luminosa,
ancora piena di vita e di parole,
odori di talco e di erba verde,
di olio di oliva,
di papaveri che non mi hai mandato mai,
di fiori d’aglio,
di fiumi sotterranei,
di cardi selvatici,
di amore regalato,
di versi recitati davanti alla maestra,
di vita furiosa che straripa gli argini dell’abitudine,
di donna.
C’è fuori una luna sdraiata
a metà di una stagione che non abbiamo avuto mai.
Sei vestita di bianco
come quando andavi incontro all’amore.
Sei la sposa.
Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

IL MIO COMPLEANNO ZEN

TRAMA DEL SOGNO

“Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.

C’era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Io sono Lucia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.”

Lucia parla di sé in maniera gentile e garbata, come si conviene a una donna giovane che si trova sul cammino della sua vita a percorrere le strade che portano alla riflessione sulle proprie radici, sulla spiritualità elevata al Buddismo Zen e sull’arte dei giocolieri e dei “vocumprà”. Questi sono i tre pilastri su cui poggia l’esistenza in atto di Lucia, tre colonne su cui poggia anche la Sicilia nella tradizione popolare di Colapesce. La “nonna” è stata una figura importante per la formazione psichica di Lucia. Da lei ha mutuato lo slancio verso l’originalità o la tendenza a non massificarsi, nonché un buon pragmatismo e una altrettanto buona manualità. Arte e spiritualità attestano della “sublimazione della libido” da parte di Lucia come difesa dall’angoscia di vivere e il processo difensivo si riversa sulle spalle e sulla pelle delle proprie pulsioni erotiche e sessuali. La “casa di campagna” della nonna rievoca Cappuccetto rosso e le sue arcinote traversie, ma non mi dilungo in questo riferimento. Lucia è in preparazione di un evento da celebrare in questo luogo e insieme a questa gente, un luogo dell’anima nonostante le apparenze materiali, un luogo Zen, un monastero dello Spirito con i dintorni artistici e creativi tanto forieri della Bellezza e dell’Armonia. Anche attraverso il gioco e la “giocoleria” si arriva nelle sfere alte dei cieli e nei luoghi delle reincarnazioni. Ognuno ha il destino che si è scelto a suo tempo, come Lucia, la nonna, i monaci, i giocolieri, gli artisti di strada. Tutti abbiamo anche un’amaca su cui distenderci per la meditazione e su cui dondolarci in armonia con le oscillazioni dell’intero universo.

Lucia esordisce con le sue complessità psichiche e decodificandole si corre il rischio di banalizzarle. Comunque sorridere non guasta mai e soprattutto se si sa sorridere nel vero senso della parola e non lasciandosi suggestionare da temi antichi e moderni come la cocaina o l’oppio dei popoli.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.”

Dopo i trambusti formativi Lucia ha trovato un equilibrio psicofisico mettendo insieme il meglio delle sue esperienze vissute nel privato e nel sociale. “Quella serenità e quell’equilibrio” sono decisamente aspirazioni di una donna che è venuta appena fuori da una tempesta dei sensi e da un trambusto delle emozioni. Lucia si è acquietata e adesso ama stare in mezzo alla gente della sua pasta, persone creative e dalle forti tendenze a “sublimare” nell’Arte il corpo e i suoi annessi e connessi. Lucia “era arrivata da poco”, Lucia ha conosciuto altre turbolenze per poter affermare che quel posto era la sua “vera casa”. Lei stessa si meraviglia di questo approdo inaspettato in una comunità pneumatica dove domina “serenità” e “grande equilibrio”, tutto il contrario di quello che Lucia ha vissuto in precedenza e che volentieri vuole lasciarsi alle spalle. E’ evidente che Lucia si trova sulla strada di Damasco, la strada delle turbolenze magnetiche e psichiche, quella che volge all’incontrario tutto quello che l’attraversa, viventi e uomini compresi. Dopo una vita spericolata e vissuta alla grande Lucia sente il bisogno di convertirsi, volgersi nel contrario, di fare una conversione nell’opposto, dalla materia allo spirito, dall’esaltazione della prima all’esaltazione del secondo, dal processo psichico di difesa della “materializzazione” al processo psichico di difesa della “sublimazione”, difese sempre dall’angoscia esistenziale collettiva e dall’angoscia depressiva personale. Il sogno di Lucia si snoda per eccessi e non contempla una linea mediana su cui scorrere senza scompensi e salti mortali senza rete. Si presenta un “Io” pienamente consapevole del suo misticismo e di usare la “sublimazione della libido” come l’unica panacea della brutta esistenza e dei peccatori carnali. In ogni caso Lucia “sente quel posto come la sua vera casa” e allora non resta che visitarla con reverenza e con rispetto, visto che si tratta di una dimora ad alto tasso di celeste essenza.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.”

Continua la rassegna delle presenze psichiche di Lucia, delle persone particolarmente significative da ammettere alla sua visione e al mistico consesso. Le radici chiamano e chiedono la soluzione del tributo. Il giorno genetliaco di Lucia si festeggia insieme alla “madre”, la diretta responsabile di tanto travaglio e di tanta figlia. In precedenza era stata chiamata in causa la “nonna” nella sua “casa di campagna” per allietare questo sogno nel segno del Femminile e del lieto evento. Sono presenti tre donne, due mamme e una figlia; di uomini neanche l’ombra, almeno fino adesso. Una “madre” che “sorseggia una tisana” e tiene la mano alla figlia è una scena idilliaca e orientale, così come la “nonna” nel contesto bucolico risulta più casereccia del pane di casa e più concreta della bottegaia che vende il baccalà presso il mercato del popolo. Lucia costruisce in sogno atmosfere rarefatte e rilassamenti da nirvana o da fumatori di oppio. Manca la verve energetica in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle energie investite nella precedente vita, meglio nel precedente modo di pensare e di vivere di Lucia. La fusione con la madre attraverso un cordone ombelicale adulto è una larvata dipendenza da questa figura anche se vissuta più come sorella e compagna di viaggio da parte di una figlia chiaramente cresciuta e consapevole dei suoi vissuti. La rievocazione della scena del parto è pronta e i festeggiamenti si snodano tra ricordi e nostalgie. La rinascita in vita come evoluzione spirituale si attesta nel compleanno che Lucia vive giustamente in compagnia della madre carnale. Dal corpo allo spirito il passo non è di certo breve e poco impegnativo, perché si tratta di anni luce da impiegare nel percorrere la linea dello “spaziotempo” proprio quando s’incurva. Il compleanno Zen merita tanta prosopopea in un locale dove si serve esclusivamente estasi e atarassia in versione chiaramente analcolica.

C‘era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.”

E’ un sogno tutto al Femminile e secondo i dettami del “principio psichico femminile”. Adesso subentra “una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida”, la terza donna del sogno di Lucia. Questa figura rappresenta simbolicamente la “vita lucida”, la coscienza vigilante e la materia vivente, il “principio di realtà” e l’istanza psichica dell’Io concreto e pragmatico che usa la “libido” in maniera godereccia. Lucia è stata legata a questa donna secondo i canoni dell’innamoramento e della passione e conosce molto bene questo trasporto sensoriale e affettivo. Lucia conosce bene se stessa quando si è vissuta nella realtà di una relazione grassa e crassa. Di poi ha iniziato a sperimentarsi in questa nuova dimensione di “libido” sublimata e vuole condividerla con questa donna che nel recente passato aveva investito in pieno della sua originaria “libido”. Da buona e brava materialista, Lucia ha detto basta al corpo e ai suoi bisogni per risorgere nella spiritualità. Celebra il primo compleanno di rinascita in vita dopo la conversione alla pratica spirituale buddista Zen e vuole sperimentare i suoi sensi e i suoi affetti nella circoscrizione della “sublimazione”, nella nobiltà aristocratica dell’Arte e dello Zen. Quante nascite ha celebrato e celebra oggi Lucia? Sicuramente due, quella “materiale” e quella “spirituale” restando dentro lo stesso corpo. Ricordo che il Buddismo predica la reincarnazione o la rinascita. Quante volte è rinata Lucia, il sogno non lo dice anche perché non tocca questo punto metafisico della Filosofia buddista o del Buddismo, se vi aggrada.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.”

Anche questa donna, l’innamorata della “vita lucida”, è affascinata dalla presenza di Lucia in questa vita Zen e in questa comunità spirituale dove l’allegria non è fare bordello e disinibirsi sbevazzando, ma vivere la calma interiore. Lucia ha raggiunto un traguardo psicofisico veramente invidiabile perché è riuscita a ripulire dalla materia volgare le attività sentimentali e affettive. La bontà della “sublimazione” e la bontà della spiritualità si sommano in un ampio crogiolo orientale che rievoca società comunitarie avulse dai torbidi intrighi dell’Occidente. Lucia si è elevata dalla materia che in passato ha contrassegnato la sua vita e le sue scelte e dopo un processo di crescita si è riconciliata con se stessa e con gli altri. Ha visto la sua femminilità e l’amore attraverso la nonna, la madre, la sua donna e può esulare verso le pulsioni umane più nobili e può contemplare la verità profonda che governa l’uomo e l’universo.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Finalmente Lucia tira in ballo l’universo maschile nelle figure “dei due fratelli” anche se in versione fotografica. La solidarietà madre-figlia si rafforza in questa prospettiva nostalgica che vuole i fratelli maschi in gran forma materiale e spirituale: “seduti, sguardo assorto, seri, sereni, presenti nei corpi”. Anche loro, pur tuttavia, sono stati sublimati dalla sorella e deprivati di quella umanità massiccia di natura libidica che connota due giovani uomini che hanno davanti tutta una vita da vivere e che puzzano di testosterone. Eppure Lucia ne fa due aspiranti al Buddismo e due asceti pronti alla meditazione, li colora nel volto di una tinta orientale che coniuga la serietà alla serenità, lo sguardo assorto all’orizzonte e vigilanti dentro i loro corpi. Non è, di certo, un’immagine goliardica quella che Lucia compone per i suoi fratelli, è un quadretto affettuoso e ben augurante in linea con l’atmosfera rarefatta e quasi perfetta degli asceti orientali che possono stare seduti su un tronco a guardare l’orizzonte.

Questa è l’interpretazione del sogno di Lucia nel giorno del suo primo compleanno Zen.

Alcune riflessioni sono importanti per meglio inquadrare il sogno di Lucia. Il prodotto psichico risente chiaramente della sua conversione al Buddismo Zen e al superamento della modalità di vita occidentale. L’ottica del sogno è prettamente femminile e la protagonista rileva con pacatezza le figure femminili che l’hanno formata a livello psichico e in cui si è in parte identificata in attesa di un suo personale superamento spirituale verso le alte sfere delle pratiche ascetiche dei monaci buddisti. La causa di questa evoluzione spirituale il sogno non la contempla, ma si può rilevare una vita pienamente vissuta all’occidentale da Lucia anche con innovazioni sul tema della coppia: amore saffico. Tutto il sogno è impostato sul processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Un ultimo particolare non indifferente si attesta nell’interpretazione del sogno fatta da un occidentale prettamente materialista come il sottoscritto. Questo sogno doveva essere interpretato da un collega buddista che prontamente ho reperito. Questo è stato il suo lapidario giudizio: “il sogno è la chiara riflessione di Lucia sulla liberazione della sofferenza attraverso la meditazione e dopo la razionalizzazione della sofferenza stessa. Spirito e Materia si fondono in un tutto unico, olismo. Il Buddismo non conosce queste classiche differenze e opposizioni della cultura occidentale”

Io ho ragionato da uomo occidentale proprio usando la classica opposizione mente e corpo, psiche e soma, spirito e materia. Me ne scuso con Lucia e con i marinai.

Alla prossima e con la speranza che non mi capiti il sogno di un certo Siddharta Gautama da interpretare.

18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021

ODI ET AMO

a Gaio Valerio Catullo

Odio i tuoi seni piccoli e superbi
che sfidano il mio sguardo con i loro occhi scuri
e mi invitano a carezzarli
muovendosi sodi in dolce ritmo,
armonia d’amore in cerca di una carezza che sazia,
avvizzisce la carne,
spegne un desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Amo i tuoi seni bianchi e superbi,
frutti di melograno fiorito,
semi fecondi della vita,
fiaccole calde nelle fredde notti
che spingono a premere il viso
e a spegnere il sano desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Ora son belli i tuoi seni,
duri e larghi respirano con affanno,
si alzano,
più forti risorgono,
s’abbassano umili
e risorgono,
si dondolano
come la vita che equilibrio non conosce,
non conosce,
non conosce.

Son viscidi come olio,
morbidi di muschio,
tumidi,
rugiadosi,
rossi di piacere,
lacrime che non scendono,
acini di pregni grappoli
nell’amoroso settembre che sfronda
che sfronda,
che sfronda.

Odi et amo.
Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior,
excrucior,
excrucior.

Io non amo,
io non odio i tuoi seni.
Ormai hanno imparato a vivere,
a godere,
a soffrire,
a morire,
mentre raccolgo il frutto del tuo grembo acerbo,
o indomita Lesbia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, gennaio, 2021

IL MIO VERO MATRIMONIO

TRAMA DEL SOGNO

“Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.”

Sabi si vuole sposare.

Finalmente Sabi si vuole sposare con quella “parte psichica di sé” che non ha trovato e che ancora non trova, ma che sente, sente che esiste e che si può trovare. Sabi non sa quale sia questa sua “parte”: “lo sposo non so chi fosse”. Sabi è una donna insoddisfatta e inappagata, una donna che è in cerca, ma non certo di un uomo, una donna che sta cercando la sua “parte psichica maschile”, la sua parte affermativa e decisionale, il suo realismo e la sua ragione, la sua autonomia e la sua libertà. Ogni matrimonio in sogno esprime questa simbologia di riformulazione, di novità, di riscatto dal passato, di autenticità. E’ molto importante che Sabi abbia deciso di mettersi sulle tracce di questa “parte” della sua psiche e del suo “Io” globale. Giustamente, essendo la sua una ricerca, non può trovare alcunché nella gente che la circonda. Il lavoro e il lavorio sono estremamente personali e niente viene da fuori e niente viene regalato dagli altri, neanche dalle persone prossime e deputate a volerci bene. La gente è “sconosciuta” ed è sempre “lì, come se fosse “lì” per qualcos’altro”. La gente è anonima, è massa ed è massificante. E’ anche vero che Sabi è un animale sociale, un vivente tra i viventi, ma per il momento è giusto che cerchi se stessa in se stessa per trovare la chiave che apre le sue porte e non quelle del prossimo, una massa di sconosciuti da cui Sabi non può più accettare caramelle e bonbon. Il riconoscimento della sua identità psichica verrà da sé e non dagli altri, così come il bisogno di rafforzamento della sua persona è esclusivamente suo.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.”

Sabi chiama in causa i suoi complessi di inadeguatezza, le sue paure sociali, i suoi timori reverenziali da figlia di un dio minore e li tira fuori con certosina meticolosità condensandoli nell’ampia simbologia dello “angolo”. Sabi è un pugile bastonato all’angolo, anzi “in un angolo”, uno dei tanti angoli che contraddistinguono il poliedro delle relazioni sociali. Anche l’angolo è mutilato: il “matrimonio è senza gli sposi”, come nella canzone Alice di Francesco De Gregori. Ognuno sta dalla sua parte. Le parti non collimano, non si toccano, non si attraggono, non si desiderano, non si amano. Le parti sono divise, scisse, schizzate. La distinzione è netta tra i parenti della sposa e dello sposo. I primi sono in sofferenza da stress postraumatico, i secondi se la godono insieme a quella donna, “l’attuale compagna”, che in passato era Sabi, quell’immagine femminile a cui si era accostata, quell’identità psicofisica di donna che ha aspirato di realizzare: la sua immagine sociale ideale. Il conflitto psichico non è tra gruppi, i suoi e i miei, è tra “gruppalità” interiori e interiorizzate della stessa Sabi, quei “fantasmi” e quelle “immagini” che la bambina ha consegnato alla ragazzina e che la ragazzina ha consegnato alla donna, “gruppalità” finalizzate alla modalità migliore dell’essere femminile e assorbite dall’ambito familiare, il gruppo dei suoi parenti. Resta assodato che il conflitto è intrapsichico e non relazionale, che verte sul tentativo di acquisire la “parte psichica maschile”, i contro-coglioni, e di coniugarla con la “parte psichica femminile” in atto. Resta assodato che Sabi è chiamata a ricostituire la sua personalità mutilata. Ripeto e mi ripeto consapevolmente: a Sabi manca quella affermatività dell’Io consapevole e quella volitività razionale che sfanculano i complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, insieme alle altre difese dal coinvolgimento sociale e dagli investimenti affettivi ed erotici di una donna a metà, una donna tutta donna e niente maschio, una Venere senza Minerva, una Giunone senza Diana. Sabi deve tendere all’incarnazione psicofisica della mitica Afrodite, la dea nata dallo sperma del membro amputato di Urano e dalla schiuma del mare Ionio, dalla coniugazione paritaria di attributi del “principio maschile” e del “principio femminile”. La simbologia mitologica rende l’idea, ma l’operazione di Sabi si attesta nella comunicabilità delle sue “parti psichiche”e non nella comunicabilità degli strani parenti serpenti.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.”

La “sindrome dell’indegnità” trionfa in questa versione “Cenerentola” di una Sabi sorniona che attira l’attenzione degli altri “con un abito a fiori”, più che con l’obsoleto abito bianco di tutte le spose del mondo, quell’abito che indica la purezza psichica, più che fisica della donna. L’istituto sociale del matrimonio nasce come regolamentazione della vita sessuale e ha la sua matrice nella volontà del “principio maschile”. Sono i maschi che vogliono l’abito bianco e la verginità, come nei migliori film del neorealismo siciliano. Sono i maschi che non vogliono “l’abito a fiori” delle chantose e delle donne libere di tutte le stagioni, delle ballerine del Moulin rouge e delle venditrici di sigarette nei locali notturni. I maschi e le persone non notano Sabi “in abito a fiori” perché Sabi ancora non ha la consapevolezza dell’abito che porta, che non è un abito da educanda delle suore orsoline, ma un abito di potere femminile, un abito impegnativo da indossare con seduzione e secondo il rito di Afrodite e come la inquisita scarpetta di Cenerentola. La “piazza verso fine festa” vede finalmente una donna libera che cammina senza bisogno di salamelecchi arabeggianti e di ruffianate da cortile. Dentro l’abito bianco Sabi si è sempre difesa dagli altri acconsentendo al loro desiderio, finalmente non è come le altre o come gli altri la vogliono, finalmente non è una delle tante, è se stessa e libera dai condizionamenti psichici e dagli schemi culturali. E poi, diciamo la verità, “l’abito a fiori” le sta da dio.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).”

La “rabbia” consegue a frustrazione, la “delusione” è una presa di coscienza da scioglimento delle ultime difese sociali e resistenze psichiche. In tal modo Sabi si libera dalle formalità del matrimonio e dal bisogno di un protagonismo limitato a poche ore di un giorno ipocrita. La “madre” e la “torta nuziale” completano l’opera infame di una tragicomica giornata “già vista” e “già vissuta”. Sabi ama le ripetizioni per difendersi meglio dal nuovo e per non coinvolgersi con quella “parte maschile” che la vita le impone di afferrare al volo e di inforcare come una bicicletta artigianale da corsa a marchio “Stella veneta”. La vita è anche fatta di “chance”, ma è soprattutto fatta di tenacia e di certosino pedaggio nell’autostrada lastricata di buonissimi propositi. La “parte psichica maschile” di Sabi si sposa con la “parte psichica femminile”, che ha già dato e ha già vissuto, proprio nel momento in cui la consapevolezza del fallimento spinge verso nuove vie e ambiziosi traguardi senza la mamma e senza la dea bendata, quella Fortuna che quando vuole ci vede benissimo; e, dimenticavo, senza la “torta”, senza sdolcinati bisogni affettivi. Gli uomini di Sabi sono due in sogno: il primo si coniuga con il fallimento della “parte psichica femminile”, il secondo si marita con la “parte psichica maschile”, quella che Sabi aveva trascurato ma non alienato. I due uomini sono dei simboli dell’universo psichico “maschile” e servono per indurre donna Sabi a concepire quale tipo di potere vuole assumere su di sé: quello effimero e fasullo, il primo e quello che si sposa secondo copione, o quello affermativo e seduttivo, il secondo e quello che si sposa con l’integrità della persona. Sabi si avvia a non essere una donna che dipende dal maschio, ma una donna che dipende da se stessa: autonoma.

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi si “sposta” nel suo “ex” e nella “sua attuale ragazza”, operando due “proiezioni” dei modi di essere e di esistere che è in procinto di abbandonare: l’essere la “donna a metà” di un uomo e l’essere una donna con la chance di essere sposata da un uomo. Sono due concetti potenti che vale la pena spiegare al meglio consentito dal vocabolario italiano. Sabi era una donna mutilata quando si è sposata, le mancava la “parte psichica maschile”, i “coglioni” di Afrodite. Sabi era una donna bisognosa di essere riconosciuta da un uomo per affermarsi come “donna a metà”. Questa poltiglia non interessa più donna Sabi, la sua nuova dimensione è ben altra. Il “pullman” condensa la perdita benefica di una partenza e di una vita sessuale da irridere: l’aria distratta e canzonatoria. Sabi fa ironia su se stessa, sui vecchi modi di essere e di viversi e di vivere, come un ricredersi in vista di un riformularsi. In effetti, Sabi non apparteneva più a quel mondo perché era a disagio, sola, vuota, esclusa, trasparente.

Analizziamo il quadro degli attributi e convertiamoli nel loro significato psichico a coronamento dell’interpretazione del sogno e a giustificazione del titolo: “il mio vero matrimonio”.

Il “disagio” attesta di un agio andato in fumo, di una novità che si palesa con un certo contrasto, di una crisi che prepara il suo superamento nella creazione di un nuovo agio.

L’attributo “sola” contiene la degenerazione della libertà e il bisogno di dipendenza, condizione psicofisiche che dispongono alla riflessione, al cambiamento e alla scelta. Non è una solitudine da abbandono, ma una solitudine funzionale al convergere in se stessa al fine di assumersi l’onere e l’onore delle deliberazioni e delle decisioni.

Il sentirsi “vuota” condensa la vertigine della libertà legata allo svuotamento delle difese e delle resistenze al cambiamento, la condizione per operare una disposizione al nuovo e un proficuo ordine tra le esperienze vissute.

La sensazione dell’esclusione, “esclusa”, denota un bisogno di porsi al di là del gruppo, ormai vissuto come massa e massificante. Di fatto è un autoescludersi per un bisogno impellente e drastico di originalità e di affermazione della propria individualità. Non è in alcun modo l’abbandono e la perdita depressive di chi non sa che pesci pigliare e a che santo rivolgersi, tutt’altro, è un fare perno su se stessa e cercare la rotta opportuna in questo cambiamento psico-esistenziale.

Sentirsi “trasparente” conferma l’abbandono delle false verità psichiche su cui si basava in precedenza e la perdita di quelle inutili sovrastrutture, un senso di leggerezza e di auto-consapevolezza basato sul minimo possibile e consentito dalla sopravvivenza.

Il tempo sarà utile per ricostruire su nuove basi il matrimonio di Sabi con se stessa. Il resto verrà con speditezza, secondo natura e sempre come Sabi delibera e decide. La Cultura spesso combina grossi guai e nel caso di Sabi la norma sociale di donna bisognosa di un uomo non corrisponde alla sua nuova norma di donna libera, compatta e finalmente intera.

LA NOSTRA GRANDE STORIA D’AMORE

La nostra grande storia d’amore è una dissonanza di accordi,

una tonalità di cori ermetici e vagabondi,

una modulazione di frequenze alte e basse,

destrorse e sinistrorse,

mai di centro, anche se organico.

Eh,

vu tu far chè,

amore mio,

vu tu far chè?

Non ci sono più le armonie di una volta,

le orchestrine di periferia che suonavano per un soldino di rame

musiche approssimate alla perfezione e prossime al talento.

Non ci sono più gli uomini e le donne

di quella volta in cui io e te ci siamo imbattuti l’uno nell’altro

senza cognizione di causa e di effetto,

senza saper né leggere e né scrivere,

senza le parole per dirlo.

Noi due siamo conflitti in un modulo poetico,

in un moto contrario,

in un moto retrogrado,

in un andamento lento,

tutti moti che sconfinferano nel vago greco e nelle vaghezze latine,

animula vagula blandula,

nugae nugarum,

sciocchezze delle sciocchezze,

tutti moti che non confinferano con le nostre esigenze di gente comune

che abita i piani bassi di Montecitorio

insieme a quattro scalzacani in gonnella o in abito talare.

Siamo una coppia trina e quadrina:

un doppio litro sgargiante e sgualdrino

che puoi bere di notte nelle osterie di Conegliano

insieme agli ultimi uomini arditi,

Giobattino, Nane, Bortolo, Renatino, Bruno,

e alle tante donne argute del quartier del Piave,

la Mara, la Luisona, la Marietta, la Marina, la Bepa.

Sai che l’universo ha i suoi suoni,

l’universo suona di rumori residui e ancora vivi,

come una sorta di eco che rimbomba,

rimpilza,

rinfranca,

s’inerpica,

scavalca,

s’imballa tra le pieghe della cassa armonica,

si insinua nella fisarmonica del maestro Gorny Kramer,

quello del Musichiere e di Mario Riva,

quelli della febbre del sabato sera nel post fascismo.

Sai che il frastuono delle stelle in collisione

decreta l’armonia dell’Universo?

Armonia era ed è ancora figlia di Ares e di Afrodite.

La guerra e l’amore sono sempre in prima fila

a sancire la scissione e la fusione del Cosmo

in questa guerra di maramaldi e di saltimbanchi,

di avventurieri e di diplomati.

Tu amami secondo i moti naturali

del tuo micro e del tuo macro cosmo,

secondo le regole e i cicli

del tuo sangue girovago e vagabondo.

Amami sempre,

ti prego,

e dimmi come stai,

dimmi se il tuo corpo regge il peso della tua vita

in questo tempo di miseria morale e di esaltazione paranoica.

Dammi una parola,

dimmi una sola parola,

dammi e dimmi una parola sola

per quietare la mia angoscia di uomo abbandonato

sul lastrico amaro di un gratta e vinci da dieci euro

in una notte di mezzo inverno

e con uno strudel squisito di alta pasticceria londinese in mano.

Saperti senza parole,

mia gradita e rustica concubina,

immersa nella cura della grande Madre Terra

mi riempie il cuore e mi svuota i testicoli.

Tutto questo significa che stai bene.

C’è qualcosa di esotico oggi nel tuo sole,

come ieri e domani sarà stato e sarà nelle tue giornate,

forse il luogo o forse i mandarini,

le fave,

i ceci,

l’aglio,

le cipolle bianche e rosse,

le talee di piante antiche,

i fiori bianchi d’arancio che trasudano miele,

i rametti del mandorlo che trascolorano nel rosaceo.

Di certo, Tu,

tu sei esotica,

un mondo fiabesco,

ai miei occhi abituati ai lunghi inverni

che odorano di neve,

sempre in attesa che finiscano

e che non ritornino mai più.

Questo è un pensiero pericoloso,

oltre che inutile e melenso.

La Sicilia fa bene a chi non è siciliano.

Il grande Nord e la Liga veneta possono attendere

in questo momento di soqquadro psicofisico

e di furto demente della democrazia bambina.

E poi,

noi possiamo attendere per sempre.

Che importa?

Ci sarà sempre e ancora un vaccino.

Ci sarà sempre e ancora un’altra vita

da inforcare come una Stella veneta o una Legnano

per noi seguaci di Budda e di Mosè,

per noi figli di quelle stelle,

di quei genitori che da lassù ci guardano

e si lasciano ancora amare.

I padri e le madri non sono morti di covid

o di ostello per vecchi ringiovaniti

lungo il soleggiato viale Contardo Guerrini di Avola.

I nostri padri e le nostre madri hanno riposato

sul loro letto a fianco dei figli e dei nipoti

e sono morti al suono dei lamenti delle maiare,

le donne oltremodo mature e adeguatamente maritate,

pagate all’uopo lugubre e alla bisogna dolorosa,

quando gli occhi esausti dei familiari hanno smunto

tutte le lacrime di questo mondo crudele nell’ora dell’addio.

Intanto il desiderio è di tornare definitivamente alla terra natia,

di morire in un pomeriggio d’incarnazione,

di reincarnarsi immantinente e in modo subitaneo

in un gatto selvatico di nome Coraggiosetti,

un vivente dagli occhi di tigre mancata,

amico dei passeri e dei topini del cantante Zero.

Sono così pochi i gatti rimasti nei vicoli di Ortigia

e sono belli da morire nella campagna di Carancino

quando si spacciano per bulimici e affettuosi,

per Orlando e Rinaldo,

per compare Turiddru e il signor Provenzano.

Stringi, stringi,

sono soltanto dei marrani e dei farabutti.

Io?

Io,

per guarire dal male oscuro,

vado giorno e notte a spasso nei miei pensieri,

circolo ai margini del cosmo

a braccetto con te sulla via maestra,

la via Lattea,

quella della spruzzata di latte dalla tetta di Era

sotto le succhiate micidiali di Eracle.

Sai che botte!

Comunque e per farla breve,

perché altrimenti la processione s’ingruma,

in tanta coatta e casta contingenza virale,

ti arrivino sempre i miei non casti baci.

Buona pasqua di resurrezione!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 09, 03, 2021

RITORNO AL GREMBO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero nel bel mezzo di un pranzo.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Questo sogno appartiene a Oscar.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero nel bel mezzo di un pranzo.”

Oscar esordisce in sogno ponendo decisamente la questione affettiva, la psicodinamica legata alla simbologia del cibo, “nel bel mezzo di un pranzo”, alla “posizione psichica orale”, quella che si origina e si vive nel primo anno di vita e che si porta avanti nella vita con le dovute evoluzioni e con le necessarie maturazioni. Oscar dichiara di essere particolarmente sensibile alla dimensione psichica e relazionale degli affetti e degli scambi fisici d’amore. All’uopo si offre in sogno con questi connotati “orali” e con un pieno appagamento psichico: il “bel mezzo del pranzo” indica un buon appetito e una disposizione alla vita e alla vitalità affettiva. A tavola non si invecchia mai, recita l’antico adagio, ma è oltremodo vero che a tavola si evidenziano bisogni, carenze, conflitti e compagnia “mangiante”: modalità affettive e relazionali. Nasciamo in un letto e la prima poppata è la prima tavola imbandita e carica di sensi pronti a evolversi in sentimenti. Da questo momento non abbandoneremo più la tavola, saremo amati e ameremo. Aggiungo che in questo primissimo tempo si pongono le basi per i traumi e per i futuri comportamenti psichici di ordine affettivo e relazionale.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.”

Si trattava della madre, era sotteso e sottinteso l’amore materno, era in agguato la “regressione” difensiva al capiente grembo della madre e al mitico e archetipico Inconscio della Dea Madre, di Gea, la sposa di Urano e madre di tutti i Viventi, uomini e dei compresi nello stesso capiente e misterico Mare. Oscar passa senza colpo ferire dal suo vissuto affettivo profondo verso la madre al simbolo della femminilità, rasentando l’Archetipo junghiano della Alma Mater, la Madre che alimenta i suoi figli, l’umanità divina e non. Di tutto questo universo psichico, arcaico e presente, Oscar ha vago sentore anche se preciso è l’attributo del “fondo” invisibile, a testimonianza dell’oscurità necessaria alla Verità ontogenetica e filogenetica, quella che non cade nella luce della Ragione e della Logica umane. Oscar è da un lato protetto dalla madre, dall’altro ne teme i connotati del potere e della dipendenza. Nel sognare sua madre, Oscar si imbatte della simbologia della Madre e ne evince l’attributo universale misterico, come al tempo dei Greci e di Eleusi.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.”

Mito e realtà si sposano, come universalità e individualità si coniugano in questo capoverso onirico che vede Oscar regredito simbolicamente al grembo materno dentro il liquido amniotico nella massima protezione fisica e psichica dello stato fusionale madre-figlio, la diade originaria che contiene la dipendenza e la protezione, l’ontogenesi e la filogenesi, l’origine dal principio femminile e l’amore della Specie. Oscar sogna di essere il feto di allora, il pesce effettivo che respira in apnea nell’acqua. La Madre avvolge e protegge il figlio che ha bisogno di tornare nel suo grembo sotto le sferzate dell’angoscia dei tempi e delle evenienze che corrono. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” la fa da padrone in questo psicodramma che riguarda Oscar e tutti quelli che da donna sono venuti alla luce, che al principio femminile si rivolgono imploranti quella protezione e quell’amore che necessitano di fronte al “fantasma di morte” individuale e collettivo. Il sogno di Oscar ha un vasto respiro e abbraccia tutti gli uomini con la semplicità espressiva che offre uno spicchio di profondità trattando un tema universale.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Oscar è un uomo che con l’ironia si è tirato fuori d’impaccio nelle sue traversie personali ed esistenziali. Si pensi alla drammaturgia del caso e ai “tre tortellini” che fuoriescono dall’acqua placidamente adagiati sulla “mano” di “un braccio”. L’anonimato stempera l’angoscia che faceva capolino e che non è riuscita a emergere in maniera seria, chiara e distinta, dal complesso onirico del protagonista. Quest’ultimo addirittura si sdoppia nell’uomo del braccio e della mano con “tre tortellini” e nell’uomo che era “sempre sott’acqua” dal momento che l’angoscia di perdita e d’abbandono è tanta e degna di riderci sopra. I “tre tortellini” sono simboli affettivi perché si tratta di un cibo elettivo delle madri. Direi, concludendo, che Oscar è un uomo che sa ridere sopra i suoi bisogni e i suoi conflitti di cui è in gran parte consapevole. La “coscienza di sé” garantisce l’ironia, dal momento che solo chi sa può ridere sopra quel se stesso bisognoso e irrisolto.

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021