LE DUE COCCINELLE E LE ALTRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.
Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.
Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.
A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”
Così e questo ha sognato Vittoria.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Vittoria viaggia spazialmente dal basso verso l’alto, da “in piedi vicino al tavolo” a “sopra la tavola”, e procede materialmente da un “macro” verso un “micro”, da una bambina di “circa tre anni” a “due coccinelle”. Parte, inoltre, da una realtà spaziale in atto, “la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina” e approda all’embrione, all’uovo e allo spermatozoo, l’origine e la formazione della bambina. Lo scorrere temporale del sogno procede originalmente a ritroso, una difensiva “regressione”, verso una desiderata e progettata gravidanza.
Vittoria riesuma e riattraversa nel sogno la sua dimensione psicofisica materna, la maternalità e la maternità, l’istinto e l’appagamento, il desiderio e la realizzazione. Parte dalla visione della donna in cui si è “traslata”, la “capa ufficio”, per ricordare e ripensare se stessa quando voleva e poteva diventare mamma. Vittoria sviluppa il meccanismo biologico della fecondazione, della nascita e della crescita di una bambina, l’oggetto del suo desiderio: la coccinella, il feto, la bambina.
Ho rimesso in piedi e attualizzato il sogno capovolto di Vittoria.
Dopo aver rilevato che il movimento dal basso verso l’alto condensa il processo psichico della “sublimazione della libido”, che il processo fisico da un “macro” a un “micro” esprime una contrazione depressiva della vitalità, che la “regressione” temporale è un meccanismo di difesa dall’angoscia, che è degno di nota l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, abilità naturale e spontanea a tradurre un concetto o un’idea in una forma e in un’immagine adeguate, dopo questi rilievi posso procedere con curiosità nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato la mia capa ufficio nella sua casa con la sua bambina”

Vittoria si trasferisce subito nella sua “capa ufficio” e nella sua dimensione psicofisica materna: meccanismo di difesa della “traslazione”. Ha un conto sospeso con la maternità e approfitta dello stimolo di una persona conosciuta e autorevole per sciorinare i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” in proposito.
La “capa ufficio” attesta di un buon senso dell’Io, la “casa” è simbolo della struttura psichica e della “formazione psichica reattiva”, la “bambina” non rappresenta Vittoria da piccola, ma l’oggetto del desiderio materno proprio per la successiva psicodinamica simbolica regressiva.

“che, quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.”

Ecco la psicodinamica di cui si diceva. Vittoria parte dalla realtà di fatto, una bambina di “circa 3 anni” e “in piedi vicino al tavolo” per arrivare a uno stato di minorità spaziale e temporale: “sopra la tavola diventava sempre più minuscola”. Vittoria si è traslata nella capa ufficio e non nella bambina perché è disposta a svolgere l’iter della maternità in maniera regressiva, un’evoluzione alla rovescia che non è un’involuzione.
Il “tavolo” è simbolicamente freddo rispetto alla “tavola” e rappresenta la relazione sociale e il coinvolgimento politico, il dialogo e la dialettica ideologica, un altare sconsacrato. La bambina può far da sé, “è in piedi”.
La “tavola” rappresenta simbolicamente l’offerta di “parti psichiche di sé”, la disposizione donativa, “genitale”, condensa il teatro dell’esibizione di sé, dal desiderio al trauma, dall’armonia al conflitto. Nel contesto psichico di Vittoria si esibisce la bambina autonoma e l’infante dipendente, “vicino al tavolo” e “sopra la tavola”.
“diventava sempre più minuscola.” Regressione alle origini con prima tappa al feto, per approdare all’embrione e al seme o all’uovo. L’evoluzione all’incontrario e alla moviola è servita dal sogno birichino!
Magia del sogno e dei “processi primari”!
La “Fantasia” allucina il “ritorno al passato” spaziale e temporale. La radice etimologica greca dice di “un prendere luce”.

“Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”

Ecco l’istinto materno!
Vittoria protegge la sua maternità e tutela il suo diritto a essere madre con l’amore verso quell’embrione da salvaguardare. Vittoria rievoca le sue ansie e le sue paure in attesa e in difesa di quella maternità che forse non è più possibile.
Vediamo i simboli.
“Attenta” equivale a “intenzionata”, con la mente rivolta a un oggetto specifico. Vittoria ricorda il suo interesse verso la maternità e il suo bisogno di tutelare e di tutelarsi dalla perdita di questa prerogativa classicamente femminile.
“Non cadesse”. Si diceva della “perdita” ed ecco che arriva immancabilmente il “fantasma” chiamato in causa. L’atto del “cadere” è simbolicamente un perdere e un rovinare, associa e condensa un danno doppio.
“Nessuno lo schiacciasse” presenta ancora l’istinto materno che protegge a tutti i costi il figlio dall’annientamento. La pulsione filogenetica, amore della Specie, si afferma nella tutela della gravidanza e della maternità. L’atto dello “schiacciare” condensa un bruttissimo “fantasma di morte” e si attesta in una pulsione sadomasochistica in espiazione del senso di colpa. Ricordo anche che la signora della vita e della morte è sempre l’archetipo Madre.

“Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla.”

Vittoria persiste nel portare avanti la rivisitazione a ritroso del suo passato, nello specifico la sua pulsione alla maternità, dopo aver trovato nella “capa ufficio” e in sua “figlia” adolescente un potente stimolo per formare il sogno. Si trova alle prese con la difesa spasmodica della sua costellazione psichica materna attraverso la paura, non tralignata ancora in angoscia, di un possibile annientamento della figlia ormai ridotta nei termini di un feto nella quarta settimana di vita. Vittoria sta difendendo la vita della bambina da una possibile morte per annientamento.
Quante fantasie si legano a questo bisogno di mantenere la vita nelle menti delle adolescenti e delle giovani donne in specie nei riguardi delle mestruazioni e dopo i rapporti a rischio!
“piccola come la falange di un dito” si traduce nell’essere un embrione.
“io con la mano cercavo di proteggerla.” come in un’alcova, un grembo caldo e protettivo. Degna di nota e l’uso del meccanismo onirico della “figurabilità”, esprimere un concetto secondo una forma e un’immagine.

“A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

Continua il processo di ritorno all’origine attraverso il rimpicciolimento e la regressione, la riduzione dello spazio e l’inversione del tempo come in una moviola che consente di rivedere il presente dentro il passato fino all’origine. Vittoria evidenzia le due coccinelle, seme e uovo, prima della fecondazione. Ma non basta, perché il sogno è oltremodo deciso ad approfondire il viaggio dal momento che è ben difeso e ben coperto nel suo “contenuto latente” dal “contenuto manifesto”. Il vero significato non si evince minimamente dalla trama del sogno nel suo apparire e oscillare tra l’istinto e l’amore materni. Questa apparente tranquillità sta sfociando nella simbologia di un trauma e di un qualcosa di drammatico a metà tra fantasia e realtà. O si tratta delle fantasie adolescenziali di una ragazza che desidera e teme l’ingravidamento o si tratta di un’esperienza traumatica vissuta proprio sull’insorgere di una gravidanza: una gravidanza extra-uterina.
Procedere con eleganza è opportuno alla luce dei temi supposti e trattati.
“sempre nella mia mano”: la mano funge simbolicamente da grembo per le due coccinelle, il seme e l’uovo.
“ho due coccinelle che spiccano il volo”. Nella meravigliosa riduzione spazio-temporale che Vittoria sta operando in sogno, il tornare indietro nello spazio e nel tempo perviene al “minimum” biologico consentito dal senso della vista, lo spermatozoo e l’uovo. Vediamo dove approdano le due coccinelle.
“vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile”. L’anta suppone un armadio, un mobile contenitore che evoca e condensa un grembo e la recettività materna di un utero atto a portare avanti una fecondazione evolvendola in nove mesi di gravidanza e in un accrescimento delle coccinelle, uovo e seme. Ma queste cellule primarie della vita non entrano nel “mobile” aprendo magari “l’anta”, ma restano fuori e si appoggiano soltanto al recipiente deputato alla formazione della vita, l’utero per l’appunto. E allora, restando fuori, significa che non hanno attecchito tra di loro e dentro il vaso che serve. Una gravidanza extra-uterina o una fantasia adolescenziale di gravidanza con la giusta difesa dall’angoscia congenita nei “fantasmi” della gravidanza e del parto.
“lì vicino accanto ad altre coccinelle.” tra i milioni di spermatozoi e le tante uova disponibili per essere fecondate ed evolversi in embrioni. Finisce il viaggio a ritroso di Vittoria nella ricerca onirica dei suoi “fantasmi” e dei suoi vissuti in riguardo alla maternità e gravidanza. Si ricorda che, dopo il coito completo e andato a buon fine, permangono in vagina miliardi di semi in attesa d’incontrare nello spazio l’uovo se il tempo è giusto. Soltanto uno avrà la palma della vittoria. Gli altri concludono qui il loro degno viaggio biologico.
Si conclude in questo modo anche il sogno di Vittoria.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vittoria sviluppa in maniera originalissima e creativa l’itinerario biologico dell’esperienza meravigliosa della maternità partendo da una realtà in atto, una bambina, per approdare alle entità costitutive dell’embrione e per scinderlo nel seme e nell’uovo. Questa “regressione” spaziotemporale approda alla fantasia adolescenziale della fecondazione e della gravidanza o rievoca un’esperienza di una gravidanza extra-uterina, un trauma ben organizzato e razionalizzato alla luce del modo in cui viene elaborato dai “processi primari” deputati a dare forma ai contenuti del sogno. Il risultato di tanto complotto è un prodotto unico ed eccezionale per le modalità da saltimbanco attraverso le dimensioni fisiche dello spazio e del tempo, a riprova che la Psiche è fuori da queste categorie filosofiche e scientifiche, quasi a voler attestare di un “breve eterno” implicito nella memoria e nella coscienza. Agostino di Tagaste si era espresso in tal senso nel quarto secolo dopo Cristo a proposito dell’anima: il tempo è la distensione al presente verso il passato e il futuro.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vittoria evidenzia le seguenti istanze psichiche: “Io” vigilante e consapevole basato sul “principio di realtà” in “Io stavo attenta”, “Es” pulsionale e rappresentazione dell’istinto e basato sul “principio del piacere” in “che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.” e in “due coccinelle che spiccano il volo”. Il “Super-Io limitante e censorio, basato sul “principio del dovere”, non compare. Le “posizioni psichiche” chiamate in causa sono le seguenti: la “genitale”, donativa e basata sul riconoscimento dell’altro, è dominante e presente in “la mia Capa Ufficio nella sua casa con la sua bambina” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito e io con la mano cercavo di proteggerla”, la “anale” con la “libido sadomasochistica” è presente in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle”: pulsione violenta e rottura difensiva dell’unità dell’embrione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vittoria usa i seguenti “meccanismi” e “processi” psichici di difesa: la “condensazione” in “casa” e in “coccinelle”, lo “spostamento” in “bambina”, la “traslazione” in “capa ufficio”, la “figurabilità” in “quando era in piedi vicino al tavolo avrà avuto circa 3 anni, quando era sopra la tavola diventava sempre più minuscola.” e in “Era diventata piccola come la falange di un dito” e in “ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”, la “drammatizzazione” in “Io stavo attenta che non cadesse dal tavolo e che nessuno la schiacciasse.”. I processi psichici di difesa innescati sono la “sublimazione” in “sopra la tavola”, la “regressione” in “diventare sempre più minuscola”. Ricordo che la “regressione” è presente anche nella funzione onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto dell’esercizio normale dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vittoria manifesta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”: disposizione alla maternità e pulsione affettiva. Alla ricerca del tempo e dello spazio perduti Vittoria elabora in progressione regressiva le sue esperienze in riguardo alla fecondazione e alla maternità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vittoria forma ed esibisce le seguenti figure retoriche.
La “metafora” o relazione di somiglianza in “tavolo” e in “tavola” e in “coccinelle”. La “metonimia” o nesso logico in “mano” e in “volo” e in “anta di un mobile” e in “non cadesse” e in “nessuno la schiacciasse”. La “sineddoche” o la parte al posto del tutto e viceversa in “due coccinelle che spiccano il volo”. Nel complesso il sogno di Vittoria possiede una tematica poetica all’interno di una narrazione naturale quanto surreale. In special modo l’ultima parte è degna di una vena lirica: “A un certo punto, sempre nella mia mano, ho due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “regressione temporale” e di una “riduzione spaziale” in progressione armonica alla ricerca della fecondazione e della gravidanza mancate o non andate a buon fine, in una con il desiderio e la pulsione di maternità. In termini clinici trattasi di una frustrazione dell’istinto materno e dell’esperienza collegata in una cornice di vanificazione del seme e dell’uovo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Vittoria di compensare la sua maternità inappagata con adeguate “sublimazioni” funzionali sempre ad azioni fattive in favore di una realizzazione sentimentale ed estetica: sentimenti d’amore e culto della bellezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi istero-fobica e ossessiva” in caso di mancato funzionamento del processo di difesa della “sublimazione della libido” e in un ritorno pesante del sentimento della nostalgia, dolore del desiderato ritorno. Trattandosi di maternità mancata, qualora i livelli di tensione superano l’omeostasi, è possibile la difesa della “conversione isterica” con significative somatizzazioni.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vittoria è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vittoria, il “resto diurno” del “resto notturno”, si colloca nella visione di una bambina, come suggerisce la stessa trama del sogno, o in una riflessione esistenziale sullo stato psichico in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Vittoria è decisamente surreale proprio nel suo andare a ritroso con lo spazio e con il tempo.

REM – NONREM

Il sogno di Vitoria si è svolto nella seconda fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio a ritroso nella maternità usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”, nonché la cosiddetta “censura onirica”, per completare il suo personale itinerario psichico e umano. Pur tuttavia l’agitazione da meraviglia non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Vittoria usa in maniera prevalente il senso della “vista” e lo allucina in “due coccinelle che spiccano il volo e vanno ad appoggiarsi all’anta di un mobile lì vicino accanto ad altre coccinelle.”. Il “tatto” è presente in “sempre nella mia mano, ho due coccinelle”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Vittoria, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vittoria, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere con curiosità letto la decodificazione del sogno di Vittoria.
Domanda
E così il sogno sa fare anche le acrobazie e sa navigare nello spazio e nel tempo come gli pare.
Risposta
Proprio così, ma non come gli pare, secondo le sue leggi e i suoi schematismi, secondo le sue proprietà e le sue finalità: aiutare il sognatore a capire e a capirsi semplicemente perché ha tirato fuori tutta roba sua. Attenzione, però! Il sogno viaggia nel tempo ma nella dimensione del presente attraverso la sua capacità di rielaborare e di riattualizzare.
Domanda
E lo spazio?
Risposta
Lo spazio in atto della psiche è il corpo con il suo divenire, quel vissuto dell’evoluzione biologica operato sin dalla nascita dall’istanza “Es”, la capacità di rappresentare le pulsioni e i movimenti psicosomatici degli istinti attraverso i “fantasmi” che di poi si evolvono, pur permanendo come attività e prodotti mentali, in rappresentazioni consapevoli delle funzioni corporee, sempre nobili, elaborate dall’Io razionale e tradotte in concetti. La questione, più che complessa, è molto discussa per la presenza di tanti pregiudizi morali religiosi e politici sulla vita istintiva dell’uomo e del cittadino.
Domanda
La psiche muore con il corpo?
Risposta
Sono una sola entità, un tutto unico e inscindibile: concetto olistico. La vita è legata alla consapevolezza e nello specifico alla coscienza dell’angoscia di morte. Più chiaro è il “sapere di sé” e più intenso è il vivere. Orazio aveva escogitato all’uopo il “carpe diem” come metodo per vivere le sue voglie sessuali sulla bella Leuconoe o sul giovane schiavo. Lo aveva indicato poeticamente agli altri per giustificare se stesso e il suo corpo che pulsava “libido” latina. Si può tranquillamente dire che il “carpe diem” ha avuto e ha tanta fortuna storica, culturale, psicologica, estetica perché Orazio ha saputo dare con lo zucchero le verità più belle e più amare riguardo all’uomo, come quella che afferma che il suo essere si riduce alla sua unità psicosomatica, il “Corpo-Mente”.
Domanda
Mi spiega le fantasie sulle mestruazioni e sulla fecondazione delle adolescenti?
Risposta
L’assenza di un’educazione sessuale e la presenza in Occidente dei tabù religiosi intorno al corpo, la coalizione micidiale di cristianesimo e luteranesimo e calvinismo e altra compagnia cantante, questa mistura porta naturalmente alla formazione di conoscenze individuali o condivise con un gruppo di trasgressori, a un’educazione solipsistica o settaria. Ai naturali fantasmi della bambina in riguardo al suo corpo e alla sessualità si aggiungono il silenzio degli adulti e i divieti sociali. Tante bambine si sono scoperte donne attraverso il “fantasma di morte” associato al sangue, il liquido simbolicamente vitale che, se si perde, scatena angoscia. E poi, anche i testi sacri evocano la punizione per la manipolazione del sangue. E le culture non discriminano ancora le donne per la loro impurità mestruale? E la religione cristiana non escludeva le donne dalla comunità durante l’impurità della gravidanza nell’evidenza che era stata sessualmente con un uomo o con il suo uomo? Soltanto dopo la quarantena di purificazione la donna madre era ammessa nella comunità cristiana. E di quante altre colpevolizzazioni e criminalizzazioni è cosparsa la strada che porta al martirio della donna sin dal suo essere nel grembo di un’altra donna che non l’aiuterà a liberarsi dalla schiavitù culturale e religiosa. Anzi, spesso sono le madri a confermare e a cresimare la sottomissione globale delle figlie al maschio secondo lo statico principio storico del principe di Lampedusa, il Gattopardo: tutto cambia purché nulla cambi.
Domanda
Io le avevo chiesto le fantasie sulla mestruazione, sulla fecondazione e sulla gravidanza.
Risposta
Hai perfettamente ragione, ma mi sono lasciato prendere da un argomento tragico e attualissimo e da una misoginia dura da debellare nella psiche ballerina e fragile dei maschi. Provvedo alla richiesta. Le mestruazioni evocano angosce che si traducono in fantasie di morte da devitalizzazione progressiva: “fantasma”. L’aiuto affettivo e tecnico della madre e del padre è importantissimo. Ho detto del padre, non basta la madre. La dinamica della fecondazione, coito, tira fuori angosce di violenza e di morte per lacerazione delle parti intime e per sfondamento del ventre, pericolose “angosce di frammentazione” propedeutiche allo stato psicotico transitorio o persistente. La bambina non riesce a concepire in maniera piacevole la penetrazione, specialmente se si è imbattuta nell’improvvida visione di un pene adulto in erezione. L’educazione sessuale e la presenza affettiva dei genitori sono determinanti per convertire le diverse angosce in accettazione e orgoglio del genere femminile e del ruolo di donna. Intorno alla gravidanza è necessaria più che mai la presenza e la chiarezza dei genitori, madre e padre, nonché la precisione scientifica commisurata allo sviluppo della mente infantile. Le varie metafore della cicogna e del cavolo sono da riservare alle favole. I “fantasmi” collegati alla gravidanza sono sempre di morte per frammentazione, come ho avuto modo di spiegare in un altro sogno,
Domanda
Cosa mi dice del “coitus interruptus”?
Risposta
E’ l’antifecondativo storicamente primario e praticato fino a quando la donna ha subito una dipendenza culturale e giuridica dal maschio: anni settanta. La conquista dei diritti civili ha indotto le donne a scegliere e a proporre altre forme anticoncezionali, chimiche o meccaniche. La pratica del “coitus interruptus” era ed è tremenda per i danni psicofisici che ha prodotto e che produce: tensione nervosa, caduta della “libido”, impotenza e frigidità progressive fino alla dismissione dell’esercizio sessuale. Come tutte le cose fatte a metà il coito interrotto non è una buona, bella e giusta pratica. E’ una contraddizione nei termini, una fusione a metà.
Domanda
E’ sicuro della gravidanza extra-uterina?
Risposta
Il sogno dice simbolicamente che le coccinelle si fermano fuori dall’armadio, lo sperma non feconda l’uovo, assieme a tante altre, l’eiaculato. La “figurabilità” indica che può essere un “coitus interruptus” con il deposito dello sperma sul pube e “ante portas” o una gravidanza extra-uterina, l’embrione depositato fuori dell’utero. Il sogno è capace di elaborare idee ed esperienze in maniera originalissima.
Domanda
Un’ultima cosa: la differenza tra “tavola” e “tavolo” mi sembra molto sottile, quasi fragile.
Risposta
Il “tavolo” è maschile e appartiene al Padre. E’ privo di affetto e si può sublimare nell’altare e nel sacrificio sacrale. La “tavola” appartiene alla “Madre” ed è colma dei doni della “genitalità”. Sulla tavola c’è il cibo, simbolo dell’amore materno in esaltazione della vita. Ma non dimentichiamo che l’archetipo Madre sa anche essere violento. Chiedo io una cosa a te: non ricordi una tavola imbandita che ti ha fatto percepire briciole di felicità e di pienezza psicofisica?
Domanda
Sì, quand’ero piccola e di domenica, quando si pranzava tutti insieme. Un’ultima domanda: a questo sogno quale canzone associa?
Risposta
E’ obbligo associare un prodotto culturale e popolare volutamente compilato secondo il processo di “regressione” negli anni settanta da parte di un quartetto di autori e cantanti molto espressivi e capaci di provocare emozioni non soltanto nei giovani di allora, ma soprattutto nei giovani di oggi. Viene confermata la tesi che certe movenze dell’animo e dei sentimenti sono senza tempo. Il titolo è “Sola in the night” e gli autori del “benfatto” sono Takagi & Ketra con Tommaso Paradiso ed Elisa. Anche il video è ispirato agli abiti del tempo passato e ai modi d’incontrarsi e di vivere i sentimenti, della serie “mi piaci, ma farò di tutto per non fartelo capire e per evitarti”. Trattasi di manovre logistiche che occultano il meccanismo di difesa dello “annullamento” a manetta: destituire la carica sentimentale e sensuale da un’idea o da un fatto reale, della serie vivo l’innamoramento a freddo e senza il trasporto erotico e sessuale. Mentire a se stessi era un costume psicopatologico degli anni settanta, come se fosse una debolezza innamorarsi, fare l’amore o, guai e poi mai, fare sesso. La cultura bacchettona, clericale e post fascista del tempo incorporava e metteva in atto gli schemi sadomasochistici della peggiore “libido anale”. Tanto meglio oggi, decisamente, sia pur con i risvolti conflittuali tra maschio e femmina che comporta l’evoluzione e il progresso. E’ importante lasciare in vita l’attrazione, la seduzione e lasciarsi andare alle emozioni con una leggera consapevolezza, quella che serve per godere. Eppure, in quel tempo gli autori della canzone in questione hanno trovato un “mare magnum” da rivivere, sicuramente perché lo hanno sentito soltanto raccontare. A titolo esemplificativo adduco il concetto base di “Sola in the night” : “certo che lo sai, prendi tutto e te ne vai per vedere se è vero che poi ti vengo a cercare; ritorni solo se cambia tutto tranne te”.
In un recente passato questi amabili signori Takagi e Ketra, in compagnia di Arisa e di Lorenzo Fragola, hanno proposto con interesse una satira sulla contemporaneità in musica leggera, la canzone “L’esercito del selfie”, dove hanno messo in rilievo la degenerazione del narcisismo elettronico e la desessualizzazione della coppia. Il bisogno di essere in linea e di avere “campo” supera di gran lunga l’attrazione umana. Ma di questo brano si parlerà in un momento opportuno.
Consiglio per i naviganti: ascoltare la canzone partecipando al ritmo e al contenuto senza alcun impegno intellettuale.

 

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Vittoria è dominato dal meccanismo psichico primario della “figurabilità”, per cui è importante un breve approfondimento tratto dal mio lavoro “Sogno e fantasma”.
“Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni profonde e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.
Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione profonda e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.
Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.
In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto. Essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.
Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.” Esempio: l’oggetto Dio abbracciava i concetti del Bene e del Male, oggetto morte includeva i concetti del premio e del castigo, della conquista e della perdita.

L’AEREO…

IN VOLO, ATTERRATO E PRECIPITATO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.
Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.
L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.
Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.
Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Questo è il sogno di Giovanna.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La collega Tullia Cianchelli ha interpretato questo sogno nell’ultima pubblicazione di “dimensionesogno.com”. La sintonia di un suo invito e di una mia richiesta si è concretizzata nell’accordo di “postare” in successione la sua e la mia decodificazione del “sogno di Giovanna”, in maniera che i tanti marinai possano constatare direttamente le affinità ideologiche e le diversità metodologiche, le vicinanze culturali e le distanze ideologiche, ciò che unisce e ciò che divide nell’approccio sperimentale al sogno che entrambi tenacemente tentiamo.
Al di là di questo confronto, va da sé che il grande pregio di questa collaborazione si attesta nella ricerca del nuovo e nella condivisione del vecchio intorno all’inquietante fenomeno psicofisico del sogno.
Come non apprezzare la sintesi densa di un buon “sapere” e di un originale “dire” della collega?
Si allargano gli orizzonti conoscitivi per chi ricerca e per chi legge.
Da qualche parte di non definito e di non definitivo fortunatamente si arriverà e così resteranno la soddisfazione e il fascino di aver tentato di raggiungere un approdo mobile e di suo, forse, inesistente.
Inizio la mia interpretazione del sogno di Giovanna.
Il titolo “L’aereo… in volo, atterrato e precipitato” si giustifica con l’importanza che il sogno riserva all’autonomia psicofisica della protagonista e nello specifico alla riformulazione progressiva della figura materna con il giusto e dovuto riconoscimento a Giovanna adeguato e possibile.
La nostra protagonista rispolvera le soluzioni progressivamente date alla consistente relazione con la madre, “posizione edipica”, e rievoca la realtà psichica pregressa nella simbologia protetta e incantata dell’aereo in volo per traghettarsi alla realtà psichica in atto, l’aereo atterrato tra mille turbolenze, senza trascurare nel suo “360°” la fase aggressiva e mortifera quando l’odio verso la madre l’aveva costretta alla desolazione mortifera, l’aereo precipitato.
Ancora: il sogno di Giovanna si snoda per contrasti emotivi e per opposizioni sentimentali, tutti scenari vissuti e compatibili con la sua storia psichica. La drammaturgia onirica alterna bellezze a bruttezze, estetica a disarmonia, commedia a dramma, stasi a tensione per sfociare nella migliore soluzione possibile alla condizioni psichiche date.
Ancora: tre soluzioni alla “posizione edipica” di Giovanna, quella dell’Es, quella dell’Io e quella del Super-Io, la triade desiderio-ragione-morale secondo i rispettivi principi del piacere, della realtà e del dovere.
Problema: tutto questo materiale psichico è nel sogno di Giovanna o nel sogno a occhi aperti dell’interprete Salvatore Vallone?
Dubbio umano e questione sempre aperta.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino.”

Giovanna è una giovane donna che, come tante altre, ricerca il miglior rapporto possibile con la madre, una figlia che sta portando a risoluzione la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre su cui ha operato una “identificazione” a favore della sua “identità” psichica femminile. La risoluzione è prospera, anzi ottima e feconda, più di quanto prospettato dalla stessa Giovanna, quasi una sistemazione idilliaca nell’angolo migliore del suo cuoricino di figlia devota e riconoscente. L’entusiasmo e il fascino non mancano in questo esordio del sogno a conferma di una buona disposizione al benessere psicofisico.
Vediamo i simboli.
“L’aereo” è il classico recipiente che rievoca il grembo materno sublimato e quella dipendenza psichica resa accettabile dal vario interesse che può venire a una figlia.
Attenzione all’ingombro e alle dimensioni della madre!
Il “volo” condensa il processo psichico difensivo della “sublimazione della libido”. Giovanna ha risolto le competizioni edipiche con la madre e ha composto nel modo più dignitoso il desiderio del padre per adire al migliore equilibrio psicofisico possibile.
“Gli altri passeggeri” rappresentano la condivisione del “mal comune” di avere una madre, un fattore che diventa un “mezzo gaudio” quando esiste il contorno di alleati, i “passeggeri”, che consente di portare avanti il sogno senza turbolenze atmosferiche, visto che siamo in volo. Tecnicamente “gli altri passeggeri” sono un rafforzamento psichico, nonché una difensiva “traslazione”.
“Atterrare” significa prendere realtà e concretezza, riconciliarsi con la madre concreta, quella in carne e ossa, quella tutta ciccia e tutta tette, e riconoscerla nelle sue componenti materiali e pragmatiche. Si tratta del meccanismo psichico di difesa della “materializzazione”, uno strumento psichico di cui poco si parla nella nostra cultura a causa della sua base teosofica.
Il “posto meraviglioso” è proprio quel dato oggettivo da amare e “degno di essere visto”. La simbologia e l’etimologia di “meraviglioso” coincidono nell’affetto e nella concretezza di un vissuto consapevole e attraente. Il “posto” è chiaramente un luogo psichico, la “condensazione” di emozioni e sentimenti realmente vissuti. Evoca l’utopia che etimologicamente si traduce “dov’è il posto” o il “non posto” o il “posto inesistente”: vedi “Utopia” di Tommaso Moro, scritto nel lontano 1516.
“Spiaggia bianca e mare cristallino” condensano l’idealizzazione retorica di una realtà psichica in atto che si sposa con le profondità misteriose della vita psichica, uno stato ideale e concreto, innocente e privo di sensi di colpa.
Questa è la soluzione psichica dettata dall’istanza pulsionale “Es”, dal desiderio e dal sentimento di Giovanna.
Questa è “utopia”?
Decisamente no, perché è un vissuto, un dato psichico.

“Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo.”

Giovanna si accorge che la relazione con la madre non è poi andata così a buon fine come l’aveva idealizzata e scopre che il riconoscimento della madre reale non è così spedito come nei suoi desideri. Persistono dei conflitti nelle modalità di risolvere gli strascichi della “posizione edipica”. Non è poi tutto oro quel che brilla. A un’ottima e gratificante risoluzione del rapporto con la madre subentra una drammatica dialettica di contrasti e di ambivalenze.
Subentra un “comandante” e una costrizione al dirottamento che impongono una soluzione ispirata al senso morale e al “principio del dovere”.
Se in precedenza la risoluzione era di pertinenza “Es”, questa è dettata dall’istanza morale “Super-Io”.
Vediamo e discutiamo i simboli.
Le “turbolenze” rappresentano gli sconquassi emotivi e gli affanni sentimentali, non certo irreparabili e incomponibili, che accompagnano la vita psichica di una figlia che visita i “fantasmi” elaborati e dedicati alla madre.
“Il comandante” dell’aereo non è il marito o il padre reali, ma è il padre introiettato da Giovanna sotto forma dell’istanza psichica “Super-Io”, quella che assegna il compito morale e stabilisce il senso del limite. In tante turbolenze emotive il “Super-Io” offre la sua soluzione in riguardo al conflitto con la figura materna.
“Costretto a dirottare l’aereo” esige che la soluzione “meravigliosa” non è possibile ed è “utopia”. Esiste anche la soluzione ispirata al senso del dovere, sempre in riguardo alla madre, “l’aereo” per l’appunto. “Dirottare” rappresenta un’emergenza psicologica a cui far fronte e un derogare dalla norma precedente, quella basata sul “principio del piacere”, per convergere sul drammatico “dovere”. Il comandamento prescrive “onora la madre”.

“Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango.”

Giovanna in sogno ha proposto a se stessa le soluzioni del “piacere” e del “dovere” e anche quelle del distacco pericoloso e depressivo, della caduta “con il paracadute”. Giovanna sceglie di non separarsi in maniera traumatica, ma di restare con la madre e con le dipendenze che, tutto sommato, non sono poi da buttar via: quella “sindrome di convenienza” di cui parlano gli psichiatri quando non sanno che pesci pigliare. Giovanna poteva separarsi dalla madre in maniera traumatica perdendola di brutto, ma ha preferito andare in progressione e secondo il “principio di realtà”, senza il “dovere” e senza il “piacere” e con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso.
Decodifichiamo i simboli.
I “passeggeri” rappresentano i rafforzamenti e gli alleati su cui “proiettare” la sua possibilità di risolvere la problematica materna attraverso il distacco della caduta traumatica.
Il “paracadute” attenua il trauma del distacco dalla madre e significa l’uso di un “meccanismo psichico di compensazione” nel suo procedere dall’alto verso il basso, nel progressivo passaggio dal “processo di sublimazione” al “processo di materializzazione”, dal cielo alla terra, dal desiderio alla concretezza. Il “paracadute” è chiaramente un antidepressivo e, come tutti i farmaci, lavora sulle tensioni ma non risolve i conflitti psichici.
“Io rimango” attesta della soluzione dell’Io che permane nella relazione con la madre senza traumi e senza violenze, con le annesse dipendenze ma con la consapevolezza di non avere fatto una scelta di piena autonomia. “Io rimango” si traduce in termini psicodinamici “stallo”, il “rimango” con riduzione dell’evoluzione al minimo consentito dalla legge sull’equilibrio di Giovanna. La consapevolezza esclude la pericolosa “negazione” dello sviluppo e il permanere in stato di minorità psichica.

“L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.”

La soluzione dell’Io di “razionalizzare” la dipendenza dalla madre avviene dopo la dismissione della “sublimazione” con una visita alla madre concreta e reale. Ma questa soluzione e questa realtà psichiche comportano il senso della solitudine, dell’abbandono insieme allo struggimento e al tormento. Giovanna ha paura di non essere in grado di vivere bene questo realistico distacco dalla madre.
Decodifichiamo.
“La vera pista d’atterraggio” è la normale concretizzazione della relazione con la madre e la normale evoluzione razionale di un rapporto basato sulla concretezza.
La “strada deserta” rappresenta una soluzione affettivamente arida e a rischio solitudine e isolamento.
“Abbandonata” si spiega da sé. Giovanna proietta quello che sente dentro.
“Circondata da una fitta vegetazione” equivale ai mille tormenti che assalgono attraverso i mille pensieri e le mille preoccupazioni, gli affanni legati all’assenza della madre e alla rottura della simbiosi. La dipendenza non è poi la fine del mondo perché Giovanna non è pronta per vivere la sua autonomia psichica.

“Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato.”

Giovanna opera una prima poderosa presa di coscienza di questa scelta di dipendenza dalla madre e rievoca con terrore la soluzione “dell’aereo precipitato”, quella dell’Es: “uccidi la madre” dal momento che non sai onorarla e non sai riconoscerla. La risoluzione della “posizione edipica” comportava per Giovanna “le rovine mortali” di un odio mortifero e di una violenza istintiva, nonché l’essere successivamente divorata dall’espiazione dei sensi di colpa attraverso una serie di sintomi nevrotici ad alto tasso di somatizzazione. Secondo Freud dalla mancata soluzione del conflitto con la madre e il padre conseguono soltanto psiconevrosi e si escludono danni psicotici, ma certo che la degenerazione dei sintomi si approssima a uno stato limite conclamato. Le “rovine mortali” confermano la rottura violenta della simbiosi e l’avvento di un “fantasma di morte” sotto forma di una consistente depressione da perdita e da colpa.
“Mi guardo intorno e vedo” equivale al massimo della consapevolezza, all’esaltazione della visione razionale e della deliberazione che serve per decidere, alla chiarezza mentale che Giovanna ricava dalla presa di coscienza.
“Le rovine mortali” sono un originale conio semantico e poetico, versi degni del Foscolo dei “Sonetti” in cerca delle giuste “illusioni”. I termini sono pessimistici e peggiorativi di uno stato di per se stesso drammatico. Il concetto di “rovina” e di “mortale” rievoca l’animazione mancata di un corpo vivente e non di pietre tombali definibili “sepolcri”, a testimonianza dell’uso spontaneo dei meccanismi poetici dei “processi primari”. La creatività non manca nei simboli dell’Immaginazione e nelle metafore della Fantasia. Al di là della costruzione poetica è degno di rilievo il “fantasma” ultra depressivo di morte, con raddoppiamento della perdita e del distacco, qualora Giovanna avesse usato con la madre una strategia di distacco particolarmente audace e ardita.
“Aereo precipitato” si tratta della soluzione traumatica della “posizione edipica”, la figlia che uccide la madre dopo averla aggredita secondo le coordinate psichiche dell’istanza pulsionale “Es”. Negare la madre e persistere nel rifiuto portano alla vittoria della solitudine sulla pretesa illusione di autonomia.

“Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.”

La continua presenza dell’Io pensante e riflessivo di Giovanna testimonia del travaglio riservato alla risoluzione della relazione con la madre, “posizione edipica”, alla ricerca di un esito non traumatico e desolante. Giovanna può affermare alla fine del suo sogno che è rimasta impaniata nell’edipico e che ha stabilito con la madre una relazione di dipendenza compatibile con il suo amor proprio senza andare in depressione: “almeno mi sono salvata”, almeno mi sono conservata e preservata da rischi pesanti.
“Tra me e me” significa introspezione riflessiva. Dopo aver elaborato i dati della questione, Giovanna opera un movimento di ritorno con la contorsione di una buona atleta che si è giostrata tra Scilla e Cariddi, tra l’amore e l’odio nei riguardi della figura materna.
“Penso” appartiene all’attività dell’Io e riguarda la funzione razionale, latino “puto”, stimare e valutare come operazioni propedeutiche alla presa di coscienza.
“Almeno mi sono salvata” si traduce “almeno mi sono conservata e tutelata” dalla desolazione psichica tramite la presa di coscienza della soluzione edipica migliore possibile. Del resto, la relazione con la madre non deve essere risolta nella maniera classica del riconoscimento. Spesso basta la consapevolezza della dominanza della figura materna e del bisogno di lei per un equilibrio psicofisico in divenire.
Questo è quanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Giovanna sviluppa in termini progressivi e ordinati la psicodinamica in riguardo alla relazione con la madre all’interno della “posizione edipica”. In particolare evidenzia il desiderio, la paura e la realtà del “come è andata”. All’uopo propone tre soluzioni: quelle dell’Es, dell’Io e del Super-Io: la pulsione a uccidere, la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia, il senso del dovere e del rispetto. I tre aerei presentano le tre soluzioni del conflitto con la figura materna, ma Giovanna predilige e realizza la seconda: la consapevolezza di una dipendenza possibile e compatibile con la sua autonomia.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Giovanna evidenzia nettamente l’azione delle tre istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
La funzione vigilante, razionale e basata sul “principio di realtà” dell’Io si manifesta in maniera inequivocabile in “Mi guardo intorno e vedo” e in “Tra me e me allora penso”.
La funzione pulsionale e basata sul “principio del piacere” dell’Es (rappresentazione dell’istinto) si mostra chiaramente in “Ma ci sono delle turbolenze” e in “strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione.” e in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
La funzione limitante, morale e basata sul “principio del dovere” di kantiana memoria del “Super-Io” si palesa in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”.
In riguardo alle “posizioni psichiche” emerse nel sogno di Giovanna si evince con chiarezza che la “posizione edipica” è dominante e, nello specifico, si evidenzia in “Sono in volo su un aereo” e in “dirottare l’aereo” e in “io rimango” e in “L’aereo allora atterra”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Giovanna sono i seguenti:
la “condensazione” in “aereo” e in “posto meraviglioso” e in “una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione” e in “rovine mortali” e in “aereo precipitato”,
lo “spostamento” in “passeggeri” e in “il comandante è costretto a dirottare l’aereo”,
la “proiezione” in passeggeri” e in “abbandonata”,
la “idealizzazione” in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “figurabilità” in “posto meraviglioso con spiaggia bianca e mare cristallino” e in “rovine mortali di un aereo precipitato.”
Nel sogno di Giovanna agisce il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “Sono in volo”, così come il processo della “materializzazione” in “atterrare”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si presenta nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Giovanna evidenzia un tratto edipico dominante all’interno di una “organizzazione psichica orale” caratterizzata dalla consapevolezza di una dipendenza accettabile dalla madre. L’affettività si coniuga con l’autonomia in una forma di composizione, più che risoluzione, edipica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Giovanna forma le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “aereo”e in “paracadute” e in “fitta vegetazione”,
la metonimia o relazione di senso logico in “volo” e in “atterrare” e in “comandante” e in “dirottare” e in “almeno mi sono salvata”,
la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “spiaggia bianca e mare cristallino”,
la “enfasi” o forza espressiva in “le rovine mortali di un aereo precipitato”.
Il sogno di Giovanna coniuga il racconto con il simbolismo in maniera distribuita e non eccelle in creatività poetica.

DIAGNOSI

La diagnosi dice chiaramente di una specifica soluzione edipica: dipendenza dalla madre ben razionalizzata e ben compensata al punto che si può benissimo affermare che la risoluzione è pragmatica e frutto di un’abile composizione dell’Io tra spinte dell’Es e controspinte del Super-Io.

PROGNOSI

Giovanna deve far perno sulla sua abilità psichica a comporre e a mediare per evitare l’insorgere del rimosso e la dittatura del dovere, le ansie dell’autonomia e le angosce della solitudine, nonché le imposizioni e le prescrizioni morali. La metafora del progressivo “camminare” nell’esistenza, usata dalla mia collega, è azzeccatissima. Mantenere l’equilibrio affettivo distribuendo gli investimenti di “libido” è un progetto importante.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica, isterica o fobico ossessiva o depressiva, nel caso di un aumento della dipendenza dalla figura materna, magari in un momento di crisi affettiva. All’uopo Giovanna deve ben valutare il riverbero delle delusioni affettive.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Giovanna è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul fattore narrativo.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Giovanna, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una riflessione sulla relazione con la madre o in un incontro fortuito con figure affettivamente simili.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Giovanna coniuga il dramma con l’avventura secondo una formula di pacatezza. La compresenza di una vita in vacanza e di una vita tra rovine mortali non producono lo sconcerto che meriterebbero.

REM – NONREM

Il sogno di Giovanna si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del forte simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Al di là del generale coinvolgimento dei sensi, Giovanna allucina in sogno espressamente la “vista” in “mi guardo intorno e vedo”.
La cospirazione dei sensi si manifesta nel senso della stabilità in “sono in volo” e in “atterra” e in “rimango”.
Per il resto, il sogno di Giovanna presenta sensazioni semplici ed emozioni lineari, un prodotto decisamente ben calibrato e, di certo, non esagerato.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Giovanna, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Giovanna, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della evidente psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente il sogno di Giovanna nella versione della dottoressa Cianchelli, Lost”, e nella mia versione, L’aereo…”.

Domanda
Più che una domanda faccio una valutazione. La decodificazione della sua collega è da “dottoressa”, mentre la sua è da “professore”.

Risposta
Pienamente d’accordo.

Domanda
Per me è stato sorprendente che dite quasi le stesse cose in maniera diversa. La dottoressa è più sintetica e più precisa, mentre lei è, a volte, vago e generico anche se dice tante cose.

Risposta
E’ proprio vero. Condivido.

Domanda
Ma siete sicuri che l’aereo è proprio il simbolo della madre?

Risposta
Del grembo sicuramente. L’aereo è un buon contenitore attrezzato per tutte le acrobazie psicofisiche.

Domanda
Ma esiste una sola scuola per interpretare i sogni?

Risposta
Certamente no. Lo studio dei simboli è antichissimo come l’uomo che lo ha elaborato e naturalmente applicato. Si tratta dei “processi primari” basati sui meccanismi della condensazione, dello spostamento, della simbolizzazione, della drammatizzazione, della rappresentazione per l’opposto e della figurabilità.

Domanda
Appartenete alla stessa scuola?

Risposta
Non lo so e non saprei dire, ma dall’interpretazione del sogno di Giovanna si nota una forte vicinanza.

Domanda
Il sogno usa i simboli, ma spesso nell’interpretazione usate altri simboli. Mi ha colpito un casino la dottoressa Cianchelli quando conclude il suo lavoro dicendo che “Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.” Introduce il simbolo del camminare. E’ vero?

Risposta
Verissimo! L’arte della parola è un linguaggio e quello dei simboli è arte.

Domanda
Mi spiega meglio?

Risposta
La lingua italiana è un insieme di parole, il vocabolario, un insieme di segni grafici e fonetici che includono sensi e significati. Quando il senso lo dai tu, come nel sogno, e vai al di là del significato comune per esprimere i tuoi vissuti, allora stai creando e sei il poeta di te stesso, ti stai esprimendo per simboli. Questi ultimi sono personali e soggettivi o collettivi e oggettivi. La decodificazione del sogno si basa su questi ultimi. Per intervenire sui primi, i simboli soggettivi, è necessario interpretare il sogno sul lettino dello psicoanalista e procedere con certosina pazienza.

Domanda
Discorso complicato. Ma come affronta lei l’interpretazione di un sogno che le è arrivato da persone che non conosce?

Risposta
Lo leggo e lo lascio depositare. Quando mi sveglio di notte, rifletto e immancabilmente mi riaddormento. Quando lo riprendo, butto giù la bozza interpretativa e poi lo rivedo e lo compongo. Le migliori intuizioni sui simboli e sulle psicodinamiche avvengono di notte. Non a caso si chiama “contenuto latente” e io lo cerco e lo trovo al buio.

Domanda
Giovanna la mandiamo in terapia?

Risposta
A me sembra chiaro che Giovanna ha potuto fare questo sogno perché si è lasciata seguire nella conoscenza di se stessa. Il suo sogno è il monumento alla sua psicoterapia. Ha sognato con chiarezza simbolica quello che ha vissuto nel corso della sua esperienza analitica.

Domanda
Ma che madre ha avuto Giovanna?

Risposta
Una madre normalissima, come tante che affollano le nostre strade e i nostri cammini. La bambina si è tanto legata e ha fatto fatica a staccarsi secondo i suoi bisogni.

Domanda
E dei bisogni delle madri cosa mi dice?

Risposta

Esiste una categoria di madri che fatica a riconoscere i figli come altro da sé e che non tagliano il cordone ombelicale psichico nel tempo giusto. Le madri possessive hanno una storia psichica contraddistinta da forti bisogni affettivi e proiettano sui figli quello che hanno desiderato per loro e che non hanno ricevuto. Sono donne che hanno composto la relazione con i loro genitori, “posizione edipica”, mantenendo una vena carismatica verso il padre e assumendola sulle spalle: matriarcato.

Domanda
Accetta altri collaboratori?

Risposta
A braccia aperte, sia per il confronto e l’approfondimento e sia perché ho più tempo per lavorare in campagna e andare al mare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il brano scelto tratta la risoluzione della psicodinamica edipica, la relazione conflittuale con i genitori, questa tappa fondamentale nella formazione della “organizzazione psichica reattiva”, carattere o personalità.
Evidenzia, inoltre, come si può “concludere” la psicoterapia di un conflitto psicosomatico molto tosto.
Si può capire qualcosa soltanto leggendolo.

IO SONO IL MIO SIMBOLO

Ho ancora paura d’invecchiare.
Sono sempre stata morbosamente attratta dagli anziani e dalla loro precaria condizione.
E’ terribile subire di giorno in giorno l’inesorabile degrado del corpo, la progressiva flaccidezza dei muscoli, la traumatica fragilità delle ossa, le dolorose disfunzioni dei vari organi, la sconcertante caduta della vitalità, il macabro rattrappirsi della pelle e tutti quei penosi fenomeni dell’invecchiamento che si evolvono naturalmente in una putrida decomposizione.
Eppure questa è la vita e la morte, questo è il ciclo biologico che ruota insieme al sole, ai pianeti, ai satelliti, alle comete e alle galassie, questa è l’aria, questa è la terra, questa è l’acqua, questo è il fuoco di ogni essere vivente e in questa sublime cornice ci sono anch’io: questa sono io.
Uccidono ancora oggi le infami parole che la fantasia malata dell’uomo di quel tempo aveva messo in bocca al suo padreterno dopo il peccato originale in condanna dell’ingenuo Adamo e dimentico dell’infelice Eva: “…ritornerai alla terra… perché tu sei polvere e in polvere ritornerai.”
Che uomo !
E che padreterno !
Entrambi micidiali anche per un elefante nano e adulto.
Quella “terra” non era la prospera dea “madre” della mitologia greca, ma il tragico risultato di un’orrenda metamorfosi.
Che padre perverso e crudele la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della fine, aveva partorito con l’aiuto di una fredda ostetrica chiamata “morte” !
Che figlio vanaglorioso e vulnerabile la fantasia umana, incalzata dall’angoscia della morte, aveva partorito senza l’amor proprio e senza l’amorosa coscienza della propria realtà !
Queste orrende elaborazioni poggiavano su un pessimistico vissuto del corpo e della natura biologica ed erano le fantasie di un uomo che nel massimo momento di esaltazione schizofrenica si faceva figlio di Dio per occultare la sua disperazione di fronte alla presunta ineluttabilità del nulla.
Altro che eterno ritorno o vita eterna !
Eppure queste squallide creazioni umane sono ancora in circolazione, legate a filo doppio con l’angusta concezione di una materia deperibile e con l’ingenuo desiderio di un paradiso gratificante; queste fantasie perverse continuano a volare elegantemente nel cielo come l’aquila alla ricerca del picco più alto per il suo caldo nido o continuano a razzolare goffamente nel fango come la gallina nella speranza di beccare un altro verme per le sue preziose uova.
Del resto, finché l’uomo persisterà nell’alienazione e nella svendita di se stesso per risolvere l’angoscia della vita e della morte e si lascerà convincere dalla prima offerta di un “al di là” nei truffaldini mercati del centro e della periferia, la salute mentale e la civiltà ne soffriranno e prospereranno soltanto le industrie delle onoranze funebri, le multinazionali delle chiese, la borsa valori del sacro, gli studi dei cuculi e i covi satanici.
L’uomo deve cogliere il suo vero essere nel corpo e nell’ ”al di qua” senza vivere la vita e la vecchiaia con il terrore di un’anticamera della morte.
Il vecchio uomo derelitto si guardava ogni mattina allo specchio, scopriva i tragici segni del tempo sulla sua carne e imparava a leggerli senza avvertire il bisogno di apprendere da un vero semiologo la giusta arte dell’interpretazione.
Incalzato dall’angoscia della morte questo povero prestigiatore tirava fuori dal suo cilindro una decodificazione funesta con la stessa abilità di Umberto Eco durante una lezione sui segni di un’immagine pubblicitaria o di un cartello stradale.
Quest’uomo allo specchio si accorgeva dalla pelle che il tempo aveva insultato e costantemente offeso il suo corpo e che a nulla era valso l’aver scritto un elogio della vecchiaia e della morte sotto forma di consolazione.
Il dramma, più o meno lungo, della sua vita era stato inciso con il bulino dall’invidioso tempo sulle colorate pagine della sua pelle; in esse era disegnata l’orribile mappa di un doloroso viatico.
Quest’uomo allo specchio poteva anche affermare che la sua vita era stata contrassegnata dalla felicità più intensa e che aveva dichiarato regolarmente al fisco la sua sfrenata gioia di vivere, ma adesso era costretto a prendere atto che l’insulto del tempo non aveva risparmiato il suo corpo, che era invecchiato secondo le leggi di una maledetta natura e che non poteva disdire l’ultimo fatale viaggio.
Era sempre un uomo angosciato alla ricerca di una qualsiasi Samarcanda.
Era sempre un povero prestigiatore licenziato anche dal circo più sgangherato della periferia emiliana.
Lo specchio era stato l’ambasciatore che non portava pena e il testimone della sua pretesa e illusoria caduta dal cielo, quel cielo tanto invidiato a quei miseri e umili fratelli che non si erano mai ribellati al Padre e alla Madre, a Dio.
La tanto agognata natura immortale risaliva a stolti progenitori ammalati di onnipotenza e mai abbastanza ebbri dell’illusione di sopravvivere.
Ma anche questa orribile farsa appartiene fortunatamente al mio passato.
La voce adesso risuona dentro di me: “devi riconoscere le tue radici !”
Ecco il vero comandamento: “riconosci il Padre e la Madre”.
“Quale erede di questi corpi e di queste figure ricordati che nel cielo non ci sono più i tuoi desideri che attendono di cadere sulla terra per realizzarsi, ma soltanto le tue illusioni e le tue angosce che attendono di dissolversi nello spazio infinito o di essere risucchiate in un personale big-bang.”
Lo specchio mi ha dato finalmente l’immagine di un corpo reale e di una mente originale, mi ha offerto la coscienza della loro completezza, mi ha regalato il senso della loro bellezza: la mia creatività simbolica.
Da bambina, come un selvaggio, avevo una tremenda paura del suo riflesso e mi atterriva la visione di un altro me stesso che stava di là e di un altro me stesso che stava di qua.
Allora io dov’ero ?
Io ero la bella addormentata nel bosco e giacevo nella pietosa e rassicurante culla di un orfanotrofio.
A questo punto era necessario raccattarmi frammento per frammento come un coccio infranto e ricucirmi pezza per pezza come un sacco rotto, ma avevo finalmente capito che io ero questa qui e stavo solamente di qua.
In passato come Orfeo abbracciavo la mia ombra e mi disperavo quando le braccia stringevano il vuoto al mio petto; allora non ero in grado di porre a me stessa neanche un mitico “chi sono”.
E nello scorrere inesorabile di un tempo galantuomo ho cominciato a spezzare le catene della schiavitù, a liberarmi dalle ambiguità della dipendenza, a emergere come soggetto e ad amarmi come persona, mediando la realtà del mio corpo con la realtà della sua immagine, integrando il corpo concreto con il corpo vissuto e tutto sempre all’ombra di un profondo amor proprio.
E il corpo tabù ?
E’ finito nel cesso con le mie contrastate cacchine.
Il mio corpo e la mia mente hanno finalmente conquistato le grazie raffinate di un generoso “hic et nunc” e di un gratificante “aquì y ahora”.
Con la benefica compiacenza della vera fantasia il mio corpo si è anche fatto simbolo ed ha risolto l’angoscia di morire proprio accettando la sua vitalità e scoprendo la sua creatività: adesso io sono il mio fuoco, la mia terra, la mia acqua, la mia aria.
Per tanto tempo sono stata il corpo dei miei genitori e la parola della tradizione; mi ero ridotta al silenzio, ero “senza parola” come una sapida barzelletta dell’inimitabile “settimana enigmistica”, ma adesso posso predicare a me stessa la mia parola perché io riconosco il Padre e la Madre, la Vita e la Morte, il vero Dio.
Domani penserò anche agli altri.
Intanto Eros e Psiche si amano alla grande e si sono trasferiti a Maser nella splendida villa di Andrea Palladio in mezzo alle verdi colline trevigiane e con l’immancabile biglietto da visita nell’atrio, le statue in marmo dedicate da Antonio Canova al loro felice amore.
Edonè è venuto alla luce con un bel fiocco azzurro per la gioia dei genitori, dei nonni e di tutto il vicinato.
Narciso ha finalmente messo giudizio e si comporta da buon semidio; qualcuno giura di averlo visto in intimità con Eco nel boschetto del Montello.
Dioniso si ubriaca di tanto in tanto, ma si sa che questa è la sua naturale trasgressione; per il resto è generoso come sempre, la compagnia femminile non gli manca e predilige le tettone.
Tanhatos è andato in pensione e le sue ancelle sono rimaste senza lavoro, ma con i benefici della cassa integrazione possono girare vezzose per le vie del centro in cerca di sballo: Lachesi si è rifatta il seno, Cloto ha smaltito la cellulite e Atropo ha scoperto le gioie del sesso.
Le allegre sorelle hanno gettato nel Piave il fuso, lo stame, il metro e la forbice; il solito qualcuno assicura che apriranno una sartoria alla moda in piazza dei Signori a Treviso e con le loro firme il successo è assicurato.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO
E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.

Salvatore Vallone

Correva l’anno 1987 in quel di Pieve di Soligo.

“LOST”

Questo è il lavoro ricevuto dalla dottoressa Tullia Cianchelli, un prezioso contributo alla ricerca sul sogno.

“LOST”

“Sono in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri, e stiamo per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino. Ma ci sono delle turbolenze, così il comandante è costretto a dirottare l’aereo. Alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango. L’aereo allora atterra, ma non su una vera pista d’atterraggio, si tratta di una strada deserta, come abbandonata, circondata da una fitta vegetazione. Mi guardo intorno e vedo allora le rovine mortali di un aereo precipitato. Tra me e me allora penso “almeno mi sono salvata”.
Giovanna

Ho scelto di intitolare il sogno di Giovanna “Lost”, in omaggio alla famosa serie televisiva, esempio emblematico di quel senso di perdita, di precarietà, di instabilità del senso della speranza, che dilaga nel nostro tempo, e nel sogno di Giovanna in primis, e che ci rappresenta tutti come naufraghi, superstiti, in bilico tra perdita di senso e bisogno di riorganizzazione.
Colpisce nel sogno infatti la rappresentazione di scenari opposti, raffigurati nelle loro qualità estetiche più estreme ai fini del processo simbolico in atto. Paesaggi paradisiaci, veri e propri giardini dell’eden investiti di luce e colori sgargianti, cedono il posto ad ambientazioni desolanti, dimenticate dal Dio della Genesi, dove ogni cosa parla di morte e di abbandono.
Come ci è finita Giovanna?
Seguiamo allora la processualità onirica.
Giovanna sogna di essere in volo su un aereo insieme ad altri passeggeri. Stanno per atterrare su un posto meraviglioso, con spiaggia bianca e mare cristallino.
Se l’aereo contenente passeggeri al suo interno rappresenta simbolicamente il grembo materno, il contenitore primario, l’ambiente uterino protettivo alla radice della vita biologica e psichica, Giovanna sente di permanere in una condizione di dipendenza fusiva con la madre stessa, dove l’angoscia abbandonica, col suo corredo di fantasie arcaiche dell’essere “gettati nel mondo”, possa essere controllata mediante l’assunzione di una posizione di passività ad oltranza rispetto al seno, così come attraverso l’idealizzazione di uno stato di unione e sicurezza del quale si prova nostalgia, a prescindere dalla qualità effettiva delle cure ricevute.
Giovanna vorrebbe altresì che la risoluzione della dipendenza, e dunque la conquista dell’emancipazione e dell’autonomia psichica avvenisse senza strappi né turbamenti (il posto meraviglioso), in continuità con lo stato paradisiaco perduto, ma è qui che il processo onirico inserisce il primo colpo di scena, il ritorno del rimosso: le turbolenze.
Giovanna cioè ha tentato di separarsi da una madre ingombrante, ma le resistenze al cambiamento, come difese dall’angoscia, le hanno impedito di assumere una posizione attiva nel processo separativo, di cercare cioè dentro di sé quelle risorse-strumenti di salvataggio (“alcuni passeggeri si lanciano con il paracadute, mentre io rimango”), che la sognatrice sente di dover mettere in campo per evitare lo schianto.
Giovanna vorrebbe in altre parole affidarsi a quelle difese che le permetterebbero di planare dolcemente al suolo senza sfracellarsi, ma il rischio è troppo alto e la liberazione da una dipendenza cieca e mortifera appare ancora impraticabile, per cui rimane ancorata all’universo materno nel bene e nel male. La decisione di restare è presa da quella parte di lei che si sente prigioniera, ostaggio dei suoi oggetti simbiotici e pericolosi al tempo stesso.
Giovanna allora finirà per schiantarsi?
Come risolverà il suo inconscio il terrore dell’annientamento e della disintegrazione, della perdita irreparabile di sé, se sente di non essere stata sostenuta dalla madre nel naturale senso di onnipotenza infantile, nell’ipotesi che Giovanna-bambina ha fatto a suo tempo di essere in grado di soddisfare i suoi bisogni anche da sé?
Ecco allora che il lavoro onirico si fa carico di incombenze esistenziali gravose e compie il suo dovere. L’aereo riesce ad atterrare, Giovanna si vede fuori dal grembo alle prese con scenari interiori complementari, la strada abbandonata e infestata di vegetazione. L’”estasi oceanica”, in una dimensione di estrema pace e di contatto con l’universo, identificata dalle forme acquatiche cristalline, in cui è quasi impossibile trovare qualcosa di negativo nell’esistenza, è ormai perduta; l’incantesimo simbiotico è rotto e svela tutti i chiaroscuri di una maturazione che procede per frustrazioni e senso di realizzazione, senso di perdita e riconciliazioni.
Ma l’’incollamento alla madre come prototipo di un senso illimitato di bontà e ricchezza è sostituito dal suo fantasma negativo, la madre divorante e castrante che bisogna abbattere con violenza, farla precipitare dentro di noi con il suo corredo di morte e devastazione (le rovine mortali di un aereo precipitato), come se in Giovanna dipendenza cieca e fusiva da una parte (soluzione claustrofilica), e sfida onnipotente e distruttiva dall’altra (angoscia claustrofobica) costituiscano i due estremi di una dimensione psichica che la vorrebbe ora passiva ed obbediente, ora odiosa e meritevole di punizione, e pertanto ancora in cerca di una soluzione soggettiva che attinga a ciascuno dei due discorsi la parte sana.
Giovanna si sente ora priva della protezione del vincolo materno, senza alcuna possibilità di rivolgersi ad un oggetto interno protettore ormai distrutto, e avverte un senso di svuotamento (la strada deserta e in stato di abbandono), e di minaccia (la fitta vegetazione come una “selva oscura”). Il cambiamento, cioè, è vissuto come catastrofe, come il crollo del suo Io precedente e di tutta l’organizzazione che vi corrispondeva. Ed ecco il punto centrale del sogno: Giovanna si consola dicendo a sé stessa “almeno mi sono salvata!”.
Ma da cosa?
Ci sta forse dicendo che il senso di perdita e di abbandono è preferibile all’annientamento di sé dentro il fagocitante grembo materno, o che è invece pronta a scambiare la morte con la dipendenza, ovvero che il senso di svuotamento di sé, incapsulato dentro le maglie della dipendenza, rappresenti l’unica possibilità di vita e di salvezza, e che questo lasci sopraggiungere in lei un senso di pace, o almeno di sollievo?
Giovanna è consapevole di tutto questo.
Riuscirà allora, nel suo mondo interno dove la madre è distrutta e dove lo è anche Giovanna, a ricomporre i rottami?
Non resta che incamminarsi.
Tra il volo e lo schianto, c’è forse da imparare a camminare.

dottoressa Tullia Cianchelli