DECORO

Ecco la Donna,

ecco Colei

che libera le colombe bianche nel cielo azzurro d’Aspromonte,

la Madonna

che non ha da piangere alcun soldato noto e ignoto,

la Compagna dei soviet di Pietroburgo e di Pietrogrado

che combatte l’ingiustizia con il libro rosso di Mao,

la Femina dalle molecole succinte e impertinenti

che intercede davanti all’eternità,

che sta ferma dentro i buchi neri della Storia

a che più oltre il marziano non si metta.

Scendi dal mite colle di Fiesole,

o Madonna fiorentina,

prendi le tue ali di morbida lana

e corteggia questo Tempo moderno

che aspira alla Morte da gran suicidio

come unica igiene del mondo infame di Antonello,

seducilo,

dagli Vita.

Sursum corda,

leviamo in alto i cuori e le palle

quando la misura è colma in questo mercato rionale di Mosca,

in questa Vucciria di Renato in una Panormo

così insanguinata dal sangue rosso

dei capretti e degli agnelli,

dei maiali e delle vacche,

dei vitelloni e delle manze,

dei colori a olio di un pittore che dipinge un altare,

l’altare del milite,

ignoto a se stesso e agli altri.

Madonna,

proteggici in questo giorno di grazia,

riscalda queste nostre mani giunte

che a te si volgono come figli alle mamme,

come fiammelle speranzose di una tiepida primavera

in questo Paradiso ucraino di martiri congiunti,

di tutte le età,

di ogni regione,

di ogni città,

proletari di tutto il mondo che si uniscono

per te invocare,

per te sussurrare furtivamente

di chiedere anche al buon Allah

di intercedere presso Ho Chi Minh,

l’uomo buono del Vietnam,

a favore di tanti beati

che per li suoi preghi oggi stringon le mani.

Chi ama brucia,

brucia anche il compagno,

il fratello,

il camerata.

In questo rogo tutto russo

anche Giordano se la ride beato

da quel Paradiso dei martiri

che oggi festeggia la Donna,

la Madonna.

Eppure è vero.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 08, 03, 2022



DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN TERZO PASSEGGERE

Anankè,
mio caro Democrito?
Dimmi orsù,
o brutto cagnaccio materialista di Abdera,
di questa eterna naturale Necessità
che tende i rigogliosi atomi verso la vita del nostro Tutto
e li combina in colossali e variate fusioni
come uno chef vanaglorioso e volgare
che insulta dagli schermi televisivi
la memoria delle nostre gloriose madri
con l’inciuciare il superfluo e il banale
in un piatto di oscure tendenze e di incerte disposizioni.
Dimmi orsù,
o rude composto di morbida carne,
di quest’anima materiale coesa,
di questa materia animata intrippata
e sempre in odore di universale santità.
Dimmi, orsù e suvvia,
di questo umano travagliato peregrinare
che ottunde e disgrega il composto degli atomi
con il peso degli anni e la malasorte dei borghesi politicanti
e lo destina a quella Morte da cambiamento d’insieme
come in un nuovo arredamento d’ambiente
nel migliore showroom di Nervesa della Battaglia,
quello propinquo al cimitero monumentale della vittoriosa guerra 15-18,
la Guerra Granda,
dove Pasquale Squillaci da Siracusa riposa
con le sue ossa rotte e il baricentro sfondato da una crucca granata.
Dimmi orsù,
caro il mio filosofo materialista del cazzo,
dell’angoscia del tempo che verrà
in questa breve stagione di vita mortale
che tarda a veder l’oblio del risveglio,
che s’inarca nel cielo stellato delle tre sorelle,
Cloto, Lachesi e Atropo,
colei che fila,
colei che intreccia,
colei che taglia,
le ineffabili Moire che abitano quel Cielo
dove Orione pose li suoi riguardi
e i suoi intrighi erotici luminosi:
tre stelle in fila e sempre disposte.
Dimmi orsù,
o generoso benefattore della tua angoscia,
dimmi dell’attesa del Nulla eterno
e della malattia mortale di Epicuro e di Soeren,
di Martin e di Jean Paul,
della follia da fantasma di morte di Friedrich
quando abbraccia in piazza Savoia
il cavallo frustato dal nerboruto infame cocchiere,
dimmi di coloro che hanno fatto senza viltà il gran rifiuto,
come Cesare e Cesarina,
come Michele e Michelina,
come Luigi e Gabriella,
come tutti quelli che l’animo schiudono alla buona novella
al pensiero che gli atomi sono ciambelle con il buco.
Dimmi soltanto
se si tratta di nobili unità senza parti,
uniche ed eccezionali,
diverse per forma, posizione e ordine,
come spiegò l’insigne Stagirita
prima di essere eletto nell’agorà di Roma
nella lista dei fancazzisti e dei crumiri,
nella lista degli sposi e dei firmati,
nella lista dei chirurgi estetici
e degli esteti castrati dalle madri.
Dimmi,
o gran figlio di una mignotta,
se il tuo Tutto inizia da una spruzzata
di sangue mestruale e di merda infantile
nell’ampio lenzuolo bianco
che la Carmela da Calascibbetta ha steso sul suo letto verginale
per dimostrare domani al mondo la sua verginità
e la sua capacità di concepire bambini felici.
Ma tu insisti e persisti
nel dire che è tutta una questione di atomi
e io non reggo più le prediche dei preti
in quest’Italia garibaldina e a misura di talent scout.
Io,
intanto e per gradire,
ascolto Quinto Orazio Flacco,
l’epicureo romano de Venosa,
il basilisco de Roma
che fa il tifo per la società sportiva Lazio,
il football club della via Prenestina,
là dove i bambini e le bambine giocano
con palle di ruvida pezza,
con palle di gomma bianca e puzzolente.
All’uopo e alla bisogna dice il suddetto:
“aequa lege Necessitas
sortitur insignis et imos,
omne capax movet urna nomen.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.”
La Necessità è l’Anankè
e l’Anankè non è il Fato,
non è la Parola che è stata detta,
profferita,
sigillata,
l’inequivocabile Verbo incarnato e imposto
semplicemente perché è la sola e l’unica Verità.
La Necessità è nei corpi
che anelano quel divenire
che conduce alla Morte:
punto e basta!
Dimmi allora dell’Uomo,
del suo Verbo.
Dimmi anche del gatto Coraggiosetti
e del suo Verbo miagolato in moduli ironici
o in caselle contrassegnate degnamente da Arcaplanet.
Quali Parole e quale Anankè
in noi miserabili umani che uccidiamo un povero rapinatore,
anche due alla bisogna e all’americana,
senza colpo ferire
e inneggiando alla sacralità della proprietà privata?
Quali Parole e quale Anankè
nel gatto Pietro sempre in cerca di potta
negli anfratti del suo podere di tre tummini
e negli scaffali di Amazon & compagnia cantante?
Ma tu non parli
e sei sordo alla mia gioia,
tu non parli
e sei muto al mio cantare
di uomo che sogna
e sognando trascolora
in attesa del sogno ultimo e dell’ultimo sogno,
il Bardo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, aprile, 2021

LE PAROLE DI GREG

La vita è quella che ti accoglie.

Il giorno si apre con un buongiorno

e si chiude con una buonanotte.

Ognuno con la vita fa quello che vuole.

La puoi rovinare o sprecare,

ma… devi sapere che la vita non è un gioco.

Ogni giorno hai una sfida nuova,

una lotta contro il tempo.

Vivi la vita come un’avventura,

rincorrila,

non aver paura.

Vivi la vita come una emozione

che non sta esposta al sole.

Vivi la vita al meglio che puoi,

perché questi giorni non torneranno mai più.

Sfrutta ogni secondo,

ogni minuto.

La vita è importante.

Gregorio

San Donà di Piave, 25, 12, 2021

E’ VERO !

Dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno

il popolo unito si libererà del tiranno,

canterà canzoni di libertà,

perché il popolo va,

il popolo, alla fine, va sempre a trionfare.

Questa è la nostra verità,

quella del popolo che si alza e si adira,

con voce squillante grida:

adelante, adelante e senza iudicio!”

Sarà poi vero?

Dai!

Ti racconto questa.

Bologna è una vecchia signora dagli occhi vivaci

che dorme di notte distesa sul fianco sinistro,

scoperta nel petto e guardando il deserto,

le nobili vestigia di sabbia del divino Cheope.

Bologna è una vecchia signora dal viso composto

che veglia di giorno distesa sul fianco destro

guardando l’orologio della stazione

fermo all’ora dell’orgoglio politico della viltà di stato.

Bologna è una donna sborona,

Bologna ferita è una donna giammai guarita.

Bologna non dimentica,

ricorda,

condanna,

rifiuta.

Un’altra storia, un’altra brutta storia!

Patrick studia a Bologna,

passeggia sotto i suoi portici dipinti,

compra il pane e il companatico dai fratelli Roversi in via Cairoli.

Patrick è libertario,

Patrick è appassionato.

Bologna gradisce,

lo vuole,

lo cerca,

lo abbraccia.

Ma qualcosa si spezza.

Ahimè,

Patrick è partito da tempo e non è ancora tornato.

Patrick è stato incarcerato nel suo lontano Egitto.

Qualcuno ha detto ancora una volta e a quelle latitudini

che la sua testa non doveva pensare.

Bologna che lavora e che studia,

che si irrita e s’incazza,

che teme e trema,

grida i suoi cori contro il tiranno:

O libertà,

o libertà,

tu che sei tanto cara

anche a colui che per te vita rifiuta,

dona a Lui la forza di resistere,

concedi a noi la gioia di rivederlo

attento ai suoi amori,

intento alle sue passioni,

libero dagli infingardi.

Bologna ti aspetta.

l’Italia ti vuole cittadino delle sue brame,

ti ha eletto suo figlio in Parlamento,

nostro fratello nel cuore e nelle carte.

Sarà poi vero?

Continuano a vendere le armi all’Egitto,

a intrallazzare con le pistole e i pistolotti.

Che strana cosa sono gli uomini!

Può bastare un impasto di carne

con un paio d’occhi strabici che non vogliono vedere,

con un cervello a salvadanaio e pingue come il maiale dei Nebrodi,

con un cuore atrofico e atrofizzato.

A cosa serve un ministro del rione Sanità

dal viso aperto e dal riso dominante?

Può bastare cotanta ipocrita intelligenza

o è soltanto roba buona per fare mortadella.

Bologna che sa e conosce,

che sa tutto e conosce il mondo,

Bologna tace e si addolora.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 10, 04, 2021

LA VOLTA CELESTE

Mi viene voglia di vivere,

vivere per sempre,

in eterno,

non vivere così e così,

tanto meno al meglio delle condizioni date,

come dice il mio dottore,

vivere,

vivere bene,

vivere alla grande,

vivere sul pezzo e sul mazzo,

vivere senza malinconia e senza gelosia,

vivere finché c’è gioventù nella vecchiezza.

C’è questa Cosa immantinente,

questo Ca immanente e trascendente che è la Vita,

un alito eterno che attraversa i corpi

e vola verso il cielo stellato,

verso l’ultimo degli ultimi orizzonti infuocati della Gigante rosa

in odore di Nana bianca.

Il nostro corpo è in prestito.

Lo dicono tutte le Chiese.

Lo dicono le pensioni da fame dell’ENPAP.

Ci pensi?

Come racconti tu questa storia,

nessuno al mondo.

Come te non c’è nessuno,

così unico e solo.

La presto volentieri questa carcassa,

o amato cuore in un disio d’amante.

Eppure,

vorrei tanto guardare dentro i tuoi occhi

e chiudere i miei tra le tue braccia.

Grazie per la grazia degli intrecci,

grazie per l’assenza dell’asprezza,

grazie per la terra grassa e morbida,

grazie per le parole che mi fanno pensare

a quanto senso ha un fuoco acceso

e qualcuno accanto che racconta,

mentre ai bordi del perimetro del mondo

i lupi attendono il loro pasto con pazienza.

Grazie.

Io sono quella là,

quella della provincia dell’impero

in un mondo di stelle senza fine:

la volta celeste,

la stella del nord,

la stella del sud.

Il Sole ha ingoiato Mercurio e Venere.

La Terra ha chiesto asilo a un altro sistema.

Speriamo,

speriamo che gli idioti non sparino sui poveri gommoni alla deriva.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 06, 2021

GLI OCCHIALINI TONDI

Nessun volto era il suo corpo.

Non c’era un viso da riconoscere.

Sotto quel lenzuolo,

sporco di morte,

i sandali francescani erano di quel ragazzo

a cui la guerra aveva tolto i sogni e l’identità.

Erano di Armando.

Fu solo mio il tempo giusto

per entrare in quel rifugio antiaereo della Marina,

per schivare quella bomba degli Inglesi ubriachi.

Era l’abbraccio della Vita per la mia vita.

Non so perché ricordo tutto questo,

non ne capisco il senso.

Mi allontano dal dolore del passato.

Dopo pochi passi una voce mi chiama.

Non serve che mi volti per vederti,

ma lo faccio.

Ciao,

non sei cambiato affatto.

Vedo che hai ritrovato gli occhialini tondi

che ti eri fermato a raccattare

prima di entrare nel rifugio,

l’abbraccio della Morte per la tua morte.

Dietro i vetri riconosco i tuoi occhi,

gli occhi vispi del ragazzino di allora.

Ti aspettavo”,

mi dici sorridendo.

Ah, che sbadato!

Ora capisco che non sto dormendo

e che non sto sognando.

 

Carmen Cappuccio

 

Siracusa, 30, 07, 2021

 

LA MOGLIE DEL SOLDATO

La vitalità è isteria di vivere,

la naturale conversione dell’angoscia di morire e di perdere tutto,

un patrimonio da lasciare in questo mondo infame,

un ex intruglio di spermatozoi ossidati

e di uova ancora buone per la frittata.

Il conflitto è un pane casereccio,

condito con le olive e il peperoncino,

con una fetta di pecorino e olio d’oliva extra,

quello di Carancino,

nonché origano in abbondanza

e quel pizzico di sale che non guasta mai,

come lo zucchero semolato,

extrafino e vanigliato nel budino al cioccolato della nonna.

Il gioco dei ruoli non funziona più,

come i programmi televisivi dei cuochi,

i nuovi messia di questo oltremodo attillato e dilatato paese.

Tu dimentichi chi sei

variando continuamente lo stato di coscienza

con hashish e mariagiovanna,

con coca e con cola,

e ti frastorni fino a far nascere e crescere in te

quel canovaccio umano che non hai mai recitato

nel sofisticato teatro della tua strana vita.

Il sodato ha ballato tutta la notte nel bordello di Malta

tra le signorine inglesi e le geishe nostrane,

tra poppe ruspanti e culi cadenti,

e all’alba ha visto tra la folla una nera signora

dai capelli ardenti e corvini,

una donna a metà tra madre e matrigna,

una dea a metà tra Afrodite e Atena,

una mezzo maschio e una mezza femmina.

Il soldato ha cantato e bevuto,

ha cantato canzoni porno con le mabrucche,

ha bevuto la sciobba con le indigene di Tripoli,

ha mangiato il quatrucco di mandorle e miele.

Il soldato ha recitato la parte giusta

per festeggiare la sua salvezza dai mali della Morte,

per andare in culo alle Moire,

alla troia di Cloto che fila,

alla malefica Lachesi che intesse,

alla famigerata Atropo che taglia.

Ma la sua fu la guerra di Piero,

sparagli adesso,

sparagli addosso,

e a nulla valse il fanatismo del siciliano,

mezzo cafone e mezzo arabo,

mezzo anarchico e mezzo fascista,

quando si accorse

che la Morte cercava proprio lui.

Quella donnaccia da bordello cercava proprio lui,

quella donna del malaffare ce l’aveva con lui,

proprio con lui.

La paura fu tanta e l’orgoglio quasi niente.

Il soldato Biagio Scarpel gridò al cielo lacerandolo:

Padre mio, aiutami!

Aiutami e non mi abbandonare!

Alla parata Lei mi stava vicino

e mi guardava con malignità.

Nella mia vita mi sono sempre ricordato della Morte,

ma Lei è stata tanto cattiva con me.

Voglio la vitalità,

il sangue caldo che mi scorre nelle vene,

tutta la forza dei miei istinti,

la follia di un uomo unico ed eccezionale.

Ancora una volta mi sia data la fuga in groppa all’anarchia.

Mi frastornerò ancora,

forza,

fino a Calascibbetta guiderò il cavallo dei miei pantaloni.

Mi illuderò di avere trovato finalmente l’amore di una vera donna,

una siciliana dall’accento matriarcale,

dai seni enormi ed efficaci,

non mi fermerò,

volerò,

mi butterò a capofitto in una vecchia avventura

per subire nuovamente la vertigine della vita.

E canterò,

io canterò la mia ninnananna

come faceva la mia mamma

quando mi regalava la ninna e la nanna.”

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a’mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru di lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

Forza,

coraggio,

questa è una nuova realtà tutta da vivere.

Innocenti ed effimere sono le conquiste,

ma c’era tra la folla quella nera signora

perché non ho mai dimenticato quella Morte

a cui indolente ormai mi inchino.

Era tra la gente nella capitale del Nulla

e ora la ritrovo qua.

Ma tu, o Morte, non appartenevi agli altri?

So che mi guardavi con malignità.

Perché sei così cattiva con me?

Sono scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,

mi sono perso nella terra di Utopia,

nella triste ricerca di un luogo tanto decantato che non esiste,

sono scappato via,

ma ti ritrovo qua,

in pieno centro a Calascibbetta.

Adesso, da fallito, ti ritrovo fuori dalla porta.”

Disse allora la gentildonna interpellata:

Sbagli,

t’inganni,

ti sbagli soldato.

Ti sei illuso anche in questo,

mio caro rivoluzionario.

Io non ti guardavo con malvagità,

io non ho nessun motivo per essere crudele con te.

Il mio era solamente uno sguardo stupito.

Ero soltanto meravigliata del fatto che tu mi cercavi.

Cosa ci facevi l’altro ieri là?

Io t’aspettavo qui e oggi,

aqui y ahora,

hic et nunc,

l’appuntamento giusto era proprio questo

e tu eri lontanissimo due giorni fa

e stavi quasi per mancarlo.

Ho temuto che per ascoltar la banda a Malta

ti fossi dimenticato del nostro happening,

del nostro cocktail d’amore.

Ho avuto paura

che, per frastornarti ancora con Stefania,

non facessi in tempo ad arrivare qua

e perdessi il tuo luogo e il tuo momento,

momentum a quo pendet aeternitas,

la tua ultima utopia.

Non è poi così lontana Calascibbetta,

non è poi così difficile morire,

la vita stessa ti ci porta naturalmente

se non ti opponi alle banalità.

Hai cantato con me tutta la vita,

non mi hai mai dimenticata un solo istante,

hai vissuto con la morte addosso,

e, dopo il canto del cigno, sei fuggito con il vento

e hai finalmente trovato la tua vera dimensione vitale.

Cosa vuoi di più?”

L’asinello è veramente morto,

è stato ucciso dal padrino Marlon Brando

per farti quel favore

che non potrai mai ricambiare.

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 10, 2020

RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

I MIEI OTTO FIGLI

TRAMA DEL SOGNO



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.

Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Nancy



DAL SOGNO ALLA POESIA



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.”



Quanti figli ho desiderato sin da bambina!

Quanti figli ho avuto nella mia quasi consapevolezza!

Ho iniziato con Lui,

il primo uomo della mia vita,

mio padre,

e sono andata avanti fino a contarne otto,

otto di tanti e tanti di otto.

Chissà quanti,

ma tutti figli degni di tanta madre!

A volte ero io,

a volte era lei,

a volte con te,

a volte senza di te,

a volte con tutti otto

e più qualcuno che non c’è.

Così funziona il sogno

anche se non vi pare.

Quanti amori ho vissuto!

Quanti figli ho desiderato da te,

da lui,

da lei,

dall’altro,

dall’altra,

dall’altro e dall’altra ancora,

dalle rose di maggio gialle e scarlatte,

dalle mille movenze sinuose dell’anima monella,

dalle mille volute voluttuose del corpo birichino.

Ma i figli sono figli,

sono sempre e soltanto delle Madri,

quelle che hanno la gatta dentro e sempre in moderato calore,

in andamento lento e adelante cum judicio,

quelle che a Napoli gridano in teatro e nei vicoli “i figli sò figli”,

quelle dell’equazione esistenziale di Edoardo e Titina,

i De Filippo,

quelli del quartiere Chiaia negli anni quaranta,

quelle prostitute del tempio come donna Filumena,

la Marturano di via san Liborio nel quartiere di Montecalvario,

le Madri della bambina dentro che chiede di essere accudita,

quelle bambine madri che credono ancora nelle favole antiche,

nella favola bella del fiore di cavolfiore,

del fagotto della cicogna,

della stella caduta dal cielo,

della stella cometa con la coda ritorta,

di tutto quello che illude,

o Nancy,

di tutto quello che incanta,

o Nancy,

mia cara Nancy.

L’amore di una madre si fa per amore,

per un giglio rosso e vermiglio destinato alla croce,

per un figlio dolce e giocondo

con un nastrino azzurro per l’uccellino,

per una figlia dolce e graziosa

con un nastrino rosa per il fiorellino,

per un figlio o una figlia dolci e preziosi

con un nastrino arcobaleno.

Ma i figli sono e restano delle Madri.

E’ proprio vero

che ogni scarafone è bello a mamma soia,

è proprio vero

che in qualsiasi latitudine della nostra palla di vetro infranto

le signore della Vita e della Morte filano,

ricamano,

recidono.

Il tuo è un desiderio d’amore di mamma,

di grande mamma,

mia cara.

Ci vuole un rapporto con un uomo che non significat,

ci vuole un fiore o un cavolo nell’orto del vicino,

ci vuole una cicogna che viene da lontano

e placida si posa

sui tralicci dell’alta tensione per fare il nido

lungo l’autostrada che da Sirakaos porta a Catania e viceversa,

sui desideri delle stelle sospese nel cielo di sempre,

sui bianchi pensieri che l’anima schiudono novella,

sulla favola bella che ieri t’illuse,

che oggi t’illude,

oh Nancy.



Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Hanno ammazzato Ouranos.

Gea ha ucciso Ouranos.

La Terra si è liberata del Cielo stellato.

Era stanca di essere ingravidata di bello e di brutto,

di giorno e di notte,

di essere avvolta nell’ambiguo cellophane di un amplesso,

di essere indotta nell’ambiguo malanno

di uno scarno “parecete femina che te dopere”.

I Padri sono morti.

Le Madri hanno ucciso i Padri.

Vendevano gioielli alle bambine

e seducevano le donne procaci nel fiore della giovinezza

con la promessa di una lauta ricompensa.

Le donne di Dioniso hanno sbranato Narciso,

hanno fatto a pezzi Orfeo,

si sono messe in un corteo osceno e moderno,

hanno bevuto e cantato per tutta la notte insieme a Lilith,

non sono mai arrivate a Samarcanda,

hanno gridato a squarciagola “vieni avanti Satana”.

Al primo sorgere del sole,

all’alba,

quando il cielo s’imbianca,

quando l’aere è terso,

hanno divorato le misere e vane membra dei maschi

che altre donne avevano a suo tempo ben impastato

con zucchero e cannella,

con petali di rose e fragole di giardino.

Che stranezza è l’amore!

Che balorda è la vita!

Ma io sono e rimango Nancy.

Io basto a me stessa.

Non vado al mercato del mercoledì in Oderzo

a comprare le pulci che saltano,

a spulciare il cimelio antico e ammuffito di nonna Matilde,

a odorare il gambero surgelato e asettico delle Marianne.

Io non voglio una notte di luna piena

per abbandonarmi a un povero uomo,

neanche il venticello sottile

che da ponente spira sulla pelle accaldata d’estate e d’inverno,

io non sono affaticata da Eros

per il bisogno di sopravvivere insieme all’umano gregge.

Io non ho studiato Darwin,

io non voglio un uomo,

io basto a me stessa

e alla compagnia cantante di musicanti

che ancora affascina e turba i miei congedi diurni

e le mie sortite notturne

con le litania arabe,

con l’oppio dei popoli afgani,

con le chimere del tempo che fu,

con le chiappe al silicone e al vento del tempo che è.

Io ho viaggiato dentro e fuori,

ho saputo di me,

ho saputo degli altri,

ho intessuto i miei sogni uno ad uno in un drappo di Damasco,

sono cresciuta dentro e fuori,

al sole e al vento.

Ora so della bambina che mi vive dentro,

della donna che ha bisogno di cure e premure,

di grazie e bellezze,

di arte e creanza.

Je m’en fous degli effimeri gioielli che pendono,

che pendono come la torre di Pisa,

gingilli destinati a cadere al primo vento di scirocco.

Dell’altro io non m’innamoro più.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 04, 09, 2021

MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021