DEDICATO A FLAVIA

Oggi siamo tutti più soli.

Si dice così,

si dice sempre così anche nelle migliori famiglie,

anche nelle migliori parrocchie.

Flavia è partita per il chissàdove

lasciandoci imbambolati e di stucco

con il ricordo del miglior sorriso

aperto sul suo davanzale fiorito,

un sorriso lasciato in eredità come un dono dei nonni,

rivolto agli altri come la quotidiana offerta araba,

a quelli che l’elemosina di un piatto di lenticchie

la gustano con un cucchiaio dell’olio di un buon ulivo,

un sorriso dedicato a tutti quelli che non l’hanno conosciuta

e hanno potuto soltanto immaginarla.

Flavia non dilaterà le pupille dei nostri occhi

con la meraviglia del suo splendido splendente,

non rifletterà sui nostri visi il suo femminile ovale,

non ci regalerà le onorate parole

che protendeva con i suoi gesti

su un pubblico attonito al messaggio di mirabili virtù.

I suoi lineamenti di donna zampillano

dai valori della madre e della maestra,

come le verità tracciate

e nobilmente smerciate ai quattro cantoni

della vita che scorre,

sale,

s’inarca,

procede,

s’abbassa,

si compiace,

si bea,

si contorce,

finisce.

C’è qualcosa di stanco oggi nel sole,

nulla d’antico.

Tutto è come prima,

tutto è come la gioia e il dolore,

tutto è come il pane quotidiano del buon fornaio,

tutto è come i versi sgangherati del buon poeta,

tutto è come il padre e la madre

et in saecula saeculorum, amen.

In quest’oggi oscuro di un tempo inferiore e infame,

in cui la morte trionfa sui miseri trofei dell’uomo sapiente

annerendo la felicità di membra esauste

dal color della miniera e dal sorriso volgare di rame,

oggi,

in quest’oggi escono tentennando le poche risorse

che la Necessità ci lascia in forma di testamento

dopo che Ella fu per una vita al servizio della gente,

oggi,

in quest’oggi di elogio memore e duraturo

si celebra più che mai la lingua di un popolo infelice

che la sensibilità di Flavia nobilitava

con amorosi accenti e senza portenti.

Oggi la mia compagna è morta,

il Socialismo ringrazia la sua devota figlia,

la sua perspicace allieva,

mentre i soviet di Varese intonano l’Internazionale

alla diletta del cuore e alla prediletta della mente:

“Noi siamo dei lavoratori

e un rosso fiore è sfiorito nel nostro petto,

il fiore scarlatto di una donna onesta e giusta

allegra e impenitente,

gustosa e sapiente.”

L’aspro stendardo della libertà

ricopra con falce e martello le membra

di colei che tanto amò se stessa e il suo valore

per poter essere generosa con chi la conobbe

e gustò il nettare deposto sul suo vorace labbro.

Cura ut valeas, ignota compagna mia!

Salvatore

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 25 del mese di Marzo dell’anno 2020

QUINTO ORAZIO FLACCO

POESIA D’AMORE E DI MORTE

EPODO XIII
Horrida tempestas…

Horrida tempestas caelum contraxit et imbres

nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae

Threicio Aquilone sonant. Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua,

et decet, obducta solvatur fronte senectus.

Tu vina Torquato move consule pressa meo.

Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna

reducet in sedem vice. Nunc et Achaemenio

perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea

levare diris pectora sollicitudinibus,

nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:

“Invicte, mortalis dea nate puer Thetide,

te manet Assaraci tellus, quam frigida parvi

findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,

unde tibi reditum certo subtemine Parcae

rupere, nec mater domum caerula te revehet.

Illic omne malum vino cantuque levato,

deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis.

VERSIONE LETTERALE
Un’orribile tempesta…

Un’orribile tempesta chiuse il cielo e le piogge

e le nevi tirano giù Giove; ora il mare, ora le selve

risuonano del tracio Aquilone. Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro, la vecchiaia sia sciolta dalla fronte corrucciata.

Tu porta i vini spremuti sotto il mio console Torquato;

tralascia di parlare delle altre cose: un dio forse con propizia vicenda

riporterà a posto queste cose. Ora anche giova spargerci

con il profumo di Achemene e con la lira di Mercurio

sollevare i petti dai crudeli affanni,

come cantò il nobile centauro all’alunno adulto:

“O invincibile, nato fanciullo mortale dalla dea Tetide,

ti rimane la terra di Assaraco, che le fredde correnti

del piccolo Scamandro solcano, anche il rapido Simoenta,

da dove a te le Parche con il filo infallibile hanno troncato

il ritorno,né la madre azzurra ti riporterà in patria.

Laggiù ogni male allevierai con il vino e con il canto,

dolci consolazioni della deturpante tristezza.

VERSIONE LETTERARIA
Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose

e una bufera di neve ci travolge; la tramontana

sibila tra gli alberi e sopra il mare. Prenditi, o amico mio,

tutto quello che la vita ti dà e, se ancora le forze decorosamente

ti sostengono, non angosciarti al pensiero della vecchiaia.

Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato

e non parlare d’altro: forse, con il mutare della sorte,

un dio volgerà tutto verso il meglio. Adesso non rimane

che profumarci di essenze orientali e allontanare

dal cuore con la musica l’angoscia del domani.

Queste sono le parole di Chirone, il suo congedo per Achille:

“Giovane invincibile, nato mortale da una dea,

la terra di Assaraco, solcata dalle acque rapide

e gelide del Simoenta e del torrente Xanto, ti attende.

Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno

e neppure tua madre, azzurra come il mare, potrà ricondurti in patria.

Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,

la fugace tenerezza di un conforto

all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

COMMENTO

Si pensa che Orazio abbia scritto questo epodo nell’anno 42 a.C. sul modello del greco Archiloco (nato a Paro nel VII° secolo a.C.) e sul campo di battaglia di Filippi, magari nell’intervallo tra la disfatta militare e la morte di Cassio o addirittura dopo la rotta definitiva dell’esercito di Bruto.

Un’altra ipotesi vuole che questa poesia sia stata scritta nel 41 a. C., proprio quando Orazio si trova in compagnia di altri reduci ed è angosciato dalla sua futura sorte, più che dei mali politici di Roma.

Probabile è il tempo e plausibile è l’occasione.

Il componimento è particolarmente originale e anomalo, dal momento che nel suo sviluppo è privo della violenza giambica, una poesia pacata dal tema epicureo, a lui tanto caro, dell’inesorabile trascorrere del tempo e dell’altrettanto inesorabile evento della morte.

Orazio tenta di sublimare quella tremenda angoscia di morte che esiste soltanto durante la vita, proprio quando la morte non c’è e sempre seguendo e sorbendo il potente farmaco del filosofo di Samo.

Il tempo, la vecchiaia, il vino, il canto e la sorte sono temi oltremodo ricorrenti nel sentire filosofico e poetico di Orazio, oltretutto presenti a larga vena nel suo universo psichico profondo sotto forma di energici fantasmi e di mitiche simbologie.

Orazio proietta le sue umane angosce nel paesaggio invernale dominato da una terribile, quanto naturale, tempesta.

L’inquietudine dei tempi successivi alla disfatta di Filippi, le drammatiche vicende politiche romane, la caduta degli ideali libertari e repubblicani destano un impetuoso ribollimento del suo animo e il furore giovanile si realizza nell’asprezza veloce del giambo.

Pur tuttavia negli “Epodi” il furore civile appare retorico e di poco spessore, così come l’avversione verso personaggi a lui ben noti per i vizi e le viltà, mentre sono sentiti e consistenti i temi dell’amicizia sincera, della trepidazione nei confronti delle persone care, della vita agreste, del pensiero della morte e della conseguente strategia esistenziale di cogliere l’attimo della gioia fugace, dell’oblio e del conforto che il vino offre nel variare lo stato di coscienza e nel risolvere l’angoscia profonda del momento.

Orazio avrà anche atteso durante la stagione invernale attorno al fuoco e insieme ai suoi commilitoni la fine della burrasca politica in Roma, ma nell’epodo considerato è pressante la richiesta all’amico di mettere in tavola buon vino vecchio per allontanare i tristi pensieri, il motivo della fugacità del tempo e della necessità di godere le poche gioie di una vita breve e incerta, richiesta e motivi che richiamano il saggio insegnamento del centauro Chirone, il precettore del piè veloce Achille, di obliare nel vino e nel canto ogni affanno prima di soggiacere alla dura legge del Fato, la tragica sentenza ratificata dalle Moire, Cloto, Atropo e Lachesi, le divinità femminili della morte.

Chirone predice, “cecinit” è un verbo classico delle profezie, al suo allievo la morte immatura nella terra di Troia, “te manet Assaraci tellus”, per favorire la presa di coscienza e l’accettazione della morte riducendo al minimo l’angoscia del figlio della dea marina Tetide e dell’umano Peleo.

Il testo poetico è costellato di motivi filosofici epicurei:

“………………………Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua

et decet…”,

“……………………………Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro…”.

Questi versi rievocano e rielaborano il farmaco di Epicuro sul tema della tirannia del tempo che inesorabilmente fugge e della crudeltà della giovinezza che inevitabilmente sfiorisce.

L’angoscia del domani si risolve nel terapeutico “carpe diem”, nel mancato affidamento al futuro e nel “Cetera mitte loqui…”, “Tralascia di parlare delle altre cose”, una rimozione parziale e metodica, quanto ardua da realizzare.

Si tratta del farmaco epicureo collegato al tempo e all’impossibilità di parlare di esperienze non vissute come la morte, un fantasma psichico dominante in Orazio e un tema poetico ricorrente nella sua poesia.

Ode I, 9, versi 13…18:

“Quid sit futurum cras fuge quaerere, et

quem fors dierum cumque dabit, lucro

appone, nec dulces amores

sperne, puer, neque tu choreas ,

donec virenti canities abest

morosa.”

“Evita di ricercare che cosa accadrà domani, e

ogni giorno che la sorte darà, ascrivilo

a guadagno, non disprezzare i dolci amori,

o giovane, e neanche le ritmate danze,

finché da te fiorente la vecchiaia lamentosa

è lontana.”

Si rileva in questi versi anche il tema della sorte, del destino o del caso che governa la vita di ogni uomo ancora prima dalla nascita, come si desume dal mito platonico di Er, l’eroe armeno morto in battaglia e ritornato sulla terra per riferire agli uomini sull’anima, sulla sorte, sulla scelta, sulla necessità fatale e sulla drammatica funzione delle terribili Moire, la filatrice Lachesi, la tessitrice Cloto e la drastica Atropo, le figlie della Necessità.

Ode I, 11, versi 7 e 8:

“…………………Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

“………………..Mentre noi parliamo, il tempo invidioso

sarà trascorso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.”

L’invito è rivolto a Leuconoe, la donna reale o immaginaria “dalla limpida mente”, una donna innocente o ingenua che Orazio seduce con versi incisivi quanto sintetici.

Ma la mente del poeta non è certamente limpida come quella di Leuconoe, perché il contenuto rivela un atteggiamento epicureo apparentemente sereno di fronte al tempo mortifero, un vissuto ricco di sottile e struggente malinconia.

Ode II, 16, versi 25…28:

“Laetus in praesens animus quod ultra est

oderit curare et amara lento

temperet risu: nihil est ab omni

parte beatum.”

“Lieto del presente l’animo eviti di preoccuparsi

di ciò che è al di là del momento e stemperi le amarezze

con un sorriso sornione: in nulla esiste

una felicità compiuta.”

Un farmaco proficuo e decisamente epicureo sottende un pacato pessimismo e una blanda rassegnazione dettata da un’esperienza di vita ormai disillusa degna di un uomo precocemente invecchiato che ha saputo di sé: la vita è amarezza e la morte risolve prima o poi la sottile e prolungata sofferenza.

La felicità compiuta non appartiene all’uomo e l’atarassia si profila come la giusta terapia nella forma di una felicità imperfetta perché collegata al vissuto intenso del momento.

Ode III, 8, versi 17 e 18:

“dona praesentis cape laetus horae,

linque severa.”

“cogli lieto i doni del tempo presente,

tralascia le gravi cose.”

Orazio celebra la ricorrenza dello scampato pericolo di un albero caduto senza danno per la sua vita e invita Mecenate ad apprezzare i doni del presente come la vera amicizia, il bel conversare e la dolce alienazione del vino.

Anche in questi versi ritorna il tema del tempo ambiguo e dell’atarassia benefica.

Ode III, 29, versi 41…43:

“…………………Ille potens sui

laetusque deget cui licet in diem

dixisse: “Vixi”:……………“

E’ signore di sé

ed è felice chi può dire a se stesso ogni giorno:

“ho vissuto”………….”

L’autonomia psichica e la felicità pacata sono collegate all’intensità delle esperienze vissute giorno dopo giorno e in prima istanza alla capacità di saperle vivere con la giusta misura.

Epistola I, 4, versi 13…15:

“Inter spem curamque, timores inter et iras

omnem crede diem tibi diluxisse supremum;

grata superveniet quae non sperabitur hora.”

“Tra speranze e affanni, tra timori e rancori

pensa che ogni giorno sia l’ultima tua luce;

gradito giungerà il tempo che non hai sperato.”

In questa lettera all’umbratile poeta elegiaco Albio Tibullo, oltre al forte sentimento dell’amicizia, Orazio dona all’amico il giusto consiglio di non affidarsi al trascorrere storico del tempo, quel tempo a tre dimensioni fatto di passato, presente e futuro e necessariamente inaffidabile qualora l’uomo non riesca a ridurre al presente, il presente della coscienza in atto e della vigilanza riflessiva.

Albio Tibullo (nato presumibilmente nel 51 e morto nel 19 a.C.) soffriva di malinconia e nel presentimento della sua precoce morte Orazio tenta con questa epistola di alleviare quel male di vivere a cui non era insensibile per personale connotazione psichica.

Scherzosamente pensa di alleviare all’amico i morsi della depressione non certo promettendogli una vita sicura e beata nell’oltretomba, ma facendogli dono di alcuni precetti classicamente epicurei, la gioia irripetibile del momento, il rifiuto delle illusioni metafisiche e la lucida accettazione della travagliata condizione umana.

E’ anche vero che questa panacea sotto forma di consiglio è rivolta soprattutto a se stesso alla luce della costante ripetizione di questi temi nelle sue poesie, il luogo traslato della sua malinconia nonostante si definisca ironicamente un “porco lindo e curato del gregge di Epicuro”.

Orazio avverte ormai con maggiore insistenza la caduta della vitalità che tenta di compensare con l’acquisita esperienza di vita, per cui questa parabola discendente si sublima in una migliore accettazione del suo destino di uomo e nell’amorosa cura della sua persona.

L’amarezza più acuta e lo scherzo più affettuoso sono il degno tributo alla malinconia dell’amico Tibullo da parte di un amico esperto della vita, una vita a cui bisogna amaramente aderire anche nel momento del declino fisico, la famigerata vecchiaia o l’anticamera della temuta morte.

Convergendo all’analisi diretta dell’epodo XIII bisogna riconoscere che vano è lo sforzo dell’uomo di risistemare le cose che la divinità indifferente ha voluto nel disordine e nell’indeterminato.

Il dolore e la malinconia deformano l’uomo trasformandolo anche nel suo aspetto fisico, per cui il vino e il canto sono i dolci conforti di ogni pena e di ogni angoscia.

Nonostante la crudeltà della natura e della divinità, il farmaco epicureo del “carpe diem” e delle gioie del banchetto è il più indicato per l’angoscia residua legata al fantasma depressivo della progressiva caduta della condizione umana.

La variazione dello stato di coscienza procurata dal vino è purtroppo una momentanea risoluzione dell’angoscia di morte, una tappa a cui deve necessariamente conseguire la razionalizzazione sempre secondo la nota prescrizione epicurea: ”quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”.

La morte non rientra tra le esperienze vissute che si possono elaborare e raccontare, per cui ogni uomo può soltanto vivere la morte in vita, l’angoscia depressiva della perdita affettiva.

Per un’esistenza connotata alla radice dalla malattia mortale il carme I, 7, nei versi 30…32 offre la giusta consolazione.

“O fortes peioraque passi

mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:

cras ingens iterabimus aequor.”

“O forti uomini che avete sopportato insieme a me

mali peggiori, ora con il vino scacciate le angosce:

domani riprenderemo il viaggio attraverso il mare infinito.”

Traduzione, riattraversamento e commento di Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 2000

UN’ALTRA VITA DOPO LA MORTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero con mia madre.
C’era anche mio padre che è morto.
“Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?” gli chiedo.
Lui fa silenzio e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

Questo è il lineare sogno di Felix.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Felix tocca con una semplicità estrema le delicate e sempiterne questioni psichiche della “razionalizzazione del lutto” e della “vita oltre la vita”. Felix ha perso il padre e lo sogna in carne e ossa, con la moglie a fianco e dentro un bel quadretto familiare che ricorda i migliori anni della loro vita umana. Felix lo interroga espressamente su quesiti personali e metafisici e non disdegna di farsi dare, meglio di darsi, la risposta adeguata ai suoi bisogni psichici in atto.
Quello di Felix sembra un sogno pacato e senza angoscia, il classico sogno che dispone verso la “razionalizzazione del lutto”, la consapevolezza della perdita, quando resta soltanto il dolore senza lacrime e il sorriso amaro del sopravvissuto. In effetti, in un primo tempo Felix scarica in sogno il suo “fantasma di morte” destato e riattivato dalla morte del padre, di poi esorcizza la sua “angoscia di morte” sublimandola in un “al di là” consolatorio e confortante.
A proposito di “razionalizzazione del lutto” è opportuno dire che passano minimo ben due anni prima di digerire a livello psichico un trauma di questa portata e che il decorso non è mai spedito anche in quei soggetti apparentemente forti, quelli che non piangono mai.
Il sogno di Felix pone ancora la questione metafisica del “dopo la morte”, la questione naturale su cui la cultura ha costruito e costruisce chiese e religioni, filosofie e teologie, cimiteri e templi.
Il sogno di Felix non è un semplice sogno depressivo di una persona che ha perso il padre e che è in travaglio per accettare la perdita, è un prodotto culturale perché riguarda la soluzione religiosa collettiva del “fantasma di morte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero con mia madre.”

Felix esordisce in sogno con la polivalente figura materna: “madre edipica”, “alleata psichica” del sogno e del sonno, moglie del padre defunto.
Analizziamo queste tre posizioni.
La madre è stata a suo tempo oggetto del contendere di Felix bambino durante la “posizione edipica”. In lei aveva investito tanta “libido” nella vana attesa di un riscontro del suo amore possessivo. Ancora oggi si deduce dal semplice “ero con mia madre” il sapore “edipico” del figlio inteso verso una donna sacra ed enigmatica.
La madre funge da “alleata” in sogno per non incorrere nell’incubo e nel risveglio, oltre che per sviluppare temi delicati come la perdita del padre, un lutto che nella realtà condivide dolorosamente con la madre.
La madre viene usata come rafforzamento e sostegno per mantenere negli argini i livelli emotivi senza che tralignino nell’angoscia dell’irreparabile.
La madre è stata la “moglie del padre”, la figura psichica simmetrica nell’evoluzione psichica di Felix, e con il marito ha condiviso il vivere quotidiano e ha costruito i valori della famiglia.
Chi meglio di lei può aiutarlo in questo arduo e semplice sogno?
Il bambino Felix si porta dietro la mamma, la persona e la figura con cui ha un rapporto privilegiato, per affrontare il travaglio del lutto.

“C’era anche mio padre che è morto.”

La famiglia è al completo e la triade si è costituita come nel massimo dei desideri di Felix: il figlio unico che dispone totalmente dell’amore e della cura dei genitori. Il padre è tornato in vita secondo il classico e universale desiderio umano di vincere l’inesorabilità della morte, una magia che soltanto il sogno può fare. Possiamo ricordare e immaginare i defunti, ma non possiamo rivederli e sentirli e toccarli se non in sogno. Soltanto il sogno scatena i sensi meglio di quando si era vivi e ci permette di vivere anche quell’impossibile che non è stato vissuto in vita. Le emozioni sono più intense e sottili nel sogno rispetto alla veglia. Il desiderio di Felix è stato realizzato dal sogno e il padre è tornato in vita. Per la Logica consequenziale vige la contraddizione di un padre vivo in sogno ma morto nella realtà. Quel che conta è la realtà onirica, le modalità del benefico e benemerito “processo primario”, la creatività democraticamente e universalmente depositata in tutti gli uomini al di là delle culture e dei suoi derivati. Da svegli la morte può essere investita dalla memoria, ma il ricordo allevia il dolore e non offre le sensazioni del sogno.
Felix ha il padre vivo dentro, ma ha anche qualche conto sospeso con se stesso, per cui pone delle domande di un certo spessore a testimonianza dei suoi bisogni profondi di “sapere” e di dare respiro ai suoi dubbi metafisici. Il sogno assolve essenzialmente la funzione di alleviare l’angoscia del suo “fantasma di morte”, ma non si esime dal comunicare le verità possibili, pulsioni e desideri di onnipotenza.

“Sei tornato in vita?”

Inizia la sequela delle domande, una maniera interessata di ridurre l’angoscia nel sogno e nella vita vigilante. Un padre defunto e tornato in vita ha da comunicare tante verità perché è più “avanti”, come si suol dire nel gergo giovanile, di chi ancora è rimasto nelle dimensioni spazio-temporali di questo misero mondo. Il “sei tornato in vita” è l’espressione del desiderio profondo e onnipotente di riavere il padre in carne e ossa. Ma purtroppo dall’aldilà sono tornati in pochi a raccontare le verità intorno alla morte: Er l’armeno nel dialogo Repubblica di Platone, Ulisse nell’Odissea di Omero, Dante nella sua Divina commedia e qualcun altro che in questo momento non ricordo.
Esiste in Felix la consapevolezza che il padre è morto e questa presa di coscienza dispone a dire che il processo di “razionalizzazione del lutto” è abbastanza avanti. Più che l’affetto, vige la sorpresa e la curiosità. Si ha la sensazione che il ritorno in vita del padre infastidisca Felix perché ripropone le difficoltà relazionali edipiche del passato.

“Ma non eri morto?”

Dubbio amletico o trionfo della Logica aristotelica!
Felix non proietta aggressività nei confronti del padre augurandogli la morte, ma ha la piena consapevolezza che il padre è partito e non può ritornare. Il sogno, pur tuttavia, gli offre la possibilità di riparare eventuali sensi di colpa e di rivisitare la figura paterna in funzione nostalgica. In ogni caso il rivedere il padre vivo in sogno assolve anche e soprattutto il bisogno di vincere la morte e l’angoscia collegata al non senso di una vita che si conclude nel nulla, anche se eterno.

“Esiste un’altra vita dopo la morte?”

Felix ha risuscitato in sogno il padre per assolvere i suoi dubbi e le sue perplessità. Pone una domanda metafisica sull’aldilà, sulla possibilità che la vita non finisca nella morte e che ci sia una continuazione nella vita terrena: un inferno, un paradiso, un purgatorio, una regione celeste contrassegnata dall’eternità, dall’assenza della morte, dal godimento più godereccio, dalla massima tranquillità dell’anima.

“Lui fa silenzio”

Il “silenzio” è un attributo crudele della morte in vita e forse della morte. Ma essendo vivo, il padre, secondo i bisogni di Felix, è costretto a rispondere e a dare una soluzione ai quesiti psichici e metafisici del figlio. In ogni caso è bene precisare ancora una volta che sono tutti bisogni di Felix quelli che evidenzia il sogno: rivedere il padre, risuscitarlo, risolvere l’angoscia del “nulla eterno” o del dopo la vita.

“e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

La “calma”, specialmente se è “assoluta”, è un altro attributo della morte o quanto meno della caduta della vitalità. Il “nirvana” o “l’atarassia”, assoluta assenza di affanni, sono doti sovrumane proprio nel senso letterale del termine, vanno sopra l’umanità dell’uomo. Felix, per esorcizzare la sua angoscia di morte e del nulla eterno, fa rispondere il padre con la verità allettante che esiste un’altra vita, che non si muore del tutto e che ci si evolve in altre dimensioni. Felix è un praticone e un utilitarista perché approfitta del sogno e della morte del padre per ridurre la sua angoscia di morte e per risolvere i sensi di colpa nei riguardi del padre. Non dimentichiamo che chi muore lascia inevitabilmente in eredità, oltre i beni materiali, i sensi di colpa del “cosa averei potuto fare e non ho fatto per lui o per lei” e similar compagnia cantante.

PSICODINAMICA

Il sogno di Felix svolge la classica psicodinamica in riguardo al senso del vivere e del morire approfittando dell’evento drammatico e luttuoso della morte del padre. Inoltre, esorcizza le angosce depressive della fine e le sublima nell’esistenza di un’altra vita dopo la morte, anzi dopo la vita.
Da rilevare che si tratta anche di una maniera di razionalizzare il lutto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica razionale e basata sul principio di realtà dell’Io” è ben visibile in “mi risponde e mi dice”.
L’Es o istanza pulsionale è presente in “Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?”.
L’istanza Super-Io si manifesta in “c’era anche mio padre”; il padre è il classico simbolo del limite e della censura.
Il sogno di Felix evoca la “posizione psichica edipica” con il suo ricostituire la triade “padre-madre-figlio”.
La “posizione genitale” si evince nelle convinzioni e convenzioni culturali in riguardo alla morte e al “post mortem”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel sogno di Felix sono presenti i meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “madre” e “padre”, dello “spostamento” in “morto” e “morte”, della “drammatizzazione” in “Lui fa silenzio”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione” è presente in “c’è un’altra vita dopo la morte.”

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Felix evidenzia un tratto depressivo, sensibilità alla perdita, in una cornice prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e dipendenza psichica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Felix è discorsivo e contiene pochi simboli e un solo fantasma, per cui le figure retoriche sono usate con parsimonia. La “metafora” si intravede in “madre” e “padre” al posto di affetto e potere, la “metonimia” è presente in “morte” e “vita” e “silenzio” e “calma assoluta”.

DIAGNOSI
Il sogno di Felix manifesta carenze e dipendenze affettive in associazione a una sindrome di angoscia depressiva.

PROGNOSI
La prognosi impone a Felix di acquistare autonomia psichica e di concepire la fine e la perdita come fattori naturali dell’evoluzione biopsichica. E’ necessario che tenga sotto controllo il “fantasma di morte” al fine di vivere la vita con la giusta filosofia: ottimismo e ironia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nella sindrome depressiva con grave caduta della qualità della vita e pesante pregiudizio delle relazioni significative a causa di ossessioni paranoiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Felix è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Felix, “resto diurno”, si attesta nel processo di “razionalizzazione del lutto” che è in corso. Inevitabilmente il ricordo del padre è deputato alla formazione del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Felix è logico-discorsiva. Si nota la scarna simbologia a testimonianza della concretezza pragmatica del sognatore.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Felix propone il tema della morte e dell’ineludibilità della fine, nonché l’associata soluzione dell’onnipotenza.
Mi pregio di richiamare ancora una volta Epicuro e la sua terapeutica sintesi, “finché c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”: la morte non è un’esperienza vissuta di cui poter dire e tanto meno parlare.
Ma la morte si può offrire in metafora, in metonimia, in allegoria…insomma della morte si possono occupare i benefici “processi primari”, quelli del sogno e della poesia.
Alla bisogna offro un mio riattraversamento in parole di “Samarcanda” e, di seguito, la canzone del professore cantautore Roberto Vecchioni nella versione eseguita in compagnia del menestrello Angelo Branduardi.
Ognuno viva, come gli pare e aggrada, la propria Samarcanda, ma… occhio all’onnipotenza!
Sempre!

A sinistra il testo di Vecchioni, a destra la mia versione.

DECODIFICAZIONE IN PAROLE
SAMARCANDA

Ridere, ridere, ridere ancora,                La vitalità era isteria di vivere,
ora la guerra paura non fa                    il conflitto è un buon pane casereccio
condito con le olive.
Brucian le divise nel fuoco, la sera;      Il gioco dei ruoli non funziona più;
tu dimentichi chi sei,
brucia nella gola vino a sazietà;           variando continuamente lo stato di
coscienza e ti frastorni
musica di tamburelli fino all’aurora.      fino a far nascere in te quella parte
che non hai mai recitato.
Il sodato che tutta la notte ballò,          La tua fu la guerra di Piero e a nulla
valse il fanatismo
vide tra la folla quella nera signora,     quando ti accorgesti che la morte
cercava proprio te.
vide che cercava lui e si spaventò.      La paura fu tanta e l’orgoglio quasi
niente.
Salvami, salvami grande sovrano.       Padre mio, aiutami!
Fammi fuggire, fuggire da qua.            Aiutami e non mi abbandonare!
Alla parata lei mi stava vicino              Nella mia vita mi sono sempre
ricordato della morte,
e mi guardava con malignità.              ma lei è stata tanto cattiva con me.
Dategli, dategli un animale,                Voglio la vitalità, tutta la forza dei
miei istinti,
figlio del lampo, degno di un re.          la follia di un uomo unico ed
eccezionale.
Presto, più presto perché possa scappare    Ancora una volta sia pronta la fuga
dategli la bestia più veloce che c’è.               in groppa all’anarchia.
Corri cavallo, corri, ti prego;                          Frastornati ancora, forza!
fino a Samarcanda io ti guiderò, –                 illuditi di avere trovato finalmente
l’amore di una donna,
non ti fermare, vola ti prego,                         buttati a capofitto in una vecchia
avventura
corri come il vento che mi salverò.               per subire nuovamente la vertigine
della vita.
Oh oh cavallo, oh oh cavallo,                      “Avia nu sciccareddru,
ma tantu sapuritu,
a’mia mi l’ammazzaru
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru di lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
Fiumi, poi campi, poi l’alba era viola,         Forza, coraggio e una realtà tutta da
vivere;
bianche le torri che infine toccò                  innocenti ed effimere sono le
conquiste,
ma c’era tra la folla quella nera signora     dal momento che non hai mai
dimenticato quella morte
e stanco di fuggire la sua testa chinò:        a cui indolente ormai ti inchini.
“Eri tra la gente nella capitale;                    Ma tu, o morte, non appartenevi agli
altri?
So che mi guardavi con malignità.             Perché sei stata così cattiva con me?
Son scappato in mezzo ai grilli                  Mi sono perso nell’utopia, nella triste
ricerca di un luogo
e alle cicale,                                              tanto decantato che non esiste;
son scappato via, ma ti ritrovo qua !”        adesso, da fallito, ti ritrovo fuori
dalla porta.
“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato.           “Ti sei illuso anche in questo,
caro rivoluzionario.
Io non ti guardavo con malvagità;            Io non ho nessun motivo per essere
crudele con te;
era solamente uno sguardo stupito:        ero soltanto meravigliata del fatto
che tu mi cercavi
cosa ci facevi l’altro ieri là ? in ogni luogo e in ogni tempo.
T’aspettavo qui oggi a Samarcanda;       L’appuntamento giusto era proprio
questo
eri lontanissimo due giorni fa.                 e tu stavi quasi per mancarlo.
Ho temuto che per ascoltar la banda     Ho avuto paura che per frastornarti
ancora
non facessi in tempo ad arrivare qua.”  perdessi il tuo luogo e il tuo
momento.”
Non è poi così lontana Samarcanda,    Non è poi così difficile morire,
corri cavallo corri di là;                          la vita stessa ti ci porta naturalmente;
ho cantato insieme a te tutta la notte,  dopo il canto del cigno
corri come il vento che ci arriverà.        troverai la tua vera dimensione vitale.
Oh, oh cavallo, oh, oh cavallo…           “Avia nu scicareddru,
ma tantu sapuritu,
a ‘mia mi l’ammazzaru,
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru ri lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
“Avevo un asinello tanto grazioso,
me l`hanno ucciso,
povero il mio asinello.
Che bella voce aveva,
sembrava un grande tenore,
asinello bello del mio cuore
come posso dimenticarti.”

 

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di marzo dell’anno 1987

Salvatore Vallone