CAREZZA DEL VENTO

07 / 12 / 2.000

Ieri, mentre ero in attesa del vaporetto sopra la zattera ballerina della laguna, ho visto davanti a me due maschi, maturi negli anni, che si tenevano per mano con una tenerezza infinita e senza destare particolare scandalo.

Era decisamente una coppia omosessuale anche per chi non voleva capirlo.

Ho subito pensato che una coppia normalmente eterosessuale non esprime la stessa semplicità negli affetti e la stessa tenerezza negli atteggiamenti.

L’amore trionfava con naturalezza e in maniera disinibita su tutti i cumuli di pregiudizi che riempiono il tempo della storia umana.

Mi sorprendevo nell’avvertire un vago sentimento di gelosia che sentivo affiorare di tanto in tanto dal confine della mia coscienza e quasi ad esprimere il desiderio di un amore felice, un amore di qualsiasi tipo, ma decisamente felice.

Ho pensato a Marcos e mi sono raffreddata; ho capito, allora, che anche questo gelo non era caduto a caso sopra di me e non era riposto a caso dentro di me.

La scena dei due uomini innamorati non era solo mia.

Una vecchietta mi stava a fianco e li guardava scotendo la testa in segno di disapprovazione o quanto meno di dubbio; quando il disgusto è arrivato sopra le orbite dei suoi occhi stanchi ed è scoppiato fuori dalle spesse lenti che incorniciavano il suo viso rattrappito, allora in perfetto dialetto veneziano e in cerca di consenso ha detto a se stessa con noncuranza e sicurezza: “lori i se ciama gay, ma par mi son sempre recia”.

Le sue idee e i suoi valori erano di nuovo in salvo; dopo di lei poteva anche arrivare il diluvio universale.

L’osservazione è stata gustosa per i presenti specialmente perché è uscita da quella bocca e in quel modo.

Niente di morale o tanto meno di moralistico si celava nell’espressione genuina della vecchia, ma dal suo sincero giudizio trapelava la giusta difesa del modo in cui era stata costretta a impostare la sua vita nella persona e nel modo di amare.

In questa circostanza ho avuto ancora una volta la conferma che gli occidentali sono malati nel profondo di quella parte che chiamano anima; a parole, soltanto a parole si dicono e si dichiarano evoluti, tolleranti e civili e ostentano l’orgoglio di questa loro pretesa emancipazione, ma nei fatti sono pieni di pregiudizi e di rancori come una suora in menopausa.

A loro giustificazione ho tirato in ballo il conflitto con cui vivono il corpo e la sessualità, un travaglio e un senso di colpa causati dalla religione che a modo loro praticano.

Di questi tormenti, oltretutto, ho avuto modo di diventare esperta nell’esercizio del mio primo lavoro.

La religione cristiana dichiara peccato mortale qualsiasi atto che rientra nell’erotismo, mentre la sessualità è ammessa soltanto se serve a ingravidare una donna o almeno se c’è l’intenzione precisa, da parte del maschio naturalmente, di essere un fedele servitore del genio della specie.

Il vero valore è la verginità e la scelta sessuale migliore è l’astinenza; se proprio non sei capace e ti si rivoltano gli ormoni dentro le ghiandole, dimostra almeno tutta la tua fertilità.

Maman Immè era atea, ma in questo settore era una perfetta cristiana.

Io, invece, per i miei trascorsi burrascosi sono da spedire direttamente all’inferno passando per la porta principale e senza attenuanti.

Eppure io, una povera negra africana, ho sempre capito la scelta omosessuale e sono felice di essere stata e di essere ancora oggi priva di incrostazioni morali sul corpo e di pregiudizi religiosi sulla sessualità.

Ricordo che nella mia tribù con la solita indifferenza si lasciava agli adolescenti la possibilità di trovare naturalmente la propria identità sessuale e nessuno interveniva di fronte alla scelta da parte di un maschio di solidarizzare con le femmine.

Nel gioco dei ruoli e delle identificazioni i bambini avevano anche il privilegio di scegliere e gestire la propria sessualità, mentre le bambine erano costrette a essere femmine; per loro non c’era spazio alcuno per la ribellione e la diversità.

Io, una povera negra africana, sono decisamente più aperta nel capire l’omosessualità rispetto ai bianchi, bigotti, retrogradi, incivili e intolleranti.

Nella mia lunga missione di puttana ho maturato una specializzazione “honoris causa” in psicologia clinica e in psicoterapia.

Uomini soli, impauriti e in qualche modo malati si presentavano davanti alla mia persona per avere il mio corpo e inizialmente parlavano tantissimo, di poi si lasciavano fare da me perché non sapevano farmi da sé, pagavano soddisfatti, andavano via tristi, ritornavano sempre e prima o poi immancabilmente si innamoravano di brutto o alla grande soltanto perché questo era il loro bisogno profondo, la loro malattia e la loro cura.

Io avevo cura della loro persona in ogni senso e attraverso il mio corpo disinibito e nudo filtravo la coscienza del loro corpo umiliato, oggetto di dolore, e facevo maturare il riconoscimento di un desiderio senza colpa e senza peccato in un corpo oggetto finalmente di amore e di piacere e non di odio e di disprezzo.

Tutti gli uomini che mi seguivano nel trasporto dei sensi assaporavano questo tragitto, dimenticavano anche quella ricchezza con la quale si illudevano di comprarmi e che in effetti serviva loro soltanto per mettere insieme i pezzi e ricomporre la carcassa.

Io sento di aver sempre dato tanto affetto e non solo quel piacere sessuale che ognuno di loro si era negato per educazione o per stupidità.

A volte era difficile capire dove cominciava il dono dell’affetto e dove finiva la tariffa del sesso, ma insieme si sentiva che la cosa era bella e non si riduceva allo squallore di una nuda e reciproca prostituzione.

Con queste riflessioni dentro la mente mi sono imbarcata sul vaporetto e sono anche approdata nel punto giusto per infilarmi nella calle che sfocia in campo san Polo e in perfetto orario per l’appuntamento con il solito notaio Marino Martini al numero civico duemila settecentosessantaquattro di campo san Polo.

Il pessimo tanfo di tabacco mi ha accolto insieme alle dita ingiallite del legale rappresentante dello stato italiano, il funzionario che viaggia a fior di quattrini senza fare alcuna fatica e soltanto per il fatto che esiste al posto di un altro che c’è, ma non si vede.

So che gli strizzacervelli sono imperturbabili e tremano soltanto di fronte a un film di Paolo Villaggio o di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per cui passo a leggere la copia della lettera che ho depositato presso il notaio Martini, un atto destinato anche alla sua persona dopo l’eventuale mia morte.

Sono commossa solo per ciò che significa dentro di me quello che vado a comunicarle.

Venezia 01. 12. 2.000

Io sottoscritta Jasmine Ainè in Tirindelli, detta Ascingha, nata a Marsiglia il nove (9) dicembre (12) del millenovecentosessantuno (1961), cittadina italiana e residente in Venezia nel sestriere Canaregio presso il sottoportego Corte Nova al numero civico settecentosessantanove (769), nella piena facoltà di intendere e di volere mi sono presentata presso lo studio del dottore Martini Marino, notaio in Venezia, situato in Campo san Polo al numero civico duemilasettecentosessantaquattro (2.764) e in sua presenza con testimoni la signorina Martignago Marina e Benedetti Carla ho dettato le seguenti volontà limitate temporalmente a nove mesi dalla data apposta in alto a sinistra del presente documento.

Dispongo

che in caso di mio decesso per suicidio lungo la linea ferrata che da Venezia porta a Conegliano, il dottor Vallone Salvatore, psicologo e psicoterapeuta in Pieve di Soligo, via Aldo Moro al numero civico trentotto (38) con codice fiscale VLLSVT47A19I754U, provveda per la cremazione della mia salma, per il trasporto delle ceneri in vaso di terracotta grezza in Sierra Leone e per la loro dispersione presso le foreste dei monti Loma e possibilmente nelle adiacenze di una grotta.

Per tale necessità consento al suddetto il prelievo della somma di lire trenta milioni, (30.000.000), e degli interessi maturati dal conto corrente numero settantasettemila ottantanove, (77.089) da me acceso e intestato a mio nome presso la banca popolare di Venezia, agenzia numero quattordici, (14), situata in Campo dei santi Pietro e Paolo e munito di parola d’ordine per la riscossione.”

Seguono la mia firma, quella delle testimoni e del notaio in attestazione dell’autenticità e della legalità dell’atto; trascuro i bolli e il costo dell’operazione.

Il suo codice fiscale l’ho prelevato dalle fatture e so che non è un reato.

Adesso non mi resta che comunicarle la parola di accesso al conto: “pinguin”.

Ha capito bene ?

Pinguin” !

Se lo fissi bene nella memoria: ”pinguin”.

Un capitano di lungo corso, un triestino e un mio affezionato amico oltre che puntuale cliente ogni volta che il suo traghetto gettava le ancore nel porto di Venezia, mi raccontò durante una notte d’amore che, quando una nave risponde a un S.O.S. e accorre in aiuto di quella che si trova in pericolo, i marinai ricevono un premio chiamato per l’appunto “pinguin”.

Questo nome mi ha colpito e ho pensato di attribuirlo al conto corrente, ma la scelta non è avvenuta, come al solito, a caso.

In questo studio penso di aver trovato la chiave per la comprensione della mia persona e della mia vita; in questo studio ho conquistato il premio per il salvataggio della nave che mi ha trasportata schiava in Italia.

Sembrava necessario e pronto un bel naufragio per il puzzolente “suregai”, ma anche quel bastimento ha recuperato nel tempo un senso positivo.

Eppure sento ancora molto forte il richiamo della morte e lo vivo come una liberazione dal male oscuro della depressione, quel dolore dentro che mi annienta e non so fronteggiare.

Ma il suicidio non è il giusto premio per i guerrieri più valorosi, non è un “pinguin” per i marinai più coraggiosi: la morte non è un premio, ma una condanna.

La morte vera e giusta è quella che fa rinascere a nuova vita.

Io sono convinta di aver fatto un bel viaggio tra le colline trevigiane e di essere pronta a camminare con le mie fragili gambe di gazzella tra le calli di Venezia e tra le piste della Sierra Leone.

Che queste mie affermazioni siano un delirio, non lo escludo, ma è sicuro che questo è l’ultimo che esterno in questa stanza e in sua presenza.

Chiudo la mia cosiddetta terapia e non verrò più a trovare il suo studio e la sua persona, oltretutto mi sono innamorata dei suoi rispettosi silenzi e rischio di soffrire ancora di più, per cui preferisco ritornare in laguna e porre fine ai miei viaggi nella terraferma e nella memoria.

Il tempo, nove mesi ossia il tempo di una gravidanza, dirà se lei è stato il mio Salvatore di nome e di fatto o se sarà il mio becchino.

Mi creda, solo lei poteva capire questo mio desiderio e ho intuito che dietro il suo silenzio si cela un uomo libero, ricco di spirito e di ironia.

Mi mancheranno le tante parole rimaste dentro le sue labbra carnose e il sorriso sornione di chi ascolta con la sicurezza consapevole che la rotta intrapresa è quella giusta.

Sono pronta a riscuotere il mio “pinguin”.

Quello che voleva dirmi lo lasci anche oggi dentro la sua bocca e possibilmente dentro il suo cuore in ricordo di Ascingha la negra.

So che la dimenticherò facilmente e so anche che mi mancherà moltissimo.

E’ stato bello ricordare in sua compagnia.

La saluto ed esco da questa stanza, un luogo che mi era diventato addirittura familiare, senza aver la pretesa di stringerle finalmente la mano.

Adieu, monsieur le docteur, adieu, adieu !

CAREZZA DEL VENTO

30 / 11 / 2.000

Ogni settimana mi reco immancabilmente al cimitero per far visita a quello che resta su questo mondo della grande maman Immè, l’unica donna che sento madre, mia madre, con il cuore e con la mente.

L’unica cosa che maman non ha potuto fare è partorirmi, perché era vergine, signorina fiori d’arancio e di pelle bianca, odiava gli uomini e di mese in mese ha lasciato che le sue uova immacolate si perdessero nella discarica avvolte in un panno di lino o nella fogna della laguna mentre faceva pipì.

Ogni settimana, per promessa e per amore, vado in cimitero a trovare la tomba che contiene la carcassa ormai consunta di una grande donna, di una signora che in vita è stata una gentildonna, generosa ed egoista nella giusta dose.

Venezia è una città del tutto originale, unica al mondo come i suoi abitanti, uno strano santuario odoroso di sacro e di profano, la meta di allegri pellegrini che vengono da tutto il mondo per farsi spennare come polli di primo pelo, una fogna a cielo aperto nei giorni in cui lo scirocco tira fuori dall’acqua tutto il fetore delle pratiche intime, il fuoco degli obiettivi con flash incorporato di infinite macchine fotografiche strette nelle piccole mani di uno sciame di giapponesi.

Non vorrei aggiungere altro in assoluzione o in condanna dell’imputato, ma soltanto precisare che in tanta bontà o in tanta malora il cimitero non poteva essere diverso dal resto della città: un posto particolare e tranquillo che sta in piedi da solo con le croci di pietra bianca e con gli angeli della morte sopra un’isola in mezzo alla laguna, un’isola che soffre, come tutte le altre isole, del male oscuro dell’acqua alta.

Quando il vento di tramontana spinge il mare dentro gli argini dei bastioni e piazza San Marco in tutto il suo splendore e con tutti i suoi tesori va sott’acqua, anche il cimitero viene inondato con tutta la superbia delle sue tombe e tutta la miseria dei suoi morti.

E’ impressionante vedere le croci e gli angeli affiorare dall’acqua dentro un’isola ricoperta di un liquido verdastro e stranamente limpido.

Se poi pensi che con le tombe anche le salme sono possibilmente finite sott’acqua, allora senti nelle tue ossa ancora vive un senso di freddo che lentamente diventa gelo e capisci tutti quei veneziani che hanno scelto i loculi più alti o la cremazione per chiudere in bellezza e al caldo questa strana vita.

Finire da morto al quinto piano, quando in vita hai sofferto di vertigini e desiderare di essere ricordato dai parenti quando in vita nessuno si è mai preso cura di te, è una necessità psicologica e un bisogno fisico; da qualche parte e in qualche modo devi finire semplicemente perché non puoi scomparire del tutto e nel nulla.

Povera maman Immè, povera la mia maman !

Povera maman tutta bagnata !

Chissà quanto freddo avrà, specialmente di notte e senza la benedetta coperta termica che riscaldava le sue ossa e senza la sua Ascingha che correva premurosa a ogni richiamo del campanello.

Negli ultimi anni di vita maman era tanto preoccupata per questa impietosa invasione del mare veneziano nel territorio dei morti e aveva voluto per il suo involucro una tomba in marmo di Carrara perfettamente sigillata, una tomba degna di una gentildonna con le lugubri sculture degli angeli alati nelle parti laterali, ma ripeto sigillata, una tomba a chiusura ermetica come i barattoli del caffè per non essere costretta a morire due volte, la prima in base al corredo genetico e la seconda per annegamento.

Maman non aveva minimamente considerato da veneziana purosangue di farsi tumulare in terraferma; odiava i veneziani rinnegati che per avere un comodo bagno con bidet o per curare l’artrosi si erano trasferiti a Mestre o nei dintorni.

La terra di Marco Polo era ancora viva e bisognava tenerla in vita con dignità e con decoro non solo per i turisti, ma soprattutto per i veneziani; i primi erano necessari per dare lustro ai secondi.

Maman aveva speso fior di milioni per questa tomba speciale e dopo averla vista finalmente ultimata in tutto il suo splendore, aveva detto con ironia che era meravigliosa ma che aveva un solo difetto, quello di essere la casa elegante e sicura di una donna morta.

Era tremendo per lei conoscere con precisione il posto dove gli altri avrebbero depositato il suo povero corpo ormai senza vita.

Una volta appagato il suo amor proprio e una volta risolta l’angoscia di essere dimenticata, maman non aveva voluto più andare in cimitero a rivedere la sua ultima dimora o a visitare i suoi morti nel giorno comandato del due novembre; quando cadeva la commemorazione dei defunti, maman immancabilmente si ammalava delle più strane e sconvolgenti malattie, ma io avevo ben capito che in effetti non sopportava di sapere dove sarebbe andata a finire da morta e tanto meno se di tanto in tanto i suoi amati resti sarebbero andati sott’acqua e se di tanto in tanto i suoi amati avanzi si sarebbero sciupati o conservati meglio sotto il fango della laguna veneziana.

La mia maman conteneva l’angoscia della morte semplicemente non frequentando le chiese e non bazzicando i cimiteri, dimenticando i tristi luoghi della fine e i tristi tempi del distacco; quando si sentiva più vicina al doloroso passo e al triste momento, dalla sua bocca prendevano il volo immancabilmente, come i piccioni dal campanile di san Marco al richiamo del granoturco, i vaghi discorsi sul rispetto da portare necessariamente ai defunti e i precisi ricatti morali sulla riconoscenza che io le dovevo e soprattutto da morta.

Queste erano le sue interessate prescrizioni: almeno una visita la settimana e le rose rosse sulla tomba, soltanto le rose rosse, perché quelli erano stati i suoi fiori per tutta la vita.

Per maman tutti i fiori erano belli, ma le rose erano gli unici fiori degni di questo nome e soprattutto le rose rosse.

Per questa necessità aveva anche lasciato un cospicuo conto in banca a mio nome, perché era sicura che io ero la sola e ultima persona al mondo che avrebbe mantenuto fede alla promessa e che io ero la sola e ultima persona al mondo che sarebbe andata puntualmente a trovarla ogni settimana in cimitero con l’alta marea o con la bassa marea, con lo scirocco o con il borino, con la bronchite o con la diarrea, con lo sballo isterico o con la morte nell’anima.

In questo aveva ragione perché mi aveva educata e sensibilizzata ben bene ai ricatti affettivi.

Dei suoi parenti e dei suoi affini giustamente non poteva fidarsi, perché da tanto tempo aveva capito sulla sua pelle che gli eredi naturali si sarebbero impipati alla grande dei suoi bisogni psicologici e tanto meno delle sue disposizioni.

Maman non era tenera con nessuno e quello che pensava non lo mandava a dire con gli ambasciatori, te lo sputava nel piatto proprio mentre mangiavi; per quanto riguarda quello che il suo cuore sentiva e voleva esprimere, quest’argomento è rimasto sempre ignoto come i martiri della guerra e avvolto da sacro pudore anche se io, alla fine, penso di averlo capito.

E così ho preso il vaporetto, la linea quattro per la precisione, e mi sono recata come ogni settimana in cimitero armata di sacro rispetto e senza tanti fronzoli per la testa, munita di quel giusto sentimento che da viva maman meritava, che da morta merita e meriterà sempre.

Ma qual’è il giusto sentimento ?

Ecco, mentre mi trovavo nel vaporetto, la linea quattro per la precisione, e guardavo dal finestrino l’acqua verdastra della laguna sono arrivati i fronzoli, i tanti fronzoli che affollano di tanto in tanto la mia mente e che avevo accuratamente messo da parte nello sgabuzzino; mi ero augurata di non tirarli fuori almeno in questa giornata che di per se stessa è tutta dedicata al dolore del ricordo, più che ai morti o a quelli che si sono imbarcati per chissà quale destinazione.

E così i miei fronzoli sono partiti con l’immagine di quella gentildonna aristocratica e sono approdati alla sua superbia, un orgoglio senza fine che anche da morta traspariva senza stonare in quella foto che lei stessa aveva scelto da tempo per la sua tomba: una fotografia a colori che rappresentava la grazia di una signorinella fiori d’arancio e il cipiglio di un generale in pensione.

E così i miei fronzoli sono partiti dal ricordo della sua generosità e sono arrivati al fascino ricattatorio che esercitava su di me; a quella donna non avevo mai saputo dire di no da quel giorno in cui mi disse che cercava proprio me, che mi aspettava da tempo, che ero benvenuta nella sua casa, che sarebbe stata molto severa con me, che sarebbe stato molto duro vivere con lei, ma che tutto questo era necessario per il mio riscatto e che il gioco valeva sempre la candela.

Mentre maman nutriva la pretesa di concedermi la possibilità di una rinascita umana e sociale, io per difendermi da tanto bene e da tanto male, piovuti all’improvviso e stranamente da un grigio cielo veneziano, pensavo alla sua cospicua disponibilità finanziaria: quella mi serviva e quella mi avrebbe salvato.

E così i miei fronzoli sono arrivati a tutte le volte che mi difendevo dalla sua insolenza e la trattavo da rimbambita per affermare la mia dignità ancora una volta infranta, sia pure per amore.

Ma tu vai a capire che si tratta di amore ?

E allora ti viene voglia di maltrattare la vecchia maledetta nelle cose in cui tu hai potere e possibilmente rubi sul resto della spesa o aumenti la dose del sonnifero, sputi dentro la minestra o le fai le boccacce di nascosto, le auguri una brutta morte o desideri sperperare tutti i suoi soldi in un sol boccone nel famigerato casinò sottocasa.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutta quella gente che hai incontrato nella tua vita e che voleva redimerti come se tu fossi Maria Maddalena, ma che in effetti aveva soltanto bisogno della tua patata e non aveva alcun rispetto della tua persona.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quei clienti che volevano redimerti come se tu fossi ancora la sorella di Maria Maddalena, ma che in effetti avevano solo bisogno, se erano capaci, di montarti addosso per un pugno di dollari e con l’egoismo dei bambini dimenticati in un orfanotrofio o nella giungla africana.

Sempre con i fronzoli nella mente pensi e ripensi a tutti quegli uomini bianchi che da piccola nella foresta ti curavano una ferita toccandoti in maniera strana dove non sentivi male o che ti chiedevano un bacino e altro in cambio di un bonbon.

E mentre con i fronzoli nella mente pensi e macini a ruota libera tutti i tuoi strani pensieri, ti accorgi che stai guardando con un fascino particolare l’acqua verdastra e fredda della laguna, che stai fissando con una strana eccitazione l’acqua infida e gelida della laguna, che per fortuna hai i piedi ben saldi sul fondo del vaporetto, un vaporetto che, scivolando dolcemente sull’acqua, ti sta portando nel cimitero più strano del mondo.

I fronzoli nella mente ti fanno pensare per un attimo che potresti tuffarti e morire sotto il peso dei sensi di colpa e del fango, ti fanno pensare che stai per morire immersa nell’abbraccio dell’acqua fredda della laguna, dentro l’acqua torbida dei canali, quell’acqua che attrae e uccide con la sua viscida mollezza, quell’acqua che ti unge come l’olio santo del prete e nello stesso tempo ti infanga, ti opprime, ti toglie il respiro trascinandoti verso il basso; tu, finalmente, non fai niente per contrastare ciò che hai deciso che deve accadere.

Con i fronzoli nella mente pensi e ripensi che ti sei buttata nel canale e sei ormai ricoperta dall’acqua e stai annegando, che sei sfinita e devi uscire da qualche parte, devi uscire dal tuo corpo per respirare in qualche modo e per liberarti dal peso dell’oppressione.

L’acqua torbida dei canali di Venezia attrae e uccide chi vuole essere ingoiato dal fango; anch’io, come maman, a questo punto sarei morta e sarei sott’acqua.

I fronzoli della mente sono arrivati nei miei pensieri e ho desiderato intensamente il suicidio, ma ho anche pensato che è tremendo e macabro sapere da vivo dove vai a finire una volta che sei partito da questa vita e ancora una volta ho dato ragione a maman.

Il suicidio è un remare contro e contro natura, un controsenso soprattutto basato sull’illusione di restare in qualche modo quello che eri da vivo anche se non hai più il corpo, perché lo hai lasciato sotto l’acqua dei canali o del balordo cimitero di Venezia.

Quando sei morto non hai più la memoria perché non hai più il cervello; la tua storia la raccontano a modo loro i tuoi figli ai nipotini, se hai scelto e avuto la fortuna di metterne al mondo per ripetere la tua disgrazia.

Senza cervello io non potrei essere più Ascingha e allora scelgo di continuare a vivere perché ho ancora tante cose da fare e da dire.

Se penso che maman si era addirittura da anni preparata il corredo funebre, gli abiti da indossare una volta morta, e lo aveva ben riposto con i gioielli nel primo cassetto del canterano, oggi riesco a capire gli uomini primitivi e la pietà di chi resta a vivere: l’illusione di chi muore si sposa con il culto di chi rimane.

Chi ha imparato a sopravvivere sa cosa significa vivere e vivere tutto e tanto.

Chi ha imparato a sopravvivere è un uomo solo, perché ha come esempio soltanto se stesso; tutto il resto, anche se non è in più, decisamente non serve.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

23 / 11 / 2.000

Spesso mi capita di sognare a occhi aperti.

Nonostante quello che ho vissuto, non sono diventata arida e disincantata, per cui mi capita di sognare in piena coscienza e direttamente da sveglia.

Ancora oggi mi emoziona pensare all’amore, all’amore della mia vita e a quella vita d’amore mai vissuta insieme a Marcos e che avrei voluto vivere soltanto insieme a lui.

Ancora oggi compro ogni settimana i fiori al mercato di Rialto per addobbare la mia casa e la mia tavola da pranzo.

Sarà un segno di benessere o di disperazione ?

La verità sta sempre nel mezzo” diceva maman Immè e immancabilmente citava il nome latino del proprietario della massima.

Così diceva maman Immè, parlando come al solito con le parole di qualcun altro che era vissuto tanti secoli prima di lei; la giusta dose di benessere e di disperazione fa la felicità.

Io sono ottimista e nello stesso tempo insoddisfatta: io sono ancora un animale ferito e inquieto.

Sento che mi manca sempre qualcosa proprio quando i conti tornano e il bilancio è chiaramente in attivo anche in Cassamarca.

Io sono un animale ancora ferito e inquieto.

Ho paura di diventare feroce per difesa anche se so essere crudele solo con me stessa e specialmente quando prima di addormentarmi mi racconto la storia dell’orso: il domani sarà migliore dell’oggi.

Oggi mi manca Marcos, mi manca Mutu, mi manca Aggun, mi manca maman Immè.

Io ce la metto tutta per soffrire, sogno a occhi aperti di rivederli e parlo con loro come se fossero vivi e presenti.

In effetti Marcos e Mutu sono morti, maman non c’è più e Aggun, se è ancora in vita, farà la puttana in qualche triste bordello del mondo infame.

Nel buio della stanza i sensi di colpa mi assalgono, mi divorano e, mentre il generale Tirindelli russa i suoi sogni beati da uomo senza ingiuria e senza affanno, i miei occhi si riempiono immediatamente di lacrime e la gola si apre soltanto ai singhiozzi.

Altro che allergie !

Sono solo sensi di colpa e sono tanti, ma proprio tanti.

Mi sento in colpa verso Marcos per i figli che gli ho ucciso senza la mia volontà, verso Mutu per non avergli salvato la vita, verso Aggun per non essere stata capace di tenerla con me.

Io riesco a percepire che tutti e sei hanno perdonato le mie debolezze e la mia fragilità, ma sento anche che io non mi sono mai perdonata.

Questa è la cosa più giusta e la verità più terribile.

Io non riesco a pensare quale assoluzione sia adatta a me e da chi o da dove deve arrivare finalmente la mia serenità.

Nello struggimento dei ricordi passa la metà della mia notte e in questa assurda inquietudine il pensiero ritorna in Africa, nella foresta e alle scimmie.

Io somiglio a una scimmia e forse io sono una scimmia, l’animale che mi ha sempre terrorizzato durante l’infanzia, di notte e di giorno.

Quando penso alle scimmie, mi sento frastornata e iniziano le vertigini.

Quante scimmie !

Ma quante scimmie !

Sono troppe; tutto è pieno di scimmie.

La foresta è piena di scimpanzé di tutti i tipi e bertucce di tutti i formati: piccoli, grandi, maschi, femmine.

La foresta strabocca di scimmie e vibra, vibra come un martello pneumatico che ti rompe i timpani e ti frastorna.

La scimmia è un animale terribile e la mia tribù non a caso l’adorava; la scimmia è un animale veramente terribile, un animale che all’improvviso si può trasformare in un mostro e diventa angosciante specialmente agli occhi di uomini primitivi che non vedono la realtà con la luce della ragione.

In Occidente le scimmie abitano nei circhi e sono ritenute animali accattivanti e intelligenti anche per la loro vicinanza fisica e mentale all’uomo.

Maman Immè ripeteva, sempre con cattiveria e sempre con parole di altri, che la scimmia è lo scandalo dell’uomo perché gli somiglia tanto e in particolare somiglia tantissimo ai negri.

Queste sue crude affermazioni mi allontanavano affettivamente da lei, sentivo di non volerle bene perché ero piena di paure antiche, avvertivo che il suo non era soltanto un “pour parler”, ma una scarica di accuse pesanti e di colpe indecifrabili nei miei confronti.

Gli occidentali non conoscono le scimmie e le scimmie sono riuscite a imbrogliare anche il furbo Occidente, perché in effetti esse non sono animali simpatici e affabili da addestrare per il circo; tutt’altro !

Forse perché sono parenti prossimi dell’uomo, le scimmie hanno una crudeltà unica e inaudita, una stupidità impressionante e ottusa: corpi deformi senza cervello e istinto allo stato puro; altro che animali intelligenti !

Ricordo che quando ciondolavano nella pigrizia più oscena in mezzo alla foresta o a penzoloni dagli alberi, leccandosi il culo spelato o spulciandosi l’una con l’altra o grattandosi al punto di sanguinare, per noi Isciu questo era un segno di buon auspicio; la loro inedia si identificava con la tranquillità benefica degli spiriti della foresta.

Quando le scimmie erano ferme e immobili tutto andava bene; la grande Madre dormiva e le divinità della foresta erano soddisfatte.

Quando le scimmie cominciavano a essere irrequiete, un timore panico riempiva l’ambiente e per i poveri negri della mia tribù, oltretutto ingenui, non c’era via di scampo.

E i bambini, costretti già a crescere senza genitori, avevano paura, tanta paura e nessun imbecille sotto forma di adulto, tutto preso dalle sue superstizioni e dalle sue angosce, si occupava di queste povere creature.

In quei momenti si attendeva soltanto che l’ira della grande Madre e degli spiriti della foresta si scaricasse attraverso i corpi delle scimmie sugli uomini di razza negra, persone già prive di tutto e sofferenti di per se stesse.

Sputavi in cielo e lo sputo ti ricadeva immancabilmente addosso; gli dei, che la superstizione degli idioti aveva con tanta fantasia elaborato per esorcizzare l’angoscia dell’ignoranza, si scatenavano violentemente contro coloro che li avevano partoriti.

Per questo motivo le scimmie erano tremende e facevano veramente tanta paura indistintamente a vecchi e piccini, uomini e donne, ebeti e intelligenti, stregoni e cacciatori, benefattori e mercanti, a tutti.

Le scimmie erano capaci, una volta invasate dall’ira degli spiriti, di creare con lenta inesorabile progressione un’atmosfera orribile e un ambiente ostile; quella terra, che ti ospitava e a suo modo ti nutriva, si trasformava in un vero inferno.

Bastava lo stormire delle fronde, lo sparo di un bracconiere, il sibilo del vento, il verso di un maschio in calore, il ruggito di un leone, bastava un rumore minimo e imprevedibile per scatenare la furia animale.

Le scimmie vivono sempre in gruppo e si suggestionano in maniera incredibile; una scimmia sola non la troverai mai e, se la trovi, vuol dire che è malata e pronta per essere scannata prima dalle iene e dopo dalle leonesse; dove ci sono le prime, troverai immancabilmente le seconde.

Del loro stare insieme le scimmie fanno una forza per la sopravvivenza, ma il loro è proprio un semplice stare insieme, perché non conoscono alcun senso di solidarietà: un animale veramente stupido ed egoista.

Il senso del gruppo è determinato esclusivamente dall’istinto sessuale e non certo dagli spiriti della foresta; la scimmia condensa la parte bestiale della sessualità e vive solo di questa sintesi bruta dell’aggressività.

La leonessa ama il suo leone e lo vuole pigro per amore.

Il leone ama la sua leonessa e la vuole attiva per potere.

Ogni femmina ama il suo maschio e si rende dipendente per amore.

Ogni maschio ama la sua femmina e mostra orgoglioso il suo potere.

Soltanto la scimmia si ribella a questa fondamentale legge di natura con quella stupida arroganza che esce dal suo viso di uomo mancato e dal suo corpo di animale abortito.

Le scimmie non riconoscono neanche i figli.

Anche gli uomini e le donne della mia tribù non riconoscevano i loro figli.

Se questa distrazione è comprensibile per il maschio, è certamente scandalosa per le femmine che restano gravide per nove mesi, partoriscono nel dolore e rischiano ogni volta di morire.

Come fa una madre ad abbandonare e a dimenticare la propria creatura ?

Come fa una madre a dire a una bambina stupida e negra di abbandonare un bambino asmatico nella foresta ?

Mutu è morto per l’angoscia di essere abbandonato e dopo, soltanto dopo, è stato rosicchiato dai topi e risucchiato dai serpenti.

Maman Immè, una madre mancata e una donna vergine, quando ascoltava questi ricordi mi suggeriva con il suo buon sarcasmo di leggere “Filumena Marturano”, la commedia o la tragedia di Edoardo De Filippo e ripeteva crudelmente sempre questa frase: “i figli sò figli !”

E poi incalzava fino a colpirti nelle radici, a farti scoppiare il cervello e sanguinare il cuore: “i figli sò figli, i figli sò figli, i figli sò figli !”

Le femmine della mia tribù e le scimmie non sanno leggere, non capiscono il dialetto napoletano e non sono mai state a teatro.

Le scimmie mangiano i loro piccoli quando la siccità non offre la possibilità di cogliere i germogli delle “nuree”, le foglie di “macai” e i frutti degli alberi; l’istinto di sopravvivenza trionfa sempre e le snatura in maniera ignobile.

Altro che istinto materno !

Cominciano a muoversi in maniera caotica e senza senso, gridano, si toccano, si battono, si aggrediscono, si colpiscono, si calpestano; questi sono i segnali che annunciano la guerra tra la vita e la morte.

La suggestione ha divorato l’ultima briciola di realtà ancor prima che la pura violenza divori i più deboli del gruppo, i piccoli.

Nella furia collettiva e alla ricerca di una preda da uccidere e sbranare, lo spirito di gruppo o l’istinto materno e paterno, ammesso che esistano, lasciano il posto alla ferinità selvaggia; le scimmie, diventate predatrici, si trasformano da erbivore in carnivore e nella peggiore razza dei carnivori, i cannibali, i peggiori cannibali, quelli che divorano i propri figli.

Negli schiamazzi inconsulti e nella follia collettiva i piccoli sbigottiti sono fatti a pezzi e sbranati; l’odore del sangue aizza gli istinti e viene fuori in tutta la sua crudeltà la quinta essenza della bestia.

In questo rito, ispirato da un inganno suggestivo più che dalla fame e dalla sopravvivenza, poteva anche capitare a qualche bambino della tribù, che in preda alla paura si era allontanato dal gruppo, di essere sbranato dalle scimmie; quel tragico caso era ritenuto dai vecchi della tribù un giusto e necessario sacrificio per placare l’ira della grande dea.

Per me era impressionante il fatto che proprio le madri non riconoscessero le loro scimmiette, quelle povere creature che magari fino a qualche ora prima erano state attaccate al loro groppone o al loro capezzolo, e che, da quando era scattato il segnale della follia, si erano trasformate nelle prede di sanguinarie assassine.

Questo era lo spettacolo più crudele che le scimmie offrivano agli sguardi atterriti della nostra tribù e non era il solo.

Un altro rito, meno cruento e sempre dettato dalla suggestione, era quello dell’accoppiamento.

Tutto cominciava con i versi striduli, quasi grida umane, di una femmina in calore; dalla noia assoluta la scena evolveva in una frenesia erotica collettiva.

I chiari segnali dell’eccitazione sessuale di una singola scimmia si amplificavano e diventavano l’eccitazione di tutto il gruppo.

Anche in questo caso si esprimeva la parte peggiore della natura bestiale e iniziava una serie di accoppiamenti violenti che nulla avevano di procreativo e tutto avevano di ferino.

In questo caso i maschi, provocati dalle femmine, diventavano violenti e queste ultime godevano nel lasciarsi prendere e ferire in una continua frenesia orgiastica.

Quando maman Immè mi invitava a raccontare queste mie esperienze africane, diceva che anche gli uomini più civili, gli antichi Greci, avevano elaborato tanti secoli prima un rito simile a quello delle scimmie in onore di Dioniso, il dio del vino che non a caso dispensava ai poveri uomini l’ebbrezza e la follia.

E di poi aggiungeva che è stato merito del dottor Freud nel secolo scorso lo studio scientifico di questa componente istintiva dell’essere umano.

Così tra culto religioso e ospedale psichiatrico maman sosteneva che l’aggressività di qualsiasi tipo rientrava nella natura umana e che le scimmie, in quanto animali senza storia e senza ragione, avevano tutto il diritto di non controllarla anche alla luce del fatto che gli uomini civili, animali dotati di memoria storica e discernimento, la mantenevano con sottile perversione e la riversavano nelle guerre, negli olocausti, nel razzismo, nello sfruttamento, nelle tossicodipendenze, nella pena di morte, negli elettrochock, nelle perversioni scientifiche, nelle cerimonie religiose e in tanti altri settori della vita sociale.

E io, Ascingha la negra, con tutto il mio buon senso e tutta la mia sensibilità, aggiungo che gli uomini dell’Occidente sono violenti con le donne e con i bambini.

A questo punto inevitabile sorge la domanda: vengono prima le scimmie o gli

uomini ?

Automatica scatta dalla memoria la risposta: le scimmie !

Almeno ricordo di aver visto in un libro di scienze biologiche la serie delle figure che in linea evolutiva procedevano dalla grande scimmia al pitecantropo, dall’homo sapiens al gondoliere veneziano.

Pur tuttavia le scimmie, al contrario degli uomini, non arrivano ad avere coscienza di se stesse.

Alle scimmie somigliavano tanto i maschi e le vecchie della mia tribù nel trattare le donne giovani e i bambini; non a caso, quindi, avevano scelto come divinità la Grande Scimmia e non a caso una femmina come madre.

Adorandola si ingraziavano l’oggetto del loro odio, assolvevano la loro violenza ed esorcizzavano l’angoscia della colpa.

Questa non è farina del mio sacco; questa interpretazione devo averla letta in qualche libro di maman.

Se la grande dea era femmina e madre, le altre divinità della foresta erano spiriti maschi, i figli della Grande Scimmia; essi servivano a riempire il vuoto e a riparare lo scompenso.

La foresta era il luogo sacro dell’accoglienza e dell’unione tra la terra e il cielo, tra la luce e l’ombra; gli alberi erano le colonne del tempio, le colonne della casa degli spiriti.

I luoghi sacri della foresta affermavano la trascendenza di una dea, la grande Scimmia, che si trovava per i negri di una tribù africana inevitabilmente in cielo: dio non abitava con noi e non era la nostra terra.

Se nelle foreste dei monti Loma gli uomini somigliano alle scimmie, nel civile Occidente gli uomini non sono da meno, specialmente quelli che trafficano con le donne e i bambini, quelli che pongono le basi culturali e religiose per la violenza sulle donne e i bambini, quelli che condannano l’erotismo e la sessualità come una pratica diabolica.

Io non condanno gli uomini che hanno bisogno delle puttane, perché sono uomini soli che hanno bisogno di essere amati e di avere potere sull’oggetto del loro desiderio e del loro odio; io condanno chi ha loro impedito di vivere la donna con amore e alla pari, chi ha loro infilato nel midollo e nel sangue il senso del peccato, chi ha loro tragicamente insegnato il culto delle infinite capacità del denaro.

E così anche i bambini diventano prede innocenti della violenza degli adulti inetti.

Nella mia vita ho subito sulla pelle la violenza e la prevaricazione, ma ho anche conosciuto l’emarginazione e il razzismo quando ho scelto di essere come le altre donne e di non fare più la puttana; da quel momento ho perso il potere di un’ingombrante femminilità esotica e ho acquistato nuovamente i tratti di un essere inferiore.

Se non mi puoi sfruttare o avere come puttana, io sono un niente impastato con il nulla: questo è il mio dramma attuale.

Gli italiani sono un popolo unico e particolare, gli italiani sono tali anche nell’essere razzisti o quando affermano con forza e convinzione di non esserlo.

Il loro razzismo fortunatamente non è di buona qualità in quanto a cattiveria.

Il loro è il buon razzismo dei poveri diventati all’improvviso ricchi grazie all’eredità dello zio buonanima che era partito agli inizi del secolo per l’America e che aveva fatto tanti soldi vendendo pizze margherita nella quindicesima strada al numero civico 23.078 di New York.

I veneziani, in particolare, non possono permettersi il lusso di odiare lo straniero e il diverso, perché vivono con i dollari degli altri, “l’argent” di tutti quelli che abitano nel mondo e che immancabilmente visitano la loro splendida città almeno una volta nella vita; gli altri veneti, quelli della collina e delle montagne, odiano lo straniero e il diverso, perché rappresentano una minaccia alla conquistata polenta con il “tocio” e temono in loro quel conte e quel prete che in un recente passato li avevano costretti alla servitù della gleba e allo sfruttamento.

In un mondo ingiusto e tormentato io ho bisogno di essere difesa e più che mai da quando ho scelto di essere una persona per bene, una cittadina italiana che paga le tasse e non scandalizza i benpensanti, una donna libera che rispetta il suo prossimo e non atterrisce i bambini, le mogli e le madri.

Chi difenderà Ascingha ?

Chi amerà Ascingha ?

Nonostante l’immenso bene e l’infinita riconoscenza che da moglie e non da soldato porto al mio generale, io non mi sono mai rassegnata a fare a meno dell’amore e del bisogno di essere amata.

Sogno spesso l’amore che verrà ancora una volta dal mare e mi porterà via ancora una volta ma senza rendermi puttana, l’uomo che mi vorrà con sé soltanto e semplicemente per amarmi.

Io voglio ancora un uomo, perché io ho conosciuto il mio uomo, quello che mi fa sognare di essere vergine e di avere il clitoride, quello che mi fa godere e mi riempie del suo seme fino a farmi scoppiare, quello che mi colma di premure e di affetto fino alla nausea.

Io vorrei finalmente un figlio, un bambino nero che da grande vinca le Olimpiadi nella maratona o nei diecimila siepi, un uomo alto e snello, un degno figlio della foresta, una gazzella della savana.

Io vorrei una figlia, una bambina negra che da grande vinca le Olimpiadi nel salto in alto, una donna alta e snella, una degna figlia della foresta, una gazzella della savana.

I miei figli li voglio africani, ma li voglio in Europa.

Io odio la mia gente, io odio quei bastardi che sin dal primo vagito non mi hanno curato e mi hanno lasciato alla mercé di tutto e di tutti.

I miei figli devono star bene e avere genitori sicuri senza la confusione di tanta gente indifferente che gli gira attorno; i miei figli non devono vivere in mezzo alle malattie e agli animali, senza acqua e senza cibo.

I miei due figli non saranno selvaggi; il maschio non sarà predatore della “puta” e la femmina non sarà preda del “bilingo”, quegli organi sessuali che la buona madre natura ha dato loro nella parte più oscura del corpo.

Mio figlio non andrà in giro per la foresta a stuprare le bambine; mia figlia non subirà la crudeltà delle invidiose vecchie e il suo bel corpo avrà i suoi naturali orgasmi insieme a tanto amore.

I miei figli non conosceranno tutta quella gente strana che veniva a comprarti in nome del loro dio e in onore di quell’anima che non sapevi di avere, uomini bianchi che si preoccupavano del tuo spirito quando la tua pelle era piena di croste a causa di un’infezione inguaribile soltanto perché mangiavi solo fieno macinato, granaglie, poltiglia di “macai” e altri intrugli più o meno schifosi.

I miei figli non saranno vittime dell’ignoranza o di una Marion qualsiasi.

I miei figli li voglio africani, tutti miei, sempre con me e in Europa.

I miei figli non ci sono e non potrò mai averli.

Tutta colpa dell’Africa e delle mammane !

In Africa lo spazio e il tempo hanno una loro dimensione, una loro caratteristica; lo spazio e il tempo viaggiano lenti in mezzo alla giungla e sono immensi perché toccano il sublime senza destare alcuna paura a chi li sente; in Africa il movimento e la staticità sono in perfetto equilibrio, quell’equilibrio che si raggiunge soltanto in punto di morte.

In Africa ogni giorno, ogni ora, ogni attimo sono sempre buoni per morire e hai la possibilità di ignorare quando e da chi sei nata.

L’Africa è l’unico posto al mondo dove tutto è sempre in ritardo e dove ti è consentito di arrivare sempre dopo e immancabilmente alla fine del pranzo, perché non sai chi sei e dove sei; tu pensi che l’universo è tutto lì e finisce proprio lì dove tu sei, per cui non c’è alcun motivo di muoversi e di conoscere quello che non c’è.

Pur tuttavia, in Africa qualcuno sapeva e qualcuno diceva.

E così tutti si sapeva e tutti si diceva presso le foreste dei monti Loma che c’era qualcuno di diverso e qualcosa di altro da un’altra parte, che c’erano altri e altre cose da altre parti, in giro, chissà dove, chissà quando, chissà come, chissà.

Potevi mettere in moto la fantasia e arrivare dappertutto per trovare sempre quello che avevi dentro e che volevi afferrare al volo per sopravvivere: i tuoi bisogni e i tuoi desideri.

Marion raccontava sempre di questo mondo sconosciuto, ma fino a quando non ho visto le coste della Sicilia e una carta geografica nella sala d’aspetto di una pensione, io non ho potuto capire quanto era grande il mondo fuori di me e quante cose potevo conoscere oltre le mie.

Un piccolo mappamondo è stato il regalo che ho chiesto a Marcos appena sbarcata nel continente, una terra vecchia per gli altri e nuovissima per me; ancora oggi sopra il tavolino in noce del salotto stile Luigi quattordicesimo esiste questo aggeggio strano a forma di palla che indica con un disegno colorato la terra che calpesti e a quali misteri inconsapevolmente partecipi.

Possiedo anche un mappamondo che s’illumina e ho segnato con due punti rossi il luogo dove sono nata e il luogo dove sono arrivata, la Sierra Leone e Mazara del Vallo; questo soprammobile lo conservo come il simbolo delle mie prime conquiste dopo anni di dormiveglia anche se non dimentico mai che sono nata in Africa, in Sierra Leone, tra le foreste dei monti Loma e presso la tribù Isciu.

Io non dimentico e non mi vergogno di essere Isciu anche se non capisco quale vanto possa essere sentirsi Isciu quando alla fine ami e odi l’Africa e il tuo passato.

A volte mi capita di essere addirittura orgogliosa di essere Isciu e africana; allora vorrei ritornare nei luoghi della mia infanzia per conoscere la verità, una verità qualsiasi di cui non riesco a capire la natura e la qualità.

L’Africa mi è debitrice di una verità, la verità che cerca dentro di sé chi l’ha abbandonata senza sentire alcuna gratitudine verso una madre avara e severa.

A mio giudizio non è poco.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

09 / 11 / 2.000

Per abitudine e per convenienza non porto orologi di nessun genere; da bambina sono stata costretta a vivere senza misurare il tempo in maniera artificiale e ho imparato ad afferrare il presente per quello che è e per quello che ti dà.

Il passato e il futuro sono inaffidabili compagni nel viaggio della vita, perché con molto “savoir faire” ti servono come antipasto l’angoscia e come primo piatto la nostalgia.

E così ho costruito, di volta in volta, le mie riflessioni sul tempo, pensieri di poco conto e idee elaborate da una povera negra, ma pur sempre produzioni artigianali di cui sono orgogliosa, nonostante il disprezzo che mi capita ancora di nutrire verso me stessa e in particolare verso il mio corpo.

Chi è privo di contraddizioni scagli la prima pietra.

E fu così che la terra si ricoprì di macigni.

Io rifiuto il tempo perché non conosco la data della mia nascita e mi è mancato, quindi, questo rassicurante punto di riferimento in tutto quello che succedeva intorno a me, sopra di me e dentro di me.

Io rifiuto il tempo perché facilmente mi perdo nelle sue malefiche spire e mi sento venir meno al pensiero di essere trasportata da forze inarrestabili; quando i miei sensi evaporano verso una dimensione indefinita e viaggiano su territori sconosciuti, immediatamente cerco la benefica bussola della ragione e le chiare direttive della coscienza.

La marea delle sensazioni mi procura un naufragio emotivo e non mi fa sentire padrona in casa mia, all’incontrario dei poeti che si perdono volentieri e con dolcezza nelle sfumature di un infinito molto vicino al nulla eterno o nell’esaltazione di assurde verità sempre collegate all’esaltazione dei sensi.

Intorno a me ho fermato l’inaffidabile tempo nei cicli vitali della natura africana e il principale riferimento l’ho fissato nel fiorire del “macai” per le promesse di un buon clima o nelle grida delle scimmie che partorivano per la soddisfazione degli spiriti della foresta.

Sono stata costretta a sentire il tempo inciso nel mio corpo con il “kunnalindu”, il primo sangue e tutte le amare violenze che sono seguite immancabilmente nella mia vita come i granelli del rosario di una povera suora in preghiera.

Da qualche anno il maledetto tempo si presenta ogni mattina nel corpo che sfiorisce, nei seni che si appesantiscono, nei denti che tremano, nella cellulite che imperversa, nel sangue che è agli sgoccioli, nei piedi che si riempiono di calli, negli occhi che non mettono più a fuoco, nello stomaco che è tempestato dalla gastrite, nel respiro che non fa il giro, negli orologi biologici che non suonavano al tempo giusto.

Mi sono sentita in compagnia del tempo maligno ogni volta che mi sono fermata a riflettere su me stessa, sulla mia condizione umana, sui miei bisogni profondi, sui miei fantasmi, sulle mie emozioni; in questi casi non mi sono compiaciuta della mia capacità introspettiva per il semplice motivo che si trascinava dietro un mare di sofferenza.

Rifiuto il tempo, ma non posso negarlo, per cui mi compenso disprezzando gli orologi che riempiono in abbondanza la mia casa.

Proprio così, perché la mia casa è piena di pendoli e pendole, di orologi a cucù e a sonagli, di cianfrusaglie di tutti i tipi che servono a misurare il tempo: il generale Tirindelli, mio marito, è un appassionato collezionista di questi lugubri simboli di morte.

Tutta la mia casa risuona di ora in ora dalle fondamenta e i vicini sistemano i loro orologi in base ai rintocchi che provengono dalla dimora Tirindelli.

L’ora esatta è in tal modo assicurata a tutto il quartiere, se non addirittura a tutto il sestriere.

I gusti sono gusti e bisogna rispettarli” diceva giustamente maman Immè in quella lingua latina di cui era padrona sopraffina e i cui termini in questo momento non ricordo.

Riconosco che rifiuto il tempo; eppure, nonostante la paura e il dolore, quando desidero smarrirmi penso al tempo e non allo spazio.

Allora mi perdo facilmente nel tempo dei ricordi, piuttosto che nei luoghi dove ho portato e quotidianamente faccio muovere il mio corpo.

In quei momenti vorrei che qualcuno mi trovasse tra i tanti eventi della sua vita e mi tirasse fuori da queste ragnatele per prendersi finalmente cura di me e soltanto di me.

Il mio altruismo si ammala e subentra il bisogno dell’esclusiva: io sono la sola persona al mondo che tu hai amato, che tu ami e che tu amerai.

Ancora più drastica si fa la mia pretesa con l’incalzare dei ricordi: io sono la sola persona al mondo che tu devi amare.

Chi sarà mai questo “tu” ?

Questo “tu” è il solito “lui” e si chiama Marcos, l’unico grande amore della mia vita, un amore vero soltanto perché su di lui ho investito tutta me stessa, a lui mi sono dedicata come una schiava e a lui sono rimasta devota come a un santo.

E Marcos non ha mai fatto e non fa miracoli: tutt’altro !

Smarrita tra le mille e mille esperienze della mia vita, tutte in ogni modo e sempre intensamente vissute, vado alla ricerca della bussola in un “qualcuno” che si prenda cura di me, così come io ho sempre fatto con gli altri per denaro o per passione, per ignoranza o per amore, per povertà o per nobiltà.

Tra tanta gente conosciuta nel bene e nel male l’unico viso che si ricompone dentro i miei occhi chiusi è sempre quello di Marcos; la sua immagine mi perseguita in ogni luogo e in ogni tempo.

Quanti uomini d’alto bordo e di poco calibro sono passati ripetutamente sopra il mio corpo e mi hanno dichiarato il loro amore; i miei clienti si innamoravano immancabilmente di me e io li ripagavo con l’essere una buona amante per non deludere i loro sentimenti.

Questo gioco e questa illusione rendevano più nobile il mio mestiere e più significativa la mia giornata; decisamente non ero sola almeno in quei momenti.

Nei quotidiani contatti del mio tipo sono riuscita a infilarci quel calore umano che sbiadiva anche il colore dei soldi e rendeva intimo un rapporto di per se stesso squallido; tanto calore umano serviva per la magra consolazione di essere almeno dalla parte giusta, di capire gli altri e di essere capita dagli altri.

Nella mia dignitosa carriera non ho avuto soltanto clienti, ma anche compagni di avventura e a volte di sventura, almeno fino a quando Marcos non è scomparso dalla mia vita.

Proprio così.

Da un giorno all’altro e senza alcun motivo Marcos è scomparso dalla mia vita e da quella delle altre puttane del quartiere del Brenta che lavoravano per arricchirlo.

In quel triste o lieto evento le mie compagne di disgrazia hanno messo in moto la fantasia sulla scia di quella vena superstiziosa che non manca mai nella casa dei poveri, ma la versione più probabile vuole che Marcos sia stato liquidato dalla malavita locale per una questione di territorio e di tangenti non pagate.

Io non ho mai voluto credere a questa tragica versione e preferisco pensarlo vivo e vegeto con i suoi occhi azzurri in Argentina ad allevare mucche e magari a cavallo di un’altra donna nella pampas sconfinata, piuttosto che immaginare il suo bel corpo sciolto nell’acido solforico.

Io l’ho sempre aspettato e lo aspetto ancora.

La libertà conquistata all’improvviso, senza volontà e senza merito, non ha quel sapore e quel valore che le sai dare se soffri tanto nel desiderarla.

Sono sicura che un giorno o l’altro incontrerò Marcos lungo una stretta calle di Venezia e alla richiesta di essere ancora sua, io non saprò dire di no e dirò ancora una volta di sì.

In ogni caso, al di là dei festeggiamenti o dei funerali, Marcos è veramente sparito dalla circolazione e a nessuno conveniva riportarlo in vita; neanche chi di dovere ha voluto aprire una lunga avventura giudiziaria, nonostante esista una circostanziata denuncia anonima sulla sua scomparsa.

Sul sistema giudiziario e sui servizi sociali italiani calo volentieri un velo di silenzio, non voglio parlarne, perché dovrei rivolgermi ai tribunali internazionali e non a uno strizzacervelli.

In effetti Marcos era il nome di battaglia di uno sfruttatore, ma nella realtà Marcos era il signor Nessuno, come Ulisse per Polifemo.

In undici anni, vissuti insieme in Italia, Marcos non ha lasciato alcuna traccia, una contravvenzione per divieto di sosta, una bolletta della luce non pagata, una ricetta medica, una fattura del meccanico, un contratto di locazione, una ricevuta di conto corrente, niente di lui è rimasto, neanche il corpo.

Chissà qual’era il suo vero nome !

Con i soldi delle sue puttane Marcos arrivava dappertutto.

Con i soldi delle sue puttane Marcos poteva riempire i crateri della luna dopo aver colmato quelli della terra.

Io lo incontravo ogni tre giorni nel nostro appartamento per far l’amore e per consegnargli la quota stabilita, quindi, non avendolo di punto in bianco più visto, prima sono caduta nell’angoscia più nera, dopo sono entrata totalmente nel panico e ancora dopo mi sono ritrovata con tanti soldi nel cassetto e con la possibilità di liberarmi dalla schiavitù dello sfruttamento e dall’ignominia della prostituzione.

Il dolore per la sua scomparsa è arrivato soltanto alla fine di un lungo travaglio e si presenta ancora oggi nei momenti in cui ho tanto bisogno di amarlo.

Rischiavo di cadere nelle grinfie di un lurido magnaccia come le mie povere colleghe e questo trasloco non lo avrei mai sopportato, perché per Marcos nutrivo un sentimento d’amore ed era questo che dava forza e senso alla mia sottomissione.

Del resto Marcos mi aveva a suo modo amato e mi aveva tenuta fuori dall’elenco dei suoi beni produttivi e dalla lista della sua contabilità: io non ero una puttana di strada e d’occasione, ma una troia di lusso, con il suo giro fisso di clienti per bene e il suo lindo appartamento con idromassaggio e profilattici profumati.

Marcos voleva la sua quota e io saldavo puntualmente quel debito che non avevo mai contratto con lui, un debito che ancora oggi in altro modo continuo a pagare.

Scomparsi nel nulla il mio uomo e il mio tiranno, avevo in un primo tempo pensato di consegnarmi alla polizia per essere difesa da eventuali ritorsioni o da nuovi padroni.

Volevo uscire dal giro devastante della prostituzione e rifarmi una vita con una nuova identità dentro e fuori di me, ma una mia amica e collega, che si era denunciata da sola per essere aiutata, era stata secondo la legge del tempo immediatamente arrestata per altri reati e di poi rispedita al paese d’origine come un pacco postale.

E anche vero che in certe situazioni non si sa bene quello che si vuole, ma non c’è cosa peggiore per una donna africana che ritornare nella miseria della Sierra Leone dopo aver assaggiato il pane dell’Occidente, un pane che, sia pur amaro e salato, è sempre un pane sicuro e soprattutto bianco.

Se chiedi di essere difesa dall’autorità costituita, sei trattata con inumana indifferenza e con disprezzo: un pezzo di merda da raccattare sulla strada e da buttare con un senso di schifo nella fogna.

Nella ricerca spasmodica di una soluzione ottimale avevo pensato di rivolgermi ai servizi sociali del comune ed ero anche andata, ma quando è arrivato il mio turno fortunatamente ho sentito una voce dentro che mi diceva di fuggire: così ho fatto e non ho avuto assolutamente modo di pentirmene.

L’assistente sociale era una donna in tailleur amaranto e una perfetta burocrate, ma soprattutto era una donna anziana.

Ascingha non si fida delle donne, soprattutto delle donne vecchie, nonostante maman Immè, e la ragione di questa avversione si legge ancora nella mia carne.

Sono ancora convinta che un maschio di qualsiasi razza non sa essere crudele come una femmina, se poi la femmina è una negra sottomessa, la crudeltà degenera nella violenza pura e cruda.

Quando sei e ti senti giustamente sola, vai a cercare aiuto anche in un anonimo ufficio dello stato, ma la burocrazia si è rivelata inutile e inaffidabile.

L’assistente sociale e il carabiniere non sono figure professionali qualsiasi e asettiche; l’assistente sociale e il carabiniere devono avere in primo luogo uno spessore umano perché trattano con persone sfortunate e di qualsiasi colore.

Se il disprezzo razziale lo trovi anche nei piani alti dei palazzi pubblici e tra i funzionari di un certo potere, allora per i poveri diavoli si prospettano tempi veramente più duri dei tempi già andati.

Sembra che il razzismo circoli nelle vene della gente con la stessa frequenza dei globuli rossi, specialmente in quelle degli italiani; quando ti dicono che non sono razzisti, è la volta buona per fuggire perché ti stanno già azzannando.

A volte la gente ti odia per fare qualcosa di trasgressivo, per darsi un tono, per avere un cipiglio, per compensare le frustrazioni e con estrema facilità è il negro, che inevitabilmente viene dall’Africa, a farne le spese rispetto al bianco che, ad esempio, viene dall’Albania o dalla Iugoslavia.

L’Africa è sempre in debito verso tutti i continenti del mondo.

Se gli idioti non ti odiano, ti investono con una micidiale indifferenza, oltretutto camuffata da ambigua tolleranza; se tu hai potere, però, e io da puttana ne avevo tanto, questi individui meschini diventano piccoli piccoli e si cagano sotto, come dicono a Bologna, e sanno leccarti benissimo il culo, come dicono ancora a Bologna, e per finire anche ti pagano come avviene nelle migliori contrattazioni della Borsa, sempre a Bologna.

Almeno un negro è stato educato a subire e non reagisce, ma un bianco superbo che lecca il culo a una puttana nera come l’ebano è veramente il massimo della satira civile, una vignetta degna del migliore Forattini su “Repubblica”.

Le tappe del mio riscatto umano non sono state impossibili, ma tanto sofferte e non sono passate attraverso le ambigue cure di un prete o di un suo interessato istituto di carità legalmente finanziato dallo Stato con novantamila lire al giorno per ogni ospite da salvare.

Io sono ancora una volta fuggita e ho inforcato il primo treno diretto in Sicilia, il luogo della mia esaltazione e del mio tormento.

In quell’isola avevo, infatti, assaporato il potere di esser donna, in quell’isola mi ero legata ad Aggun, in quell’isola avevo vissuto la mia prima stagione d’amore con Marcos, quella più sincera e priva di risentimento.

In Sicilia avevo lasciato uomini tristi e generosi; in Sicilia avevo visto occhi neri diventare lucidi quando le mie valigie erano state caricate sulla “mercedes” puntata verso il continente e con Marcos al volante.

In Sicilia, forse, qualcuno mi amava con discrezione; questo non l’ho mai saputo perché i siciliani sono enigmatici nella loro semplicità.

Sono rimasta sotto quel sole particolare appena il tempo per capire se avevo bisogno del potere della puttana Jasmine o dell’orgoglio di Ascingha.

Ho scelto il secondo e la tenacia della mia natura africana.

Io mi sono riscattata da sola, senza prete e senza assistente sociale, senza carabiniere e senza poliziotto; io mi sono riscattata con l’orgoglio e con un po’ di fortuna, quella buona stella con cui avevo un conto da tempo e di gran lunga in sospeso.

Dovevo solo attendere.

Il mitico treno del sole mi ha riportato nella nebbia dell’entroterra veneziano, nel mio appartamento di lusso con tutte le paure di ripiombare nei ricatti della malavita, ma Marcos aveva sistemato le cose per bene; almeno questo aveva fatto per me.

Per cambiare vita senza correre rischi, ero cosciente che dovevo cambiare luogo e alla svelta, ma non riuscivo a focalizzare cosa fare e come farlo, dal momento che qualcosa e in qualche modo avrei dovuto fare.

Dicevo prima del mio credito nei confronti della fortuna e mentre bevevo un caffè all’osteria “da Pino” il conto è stato in gran parte saldato.

Mi è capitata sotto gli occhi e sotto la tazzina l’ultima pagina sgualcita della “Nuova Venezia” e in particolare un’inserzione che qualcuno aveva accuratamente segnato in rosso con un pennarello.

Questo è stato il vero evento magico della mia vita e questo era il testo: “Gentildonna veneziana cerca giovane donna per servizio e compagnia”; a tanto buon cuore seguiva un numero di telefono.

Gentildonna, in effetti, lo era; veneziana, in effetti, lo era; nessuna bugia e nessun inganno, ma era anche una donna tanto superba e tanto difficile.

Questa donna sconosciuta faceva perfettamente al mio caso e avevo la speranza di fare io al suo caso.

Sentivo che era una questione di sintonia umana e io dovevo necessariamente fare al suo caso.

Io avevo bisogno anche di una madre e volevo una madre.

Parola di Ascingha !

Adesso sentivo la necessità di affidarmi a una donna e possibilmente anziana, una madre o un suo surrogato, quasi per verificare il mio sentimento di odio e per riparare un vissuto così drasticamente negativo e una convinzione così netta verso questa importante e ignota figura.

Del resto avevo mille e una ragione a persistere nelle mie idee, ma non ne vedevo la convenienza specialmente in questo momento così delicato della mia vita.

E fu così che ho incontrato la mia “maman”, la signora Eleonora Immè, da sempre professoressa emerita di italiano, latino e greco presso il prestigioso liceo classico “Marco Polo” di Venezia, una donna matura negli anni e di espressione teutonica, più che italica, un eccesso di precisione e un monumento di sicurezza in versione femminile.

Eppure sotto quella scorza color bianco pallido e intessuta di tinte giallognole si nascondeva la mia “maman”, la mia tenera “maman”; quella donna io l’ho amata e la amo ancora come quella mamma che non avevo mai conosciuto e quella donna mi ha amata come quella figlia che non aveva mai avuto.

Mi spuntano le lacrime e mi viene la pelle d’oca soltanto a parlare di lei, un chiaro segno che non sono pronta a ricordare la sua sagoma e la sua figura, un altrettanto chiaro segno che non ho ancora smaltito tutte le emozioni che mi ha regalato e tutta l’angoscia che la sua morte mi ha lasciato dentro.

Quella notte del nove novembre, trascorsa in dormiveglia davanti alla finestra sulla laguna seguendo con lo sguardo la strada che portava dritta dritta in cielo dopo un meraviglioso tramonto dipinto in rosso, quella notte è ancora impressa nella mia memoria come la scoperta del proprio corpo dopo essere rinati.

Mi ero appena appisolata dopo giorni di assistenza al suo capezzale e proprio in quel momento ho sentito il fruscio di un vento fresco e leggero sul mio viso; maman mi ha baciato ed è andata via con discrezione come le vecchie della mia foresta.

Non mi sono perdonata la debolezza di essermi addormentata proprio in quel momento, un senso di colpa in più, ma sento ancora sulle guance il suo dolce bacio.

C’est la vie, monsieur le docteur, c’est vraiment la vie.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

12 / 10 / 2.000

I deboli sono il pasto dei forti; “ubi maior, minor cessat”, diceva sempre maman Immé al povero medico di famiglia quando a suon di milioni arrivava da Milano il grande professore per diagnosticarle ancora una volta gli stessi mali e per cambiarle soltanto la combinazione dei farmaci.

Maman Immé soffriva di disturbi cardiocircolatori e di una terribile artrosi alle gambe che la costringeva negli ultimi anni a letto; il suo grande cuore e le sue forti gambe non servivano più ad amare e a girare il mondo dentro Venezia.

Maman Immé era morbosamente legata alla vita ed era, di conseguenza, terrorizzata, come tutte le donne bianche, dalla morte o meglio dal pensiero della morte, per cui entrava in depressione alla sola idea di non trovarsi più in mezzo alle calli e ai campielli della sua Venezia, la città che amava con lo stesso trasporto di Atene.

Quando la sua mente pura era inondata da questi pensieri neri, andava in angoscia e non respirava più come Mutu.

Allora io sapevo, il tempo me lo aveva insegnato, che dovevo rialzarla sul cuscino, porgerle un miracoloso sorso d’acqua, abbracciarla con delicatezza, stringerla teneramente al cuore, sussurrarle parole d’amore e in particolare dovevo dirle che io ero vicino a lei, che non l’avrei mai abbandonata, che non doveva aver paura di niente finché sentiva il mio abbraccio e, pensavo con autoironia, il mio odore di negra.

Altro che “bentelan” rosa !

Effetto portentoso dell’amore umano !

Il rantolo si scioglieva nel respiro, l’affanno e i fischi si risolvevano in una serie di sospiri, dolcemente maman Immè si addormentava e il suo viso diventava liscio come quello di una bambina baciata dalla fortuna di essere diventata vecchia all’improvviso e senza il tempo di esserne cosciente.

Allora mi dicevo che Mutu non era passato e ritornato invano nella mia vita, perché avevo capito la tremenda lezione del suo sguardo.

Dicevo prima “ubi maior, minor cessat”; in Occidente questo concetto si può definire libertà democratica, ma per chi ha vissuto nella foresta questa formula esprime una dura legge di natura, la più ingiusta che si possa concepire, ma sempre una fondamentale legge di natura.

Quale natura ?

La natura della foresta o la natura dell’uomo ?

La natura della foresta ha i suoi spiriti e alla loro benevolenza ogni uomo timoroso si affida; la natura umana ha i suoi fantasmi e necessariamente ogni uomo per difesa rischia di diventare violento e crudele.

La natura umana è la peggiore delle creature uscite dal ventre della grande Scimmia o dai pensieri di un dio.

Una tempesta o una malattia sono doni, ingrati quanto vuoi, della natura anche quando danno la morte; un uomo è soltanto un crudele assassino quando uccide un suo simile semplicemente perché ne ha coscienza.

Io sono stata uccisa ogni volta che mi hanno costretto a dare la morte: dalle donne africane a Marcos, dalla foresta al lettino di una mammana, sempre mi sono sentita l’ultima degli ultimi, una sporca negra che uccide o abortisce; in quest’ultimo caso se l’emorragia non ti risparmia, nessuno ti piangerà.

Ogni volta che sono stata costretta ad abortire mi sono chiesta perché non c’era un maschio ad assistermi, un falso dottore che nel profondo del suo cuore poteva anche essere obiettore di coscienza; l’unica risposta al mio stupido quesito è stata che in questi pietosi casi una femmina sa essere crudele e rigida al punto giusto, mentre un maschio è soltanto disarmante nella sua ingenuità.

Tu sei sdraiata in quel maledetto lettino, un letto mozzato dagli insulti delle povere donne, nuda e con le gambe aperte, la posizione più vulnerabile che il corpo di una donna possa esprimere, guardi in alto e scopri gli occhi azzurri di una mammana che traffica dentro la tua “puta” con il manico di un aspirapolvere o con i ferri per la maglia e non capisci se quegli occhi erano gli stessi che hai visto maniaci nei maschi che hanno sempre cercato il loro piacere sopra il tuo corpo.

Quegli occhi crudeli ho visto tutte le volte che per amore ho ucciso.

Marcos non voleva figli e io ancora devo capire se la sua era una libera scelta o la paura dei mancati guadagni legati alla mia gravidanza.

Io ero la sua puttana e la sua donna nello stesso tempo; come puttana gli consegnavo per contratto cinque milioni a settimana e come donna lo amavo sin da quando mi ero imbarcata per la Sicilia e avevo incontrato i suoi occhi azzurri sopra il mio corpo di gazzella.

Marcos aveva gli occhi azzurri.

Con lui, solo con lui, riuscivo per suggestione a vivere l’orgasmo, nonostante la mia mutilazione: la psiche fa miracoli nel bene e nel male.

Per convincerlo a lasciarmi tenere il figlio, ogni volta che mi scaricava davanti alla casa della morte per abortire, mi scioglievo in suppliche e in lacrime, gli promettevo che avrei continuato a lavorare e con maggior profitto, perché i miei clienti erano attratti dal far sesso con una donna incinta e, se poi era una negra, lo sballo era assicurato insieme a una tariffa più alta.

Immancabilmente mi ritrovavo con una ferita aperta e una colpa in più, un ovaio in meno e un utero sfibrato, ma sempre devota come una santa a un uomo che non voleva un figlio da me semplicemente perché avrebbe dovuto fare i conti con i suoi sentimenti di padre e i suoi floridi guadagni; io penso che non avrebbe sopportato che suo figlio avesse come madre una puttana.

Eppure immancabilmente Marcos mi fecondava con precisione chirurgica e con perversione inconsueta; egli era abile anche nel provocare il suo istinto paterno e nel negarlo, dal momento che si sentiva appagato dal buon esito del suo seme dentro di me.

E io da buona negra lasciavo fare e ho sempre lasciato fare al pensiero che fosse amore.

E io da buona negra non sono stata diversa dalle donne della mia tribù per stupidità o per paura della solitudine.

Io ero una bambina debole e soltanto con il tempo ho acquistato una forza incredibile per sopravvivere, ma oggi mi ritrovo a essere una donna fragile e piena di sensi di colpa.

Nelle situazioni più tragiche mi ripetevo che ero la creatura più forte del mondo e che come Kuntakinde ce l’avrei sempre fatta, se non altro per potermi vendicare; l’odio mi dava energia, tanta energia.

Dall’odio ho attinto sempre quella forza che oggi non riesco a trovare neanche al supermercato nel bancone delle trippe, forse perché ho perdonato tutto e tutti, forse perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore, forse perché sono una povera negra, forse perché sono un’incurabile malata di mente e basta.

Io oggi sono l’ombra di me stessa.

Io non mi riconosco più”: queste parole uscivano dalla bocca di una povera donna bianca, una mia vicina di casa, prima che si tuffasse dal terzo piano in preda alle allucinazioni degli psicofarmaci che ingoiava a gogò per curarsi la depressione.

Anch’io mi dico e mi ripeto che sono l’ombra di me stessa e che non mi riconosco più, ma non ho il coraggio di uccidermi in nessun modo perché io sono già morta e non solo una volta, ma tante volte.

Spesso penso che i miei atteggiamenti cercano la compassione degli altri e che la mia infelicità tenta di provocare nel prossimo un meschino senso di pena.

Eppure non cambierei mai la mia vita con un’altra vita; la mia vita è stata eccezionale e io ne sono fiera.

L’orgoglio non è una dote dei negri, ma io sono un’eccezione.

I deboli sono il pasto dei forti”: così disse la leonessa alla gazzella mentre le squarciava il fianco con i suoi denti aguzzi.

Ubi maior, minor cessat”: così disse il leone alla leonessa sottraendole la preda.

C’è sempre qualcuno più forte e più in alto che ti può far male e, se non lo fa, è solo perché è pigro; per trovare un dio non c’è bisogno di volare in cielo.

Il potere è su questa terra ed è sempre dei violenti.

Nel tempo ho capito che ero una bella gazzella della foresta, alta, affusolata, i seni a punta e le cosce lunghe; gli unici difetti, l’esser negra e mutilata, erano compensati dalla richiesta venale che veniva dai maschi occidentali e, quindi, diventavano ulteriori pregi nella mia semplice riflessione.

Della mia razza possiedo la mandibola pronunciata e le labbra rigonfie, i tratti delle scimmie, ma io sono Ascingha, la carezza del vento, una donna negra della foresta e appartengo alla tribù Isciu; ancora oggi sono molto bella, nonostante il tempo e le sofferenze.

Secondo Marion io sin da adolescente ero buona per fare la puttana in Europa, io ero un bene della natura che doveva trasformarsi in un affare degli uomini, io ero un’eroina greca da sacrificare al dio quattrino, un dio di altri.

Tutto questo rientrava nel vangelo di Marion, una negra rinnegata e la civetta dei trafficanti di schiave.

Marion ha deciso la mia vita e nessuno mi ha difeso; io ero pienamente caduta nella sua trappola.

Marion adesso deve morire, deve pagare le sue colpe in nome di Ascingha, di Aggun, di Guen, di Memuna e di tutte le donne negre senza clitoride che ha costretto per sopravvivenza adAggun,foresta,giungla,macai, aprire le gambe davanti a uomini malati e a essere sfruttate economicamente dai suoi complici.

Marion deve morire !

Io la cercherò in lungo e in largo per il mondo, la troverò in qualche puzzolente bastimento che dall’oceano Atlantico viaggia ancora verso il mar Mediterraneo in compagnia di altre adolescenti negre da vendere come puttane presso i popoli civili del vecchio continente, la trascinerò nella foresta dei monti Loma e la darò in pasto ai topi e ai serpenti legandola all’albero del dolce “macai”.

Marion deve morire e io sento il dovere di vendicare migliaia di donne negre ridotte alla schiavitù, costrette a prostituirsi per arricchire uomini violenti e umiliate nella loro dignità umana.

Se questo è un delirio o un segno del mio squilibrio mentale, ebbene, io sono felice di essere pazza; quest’odio e quest’attesa danno forza e senso alla vita che ancora mi resta, una vita da consumare lontana dall’Africa e in una città, Venezia, che non amo e in mezzo a gente che non mi ha mai amato e che io non ho mai amato.

Il bilancio è sul tappeto davanti ai miei occhi ed è nettamente fallimentare al di là delle apparenze, ma si sa che tutto quel che brilla non è sempre oro o diamanti anche se proviene dalla Sierra Leone.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

14 / 09 / 2.000

Raggiungere il suo studio ogni settimana diventerà per me un rito estremamente gradevole, nonostante la ripetitività; mi piace pensare che di giovedì in giovedì alle ore otto e venti attraverserò il ponte delle Guglie, arriverò alla stazione santa Lucia, mi fermerò all’edicola di Nane per prendere “La nuova Venezia”, acquisterò il biglietto, l’oblitererò, prenderò il treno delle otto e quarantadue per Udine, alle nove e trentuno scenderò alla stazione di Conegliano e appena fuori troverò il taxi che mi porterà a destinazione tra le verdi colline trevigiane.

Le abitudini sono rassicuranti e riempiono la vita specialmente dopo tante drammatiche traversie.

In questo mese di settembre l’odore dell’uva matura è molto acuto e l’aria profuma di mosto; la vendemmia è una festa della natura e degli uomini.

Io non ricordo niente di simile nella mia Africa; l’ambiente è decisamente ostile e le forze della natura sono dominanti.

Io ho un buon olfatto e fortunatamente non mi sfugge il profumo dell’uva appena vendemmiata e del vino appena spremuto.

Queste colline verdi e fresche sembrano finte per una donna vissuta tra il giallo e il nero dell’Africa e tra il grigio e il verde sporco di Venezia; queste colline somigliano a quelle dipinte dai bambini negli album da disegno, quando la maestra ordinava di tuffarsi a volo d’angelo dentro i colori e di buttar fuori le proprie emozioni.

I miei sensi sono ancora acuti come conviene a una donna africana della tribù Isciu e di nome Ascingha, “carezza del vento”, nata e cresciuta per anni nelle foreste dei monti Loma.

In Africa i sensi si esaltano per il forte calore e per la necessità di sopravvivere; gli uomini sono molto simili agli animali nei comportamenti e nelle reazioni.

A dire il vero l’odore del vino, quest’odore aspro e dolciastro, mi procura una nausea terribile quando affiora nella mia mente il ricordo di uomini ubriachi, pochi in verità, che mi hanno vomitato addosso mentre tentavano di svegliare il “bilingo” per godere della mia “puta” asciutta e distratta; questi sono gli inconvenienti di un certo lavoro.

Il calore, soprattutto il calore, è determinante per la vita dei sensi; man mano che ti sposti verso il nord e verso il freddo, ti rendi conto di perdere qualcosa nel corredo delle tue sensazioni.

Questa non sarà una legge universale, ma è la mia opinione e il mio vissuto: se punti a settentrione, perdi sempre in vitalità.

Io ho scelto, a mio modo, di lasciare l’Africa e sono stata costretta a risalire il mappamondo a bordo di uno sgangherato bastimento; il viaggio ha impresso sulla mia carne, di onda in onda, un oscuro senso di perdita che non riesco ancora oggi a sradicare, un’opaca sensazione di distacco che mi stringe ancora oggi la gola.

Ancora oggi !

E’ come se il tempo si fosse fermato sopra l’abisso del dimenticatoio, trattenendo le esperienze più significative della mia vita in attesa di lasciarle cadere definitivamente nel vuoto; è come se io con il cuore in gola tentassi di salvare questi frammenti di vita vissuta dal pericolo del nulla per l’angoscia di morire del tutto e per sempre.

Quel viaggio non è stato certamente il semplice trasferimento del corpo di Ascingha da un continente all’altro; io non posso dimenticare un viaggio che si riempiva, onda su onda, di un ambiguo simbolismo e oscillava come un pendolo tra il desiderio di vivere il nuovo e la colpa di abbandonare il vecchio.

Il piatto si è così condito nel tempo di una fatale inesorabilità che ha una sola verità e un solo sapore: tutto ciò che si lascia è definitivamente perduto e non può ritornare in alcun modo, neanche sotto la forma di un pupazzo di “peluche”.

Anche la morte s’inchina di fronte a ciò che non è stato vissuto e si poteva vivere.

Ricordo quel viaggio e sento chiaramente il freddo e lo sgomento che saliva dai miei piedi scalzi mentre percorrevo il sentiero che portava lontano dalla mia foresta sotto la guida di Marion e in compagnia di Aggun.

La foresta, la verde foresta !

Però, cos’era per me quella foresta ?

Era la mia casa sotto il cielo, un buco nero dell’universo che ben conoscevo e dentro il quale sguazzavo sicura come un’anatra quando le prime piogge formavano qualche pozza.

Mentre mi allontanavo da quel misero punto tutto nero, sentivo che una vecchia emozione scivolava dalla mia pelle e con il sudore si perdeva per sempre al suolo.

Eppure io, fuggendo, miglioravo la mia esistenza in ogni senso.

Marion era la prova vivente del salto di qualità e io potevo toccare il suo corpo con le mie mani nei momenti di dubbio più intenso.

Bastava saltare dalla sponda africana sopra un putrido peschereccio dal nome “suregai” e lasciare che i marinai puntassero la prua verso nord, sempre e solo verso nord, un punto cardinale magico per gli uomini che abitano le terre situate in basso rispetto al paradiso dell’occidente, quegli africani che si sentono inferiori rispetto ai popoli degli altri continenti e inevitabilmente per la vile legge della compensazione si stimano superiori rispetto ai loro fratelli; basta considerare le guerre civili che insanguinano il mio paese per avere un’idea dei misteri o dei paradossi dell’Africa nera.

Bastava fare un salto sopra un bastimento puzzolente di sardine e potevi conquistare gli antibiotici in farmacia, l’acqua in casa, il denaro in banca, i cibi nel supermercato, la legge in tribunale, gli slip in negozio, la plastica in ogni luogo, i pannolini in bustina, le tagliatelle ai funghi, la macedonia di frutta, il bidet in bagno, le aspirine effervescenti per i dolori mestruali, tanto di tutto o quasi tutto.

Chi più ne ha, più ne metta e alla fine non si senta povero il beneficiario e non si senta ingordo il beneficiato.

L’Occidente era l’anticamera del paradiso per una negretta primitiva della tribù africana degli Isciu; in Occidente si poteva anche stupidamente sperare di non morire.

Quanti bambini ho visto morire nella mia terra per la mancanza di un farmaco e quante donne malate non ho visto più ritornare dalla savana.

La foresta era il dio e il luogo sacro del dio, la divinità e il suo tempio; la foresta dava e riprendeva la vita senza dolore e senza rumore.

Era costume degli Isciu abbandonare i bambini malati e le poche donne vecchie nella foresta per lasciarli morire; quelli che restavano vivi, ritornando al villaggio, pensavano di averli affidati agli spiriti buoni e ai cicli generosi della natura.

Da un giorno all’altro e con estrema naturalezza in Africa si scompariva dalla scena della vita per inedia collettiva e per fatalistica rassegnazione.

Tutti mostravano assoluta indifferenza di fronte alla morte; il vago senso di necessità naturale dei sopravvissuti si mescolava alla noncuranza dei disperati, uomini ancora vivi che avevano la fortuna e la possibilità di vagare domani per la foresta e di ritornare alla propria capanna di fango prima della notte.

Quante volte non riuscivo a prender sonno, mi giravo sopra il pagliericcio e volgevo lo sguardo verso quella parte della foresta dove speravo di rivedere all’improvviso quel viso che da qualche giorno era sparito.

In questa ingenua attesa avvertivo un sentimento di gioia e un senso di tristezza, poi mi rassegnavo e sfinita dai desideri e dalle paure cadevo nel sonno.

Quanto l’ho atteso !

Quanto ti ho atteso, piccolo amore mio dalla pelle nera e dagli occhi nerissimi !

Eppure ti ho atteso, pur sapendo che non avevi gambe e piedi per camminare; io ti ho atteso lo stesso e ho desiderato che almeno il tuo dolce viso apparisse dai cespugli delle “nuree” almeno una sola volta per dirmi: “non piangere Ascingha, io ti ho perdonato.”

Io sono viva e aspetto ancora il tuo bel viso, ma sono sicura che qualcuno da qualche parte mi restituirà almeno il tuo dolce sorriso.

Non riesco a dire altro, dottore; in questo momento sento soltanto il bisogno di sparire.

Voglio tornare a casa, non mi sento per niente bene; speriamo che il tassista sia già fuori ad aspettarmi.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

PIEVE DI SOLIGO – 07 / 09 / 2.000 – ORE 15,15

Buongiorno dottore, chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma il tassista non riusciva a trovare la strada del suo studio.

Mi chiamo Jasmine Ainé in Tirindelli, ma il mio vero nome è Ascingha e in lingua italiana si può tradurre con una certa approssimazione “carezza del vento”.

Come ha visto la mia pelle è nera e le mie labbra sono pronunciate come quelle di una bertuccia, ma in tutto il resto le assicuro che sono simile a una donna dalla pelle di qualsiasi altro colore.

Non è mia la colpa di essere a suo tempo caduta dal cielo proprio dentro uno spicchio d’Africa.

Sono originaria della Sierra Leone e la mia tribù abita ancora nelle foreste che si trovano alle pendici dei monti Loma e ai confini con la Guinea.

Oggi la mia terra, purtroppo, è famosa per la guerra civile che la insanguina e soprattutto per l’uso spietato che i guerriglieri di chissà quale causa fanno del “machete”, mutilando tutti quelli che incontrano sul loro cammino, grandi o piccoli, forti o deboli, vecchi o giovani, maschi o femmine, intelligenti o ebeti.

Sembra che per questi criminali la cosa più importante sia lasciare alla propria gente un segno ben visibile della loro ferocia per tutto il resto della vita: la “mezza manica” o la “manica lunga”, in base alla scelta dell’amputazione sopra o sotto il gomito.

Trascuro la mutilazione dei piedi o delle gambe, perché il solo pensiero mi scatena tanta rabbia e il ristagno della tensione mi procura il vomito; mi creda, non vorrei riempirle la scrivania del tritato degli spaghetti alla carbonara che ho appena gustato a pranzo.

Posso capire il cannibalismo, ma non la ferocia e soprattutto quando è consumata contro i bambini e contro le donne.

Ritorno a me e ai miei tanti problemi, perché non è proprio il caso di dilungarmi su questioni morali o politiche che oltretutto non riesco a capire semplicemente perché non trovo e non troverò mai alcuna giustificazione alla violenza; mio marito dice che sono mentalmente pigra, ma chissà quale dramma si nasconde dietro questa mia pretesa pigrizia.

Da più di trent’anni mi trovo in Occidente e da quindici anni vivo a Venezia, la più bella e umida città del mondo; pur essendo una negra africana, sono una persona istruita e ho avuto la fortuna di acquisire la cultura occidentale e di non dimenticare le radici africane, per cui devo riconoscere che mi sono sempre adattata e mai integrata.

Sarà questo il solito mal d’Africa o sarà questo il solito male psichiatrico ?

La risposta spetta ormai agli stregoni o agli specialisti della mente umana, ma ricordo che una zingara davanti a un supermercato di Mestre a suo tempo mi aveva detto che tra tanto male e tanto bene sarei sempre stata una donna eccezionale.

Io ho la mia verità in proposito, ma è indiscutibile che, nonostante le conquiste umane e sociali fatte in tanti anni di permanenza in Italia, io mi sento insoddisfatta, inquieta e sempre alla ricerca del trapezio più pericoloso e dell’equilibrio più precario.

Ma cosa cerco ancora ?

Mi chiedo con gentilezza: Ascingha, cosa cerchi ancora ?

Mi rispondo con altrettanta gentilezza: cerco la gloria e la vendetta, l’aureola e il pugnale, il pari e il dispari, il maschile il femminile, il concavo e il convesso, il padre e la madre, il fuoco e il ghiaccio, la vita e la morte, io cerco l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, io cerco l’armonia dei miei opposti e dei miei elementi.

Per spiegarmi meglio devo partire da lontano, ma lei ha già capito che con i simboli mi trovo a mio agio e con le metafore mi sento in famiglia; la fantasia è la mia unica confidente e la mia buona medicina, perché mi aiuta ad addolcire o a camuffare le tristi verità della mia vita.

E’ opportuno, a questo punto, presentarmi meglio.

Il mio primo documento d’identità è stato un passaporto falso, rilasciato negli anni settanta dalla mafia di Dakar, la pigra capitale del Senegal e il tragico crocevia della tratta delle negre.

Dakar è il capolinea di una disperata rotta che da capo Verde porta ancora tante adolescenti, racimolate nell’entroterra africano, a Mazara del Vallo, imbarcandole in vecchi bastimenti stivati di sardine puzzolenti.

Di questa rotta e di questo commercio sono da sempre al corrente le autorità politiche e morali del mondo e in particolare dei paesi europei, così come ne sono ben informati tutti i benpensanti dalla pelle bianca che ogni notte vedono adolescenti negre passeggiare mezze nude sui marciapiedi delle loro città per la soddisfazione erotica dei loro simili.

Di questa rotta sono direttamente al corrente anche le autorità militari dei paesi che nel bene e nel male sono coinvolti in questo squallido commercio: l’infido Senegal, la povera Mauritania, il falso Marocco, l’allegra Spagna, la fanatica Algeria, l’ambigua Tunisia, la brillante Italia e il resto dell’Europa civile dove le negrette vanno a sciamare come le api e con il loro miele.

Le motovedette di ogni paese e di ogni arma hanno fatto e fanno ancora la scorta alla tratta delle negre lungo le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo nella piena convinzione di aver sempre rispettato il diritto sulle acque territoriali e di aver sempre evitato imbarazzanti complicazioni tra i vari stati.

Bravi, molto bravi, non c’è che dire !

Nel rispetto della legge internazionale e delle leggi nazionali sono stati e sono ancora favoriti i traffici criminali di ogni tipo, burocrazia compresa, perché non si tratta soltanto di smerciare puttane lungo i marciapiedi o nei bordelli, ma anche di collocare la merce umana con una certa legalità formale.

Il mio passaporto, ad esempio, era pieno di bolli e di timbri, il capolavoro di un abile falsario, un documento incorniciato dalla foto sbiadita di una ragazzina negra impaurita e appena uscita dalla foresta, un’opera così perfetta nel suo genere che è stata la base della mia identità europea fino a oggi.

Nessuna polizia, marittima o terrestre, nessuna autorità umana o celeste ha mai contestato per pigrizia o per convenienza quel pezzo di cartone sporco d’inchiostro colorato.

Del resto, cosa vuoi e cosa puoi obiettare alla Repubblica francese che dichiara per iscritto che una certa Jasmine Ainé è nata a Marsiglia, Marseille en francais, il nove dicembre del millenovecentosessantuno e abita al numero settantadue di rue Mallarmé sempre nella stessa città di Marsiglia, Marseille en francais.

Dall’autunno di quell’anno che non so, questa è stata la mia identità formale.

E’ perfettamente vero: “quell’anno che non so”.

Certamente esiste “quell’anno che non so” anche se io non l’ho mai conosciuto e semplicemente perché il calendario della foresta era il cielo, quel cielo che misura ancora oggi il giorno e la notte e dimostra l’inutilità di fare il conto di quanto hai malamente vissuto e di cosa ti lasci alle spalle.

All’inutilità di fare il conto si aggiungeva l’indolenza a contare i giorni trascorsi e a metterli in riga anche incidendoli sulla ruvida corteccia di un’acacia; a questo buco tecnico si deve associare l’incapacità africana ad avvertire in qualche modo quella che si definisce storia presso gli altri popoli, i cosiddetti popoli civili che giustamente amano la memoria perché hanno nel bene e nel male qualcosa da ricordare.

Del resto, cosa avresti voluto conservare dentro il tuo cuore e rivivere con desiderio in un mondo a una dimensione e in una quotidianità ripiena di cose sempre uguali ?

Eppure la nostalgia colpisce anche gli africani, ma questo mal d’Africa è soltanto desiderio d’oblio, un bisogno inconfessato di dimenticare totalmente se stessi.

A tutt’oggi, quindi, secondo quella carta colorata io mi porto addosso quasi trentanove anni, appartengo al segno zodiacale del Sagittario e, aggiungo volentieri, con ascendente Saturno per sottolineare la tendenza a usare soprattutto la testa anche se buona parte della mia vita potrebbe affermare malignamente il contrario: più emozione e bassoventre, meno ragione e cervello.

Il mio attuale documento d’identità, rilasciato dalla Repubblica italiana di cui sono cittadina, riporta ancora questi dati, ma io so bene che il vero e unico dato della mia persona è il nome Ascingha, proprio quel nome che non compare in nessuna carta scritta e che risuona nelle mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Ho già detto che Ascingha si può tradurre in italiano “carezza del vento”, che le traduzioni sono sempre approssimative e specialmente se riguardano i nomi di una tribù primitiva dell’Africa nera, ma quel nome, lo ripeto volentieri e senza paura di essere monotona, ricordo di aver sempre sentito dentro le mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento” in qualsiasi parte del mondo mi trovo a camminare e in qualsiasi fuso orario mi trovo a filare la mia vita.

Dopo questo amaro sfogo vengo al dunque, al mio dunque naturalmente.

Come le ho riferito per telefono, mi ha fatto il suo nome il professor Crisafulli, il più quotato in ogni senso psichiatra del nord-est, il quale, dopo avermi diagnosticato schizofrenica e inutilmente curato con micidiali cocktails di farmaci ben equilibrati nelle indicazioni e nelle controindicazioni, adesso sostiene semplicemente che a me conviene star male e che, quindi, non guarirò mai.

Sindrome di convenienza”, ecco, l’ha definita così.

Sono felice di aver ricordato la nuova diagnosi, perché possedere una buona memoria mi fa sentire una donna in forma e una persona sana di mente, contrariamente a quanto pensa l’illustre clinico con il suo sedici metri a vela ancorato nella darsena di Monfalcone.

Ecco, lo strano personaggio si è dimostrato un pesante chimico e un grande maldicente semplicemente perché senza farmaci la sua bislacca scienza vale poco meno di nulla.

Ecco, dopo aver trasformato il mio corpo in un impianto petrolchimico e dopo averlo annientato con miracolosi farmaci, l’illustre clinico sostiene che lei, proprio lei che sulle pillole e sulle supposte per principio e per mestiere non fa alcun affidamento, potrebbe essere indicato al caso mio anche perché al contrario di lui, aggiungo io e me ne assumo la responsabilità, sembra avere tanta pazienza e poca ingordigia.

Il dottor Crisafulli mi ritiene una donna testarda ed esigente, una vergogna per la sua superba scienza e un’eresia per i suoi micidiali intrugli; alla fine secondo l’esimio professore e secondo tutti gli uomini poveri di spirito io sono una donna frigida che non ha trovato il bastone giusto per il suo equilibrio psichico e per bastone intenda pure quello che le salta subito alla mente uscendo fuor di metafora.

Mi preme precisare che, pur tuttavia, l’egregio dottore non ha mai disprezzato il colore della mia pelle per il semplice fatto che ha ben apprezzato il colore dei miei soldi.

Cinquecentomila lire a visita !

Mi spiego ?

Mi capisce ?

Io non sono una maldicente, io ho soltanto il brutto difetto di esprimere in maniera chiara e diretta quello che penso, senza paura e senza pudore, perché, nonostante il colore della mia pelle, oggi posso permettermi di non leccare il culo a nessuno e soprattutto a un uomo bianco.

Del resto, sono poco legata alla vita e non ho bisogno di nessuno e di niente; la gente è in più e le cose intorno a me sono inutili, gli uomini sono animali inquinanti e le città sono fogne a cielo aperto.

Per il momento sono costretta a escludere da queste mie convinzioni la sua figura e la sua eventuale funzione, ma in tutta sincerità nutro qualche speranze.

Bando alle inutili polemiche e veniamo ancora una volta al dunque, al mio dunque naturalmente.

Il professore Crisafulli mi ha consegnato una lettera riservata alle sue pregiatissime mani, “S. P. M.”; io non ho resistito alla curiosità, l’ho aperta e sono riuscita a decifrare la scrittura di un medico e addirittura a capirne il senso.

Le dico subito che non sono d’accordo sulla diagnosi, ma questo non è importante per gli altri, perché stravolge soltanto la mia persona e la mia vita.

La sola giustificazione della mia maleducazione è proprio il fatto che questa lettera riguarda la mia persona e la mia vita.

Io, caro dottore, sono ancora viva e vegeta soltanto perché ho sempre nella giusta misura diffidato di tutto e di tutti; questo significa essere prudenti e non paranoici.

Caro dottore, mi creda, io non mi trovo ai bordi della schizofrenia, non sono mai arrivata ai confini della melanconia, non mi trastullo nella crisi depressiva desiderando la morte e non mi esalto nella fase maniacale sperperando i miliardi di mio marito.

Certamente ho dei sintomi pericolosi per la mia persona e per il mio prossimo, altrimenti non sarei qui e non avrei iniziato il solito pellegrinaggio alla ricerca di un guaritore che mi dia un migliore equilibrio o di uno stregone che mi restituisca la cosiddetta normalità.

Certamente io non sto bene, non mi sento bene, non sono serena, non sono tranquilla, non sono me stessa, non sono in pace con me stessa.

Certamente oggi io sono l’ombra di me stessa e il mio malessere è iniziato proprio quando pensavo di essere arrivata a destinazione e di avere risolto gran parte dei miei problemi almeno per questa vita, ma il tutto non significa essere malata o una malata del calibro sparato dall’illustre clinico.

E’ questo il punto: io non sono e non mi sento malata !

Se sono malata, la mia malattia è allora la mia persona, la mia identità, la mia storia.

La mia malattia si chiama Ascingha.

La mia malattia è la cosa più bella e terribile che io possiedo: Ascingha !

Egregio dottore, a questo punto, come uomo potrà comprendere la mia insolenza nell’aprire la corrispondenza fra professionisti della mente e come strizzacervelli è costretto a comprendere la determinazione che ho manifestato nel difendere la mia persona dalle diagnosi più assurde, ma, mi creda, questa insolenza e questa determinazione sono doti costruite attraverso le mille esperienze della mia vita, una vita intrecciata di mille vite come la coda di un gatto e una vita sempre costretta dalla necessità di sopravvivere.

Io, Ascingha, sono sempre andata al di là della mia stessa vita e sono sempre riuscita a trovare un equilibrio nelle traversie più nere e nei momenti più tragici; questa è la mia malattia e questa è anche la mia forza.

Oggi che tutto si è sistemato nel migliore dei modi e io sono la signora Jasmine Ainé Tirindelli, cittadina italiana, oggi che posso pagare anche la parcella di uno strizzacervelli per capire quali mali oscuri dentro di me chiedono di venire alla luce, io resto sempre una povera negra e sento il bisogno di cercare quella madre naturale e snaturata che ho necessariamente avuto e non ho mai conosciuto, quel bambino negro che ho abbandonato ai topi e ai serpenti della foresta, quella pretesa sorella venduta ai mercanti di schiave che non ho più rivisto, quei quattro figli che ho abortito e che non dormono in cimitero, quell’uomo amato che è scomparso nel nulla o nell’acido solforico, quell’uomo adorato che mi ha sempre sfruttato e ingannato, quell’Africa, la maledetta Africa, che a distanza di trent’anni è conficcata nel mio cuore e ancora una volta riesce a essere la causa della mia gioia e del mio dolore.

Oggi non ho più niente da temere e non ho un nemico da combattere al di là di me stessa.

Oggi abito in una casa signorile di Venezia e posso senza alcun problema imbarcarmi, quando voglio, per una delle tante crociere intorno al mondo.

Oggi sono la moglie del generale in pensione Biagio Tirindelli, pluridecorato al valore militare nella campagna d’Etiopia e nella guerra di Resistenza; oggi sono una donna di colore rispettata dalla gente e riconosciuta dalla stato italiano, uno stato che non ho mai incontrato nei momenti più tragici della mia vita neanche sotto l’uniforme di un fedele carabiniere o dentro il tailleur amaranto di un’assistente sociale.

Oggi io non sono più quella bella negra che a pagamento lasciava menare dentro la sua “puta” il “bilingo” di uomini occidentali malati nel cuore di un amore mancato e nelle ghiandole di un corpo disprezzato.

Oggi non sono più Jasmine, la puttana di colore della squadra di Marcos del Brenta, oggi non sono la sguattera negra di maman Immé, oggi sono e mi sento soltanto Ascingha, la “carezza del vento”, la figlia ingrata di quella tribù Isciu che abita ancora presso le foreste di quei monti Loma che abbracciano con un solo orizzonte Sierra Leone, Guinea e Liberia, terre di miseria e di crudeltà, di fame e di morte.

Jasmine è entrata in guerra con Ascingha e Ascingha vuole uccidere Jasmine; questo è il mio vero dramma e lo capisco soltanto io, perché sono io a viverlo sotto la mia pelle nera.

La tensione ristagna disperatamente dentro il mio corpo come l’acqua putrida nei canali di Venezia, si scatena contro me stessa, mi buca lo stomaco, mi chiude il respiro, mi sballa gli orologi interni, mi divora gli anticorpi, mi succhia il sangue, mi rode il cervello, mi castra le energie.

A questo punto non mi resta che desiderare la morte, perché non voglio e non posso più sentire quel dolore che non è un dolore come gli altri, ma uno struggimento senza soluzione, uno sbriciolarsi delle budella sotto i denti affilati di una squadra ben addestrata di topi.

Soltanto a volte sento il bisogno di vendicarmi e di uccidere qualcuno, un qualcuno che in un modo o nell’altro è stato ed è responsabile delle violenze subite e impresse nella mia carne come le stimmate di un santo.

Dicevo che nella mia vita ho imparato a trovare in ogni circostanza l’equilibrio necessario, ma a furia di cercarlo non ho mai imparato a mantenerlo.

Sono una persona istruita e a modo mio parlo quattro lingue, conosco a memoria le poesie di Saffo, capisco qualcosa degli scritti del dottor Freud di Vienna, leggo Montale e Pasolini, amo il Gattopardo del principe di Lampedusa, ho capito tutti i film di Federico Fellini, cucino le lasagne bolognesi in tutte le salse, tiro i tarocchi per deridere le mie amiche superstiziose, lavoro a maglia e a uncinetto, conosco il punto a croce e il gigliuccio, ho imparato l’impossibile, ho assorbito culture diverse, mi sono adattata a modi di dire e di fare, ho fatto, ho detto, ho subito, ho visto, ho vinto, ho perso, ma in tanta malora o in tanta fortuna non ho mai imparato a mantenere l’equilibrio giusto per vivere senza l’altalena dell’umore e la parabola dei sentimenti.

La mia malattia si chiama Ascingha, una bambina dalla pelle nera; la mia malattia galoppa tra le tante esperienze di Jasmine, una puttana di lusso dell’entroterra veneziano: l’ingenuità di una negretta africana della foresta e la disinvoltura di una negra francese da bordello italiano.

Le mille e mille traversie della mia vita hanno lanciato in cielo altrettante immagini di me stessa che come un boomerang sono ritornate a colpirmi; se da un lato tutto questo mi ha fatto crescere e arricchire, dall’altro lato ha messo e mette a dura prova la mia identità e il mio equilibrio psicofisico.

E così a volte, soltanto a volte, mi piace tanto dimenticare me stessa e convincermi di non sapere più chi sono, ma non desidero mai essere un’altra persona.

E così non passa giorno che io non cada in uno stato pietoso di abbandono e in una tremenda desolazione; questa prostrazione mi impedisce di muovere persino un dito per dare un segno di vita a tutti coloro che si affaccendano attorno al mio corpo quasi morto nel vano tentativo di rianimarlo.

Dirò che avere tanta gente al mio servizio, il generale compreso, mi dà una bella, quanto effimera, sensazione di pienezza e di riscatto.

Oggi io mi sento Arlecchino, oggi io sono un Arlecchino vestito di mille pezze colorate e a ogni pezza corrisponde una gioia, un trauma, un ricordo, un oblio, una fantasia, un ragionamento, un sogno, un fantasma, una riflessione, una lacrima, un sorriso, una frustata, un dolore e tutto quel mare di sensazioni e di sentimenti che si deve attraversare partendo dalle spiagge di capo Verde in Senegal per approdare a Mazara del Vallo in Sicilia.

Allora ero una bella adolescente da tempo delle mele, una ragazzina incatenata con Aggun e altre sventurate bambine di colore dentro la stiva di un bastimento puzzolente di pesce; allora ero una bella adolescente da tempo delle mele che pensava di arrivare in qualche parte di un mondo migliore con la coscienza imperfetta di tutto quello che aveva addosso e desiderava lasciarsi alle spalle.

Purtroppo, quella parte del mondo che l’ingenua bambina andava a esplorare era di un’altra persona, Marion, la civetta negra dei trafficanti di donne, e quella parte del mondo non era poi la parte migliore del solito mondo.

La mia malattia è la memoria della mia vita; i ricordi di Ascingha non si sposano con i vissuti di Jasmine, ma, del resto, se avessi dimenticato una sola parte di me stessa, in questo momento non esisterei né come Jasmine e tanto meno come Ascingha.

Io non so quando sono nata e non possiedo un cognome: io sono soltanto Ascingha.

Nella foresta, come dicevo prima, non esisteva il calendario o l’ufficio anagrafico e tanto meno si conosceva il padre e la madre; tutti gli uomini e tutte le donne della tribù Isciu potevano essere i tuoi genitori e non potevi sbagliare, perché gli stranieri, che arrivavano presso le vallate dei monti Loma, erano riconoscibili dalla pelle bianca e dal fucile, dalla sottana grigia e dalla croce ed erano bracconieri, missionari, avventurieri e mercanti; questi ultimi erano i più amati e i più crudeli.

Ho vissuto troppo, in fretta e intensamente.

A quarant’anni mi sento vecchia dentro e fuori, perché le esperienze più belle e più brutte le ho fatte quasi tutte; adesso sento soltanto il bisogno di fermarmi e di riordinare la mia vita, una vita, come le dicevo, fatta di mille vite, ma non sempre ne sono capace e spesso sento il bisogno di una guida, di un compagno di viaggio che non mi indichi la strada fingendo di conoscerla, perché in effetti non può conoscerla, ma che mi segua e mi lasci esprimere.

Io non ho bisogno di un ipocrita moralista o di un falso mezzoprete.

In un mare di dubbi sono sicura di essere Ascingha e di essere sempre rimasta Ascingha e solo Ascingha, la “carezza del vento” del nord che pettina la sabbia del deserto.

Jasmine non ha niente a che fare con Ascingha.

Il dottor Crisafulli avrà anche ragione nel diagnosticarmi schizofrenica, ma in base alla vita che mi è piovuta addosso, io non potevo essere diversamente e mi sono conservata nel migliore dei modi, mi creda, dottore, mi creda.

Altro che problemi di melanconia o disturbi dell’affettività, io ho solo bisogno di fermarmi dopo essere stata per trent’anni in un moto perpetuo di sopravvivenza.

Altro che psicosi maniaco-depressiva, io ho solo bisogno di riordinare la mia vita raccontando la mia storia a un degno ascoltatore; lei mi è stato indicato come tale, uno strizzacervelli molto pacato che non si addormenta durante la seduta, che non ha soluzioni salvifiche per nessuno, che ha un profondo rispetto per i suoi compagni di viaggio e che, soprattutto, difficilmente parla.

Io ho bisogno di un interlocutore muto, di una statua di marmo, di un uomo che non apra la bocca; in tal modo eviterò anche la delusione di accorgermi che il mio navigatore non ha capito niente di tutto quello che ho detto e che volevo fargli capire, non potrò pensare ancora una volta di aver regalato le mie perle ai porci.

Io le chiedo soltanto di lasciarmi esprimere con il mio autentico linguaggio, di lasciarmi raccattare i cocci della mia originale storia, di lasciarmi ricucire le pezze sgualcite del mio bel vestito nell’ardua impresa di ritrovare la mia vera identità senza false illusioni e inutili pretese.

Sembra strano che una donna negra affidi a un uomo bianco la spremuta del suo cervello, una virtù e un lusso dei popoli superiori e ricchi, ma io sono una persona adulta e istruita, conosco il mondo e capisco le persone che lo abitano, non sono ignorante anche perché sono stata alunna di maman Immé, la mia madre putativa, una professoressa di lettere classiche presso il liceo Marco Polo di Venezia, una donna dalla mente enciclopedica e dalla casa tempestata di libri.

Sono sicura che la mia storia personale si mischierà con quella di un popolo primitivo di razza inferiore e con quella di un popolo evoluto di razza superiore, ma questa eventuale contaminazione, in verità, non mi dispiace, soprattutto se può servire a capire me stessa e a essere padrona in casa mia.

E poi credo, perdoni la vanità, che per lei sarà un’avventura ancora più interessante, quanto meno non si annoierà ad ascoltare le solite tristezze di una vita piatta e convenzionale.

Non ho alcuna difficoltà a pagare il suo onorario e lo farò tramite bonifico di mese in mese, per cui non mi resta, se lei è d’accordo, che rifilarmi un generoso “in bocca al lupo” per questo fascinoso viaggio nella memoria.

E che gli dei non siano avversi, come non lo furono allora i venti nella rotta fatale e trafficata che dall’Africa porta ancora oggi in Sicilia.

Bonjour monsieur le docteur.

LA CICALA E LA FORMICA

Carissima,

treschera,

tres chere,

ti penso a spasso con qualche orso

per i monti cari della tua vita,

un orso marrano convertito al miele di Sortino,

un maculato mugugnone di indubbia prestanza,

uno che può ancora ballare sotto le stelle.

Treschera,

ti penso in un’avventura televisiva demenziale

e costretta dai legacci della montagna sociale e culturale

che non va mai da Muhammad,

va sempre a finire dove piove sul bagnato.

Sta gran puttana!

A furia di coitare a ufo nel piccolo schermo,

farà scoppiare un incidente diplomatico con la santa sede,

con il barbecue del solito giornalista infallibile,

con la solita giovinetta ingenua del settimo colle altoatesino.

Tres chere,

ti penso felice a gogò e storna per l’ultima birra infame,

sorbita nella solita pizzeria di via Cesare Battisti,

colui che amò l’Italia

come i democristiani, i socialisti e i liberali.

Importante che tu senta e ti senti,

così come deve essere da parte di una senziente,

una curandera sciamanica e yoghettara

sempre in armonia con le leggi temporanee del nostro amato universo,

quello che ubbidisce all’Amore del ferro e dello zolfo

e all’Armonia del maschile e del femminile,

ita Francuzzus dixit e cantò a perdifiato,

quasi a squarciapalle.

Carissima,

chiedi sempre di me a Empedocle di Agrigento,

quello della terra, dell’aria, del fuoco, dell’acqua.

Ma io appartengo al sole, alla luna, al vento,

ai monti di Venere e alle falci di Marte.

Cosa ti può dire un filosofo pazzo dell’energia,

del tutto che si trasforma senza essere mai creato?

Comunque e per farla breve,

breviter,

sappi che da me hanno portato via le alghe

e che adesso la spiaggia è pulita,

ma dietro ci sono le ciminiere della russa Lukoil

che sparano nel cosmo fetidi vapori di merda greggia.

Che furbi i siracusani!

Non bastavano la Sincat e la Rasiom,

la Montedison e la Esso,

si abbisognava di nuovo veleno per non morire,

alla Mitridate, se ben ricordi.

In compenso a tanta malora ti dirò

che Archimede sta bene

e d’inverno soffre di reumatismi

a causa del forte vento di tramontana

che gli sbatte i coglioni di ghisa,

come a suo tempo Lui fece con il miles gloriosus.

Anche se ci lasciò le palle,

ebbe le palle

e le mostrò alla comunità scientifica.

Oggi i siracusani sono di altra varia e variopinta pasta.

Tu non ti curar di lor quando vieni,

ma vestiti sempre con cura

e cura gli ignudi senza malizia e comunismo dei beni.

Ti stringo con una stretta di mano e nulla più,

come si conviene

e si costuma presso i tuoi popoli trogloditi.

Tienimi tra le tue cianfrusaglie fisiche e morali.

Mi firmo e mi distinguo: Salvuccio Lagrange Sinagra, detto Totonno.





Giardino degli aranci, 29, 11, 2023



IL NUOVO NOVECENTO

Poeta,

porti sulle spalle la tua Siracusa e il tuo Veneto,

la tua Milano grigia e sputtanata,

la storia di Lucia e della Pia

in questo purgatorio senza uscita.

Io leggo

ed è come se fossi seduta in un museo

ad osservare un incanto appeso al muro.

Ho detto al custode di lasciarmi stare,

di chiudere

e farmi rimanere,

perché avevo una lama conficcata

tra il cuore e la panca di pietra.

Mi piace tanto quello che scrivi

e mi piaci tantissimo quando scrivi,

aggraziato e rude come il nostro Novecento.

Tutto è così acceso e moderno,

oggi,

luci nuove e nuovi argomenti.

Io ascolto con attenzione

e distrattamente attendo

che si allunghino le giornate,

senza credere fino in fondo

che basti ad una vera comprensione.

La mia natura sarà sempre legata a ricordi di stagioni

che nascono nel freddo e nel buio delle mie latitudini.

Nascevo nell’approssimarsi dell’inverno,

neve bianca frammista al latte del mio nutrimento:

non si dimentica la cornice

che inquadra il seno di una madre.

E tu,

tu che mi abiti nel cappotto di astrakan,

caldo collo,

abbraccio.

Mi scrivi nell’ora della noia,

so anche questo.

Io non temo le intemperie del tuo carattere incostante;

la tua voce argentina nella corte di uno sgangherato palazzo

mi arriva come un vento,

a volte una folata,

altre un alito così lento

che basterebbe mettere le mani a conchiglia

per tenerlo dentro.

Siamo tre giorni in un inverno

e per me il futuro esiste sempre.

Carpe diem,

ogni domani sa diventare un oggi.

Sabina

Trento, 13, 12, 2021


TOI – 1452b

Ti regalerò un piccolo pianeta,

un piccolo pianeta con due stelle,

le stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

di quel che manca è pieno di eudaimonia,

i buoni demoni,

i demoni del bene,

gli istinti vitali di Dioniso il matto,

gli angeli della cuccagna

che fan l’amore con madama Dorè

in tutte le chiese del circondario,

nei conventi abitati dagli ultimi monaci,

gli uomini soli e veri

che sono sopravvissuti alle tivvù caccose

e ai professori mercenari e scontati al centodieci per cento,

come le facciate dei palazzi fatiscenti di Forlimpopoli.

Quanti buoni demoni!

Tanti,

ma tanti e poi altrettanti.

Ma quanti sono questi demoni?

Sono tanti

quanti quelli che dentro sentiva Socrate

quando era fatto di cicuta e di peperoncino,

quando era fatto di poche parole e di tanti perché,

Socrate,

il figlio di Sofronisco e di Fenarete,

il fratellastro di Patrocle,

il marito di Santippe,

il sofista anomalo,

il marito anomalo,

il padre anomalo,

il misogino normale,

l’omosex normale,

il filosofo senza filosofia,

il perditempo dell’agorà,

quello che non scrisse nulla per pigrizia,

quello che ciondolava per le strade anfose,

quello che dormiva sotto i portici dipinti,

le stoà di Pirrone,

non il gesuita di don Fabrizio,

non il ruffiano del Gattopardo,

lo stoico Pirrone,

quello del giusto mezzo,

non la 500 di Nane Agnelli e di Viktoir Valletta anni 50,

quello dell’in medio stat virtus,

quello del sunt denique certi fines,

quos, ultra citraque, nequit consistere rectum,

non quello di Quinto Orazio Flacco da Venosa,

il furbastro che allettava gli schiavetti a piacimento

nella sua casetta parva sed apta ei,

non questo e non quello,

ma il demone che ti comprerò io,

me misero tapino,

senza un soldo nel taschino,

senza un cane e un topino,

ti offro un TOI-1452b con stelle incorporate,

con acqua a volontà

per gli sciacqui orali e per il bidet a ogni ora,

con le dovute cure e premure

per gli obesi e i nullatenenti,

per i politici e i giornalisti,

per Charlene e Marlene,

per Ilary e mastro don Gesualdo,

per i re e le regine,

per i matti e le mattine,

per chi ancora ha voglia di fottere e di fottersi

in questo nostro pianeta a rimasuglio,

un pianeta stupito con due stelle,

stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

ma di quel che manca è pieno di daimonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2022