CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia

ALLE MIE ZIE

Morbido amore corvino

con le forme della madre terra

ho conosciuto.

Abbondante amore senza interesse,

senza requisiti,

legame profondo,

il sangue.

Calmo amore che gode della vita,

piacere nelle piccole cose,

in ogni cosa.

Il tempo si dilata e diventa eterno

nella bellezza di questo momento.

A questo amore ho aperto il mio cuore,

ne sono usciti fiori,

petali e foglie delle più belle,

di ogni colore,

ne sono uscita io,

ne è uscito il mio mondo.

Lucia

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

IL TRAVAGLIO DELL’ISTINTO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.
Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.
Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.
Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.
Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.
A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.
Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.
Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Questo è il sogno di Carla.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Carla oscilla tra l’angoscia del lutto per la morte di un bambino appena nato e l’onnipotenza di risuscitarlo, si consuma tra la “pietas” del giusto rito funebre e l’istinto femminile di far coincidere gli opposti della Vita e della Morte, possibilmente al fine di far trionfare la Vita.
Quest’ultima è la classica tematica archetipale intorno alle origini della Vita, quella che concilia gli opposti Eros e Thanatos incentrandoli sulla Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte, la depositaria della Legge del Sangue. Per dirla in termini mitici il “Principio Femminile” contiene il “Principio Maschile” e lo partorisce relegandolo in posizione subalterna a Signore della Storia e della Cultura.
Ma, al di là degli archetipi, la tematica sulla Vita e sulla Morte è soprattutto la dimensione psicofisica di ogni donna che sin da bambina e da adolescente è chiamata a dare una risposta alle future possibili esperienze della fecondazione, della gravidanza e della maternità, un’evoluzione che inizia a livello psicologico con il “fantasma della maternità” elaborato nell’infanzia e che si attesta nello schema concettuale della maternità e nella disposizione alla possibilità reale di avere figli: “posizione psichica genitale” con investimenti di omonima “libido”.
Conoscere scientificamente il processo della maternità è freddo, ricco di distacco e di razionalità. Sentire e aver sapore della maternità è caldo, ricco di emozioni e di fantasie. La donna arriva all’età matura per diventare madre con un corredo articolato di ibridi vissuti e di ricche conoscenze. Se questo “iter” psichico è consequenziale e ben assimilato, la disposizione alla gravidanza e al parto è lineare e benefica. Se sono intercorsi ostacoli emotivi nella formazione alla maternità, subentrano le resistenze e le difese psichiche, nonché i pregiudizi e le remore culturali fino a sfociare nell’opposizione acritica e nella negazione drastica. Buona parte di questo psicodramma è recitato dall’evoluzione del “fantasma della maternità”, piuttosto che dal “concetto della maternità”. Quest’ultimo viene, più che altro, in soccorso delle donne in crisi e attenua le sferzate nefaste delle energie tralignate in tensioni girovaghe e in cerca di sballo: conversione isterica.
Vengo a spiegarmi ed esemplifico.
La bambina si imbatte prima o poi nella realtà della gravidanza sotto la forma dei discorsi educativi o sotto la forma concreta del pancione, crescente come la luna, della mamma o di un’altra donna. In maniera spontanea la bambina si chiede come farà il bambino a uscire dalla pancia senza lacerarla e quale destino è riservato alla povera madre. La proiezione nel suo futuro di donna è immediato e consequenziale. La bambina valuta la possibilità di essere madre e mette in discussione le precedenti teorie fantasiose che ha ricevuto dagli adulti intorno alla maternità. E allora si rammenta della teoria vegetariana dei cavoli, della teoria aerea della cicogna, delle altre fandonie che da ogni dove le hanno raccontato. Si sente tanto presa in giro dai genitori e dagli adulti a cui si era affidata, per cui matura la decisione di lasciarli nella loro ignoranza, di fare da sé, di istruirsi in proprio e magari con l’aiuto di qualche amichetta più scaltra e bonariamente navigata. E in questa ricerca si forma e si completa il “fantasma della maternità”, la rappresentazione emotiva del diventare madre, un quadro a metà tra il “sentire” e il “sapere”, tra la forza dei sensi e l’esigenza di conoscere, tra la fantasia e la realtà. Il “fantasma della maternità”, come dicevo in precedenza, non riguarda soltanto l’essere madre, ma contiene a suo supporto tutto il trambusto emotivo in riguardo alla sessualità, alla mestruazione, alla deflorazione, alla fecondazione, alla gravidanza e al parto. Il “fantasma della maternità” è continuamente nutrito dai “fantasmi” suddetti, per cui si può considerare la formazione finale come la sintesi emotiva e razionale del completamento dell’essere donna e della possibilità di diventare madre. Del resto, la maternità è l’esperienza naturale che completa le potenzialità psicofisiche dell’universo femminile.
Il discorso sui “fantasmi” si poteva concludere abbondantemente qua, ma non è così perché dalla possibile esperienza della maternità viene richiamato il famigerato “fantasma di morte” con la sua insanabile angoscia. Il parto avviene nel dolore e con il rischio di morire, almeno così scrivono nei libri inoppugnabili sin dall’antichità e così dicono le madri dopo averlo vissuto e inscritto nel loro corpo come il marchio del ranch nelle terga delle mucche argentine. Del resto, tra le fantasie della bambina e della donna incinta troviamo la funesta possibilità di essere lacerata dal feto durante il parto. La bambina si chiedeva tra sé e sé “da dove uscirà il bambino?” e “come farà a uscire?”. La donna, oltre alla paura della lacerazione, aggiunge la costrizione alla gravidanza e l’impossibilità di potersi liberare del feto in maniera accettabile e indolore. Specialmente la costrizione a portare avanti la gravidanza è tormentosa e struggente e produce una tensione costante che non fa di certo bene alla donna e al feto.
Non trascuriamo i fattori culturali in questa breve disamina sulla psicologia profonda della maternità. In passato, secoli che diventano millenni senza colpo ferire, il ruolo della donna era incentrato sulla maternità e sulla soccombenza dell’inferiorità. Nella famiglia patriarcale la donna faceva tutto e di tutto oltre alla figliolanza e qualora aveva la fortuna di sopravvivere alla tante reiterate e puntuali maternità. Gli schemi culturali, sociali, politici e religiosi, relegavano la donna negli angusti recinti della costrizione psicofisica, magari dopo averla esaltata come la depositaria dell’amore e della conservazione della Specie: Ontogenesi e Filogenesi. Era una magrissima consolazione, perché la donna dipendeva dal maschio per l’incremento demografico, per la non fornicazione, per l’amor di patria e per il bisogno di manodopera. L’educazione perpetuava a scuola i vecchi schemi in riguardo al pianeta donna. I grandi sacerdoti, senza saper né leggere e né scrivere su questi temi per ordine acquisito e per voto consacrato, prescrivevano di fare sesso soltanto per fare figli, altrimenti le porte della Geenna, la discarica di Gerusalemme sempre in fiamme, si sarebbero aperte per questa donna disobbediente e sgualdrina, come Lilith, la prima donna del Genesi, l’anti-Eva, quella che voleva stare sopra Adamo durante il coito, quella che simbolicamente competeva con il maschio intorno al tema del primato. Quanto la Religione maschile abbia inciso fino a poco tempo fa sulla soccombenza della donna, si condensa sul rito lustrale della madre dopo la quarantena in tante regioni italiane. La neo-madre era sottoposta alla purificazione per essere riammessa nella comunità cristiana. Ma di cosa doveva purificarsi? La risposta è immediata e apparentemente assurda: la donna doveva far “catarsi” della colpa, meglio del peccato di essere stata dipendente dal desiderio del maschio e doveva sanare le impurità del sangue. Quante madri hanno subito anche il trauma dell’esclusione dal gruppo e dalla comunità! Il dato più impressionante è che erano le stesse donne, le vecchie, a gestire e perpetuare il rito della purificazione e dell’umiliazione della donna dopo la missione felicemente compiuta. Perché se era morta di parto, serviva soltanto il funerale e avanti la prossima e la prossima volta. Impressiona sapere che fino all’altro ieri si viveva con tanta crudeltà e si giustificavano atti infami con un assurdo sentimento religioso.
L’evoluzione degli ultimi cinquant’anni fortunatamente è stata prospera e si profila degna di interesse per la donna e per le sorti dell’umanità, nonostante l’incremento demografico non dia segni di tregua a causa della tribalità libidica e della diseducazione demografica degli abitanti dei continenti meno progrediti e non soltanto a livello economico.
Il titolo del sogno di Carla, “il travaglio dell’istinto materno”, è ampiamente azzeccato e giustificato, oltre che utile a confermare che l’evoluzione verso la realizzazione della maternità è costellata di conflitti e di sofferenze che implicano la formazione psichica in riguardo alla sessualità e alla libera gestione dei diritti del proprio corpo e in barba, possibilmente, alla bacchettoneria religiosa e al sopruso politico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.”

Due donne significative in primo piano: “Io e mia madre”. En passant, è anche il titolo del mio ultimo libro sullo psicodramma dell’anoressia mentale. Carla esordisce esibendo un buon rapporto con la madre, una relazione matura e “genitale” fatta di scambio di affetti tra le parole. Il “giardino” rappresenta la realtà sociale e civile in una forma ridente e artefatta. Lo stare “sedute” contiene l’istanza riflessiva e la consistenza delle proprie idee. “Parlare” è “libido genitale” in esercizio sotto forma di interesse e di dono, proprio un volersi bene. L’introduzione è accattivante e ottima per svolgere qualsiasi psicodinamica al femminile.

“Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Dalla distensione del primo quadretto familiare si passa, anzi si trapassa, direttamente nella dimensione della maternità, la versione esteticamente brutta e fantasiosamente negativa per l’appunto. Si presenta immediatamente assieme al problema anche il “fantasma della maternità” di Carla nella “parte negativa”. Ho sempre spiegato che il “fantasma” è una rappresentazione emotiva sottoposta al meccanismo della “scissione” o “splitting”, per cui ha una valenza “buona” e una valenza “cattiva”, Queste sono tutte scoperte di Melanie Klein nell’esercizio della sua attività clinica con i bambini. La “terra” è un classico simbolo della Madre, un “archetipo” della greca e mitica Gea, a riprova che Carla è tutta presa dalla dimensione psicofisica materna e in particolare dal parto e dalla nascita di un bambino che viene assimilato nel suo muoversi a un “lombrico”, un simbolo dello spermatozoo che in questo caso si estende a “un neonato” proprio per la sua interazione con la “terra”. Vediamo gli attributi di questo strano essere venuto alla luce. L’essere “morto” è in contraddizione con il “si muoveva” di prima, ma simbolicamente equivale una carica aggressiva molto forte, mortifera per l’appunto, scaricata sul feto a valida testimonianza della paura di Carla nei confronti del feto che deve essere partorito: angoscia da parto. L’essere “sporco” si traduce simbolicamente nella mole dei sensi di colpa che Carla vive nei riguardi del suo vissuto negativo e della sua aggressività nei riguardi della maternità e del figlio. L’essere “deformato” condensa ancora simbolicamente la carica aggressiva sullo stesso oggetto di prima, il neonato, il bimbo appena nato, in quanto Carla proietta le sue paure di avere un figlio e di non essere una madre perfetta, quella che non fa le cose per bene. L’essere “strano” traduce simbolicamente l’attrazione e la repulsione nei riguardi non del bambino appena nato, ma della sua possibile esperienza della maternità. Notevole è nell’immediato il conflitto che Carla vive in riguardo alla sua possibilità di diventare madre e all’uopo e per difesa tira fuori tutte le negatività del suo “fantasma”: “morto”, “sporco”, “deformato” e “strano”. Proseguendo nella decodificazione teniamo in considerazione questo esordio ambivalente tra istinto-desiderio ed esperienza-realtà.

“Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”

Il quadro e lo psicodramma si completano e si spiegano. Carla è brava nel razionalizzare il materiale che sta allucinando in sogno. La comunicazione della madre ha tutta l’evidenza della realtà, come se fosse un fatto veramente successo a cui non si può dare una valenza simbolica anche se la contiene. Carla ha già proiettato sul bambino la sua aggressività mortifera e adesso può soltanto recuperare la “parte positiva” del suo “fantasma”. La madre insegna alla figlia la “pietas” nei riguardi della morte e nello specifico del bambino, l’accettazione e il riconoscimento dell’ineludibile “sora nostra morte corporale” alla Franceso d’Assisi o “Thanatos” alla greca. La sepoltura e il ritorno nel grembo della dea Madre, la terra del giardino della casa, sono il compimento e il culmine di questo rito culturale e civile, indice di evoluzione storica di un popolo e di esorcismo dell’angoscia della fine. “Mater docet”, “mater et magistra”, la madre insegna alla figlia, meglio Carla si fa insegnare dalla madre, donna di esperienza, come si fa a perdere un figlio appena nato e a congedarsi da lui senza angoscia della perdita e razionalizzando il lutto. Ricordo che la psicodinamica del sogno di Carla verte sull’istinto materno e sull’ambivalenza del “fantasma della maternità”, per cui l’insegnamento della madre rappresenta l’identificazione psicofisica che la figlia deve operare per essere a sua volta madre, una “identificazione” contrastata a causa della paura della gravidanza e del parto. Le contraddizioni saranno evidenti nel prosieguo del sogno. Degna di nota è la difesa dall’angoscia operata da Carla nel formulare il bambino come un estraneo e non un suo fratello e nel coinvolgere la madre come aiuto di un’altra madre nell’atto del congedo. Il “nostro giardino” rappresenta la possibilità reale di vivere la stessa esperienza luttuosa. Lo “spostamento” è evidente come “meccanismo di difesa” dall’angoscia.

“Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.”

L’esperienza fa la differenza. L’anelito della figlia si evidenzia nell’incapacità di “toccare” il bambino che per la madre è morto e per la figlia è vivo. L’accudimento della figlia si attesta nel “prenderlo in braccio per calmarlo”, mentre quello della madre nel toccarlo e comporre il piccolo feretro nella tomba. Questo è un altro bel contrasto che ritorna nella psicologia della maternità di Carla. A tutti gli effetti si ripresenta l’istinto materno e l’angoscia di diventare madre. Carla si dice: “mia madre sa di sé, io non so di me semplicemente perché non ho partorito un figlio, ma in compenso ho un bel “fantasma” che si sdoppia nell’istinto-desiderio e nell’angoscia di morte, il parto che mi realizza e il parto che mi uccide”. L’identificazione nella figura materna è andata in porto per quanto riguarda l’esser femmina e la femminilità, ma ancora non si completa nell’esser madre. In questo spaccato domina l’allucinazione del tatto nel reiterato “non riuscivo a toccarlo”. Il sogno di Carla si snoda più sul versante narrativo che sul versante simbolico, svolge la psicodinamica di base in maniera discorsiva.

“Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”

Come dicevo, il racconto prevale e si complica con l’inserimento nella scena dei genitori del bambino morto. Continua anche l’equivoco sullo stato biologico di quest’ultimo e si inasprisce nell’angoscia perché si rischia di seppellire un bambino vivo. Carla non sa che pesci pigliare di fronte alla “tranquillità inappropriata” di sua madre e della madre del bambino. La distonia logica ed emotiva è lampante ed è tutta intera dentro la protagonista del sogno. Carla si proietta a destra e a manca per confermare il suo dilemma di donna che desidera un figlio e che teme per la sua incolumità. Carla chiama in causa, dopo sua madre, anche i genitori del bambino per confermare che non è giusto seppellire un bambino vivo: “scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.” In questo capoverso ci sono tutti i richiami alla modalità di essere madre nel bene e nel male.

“A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.”

E’ pregevole notare come il procedimento del sogno sia segnato dall’opposto e dall’opposizione. Carla stima vivo il bambino all’incontrario di sua madre e dei genitori. Il bambino si vivacizza in maniera direttamente proporzionale all’avvio delle onoranze funebri. Cresce in Carla il bisogno e il desiderio di diventare madre e di dare realtà all’istinto materno. Si attenua l’angoscia di morte nel pensare che “il bambino era sempre più vivo”. Carla si sta chiarendo e sta prendendo posizione sul tema dissociandosi dalle infide madri, dalla “parte negativa” del suo “fantasma della maternità”. Carla vuole chiudere risolvendo il suo conflitto con l’amore della Specie, la Filogenesi.

“Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.”

Questo si era già capito e il ridirlo attesta di un rafforzamento della convinzione che la maternità è un’esperienza possibile e passibile di essere vissuta abbandonando l’angoscia di morte legata alla gravidanza e al parto. Loro hanno già superato questa fase evolutiva, loro sono madri, mentre Carla deve ancora fare questa esperienza e disporsi all’esercizio della “libido genitale”. Magari Carla ha un uomo con cui condivide l’esistenza e nel cammino della vita si profila la possibilità di avere un figlio, ma decisamente il sogno dice che ancora non è pronta. L’angoscia della morte del bambino è la “proiezione” della sua angoscia di partorire e di morire. Un neonato vivo sottoterra è l’allegoria della gravidanza e non della morte per soffocamento.

“Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Tutti i salmi finiscono in gloria e i sogni spesso seguono questa regola veterotestamentaria. I sogni propongono, indicano, riparano il materiale emerso ed elaborato con i “processi primari”, materiale altamente nobile trattato con gli strumenti della poesia e con le armi della saggezza, dotazione psichica spesso inconsapevole nella veglia e che si manifesta quando la ragione va a dormire. Carla ha vinto la sua battaglia e ha risolto in parte la sua angoscia. La madre si porta via il figlio e giustamente “a ciascuno il suo” parodiando Leonardo Sciascia con il titolo di un suo romanzo. Carla può aspettare e disporsi meglio alla “razionalizzazione” del suo istinto materno e del suo “fantasma” per approdare al momento opportuno nel Regno delle Madri, nella sacra realtà di coloro che hanno formato la vita con il sano orgoglio di chi sa di avere una marcia in più e di essere vicino al cielo di mille spanne rispetto all’universo maschile. Carla potrà dire a se stessa “adesso anch’io so” mostrando al mondo il frutto della sua laboriosa opera e il coraggio del suo viatico di donna amante. Il mistero si è dischiuso e si può andare in pace.
Questo è quanto dovevo a Carla.

PSICODINAMICA

Il sogno di Carla svolge e sviluppa, portandola a buon fine, la psicodinamica conflittuale dell’esperienza psicofisica della maternità. Nello specifico porta in parziale risoluzione la “parte positiva” del “fantasma” attraverso il superamento dell’angoscia di morte legata al parto. Inoltre, il sogno di Carla sviluppa ampiamente il conflitto conclamato con le madri sull’ambigua valutazione della vita e della morte, dissidio in gran parte dovuto all’esperienza non ancora vissuta. L’istinto materno di Carla è incarnato e rappresentato emotivamente nel dritto e nel rovescio della medaglia, i “pro” e i “contro”, in attesa di essere ben considerato e valutato dalla ragione.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Carla presenta la simbologia ricorrente della madre e della figlia, della gravidanza e della maternità, della vita e della morte: “giardino”, “sedute”, “parlare”, “terra”, “lombrico”, “morto”, “sporco”, “deformato”, “strano”.

Sono presenti gli “archetipi” della Madre, della Vita e della Morte: ”Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Il “fantasma della maternità” domina il sogno insieme al “fantasma di morte”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

L’istanza psichica “Io” è presente in “Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo.”
L’istanza psichica “Es” è presente in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”
L’istanza psichica “Super-Io” è presente in “A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri,”.

Il sogno di Carla svolge la “posizione psichica genitale”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

I “meccanismi di difesa” presenti nel sogno di Carla sono la “condensazione” in “terra” e in “lombrico” e in altro, lo “spostamento” in “la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”, la “drammatizzazione” in “io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”, la “proiezione” in “Loro parlavano della sua morte”, la “figurabilità” in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”, la “conversione nell’opposto” in “lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini funzionali del sogno. Non compare la “sublimazione”.

Il sogno di Carla presenta un tratto marcatamente “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Il sogno tratta della maternità anche se nella versione conflittuale.

Le “figure retoriche” formate da Carla nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “terra” e in “lombrico”, la “metonimia” o nesso logico in “parlare” e in “toccarlo” e in “accudirlo” la “enfasi o forza espressiva in “scioccata”. L’allegoria del parto si trova in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

La “diagnosi” dice semplicemente di un conflitto psichico tra l’istinto materno e la realizzazione dell’esperienza della maternità.

La “prognosi” impone Carla di “razionalizzare” la sua angoscia di morire durante il parto attraverso una migliore consapevolezza dei “fantasmi” e un approccio umile verso una delle tante esperienze naturali a cui l’universo femminile va incontro: vedi le mestruazioni, la deflorazione, la gravidanza e il parto. La riduzione e l’abbandono dell’onnipotenza porta all’accettazione di quella normalità biologica tanto temuta e contrastata.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere dell’angoscia della gravidanza e del parto. Il conflitto psiconevrotico tra il desiderio di maternità e il “fantasma di morte” può portare alla caduta della relazione con se stessa e con gli altri, nonché della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno è narrativo e la trama è stata accomodata consequenzialmente come era stata elaborata in uno stato di sonno REM e in uno stato di ansia.

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, è dichiarata dalla stessa Carla: “inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”: non certo nel giardino, ma nella tomba di famiglia. La notizia è emersa e il sogno si è composto sulle spalle della protagonista.

La “qualità” del sogno di Carla è “ansiogena” e “surreale”.

Il sogno di Carla può essere stato effettuato nella “seconda fase del sonno REM”, alla luce della tensione vissuta dalla protagonista nonostante la placida versione narrativa che ha dato da sveglia al suo istinto materno.

Il fattore allucinatorio vede coinvolti i seguenti sensi: il “tatto” in “non riuscivo a toccarlo”, la “vista” è dominante e intensa in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”, “l’udito” in inizia a raccontarmi” e in “iniziano a parlare”, la globalità sensoriale in “scioccata”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Carla è “buono”, per cui la fallacia è “minima”. La chiarezza della simbologia e la discorsività hanno reso agevole l’interpretazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Carla è stata analizzata da una lettrice anonima che di mestiere fa la cassiera. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Una donna che non diventa madre è incompleta nella sua formazione psichica?

Risposta
Nessuno è completo o incompleto a livello psichico. Ogni persona è il risultato o il precipitato dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia che ha istruito e istruisce in riguardo ai “fantasmi” e alle esperienze vissute nel momento storico considerato. Ogni persona è la sua “organizzazione psichica reattiva” in atto e nell’equilibrio migliore possibile delle cariche nervose. Una donna che non ha vissuto l’esperienza psicofisica della maternità, gravidanza e parto, ha risolto l’istinto materno con altre modalità reattive servendosi naturalmente e sempre dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa”. Esempio classico, sublima la “libido genitale” dedicandosi al servizio del prossimo, sposta la “libido genitale” crescendo un nipotino, rimuove la “libido genitale” annegando nel lavoro o in altri modi e secondo altri meccanismi. Chiediti: perché le suore si chiamano madri? La madre ha investito la sua “libido genitale” direttamente nella procreazione. In ogni caso la maternità chiude il cerchio delle possibilità psico-biologiche di una donna.

Domanda
Ma i fantasmi sono necessari? Non se ne potrebbe fare a meno visto che fanno tanto soffrire? E, una volta capiti, si possono abbandonare?

Risposta
I “fantasmi” sono i prodotti necessari della modalità psichica infantile di pensare e rappresentare la realtà interna ed esterna, i “vissuti”. Questi ultimi sono esperienze e si attestano nelle sensazioni, nelle percezioni, nelle fantasie, nei pensieri, nelle emozioni, nelle paure, nelle fobie, nelle angosce, in tutto il materiale psicofisico che comporta la relazione con il “sé” del “corpo-mente” e con oggetti esterni e persone. I “fantasmi” sono la nostra vita e la nostra vitalità dalla nascita alla morte. Anche se la loro elaborazione si attenua con l’esercizio della ragione, l’uomo non cessa di produrre fantasmi e di usare la fantasia. Durante la vecchiaia si ha un ritorno all’elaborazione di “fantasmi”. La loro esasperazione o la loro mancata “razionalizzazione” può indurre una forma di distacco dalla realtà dovuto alla caduta, per l’appunto, dell’esercizio del “principio di realtà” da parte dell’Io della persona anziana. Se succede che un vecchio è sovrastato dai suoi “fantasmi” si può anche diagnosticare una forma di demenza senile.

Domanda
Allora, se uno come lei interpreta i “fantasmi”, può aiutare il vecchio a stare meglio?

Risposta
Proprio così, ma bisogna evitare che il vecchio si lasci andare ai propri “fantasmi” tenendolo occupato nella realtà di tutti i giorni e non abbandonandolo al proprio destino di solitudine e magari in un albergo della morte a cinque stelle.

Domanda
Torniamo al sogno di Carla. Cosa significa la paura della donna incinta che il bambino sia morto o deforme?

Risposta
Si tratta di una “proiezione” d’aggressività nei riguardi del feto. Mi spiego meglio. La futura madre è incalzata dall’angoscia della sua morte e, non potendola verbalizzare per vari e ovvi motivi culturali, la colloca nel bambino immaginandolo in qualche modo malato o disabile, quando addirittura morto. Questa paura è indice della sofferenza occulta o manifesta della donna in riguardo al parto.

Domanda
Si poteva interpretare in altro modo questo sogno. Ad esempio, chi mi dice che il bambino morto non sia un aborto?

Risposta
Il trauma da aborto si evidenzia in sogno con simboli nettamente diversi da quelli che ha usato Carla.

Domanda
Mi può dire quali?

Risposta
In linea con i tempi moderni è classico il sogno di tirare fuori un pezzo di carne dal congelatore.

Domanda
Quello di Carla è un sogno personale o comune?

Risposta
Carla ha evoluto un suo “fantasma” estendendolo naturalmente a tutte le donne e trovando eco nelle lettrici di questo articolo. Si tratta di una tematica universale, archetipica, che si esprime in un breve sogno di una giovane donna della provincia di Treviso.

Domanda
Ho sentito spesso le mie amiche dire che la maternità rovina la coppia e soprattutto la sessualità. Cosa mi dice lei?

Risposta
Il parto è spesso vissuto dalla donna come un morire e le sale travaglio sono piene di lamenti e di grida, piuttosto che di sorrisi e di giovialità. L’intensità dell’angoscia di morte è direttamente proporzionale all’intensità e alla durata della perdita di contatto con la realtà durante il travaglio e dopo il parto: trauma puerperale e “psicosi post partum”. Si dice erroneamente che dopo tutto passa anche alla vista miracolosa del figlio. E’ un antico e poetico schema culturale sulla maternità. La realtà è più prosaica e drammatica a volte. Gli esiti del trauma del parto, perché sempre di trauma si tratta, si inscrivono nella donna e si riverberano nella sua sessualità e nella vita di coppia, oltre che nella sua filosofia di vita. A livello profondo la donna matura paura verso la vita sessuale e verso colui che l’ha messa nella condizione di tanta sofferenza, l’uomo a cui si è sessualmente accompagnata per la gravidanza. Si scatenano i “meccanismi di difesa” per alleviare l’angoscia e il primo e il più sicuro è quello di astenersi dalla vita sessuale. La coppia risente di questa forzata innaturale astinenza ed entra in crisi fino allo smaltimento dell’angoscia da parte della donna. La gente usa dire che il matrimonio è la tomba dell’amore e della sessualità. Il popolo non ha fortunatamente sempre ragione, ma un fondo di verità esiste nel rilevare la crisi che subentra nella coppia genitoriale.

Domanda
Da quello che dice mi sembra che lei non è favorevole alla presenza del compagno nella sala del travaglio e del parto.

Risposta
Non è rassicurante e consolatorio per la donna avere davanti nel massimo imprevisto della sofferenza la causa di tanto drammatico evento. Oltretutto è traumatico anche per l’uomo assistere a tanta scena cruenta e non è proficuo per la sua sessualità. Tanti uomini hanno accusato un trauma che ha ridestato traumi pregressi e ha prodotto disturbi della sessualità e non soltanto.

Domanda
Ho capito e non vorrei sbagliare di aver capito. Mi spiega meglio?

Risposta
E’ sempre una questione di “fantasmi”. Se l’uomo ha un “fantasma depressivo di perdita” abbastanza nutrito, questa è l’occasione giusta perché venga fuori. Se ha un trauma che riguarda la morte, l’equilibrio psicofisico va in crisi e dopo qualche tempo si manifestano le prime psicosomatizzazioni. Anche in questo caso bisogna conoscersi bene e volersi bene.

Domanda
Più che una domanda vorrei dirle che io sono stata madre due volte e sottoscrivo tutto quello che lei ha detto, anzi aggiungerei di più. Grazie per avermi dato questa possibilità di parlare con lei di argomenti così importanti.

Risposta
Ci saranno tante prossime volte, intendo le possibilità di parlare di Psicoanalisi. Grazie a te e alla tua concretezza.

A questo punto inizia la ricerca nel vasto e ricco panorama della musica leggera del prodotto culturale “pop” riguardante il tema del sogno di Carla, il “travaglio dell’istinto materno”. Tre canzoni sono papabili. La prima è “Viva la mamma” di Edoardo Bennato perché elabora e riassume la “parte positiva” del “fantasma della madre”. La seconda è “Balocchi e profumi” perché elabora e riassume la “parte negativa” del “fantasma della madre”. La terza è “Mamma” perché esalta la figura archetipale della Madre. Si riscontra facilmente la “mamma buona” nella prima canzone, la “mamma cattiva” nella seconda e la “Mamma” per eccellenza nella terza. Si capisce concretamente l’essenza psichica del “fantasma” nelle elaborazioni vigili degli autori che scrivono le canzoni rivolgendosi a un pop-olo che li capisce e li osanna. Le propongo tutte e tre. Buon ascolto e buona meditazione.

 

 

L’UCCELLO MORTO DEL MALAUGURIO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Avevo seminato qualcosa dentro una piccola serra e andavo a controllare se fosse spuntato qualcosa.
In questo quadrato di serra intravedo dei mosconi o qualcosa di affine. Mi chiedo come faccio a farli uscire senza farmi male soprattutto agli occhi.
Apro da un lato il telo trasparente e i mosconi in un attimo scompaiono.
Guardo se fosse spuntato qualcosa, ma era coperto da un telo sempre trasparente.
In un angolo c’era un uccello morto, grande quanto un colombo e non decomposto ancora.
Il mio lavoro di semina non era stato rovinato anche perché avevo fissato il telo con dei bastoncini e legacci.
Prendendo da un lembo il telo di copertura, butto via dalla mia serra l’uccello stecchito.
Non vedo dove va a finire l’uccello e intorno non vedo né terra e né germogli.
Ho pensato che tolto l’uccello morto del malaugurio, vanno via anche i fastidiosi mosconi.
Mi sono svegliata chiedendomi chi potesse essere l’uccello del malaugurio.”

Annamaria

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Assolvo immediatamente la curiosità di Annamaria: chi è l’uccello del malaugurio?
La risposta è la seguente: la “parte negativa” del “fantasma del maschio”, l’organo sessuale maschile in versione e visione mortifera, quello che evoca il “fantasma di morte” durante la gravidanza e soprattutto durante il travaglio e il parto, quello che feconda per dare la morte dando la vita.
Di questo apparente “assurdo manifesto” si parlerà e si discuterà.
Andiamo alla scelta del titolo.
Non avrebbe fatto una grinza definire il sogno “la maternità contrastata”, ma ho preferito usare le icastiche parole di Annamaria: “l’uccello morto del malaugurio”.
Quanto desiderio, quanto bisogno, quanta pulsione di maternità sono impliciti in questa sintesi che richiama un funerale più che un lieto evento!
Quanta aggressività e quanta castrazione sono proiettate nel povero e malcapitato uccello!
Il “tutto onirico” coabita naturalmente nella psiche di una donna e non lascia assolutamente sbalorditi gli addetti ai lavori semplicemente perché nel preparare e dare la vita si scatena e si esalta nella psiche femminile un “fantasma di morte”, quello che la bambina aveva elaborato nella versione dell’abbandono da parte dei genitori.
Eros si sposa con Thanatos, come predicava il buon Freud dopo il grande trauma della “guerra Grande” e come disquisiva nel secondo sistema psichico dove accanto al “principio del piacere” del primo sistema aveva associato il “principio di distruzione”, la Morte o Thanatos. Questi principi metapsichici, Eros e Thanatos per l’appunto, si incarnano in ogni uomo e si rivoltano non soltanto contro gli altri, ma soprattutto contro se stessi. In ogni persona alberga un istinto di vita e un istinto di morte. Questa storica e concreta intuizione portava Freud non soltanto ad allargare la Psicoanalisi, ma soprattutto a spiegare una gran parte della Psichiatria nelle cause e nelle dinamiche. Le malattie nervose gravi avevano finalmente una eziologia e una spiegazione psicologica e non soltanto organica: su questo tema forte vedi Lombroso e compagnia cantante fino ai nostri tempi, eccezion fatta per il nobile Basaglia e per la sua emerita scuola.
Ma ritorniamo alla Psiche femminile e al ridestarsi e all’insorgere del “fantasma di morte” durante la gravidanza e il travaglio del parto, convergiamo sull’angoscia di morte che cresce in maniera direttamente proporzionale al progressivo sviluppo del feto, non trascuriamo la reazione “post-partum” e le varie crisi nevose che conseguono, dalle più leggere alle più pesanti, dalla psiconevrosi alla psicosi del dopo il parto. Troviamo un costruttivo accordo nel ritenere che la gravidanza e il parto sono oltremodo avvolte da delicatezza e corposità, da poesia e prosa, da commedia e tragedia, da sacro e da profano, da mistero e da scienza, da spirito e materia. E chi più ne ha, più ne metta a riprova di quanto importante per l’economia culturale umana sia questo momento della vita femminile e questa sua prerogativa. Nella donna s’incentrano le origini e le ragioni di ciò che c’è, “Ontogenesi”, nonché l’amore per la Specie in una con la sua conservazione, “Filogenesi”.
E allora, alla luce di tanta importanza e assolutezza, di cosa stiamo discutendo ancora?
Viva la donna e viva la mamma!
E il maschio?
Cosa sarà di questo povero e disilluso strumento procreativo, visto che la femmina domina i territori ontogenetici e filogenetici?
Bisogna andare indietro per andar lontano, bisogna consultare la mitologia. Esiodo nella sua “Teogonia” parla del Caos come origine del Tutto, uomo compreso. I principi maschile e femminile sono elementi essenziali dell’ordinato Caos.
Ma cosa avviene quando si introduce il movimento?
La dinamica del Tutto Indefinito, quasi un “Apeiron” o senza confine di Anassimandro, esige che si scinda il “principio maschile” nella forma e nella persona di Ouranos, come se fosse stato partorito dalla Madre Caos, che prenderà il nome di Rea una volta deprivata della sua componente maschile. Inizia la Storia e la Cultura. Subentra la guerra per il primato, un conflitto cruento tra i maschi Kronos e Zeus e i loro benemeriti successori. E così fino ai nostri giorni.
Ma cosa è successo nel corso della Storia e della Cultura?
E’ stata “rimosso” il Principio Femminile, è stata dimenticata Rea ed è stata appartata nei confini mistici dell’Origine a tutto favore del Principio Maschile, è stata depositata nella Legge del Sangue con tutta la sua maestosa e terrificante potenza. Da Rea rimossa al latente matriarcato il passo è lungo nell’evolversi della Storia e della Cultura. L’eternità breve è di Rea, il tempo evolutivo è di Ouranos. Questo è il meraviglioso contenuto del Caos esiodeo. La verità mitologica si attesta nella tesi che Tutto nasce da un Principio femminile: in origine era la Femmina e di poi fu il Maschio. E il Maschio venne nella Storia e nella Cultura dimentico della sua misteriosa origine e bisognoso di nascere e di rinascere, desideroso di occupare lo Spazio e di perpetuarsi nel Tempo.
Ma cosa c’entra questo brodo mitologico con Annamaria e il suo sogno?
Annamaria desidera un figlio e poi uccide l’uccello che l’ha fecondata definendolo irriverentemente “del malaugurio”: primato femminile latente o Rea, posizione subalterna del maschio o Ouranos, Eros nella fecondazione e Thanatos nella gravidanza e nel parto. Tutto questo umano brodo troveremo anche nella decodificazione di un semplice sogno di una qualsiasi donna. Annamaria è una tra le tante, semplicemente perché la psicodinamica è universale e si ascrive all’archetipo “Madre” e alle sue prerogative.
Mi fermo qua perché è ormai tempo di dare le parole giuste ai movimenti onirici di Annamaria.
Dimenticavo di suggerire a chi vuole approfondire i temi mitologici sull’origine di leggere nel blog il lavoro di analisi del testo di Freud “Totem e tabù”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Avevo seminato qualcosa dentro una piccola serra e andavo a controllare se fosse spuntato qualcosa.

Annamaria è padrona della sua situazione esistenziale e del suo teatro psichico. Annamaria è padrona in casa sua, decide lei su quel doppio “qualcosa” che aveva “seminato” e di cui attendeva la nascita. Annamaria controlla se è rimasta incinta dopo la fecondazione. Di rilievo è l’aggressività verso il maschio, colui che ha quel “qualcosa” di ben preciso e architettato che è determinate per la sua eventuale gravidanza. Annamaria non è sessualmente androgina e tanto meno ermafrodita, non si è fecondata da sola, per cui il discredito verso il maschio si ascrive ai suoi vissuti e ai suoi fantasmi nei riguardi dell’universo maschile. Annamaria è una donna molto autonoma e per niente servile, decisa e affermativa, sa quello che vuole e sa ben difendersi dalle insidie seduttive maschili. Il primo quadretto del sogno attesta una buona “coscienza di sé” e una giusta autonomia psicofisica.
Vediamo i simboli: “avevo seminato” equivale ho deciso di essere fecondata, “qualcosa” è un indefinito generico, “dentro una piccola serra” traduce l’intimità genitale femminile o la vagina e l’utero, “andavo a controllare” è attività razionale e vigilante dell’Io, “se fosse spuntato qualcosa” o se il seme maschile è attecchito o mi ha fecondato o se sono incinta.
Vediamo le “posizioni psichiche”: la “posizione fallico-narcisistica” emerge sulla “posizione genitale”, il senso del potere e l’autonomia della donna prevalgono sul bisogno di avere un figlio della madre.

“In questo quadrato di serra intravedo dei mosconi o qualcosa di affine.”

Il quadro precedente si completa e, come tutti i salmi che finiscono in “gloria”, anche il sogno ha qualcosa di necessariamente logico e consequenziale, oltre che di sacro per la fattura e l’habitat. Annamaria ha una concezione negativa del maschio e un vissuto traumatico del seme. Traduco il breve brano: nel mio grembo sono consapevole che ci sono gli schifosi spermatozoi. Annamaria si difende dalla paura di un’eventuale gravidanza esternando il suo disprezzo e aggredendo razionalmente gli strumenti della sua fecondazione: “mosconi o qualcosa di affine”. E’ inequivocabile che è evidenziato un fantasma, anzi una parte del “fantasma della gravidanza”, quella “negativa”, quella che minaccia la sopravvivenza, quella contenuta in un “fantasma di morte” da travaglio e parto, come il libro del “Genesi” in parte prescriveva insieme al dolore. E in tutto questo “baillamme” l’inquisito numero uno è il povero spermatozoo.
Vediamo i simboli: “quadrato” è simbolo della razionalità dell’Io, “serra” rappresenta il grembo e l’utero dove si annida il feto, “intravedo” è simbolo di intuizione logica dell’Io, “mosconi” condensa la parte negativa del “fantasma dello sperma” ossia quello che minaccia e attenta la sopravvivenza della donna, “qualcosa” contiene simbolicamente il solito discredito e il solito anonimato, “di affine” ai mosconi conferma la versione negativa del vissuto del liquido seminale all’interno della vagina e in attesa di essere accolto e ricevuto per il biologico e naturale trattamento. Degno di nota che la parola “affine” è lontana mille miglia dalla parola “autentico” a testimonianza del sarcasmo sprezzante in circolazione nell’animo femminile su questo delicato tema.

“Mi chiedo come faccio a farli uscire senza farmi male soprattutto agli occhi.”

Giustamente Annamaria si pone il problema di liberarsi del seme senza contravvenire alle leggi della realtà e della logica. Sembra l’allegoria di una gravidanza indesiderata, ma a tutti gli effetti la protagonista del misfatto fecondativo è stata proprio lei, Annamaria. E’ diffusissimo il pensiero di liberarsi del seme dopo la fecondazione o di come fare per non essere coatta da una gravidanza. Anche questa scena si recita sotto la oculata e acuta regia del “fantasma di morte”. Senza offendere il desiderio di diventare madre e la ragione che ha avallato il progetto, Annamaria cerca il modo di non subire la costrizione naturale di una gravidanza senza ricorrere a un aborto o ad altre forme di manipolazione chimica e senza assecondare la pulsione sadomasochistica secondo terminologia psicoanalitica.
Vediamo i simboli: “chiedo” equivale a mi dirigo, “uscire” condensa la soluzione e la risoluzione di un conflitto, “farmi male” attesta di una pulsione sadomasochistica, “occhi” rappresentano la funzione razionale dell’Io e il “principio di realtà” collegato.
Procediamo perché la questione si intriga veramente.

“Apro da un lato il telo trasparente e i mosconi in un attimo scompaiono.”

Il sogno dice che Annamaria ha fatto qualcosa di drastico per liberarsi del maligno seme, i “mosconi”, e l’apertura del telo trasparente della piccola serra si associa ad altre tele viste e intraviste in qualche ospedale. La questione dell’attimo necessario per la liberazione attesta di una rapidità efficace quanto drastica. Ricapitolo: Annamaria ha interrotto la gravidanza che aveva in progetto per l’insorgere di un malefico “fantasma di morte” dopo essersi sottoposta all’azione fecondatrice di un seme vissuto in maniera altrettanto mortifera.
Vediamo i simboli: “apro da un lato” o risolvo da un punto di vista, “telo trasparente” condensa una difesa da paura perché Annamaria ha consapevolezza di cosa teme, “scompaiono” o risoluzione rapida con perdita del conflitto e del problema, “attimo” è simbolicamente l’unità di misura dell’eternità o dell’eterno presente di cui la psiche è corredata.

“Guardo se fosse spuntato qualcosa, ma era coperto da un telo sempre trasparente.”

Annamaria non è proprio convinta sul da farsi e ha una vera aspettativa di gravidanza, ma adduce sempre questo “telo trasparente” che da un lato la difende e dall’altro lato la opprime con la piena consapevolezza di un contrasto relazionale e di un conflitto profondo. Mi spiego meglio: Annamaria vuole una gravidanza, ma non la vuole con l’uomo che si ritrova. Annamaria ha regolarmente le angosce di morte legate al parto.
Vediamo i simboli: “guardo” significa ho consapevolezza. “spuntato” rappresenta l’origine, “qualcosa” è il solito generico disprezzo, “coperto” equivale a difesa psichica.

“In un angolo c’era un uccello morto, grande quanto un colombo e non decomposto ancora.”

Ecco svelato definitivamente l’arcano. Annamaria ha una forte pulsione aggressiva nei confronti del maschio e soprattutto dell’organo sessuale maschile: “uccello morto” e “non decomposto ancora”. Ogni aggressione ha la sua motivazione in una frustrazione o quanto meno a quest’ultima si collega.
Quale frustrazione ha subito Annamaria dai maschi per essere così aggressiva da desiderarne l’impotenza e la sterilità?
Annamaria relega ai margini, “in un angolo”, la funzione procreativa maschile prima di estinguerla con la sua aggressività.
Quale angoscia cela Annamaria nel suo profondo psichico e tra le pieghe dei suoi “fantasmi” in riguardo alla gravidanza e al parto?
Di questo si è già detto a suo tempo; il “fantasma di morte” anticipa come qualità e quantità il “fantasma della parte negativa dello sperma”.
Ma a queste condizioni come si fa a rimanere incinta e a diventare mamma?
Vediamo i simboli: “angolo” o della marginalità in difesa dell’importanza dell’oggetto e della questione, “uccello” rappresenta l’organo sessuale maschile, “morto” equivale a sterile e impotente, “colombo” idem di uccello con precisazione della specie, “decomposto” o aggressività reattiva al fantasma di morte e difesa psichica.

“Il mio lavoro di semina non era stato rovinato anche perché avevo fissato il telo con dei bastoncini e legacci.”

La domanda legittima, a questo punto, recita in questo modo: Annamaria desideri o non desideri questa gravidanza?
Dice che la sua opera per restare incinta era stata sostenuta da una buona convinzione e da giuste difese psicologiche. Annamaria afferma la sua sicurezza mentale e razionale nella realizzazione della sua fecondazione, meglio della sua autofecondazione dal momento che la figura maschile è in netta minoranza in quest’opera d’ingravidamento. Annamaria ha deciso di avere un figlio al di là dell’uomo con cui concepirlo. Quest’ultimo, l’uomo, è il classico strumento procreativo assoggettato alla Dea Madre o al Genio della Specie o della serie “Quando una donna decide di diventare mamma. Annamaria è decisamente una donna fallica in questa suo progetto di realizzazione e di compimento della sua persona e della sua identità femminile.
Vediamo i simboli: “lavoro” o ergoterapia, “semina” o fecondazione, “rovinato” o perdita depressiva, “fissato” o decisione dell’Io, “telo” o difesa psichica, “bastoncini” o principi contingenti, “legacci” o “nessi logici giustificativi.
Ritorna la “posizione fallico-narcisistica” rafforzata dalla spietata autonomia di una donna che non si lega emotivamente e affettivamente al compagno di viaggio. La “libido genitale” è chiamata in questione solamente per ricevere una netta mortificazione a vantaggio di una innaturale esaltazione della propria indipendenza.

“Prendendo da un lembo il telo di copertura, butto via dalla mia serra l’uccello stecchito.”

Il seme è attecchito nel grembo e il maschio si può buttar via, non serve più o almeno per il momento. Annamaria ha realizzato la sua gravidanza e adesso è completa nella sua evoluzione psicofisica candidandosi alla maternità. Nonostante il travaglio e il parto siano motivi di dolore e di pericolo, la donna esalta la sua femminilità portando a compimento una creatura nel suo grembo. In questo modo si celebra il massimo della “posizione psichica genitale”, ma in questo caso trionfa la “libido fallico-narcisistica” con la omonima posizione che precede la “genitale” suddetta. Annamaria non ha mezze misure e mezze stagioni, ha usato semplicemente l’uccello per la sua gravidanza e poi l’ha aggredito “stecchendolo”, rendendolo inanimato, castrandolo, vanificandolo, non investendo la sua libido genitale” ed esaltando la sua autonomia più che mai adesso che la gravidanza è attuata.
Vediamo i simboli: “lembo” si traduce pezza logica giustificativa, “telo di copertura” si tratta di una difesa psichica possibilmente la fredda razionalizzazione, “butto via” ossia castrazione e perdita, “dalla mia serra” ossia dal mio grembo e dalla mia intimità e dalla mia sessualità, “l’uccello stecchito” o castrazione sessuale.

“Non vedo dove va a finire l’uccello e intorno non vedo né terra e né germogli.”

A questo punto Annamaria è in piena crisi. Si è liberata sadicamente del maschio, ma non è rimasta incinta. La consapevolezza dell’Io disconosce il maschio, la femminilità e la maternità. Annamaria ha difficoltà a razionalizzare l’uomo di cui si è sbarazzata dopo l’amplesso della fecondazione, ma l’esito non è stato fausto. La “terra” è simbolo femminile e nello specifico rappresenta l’archetipo Madre. I “germogli” sono la vita dell’uovo fecondato, il feto. Il grembo di Annamaria non è gravido, pesa del suo peso e non ha un peso in più. Si conferma la crisi di Annamaria. Voleva tanto, ma non ha ottenuto niente. Si è sbarazzato del maschio ed è rimasta sola con il suo narcisismo, il suo desiderio di realizzarsi come donna ma senza investire “libido genitale”, senza legarsi a un uomo.

“Ho pensato che tolto l’uccello morto del malaugurio, vanno via anche i fastidiosi mosconi.”

Annamaria conclude il sogno evidenziando la sua paura della maternità. Voleva sbarazzarsi dei “fastidiosi mosconi”, degli spermatozoi, non voleva restare incinta. La superstizione si manifesta nel “malaugurio”, una difesa psichica tendente a ridurre l’angoscia della gravidanza e del parto attraverso l’aggressività verso il maschio e nello specifico verso il suo seme. Tolto il maschio, gabbata la gravidanza. Usa il meccanismo psichico di difesa dello “annullamento” e opera una magia da avanspettacolo. Usa il meccanismo della “proiezione” verso il maschio della sua angoscia di donna che può, non che vuole, diventare madre. Alla castrazione del maschio subentra il “malaugurio”, la parte negativa del “fantasma del maschio”, quella che può ingravidare e uccidere. Annamaria ha invertito i ruoli per difesa dall’angoscia di morte per parto. Affiorano le fantasie della bambina che aveva saputo in maniera traumatica della fecondazione, della gravidanza e del parto. Ritornano anche le ingiunzioni materne a non andare con gli uomini, a mantenersi illibate e a non svendere l’imene a tutti i richiedenti seduttori. La sessualità genitale si deforma sotto le sferzate di queste comunicazioni distorte e aberranti. La cultura religiosa non è da meno e la società non aiuta, di certo, i bisogni di un’adolescente alla ricerca del giusto e onesto “sapere di sé” e del suo ruolo nel mondo.

“Mi sono svegliata chiedendomi chi potesse essere l’uccello del malaugurio.”

La richiesta e il desiderio di Annamaria sono stati ampiamente assolti, per cui la decodificazione del sogno può ritenersi conclusa.

PSICODINAMICA

Il sogno di Annamaria svolge la psicodinamica della “parte negativa” del “fantasma del maschio”, quella che deflora e feconda. In associazione riesuma il “fantasma di morte” da travaglio e da parto. Le difese psichiche arretrano alla “posizione fallico-narcisistica” per giustificare una falsa autonomia di donna fatale che usa e getta l’oggetto, il maschio, della sua apparente realizzazione personale, la maternità. La superstizione è la ciliegina sulla torta sempre in difesa dell’angoscia tramite il meccanismo dell’annullamento e il rito di eliminazione dell’uccellaccio che contiene energie mortifere ed emana flussi distruttivi.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La traduzione dei tanti “simboli” è stata operata in diretta con la progressiva decodificazione.

L’archetipo “Madre” è richiamato nella “terra” e nei “germogli”.

I “fantasmi” evocati da Annamaria sono il “fantasma del maschio” nella “parte negativa” in “mosconi” e “uccello morto” e il “fantasma di morte” in “tolto l’uccello morto del malaugurio, vanno via anche i fastidiosi mosconi.”

Le istanze psichiche richiamate dal sogno di Annamaria sono l’Io vigilante e razionale in “andavo a controllare” e in “intravedo” e in “mi chiedo” e in “guardo”, l’Es pulsionale e rappresentazione dell’istinto in “seminato” e in “serra” e in “mosconi” e in “telo” e in “uccello morto”, l’istanza censoria e morale Super-Io non compare.

Il sogno di Annamaria richiama la “posizione fallico-narcisistica” in “Avevo seminato qualcosa dentro una piccola serra e andavo a controllare se fosse spuntato qualcosa.” e in “via i mosconi”, la “posizione genitale” in “Guardo se fosse spuntato qualcosa…”. La “posizione anale” e la collegata “libido sadomasochistica” si occultano in “In un angolo c’era un uccello morto, grande quanto un colombo e non decomposto ancora.” e in “butto via dalla mia serra l’uccello stecchito.”

Il sogno di Annamaria usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “seminato qualcosa” e in “serra” e in “uccello” e in altro, lo “spostamento” in “mosconi o qualcosa di affine” e in “rovinato” e in altro, “l’annullamento” e la “proiezione” in “Ho pensato che tolto l’uccello morto del malaugurio, vanno via anche i fastidiosi mosconi.”.

Il processo della “sublimazione della libido” non è usato da Annamaria nel suo sogno, mentre quello della “regressione” rientra nei termini dell’attività onirica con le allucinazioni, le azioni al posto dei pensieri e l’introversione delle energie.

Il sogno di Annamaria evidenzia un netto tratto “narcisistico” e “anale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva narcisistica” che agisce in un contesto onirico “genitale” nel cercare una gravidanza osteggiando il seme e il suo portatore.

Le “figure retoriche” formate da Annamaria nel suo lavoro onirico sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “seminato” e in “dentro la serra” e in “occhi” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “controllare” e in “spuntato qualcosa” e in “scompaiono” e in altro, la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “mosconi”, la “enfasi” o forza espressiva in “butto via dalla mia serra l’uccello stecchito”. Il sogno di Annamaria è ricco di simboli a testimonianza di una vena poetica “noir”.

La “diagnosi” dice di un’angoscia di morte legata alla gravidanza e al parto, di un ricorso all’isolamento narcisistico e di un rifugio difensivo nell’elaborazione pessimistica della figura maschile.

La “prognosi” impone ad Annamaria di rivedere le sue difese psichiche e i suoi pregiudizi mentali in riguardo alla funzione psicofisica del maschio, oggetto d’investimento dei suoi sentimenti di amore e odio, e di affidarsi nella relazione con l’altro con la sicurezza del coinvolgimento critico superando i confini angusti dell’isolamento e dell’autarchia. Al di là della gravidanza, la relazione di coppia va sempre curata come la realizzazione dell’essenza sociale dell’uomo: leggi gli scritti politici di Aristotele.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella psiconevrosi depressiva a causa dell’accentuarsi dell’isolamento narcisistico e dell’atteggiamento di prevaricazione profuso nelle relazioni sociali.

Il “grado di purezza” del sogno di Annamaria è decisamente “buono” perché la discorsività narrativa si coniuga bene con l’interazione dei simboli. Su quest’ultimo punto Annamaria dimostra, come detto in precedenza, abilità insospettate e possibilmente inconsapevoli.

La “causa scatenante” del sogno di Annamaria rientra nei vissuti del giorno precedente in riguardo alla figura maschile e, nello specifico, alla funzione violenta della fecondazione e alla dolorosità del parto.

La “qualità” del sogno di Annamaria è la conflittualità tra il desiderio di maternità e l’aggressione mortifera verso il maschio.

Il sogno si è svolto nella seconda fase del sonno REM tra agitazione e compostezza, la prima legata alla carica d’angoscia, la seconda legata alla progressiva razionalizzazione dei temi trattati.

Il “fattore allucinatorio” trova particolarmente coinvolto il senso della “vista” in “intravedo” e in “scompaiono” e in “non vedo”, il senso del “tatto” in “prendendo”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Annamaria è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro interazione. La “fallacia” è, di conseguenza, minima.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Annamaria è stata valutata attentamente da un lettore anonimo che di mestiere fa l’idraulico e da una lettrice, rigorosamente e altrettanto anonima, che di mestiere fa la maestra. Sono emerse le seguenti domande.

Lettore
Mi sembra tanto strano che in un sogno ci siano tante cose e addirittura risalenti al tempo antico, come lei scrive all’inizio.
Risposta
Il sogno di ogni persona è un fatto personale e un fatto collettivo, privato e pubblico proprio perché noi siamo così. Siamo individui e apparteniamo al gruppo umano, siamo intimi e sociali, siamo singoli e collettivi, siamo animali sociali e politici, siamo portatori di geni e di valori culturali, siamo storia e cultura, siamo gli eredi biologici e culturali evoluti di nobili antenati. E’ l’Uomo che scrive la Teogonia, l’Iliade, l’Odissea, la Filosofia, l’Arte, la Scienza e altro e tanto di Altro. Nel sogno c’è tutto questo bordello anche in base ai vissuti delle persone e al di là del tasso di erudizione e dei titoli di studio.
Lettrice
Lei sta dicendo che in noi c’è anche un bagaglio che non conosciamo?
Risposta
Meglio: un bagaglio di cui non siamo consapevoli perché la nostra Mente non può trattenere tutte le esperienze di vita che ci hanno visto attivi o passivi, protagonisti o vittime. Nel corso della nostra vita assorbiamo tantissimo materiale di vario tipo che ci arricchisce e che ci forma. Tutto questo si presenta in sogno ed è proprio nel sogno che riusciamo a capire quanto abbiamo assorbito e immagazzinato in maniera disordinata o quanto siamo stati condizionati dalla nostra natura psichica e sociale. Attenzione, riusciamo a capire anche come ci siamo organizzati dentro nel corso della nostra evoluzione esistenziale. La maggior parte dei sogni sono le nostre fotografie storiche nel bene e nel male. Voglio dire che non sogniamo soltanto e solamente le nostre sfighe, ma sogniamo le nostre cose belle e buone o, meglio ancora, sogniamo come siamo e come funzioniamo a livello psichico: punto e basta!
Lettore
Francamente non capisco.
Risposta
Tu non vuoi capire e ti nascondi nel tuo sapere di guarnizioni e di rubinetti, ma in effetti nella tua vita cosciente e onirica esprimi quello che hai e porti dentro. Forse non hai le parole per dire tutto questo patrimonio da sveglio, ma ti assicuro che anche tu hai questo sapere personale e collettivo e che di notte dormendo tiri fuori nel sogno. Attenzione ancora! Non dimentichiamo che quello che ricordiamo dei nostri sogni è una minima parte e per giunta elaborata da svegli, quindi artefatta e ulteriormente camuffata. Pur tuttavia, anche le fantasie e le fantasticherie o sogni a occhi aperti sono passibili di decodificazione.
Lettrice
Dal sogno di Annamaria si afferma la coppia genitoriale maschio e femmina, ma esistono altre forme di coppia.
Risposta
La coppia che procrea esige il maschio e la femmina, il seme e l’uovo: Natura. Le altre forme di coppia rientrano nella Cultura.
Lettrice
Ma lei non ha letto il “Convito” di Platone?
Risposta
L’ho letto e tante volte. Ti riferisci al discorso di Aristofane dove parla dei tre sessi, il maschile, il femminile e il maschile-femminile. Platone era molto avanti rispetto a noi e non soltanto in questo settore. E’ vero che Platone parla dell’origine e della superbia umana come colpa da espiare ed è per questo motivo che Zeus opera la mutilazione e costringe ogni uomo a ricercare nella vita la sua parte mancante, l’altra metà. E’ tutto vero, ma la distinzione tra Natura e Cultura esige che la coppia che procrea sia il maschio e la femmina. L’omosessualità maschile e femminile è basata sui vissuti psichici e sugli schemi culturali d’identificazione. Attenzione ancora, perché la distinzione tra Natura e Cultura è una tesi di comodità interpretativa e non è così netta.
Lettrice
Non volevo offenderla, ma bisogna superare certi stereotipi e certe ideologie che rafforzano i pregiudizi sul concetto di coppia e accrescono l’omofobia.
Risposta
Il sogno di Annamaria afferma il primato femminile e la subalternità del maschile, una tesi che ha radici lontane e che contiene tanti collegamenti con i temi culturali attuali. Pur tuttavia, non ci sono tante scappatoie nel ritenere che per fare un figlio ci vuole un maschio e una femmina con le proprietà biologiche connesse. Poi, a livello culturale c’è bisogno di massima tolleranza e di massimo buonsenso, ma questa è tutta un’altra storia.
Lettrice
D’accordo. Ma lei dice che Annamaria prevarica il maschio e vuole realizzarsi come donna avendo un figlio e non gliene frega niente di essere moglie.
Risposta
Edoardo De Filippo nel suo capolavoro “Filumena Marturano” sostiene che i “figli so figli” e che appartengono fondamentalmente alla madre al di là della paternità. Dico meglio, sostiene che l’esperienza della paternità è molto diversa dall’esperienza della maternità. Annamaria rientra in questa categoria di donne che hanno consapevolezza della loro funzione di dare la vita, al di là del maschio con cui si accompagnano in questa realizzazione personale.
Lettrice
E’ vero. Tante donne sentono il bisogno di diventare mamme e abbandonano le pretese sul principe azzurro. Tante donne decidono quando e quanti figli avere. E’ anche vero e glielo posso confermare che durante la gravidanza si ha questa sensazione di rifiuto del bambino e di non poter fare nulla per liberarsene. A me, specialmente di mattina, veniva questo bisogno di liberazione, mentre la sera mi chiedevo come farà a uscire questo bambino dalla mia pancia. Il desiderio di ritornare libera e autonoma era forte. Poi progressivamente maturi con il corpo e con la mente e le cose vanno a buon fine, ma confermo le angosce di morte della donna incinta in prospettiva del travaglio e del parto. Mi spiega la psicodinamica della fecondazione, visto che per evitare le angosce basterebbe un semplice preservativo o una pillola?
Risposta
La paura di restare incinta accresce le tensioni e l’eccitazione influisce sull’orgasmo. E’ più facile per la donna raggiungere l’orgasmo con la strizza del rischio di gravidanza, piuttosto che con la sicurezza della gomma o della chimica. Il maschio, invece, ha paura di fecondare e spesso il conflitto tra il piacere e il rischio si risolve in un’eiaculazione precoce. Quindi, la fecondazione non evoca fantasmi d’inibizione nella donna, anzi favorisce l’eccitazione di contravvenire alla natura e di poterla fare franca ancora una volta.
Lettrice
Mi spiega meglio la psicologia della deflorazione femminile.
Risposta
La perdita della verginità è preda della Cultura e della superstizione degli ignoranti, è avvolta da mille esotiche ed esoteriche credenze che vanno sempre a vantaggio del maschio, proprio perché sono elaborate dal potere maschile. La lacerazione dell’imene non è un fatto necessariamente anatomico e fisiologico, è soprattutto un fatto psicologico e culturale. Dipende dall’educazione che hai avuto, dai vissuti che hai elaborato, dai traumi che hai subito, dalla struttura psichica che hai evoluto, dal modo in cui hai organizzato i fantasmi e da altri fattori e veicoli specifici. Non comporta necessariamente un trauma psichico l’esperienza che comporta un trauma fisico. Bisogna educare l’adolescente a vivere la propria verginità come un’esperienza globale del proprio corpo e a inserirlo nell’amor proprio e nel rispetto della propria persona: la deflorazione è un’esperienza personale da vivere nelle migliori condizioni psicofisiche ed esistenziali. “Ogni cosa al suo tempo”, dicevano i vecchi saggi del tempo andato.
Lettore
Io non ho niente da dire e mi dispiace, ma capisco quello che state dicendo.
Lettrice
Più che altro sono cose da femmine quelle di cui stiamo parlando.
Risposta
Non esistono cose da maschi e cose da femmine, esistono cose che si possono fare da soli o insieme, al di là delle differenze sessuali. Anche l’esperienza della maternità si può condividere a diversi livelli. La donna la vive sulla carne e sulla mente, mentre il maschio la può vivere empaticamente se ha la giusta sensibilità e non si difende dalle emozioni più genuine.
Lettore
Ho una domanda. Che cos’è la superstizione di cui lei parla ogni tanto.
Risposta
L’uccello del malaugurio?
Lettore
Sì proprio quello!
Risposta
La parola “superstizione” deriva dal latino “super-stat” che si traduce “sto sopra” e attesta del “processo psichico di difesa dall’angoscia” della “sublimazione”, nonché dei “meccanismi di difesa” seguenti: “annullamento”, “isolamento”, “intellettualizzazione”, “spostamento”. Adesso devo spiegarteli e fare qualche esempio. Ci provo. In alto l’uomo pone la soluzione di tutto quello che gli procura angoscia. Il dio di qualsiasi religione è posto in cielo e risolve l’angoscia di morte perché dà la vita eterna dietro un comportamento etico. Sublimare significa rendere nobili e utili le nostre energie deprivandole dell’egoismo e del peccato. “L’annullamento” consiste nel convertire l’angoscia in un rito collettivo, il senso di colpa in un rituale soggettivo, nell’elaborare un modo di procedere per risolvere la tensione. Esempio il rito del funerale esorcizza l’angoscia di morte dei vivi, così come altri riti più o meno diffusi. “L’isolamento” si attesta nel risolvere l’angoscia scindendo l’emozione dalla ragione, il sentimento dalla conoscenza, ricorrendo alla freddezza affettiva. Esempio: in un funerale non piango, anche se so che è morta una persona cara, perché ho isolato l’emozione della perdita dal fatto che quella persona non c’è più. “L’intellettualizzazione” comporta la razionalizzazione di un carico emotivo ingestibile e la formazione di teorie, di esorcismi e di riti. Qualsiasi superstizione si serve di questo meccanismo di difesa dall’angoscia. Esempio: i rituali collettivi e individuali. Lo “spostamento” consiste nel formare un feticcio, nell’investire in un sostituto per ridurre l’angoscia. Esempio: un oggetto individuale come un amuleto o un oggetto collettivo come la croce. Mi fermo qui.
Lettore
Non ci crederà, ma ho capito abbastanza. La signora Annamaria aveva spostato sull’uccello il malaugurio e aveva immaginato che fosse portatore di disgrazie, mentre in effetti era solo un animale su cui lei aveva costruito le sue angosce e gliele aveva ficcate dentro.
Lettrice
E bravo l’idraulico! Si possono capire anche le cose più difficili se ci si mette di buona volontà. Cosa pensa della fecondazione artificiale omologa ed eterologa? Annamaria poteva andare in Spagna e fare un figlio senza conoscere il padre.
Risposta
Penso bene e condivido. Oggi la Scienza medica consente di risolvere la frustrazione della maternità a tutte le donne che desiderano avere un figlio. Se non conosce il padre naturale, il bambino avrà sempre un padre che sarà quello che elaborerà nel primo anno di vita. Il futuro prossimo appartiene all’Ingegneria genetica e alle possibilità di una quasi onnipotenza di vita.
Si può chiudere qui questa rocambolesca digressione.
Lettore
Quale canzone ha scelto per il sogno di Annamaria? Io suggerirei il cabaret milanese di Coki e Renato e la canzone di anonimo e popolare “L’uselin de la comare”, tanto per concludere ridendo e in bellezza.
Risposta
Epperò, il nostro idraulico! D’accordissimo! Così all’uccello morto e del malaugurio sostituiamo un uccello vivo e nel pieno delle sue funzioni seduttive e libidiche. Grazie e alla prossima!