LE RELAZIONI DIFFICILI

Uomo, Donna, Faccia, Vista, Osservare

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.

Vorrei precisare che sto da poco con una persona e che siamo molto presi, (ma io non lo chiamavo forse perché so che sta attraversando un periodo difficile)

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.

A quel punto mi sono svegliata.”

Questo è il sogno di Anna.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Anna apre un’ampia pagina sulla “Psicologia della coppia” e in particolare sulle difficoltà che un uomo e una donna o due persone dello stesso sesso incontrano nel momento in cui sono chiamate a collimare nelle pulsioni e nei bisogni, nelle fantasie e nei desideri, nelle deliberazioni e nelle decisioni. In questo nodo esistenziale e psichico ogni membro della coppia porta le sue esperienze vissute e la sua formazione, la sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva” fermata in quel momento storico della relazione. A questo punto la coppia è chiamata a evolversi nel binario in cui l’individuale e il comune non devono scindersi, ma devono marciare di pari passo.

Mi spiego: l’uomo e la donna portano avanti la loro psicologia individuale e maturano le possibilità di amalgama e di coinvolgimento senza alcun sacrificio della loro singolarità. Voglio significare che la coppia è fondamentalmente esercizio d’investimento di “libido” secondo le direttive della qualità “genitale”, donativa e godereccia verso sé e verso l’altro per l’appunto. La coppia comporta nel suo esercizio l’evoluzione completa della “organizzazione psichica reattiva” e la giusta consapevolezza dello “status” psichico e relazionale dei suoi membri. Questo quadro e quanto affermato rappresentano l’optimum teorico, ma si sa che la realtà è beffarda e imperfetta.

E meno male!

E allora?

Ricompattiamo e convergiamo verso la compatibilità di coppia. Tutte le coppie sono compatibili nel momento in cui ogni membro ha portato avanti la sua evoluzione fino alla “posizione psichica genitale”, ha completato il percorso formativo che viaggia dalla “oralità” alla “analità”, dalla “fallicità narcisistica” allo “edipico”, dall’affettività all’aggressività, dal protagonismo alla conflittualità, magari accentuando in questo cammino i tratti caratteristici di una “posizione”, ma la formazione deve essere completata e non deve avere sospesi o addirittura vuoti, iati o salti acrobatici. L’uniformità del processo evolutivo consente l’individualizzazione e la comunione, ma non equivale a una massificazione perché il privato si coniuga con il sociale e la ricchezza dei contributi è tanta. Ribadisco che i contenuti da immettere nelle varie “posizioni” sono personali e irripetibili: universalità di funzione e diversità di vissuti. Una coppia può avere delle prevalenze e delle affinità, delle identità e delle diversità formative, ma deve essere approdata beneficamente alla “posizione genitale”. In questo caso l’esercizio dell’investimento di “libido genitale” è proficuo e offre alla coppia maggiori garanzie di durata e di qualità esistenziale.

Ripeto: la coppia è investimento ed esercizio di “libido genitale” ed esige che le altre “posizioni psichiche evolutive” siano state portate a buon fine. La coppia, allora, acquisterà la caratteristica in base al prevalere contingente delle caratteristiche insite e connesse nelle diverse “posizioni psichiche evolutive”. Saprà essere “orale” o affettiva, “anale” o aggressiva, “fallico-narcisistica” o compiaciuta, “edipica” o conflittuale, ma il teatro in cui si recitano e agiscono di volta in volta dinamicamente questi attributi deve essere quello “genitale”. La disposizione a investire l’altro della propria “libido” è il basamento della coppia e ne garantisce una buona inossidabilità. Di certo, la coppia comincia a morire nel momento in cui cessa l’esercizio e si estingue quando subentra la più spietata indifferenza.

Mi ripeto e chiarisco.

La “coppia genitale” può essere a prevalenza “orale” quando l’affettività è il comune denominatore e ispira l’investimento, a prevalenza “anale” quando l’aggressività si manifesta nei pensieri e nei modi, a prevalenza “fallico-narcisistica” quando l’orgoglio sostiene l’esibizione sociale, a prevalenza “edipica” quando la conflittualità caratterizza la dialettica. Ogni coppia ha una sua epifania, la sua manifestazione sociale e gli altri possono cogliere quello che il sodalizio umano esprime come tratto caratteristico di volta in volta, di stagione in stagione, di tempo in tempo. La coppia non è mai rigida e monotona nelle sue manifestazioni semplicemente perché i contributi psichici reciproci si combinano e si alternano nel corso dell’esercizio umano e del sodalizio amoroso. La coppia non vive dell’eredità di un grande Amore e del vero Amore, non è oggetto d’insidia del folle dio bendato, il mitico Cupido. La coppia non ha un’etica capitalistica per cui deve consumare e investire le ricchezze ereditate. La coppia ha un’etica proletaria, lavora per vivere di giorno in giorno, di ora in ora, d’istante in istante. La coppia si alza al mattino e si sceglie e si conferma che ancora per oggi sarà oggetto d’investimento di “libido”. Questa coppia arriva alle nozze di diamante e oltre, semplicemente perché è un insieme psicofisico evolutivo che continuamente si origina e rinasce come l’araba fenice. Nel concreto, ogni donna e ogni uomo o ogni uomo e ogni uomo o ogni donna e ogni donna al mattino, svegliandosi e trovandosi in un contesto amoroso, sceglie la sua altra o il suo altro, il suo lui o la sua lei, e sceglie di prendersi cura per la giornata che si appropinqua del suo lui o del suo lei, sente l’umano bisogno di investire e di condividere, di esprimersi e di significare, di essere portatore di un segnale e di un’insegna, di essere “significante” per sé e “significato” per l’altro. In sostanza la “genitalità” condensa la necessità bio-psichica umana di trovare un senso e di dare un significato al proprio quotidiano vivere. A questo punto i filosofi e gli psicoanalisti del “Pessimismo” obietteranno che si tratta di una difesa dall’angoscia di morte, ma questo discorso si può rimandare al mittente almeno per oggi.

Il sermone può bastare, per cui passo senza alcun indugio all’analisi puntuale del sogno di Anna, ma ricordo che la lettura della “Arte di amare” di Fromm è da preferire ai tanti “capolavori” in circolazione sul mercato attuale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.”

Anna esordisce con la situazione psicologica in atto: il “mio ex” e “mio figlio”, offre immediatamente la condivisione di una famiglia che ancora esiste nonostante l’ex. Anna ha dentro di sé lo schema familiare come proprio fondamento psichico e come personale punto critico. La coppia e la famiglia non sono andate a buon fine nella sua vita, ma sono ancora in atto. Nessuno e niente potranno sconfessare o eludere che Anna è stata moglie ed è madre.

I simboli dicono che la “casa” rappresenta la struttura psichica evolutiva di Anna in riferimento privilegiato alle relazioni significative e importanti, il “mio ex” condensa il “già vissuto” affettivo, “mio figlio” racchiude la “libido genitale” o la “posizione psichica genitale”.

Un rilievo merita il bisogno di possesso affettivo di Anna che si mostra nei due “mio”, “mio ex” e “mio figlio”. Si evince un buon segno e un giusto tratto di amor proprio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.”

Emergono immediatamente problematiche affettive nella “libido orale” che si scarica e si consuma nelle famigerate “sigarette”. Anna mostra la sua “posizione psichica orale”, la sua dimensione affettiva, ma anche le modalità di relazione e di scambio degli affetti all’interno della coppia. Qualche conflitto è presente, se si dà credito alle reazioni dell’ex, le “escandescenze” che si traducono in un venir fuori del fuoco interiore fatto di rabbia e ira, di un moto d’impeto che sa di frustrazioni vissute e di compensazione aggressiva. Anna e il suo ex non si sono più amati e hanno smesso d’investire sane energie nella loro relazione, non hanno operato i giusti “investimenti di libido orale e genitale”. La prima consente all’affettività di defluire in base ai vissuti legati all’infanzia e la seconda permette di investire sull’altro secondo le modalità di una generosa dispensa. La crisi della coppia è avvenuta per una distonia affettiva che ha portato a una caduta degli investimenti.

I simboli dicono che le “escandescenze” condensano la psicodinamica frustrazione e aggressività, le “sigarette” condensano “libido orale” ossia bisogni affettivi da carenze pregresse.

Le “sigarette” sono la “traslazione” degli affetti e compensano le carenze subite sin dal primo anno di vita. Di poi, assumono significati sempre attinenti alle frustrazioni infantili e aggiungono una pulsione autodistruttiva, sadomasochismo della “posizione anale”.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

Il sogno prosegue imperterrito sul tema affettivo e Anna precisa di aver tentato un rifiuto dello scambio affettivo al prezzo della minaccia di violenza agli organi, guarda caso, che rappresentano simbolicamente la vita affettiva, la “bocca dello stomaco”, e la vita amorosa, la zona “all’altezza del cuore”. Anna sta ripercorrendo in sogno e chiarendo a se stessa i motivi che hanno portato la coppia alla rottura: caduta degli investimenti affettivi e conseguente cumulo di minacce. Anna si è trovata in coppia con un uomo che presentava carenze affettive pregresse di notevole spessore e ha dovuto colmare lacune, di cui non era responsabile, fino all’esaurimento delle sue scorte.

Ma chi amava Anna?

Come faceva questa donna a ricaricare le batterie per poi generosamente dispensarsi al suo uomo?

La crisi di coppia è oltremodo evidente ed è dovuta alle esigenze affettive in eccesso che l’uomo ha traslato nella persona sbagliata, la donna, per l’appagamento.

I simboli dicono che “dargliele” è una caduta della libido genitale, “aveva preparato” dispone per i bisogni congeniti e per gli schemi ripetitivi, “pugno” è la scarica aggressiva in reazione alla frustrazione, “altezza del cuore” è la zona del sentimento vitale dell’amore e del prendersi cura dell’altro, la “bocca dello stomaco” è la vita e la vitalità affettiva.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.”

Anna si libera del marito, ma non può fare altrettanto del figlio. Quest’ultimo viene distolto alla coppia e resta il figlio della madre. La famiglia è infranta, ma il bambino è il testimone vivente, dentro e fuori di Anna, che la famiglia c’è stata e che la “libido genitale” è stata investita e concretamente realizzata al di là dell’esito finale di rottura. Non si celebra un “fantasma di perdita”, ma si rievoca una difficile e tormentata modalità di separazione collegata all’immaturità affettiva dell’ex. Paradossalmente Anna afferma di essere andata via da quella casa senza il figlio per significare che il figlio se l’è portato via da quella famiglia, l’ha distolto da quel contesto.

I simboli dicono che “quella casa” è la famiglia, “andare via” è una rottura d’armonia, “senza mio figlio” è tutela da amore materno.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

Le psicologie si dividono e riacquistano la loro identità originaria. Anna e il suo ex si sono separati dopo un pesante periodo di crisi relazionale: le “case” psichiche individuali non erano compatibili per la formazione di una coppia e per una vita insieme. La separazione è un trauma che esige un prezzo per pagare il fallimento e lascia immancabilmente un senso di colpa che esige un’espiazione.

Ma cosa ha lasciato questa impossibilità a convivere, a comunicare,

a condividere e a scambiare “libido orale e genitale”?

Lo stress accumulato da Anna si è somatizzato nell’apparato sessuale e adesso fa fatica a ritrovarsi a livello di vita intima e di vitalità sessuale. Il danno psichico subito da Anna verte sulla funzione neurovegetativa della sessualità. Anna non riesce a ritrovarsi come donna e come femmina.

I simboli dicono che “sono corsa” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “a casa mia” tratta della sua organizzazione psichica, “lontano da casa sua” equivale alla salutare necessità del distacco, “cercavo la mia macchina” si traduce riprendevo la mia vita sessuale, “che non riuscivo a trovare” ossia accusavo delle difficoltà nella mia vita intima.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.”

Eppure l’esibizione sociale di Anna era impeccabile dopo la crisi di coppia e dopo la separazione. La gente apprezzava ancora le bellezze femminili che immancabilmente esibiva. Anna era combattuta tra il riprendere una vita sociale senza accusare colpi e l’angoscia di qualcosa che si è rotto e che non funziona come prima: la perdita di una parte importante come la “libido genitale” e i suoi benefici investimenti. Anna ha paura di restare sola e di non incontrare un uomo degno di lei che la possa capire e accudire. Magari teme che tutti gli uomini siano infantili come il suo ex e che hanno bisogno di una mamma più che di una donna. Le problematiche e i timori insorgono senza fine e senza tregua in una persona che ha vissuto il trauma e la delusione di un fallimento matrimoniale e di uno smantellamento della propria famiglia. Anna non ha più la consapevolezza delle sue virtù e delle sue abilità anche se alla gente esibisce il meglio di sé falsificandosi in maniera egregia.

I simboli indicano in “gli altri” il riscontro sociale di Anna, “dicevano” si traduce in mi rinforzavo, “è lì” ossia occupo spazio e ho possesso, “non la vedi” si traduce in non ne ho consapevolezza, “terrorizzata” ossia dell’angoscia finalizzata al non coinvolgimento affettivo e sessuale, “non riuscivo a vederla” ossia non avevo consapevolezza.

Anna si difende dall’angoscia di ripiombare in futuro in una relazione priva di affetti e con un uomo immaturo.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.”

Anna ripiega su se stessa e riflette sulla situazione psichica in atto senza riuscire ad avere una buona consapevolezza di quello che a livello affettivo e sessuale si è messo in moto in lei come segno e memoria di tanto strazio vissuto con il marito e con il padre di suo figlio. Nella sua introspezione Anna tenta di “sublimare la sua libido”, ma non ritrova la completezza di donna e di madre, perché la prima ha dovuto cedere qualcosa d’importante come la funzionalità della sua vita sessuale. Il trauma vissuto con il suo ex è ancora in circolazione e in azione.

I simboli ingiungono che la “mia amica” è la parte confidente di sé a cui affidarsi, “non riuscivo a sentire bene” equivale a una difficoltà di consapevolezza, “sono salita a casa” ossia tento la “sublimazione della mia libido”, “mi sono chiusa in una stanzetta” si traduce introspezione o mi guardo dentro.

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.”

Quando Anna è costretta dalla vita a vivere insieme agli altri la sua realtà di ex moglie e di madre, dopo l’introspezione e l’avvolgimento in sé, quando Anna deve socializzare trova la sua realtà psichica ed esistenziale. Il processo psichico di “sublimazione” delle figure dell’ex e del figlio non è servito granché, visto che Anna è una giovane donna che ha da fare i conti con la sua carica erotica e sessuale, la vitalità della sua “libido” e l’impellenza degli investimenti nel cammin della sua vita. Girala come vuoi, Anna si riscopre madre e moglie.

I simboli dicono che “esco dalla stanza” significa socializzo e mi relaziono, “mio ex” ossia il fallimento e la vanificazione dell’investimento genitale, “mio figlio” ossia la realizzazione della mia libido genitale, “seduti nelle scale” ossia che sono stati fatti oggetto di sublimazione e di purificazione.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…”

Anna non ha le scale nella logistica della sua casa reale, ma ha le scale nella logistica dei suoi “processi psichici di difesa” dall’angoscia, altrettanto reali. Nel relazionarsi con la gente ritorna il motivo per cui la relazione di coppia è andata in malora. Il suo ex era geloso e possessivo, oltre che bisognoso di tanta madre e di tanto affetto. La deficienza “orale” dell’uomo di Anna si associa in un mix tremendo e pericoloso con il sentimento della gelosia, con lo struggimento legato alla conflittualità edipica con il padre, sempre dell’uomo di Anna. La coppia si è rotta per l’immaturità affettiva e per la gelosia dell’uomo di Anna, per il bisogno di possesso di un uomo che non è riuscito a emanciparsi dalle grinfie della madre. L’ex la voleva tutta per lui. Questo è il significato del capoverso e la causa determinante della rottura della coppia. Questo uomo debole “si alza” e vuole vedere”, fa il forte e il despota senza avere una minima consapevolezza dei suoi bisogni primari di affidamento e di affetto.

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.”

Chissà quante volte un uomo geloso ha provocato la lite per le relazioni della moglie o della madre di suo figlio!

Chissà quante volte una donna è stata picchiata dal suo ex in piena crisi di identità psichica e in carenza d’affetto!

La “colluttazione” è la degenerazione della fusione affettiva. Invece di ben collimare, i corpi derogano dal giusto e naturale incastro. La crisi di coppia si formula e si configura nelle difficoltà critiche della relazione e delle relazioni. Del resto, un uomo geloso non consente grandi aperture e notevoli disposizioni agli altri e al mondo esterno. La forza e la violenza psicofisiche completano l’opera di una storia che è iniziata con l’amore e si è conclusa con la rottura di un’armonia imperfetta. Per fortuna resta un figlio a ricordare ad Anna e al suo ex chi erano, chi sono e chi saranno nonostante tutto.

Questa è la storia umana e psicologica del sogno di Anna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna sviluppa la psicodinamica delle cause che hanno portato alla separazione della coppia e alla rottura dell’unità familiare. La protagonista adduce in prima istanza le difficoltà affettive e relazionali dell’uomo a cui si è accompagnata e mostra di non aver saputo e potuto dare appagamento e soluzione alle suddette carenze. Il sentimento della gelosia e il bisogno di possesso sono i protagonisti di uno psicodramma diffuso e fortunatamente andato a buon fine. Resta per Anna la somatizzazione dell’angoscia, accumulata nel corso della relazione di coppia e della vita in famiglia, che si è riverberata sulla funzione neurovegetativa della sessualità.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Anna si basa su “A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.” e su “Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto cammin facendo.

Non si evidenziano “archetipi” in maniera diretta.

I “fantasmi” sono composti e non si manifestano con eclatanza.

Sono presenti le istanze psichiche dell’Io vigilante e razionale e dell’Es pulsionale e rappresentazione mentale dell’istinto.

Il sogno di Anna manifesta la “posizione orale” e la “posizione genitale”: “mio figlio” e “le sigarette”.

Sono usati da Anna nel sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “figurabilità”, la “simbolizzazione” e la “sublimazione”.

Il sogno di Anna presenta un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: affettività e relazione.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: “casa” e in altro, “non riuscivo a vederla” e “non riuscivo a trovare” e in altro. L’allegoria della violenza è formata in “lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

La “diagnosi” dice di una crisi della dialettica di coppia a causa dell’immaturità affettiva e della caduta degli investimenti di “libido” con la somatizzazione del conflitto nella funzione sessuale.

La “prognosi” impone ad Anna di ben valutare i suoi bisogni e i suoi investimenti affettivi, nonché di razionalizzare la sua formazione affettiva e di ben integrarla nella dimensione “genitale” di donna e di madre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere della psiconevrosi isterica con lesione della funzione sessuale: conversione.

Il “grado di purezza onirica” è discreto in quanto il sogno è molto vicino alla realtà di un racconto.

La causa scatenante del sogno di Anna può essere stata un incontro o una discussione con l’ex.

La “qualità onirica” è narrativa.

Il sogno può essere stato fatto nella terza fase del sonno REM.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Anna è decisamente buono alla luce della linearità simbolica. Il “grado di fallacia” è basso.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del movimento, dei sensi della vista e dell’udito.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Anna è stato letto da Maria Concetta, una donna che di mestiere fa l’avvocato, una professionista ricercata dalle donne che hanno bisogno di tutela legale e di amicizia, oltre che di comprensione psicologica. Il colloquio si è sciorinato in maniera varia e pacata.

Maria Concetta

Mi puoi spiegare ancora il rapporto di coppia?

Salvatore

Ogni persona ha una dialettica interna ed esterna, una modalità di relazionare i propri vissuti e di relazionarsi con gli altri. Ogni uomo e ogni donna, prima di vivere in coppia, hanno un patrimonio psichico formativo e in evoluzione. Lo stato di coppia e l’esercizio di coppia esaltano le caratteristiche individuali. Queste ultime si combinano e colorano la coppia. Tu vedi una coppia e la definisci simpatica o affermativa, sentimentale o ambigua o in mille altri modi, proiettando su questa coppia un tuo vissuto nella forma di un giudizio. In effetti tu hai visto un fenomeno della coppia, una modalità di essere e di manifestarsi, di combinarsi e di interagire, una forma dialettica e dinamica che è il frutto della prevalenza di un tratto psichico dell’uno sull’altro o di una armonica distribuzione. E’ importantissimo l’interscambio in questo prevalere del tratto psichico di un membro della coppia, l’alternarsi dei ruoli e dei modi, il riconoscimento dei compiti e delle abilità, la conoscenza individuale che travalica nella consapevolezza dell’agire in coppia. E’ come se nell’esercizio di coppia ora l’uno e ora l’altro assumessero il comando delle operazioni senza alcuna lesione dell’altro ma addirittura con un’adesione alla psicodinamica in atto, con una consapevolezza delle regole del gioco che stanno giocando. Questa interazione si chiama anche complicità di coppia e sintonia psicofisica. A ognuno il suo spazio e il suo copione e si recita a soggetto in maniera naturale e spontanea senza alcun sacrificio dell’uno o dell’altro. Paradossalmente la coppia migliore possibile è paritaria nei diritti e nei doveri, simmetria, ma non è sempre paritaria nelle sue manifestazioni perché ammette la complementarità: teoria del “sotto” e del “sopra”. Mi spiego. Il potere si esercita in base alla competenza e al ruolo. Ci sono situazioni in cui la donna ha una sua specifica collocazione e abilità. Ci sono situazioni in cui il maschio ha un suo ruolo definito e un compito elettivo. Tutto questo al di là della solita teoria che ci sono “cose da uomini e cose da donna”. Rimbalzandosi il potere nelle varie psicodinamiche della giornata e della vita in comune, la relazione di coppia è ricca e democratica, assente di prevaricazioni e di violenze, veramente interattiva. Lo “star sotto” e lo “star sopra” sono simboli che denotano una realtà varia e variegata in cui la coppia si viene a trovare e alla quale deve reagire al meglio e nel pieno rispetto dell’altro.

Maria Concetta

Quello che dici vale anche quando si deve decidere in quale trattoria andare a mangiare il pesce?

Salvatore

La tua provocatoria domanda è attinente e opportuna. Soprattutto quando si deve scegliere quale pesce mangiare e come farlo cucinare. Dalle piccole alle grandi scelte, tipo il rispetto e l’accudimento, la coppia deve sapere prendere e lasciare, affidarsi e abbandonarsi, reagire e inalberarsi, assorbire ed espellere, insomma deve agire al massimo della consapevolezza possibile.

Maria Concetta

Per quanto riguarda la scelta dell’osteria io preferisco che sia il mio “lui” a muoversi e a mettermi di fronte al fatto compiuto. E’ successo spesso con il fidanzato precedente di passare la serata a discutere dove andare e cosa fare. Uno strazio!

Salvatore

Confermi che la coppia è “simmetrica” nella base dei diritti e dei doveri, ma è anche “complementare” senza scandalo e senza inganno. Se poi la coppia si evolve nella famiglia, le relazioni diventano più complesse e delicate. Nella dialettica di coppia è ovvio che la condivisione solidale è sempre da preferire all’opposizione netta e cruda. Potere e dipendenza non equivalgono nella buona coppia a violenza e sottomissione. La coppia che sa distribuirsi nei ruoli e nei compiti è un buon sodalizio. Lo star sotto lo star sopra è realizzato democraticamente. Questa è la metafora sessuale che portò Lilith a “sfanculare” Adamo. Lei voleva star sopra nel coito e Adamo non gradiva, per cui chiese al responsabile creatore di cambiargli donna e moglie, di fargli una creatura dipendente che si lasciasse fare e lo lasciasse fare e che soprattutto riconoscesse il suo potere. E secondo il vangelo culturale maschile fu naturalmente accontentato. Eva era pronta a essere partorita dalle sue costole, a essere carne della sua carne.

Maria Concetta

Adesso ho pienamente capito. Non si può star sopra in due, ma si può star di fianco, sessualmente e culturalmente intendo.

Salvatore

Potenza delle metafore e dei miti! Quante difficoltà di comprensione risolvono alla razionalità dell’umano consorzio!

Maria Concetta

E del disturbo sessuale di Anna cosa mi dici? Può dipendere anche dal trauma del travaglio e del parto?

Salvatore

Hai detto bene, trauma è la parola giusta, un’angoscia che logora la funzione sessuale e riduce la “libido”. Nel rapporto di coppia il segnale di assenza d’investimento è la caduta provvisoria o definitiva della vita e dell’attività sessuali. Queste ultime sono le prime a essere colpite e sono segnali di profonda crisi personale e relazionale, ma sono anche le prime a risolversi e a ripristinarsi dopo aver razionalizzato il trauma e la eventuale separazione. Il corpo non mente sui disagi e li manifesta senza alcun pudore. Tecnicamente succede che la tesione nervosa in eccesso non può essere gestita dal sistema psicofisico e necessariamente e salvificamente si somatizza e lede la funzione interessata. Bisogna riconoscere che l’essere umano è fatto bene ed è fatto per continuare a vivere al meglio nelle condizioni psicofisiche date. Il travaglio e il parto hanno una forte componente traumatica, ma nel sogno di Anna questo dato non si evince.

Maria Concetta

E delle sigarette cosa mi dici? Non soltanto quelle metaforiche, ma soprattutto quelle reali, quelle del monopolio di stato, quelle che si comprano nelle tabaccherie insieme ai “gratta e vinci”, quelle che portano alla rovina e alla morte. Mi fai anche la distinzione tra tabagismo e vizio del fumo?

Salvatore

Il tabagismo è la dipendenza psicofisica dal fumo del tabacco. Il vizio del fumo è una forma ovattata del tabagismo. Si pensa che il “tabagista” fumi continuamente per malattia e il “vizioso” scandisca nel tempo il suo gusto nell’assunzione di nicotina. Non è così. Entrambi accusano una dipendenza psicofisica dal tabacco. Ripeto, dipendenza ossia il bisogno coatto di incorporare per bocca una sostanza tossica che funziona per rito e per funzione, per pulsione e per bisogno. Il tabagista ha sicuramente una “posizione psichica orale” ben marcata e possibilmente ha maturato una “organizzazione psichica a prevalenza orale”. Nell’assunzione di nicotina il tabagista risolve la sua angoscia di morte proprio sfidando la Morte o facendo alleanza con il nemico. Da un lato si cura da solo propinandosi una auto-terapia dell’angoscia depressiva di perdita e di abbandono, da un altro lato si ammazza a piccole dosi quotidiane sfidando se stesso o meglio la sua angoscia di morte e la sua pulsione di morte. Una “tanatofobia”, angoscia depressiva di perdita e di di morte, si risolve drammaticamente in una “tanatocrazia”, la pulsione di morte al potere o il Thanatos freudiano, non si risolve con una doverosa “tanatologia”, presa di coscienza e “razionalizzazione” dell’angoscia depressiva di perdita e di di morte. Mi spiego ancora e meglio. Il tabagista porta la morte al potere e la sfida continuamente per affermare se stesso di fronte alla sua fobia della morte, all’angoscia profonda di solitudine. Il tabagista è ai ferri corti con la vita perché non sa gestire quest’ultima con la “tanatologia”, il discorso sulla morte ossia la consapevolezza della necessita di morire e, ripeto, la “razionalizzazione” della sua angoscia di morte. Il tabagista usa il meccanismo psichico di difesa dell’alleanza con il nemico, quello che usa il lupo maschio con il capo branco dopo la dura lotta per il primato, e si allea con il tabacco per lenire la sua angoscia sfidando con la sua onnipotenza infantile se stesso come uomo e come malato. Ricordo che il “controllo onnipotente” è un meccanismo primario di difesa dall’angoscia usato dal bambino attraverso la sua capacità magica di elaborare la realtà più nefasta. L’altro meccanismo psichico di difesa è lo “spostamento” con la formazione del feticcio nell’oggetto sigaro, sigaretta, nicotina, tutte le sostanze che producono variazione dello stato coscienza e riducono senza risolverla l’angoscia di morte che la persona sente pulsare da dentro e non sa riconoscere nella causa.

Maria Concetta

In coppia cosa ci deve essere?

Salvatore

Gli ingredienti giusti sono l’empatia e la simpatia, ma non deve mancare la ragione e la dialettica, la retorica e l’eristica, la discussione e la convinzione, l’ironia e la complicità.

Maria Concetta

Anna ha carenze affettive?

Salvatore

Anna ha portato in coppia la sua formazione e la sua “organizzazione psichica reattiva” che ha maturato un figlio e, di conseguenza, è approdata alla “genitalità”. Anna è più evoluta del suo ex a livello affettivo, ma è stata coinvolta da lui nella fascia “orale” e ha rispolverato la sua posizione psichica omonima, i suoi bisogni affettivi per l’appunto, perdendo in parte il bandolo della matassa.

Maria Concetta

Quale canzone scegli per Anna?

Salvatore

Siamo in Sicilia e non poteva mancare la “Sintonia imperfetta” dell’originale Carmen Consoli, una canzone che mescola un vecchio testo al nuovo, la modalità d’amare e di stare in coppia della prima generazione del Novecento e l’attuale: “l’amore al tempo dei miei nonni era sognante”. Ma ti assicuro che è da preferire l’amore di oggi con tutti i suoi aspri conflitti rispetto all’amore di ieri con tutte le nobili prevaricazioni del marito sulla moglie.

Alla prossima e sempre attenti ai “selfie” con gli psicopatici!

LA “FAVOLA” DI MIKAELA E DEI MODA’

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.
C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.
La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.
Io rimango sbalordita e la donna mi dice: ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.
Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.
Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.
Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.
Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.
Lui mi dice di sì.
Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.
Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.
Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.
Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.
Il telefono si bloccava al tocco.
Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Mi sono svegliata molto turbata.”

Favola

Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…

Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla
e che a ogni tua domanda ti risponda
che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…

Questo è il “semplice” sogno di Mikaela.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal titolo. Il sogno di Mikaela è uno e include la canzone dei Modà “Favola”. Quest’ultima si può definire il “sogno a occhi aperti” dei Modà assimilato da Mikaela e usato per esprimere in sogno una sua psicodinamica. Identificarsi nella trama di una canzone è un’operazione psicologica naturale e frequente che consiste nell’assimilazione della trama e nell’immissione da parte del fruitore dei suoi contenuti psichici nel contenuto del testo. Tecnicamente i “significanti” di chi ascolta sono immessi nei “significati” del testo, così come, a sua o a loro volta, l’autore o gli autori del testo hanno immesso nei “significati” i loro “significanti”.
Spiego ancora e meglio.
Se io ascolto una canzone d’amore infelice con partecipazione e trasporto, lascerò che spontaneamente e per associazione emergano le mie storie d’amore vissute con dolore. Del resto, una canzone è poetica se è compresa dalla gente e diffusa tramite la condivisione e l’assimilazione, non certo per la sua aristocrazia espressiva e sociale. Si parla d’amore e ognuno ha la possibilità d’immettere la sua esperienza d’amore: “universalità” e “individualità” dell’arte nella concezione filosofica classica dell’Ottocento e del Novecento, Immanuel Kant e Benedetto Croce. L’Arte è di tutti e delle singole persone. L’Arte coglie l’universalità della Bellezza attraverso il vario vissuto individuale.
Mi chiedo a questo punto come procedere in tanta complicazione.
Interpreterò il sogno intero e poi individuerò come la “Favola” dei Modà si incastra e si inquadra nella psicodinamica di Mikaela. Sarà opportuno essere chiaro e sintetico vista la lunghezza della procedura e del testo.
Che il buon Freud me la mandi buona!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Vado da un tatuatore. Io entro e lui esce da una porta e non mi vede.”

La funzione onirica si ammoderna e conosce i “tatuatori”.
Chi sono costoro?
Costoro sono coloro che simbolicamente inscrivono tracce indelebili nel corpo e specificatamente nella pelle. Sono coloro che hanno scritto materiale significativo nella storia personale di ogni persona e nel nostro caso di Mikaela. Sono coloro che geneticamente hanno marchiato i loro figli come le mucche argentine o il “grana padano”. Sono coloro che hanno dato ai figli la possibilità di marchiarsi con i vissuti nei loro riguardi e anche di altro.
I “tautatori” sono i genitori e tutti coloro che inducono “imprinting”, gli “imprittatori”. I “tatuatori” sono gli “imprittatori”: mi piace. Quindi le tracce indelebili si riconducono ai genitori e alle persone significative, le figure che hanno dato un corpo vivente ai figli e un patrimonio psichico da organizzare. L’identità del corpo risiede nei cromosomi e include l’origine biologica, così come l’identità psichica risiede nei vissuti e nei “fantasmi”. Mikaela è in cerca della sua radice psichica e la vuole assimilare e far propria, vuole finalmente razionalizzarla, vuole “riconoscere” il padre e la madre, non nella funzione che hanno svolto nei suoi riguardi, ma nei vissuti che ha elaborato nei loro confronti. Mikaela non riesce a compiere inizialmente quest’operazione perché il “tatuatore” si eclissa, “Io entro e lui esce da una porta e non mi vede”, per lasciare il posto a un uomo che Mikaela vive in maniera ambigua perché vuole e non vuole avere rapporti con lui. Il “tatuatore” in sogno evoca il padre, mentre l’ex uomo di Mikaela evoca la “posizione edipica”.
Si vedrà e, se son rose, fioriranno.

“C’erano due collaboratori, una donna e un uomo.”

Subito arriva la conferma. Il “tatuatore” è il padre di Mikaela che insieme alla madre si presentano sotto la forma di “due collaboratori”, due persone con cui ha condiviso travaglio e affanno, gioie e desideri. L’ex uomo di Mikaela si era inscritto nelle figure dei suoi genitori e soprattutto nel padre e lo ha evocato nelle doti e nei difetti a suo profitto o a suo danno. Mikaela ha vissuto una conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, e si è identificata nella madre come donna e ha riconosciuto il padre come uomo. Vediamo dove Mikaela va a parare con il suo sogno.

“La donna mi fa sedere e comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro. C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.”

Mikaela evoca le caratteristiche psichiche della madre, quelle che l’hanno colpita e che si è portata dentro e dietro sin dall’infanzia. La madre è stata vissuta prevalentemente come una maga, una donna di grande abilità psicocinetica, una donna ammirevole per le sue capacità di tenere unite le tre entità familiari, “le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” Mikaela riconosce alla madre la capacità di muovere le pedine dello scacchiere al nobile fine della coesione familiare secondo un quadro idilliaco e tradizionale. Muovere la “plastica sul tavolo, avanti e indietro” con il pensiero, attesta dell’opera occulta e abile di una donna intelligente e paziente. Questa è la madre vissuta da Mikaela in questa emergenza psichica della sua esistenza: un’eroina greca. La madre è la dea del focolare, è colei che ha facilitato la risoluzione dei conflitti edipici inscritti, meglio tatuati, nella psicodinamica di Mikaela. Degno di nota è il rilievo dell’unità familiare in “si tenevano per mano”, come nei migliori film degli anni cinquanta sul tema.

“Io rimango sbalordita e la donna mi dice: “ci riesci anche tu col pensiero, se lo vuoi, a muovere ciò che vuoi, ma ci devi credere.”

“Mater docet”, la madre insegna. Mikaela è costretta dalle evenienze e dalle emergenze della sua vita a recuperare l’abilità della madre di tenere unita la famiglia, un compito e un’impresa che la riguardano in questo momento della sua esistenza. Riscopre, visitando la figura materna da “sbalordita”, una donna che è riuscita con intelligenza e sensibilità, “col pensiero”, ad avere il potere di realizzare le imprese più difficili al prezzo di affidarsi a se stessa, di avere grande fiducia e stima nelle sue capacità occulte e visibili.
“Credere” traduce il latino “affidarsi”. Mikaela si fa dire in sogno da sua madre di avere fiducia in se stessa fino in fondo e che la donna è artefice delle dinamiche familiari più sottili e impensabili.
“Muovere” traduce “commuovere”, scatenare sensazioni e sentimenti. Questo sa fare la donna e la madre. Mikaela si fa regalare dalla madre questo insegnamento.

“Poi lei va a capotavola e il suo posto lo prende l’uomo e mi dice “ora ti racconto la tua vita”.

E’ il turno del padre. Dopo la maga arriva il mago. Ognuno ha la sua specializzazione, la prima muove le dinamiche familiari, il secondo è un indovino che protegge, colui che legge il passato e predice il futuro, colui che dà i consigli giusti e buoni dopo aver individuato i pericoli.
Del resto, cosa chiede una figlia al padre sin dalla più tenera età?
Essere protetta.
E la figlia come vive il padre?
Colui che è grande e forte e mi può aiutare a crescere: il gigante buono e il mago.
La madre prende il posto del padre, “va a capotavola”. Si riconferma l’importanza della funzione materna nel dirigere la politica familiare. Il padre, che conosce la vita della figlia e la sua evoluzione, è la persona più indicata ad aiutarla: “ora ti racconto la tua vita”. Questo pensa ed elabora giustamente in sogno la nostra Mikaela.

“Io gli dico che sono venuta per il tatuaggio e non per queste robe. E poi non ho soldi.”

Io ti riconosco soltanto come padre carnale, “tatuaggio”, e non come consigliere, “per queste robe”, quisquiglie e sciocchezze e “punzillacchere” come avrebbe detto il grande Totò in arte, principe Antonio De Curtis nella vita. Mikaela evidenzia un conflitto edipico irrisolto con il padre e sedato in parte dal tempo trascorso. L’autonomia acquisita si attesta a livello logistico, più che psichico. Come se Mikaela dicesse al padre: “ma se non ti sei interessato a suo tempo di me, cosa mi vai a dire adesso quello che devo fare e cerchi di proteggermi?” Aggiunge un suo grosso problema in atto: oggi non ho “libido genitale” da investire e tanto meno potere sessuale.” Mikaela denuncia al padre da un lato la sua assenza affettiva e dall’altro lato la sua attuale crisi di donna: “non ho soldi”.
Un brutto momento depressivo!

“Lui dice che non fa niente e che ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare, forse una donna.”

Il padre assolve se stesso e procede nella tutela della figlia secondo i desideri e i bisogni di Mikaela, l’autrice del sogno. “Anche se in passato non c’ero, adesso ti aiuto lo stesso”: “non fa niente”. Le urgenze emotive e affettive di Mikaela cercano la soluzione nel ritorno dal padre e dalla madre. Mikaela fa dire al padre che è “forse una donna” la persona da cui deve guardarsi. Traduco: “risolvi il conflitto con tua madre, visto che hai perso il potere seduttivo femminile e dal momento che in lei a suo tempo ti sei identificata come donna e da lei avresti dovuto prenderlo e riceverlo questo benedetto potere”. Mikaela si sta chiedendo: “in questo momento difficile della mia vita mi manca la madre con le sue arti femminili o il padre con la sicurezza e la protezione che mi induce?” La “persona negativa” è la parte psichica in crisi della femminilità di Mikaela. Lo psicodramma procede alla ricerca del colpevole e della soluzione del caso, come nei migliori film gialli.

“Io dico che è stata eliminata e che è un uomo. Intendevo il mio ex e gli chiedo se vuol vedere una foto per capire.”

Mikaela sostiene che la relazione conflittuale con la madre l’ha risolta, “è stata eliminata”, mentre la relazione conflittuale con il padre è ancora in atto e si riverbera nella sua vita affettiva, erotica e sessuale: “è un uomo”. Mikaela precisa che si tratta del suo “ex”, un uomo che ha scelto perché evocava la figura paterna, elaborata e vissuta durante il trambusto edipico. Mikaela si dimostra disponibile a questo gioco magico del padre e a questo ruolo riflesso, “ex” e padre, tant’è vero che vuole offrire al padre e a se stessa un’immagine esteriore per poter approfondire la questione e per capire che il suo “ex” era stato scelto a immagine e somiglianza del padre: “se vuol vedere una foto per capire.”

“Lui mi dice di sì.”

E’ proprio vero che il primo amore non si scorda mai. Mikaela ha ripescato l’intesa seduttiva con il padre.
Quante volte da piccola ha desiderato questa tresca e magari è rimasta delusa dall’indifferenza di lui!
Il sogno compensa e ripara, mostra e risolve, ma non dimentichiamo che il sogno siamo noi. La simbologia del “dire di sì” è intrisa di una carica seduttiva ed erotica, l’assenso al trasporto delle emozioni e dei sensi. Il tempo di Mikaela in riguardo al padre si è proprio fermato a questo indimenticabile ed ineffabile momento.

“Cerco il telefono e tiro fuori quello vecchio. Cerco la foto, ma non ne avevo.”

L’amore verso il padre perseguita Mikaela che cerca la relazione d’amore giusta e la ritrova nel passato, nel vecchio modo di relazionarsi al padre, in quel trambusto di sensi e di sentimenti che l’hanno avvinta durante la sua infanzia e che l’hanno trovata innamorata persa dell’augusto genitore. Tutto la riporta al passato, il tipo di relazione e l’immagine maschile: “quello vecchio” e per quanto riguarda l’immagine del suo “ex”, “la foto”, non ritrova alcunché.

“Mi accorgo che non era il mio telefono attuale.”

Come si diceva prima e come volevasi dimostrare. La relazione e l’intesa non erano quelle del presente ma quelle del passato, quelle già vissute e mai estinte, quelle che hanno provveduto a formare Mikaela e a legarla a un tipo d’uomo e a una forma d’investimento di “libido”, meglio a una modalità psichica e a un tipo di sentimento d’amore.

“Cerco e lo trovo nella borsa mezza vuota.”

La femminilità di Mikaela è “mezza vuota”, non è appagata a livello erotico e sessuale, nonché a livello affettivo. Il presente psichico e relazionale è in “deficit” e in perdita. Brutte nuvole si addensano nel cielo psichico della nostra protagonista che è appena venuta fuori da una storia precaria. Il suo “ex” non le ha riempito la “borsa”, non l’ha amata come i suoi bisogni antichi aspiravano.

“Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”

Per l’appunto si trattava di due uomini e di due immagini maschili, il padre e il suo “ex”. Ma il tentativo di Mikaela di prendere consapevolezza del suo trambusto emotivo ed affettivo, “guardo”, non sortisce un buon risultato. “Lo schermo appannato” non dispone per niente bene. La coscienza è obnubilata e Mikaela incontra resistenze a capire questa collusione di due maschi nella sua vita di bambina e di donna adulta. Mikaela non sa districarsi nella sua “posizione edipica”, non sa ben guardare quel sole che non tramonta mai nell’orizzonte del passato e del presente: “le foto non c’erano”. Il meccanismo psichico di difesa della “rimozione” ha indotto questa dimenticanza, questa omissione, questa assenza delle foto.

“Il telefono si bloccava al tocco.”

La relazione era disturbata nella ricezione e nella trasmissione: “bloccava”. La “libido” da investire era impedita nella sua genuina funzione di rivolgersi all’altro, di avvolgere l’oggetto del desiderio, di appagare il bisogno. E se l’energia si blocca, prima o poi si somatizza e la ritrovi sotto forma di sintomo e di disturbo delle funzioni più umane come l’erotismo: “al tocco”.

“Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.

Il sogno si sta avviando alla conclusione. L’intensità emotiva è stata gestita bene perché il simbolismo ha occultato i veri significati e le vere psicodinamiche, nonostante il turbamento dopo il risveglio. Mikaela conferma la psicodinamica edipica e adduce le prove del significato del suo sogno: “tre foto”. La prima riguarda l’immagine e la storia della protagonista, l’attrice consumata di questo trambusto relazionale e di questo sconquasso emotivo. La seconda rievoca “tre ragazze sconosciute” che condensano le varie fasi della maturazione psicologica di Mikaela e alcune delle sue manifestazioni umane e sociali, i modi di porsi e di offrirsi nel corso della sua vita. “In riva al mare” si decifra tra realtà e immaginazione, tra bisogno e desiderio, tra concretezza e astrazione, tra superficie e profondità. E per concludere in bellezza e senza equivoci, come se tutto quello che ha sognato prima non bastasse, Mikaela lascia la prova delle prove, la “prova del nove” del significato e della psicodinamica del suo sogno, la “canzone, “Favola” dei Modà”.
Mikaela ha lanciato il guanto della sfida e a questo punto non resta che raccoglierlo e interpretare il corpo del reato. Pezzo dopo pezzo non si farà fatica a trovare una “posizione edipica” sotto la forma classica di un amore da “favola”, proprio quello raccontato dalle mamme e sognato dalle bambine.

Testo

“Ora vi racconto una storia che farete fatica a credere
perché parla di una principessa e di un cavaliere
che, in sella al suo cavallo bianco, entrò nel bosco
alla ricerca di un sentimento che tutti chiamavano amore.
Prese un sentiero che portava a una cascata
dove l’aria era pura come il cuore di quella fanciulla
che cantava e se ne stava coi conigli, i pappagalli verdi e gialli,
come i petali di quei fiori che portava tra i capelli.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La solita storia del bel cavaliere e della bella principessa, del cavallo bianco e del bosco, della cascata e dell’aria pura, del cuore di fanciulla e dei petali tra i capelli. Quello che stona in tanto idilliaco quadro sono i conigli e i pappagalli verdi e gialli, ma per il resto è tutto secondo norma e secondo cultura. Si tratta dell’innamoramento da parte di una bambina dell’immagine idealizzata del suo papà, quell’uomo che la chiama principessina e che è tanto bello.
Qualche simbolo per gradire?
“Il cavaliere in sella al suo cavallo bianco” è pregno di sessualità, il “bosco” rappresenta la parte oscura del desiderio, la “cascata” esprime la “libido”, “l’aria pura” è l’affettività, “il cuore” condensa la passione vitale, i vari animaletti del tipo “conigli e pappagalli verdi e gialli” sono le pulsioni erotiche, “i petali di quei fiori” si traducono nell’ingenuità di un sano desiderio erotico, “tra i capelli” equivale a nei suoi pensieri.
Questa è la rappresentazione di una bambina innamorata del suo papà. Fatevelo dire da chi ne capisce.
Ma non basta ancora, bisogna andare avanti.

Testo

“Il cavaliere scese dal suo cavallo bianco e piano piano le si avvicinò,
la guardò per un secondo, poi le sorrise
e poi pian piano iniziò a dirle queste dolci parole:
vorrei essere il raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare
per farti respirare e farti vivere di me.
Vorrei essere la prima stella che ogni sera vedi brillare
perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo
e che sono sempre con te.
Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda
ti risponda che al mondo tu sei sempre la più bella.
Na na na na na na na na na…”

Interpretazione

La psicodinamica dell’amore eterno e impossibile si precisa e si approfondisce secondo le linee transculturali e archetipali della coppia “padre-figlia”. Questo è un quadretto universale che risale alla notte dei tempi e si deposita nei miti, nelle fiabe e nelle favole di ogni gruppo umano. E’ uno spaccato culturale di grande dolcezza e tenerezza, tant’è vero che non è stato “sublimato” nelle pitture sacre come, invece, la relazione “madre-figlio” che ha avuto sempre risvolti cruenti: vedi la trilogia tragica di Edipo a firma del greco Sofocle, il mito di Edipo riletto dall’ebreo Freud e la pittura medioevale sul tema della madonna e del figlio ucciso. La bambina e il suo papà hanno i connotati di un riconoscimento erotico reciproco che amplia i sensi senza colpevolizzarli, per cui non hanno bisogno di “sublimazione”. Consegue il senso e il sentimento del pudore.
Vediamo i simboli e poi gradirete.
L’arte della seduzione si trova in “scese”, “le si avvicinò”, “la guardò”, le sorrise” e in “iniziò a dirle”. Il sentimento d’amore è condensato nel dono finale delle parole, così come il desiderio si manifesta nell’avvicinamento e nel sorriso. Le parole sono dolci perché “il raggio di sole” sveglia il desiderio, fa “respirare” gli stessi affetti e crea una fusione erotica, “vivere di me”. La dominanza del principe mostra la figura del padre nel suo potere maschile. “La prima stella” che sorge brillante è Venere, più che una stella è un pianeta, e indica la presenza del sentimento nell’assenza fisica del bene amato. La consapevolezza della presenza protettiva si attesta negli “occhi che sanno che ti guardo”, una meravigliosa combinazione di simboli, così come “sono sempre con te” rappresenta l’assimilazione e la fusione, chiare trasposizioni di pulsioni erotiche e sessuali. Ritorna la favola di Biancaneve nello “specchio che ti parla”, quello “specchio bello, specchio rotondo” che sa “chi è la più bella del mondo”. La simbologia dice di una “posizione fallico-narcisistica” che ogni bambina vive tra i quattro e gli otto anni di vita e che induce a maturare quel potere femminile che nel tempo breve si risolve benignamente nell’amor proprio e nell’arte della seduzione. Tutto nella norma e come da copione universale, ma vediamo se il salmo edipico finisce in gloria.

Testo

“La principessa lo guardò senza dire parole
e si lasciò cadere tra le sue braccia.
Il cavaliere la portò con sé sul suo cavallo bianco
e, seguendo il vento, le cantava intanto questa dolce canzone:”

Interpretazione

La seduzione ha avuto il buon effetto di ridurre le resistenze della fanciulla a lasciarsi andare e ad affidarsi al suo “cavaliere”, quel maschio che sa cavalcare e sa proteggere: “si lasciò cadere”. Le “braccia” sono l’organo nobile dell’amplesso globale. Guardare “senza dire parole” equivale al trionfo dei sensi nella versione della consapevolezza e della dipendenza di chi tutto si aspetta dall’altro e nulla sa dare perché ignora. La posizione psicofisica della bambina è evidente, come la figura dominante del padre è evidente nei bisogni della figlia di essere educata anche nella formulazione dei sentimenti e nelle movenze dei sensi e del corpo. Si consuma lo psicodramma dell’amore edipico tra padre e figlia, quello senza sangue e senza morti, quello delicato che si appaga del desiderio e senza feroce struggimento. “Seguendo il vento” è simbolo del moto dei sensi e della danza erotica e non manca il dono delle parole: “le cantava intanto questa dolce canzone”.
La “Favola di Mikaela e dei Modà” finisce qua, ma fortunatamente si ripresenta “nei secoli dei secoli e così sia” sotto le sembianze di un padre e di una bambina che passeggiano a manina lungo i viali del parco delle rimembranze nel paese dei desideri.
Amen!

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela sviluppa nella sua complessa articolazione e combinazione la semplice psicodinamica della “posizione edipica”, la relazione conflittuale vissuta dalla bambina con il padre e l’identificazione nelle virtù della madre. Mikaela sistema la madre nel ruolo magico di arbitro della politica familiare e il padre nel ruolo protettivo di confidente e di educatore. La “regressione” all’infanzia è agita nell’associazione alla canzone “Favola” dei Modà. Il sogno di Mikaela tiene in sottofondo la relazione affettiva e sessuale con il suo “ex”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Mikaela presenta in funzione le seguenti istanze psichiche.
L’Io vigilante e consapevole e basato sul “principio di realtà” si manifesta in “vado” e in “io entro” e in “io rimango” e in “io gli dico” e in “io dico” e in “cerco” e in “mi accorgo” e in “guardo” e in “non capivo”.
L’Es pulsionale e basato sul “principio del piacere” è presente in “comincia a muovere, senza toccarla, una plastica sul tavolo, avanti e indietro.” e in “sbalordita” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “e poi non ho soldi” e in “ho una persona negativa nella mia vita che devo eliminare,” e in “nella borsa mezza vuota.” e in “schermo appannato” e in “Tre foto, una mia, una vecchia di tre ragazze sconosciute in riva al mare e l’immagine su yu tube di una canzone, “ Favola” dei Modà”.
Il “Super-Io” limitante e censorio e basato sul “principio del dovere” non è in funzione.
La “posizione psichica edipica”, conflittualità con i genitori, domina il sogno di Mikaela. Circola un riferimento privilegiato alla “posizione psichica genitale”, disposizione affettiva e sessuale e in evoluzione della relazione finita: vedi la madre e l’ex.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Mikaela usa i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia.
La “condensazione” è presente in “tatuatore” e in “credere” e in “tatuaggio” e in “soldi” e in “foto” e in “borsa” e in altro, lo “spostamento” in “collaboratori” e in “muovere senza toccarla” e in “tenevano la mano” e in “muovere col pensiero” e in “schermo appannato” e in altro. Il meccanismo della “rimozione” si suppone o si lascia intravedere in “C’erano dipinte le figure di un papà, di un figlio e di una mamma che si tenevano la mano.” e in ““ora ti racconto la tua vita” e in “Guardo e ho due foto dentro lo schermo appannato e non capivo perché le foto non c’erano.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non viene usato, mentre il processo della “regressione” si esprime in un moto verso il passato nella seconda parte del sogno nell’affannosa ricerca delle foto e delle tracce del suo passato. Inoltre, la “regressione” è presente nella forma onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto del normale esercizio dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela manifesta un tratto “edipico” marcato all’interno di una cornice decisamente “genitale”: conflittualità con i genitori in via di risoluzione e disposizione all’investimento di “libido” o bisogno di innamorarsi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche elaborate da Mikaela nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “tatuatore” e in “tenevano la mano” e in “capotavola” e in “soldi” e in “foto” e in “telefono” e in “borsa mezza vuota” e in altro, la “metonimia” o nesso logico in “muovere senza toccarla” e in “muovere col pensiero” e in “credere” e in “schermo appannato” e in altro.

DIAGNOSI

La “diagnosi” dice del ritorno della conflittualità con i genitori, “posizione edipica”, a seguito della rottura affettiva e sessuale di Mikaela con il suo uomo. Ripresenta la disposizione a vivere il sentimento d’amore, “posizione genitale” e conferma l’attrazione dell’infanzia verso la figura paterna nell’associazione con la canzone “Favola”. Quest’ultima ha una forte valenza regressiva per la facile evocazione, operata dalla musica e dal testo, del marasma sensoriale e sentimentale del passato.

PROGNOSI

La “prognosi” impone a Mikaela di risolvere beneficamente, dal momento che non è possibile definitivamente, la relazione con i suoi genitori e soprattutto con il padre, al fine di potersi innamorare in maniera autonoma e senza strascichi pendenti. E’ opportuno non avere fretta, per ben ponderare i propri vissuti e sentimenti e per rinforzare la “razionalizzazione” del passato edipico, che se da un lato è stato struggente, dall’altro lato ha apportato attributi di fascino e pulsioni di desiderio nel corredo psichico della protagonista.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella degenerazione della “posizione edipica” e nelle conseguenti “psiconevrosi” isterica, fobica, ossessiva, depressiva. Ricordo che la conflittualità irrisolta verso i genitori sfocia nel campo delle “nevrosi” e al massimo nello “stato limite”, qualora non è associata ad altri conflitti e non ricorre all’uso di meccanismi di difesa particolarmente delicati come la “negazione” e la “scissione dell’Io”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei simboli e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
La psicodinamica si avvale di un simbolismo che prevale di gran lunga sulla trama narrata.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta in una semplice riflessione sullo stato affettivo o su un incontro con le persone individuate nel sogno, genitori o “ex”. Il sogno si può definire “resto notturno” a causa dello scarso materiale che resta nel ricordo, cosi come il “resto diurno” è quel particolare che colpisce da svegli e che di notte scatena il sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è “narrativa” in quanto snoda la trama come un racconto e “metaforica” perché nel finale associa una canzone come rafforzamento della tesi dominante, la relazione psichica con il padre.

REM – NONREM

Il sogno di Mikaela si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni. La protagonista rievoca con una buona copertura difensiva il suo viaggio nella “posizione edipica” o conflittualità con i genitori, usando bene i meccanismi psichici del “processo primario”. Inoltre conferma il significato profondo del suo sogno raddoppiandolo con la canzone dei Modà, a riprova dell’urgenza emotiva e affettiva che le ha procurato la rottura con il suo uomo, “ex”, a cui accenna. L’agitazione da sbalordimento non deve essere stata da poco.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Mikaela è ricco di sensazioni di “movimento”: “vado”, “entro”,”esce”, “comincia a muovere”, “va a capotavola”, “sono venuta”.
Il senso dello “udito” è dominante e si allucina in tre “mi dice”, “io gli dico”, “dice”, “io dico”.
Il senso del “tatto” è presente in “il telefono si bloccava al tocco”.
Il senso della “vista” è allucinato in “se vuol vedere una foto”, “mi accorgo”, “guardo”.
Il sogno di Mikaela è cenesteticamente dinamico e incalzante nel suo “batti e ribatti” e nel richiamo dell’esercizio dei sensi.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Mikaela, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Mikaela, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della psicodinamica reiterata nella “Favola” dei Modà.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Mikaela.

Domanda
Mi spiega meglio la differenza tra il conflitto edipico delle bambine e dei bambini?
Risposta
Brevemente, perché il discorso è più complesso. Il conflitto edipico delle bambine è più delicato e dolce, poetico, perché si elabora e si risolve ben presto, dai quattro ai nove anni. La bambina capisce la differenza dei sessi, si convince di essere femmina e passa all’identificazione nella madre pur mantenendo verso il padre un’attrazione particolare. Il quadro emotivo evapora e si sublima senza strascichi di sentimenti accesi. Il maschietto, invece, prolunga la sua competizione con il padre e il suo desiderio della madre per tempi più lunghi, si sofferma sulla “posizione fallico-narcisistica” con la forte gratificazione del suo corpo maschile. La bambina commuta il suo potere “fallico-narcisistico” nella seduzione erotica e nell’amor proprio, il bambino si crogiola in un brodo di individualismo e di esibizionismo pavoneggiandosi agli occhi della madre. Il tempo, impiegato per maturare la sua autonomia, porta il bambino a uno struggimento che coniuga sentimenti opposti e soprattutto a incamerare il famigerato sentimento della “gelosia”. Quest’ultimo, se non è stato adeguatamente risolto o ridimensionato, si può ridestare in futuro di fronte alla donna amata con gravi e tragiche complicazioni.
Domanda
I maschi sono più edipici e pericolosi delle femmine?
Risposta
La relazione con il padre e la madre non si risolve mai del tutto, ma i maschi spesso la trascinano a vita natural durante, mentre le femmine sono più concrete e realiste. E’ vero che i maschi sono più lenti e nostalgici in questo delicato settore. Spesso la madre per i suoi bisogni edipici non li libera, ma li trattiene da adulti con ulteriori seduzioni. E’ un argomento complesso e lungo.
Domanda
Incide anche la cultura?
Risposta
Perbacco! Il matriarcato è micidiale con la sua “legge del sangue”, mentre il patriarcato è severo con la sua “legge del dovere”: “Es” e “Super-Io”. E’ più violento il primo che il secondo. Il matriarcato prolunga la dipendenza edipica dei maschi. Il patriarcato impone alle femmine la legge monogamica del matrimonio e vieta la poligamia e l’incesto.
Comunque ho cercato di dire qualcosa sul tema. Mi fai delle domande che meriterebbero un saggio.
Domanda
Cosa pensa del tatuaggio?
Risposta
Ricordo che da bambino guardavo i detenuti, dietro le sbarre del carcere barocco di Siracusa, che cantavano chiedendo il perdono della madre per le loro malefatte. Quasi tutti avevano tatuato sul braccio la dichiarazione sentimentale “amo mamma”. Negli anni cinquanta i tatuaggi erano la prova di un soggiorno in carcere e di una pratica d’incisione della pelle atta a trascorrere il tempo e magari prendendo coscienza del forte legame con la madre. Non scrivevano sul braccio “amo il padre”, perché la legge del padre li aveva condannati. Questo è il mio impatto con il tatuaggio. Oggi la pratica è diffusissima e non comporta trascorsi legalmente burrascosi. Posso dire che il tatuaggio è un simbolo di appartenenza inscritto nel corpo e in modificazione dello stesso. Richiama l’identità psichica e il gruppo, ma richiede una buona dose di “libido sadomasochistica”, oltre che un vissuto conflittuale con il corpo dal momento che lo si vuole ritinteggiare. Questo discorso vale per gli eccessi, quando è visibile un rifiuto del corpo così com’è e una pulsione trasformativa e non di certo migliorativa. Poi ci sono i tatuaggi che fungono da memoria e da iscrizione solenne e vita natural durante: il corpo come promemoria delle esperienze ritenute fondamentali o importanti. Quando è una moda non è in eccesso, altrimenti comporta un uso dei “processi primari” tutto da scoprire.
Domanda
Può essere una psicopatologia?
Risposta
Non ci si copre tutto il corpo di vari simboli e messaggi per caso. Ci sono pulsioni profonde da razionalizzare e di solito si trova un “fantasma del corpo” che verte sul negativo più che sul positivo, per cui incidere la pelle è anche catartico.
Anche su questa domanda complessa mi sono dovuto fermare a qualche spiegazione.
Domanda
Cambio argomento. Cosa pensa della canzone dei Modà e dell’uso che ne fa Mikaela in sogno?
Risposta
La meravigliosa abilità dei “processi primari” associa al tema edipico, vissuto per tanto tempo sulla pelle, lo stesso tema della favola cantato dai Modà. Mikaela ha ascoltato questa canzone e si è identificata nella trama e nella bellezza semplice della poesia. Tramite le canzoni si possono far passare passioni comuni ed educazione sentimentale e civica. Il coinvolgimento psichico è favorito dalla simbiosi musica e parole. Il messaggio arriva e si deposita facilmente e senza resistenze nella dimensione profonda e per associazione evoca e ripesca pari pari quel materiale psichico vissuto.
Domanda
Le canzoni fungono da educazione delle masse con i messaggi belli e buoni?
Risposta
“Volete un popolo migliore? Dategli una migliore alimentazione” suggeriva il borghese Feuerbach nel diciannovesimo secolo a seguito del suo assunto di base “l’uomo è ciò che mangia”. Volete un popolo migliore? Dategli strumenti di identificazione sociale e civile chiari e distinti, semplici e comprensibili. Questo prescrivono psicologi e sociologi. Ebbene, le canzoni di musica leggera non sono soltanto semplici canzoni, ma prodotti psichici e culturali di grande e spedita diffusione. Musica e parole hanno un grande vantaggio perché la combinazione risulti poetica, creativa e ed emotiva come nelle tragedie greche.
Domanda
Può bastare.
Risposta
Credo proprio di sì. Il sogno di Mikaela è un “trip” micidiale di teorie e di pratiche, di scienza e di vita vissuta. Tutto quello che è stato scritto può bastare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Sull’interpretazione psicoanalitica delle favole consiglio la lettura di un classico, il testo di Bruno Bettelheim opportunamente intitolato “Il mondo incantato”. La decodificazione dei simboli indica l’uso collettivo dei messaggi contenuti nelle fiabe e nelle favole, quelle produzioni trasmesse nei secoli e che hanno educato e traumatizzato generazioni di bambini. Nonostante la crudeltà del racconto, intere generazioni si sono formate sulle classiche favole dell’infanzia e hanno sentito il fascino di tanto materiale psichico proprio perché trattava del loro mondo interiore, popolato da “fantasmi” che si agitavano dentro e che partivano dalla bocca della mamma e del papà e dei nonni e della maestra per risuonare come le campane pasquali in un giorno di aprile nella verde campagna.

“MORTA, SEI FELICE?” O LA MORTE E LA FELICITA’

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.
Lo prendo in mano e sul display si visualizza un “sms” che mi ha inviato standomi di fronte.
Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”
Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il sogno è firmato “Morta” e la protagonista lo titola “la morte e la felicità”, per l’appunto.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La “presa di coscienza” del materiale psichico rimosso, un trauma o un fantasma, si attesta nel rivisitare e rivivere al presente parti formative della nostra storia, eventi che ci hanno psicologicamente segnato e contraddistinto. La vera e giusta “presa di coscienza” non è un gioco intellettuale fine a se stesso e istruito per divertimento dalla nostra facoltà razionale, ma è un processo travagliato che porta all’evoluzione psichica tramite l’accettazione e l’amorosa cura di sé. Questa è l’operazione psicoterapeutica insegnata ventiquattro secoli fa da Socrate e che Morta esegue egregiamente nel suo sogno: “l’ironia e la maieutica” per portare avanti il progetto psichico esistenziale del “conosci te stesso”. Morta è una donna che si definisce in questo modo truculento per attestare che ha razionalizzato e accettato la sua infanzia e adolescenza, la stagione della vita in cui si è formata e che nei suoi desideri avrebbe voluto più vivace e meno pacata, più ricca di “libido” trasgressiva e meno inibita da insulsi divieti e atavici tabù. Ma si sa che del “senno di poi son piene le fossa” e, allora, bisogna procedere verso la revisione e il superamento, la comprensione e il progresso, il recupero e la reintegrazione del materiale psichico estromesso e alienato. Ecco che all’uopo arriva la preziosa funzione dei sogni di gelosa custodia del passato e di preparazione del futuro nella dimensione del presente. I sogni sono i generosi tutori dei nostri desideri. Il “senno di poi” non serve perché è il patrimonio dei “se” e dei “ma” e appartiene al corredo difensivo delle persone inette e indolenti.
Morta ha posto pace al desiderio di riottosità contro le possibilità non attuate, ha operato la “razionalizzazione” dei suoi vissuti e dei suoi fantasmi in riguardo all’infanzia e alla prima adolescenza, ha capito che quello che poteva nascere non è nato semplicemente perché non era stato preparato e perché non era stato disposto e, di conseguenza, non poteva vedere la luce.
Eppure Morta avrebbe voluto essere la ragazzina impudente e schietta, truffaldina e provocatrice con cui nel sogno si mette in relazione con fare sornione e costruttivo.
Analizziamo le vezzose e accattivanti movenze oniriche.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono davanti ad un cancello di una villa e una ragazzina mi porge un vecchio telefono cellulare.”

Morta usa il meccanismo della “proiezione” e della “spostamento” per entrare in relazione con se stessa e, nello specifico, con la figura adolescente del suo essersi desiderata “una ragazzina” intraprendente e innovativa, ai ferri corti con l’ambiente e con il coltello tra i denti. Morta può uscire allo scoperto e relazionarsi con la sua adolescenza, una tappa della sua vita oltremodo significativa, la madre della sua formazione psichica e l’inizio di quello che non avrebbe voluto essere e che inevitabilmente è stata. Il “vecchio telefono cellulare” rappresenta il sistema delle relazioni, le modalità di rapportarsi con se stessa e con gli altri, con la realtà delle cose e con il mondo. La “ragazzina” rappresenta l’età della trasgressione della spudoratezza, della disinibizione sociale e della provocazione, una tappa esistenziale psichica a metà tra l’infanzia e la prima maturità, l’adolescenza con tutte le sue problematiche conflittuali. Da notare, inoltre, che Morta si trova “davanti al cancello di una villa” ossia davanti ai suoi limiti, ma in una convinzione altolocata del suo “Io” e della sua persona. Queste sono le sue difese psichiche, quelle che le hanno impedito di essere, di poi crescendo e confrontandosi con il prossimo, come avrebbe desiderato.

“Lo prendo in mano e sul display si visualizza un sms che mi ha inviato standomi di fronte.”

Morta è entrata in contatto con se stessa e con il suo passato adolescenziale e si prende amorosa cura di sé, “lo prendo in mano”. Ha piena e oggettiva consapevolezza, “visualizza un sms”, dell’altra sé stessa, la “ragazzina”. Ha razionalizzato e scritto un messaggio a mo’ di pacata “presa di coscienza” senza alcun equivoco e senza alcuna ambivalenza, nudo e schietto, “standomi di fronte”.

“Il messaggio dice: “Morta, sei felice?”

Morta ragazzina dice a se stessa adulta se ha ben capito e razionalizzato la sua adolescenza. Adesso che è una donna compatta e piena di sé, a differenza dell’inquietudine e del tormento del passato, può trovare appagamento e felicità. Quest’ultima è da intendere letteralmente dal greco “eudaimonia”, “buon demone” dentro, una buona e consapevole “libido” tutta da vivere e da godere. “Morta sei felice?” congloba una contraddizione semantica: come può essere felice una Morta? Ma Morta è il suo nome desunto dalla consapevolezza adulta che ha vissuto l’adolescenza in maniera pacata, senza vitalità e trasgressione per paura di essere rifiutata dal suo nucleo affettivo. Morta doveva essere brava e fare la brava.

“Mi sento offesa per essere stata definita “morta”, ma le spiego che sono felice…”

La felicità è l’assenza di affanni e di angosce, è la presenza di un “buon demone” nel corpo e nella mente. Morta spiega e si spiega, “razionalizza”, il suo passato di adolescente ligia al dovere e vissuta a metà, diversa dai suoi coetanei più “springhi” che investivano “libido” senza essere bigotti o bacchettoni. La percezione del “mi sento offesa” si attesta nell’essere colpita emotivamente da una verità tutta sua a cui è arrivata dopo lungo travaglio e onesta gestazione, “le spiego”.

“e lo faccio da un elicottero volando basso sopra di lei da poterla toccare sulla testa….”

Il riconoscimento e la riconoscenza verso il suo essere stata adolescente avvengono secondo un blando processo di “sublimazione della libido”, “un elicottero” che “volando basso” consente una prossimità alla realtà e una amorevole cura di se stessa: io sono questa, non posso essere un’altra. E, allora, Morta è orgogliosa delle sue ragioni, “toccare la testa”, e si può vantare del suo “comunque andare”, del suo coraggioso procedere nel cammino dell’esistenza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morta verte sulla “razionalizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” d’inadeguatezza legati alla sua adolescenza, propone l’amorosa cura di sé, recupera e integra nell’organizzazione psichica “parti di sé” conflittuali e traumatiche. Il sogno di Morta merita la definizione di “elogio della consapevolezza”. Degna di rilievo e ben visibile è la funzione del sogno di compattare la psiche recuperando il materiale alienato o estromesso.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Morta evidenzia la funzione dell’istanza psichica “Io” nell’essere attrice del meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “il messaggio dice”, “mi sento offesa” e “le spiego”. E’ presente l’istanza “Es”
in “una ragazzina” e “sei felice”. L’istanza psichica “Super-Io” si lascia intravedere e supporre nella infelicità dell’adolescenza legata a pulsioni repressive e paure introiettate dall’ambiente familiare: “morta, sei felice?” E’ presente la “posizione psichica orale” in “sei felice?” e la “fallico-narcisistica” nella misura naturale: volersi bene e soddisfazione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa presenti nel sogno di Morta sono i seguenti: la proiezione” in “una ragazzina”, lo “spostamento” in “una ragazzina”, la “condensazione” in “una ragazzina” e “cancello villa” e “telefono” e “elicottero” e altro. Domina il sogno di Morta il processo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”: “messaggio” e “le spiego”. E’ presente in forma blanda il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” in “elicottero volando basso”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Morta evidenzia un tratto “narcisistico” all’interno di un’ordinata “organizzazione psichica orale”: mi voglio bene e sono determinata da bisogni affettivi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate nel sogno di Morta sono la “metafora” in “ragazzina”, la “metonimia” in “elicottero” e “volare basso”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice della psicodinamica della razionalizzazione del materiale psichico rimosso ed emerso alla coscienza. Nello specifico, l’adolescenza travagliata e il “non nato e vissuto di sé” e lo stato adulto sono integrati e compattano la “organizzazione psichica reattiva”, il carattere o la personalità.

PROGNOSI

La prognosi impone a Morta di continuare nelle prese di coscienza e nell’accettazione di sé e dei vissuti adolescenziali. L’amorevole cura di sé e il gusto delle evenienze della sua esistenza consentono di costruire il meglio per sé. Bisogna coltivare “la ragazzina” per esaltare la donna.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella possibile “rimozione” difensiva del materiale psichico emergente a livello di coscienza e nella conseguente “psiconevrosi istero-fobica” che è in grado di produrre somatizzazioni eclatanti.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Morta è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Morta è legata a un’intuizione pacata di “parti di sé” e alla valutazione razionale del conseguente benessere.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Morta è ironica e discorsiva con paradosso linguistico e semantico incorporato: Morta sei felice?

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A coronamento del sogno di Morta e al di là di tutte le sterili teorizzazioni, mi pregio di proporre il travaglio psicofisico di una donna forte e coraggiosa, costretta alle “prese di coscienza” più acrobatiche e drammatiche, Antonia Suarez, l’innamorata e tenera amante del poeta mediterraneo Balduccio Lagrange Sinagra.
Il brano è da sentire e gustare a piccole dosi e con assoluta calma.

ANTONIA,
L’UNICA E LA DOPPIA

Ciao Fernando,
sono Antonia e ho deciso di scriverti
perché ho bisogno di fermarmi un attimo.
In questi giorni corro troppo con il cervello,
quasi il galoppo di uno stallone di razza.
Penso all’euro,
alla fesa di tacchino,
al telefonino da mettere in carica,
al culo a mandolino di mia sorella,
al teatro con i burattini e le marionette,
alla zucca gialla ricca di carotene,
alla cieca fortuna che ci vede da dio.
So pensare a tutte queste cose
e mi ricordo anche di spegnere la moka
prima che il caffè venga su come uno zunami
e inondi il piano della cucina.
Penso,
mi ricordo anche di portare dentro la legna per la stufa
e di svuotare la vaschetta della cenere.
Penso, ma non sono.
Mi ricordo, ma non sono.
Dentro di me sono confusa come una mentecatta
e di per me stessa mi sento sguazzata come una lattina di coca cola.
Non so pensare o capire come sto,
non riesco a mettere in ordine le mie idee.
Ma cosa voglio?
Non so pensare al lavoro,
alla comunità alloggio,
non so pensare a un programma,
se un programma io posso pensare.
A volte sento che il mio corpo funziona,
funziona anche bene se vogliamo,
ma c’è un nastro in testa
che mi frastorna e mi rimescola,
un nastro di pensieri come un film,
una pellicola di celluloide
che scorre girandomi e rigirandomi dentro.
Nessuna immagine si può fermare
perché il nastro deve scorrere e non si può fissare.
E così so
che di corsa sono finalmente andata in farmacia
a prendere lo Xanax per mia madre e l’Efferalgan per me,
che si sono tenuti cinquanta centesimi di resto
e che mi hanno fottuta con questo maledetto euro che non capirò mai
perché la morte della lira mi ha mandato in confusione.
E così so
che alle tre di notte mi sono bevuta una moka express,
che ieri ho fumato meno di un pacchetto e mezzo di sigarette,
che venticinque euro non corrispondono alle cinquanta mila lire
che mio padre mi dava per il lavoro in serra,
che la fesa di tacchino non equivale al petto di pollo
soltanto perché costa meno.
Ma io dove sono?
Dove sono?
Io sono dietro,
dietro i pensieri,
dietro il corpo,
dietro la faccia,
dietro questa facciata esterna di benessere,
dietro le faccende quotidiane,
dietro le attività del centro diurno,
ma sono così dietro che mi sono persa di vista.
Ho bisogno di sentire,
di sentirmi,
di fermare questo film,
questo nastro che scorre indipendentemente da ciò che faccio,
ma che è così confuso
che non riesco a proiettarlo in uno schermo grande
per poterlo focalizzare.
Ci sono due Antonie,
una fa e partecipa attivamente alla vita quotidiana
e in qualche modo funziona,
e una sta dietro la fronte
perché non le è possibile stare altrove.
Questa Antonia qualche volta scende da dietro la fronte
e va tra la pancia e il cuore.
E allora un senso di tristezza la invade
e tutto sa di tristezza,
ma questa Antonia non sa darle un nome,
non sa capire.
E tutto diventa così pesante,
così inumano da uscire fuori di testa e fuori dalla testa.
Le pareti della mia stanza sono tutte bianche e senza quadri,
ma c’è una minuscola macchiolina nera
che tempo fa ho fatto con i colori a olio
e io qualche volta sono lì,
sono in quella macchiolina
e sono quella macchiolina.
La cosa mi aiuta a sentire che non tutto funziona
perché c’è sempre qualcosa di nero.
Quella macchiolina è più nera di tutti i miei vestiti
che sono sicuramente più grandi
ma che ormai sono diventati parte di un esterno
e che quindi io non sento più come miei
perché tutto di me fa parte di un esterno forse ancora sconosciuto.
La mia posizione non è ancora definita in questo esterno
e parto sempre svantaggiata.
Leader o merda?
La leader non sono capace di farlo,
ma mi piacerebbe,
mi piacerebbe un casino.
La merda sono capace di farla,
ma non mi piace,
non mi piace per niente.
O forse si è comunque e sempre unici
senza correre il rischio di perdersi nell’omogeneità di tutti gli altri.
La partecipazione è comunque e sempre un rischio,
ci si può perdere come sta succedendo a me,
non ci si trova più,
non ci si sente più
perché importante è stare con gli altri,
sentire gli altri,
essere con gli altri nelle attività mie e degli altri.
Ma io,
io quella di sempre,
quella che conosco o credo di conoscere da anni,
quella che sente l’angoscia e che vive il nero come unico spazio,
quella che è tutto e quella che è niente,
quella che preferisce essere niente
perché il niente è l’unica cosa possibile,
un’assenza assoluta eppure una presenza,
un essere in tanti da tutte le parti senza esserlo,
un eppure niente,
insomma io dove sono?
Si, forse mi trovo in una posizione scomoda,
forse la mia è una posizione scomoda,
ma è meglio così sicuramente,
perché adesso la mia posizione è più funzionale
o comunque adesso ho più possibilità di arrivare da qualche parte.
Partecipare alla vita è sempre più funzionale,
perché la vita è fatta per essere vissuta e non per essere sfibrata,
ma credo che per vivere la vita
bisogna essere in equilibrio con se stessi e con gli altri
e io non sono in equilibrio con me stesa
e forse non lo sono nemmeno con gli altri.
Non lo sono con me stessa
perché comunque sento che c’è una parte di me che sta dietro a tutto
e che forse si fa avanti solo qualche volta quando scrivo,
quando mi sento triste o nervosa,
quando mi vengono le mie cose,
quando vado al supermercato per comprare la fesa di manzo.
Forse è così che devono andare le cose,
devo trovare a quella parte di me uno spazio adeguato e compatibile,
devo trovarle la misura giusta,
devo lasciarla vivere qualche volta e nella giusta misura
perché non vada a invadere tutto.
Questa invasione potrebbe essere distruttiva,
se non per me, per le relazioni che ho con gli altri.
Ma sai una cosa?
Qualche volta mi manca questa parte di me,
perché sono io comunque
e questa sua presenza in sordina dietro i pensieri,
dietro la pancia a botte,
dietro il sedere a cofano,
non mi fa stare bene
perché mi fa sentire nell’esigenza di sentire,
di sentire più me stessa,
di sentire dove sto andando e non di andare e basta,
perché io e lei siamo corpo e mente, materia e spirito
e non può funzionare il corpo mentre la mente si sente triste,
non può funzionare la materia mentre l’anima si sente in fallo.
La mia mente è divisa tra due correnti di pensiero,
una di tutti i giorni che nasce con l’euro e che sembrerebbe funzioni,
una che sta dietro e osserva
e che forse si sente anche trascurata.
La mia anima è malata di peccato
perché la mia materia ha tanto peccato in parole, omissioni e opere
e forse si sente inadeguata agli entusiasmi dell’unità europea
o della fesa di tacchino impanata alla milanese.
La mia materia ha peccato e la mia anima si è ammalata.
Questa è la verità,
la mia verità,
la mia elementare verità.
Infatti io sono fatta dei quattro elementi.
Il mio corpo è la terra,
il mio spirito è il fuoco,
la mia mente che funziona è l’acqua,
la mente che contempla è l’aria.
Tutto questo fa parte di un unico pianeta
e l’unico pianeta è l’essere umano
e io sono un essere umano.
Si,
siamo fatti così
e nello spazio c’è spazio per tutti.
Importante è vivere in armonia con tutte le nostre parti
e dare a ognuna lo spazio giusto.
Ma non è sempre facile.
So mettere tutto a far parte di un gioco armonioso,
ma a volte funziona a settori e uno esclude l’altro.
Ci si sente facilmente un tutto unico di notte,
quando tutto tace e il buio occulta le parti,
ma la luce del giorno porta con sé la disgregazione
ed ecco che allora si diventa un corpo che funziona,
uno spirito che dorme,
una mente che viaggia come l’euro in Europa,
un pensiero che è agli albori
e partecipa alle relazioni con tutti gli elementi.
Così inevitabilmente c’è un’altra me stessa
che si sente esclusa e che osserva tutto,
non una sola me stessa
ma tante me stesse che sentono e che osservano.
Lo psichiatra dice
che l’identità dell’essere umano non è assolutamente monolitica,
ma è costituita da tante parti,
da tanti modi,
da tanti modelli.
E allora va bene così,
sono nel giusto
e sono nel normale.
Ti ringrazio,
amore mio,
perché mi dai la possibilità di riflettere
e di stare bene nella mia confusione,
perché mi dai la possibilità,
scrivendoti,
di mettere ordine nel mio piccolo caos anche da sola e senza farmaci,
soltanto con la certezza che comunque tu ci sei.
Ciao,
sempre tua Antonia & Antonia,
l’unica e la doppia.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mese di ottobre dell’anno 1989.