IL PADRE FANTASMA E IL PADRE REALE, L’ORSO NERO E L’ORSO GRIGIO

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“Linda sogna un orso nero che vaga per le vie del borgo,
dentro e fuori le case.

Non c’è paura.

Poi l’orso non si trova.

Linda lo ritrova.

E’ grigio e si trova in camera sua e ha uno stupendo cucciolo.

Linda ricorda il pelo morbido e caldo.”

Finalmente nei sogni è saltato fuori l’orso, l’animale più amato e ricercato dai bambini nella veglia in versione pelouche o cartone animato, “l’oggetto transferale” più magico di un sedicente maghetto, l’animale su cui si sono investite e condensate le paure più intime, l’amuleto opportuno per esorcizzare le angosce più assurde, l’alleato più grazioso per la nostra serenità presente e futura. Insomma l’orso non è un semplice animale. Tutt’altro! L’orso è un complesso simbolicamente vario che viaggia dall’investimento personale, il mio amuleto e il mio portafortuna, alla condensazione collettiva, il “fantasma”. Ricordo che in sede d’esame una studentessa, avanti con gli anni e con la sensibilità, aveva spavaldamente appoggiato sul banco un orsetto di pelouche e aveva comunicato con altrettanta spavalderia il duplice effetto psichico: il primo era affettivo perché glielo aveva regalato il suo innamorato, il secondo era scaramantico perché le aveva portato sempre fortuna nelle prove più ardue della sua vita. E anche quella volta quel semplice pupazzetto fece la sua benefica parte: la signorina fu promossa con il massimo dei voti. Potenza della suggestione! Quindi, riepilogando, a livello individuale l’orso ha una valenza positiva, sia che si sorbisce per un fine personale, la studentessa, e sia che si somministra davanti a un televisore per intrattenere i bambini e non, Yoghi e Bubu. Del resto, chi non ha avuto un orsacchiotto come compagno di viaggio nella vita per esorcizzare le angosce notturne? Chi non si è mai addormentato con il suo orsacchiotto? Lo avete chiamato Vavavà, Buky, Nerino, Bianchino, lo avete soprannominato nei modi più impensati e personali, lo avete investito di tante energie positive, per cui adesso non ci resta che passare al sogno di Linda e decodificare il “fantasma dell’orso”.
L’”orso” condensa simbolicamente l’introversione e la chiusura relazionale, l’ambivalenza psichica e l’ambiguità affettiva, l’autonomia e la diffidenza, la forza e la protezione, il tutto in riferimento alla figura paterna. Ebbene, sì! L’”orso rappresenta il padre nei vissuti dei figli, soprattutto i maschi. Anche la sapienza popolare all’orso riserva un trattamento di chiusura e di ostilità, d’isolamento e di crudeltà. Del resto, l’orso è un animale vissuto in maniera ambigua perché coniuga la ferocia con la tenerezza, la crudeltà con il calore affettivo. La diversità del vissuto tra figli e figlie in riguardo all’orso si attesta nell’alleanza con il nemico in esorcismo dell’angoscia di castrazione da parte del maschio e nell’assimilazione del padre come figura maschile desiderata e nel conseguente vissuto edipico da parte della femmina. Il figlio vive in maniera diversa l’orso rispetto alla figlia. Vediamo l’evoluzione dell’orso nella psicologia infantile. Nel primo anno di vita l’oggetto viene conosciuto e assimilato attraverso la bocca, di poi viene mentalmente scisso in positivo e negativo e, di poi ancora, viene vissuto come oggetto intero conservando la valenza positiva e negativa. Verso i due anni di vita il bambino ha già formato un bel “fantasma orso” in riferimento al padre. L’orso è la traslazione del padre con il corredo degli attributi di cui si è detto in precedenza. Verso i quattro anni la mente del bambino è in grado di concepire il freddo concetto logico dell’orso, una conoscenza che al sogno non interessa.

Passiamo al “resto notturno” di Linda dopo queste importanti precisazioni. Si tratta di un sogno sintetico che ho voluto trascrivere a mo’ di poetici versi per esaltarne la semplicità e la profondità, la “bellezza” in un solo termine. Linda è una donna matura e sviluppa nel sogno il suo personale “iter” psichico in riguardo alla figura paterna, passando dalla fase fantasmica alla fase del riconoscimento in risoluzione della “posizione edipica”. E proprio la completezza di questo processo che attesta della maturità attribuita dianzi a Linda: dall’orso nero all’orso grigio, dal fantasma del padre a suo padre con tutti gli annessi e i connessi psichici del caso. Vado a estrinsecare quanto ho affermato.

“Linda sogna un orso nero che vaga per le vie del borgo,
dentro e fuori le case.”

Ogni casa ha un bimbo, ogni bimbo ha il suo papà, ogni casa ha il suo papà. Non si tratta di un sillogismo aristotelico, ma di un vissuto collettivo: nella “casa” psichica di ogni bambino c’è un padre da vivere e d’assimilare, un padre da sentire e da modulare, un padre da conoscere e da imitare, un padre da investire di “libido”. “Per le vie del borgo”, nella società dei grandi ci sono tanti padri, uno per ogni bambino e tutti fascinosi “orsi”. “L’orso nero” è come “l’uomo nero”: la “parte negativa del fantasma padre”, un attributo maligno e punitivo della figura paterna nei vissuti paranoici del bambino durante il primo anno di vita secondo le sue modalità psico-cognitive e in base al meccanismo difensivo della “scissione”. Tutti i bambini del borgo sanno dell’”uomo nero”, quello che porta via i bambini cattivi nei maldestri racconti delle nonne e delle mamme, racconti che fanno proprio perno sulla “parte negativa del fantasma del padre” che il bambino ha già elaborato. Infatti, tutti i bambini hanno dentro un padre buono e cattivo, tutti i bambini del borgo hanno introiettato un “orso” nella sua parte buona e nella sua parte cattiva, tutti i bambini sono in via di digestione di questo pesante boccone. L’atto del vagare attesta di una figura indefinita e minacciosa, psichicamente e affettivamente ambigua.

“Non c’è paura.”

Nonostante tutto, il papà non fa paura, si conosce nella sua identità, si aspetta con trepidazione, si accoglie con gioia, si vive intensamente. E’ una figura importantissima come la mamma, “mutatis mutandum”, con ruolo e funzione diversa nella necessaria crescita del bambino. Linda rievoca la sua evoluzione psicofisica insieme al padre. Il sogno segue passo dopo passo lo sviluppo interiore della figura paterna, la sua progressiva conoscenza e razionalizzazione.

“Poi l’orso non si trova.”

Ma quale orso? L’orso nero, quello cattivo o vissuto tale! In effetti l’orso nero si supera e si recupera la parte positiva del fantasma dell’orso, si evolve la figura del padre anche nel suo versante affettivo e protettivo. Il bambino si rassicura sul padre al punto di servirsene per la sua crescita, rimuove il vecchio “orso nero” e investe edipicamente il papà buono, il prossimo “orso grigio” di Linda. Il padre non è più vissuto soltanto come una minaccia per la sopravvivenza, ma diventa nei vissuti del figlio un alleato e un complice per la sua crescita. Il bambino ha cinque anni ed è alle prese con i mille impegni della sua vita sociale, per cui è costretto a ben sistemare dentro la figura paterna per poi passare al definitivo riconoscimento, condizione unica ed essenziale della sua autonomia psichica.

“Linda lo ritrova.”

Eccolo qui il vero e personale orso di Linda, un padre pronto a essere sistemato nel suo cuoricino di bambina e nella sua mente di donna. Linda è matura, ha ritrovato e riconosciuto suo padre. In effetti, lo ha recuperato nel suo sogno dai meandri più profondi della sua psiche e lo ha riportato alla luce nella migliore versione possibile. Brava Linda!

“E’ grigio e si trova in camera sua e ha uno stupendo cucciolo.”

Linda ha rassettato la figura paterna nella sua casa psichica e in particolare nella “camera” a lui riservata, quella dei genitori, delle radici, delle origini. Orgogliosamente ha introdotto anche se stessa come lo “stupendo cucciolo” del papà. Ma non è ancora finito questo viaggio onirico di Linda sul papà e dintorni.

“Linda ricorda il pelo morbido e caldo.”

Linda ricorda il suo bisogno di avere un padre tenero, “il pelo morbido”, e affettuoso, “il pelo caldo”. Una realtà o un desiderio? A Linda l’ardua sentenza!

Questo è “l’iter edipico” di Linda di cui si diceva all’inizio e puntualmente rilevato dal sogno in maniera sintetica e chiara. E’ opportuna un’ultima precisazione. L’”Immaginario collettivo” differenzia l’orso dall’orsa: il papà è “orso” e basta, la mamma prima di essere orsa è sempre “mamma orsa”. L’ambivalenza psichica e l’ambiguità affettiva è riservata al padre e non alla madre in questo preciso simbolo dell’orso. L’orsa è sempre mamma calda e tenera senza ambiguità e senza sconti. Questo almeno succede nell’”Immaginario collettivo” in riguardo al simbolo “orso”. Del resto, in natura l’orso maschio genera ma non accudisce i figli, anzi è un pericolo per la loro sopravvivenza perché, come Etologia insegna, è capace di ucciderli e divorarli non per fame ma per accelerare il “calore” nella femmina e appagare il suo istinto sessuale, la propria “libido genitale” nella forma più nuda e più cruda. Stessa cosa dicasi per il leone, per il gatto e per altri animali più o meno feroci.

La prognosi impone a Linda di mantenere questo buon vissuto nei riguardi del padre e di gustarne al massimo i benefici vissuti, sempre in attenuazione dei sensi di colpa che inevitabilmente avvolgono la sacralità della figura paterna.

Il rischio psicopatologico comporta il ridestarsi di un conflitto edipico con il padre e la conseguente psiconevrosi con somatizzazioni d’ansia e crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Linda attraversa le tappe psichiche evolutive nella formazione del carattere. Si tratta di un brevissimo saggio sulla figura paterna e su come si può progressivamente razionalizzare. Del resto, non bisogna dimenticare che il “fantasma del padre” è deputato alla formazione dell’istanza psichica del “Super-Io”, la dimensione del limite e del divieto, dell’etica e della società. Un’istanza superegoica molto rigida tiranneggia le funzioni di mediazione dell’”Io” e le esigenze di appagamento libidico dell’”Es”, per cui la formazione del “Super-Io”, e in primo luogo la figura paterna in giusta dose, è determinante per la profilassi psicologica dei bambini. Un bambino con un “Super-Io” ridotto si definisce clinicamente “fratturando”. Trattasi di un soggetto che incorre facilmente in incidenti anche gravi proprio perché non ha maturato adeguatamente il senso del limite e del divieto o per eccesso o per difetto di padre. La giusta dose, come sempre, crea armonia nel carattere, la “formazione reattiva”. Il sogno o “resto notturno” è testimone delle nostre evoluzioni psichiche, le conserva scrupolosamente e le amministra al di là della nostra volontà. Il sogno siamo noi.

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

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Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!

LUI E LEI … LE FIGLIE E L’ALTRA

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“Gemma sogna di trovarsi con sua figlia di fronte a uno strano sentiero che bisogna percorrere.

Lei va per prima e incoraggia la figlia di fronte all’acqua; la figlia devia trovando la via.

Gemma, invece, barcolla e sta per cadere da uno scalino; poi vede uno strano essere e sceglie un’altra strada.

Finalmente arriva alla cassa, come se il percorso di prima fosse stato un supermercato.

Dietro di lei c’è lui, alto, e le dice che è venuto da lei, ma si rammarica di aver lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti.”

Il sogno di Gemma propone un tema importante: l’innamoramento e l’amore,

un dilemma da districare tra gli affetti storicamente consolidati e istituzionalizzati e gli affetti in deroga e sensibili alla colpa.

La trama è semplice e i simboli sono significativi.

Questo sogno è stato fatto anche in dormiveglia su un vissuto in atto e altamente considerato:l’innamoramento. La valenza narrativa si alterna e a volte prevale sulla valenza simbolica.

Vediamo subito la decodificazione dei simboli e poi componiamo la psicodinamica.

Il “sentiero strano che bisogna percorrere” condensa l’ineluttabilità dell’esercizio del vivere e la ricerca della soluzione di un conflitto o la risoluzione di un progetto.

La “figlia” è l’affetto consolidato e la proiezione dell’altra parte di sé, quella che vuol conoscere, quella che vuol sapere.

L’”acqua” condensa l’universo femminile, le pulsioni neurovegetative e le emozioni profonde, gli affetti e la recettività sessuale, la madre e la donna. Gemma è una buona educatrice e incoraggia la figlia e se stessa a crescere e a diventare autonoma. La figlia o l’altra parte di sé è una brava scolara perché devia subito trovando la via: tutto questo è nei desideri di Gemma.

Barcollare e stare per cadere rappresentano il dubbio e l’induzione alla colpa, la tentazione e la crisi della coscienza morale, il richiamo alla trasgressione e la censura.

“Vede uno strano essere e sceglie un’altra strada”. Si tratta della parte emergente e nuova di sé, la parte non agita ma latente, il “non nato” che vuole nascere ma che fa paura.

La “cassa” rappresenta il “Super-Io”, la censura morale e l’espiazione della colpa: “il redde rationem”, il rendimi conto di quello che fai.

Il “supermercato” condensa la socializzazione e lo scambio, la relazione e l’opinione, la trattativa e lo scambio, la seduzione e la truffa.

“Lui” condensa la trasgressione e il desiderio, la pulsione e la seduzione, l’investimento della “libido” e l’oggetto dell’attrazione, l’oscurità subdola e clandestina.

Lui è “dietro di lei” ad attestare la volitività di Gemma, la sua sicurezza e la sua determinazione nel prendere ciò che vuole: una buona consapevolezza del suo valore globale.

Lui è “alto”, un piccolo dio, qualcosa di sacro, un padre eterno, un fascinoso Marcantonio, una figura autorevole e inarrivabile. Questa caratteristica fisica e simbolica, “alto”, viene attribuita al padre dalle bambine in piena fase edipica. Gemma ha qualche pendenza verso il padre, deve liquidare ancora qualcosa verso l’augusto genitore.

Lui “dice che è venuto da lei”: ottimismo e potere di Gemma nell’esporre il suo desiderio.

Il “rammarico” etimologicamente contiene il termine “amaro” per rappresentare il travaglio della consapevolezza e della scelta, il dolore della deliberazione e della decisione da parte dell’”Io” di agire il desiderio.

Del resto, ha “lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti”, per cui la scelta non è indolore e spavalda, è dettata dalla consapevolezza sadica di nuocere agli affetti costituiti e conclamati.

Ricostruiamo il quadro narrativo del sogno.

Gemma s’imbatte in un’esperienza nuova di vita che non aveva pensato di poter fare e la sua premura va alla figlia: l’amore materno in primo luogo. Pur tuttavia, Gemma è decisa a seguire i suoi nuovi vissuti e incoraggia la figlia all’emancipazione dalla sua figura, una soluzione ai suoi sensi di colpa più che una “maieutica” evolutiva.  Gemma segue la sua pulsione e la figlia devia trovando la via. La madre è libera e pronta alla trasgressione nel momento in cui si libera dell’amore materno e sceglie se stessa.

Pur tuttavia, Gemma non è convinta di quello che sta vivendo e che sta facendo anche se è più forte della sua volontà. S’imbatte nella “parte negativa di sé” e si censura correggendo il tiro con un’altra soluzione. Si rende conto di quello che sta facendo e teme il giudizio della gente.

Ecco il “casus belli”, il conflitto di Gemma:  lui ha scelto lei, ma ha lasciato la sua famiglia in lacrime.

Il sogno attesta di una tentazione trasgressiva e dei conti da fare con il “Super-Io”, l’istanza psichica morale, un conflitto che arriva quando meno te l’aspetti e quando pensavi di essere sopravvissuta a certe esperienze. Non bisogna mai pensare di essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni possibilità, così come non bisogna mai rassegnarsi di fronte al gioco del caso. Bisogna tenerlo sempre in considerazione e averne una piena consapevolezza perché la “rimozione” può non funzionare e il rimosso può ritornare con la forte esigenza di tradursi in esperienza concreta.

La prognosi impone a Gemma di valutare attentamente le ingiunzioni del “Super-Io” fino al grado di accettabilità e di convenienza e di deliberare e di decidere con piena consapevolezza in riguardo alla possibilità pratica e pragmatica. In questo severo compito la funzione mediatrice dell’”Io” è particolarmente importante per equilibrare il desiderio e la frustrazione.

Il rischio psicopatologico s’incentra nel sacrificio della “libido” ridestata e immessa in circolo. La frustrazione dell’energia vitale porta immancabilmente a una conversione somatica con una serie di disturbi collegati. Inoltre, la vanificazione del progetto di agire il vissuto sentimentale ed erotico risveglia il tratto depressivo.

Considerazioni metodologiche: il sogno di Gemma induce a riflettere

sul fenomeno dell’innamoramento e sui risvolti psichici che comporta quando avviene nella piena maturità e con situazioni personali e istituzionali affermate. Perché il marito o la moglie, il padre o la madre, il compagno o la compagna si abbandonano alle sensazioni e ai sentimenti dell’adolescenza, il periodo in cui si era “ignoranti” e “infanti” ossia senza esperienza e senza parole? Perché? Perché un uomo di cinquant’anni lascia moglie e figli con la semplice giustificazione del suo innamoramento per una trentenne? Perché una donna si perde irrimediabilmente per un altro uomo con la giustificazione che verso il marito non provava più niente? E perché..? E perché..? La casistica è tanta. Poche idee ma chiare sono necessarie a questo punto. Ci si innamora a una certa età per “fuga dalla depressione”. Di fronte alle frustrazioni personali e alle delusioni esistenziali scatta il meccanismo di difesa dall’angoscia della “regressione” a tappe gratificanti in riguardo agli investimenti della “libido”. Di fronte alle minacce della senilità e alla progressiva perdita di potere libidico, scatta il tratto depressivo che abbiamo incamerato sin dal primo anno di vita e che immancabilmente di tanto in tanto abbiamo ridestato e nutrito con le esperienze traumatiche della vita. Ecco che operiamo una fuga salutare difensiva dal presente con la regressione a tappe evolutive gratificanti ma vissute nella convinzione che si tratta di qualcosa di nuovo e d’inaspettato. In effetti si tratta di una soluzione inconsapevole dell’istanza depressiva che urge e chiede di essere curata. E allora? Allora bisogna sempre stare all’erta con l’autocoscienza, curarla gelosamente e sapere dove mi trovo e cosa possiedo. L’amore era per Schopenhauer una illusione ingannevole della maligna essenza dell’universo chiamata “Volontà di vivere”. Leggete a tal proposito il testo intitolato “L’amore”. Ma, al di là dei filosofi e delle personali convinzioni, il benefico “sapere di sé” evita disastri individuali e sociali, evita di fare del male a se stessi e ai figli in questo caso. L’autonomia psichica dà ed è disposta anche a non ricevere, è essenzialmente “genitale” ossia donativa. Non è sempre opportuno  immettersi nel circuito delle dipendenze affettive con la fasulla convinzione che si tratta del vero e grande amore della vita. Il vero e grande amore della propria vita deve essere in primo luogo il proprio sé. Per quanto riguarda innamoramenti celestiali e infatuazioni uniche si tratta di assolute minchiate inventate dai preti in vena di sballo o dal “Genio della Specie”, come diceva il grande Arturo.