IL BALLO TIROLESE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.
Le coppie rappresentavano i paesi europei.
Io ballavo per l’Italia.
Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.
Il mio partner mi teneva sollevata.
Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

Così ha sognato Natalina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

E’ un sogno lineare e consequenziale nella sua narrazione, un prodotto psichico che non va contro la legge di gravità ed è reso possibile dai muscoli poderosi del “partner” di Natalina.
Trattasi di un sogno filo-europeo e a tendenza cosmopolitica che è stato elaborato secondo i principi del rispetto e della cortesia.
Il sogno di Natalina è un inno all’eleganza dei modi e alla delicatezza degli atti, un elogio della bellezza del corpo e della spontaneità della mente.
Elabora nelle giuste dosi il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e non manifesta conflitti acuti.
A livello psichico è un sogno di norma e di routine nonostante la stranezza della postura della ballerina e, pur tuttavia, segnala un dato psichico nel suo simbolismo con il ricorso anche al folklore.
Non resta che procedere nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.”

Natalina esordisce in un paesino, una roba di casa nostra e secondo una politica del piede di casa, si presenta in un contesto sociale ristretto e protetto da un clima di conoscenza e di riconoscimento, manifesta un “paesano” modo di volersi bene. Eppure Natalina sente il bisogno di gareggiare, di competere con le persone del suo “habitat” culturale.
Più che una “gara di ballo” è una competizione di movenze psicofisiche, di eleganza negli atti e nei modi, di “savoir faire” secondo le norme sociali in auge. Natalina è in competizione con le donne del suo “entourage” in riguardo a finezza e delicatezza femminili: “arbiter elegantiarum”.
La “gara” condensa simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Natalina nobilita a fini socialmente consentiti la sua energia vitale e la sua aggressività rendendole utili e gratificanti. Si tratta di “libido fallico-narcisistica” legata alla “posizione psichica” omonima.
Natalina non poteva esordire meglio di così.
Complimenti!

“Le coppie rappresentavano i paesi europei.”

Dal paesino di campagna Natalina trasvola in Europa, dalla gara paesana con il premio del maialino Natalina passa alla gara di ballo senza frontiere, una competizione civile ed estetica da bandiera a dodici stelle. Inoltre, Natalina presenta il suo ballerino, il suo uomo complice nell’impresa di investire energie per il primato estetico di un ballo. Natalina ha un uomo con cui condividere e a cui esibire le sue movenze femminili e i suoi atti di donna elegante: “le coppie”.
L’estensione ai “paesi europei” attesta di una “sublimazione” politica e sociale allargata e funzionale al senso di civiltà.
Natalina aspira a riconoscimenti allargati e non ristretti al paesello natio, ha bisogno di un ampio respiro e all’uopo allarga la sua visione del mondo con la tendenza alla bellezza e alla civiltà, alla delicatezza dei modi e all’eleganza degli atti.

“Io ballavo per l’Italia.”

In sogno Natalina s’identifica in una cultura e in un insieme di schemi di interpretare la realtà e di modi di vivere, la cultura italiana. E’ orgogliosa di essere il simbolo vivente e danzante del gruppo nazionale italiano. Ricordo che il concetto di “nazione” si differenza dal concetto di “popolo” perché include il concetto di “cultura”. Il “popolo” è indifferenziato nel suo essere la somma di individui, mentre la “nazione” è omogenea perché condivide e convive gli stessi valori.
Viva Giuseppe Mazzini e brava Natalina!

“Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”

Ma le cose si complicano. Il Tirolo è una regione ad alto tasso culturale e civile germanico e a basso tasso culturale e civile italiano. Natalina ha qualche conto sospeso con il popolo tedesco, ha acquisito schemi culturali germanici senza perdere l’orgoglio di essere italiana, ma di suo non ha smarrito la tendenza difensiva di “sublimare la libido”, di nobilitare le sue pulsioni, di rendere compatibile la sua aggressività con la convivenza.
Vediamo i simboli.
“Ballavo tirolese”: apprezzamento e identificazione negli schemi culturali germanici in riguardo all’espressione dei modi e all’eleganza degli atti, oltre che in onore al suo essere femminile e all’esibizione dello stesso.
“Facevo le mosse giuste”: eleganza e delicatezza, armonia e bellezza, senso estetico e relazione civile. Natalina esibisce il corpo in maniera socialmente accettabile e compatibile: fenomenologia psicofisica.
“Stavo per aria e non toccavo terra.”: processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Tutto nella norma assoluta, tutto nel giusto più lineare: Natalina mostra nel sociale il tratto psichico che la contraddistingue e il processo che maggiormente usa in difesa dall’angoscia di non essere accettata dal gruppo più o meno allargato, i paesani e gli europei.

“Il mio partner mi teneva sollevata.”

Natalina “proietta” nel suo uomo la tendenza a “sublimare la libido” e addirittura gli attribuisce la responsabilità dell’uso di questa modalità psichica di affrontare gli investimenti vitali in riguardo a se stessi e alle relazioni sociali. Questo è il senso del “mi teneva sollevata”.
Ripeto: niente di eccezionale, perché si tratta di un normale sviluppo degli investimenti e delle suggestioni relazionali. Natalina attribuisce alla coppia la “sublimazione” e il fascino di questa operazione psichica difensiva, finalizzata a vivere insieme agli altri e ad affermare i valori dell’eleganza e della bellezza: il “ballo”.

“Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

“E vissero tutti felici e contenti”.
Si conclude in tal modo la favola sognata di Natalina: “tutti bravi”.
L’auto-gratificazione e il bisogno di riconoscimento secondo il vangelo
“fallico-narcisistico” di Natalina si condensano nel francese “bravà”.
Del resto, chi poteva essere competitiva con un’italiana in riguardo all’eleganza dei modi e alla raffinatezza del gusto?
Soltanto una donna francese, una cugina d’oltralpe, una persona prossima per cultura e “savoir faire”!
Le buone maniere hanno avuto il loro tributo coniugandosi con l’amor proprio. Natalina si è ben servita un piatto squisito di “libido” sublimata per vivere bene se stessa insieme agli altri, per cui merita un ulteriore “bravà”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Natalina sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” in ambito culturale e sociale secondo le linee guida di una buona valutazione di sé, di un altrettanto buono coinvolgimento nella coppia e di un congruo affidamento al suo uomo in piena autonomia e senza rasentare la dipendenza.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Natalina presenta l’azione delle seguenti istanze psichiche:
l’Es pulsionale in “Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”,
l’Io consapevole e razionale in “mi trovavo” e in “io ballavo” e in “Alla fine siamo stati tutti bravi”.
Il Super-Io censurante e limitante non si evidenzia.
La “posizione psichica fallico-narcisistica” è presente in maniera naturale e discreta sotto forma di un buon amor proprio in “bravà”.
La “posizione psichica genitale” si evince in “il mio partner”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Natalina si serve dei seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “ballo” e in “ballavo” e in “mosse”,
lo “spostamento” in “stavo per aria” e in “non toccavo terra”,
la “figurabilità” in “Il mio partner mi teneva sollevata”,
la “proiezione” in “Il mio partner mi teneva sollevata.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” domina il sogno di Natalina in maniera equilibrata e necessaria soprattutto quando tratta delle relazioni sociali. Vedi “gara” e “paesi europei” e “stavo per aria e non toccavo terra” e “sollevata”.
Il “processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente nei termini impliciti nella funzione onirica: la “regressione topica” e la “regressione formale”, la prima con le allucinazione, la seconda con i modi di espressione primari: il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Natalina evidenzia un deciso tratto psichico “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” chiaramente intenzionata al “genitale”: vedi l’affidamento all’uomo che la “teneva sollevata.”

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Natalina è prosaico e usa le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “gara” e in “ballo”,
la “metonimia” o relazione logica in “stavo per aria e non toccavo terra”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “sublimazione della libido” nella sensibilità estetica e nell’armonia psicofisica in bella mostra con il coinvolgimento sociale.

PROGNOSI

La prognosi impone a Natalina di persistere in questa dimensione gratificante dell’amor proprio e della sensibilità estetica, oltre che al coinvolgimento affettivo con il suo uomo e con la realtà sociale che la circonda. Natalina deve saper entrare e uscire dalle dimensioni della dipendenza e dell’autonomia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO
Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo della “sublimazione della libido”. Bisogna che in ambito privato la modalità, che va bene nel pubblico, non sia sempre usata. Attenzione alla dipendenza dal ballerino o dall’uomo con cui nel quotidiano Natalina si accompagna.
GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Natalina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si distribuisce con il realismo narrativo e discorsivo. Nel sogno non traspare quell’intensità emotiva che, pur tuttavia, è implicita nelle scene del ballo.
GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Natalina, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque”, in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Natalina, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3”.
QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Natalina può essere definito leggero ed etereo, decisamente sensoriale, tecnicamente “cenestetico”.

REM – NONREM

Il sogno di Natalina si è svolto nella fase terza del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è notevolmente ridotta e quasi assente.
RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Natalina si attesta in una sensazione avvertita nel giorno precedente o prima di addormentarsi.
Ricordo che la definizione del sogno di “resto notturno” si spiega con il fatto che del sogno in se stesso restano poche tracce e pochi ricordi, materiale che da svegli si tenta di combinare e acconciare in maniera logica e consequenziale. Del vero e dell’intero sogno resta ben poco, per cui si può anche parlare a volte di un “sogno a occhi aperti” o di una “fantasticheria”. Specialmente i sogni della prima fase REM sono destinati al dimenticatoio a causa della profondità del primo sonno e delle sue turbolenze. In ogni caso, “a occhi aperti o “a occhi chiusi” il sogno è passibile d’interpretazione.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi dichiaratamente allucinati sono i seguenti:
la “vista” nella prevalenza del sogno, il “tatto” in “mi teneva sollevata”, “l’udito” in “mi ha detto bravà”.
L’insieme cospiratorio dei sensi si riscontra in “ballavo” e in “stavo per aria”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Natalina.

Domanda
Un sogno semplice e lineare?

Risposta
La psicodinamica in atto non presenta grandi conflitti e traumi di spessore. I sogni che vincono la forza di gravità attestano benessere psicofisico. Del resto, anche l’uso del processo della “sublimazione della libido” è negli argini di una buona normalità, senza difetto e senza eccesso. Si tratta di una contingenza della vita psichica e della vita di coppia.

Domanda
Cosa comporta la “sublimazione” nella coppia?

Risposta
Il “processo psichico della sublimazione della libido” è patologico quando si usa in maniera ricorrente o costante o quasi esclusiva, come, ad esempio, nel caso della castità religiosa o coatta. Per il resto la “sublimazione” è un signor processo che consente la vita sociale e civile: si perde in “Natura”, ma si acquista in “Cultura”, si riducono gli istinti ferini e si convive in maggiore sicurezza. In coppia avviene che la “sublimazione” riduca la vitalità sessuale, ma non sempre è segnale di crisi e di stallo, quindi non si tratta di patologia della coppia. La “sublimazione” dosa e arricchisce la vita di coppia. Quando la sessualità viene sublimata in abbondanza, c’è crisi di un membro della coppia e responsabilità dell’altro. Quando è del tutto sublimata, non c’è più coppia.

Domanda
Quindi Natalina non è in crisi con il suo uomo.

Risposta
Non solo non è in crisi, ma c’è una complicità con il partner che si attesta nelle movenze della delicatezza e dell’armonia psichiche: simbologia del “ballo”.

Domanda
Ha detto che è un buon segno sognare di essere leggeri e di non poggiare i piedi a terra. Spieghi meglio.

Risposta
Bisogna avere i piedi piantati per terra, nella realtà e nel principio corrispondente, ma in certe situazioni è giusto e benefico aleggiare. Si tratta di buone sensazioni corporee e di assenza di pesi psichici.

Domanda
Quale problema ha Natalina e da cosa si deve guardare?

Risposta
Si deve guardare dall’uso eccessivo della “sublimazione della libido”, deve poggiare bene i piedi a terra senza essere sostenuta dal suo uomo, deve ben razionalizzare la tendenza alla dipendenza. Per il resto va tutto bene. Il sogno presenta la sua sensibilità estetica e sociale. Altro non si evince.

Domanda
Usa spesso il termine “normalità”. Può definirla?

Risposta
Il concetto di “normalità” in Psicoanalisi non esiste dal momento che i conflitti psichici sono inquadrati in maniera topica, dinamica ed economica e si spiegano e giustificano. La “normalità” si può attestare nell’uso equilibrato e armonico dei meccanismi e dei processi psichici di difesa dall’angoscia. Questi ultimi sono operazioni di protezione messe in atto dall’Io per garantire la sicurezza contro le emergenze proibite e pericolose che vengono dal Super-Io e dall’Es. A livello psicosociale la “normalità” si manifesta quando la persona non è di danno a se stessa e agli altri. Quest’ultimo criterio è molto importante, spesso determinante anche se non è esauriente. Il discorso scientifico è molto complesso e dipende notevolmente dall’evoluzione storica e culturale, nonché dalle varie metodologie e scuole di ricerca.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Natalina merita di essere associato a un prodotto culturale particolarmente significativo, “La cura” di Franco Battiato, un testo lirico tradotto in musica che ha due attinenze con il sogno, l’amor proprio e la sublimazione.
La psicodinamica riguarda la cura di se stesso e non dell’altro. L’autore, infatti, proietta su “un essere speciale” l’accudimento amoroso di se stesso, un’operazione a metà tra il corposo amor proprio e il sano narcisismo. Il testo è di scuola neorealista e popolare, procede per nessi logici e per figure retoriche, trova la sua poesia nel “sentire buddista” e nelle filosofie orientali che inseriscono l’uomo nel cosmo. Il “panpsichismo” o “tutto animato” consente al testo di respirare verso l’alto e di non fermarsi esclusivamente alla materia.
Ecco i verbi che muovono il significato e le emozioni del testo.
“Ti proteggerò” esprime l’amor proprio in versione affettiva, fare da madre a se stesso.
“Ti solleverò” attesta di una leggera “sublimazione maieutica”, un nobile far nascere il “non nato di sé”, l’arte dell’ostetrica.
“Supererò” condensa un andare oltre, il procedere verso dimensioni psichiche sconosciute e negate in precedenza.
“Vagavo” contiene l’indistinto e l’indeterminato psichici, le condizioni per la “coscienza di sé” e la formulazione del desiderio e del bisogno.
“Ti porterò” esprime la “libido genitale”, il dono orientale di una dimensione psichica senza affanni.
“Percorreremo” dice dell’approfondimento del “senso di sé”, del proprio essere, del materiale psichico che si concretizza nella vita che si sta vivendo e da vivere.
“Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.”
Questa è la degna sintesi e la degna conclusione del viaggio verso la migliore “coscienza di sé”, quella che sa e risolve le angosce, le malinconie, le fobie, le paure, le ansie: il migliore “sapere di sé” possibile alle condizioni in atto.
Cosa pensa il compatriota Franco del sogno?
“Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.”
Il sogno è assimilato all’aquila e al mare, all’acutezza intellettiva e alla dimensione psichica profonda.
Il testo merita un approfondimento analitico, una decodificazione che mi riprometto di eseguire quanto prima.

LA CURA
di
Franco Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

 

 

“LA SUBLIMAZIONE DELLA LIBIDO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.
Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.
Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.
Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.
Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.
Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.
Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.
Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.
I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno.
Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?
Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.
In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.
Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.
Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.
Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.
Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.
Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Acrobata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quello di Acrobata è un sogno narrativo, lungo nella trama ma sintetico nei simboli, a conferma che l’autrice ha una fantasia discorsiva sostenuta dai necessari nessi logici. Questo sogno non presenta assurdità e qualche stranezza è dovuta alla simbologia connessa.
La causa scatenante è la rottura della relazione con il compagno, ma la separazione non si risolve con grandi angosce o fantasmi depressivi di perdita, ma addirittura con il recupero di “parti psichiche di sé” temporaneamente dismesse. Si può affermare che questa rottura è stata salutare perché le “parti” suddette erano quelle sessuali, attributi che Acrobata provvedeva a supportare con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.
Questo sogno è didattico perché indica come chiudere un rapporto che non funziona.
Estrapolerò le parti simboliche collegandole in un’interazione molto chiara e provvida. Tralascerò le parti narrative in quanto fanno soltanto da cerniera logica al discorso simbolico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.”

Acrobata introduce l’assunto di base del sogno: la separazione dal compagno, la rottura affettiva, la reazione al ritorno dello stato di singolarità.
Il simbolo si nasconde nei “miei effetti personali”.
Nella realtà si tratta delle varie cianfrusaglie che si condividono in una casa, lo spazzolino da denti, il poster in rosso e nero di Che Guevara, il corredo, il plaid preferito e altro, ma simbolicamente si tratta di un meraviglioso recupero della propria “identità psichica” alla luce dell’esperienza umana vissuta nel bene e nel male.
Acrobata procede a una rivisitazione del “chi ero prima, durante e dopo la storia”.
Acrobata non si deprime, ha razionalizzato il tutto e ha deciso di ricostituirsi al meglio senza nulla affermare e senza nulla negare.
Ricordo che il latino “persona” traduce la parola “maschera”, per cui “effetto personale” si traduce nel “modo” di manifestarsi agli altri.
Non ci resta che vedere quali “modi” recupera Acrobata.

“Mi reco, quindi, a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.”

Si va verso l’alto.
Il sogno si compiace di prendere questa direzione simbolica: la “sublimazione della libido”, il processo di difesa principe per evitare l’angoscia della materia e delle pulsioni.
Acrobata rivisita i modi di apparire del suo “ex” soprattutto nell’ambito sociale, “casa sua” e il “cortile”, e trova in se stessa una gran confusione mentale e tanto stress misto a sovrastrutture ideologiche definibili come fissazioni, paturnie o idee ossessive: “piante rampicanti”.
Acrobata si accompagnava a un uomo che gli procurava vergogna e confusione.

“Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”

Persiste la direzione “alto”, il simbolo della “sublimazione”, della nobilitazione della materia e della dimensione corpo.
“La biancheria ad asciugare” attesta simbolicamente di coinvolgimenti personali generici e bisognosi di precisazione. Acrobata ha investito nella relazione affetti e intimità, idee e azioni, mente e corpo.
“Asciugare” consegue a un buon “aver lavato” e traduce la simbolica “catarsi” del senso di colpa. Vedremo in seguito quali panni sporchi sono stati lavati e messi ad asciugare da Acrobata, ma di sicuro sappiamo che questi “fili” sono in alto, uno “molto alto” e molto sublimato e uno “molto basso” e meno sublimato.

“Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.”

Ecco la sessualità sublimata!
Acrobata ha sublimato la sua “libido” e nello specifico quella sessuale, “la mia biancheria intima”, che poi corregge in “costumi da bagno”, abbigliamenti intimi leciti a essere esibiti socialmente. Trattasi sempre di intimità e di sessualità fatte oggetto di “sublimazione”, anzi, per la precisione, “tutti i reggiseni” sono più sublimati, “sopra”, rispetto a “tutti gli slip” che sono meno sublimati, “sotto”.
Due domande nascono spontanee: perché questa distinzione tra reggiseni e slip?
Perché il reggiseno e il suo contenuto erotico è più sublimato dello slip e del suo contenuto orgasmico?
La “sublimazione” del seno equivale ad affetto destituito di erotismo: Acrobata voleva bene al suo “ex” come un figlio da nutrire e da accudire.
La “sublimazione” della vagina equivale a libera gestione secondo le regole di un potere femminile da gestire. Acrobata desiderava sessualmente il suo “ex” per sviluppare il potere femminile sotto forma di manipolazione.
Si manifesta una distorsione della pura vita sessuale e della autentica “libido”.

“Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.”

Procedere nella decodificazione del sogno diventa intrigante.
Acrobata vuole disbrigare le ragioni di tanta “sublimazione” della “libido” e della distinzione tra funzioni erotiche-sessuali, il reggiseno e lo slip, simbolicamente l’affettività e il coito, l’oralità e la genitalità.
Questo è il senso di “isso una scala a pioli in legno e salgo”.

“Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.”

Riepilogo: Acrobata si sta chiedendo in sogno il perché della “sublimazione della libido” operata nella relazione con il suo “ex”, un processo psichico di nobilitazione “traballante”, che fortunatamente non ha sempre funzionato, “poco stabile”, oltretutto una “sublimazione” più ideologica che reale, basata su pregiudizi e paturnie che su un’effettiva altruistica anestesia.
Acrobata, rivisitandosi in questa relazione archiviata, scopre con paura di essersi affidata a un “processo psichico” complicato e pericoloso se usato in eccesso.
Meno male che in lei non ha sempre funzionato.

“Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.”

Acrobata si meraviglia di avere sacrificato l’erotismo del seno e di averlo convertito in una nobile affettività del tipo “ti voglio bene, ma non ti amo e non mi attizzi: “molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.”
Acrobata prende coscienza tramite il sogno di avere distorto la vera direzione delle sue pulsioni erotiche e sessuali.
Una domanda è lecita: perché?
La risposta è perentoria: per difesa dal coinvolgimento.
Altra domanda lecita: non lo amava?
Non era presa perché era molto difesa di suo in primo luogo e usava questa difesa con lui, difese ormai molto “sbiadite” e non degne di essere istruite. Acrobata sta prendendo coscienza che deve coinvolgersi per godere delle mirabili proprietà erotiche del suo seno.

“Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.”

Si conferma la distorsione che Acrobata ha operato anche sulla sessualità: “gli slip… altrettanto brutti”.
Facendo il bilancio psicofisico della relazione, Acrobata ha lucida la convinzione del suo sacrificio erotico e sessuale, ma soprattutto che non riusciva ad abbandonarsi con il suo “ex”. Aveva, inoltre, maturato una disistima sulle sue capacità seduttive e soltanto a volte riusciva ad apprezzare la sua “libido” più per astinenza che per effettivo coinvolgimento: “lo sfondo bianco e dei fiori azzurri …e un altro simile con del pizzo nero”.
“Controllo” e “vedo” sono funzioni valutative e razionali dell’Io, atte alla presa di coscienza di tanto malessere psicofisico.

“I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno. Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”

Acrobata si lamenta con se stessa: “ma perché cavolo” mi sono messa con quest’uomo con cui ho dovuto sacrificare la mia affettività e la mia sessualità?
Le “mollette di legno” rappresentano simbolicamente i nessi logici e associativi per giustificare gli accadimenti.

“Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.”

Acrobata ha dovuto difendersi con le fantasie e le elucubrazioni mentali per giustificare il suo stato di donna sacrificale e sacrificata. Ha dovuto mentire a se stessa per andare avanti in questa problematica relazione, per cui proietta sul compagno la mancata presa di coscienza: “il mio compagno non mi veda”.
Il senso del “pericolo” si giustifica con il malessere accusato e crescente in questo contesto esistenziale. Acrobata si è compensata con le fantasie, ma questa evasione non funziona più sotto la spinta delle pulsioni dell’Es e dietro la consapevolezza di uno stato di malessere e di sacrificio della sua sessualità.

“In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.”

Acrobata ha una condizione pregressa di madre e capisce che il figlio fungeva da ostacolo e da alleato nella sua relazione, motivo per cui ha attivato il processo della “sublimazione della libido”: “tenermi la scala”.
Acrobata oscilla tra il permanere e il fuggire dalla relazione e proietta questa sua incertezza conflittuale sul figlio: “non c’è nessun pericolo e non serve”.

“Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

Si conferma la “proiezione” che Acrobata opera nei riguardi del figlio sul processo di difesa della “sublimazione della libido” che non funziona più come in passato: “cado e mi afferro”. Acrobata si è sentita a disagio nel dovere di giustificare al figlio la presenza di un uomo che non è il padre. Spesso le madri accusano nei confronti dei figli la vergogna di avere un altro uomo e preferiscono sacrificare il loro equilibrio psicofisico. Non si rendono conto che, in effetti, si tratta di una loro precisa resistenza e difesa nei confronti di un coinvolgimento affettivo e sopratutto sessuale.
Il figlio, infatti, sostiene la madre e ridimensiona la sua psicodinamica. Meglio, Acrobata fa dire al figlio quello che desidera che il figlio pensi: “mamma non sublimare la tua libido e coinvolgiti nei tuoi investimenti e nelle tue storie”.

“Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.”

Acrobata proietta sul figlio la sua convinzione di essere tornata con i piedi per terra e di avere ridimensionato l’uso del processo di difesa della “sublimazione della libido”: “non vedi che sei quasi a terra?”
Il rientro alla normalità degli investimenti della “libido” e il ritorno al gusto del corpo si condensano in quel benefico “così salto giù e non mi faccio male”.
“Ridere” condensa l’ironia equivalente a un godimento erotico, uno sciogliersi e un abbandonarsi sensoriali.

“Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.”

Acrobata ricompatta il “sublimato” e lo riporta alla sua materialità funzionale. L’autonomia riconquistata induce Acrobata a riprendere i tratti reali della sua identità psichica senza ricorrere a sacrifici inutili della materia vivente e pulsionale.
In primo luogo Acrobata si riappropria della sua sessualità genitale, “tutti gli slip”, e poi realizza che si deve “cambiare di abito”, deve riassumere i tratti psichici riconquistati e riattivati in una degna e idonea “organizzazione” o struttura.

“Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.”

Acrobata regredisce al tempo in cui ha operato la “sublimazione della libido” come difesa dal coinvolgimento sessuale, al tempo in cui ha iniziato la storia con il suo “ex”, e si ritrova disposta e consapevole a riprendere le antiche e giuste fattezze psicofisiche: “tutto è aperto”.
Acrobata in questo ritorno al passato non trova ostacoli consapevoli o inconsapevoli: le porte sono aperte davanti e dietro, il mio “Io” sa di sé al presente e ha anche coscienza del materiale psichico rimosso.

“Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Il salmo si conclude in “gloria” perché la consapevolezza è dominante e vincente.
Acrobata “sa di sé” e può procedere usando meccanismi di difesa meno dannosi: “poi me ne vado”.
E’ pronta a godere del suo corpo e a coinvolgersi nelle future relazioni significative.

PSICODINAMICA

Il sogno di Acrobata sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” e del suo superamento evolutivo grazie a una riconciliazione con la materia gaudente del corpo.
Acrobata era legata a un uomo che non l’attraeva e si costringeva ad accontentarsi difendendosi dalle ansie di una nuova e diversa relazione d’amore e di attrazione.
Acrobata conclude con la presa di coscienza dell’uso abnorme e difensivo della “sublimazione” e si dispone al nuovo che verrà con calma e desiderio. Questa è la funzione del sogno di integrare a livello psichico traumi e difficoltà umane manifestandole in forma simbolica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza pulsionale “Es” in “sopra delle piante rampicanti.” e in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.” e in “Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.” e in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani” e in altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza vigilante e razionale “Io” in “decido” e in “mi reco” e in “controllo” e in “vedo” e altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza censoria e limitante “Super-Io” in “Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”.
Le “posizioni” psichiche evidenziate sono la “orale”, la “anale”, la “genitale”.
La “posizione orale” appare nel seno traslato nel reggiseno e nella “libido” erogena del succhiare e appagarsi: “sopra tutti i reggiseni”.
La “posizione anale” è supposta e compresa nella “traslazione” della “libido sadomasochistica” in “sotto tutti gli slip”.
La “posizione genitale” è evidenziata nella “traslazione” della “libido sessuale” in “sotto tutti gli slip”.
Acrobata è alla ricerca di un migliore coinvolgimento e di una migliore espressione della “libido” generale senza fare ricorso a difese eccessive e dispendiose.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Acrobata usa i seguenti “meccanismi” e “processi” di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “casa” e in “biancheria intima” e in “cortile” e in “ cambiarsi d’abito”,
lo “spostamento” in “slip” e in “reggiseno” e in “costumi da bagno”,
la “traslazione” in slip” e in “reggiseno”,
il “simbolismo” in “molto in alto” e in “molto basso”,
la “figurabilità” in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”,
la “proiezione” in “non c’è nessun pericolo e non serve.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è dominante, “molto in alto”, e governa tutto il sogno.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Acrobata evidenzia tratti “orali” e “genitali” all’interno di una organizzazione psichica “genitale” resa conflittuale da una rassicurante dipendenza e dalla ricerca di emancipazione.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Acrobata presenta le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “cortile” e in “piante rampicanti” e in “pergola d’uva”,
la “metonimia” o nesso logico in “ biancheria intima” e in “molto in alto” e in “molto basso” e in “cambiarsi d’abito”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

DIAGNOSI

La diagnosi dispone per la benefica risoluzione di un uso eccessivo del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” con le conseguenti cadute del gusto della vita sessuale per il vantaggio secondario della convivenza. Il sogno di Acrobata pone il conflitto psichico e lo risolve con la riconquista dell’autonomia.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Acrobata di cimentarsi nella conquistata autonomia facendo perno esclusivamente su se stessa e sulle proprie capacità per accedere alla conquista del nuovo mondo, l’universo maschile epurato da paure e da fasulli riconoscimenti.
Una buona dose di “libido narcisistica” e una altrettanto buona dose di amor proprio sono indispensabili per adire nelle migliori relazioni possibili senza dipendenze e inferiorità.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome psiconevrotica d’angoscia legata alla mancata realizzazione della materia corpo e della “libido” collegata. La conversione isterica della “libido” frustrata è sempre possibile e in agguato: meccanismo di difesa della “formazione di sintomi”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Acrobata è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Realismo e simbolismo si combinano discorsivamente in maniera equa.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Acrobata si attesta in un incontro fortuito o in una riflessione consapevole.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Acrobata è “dinamica discorsiva”. La trama si snoda in maniera acrobatica associativa e logica consequenziale giustificando in parte la componente surreale del sogno.

REM – NONREM

Nella sua variegata espressione il sogno di Acrobata è stato elaborato in uno stato di relativa agitazione e possibilmente nella fase mediana, seconda o terza, del sonno REM. Acrobata ha trovato nelle allucinazioni del sogno la naturale via di scarico al nuovo benessere psicofisico.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Acrobata coinvolge in maniera dominante la “vista”: “Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.” e seguenti.
Il senso “udito” è allucinato in “ Lo chiamo e gli dico” e in “gli urlo” e in “Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?”.
Il senso del “tatto” è allucinato in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.”
I sensi “olfatto” e “gusto” non sono attivati in maniera specifica.
La sintesi di alcuni sensi o “sesto senso” è attivato in “Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.” e anche in “Ma lui si mette a ridere”.
Il processo allucinatorio è privilegiato nello svolgimento della psicodinamica e nell’alternarsi dei sensi.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima, dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Acrobata, ha posto le seguenti domande.

Domanda
Un esempio comprensibile di “sublimazione” me lo può fare?

Risposta
Gli esempi classici, quelli che compaiono nei sommari di Psicoanalisi, sono questi: un sadico sublimato è un buon chirurgo piuttosto che un criminale, un prete è chiamato a sublimare la sessualità nell’amore verso il prossimo, uno sportivo sublima “libido” nella competizione.
Bastano?

Domanda
Acrobata si accompagnava a un uomo da cui non era attratta ed eccitata, per cui sublimava la sessualità in cambio di non restare sola. Possibile?
Esistono donne che si accontentano di stare con l’uomo sbagliato per paura di restare sole?

Risposta
Sì e specialmente nella fascia d’età che viaggia tra i trenta e i quaranta e tra i cinquanta e i sessanta.
La prima fascia è affollata da donne che vogliono maritarsi per realizzare la maternità.
La seconda fascia è occupata da donne che affrontano in maniera depressiva la menopausa e si legano ulteriormente al proprio partner nonostante le sue malefatte, strutturando una dipendenza psichica.
In ogni modo la solitudine è una brutta bestia per tutti, così come il senso d’inferiorità e d’inadeguatezza costringono a scelte improvvide e dannose.

Domanda
Acrobata si faceva tante paturnie: perché?

Risposta
Acrobata compensava con le fantasie le frustrazioni che si procurava con le “sublimazioni” della sua sessualità, ma questa operazione non bastava alla sua economia psichica.

Domanda
Quanto è importante in una coppia una buona vita sessuale?

Risposta
La coppia si contraddistingue per l’esercizio della “libido” e, di conseguenza, questa magia psicofisica è l’essenza di una relazione, sia pur con tutte le manipolazioni dei meccanismi di difesa dell’Io.
La “libido” si evolve insieme alle persone che formano la coppia, ma è sempre importante l’esercizio e la consapevolezza.

Domanda
Cosa intende per “libido”?
Mi sembra di capire che non coincide totalmente con la sessualità.

Risposta
Capito bene!
La “libido” non si riduce agli organi sessuali, ma è quell’energia del vivente che si articola in mille investimenti, dall’amore per il gatto all’emozione per il tramonto, dalla cura del tuo uomo o della tua donna all’accudimento dei figli, dal tifo per la squadra del cuore alla passione per il gioco degli scacchi e avanti ancora di questo passo per arrivare allo “amor fati”, l’amore del tuo destino di vivente.

Domanda
Perché da un po’ di tempo associa una canzone di musica leggera al sogno che interpreta?

Risposta
Le canzoni sono prodotti della Fantasia e della Ragione, dei “processi primari” e dei “processi secondari”. Sono veicoli immediati di schemi culturali, di valori sociali e di modi psichici. Trasmettono alla gente comune, il benamato popolo, un “sapere” democratico in cui ritrovarsi e identificarsi attraverso l’emozione della musica. Le canzoni hanno grande diffusione e specialmente in questi ultimi tempi non hanno testi banali: tutt’altro! Comunicano, ironizzano, contestano, dimostrano, raccontano, spiegano, denunciano, insegnano e altro: “sono sempre sul pezzo” del momento storico che considerano. Trattano archetipi come il padre e la madre, l’amore e il desiderio, l’odio e il dolore. Le scuole principali in atto sono la realistica,la surreale e l’ermetica, ma tutte le canzoni si capiscono sempre grazie al collante della musica e della musicalità e soprattutto grazie a chi le ascolta, le interpreta e le significa. Le canzoni hanno il dono di essere “significanti” democratici: tutti quelli che ascoltano, interpretano e rivivono il loro materiale psichico incamerato sul tema. In tanto positivo travaglio notevole è il contributo dei “rapper” con le loro intelligenti e impegnate “rappate”.
Le canzoni sono assimilabili ai “sogni a occhi aperti” e ai “sogni a occhi chiusi” sia per la fattura e sia per il contenuto.
Per il momento mi fermo, ma c’è tanto da aggiungere.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A proposito della “sublimazione” offro qualche notizia anche per suffragare la domanda dell’acuta lettrice anonima.
Freud aveva individuato questo meccanismo e il suo processo e l’aveva definito una “deflessione” di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili.
L’istinto sessuale cambiava oggetto e fine e trovava una soddisfazione sostitutiva.
Le cariche istintuali in genere, in particolare quelle sessuali, nelle vicissitudini del loro percorso possono essere desessualizzate attraverso una serie di compromessi in maniera tale che lo loro originaria connessione con i fini istintuali si attenua notevolmente al punto che non si individua.
La Cultura sottrae energie sessuali per destinarle a investimenti sociali, per cui la civilizzazione comporta un grosso sacrificio della sessualità.
La “sublimazione”, finché funziona, ha lo stesso esito di una “rimozione” ben riuscita.
Nella soluzione ottimale della “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, abbiamo la “sublimazione” dell’amore verso il genitore del sesso opposto e la “formazione reattiva” nei confronti dell’angoscia di punizione da parte del genitore dello stesso sesso proprio identificandosi per paura in lui: identificazione nell’aggressore.
Il “maschile” il “femminile” sono il precipitato o il risultato di “sublimazioni” di cariche sessuali e di “formazioni reattive”.
La “sublimazione” allarga i processi mentali e arricchisce l’Io.
Il processo normale e non patologico della “sublimazione” esige la condizione che non sopprima ogni attività sessuale o aggressiva.
Concludendo, la “sublimazione” serve a nuovi scopi pulsionali di tipo sociale e serve a integrare il “Super-Io” con i doveri e le leggi.

A proposito ancora del tema della solitudine e del servizio della donna verso l’uomo che non si ama o che non ama, propongo l’ascolto della canzone di Anna Oxa e la giusta riflessione sul tema.
Vi auguro buon divertimento.

Un’emozione da poco di I. Fossati – Guglielminetti

C’è una ragione che cresce in me
e l’incoscienza svanisce e come un viaggio nella notte finisce.
Dimmi, dimmi, dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà,
uno che non si è mai sentito finito,
che non ha mai perduto, mai per me, per me una canzone,
mai una povera illusione un pensiero banale, qualcosa che rimane.
Invece per me, più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già ed io non vedo più la realtà,
non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.
C’è una ragione che cresce in me e una paura che nasce.
L’imponderabile confonde la mente
finché non si sente e poi, per me più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà, non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.

 

 

“SOPRA E SOTTO DI ME”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.
Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio, ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.
Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Nivea

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo evoca, trattandosi oltretutto di metodologie psicoanalitiche, posizioni erotiche e sessuali naturalissime, non necessariamente da Kamasutra: “sopra e sotto di me”.
Niente di più sbagliato!
Il titolo del sogno di Nivea richiama, invece, la simbologia spaziale: il nord, il sud, l’est e l’ovest. Meglio: l’alto e il sopra, il basso e il sotto, la destra e l’oriente, la sinistra e l’occidente.
Affermo che si tratta di “archetipi”, di simboli universali elaborati e usati da sempre da tutti gli uomini e di “segni” presenti in tutte le culture.
Ai punti cardinali si associano anche precisi “processi” e “meccanismi” psichici, oltre che specifiche psicodinamiche.
Vediamoli.
Il nord, l’alto, il sopra rappresentano il sacro, il divino, il Padre, il processo di “sublimazione della libido”, il “Super-Io” con le sue censure e limitazioni.
Il sud, il sotto, il basso condensano la materia, la colpa, il peccato, la morte, il processo di incarnazione e di materializzazione, la contaminazione, il demoniaco.
L’est, la destra, l’oriente contengono, sempre simbolicamente e in universale, l’universo psichico maschile, le funzioni razionali o processo secondario, l’istanza psichica “Io”, il sistema nervoso centrale o volontario, la consapevolezza, il principio di realtà, il progresso, l’evoluzione.
L’ovest, la sinistra, l’occidente abbracciano l’universo psichico femminile, la Madre, il sistema neurovegetativo o involontario, l’Es, le pulsioni, il crepuscolo della coscienza, la caduta della vitalità, il distacco, il processo psichico della “regressione”, il “processo primario” e la “Fantasia”.
Ripeto: i punti cardinali sono simbologie universali, elaborate culturalmente e in grazie all’universalità dell’angoscia di morte e della “Fantasia”, quel “processo primario” che contraddistingue l’umanità nell’elaborazione libertaria ed emotivamente allucinatoria di temi riguardanti la collocazione dell’uomo nella realtà interna ed esterna.
Il sogno di Nivea si serve delle simbologie del “sopra” e del “sotto” ed evoca di conseguenza i processi psichici e i simboli impliciti: sopra di me il ghiacciaio e sotto di me il ghiaccio che si scioglie in rivoli d’acqua, quell’energia che si libera dalla rigidità monolitica e va a investirsi in azioni e fatti. Nivea si è data finalmente il potere di avere ai suoi piedi la gestione di se stessa in piena autonomia.
In ultima istanza è opportuno precisare che la scelta del nome “Nivea” è per via associativa al ghiaccio e non per “proiezione” della glacialità psicofisica o tanto meno per un “lapsus” in riguardo all’antica marca di una crema lenitiva e di bellezza, quella benamata crema “Nivea” che mia madre, donna di popolo, spalmava sul suo corpo sopraffino.
A questo punto è opportuno bandire i ricordi personali e dare spazio alla decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo su un altopiano e cercavo la strada per scendere, ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.”

Nivea rievoca in sogno la dimensione sublimata della sua “libido”, quando la vita erotica e sessuale, la vitalità corporea se vi aggrada, era gestita in maniera più spirituale che materiale, quando censurava le pulsioni più naturali per moralismo e sotto l’incalzare dell’istanza psichica “Super-Io”: “mi trovavo su un altopiano”.
Cultura familiare e cultura sociale remavano contro i diritti sacrosanti del corpo e non concepivano il misticismo della materia.
Nivea era una ragazzina di buona famiglia e di buona educazione, aveva uno “status” sociale fatto di buone norme e di sacri principi.
“Mi trovavo” rende il senso del permanere e del durare, dello spazio e del tempo, ma soprattutto della casualità della nascita e della coscienza puntuale. L’altopiano non è la montagna del santo, non è l’alto più alto dell’estasi, ma è lo spazio umano adatto a una degna “sublimazione della libido” in una famiglia degli anni sessanta, quando la censura, ecclesiastica e non, impediva la libera espressione degli istinti e del profano.
In tanto perbenismo Nivea “cercava la strada per scendere”, tentava di realizzare il desiderio di lasciarsi andare e di vivere il suo corpo e le sue potenzialità.
“Scendere” non è un simbolo di perdita, non è un cadere depressivo, ma è una ricerca verso il piano materiale.
La “strada” rappresenta la metodologia, il modo di esperire e d’investire la carica vitale e vitalistica, la “libido” per l’appunto. Nivea ci prova e ce la mette tutta per uscire dal limbo rassicurante della normalità psico-esistenziale, ma ha paura e vive qualche angoscia legata ai “fantasmi” elaborati e introiettati. In quest’opera di disagio ha tanto contribuito l’azione improvvida e precoce del “Super-Io”. Nivea è stata responsabilizzata e si è educata per difesa dall’angoscia di coinvolgimento e di abbandono proprio attraverso l’adesione alla norma familiare e sociale imperante e diffusa.
L’angoscia è depressiva e di perdita ed è mirabilmente rappresentata dagli “strapiombi”: soluzioni traumatiche di grande distacco affettivo e di notevole perdita affettiva. Nel momento in cui Nivea si lascia andare a vivere le sue pulsioni erotiche sessuali, la sua “libido” in generale, teme di perdere l’affetto e la protezione dei genitori e della famiglia e di essere estromessa dalla società in cui è inserita. Lo “strapiombo” porta inevitabilmente alla solitudine ed è condannato dalle buone norme del “Super-Io” individuale e collettivo. Non ci sono “strade”, non ci sono altre modalità di conciliare i diritti del corpo con i doveri della comunità d’appartenenza, oltretutto ben introiettati per difesa dalla nostra eroina. Manca l’educazione sessuale ed è presente la sessuofobia clericale e religiosa. Siamo nell’Italia bacchettona degli anni sessanta.

“Riesco a trovare una via percorribile che però è sopra un ghiacciaio”

Il “ghiacciaio” condensa un “fantasma di morte” da anaffettività, la perdita degli affetti protettivi dei genitori e del gruppo di appartenenza.
Mai simbologia fu più poetica e azzeccata!
Sul “ghiacciaio” quante angosce sono state consumate e quanti versi sono stati scritti dai poeti e dai cantastorie!
Se non sei come noi, ti espelliamo e muori.
Quante minacce di questo tipo e quante depressioni si sono istruite e inanellate in queste povere e semplici parole!
Nivea ha bisogno d’identificarsi in qualcuno e da sola non può condividere alcunché, non può permettersi di fare da sé e ha bisogno di riferimenti psichici e materiali di sostegno e di sopravvivenza.
Questo è un vero dramma dell’infanzia e Nivea lo sta sognando e lo ha formulato con poche e semplici parole che conchiudono una psicodinamica drammatica di evoluzione solitaria.
“Percorribile” si traduce con possibile e compatibile con le esigenze personali e sociali, con la formazione psichica in atto e le regole della convivenza: un’operazione logica necessaria per non incorrere nel danno distruttivo delle emozioni e della sfera affettiva. “Percorribile” esclude la solitudine dentro e fuori.

“ma, appena inizio a percorrerla, inizia il disgelo.”

Appena investe consapevolmente la sua “libido”, Nivea converte evolutivamente le sue energie in autonomia psicofisica, Dal ghiaccio all’acqua il passo chimico è notevole e compatibile. Nivea esce alla grande dal blocco mortifero delle energie vitali e converte la freddezza affettiva in “libido” da investire progressivamente. Nivea inizia essere autonoma e calibrata nel progressivo coinvolgersi e dà veste a una nuova donna diminuendo le resistenze a capire se stessa e a vivere insieme agli altri con un corpo “campo d’amore” e che, come tutti i campi, è simbolicamente da arare.
Il “Super-Io” ha ridotto la tirannia e ha lasciato spazio alle pulsioni dell’Es con la complicità deliberativa dell’Io. Nivea prende atto dei diritti del corpo e delle sue pulsioni erotiche e sessuali, della sua energia vitale: un inno alla vita e alle concrete funzioni neurovegetative.

“Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”

Una lieve “sublimazione della libido” per attenuare le angosce assorbite nella formazione psichica è sempre utile quando non è necessaria, purché sia lieve e non pesante: questo è il senso e il significato simbolico di “risalire”.
Il “riesco” rappresenta una consapevolezza dell’Io e la conseguente messa in atto del “sapere di sé” nelle azioni e nei fatti: una bella ed efficace parola su cui si basa la psicoterapia del fare o ergoterapia. Nivea sta sciogliendo le sue energie vitali e femminili. I “rivoli d’acqua” sono chimicamente il passaggio dallo stato solido allo stato liquido della materia, una bella evoluzione psichica per quanto riguarda gli investimenti della “libido”. E, per giunta, sono in crescendo, dal momento che Nivea si è rassicurata sulle sue capacità. Un buon finale, estremamente simbolico, che dispone per uno stato di benessere dell’autrice del sogno; dalla freddezza affettiva e dal blocco degli investimenti della “libido” alla libera espansione sotto forma concreta e godibile.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nivea sviluppa la psicodinamica evolutiva della “libido” da uno stato di “sublimazione” a uno stato di “materializzazione”, dal ghiaccio all’acqua. Nivea rielabora l’uso del “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione” e lo evolve in una concreta vitalità e in un provvido gusto di sé e delle proprie azioni. Tale operazione psichica è possibile perché l’Io riduce l’azione limitante e moralistica del “Super-Io” tornando a essere padrona a casa sua e disponendo al meglio le difese e gli investimenti.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Nivea evidenzia l’istanza psichica “Super-Io” in “ma vi erano soltanto strapiombi e non strade.” e in “che però è sopra un ghiacciaio”.
L’istanza psichica “Io” è presente in “mi trovavo” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”.
L’istanza psichica “Es” agisce in “ma vi erano soltanto strapiombi” e in “sopra un ghiacciaio” e in “inizia il disgelo”e in “il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”
Le posizioni psichiche “orale” e “genitale” si richiamano negli investimenti affettivi e di “libido” in genere: disposizione a dare e a ricevere.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Nivea usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “strada” e in “via percorribile, dello “spostamento” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me” e in “rivoli d’acqua sempre più grossi”, della “figurabilità” in “Riesco a risalire mentre sotto di me il ghiaccio si trasforma in rivoli d’acqua sempre più grossi.”.
E’ ben presente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” in “altopiano” e in “risalire”.
Il “processo psichico della “regressione” riguarda la normale funzione del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Nivea evidenzia un tratto psichico “orale” all’interno di una cornice “genitale”: affettività e sessualità.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Nivea usa le figure retoriche della “metafora” in “altopiano” e in “strapiombi” e in “ghiacciaio” e in “rivoli d’acqua”, della “metonimia” in “scendere” e in “risalire” e in “sotto di me”.

DIAGNOSI

Il sogno di Nivea dice di un passaggio evolutivo dal processo psichico di difesa dell’angoscia della “sublimazione della libido” alla progressiva e concreta serie di investimenti vitali, affettivi, erotici e sessuali.

PROGNOSI

La prognosi si attesta in un rafforzamento degli investimenti e in una riduzione dell’uso del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo del processo della “sublimazione” e in una caduta del gusto erotico e sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Nivea è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Nivea è squisitamente simbolico ed evidenzia le qualità del meccanismo psichico della “condensazione”, un pilastro del “processo primario” e della “Fantasia”.

REM – NONREM

Il sogno di Nivea è avvenuto nella fase mediana del sonno REM alla luce della sua compostezza formale e del suo simbolismo spiccato: un sogno da “maraviglia” e da natural miracolo.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Nivea chiama in causa i sensi della “vista” in “mi trovavo” e in “vi erano” e in “riesco a trovare” e in “riesco a risalire”. E’ assente l’esercizio degli altri sensi, per cui è dominante l’allucinazione visiva.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande.

Domanda
Preoccupa il sogno di Nivea?

Risposta
Per niente. Anzi, fa piacere sapere di quanto sia plastica e duttile la psiche nel bene e nel male.

Domanda
Ma l’acqua non era un simbolo femminile? Nel sogno di Nivea è un simbolo di energia.

Risposta
Giusto! E’ un simbolo della “libido”, dell’energia vitale e quest’ultima ha origine nell’universo psicofisico femminile. Vita e libido sono simboli inclusi nell’acqua, un principio femminile.

Domanda
Cosa deve fare Nivea in base al sogno?

Risposta
Usare meno possibile la “sublimazione” e vivere bene la “libido” con tanti investimenti variegati e non monotoni. Con un gioco di parole direi che Nivea da donna “casa e chiesa” deve evolversi in donna “casa del popolo” escludendo la donna del “casino”.

Domanda
Perché si usa tanto la “sublimazione”?

Risposta
Perché ci difende dall’angoscia.
Perché la cultura occidentale ha base religiosa e sessuofobica.
Perché il sistema educativo è costrittivo, autoritario e moralistico.
Perché i genitori sono poco libertari, poco pazienti e perché hanno rimosso la loro adolescenza, hanno dimenticato i loro travagli evolutivi.

Domanda
Cos’è la cultura?

Risposta
La cultura a livello psicologico è un insieme di schemi interpretativi ed esecutivi della realtà.
A livello sociologico è un insieme di valori condivisi e convissuti.
A livello semiologico è un complesso di segni e di significati.
In ogni caso la “cultura” non è il complesso delle conoscenze acquisite. Questa si definisce erudizione.
La “cultura” comporta un grado, più o meno profondo, di assimilazione e d’introiezione degli schemi, dei valori e dei segni. Più si assimila e si introietta e più la “cultura” acquisisce “civiltà”. Tutti i popoli sono colti, ma non tutti i popoli hanno lo stesso grado di civiltà. Ripeto: la civiltà si misura in base al modo e all’intensità dell’introiezione e dell’assimilazione degli schemi e dei valori e dei segni culturali. Aggiungo che l’assimilazione e l’introiezione non devono essere totali, ma devono mantenere un margine di autonomia critica.
Assimilazione e introiezione sono pericolose quando negano l’evoluzione e politicamente degenerano nelle dittature più nefaste.

Domanda
Nelle sue interpretazioni dei sogni da tempo non usa il termine “inconscio”.

Risposta
E’ un lungo discorso, ma rispondo brevemente e semplicemente. L’Inconscio come dimensione psichica, definito in tal modo più che scoperto da Freud, è un’ipotesi di lavoro, un assunto metodologico che consente di procedere per dimostrare una tesi. L’Inconscio non esiste semplicemente perché “ciò che non è consapevole” non ha realtà e “ciò che non ha realtà” non ha parola e, quindi, ciò che non ha parola non si può definire.
Questa è la tesi della Filosofia, ma non è per niente una verità assoluta: tutt’altro!
Il primo Freud praticava l’ipnosi e si era accorto che in stato sub-vigilante nei suoi pazienti affioravano dei ricordi lontani. Ciò che è subconscio non è inconscio. La nostra psiche e la nostra mente non possono tenere sotto controllo tutto il materiale vissuto e acquisito. Una parte minima, molto minima, occupa lo stato di coscienza. Il resto è Subconscio e con uno stimolo adeguato viene portato a galla e ricordato. Questa è anche l’operazione del sogno: uno stimolo del giorno precedente scatena di notte un sogno. Ma su questi argomenti ritornerò in altra occasione per meglio precisarli e approfondirli.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

L’adolescenza è il momento più delicato e interessante della vita e dell’evoluzione psicofisica, una serie di anni in cui il corpo e la mente sono in distonia, un’età di mezzo tra la maturità sessuale acquisita e una serie di fantasmi irrequieti e ignoranti.
Nel corpo di donna si annida una testa di bambina.
Nel corpo di un uomo si annida la testa di un giovinetto.
Speriamo tanto che in questo tempo incerto e inquieto non nasca un figlio o una figlia mentre si esploramo i misteri del dio Eros.
Speriamo che durante l’adolescenza la mamma e il papà siano ancora insieme a insegnare le cose giuste, perché questo è il tempo in cui si elaborano mille e mille paturnie, si vivono mille e mille sensazioni, si maturano mille e mille paure.
Il sogno di Nivea richiama l’adolescenza e a Lei io dedico una storia, una storia veneta maturata in quel di Pieve di Soligo, una storia che muove e commuove quel qualcosa di adolescente rimasto beneficamente ancora dentro.

LE PAROLE DI FANTAJESSICA

Ero piccola.
Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più
era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.
Era una vecchia casa,
una casa vecchia come la mia nonna.
Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.
Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.
Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:
un bel cavaliere medioevale,
un coraggioso capitano di ventura,
un sordido lanzichenecco,
un povero soldato,
un fedele legionario,
un perfido mercenario.
In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.
In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.
Tutto questo succedeva quand’ero piccola,
quand’ero bambina,
quand’ancora non pensavo da grande,
quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,
quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,
un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.
Scivolavo e immaginavo.
Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.
Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.
Al terzo piano c’era il soler,
il granaio lungo e buio,
l’emblema di spazi paurosamente ignoti,
la casa sonora dei topi,
il luogo del tempo passato,
la carta d’identità della mia stirpe.
Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano
dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.
Poi mi restava l’ultima rampa,
quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,
la porta del mio paradiso.
Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,
una distesa di giallo e di rosa.
Ai lati erano disegnate delle bande rosse
che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.
Proprio qui a Natale trionfava l’abete
dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,
l’albero più vero e più vivo del paese.
Dalla mia nonna tutto era secondo natura.
Tutto era secondo cultura, dalla mia nonna.
Come si mangiava bene dalla mia nonna!
La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave
e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.
La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco
e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.
La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto
e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.
Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,
quelli del capitano con tanto di cappello dorato,
perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.
Quanti riti dalla mia nonna!
Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,
il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,
dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,
quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza
per muovere la legna e fare tanta fiamma.
E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza
insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.
E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia
nella granda buberata,
si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,
si beveva un goto de vin santo
e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti
in base ai capricci del vento e del fumo.
Quant’era bello!
Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.
Ma la nonna non era sola.
Viveva con lei la prozia,
secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.
La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo
e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.
Epperò!
La strega ciabattava con le sue pattine
e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv
e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.
La prozia era tanto cattiva
e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.
Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.
Con lui non sei felice vero?
No, con lui non sono felice,
è vero,
ma neanche con la mamma sono felice
ed è vero.
Io li volevo tutti e due e insieme.
Anca se i litighea,
dovevano stare insieme per me,
dovevano farlo per me,
per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere
e tanto meno nella loro casa.
Lassem perder!
Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,
ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.
Prendiamo anche i fiori di zucca
che poi ti faccio le frittelle.
Che brava la nonna!
Che buona la mia nonna!
Ma la bambina è confusa,
tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.
Ma che malattia è staquà?
E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!
Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,
un nanetto di marmo senza più colori addosso,
una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,
la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,
qualche stroz di qua e qualche stroz di là.
Tutto è come dio comanda.
Sul davanti il giardino è più curato,
anche il fosso è pulito e pieno d’acqua
e sembra un ruscello.
Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.
Quante noccioline tostava la nonna
e quante torte faceva con il lievito Bertolini!
E quando si andava a letto?
Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,
sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce
e della specchiera in legno massiccio scuro.
La nonna diceva sempre che il legno era vivo
e che di notte si muoveva per sbadigliare.
Quanta paura!
Nonna,
nonna,
vieni qua e stai con me.
Nonna,
se resto qui stanotte a dormire,
tu non muori, vero?
“Ma va là,
sta bona.
Cossa di tu mò?
Vien qua,
giochemo a indovina indovinello.
Cominicia per A e finisce per E.
Cossa eo poh?
Son qua ai pie del let.
Ociu che te ciape!
Le frittelle dovevi portargliele,
o Caterinella,
altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.
Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,
le porte le iera de fero,
volta la carta e ghesè un capeo.
Un capeo?”
E io immaginavo le carte
e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,
mentre il mio papà chissà dov’era.
Lui, però, è un poverino
perché non sa cosa si è perso.
Lui ancora oggi non sa cosa si perde.
Ma io sì,
io so cosa si è perso
e cosa si perde il mio papà.
Si è perso
e si perde una vita di cento e mille anni.
Poverino!
Lui è solo
ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia
e una cucina come quella della mia nonna.
Eppure quella era la sua mamma.
Eppure quella era la sua casa.

 

Il brano è stato elaborato liberamente da Salvatore Vallone nell’anno 1996.

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA E LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA
E
LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.
Una macchina ci insegue.
Io e mio figlio abbiamo paura.
Poi la seminiamo.
Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.
Tutti hanno una croce in mano.
L’unica ad accorgersi sono io.
Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.
Arriviamo a un lago.
E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Questo sogno è firmato Mikaela.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo del sogno di Mikaela è doppio e si spiega in questo modo: “la famiglia allargata” come il frutto di separazioni tormentate e di figliolanze pregresse, “la genitorialità mutilata” collegata a un’angoscia desunta dalla massiccia presenza di un “fantasma di morte” in riguardo al tema dei figli e anche dei genitori privati dei figli.
Il sogno di Mikaela è molto delicato, per cui occorre procedere nella decodificazione con progressione lenta anche perché si toccano corde collettive e tonalità profonde.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.”

Mikaela esordisce in sogno con la “famiglia allargata”, quella che lei vive nella realtà di tutti i giorni e non soltanto nei momenti di festa: due genitori separati e i loro figli. Mikaela fa sodalizio “con suo figlio” a testimoniare che il suo affetto e la sua cura sono tutte per per lui. “In montagna” attesta di una “sublimazione della libido”, evidenzia investimenti affettivi sicuri e indiscutibili e al di là di ogni compromesso da parte di mamma Mikaela. La stessa psicodinamica amorosa si pensa e si spera per gli altri membri di questo “clan”. La “sera” condensa il sentimento e l’abbandono, il crepuscolo della coscienza vigilante e il rifugio nell’intimità.
Mikaela compone in sintesi un quadro efficace di storie e di affetti, di madri e di padri, di figli e di sentimenti, di un amore speciale come quello che lei nutre per suo figlio.

“Una macchina ci insegue.”

Ecco la “sublimazione della libido” di cui si diceva prima: “una macchina ci insegue”. La madre ha un’affettività intensa, quasi erotica, verso il figlio, fatti salvi i ruoli e rispettate le figure. La madre condensa la “legge del sangue” e a essa ubbidisce. L’amore materno esula da qualsiasi ragionamento o speculazione filosofica: “i figli so figli” e si amano tutti intensamente. Mikaela è sanguigna nell’investire “libido” nel suo ragazzo.

“Io e mio figlio abbiamo paura.”

La solidarietà affettiva porta all’esclusione degli altri e all’unicità di questa entità psicofisica “madre-figlio” e di questo amore così naturale.
Del resto, cosa c’entrano gli altri?
Noi due e basta!
Noi due condiamo anche le emozioni più forti come la “paura”.
L’empatia e la simpatia, il sentirsi e il soffrire “insieme” vanno all’unisono.
Mikaela proietta sul figlio la paura di una madre tenera e apprensiva.

“Poi la seminiamo.”

Nelle forti emozioni l’unione empatica e simpatica tra madre e figlio è in vigore, ma Mikaela sa anche razionalizzarla e riprendere il suo ruolo e la sua personalità. L’amore viscerale verso il figlio è risolto: la “macchina” inopportuna e pericolosa “la seminiamo”. Il simbolo del “seminare” condensa la fecondazione, ma in questo caso si tratta di una risoluzione dell’emozione “paura”. Mikaela non teme di vivere ed esternare il suo amore verso il figlio.

“Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.”

A questo punto il sogno di Mikaela scende nelle profondità psichiche della memoria e costruisce un quadro apparentemente surreale dal momento che lo si è storicamente visto e vissuto. Il “bianco e nero” attesta di una necessaria caduta delle tensioni, pena il risveglio dall’incubo, di fronte allo sbalordimento dell’ineluttabile. “Dietro di me” significa nel mio passato, un’esperienza personale da condividere e da tenere in memoria perché si tratta anche di un vissuto collettivo: una scena da campo di concentramento, “adulti” e “bambini” morti, “presenze non fisiche”, spiriti, energie, entità metafisiche, fantasmi interiorizzati. “Schierati” attesta una connotazione storica di persone storicamente vere e realmente esistite, gente che aveva un’identità e un ruolo, genitori e figli. Accanto a un “fantasma di morte” storico si coniuga un “fantasma di morte” individuale e traslato a tutti i bambini che non sono mai nati o che hanno perso i genitori e a tutti i genitori che che si sono separati o che hanno perso i figli. La morale del sogno di Mikaela enuncia, di certo, che i figli vanno vissuti e goduti a pieno e che non si può essere genitori a metà e a tempo determinato. L’amore per i figli deve essere incondizionato e superiore a un eventuale dissidio tra i genitori.

“Tutti hanno una croce in mano.”

La “croce” è il simbolo tragico della morte atroce in attesa della speranza di resurrezione, una concezione pessimistica della vita e un’alienazione totale nel segno di un’appartenenza: i figli di Dio, i cristiani. Ma quelli che Mikaela elabora in sogno sono ebrei, quelli che sono stati annientati nei campi di concentramento da parte dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, morti incolpevoli per il loro stato civile e vittime della furia omicida di un bieco assassino, Hitler, e di un delirio paranoico collettivo, la milizia tedesca. “Tutti hanno una croce in mano” si traduce “tutti hanno una loro tragica identità” e tutti sono morti. Mikaela rievoca il suo “fantasma di morte” in riguardo alla maternità e ai figli non nati, ma non si ferma qui ed estende ai genitori “adulti”, padri e madri, la tragedia di non poter vivere i propri figli, oltre a una fiera condanna a quei genitori che non li accettano e li rifiutano. La sensibilità di Mikaela si è impossessata di questa delicata questione e la svolge secondo le coordinate della sua esperienza vissuta e in atto: “io e mio figlio”.

“L’unica ad accorgersi sono io.”

Trattandosi, come si diceva in precedenza, di un “fantasma di morte” legato all’esperienza psichica di Mikaela, va da sé che gli altri ne sono esclusi. Chi ha coscienza di questa infausta psicodinamica della genitorialità, maternità e paternità, mutilata è proprio la protagonista del sogno. Gli altri sono insensibili a queste esperienze ed estranei alla sensibilità di Mikaela sia come madre e sia come figlia, “unica”. La consapevolezza, “accorgersi”, attesta della presenza costante di questa paura nella sua panoramica psichica.

“Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.”

Il sogno si compone ritornando alla visione della realtà dopo la fase altamente emotiva del “fantasma di morte” e, di conseguenza, anche l’angoscia non degenera e si attesta nella normalissima paura. Mikaela ritorna alla realtà in atto, alla gita in montagna con la famiglia allargata e la consolazione dell’uomo con cui conduce la sua vita, “compagno”, un uomo che la protegge nei suoi bisogni più intimi e reconditi. La “parola” libera le tensioni, “ne parlo”, la “parola” è catartica, purifica dai sensi di colpa e scarica le angosce. Non affannarti con questi ricordi e con questi fantasmi; “non preoccuparti”, il passato è passato, ma è giusto conoscerlo e tenerlo in mente per non ripeterlo.

“Arriviamo a un lago.”

Il “lago” è il classico simbolo della maternità che ristagna, la femminilità in attesa o sospesa nella scelta di avere un figlio. Il “lago” è acqua che condensa la caratteristica “genitale” dell’atavico Principio femminile. Mikaela vive il dilemma della sua maternità futura o della sua risoluzione sul tema. Mikaela ha già abbondantemente dato alla Dea Madre alla luce della sua sensibilità di femmina e di donna.

“E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Non ci sono sensi di colpa nella maternità di Mikaela, “è chiaro”, dal momento che ha razionalizzato i suoi vissuti e le sue esperienze. Pur tuttavia, Mikaela resta una persona molto sensibile all’essere femminile e alle sue prerogative. L’ansia non è una paura, ma uno stato psicofisico di all’erta, una normalissima tensione sul tema e un intento a non abbassare la guardia in specie sulle questioni che riguardano i genitori e i figli. Mikaela c’è, non transige ed è vigilante, “è chiaro, ma io ho l’ansia”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela svolge la psicodinamica della maternità nella sua versione drammatica della perdita e della morte e nella sua versione naturale dell’apprensione verso i figli e verso le figure dei genitori schietti e sensibili al benessere dei figli.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Mikaela sono presenti le istanze psichiche “Es” e “Io”. La prima è contenuta in “una macchina ci insegue” e in “poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche”. L’istanza “Io” si esprime in “l’unica ad accorgersi sono io” e in “poi ne parlo al mio compagno”. La “posizione psichica” rievocata è quella “orale” e “genitale”, l’affettività e la maternità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Mikaela per confezionare il suo sogno sono la “condensazione” in “montagna” e “sera”, la “drammatizzazione” in “presenze non fisiche”, lo spostamento in “croce”, “lago” e “macchina”. Il processo psichico della “sublimazione della libido” è presente in “montagna”. Il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” si mostra in “io e mio figlio abbiamo paura”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela evidenzia un tratto psichico nettamente “orale”, affettivo, e “genitale”, materno, evidenziando una “organizzazione psichica orale”, bisognosa d’affetto, con una buona componente “fallico-narcisistica”, potere e orgoglio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Mikaela sono la “metafora” in “croce” e “sera”, la “metonimia” in “presenze non fisiche” e in “lago” e “macchina”, la “enfasi” in “in bianco e nero presenze non fisiche”.

DIAGNOSI

Il sogno di Mikaela attesta la sensibilità verso i vissuti e i valori della maternità e della genitorialità, incalza i genitori a vivere i figli al massimo anche nella situazione di separazione e nella eventuale famiglia allargata, dove si rischia di non investire affetti profondi e intensi. Mikaela esprime il suo bisogno di amare il figlio con un buon grado di complicità.

PROGNOSI

Mikaela deve migliorare il suo vissuto nei confronti del figlio evolvendolo dal possesso al riconoscimento della sua identità e autonomia. Mikaela deve superare la dipendenza per non soffrire e per non far soffrire. Liberare il figlio per liberare se stessa e rendersi disponibile a nuovi investimenti affettivi consoni alla sua persona e alla sua dignità di donna e madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella difficoltà a relazionarsi in maniera significativa con il suo “altro” e nella possibilità di una “psiconevrosi isterica” legata alla mancata emancipazione dal figlio.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta su una riflessione sul legame con il figlio o su una discussione sul tema dei genitori separati. La visione di qualche filmato riguardante i campi di concentramento nazisti e l’olocausto degli ebrei è possibile che abbia ridestato la sensibilità dell’autrice e protagonista del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è drammaticamente autoreferenziale. Tratta di sé in maniera surreale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Mikaela pone una delicata e attualissima questione culturale e sociale, la coppia e l’istituto familiare. La “coppia” è stata sempre intesa come l’unione naturale tra maschio e femmina con capacità e finalità procreative. Altrettanto dicasi della “famiglia”, la cellula vitale della società. La Politica e il Diritto hanno tenuto in massima considerazione la “coppia” che si evolve nella “famiglia”.
Consultiamo velocemente la storia del secolo scorso.
Si pensi alle esagerate leggi fasciste in difesa dell’istituto familiare e in riguardo all’incremento demografico dell’italianità imperiale: tante gravidanze e tanti lutti, tante donne morte di parto e tanti bambini non nati o morti anzitempo senza la possibilità di vivere da orfani.
Quanti mortali aborti clandestini procurati dalle mammane con gli aghi per intrecciare la lana!
Proseguendo in sintesi, si pensi al tragico mito tedesco della razza pura, l’ariana, biologica conseguenza dell’unione sessuale di uomini integri e di donne incontaminate.
Quale tragico olocausto!
Ma restiamo in casa nostra a piangere i nostri mali.
Dopo l’avventura disastrosa della perdita della libertà e della guerra, dopo il Fascismo, i Padri Costituenti pensarono bene di mantenere le migliori prerogative sociali ed economiche alla coppia e alla famiglia.
La “Costituzione italiana” contiene tra i massimi valori da tutelare la famiglia e intende la coppia nella sua forma biologica naturale di unione tra maschio e femmina. Tali valori furono un buon compromesso tra l’etica cristiana e l’etica socialista.
Il “boom” economico degli anni “sessanta” e le progressive leggi sociali di libertà e tutela della famiglia, associate alla progressiva emancipazione della donna e al progressivo smantellamento clericale, hanno portato alla conquista del diritto al divorzio e all’aborto, per cui l’istituto famiglia ha ricevuto un’evoluzione civile importante e in linea con i paesi oltremodo avanzati. Questo rapido sviluppo è in netto contrasto con l’assolutezza acritica del passato, di quel tempo in cui tutto era determinato dalla regola della tradizione e dal preservare l’intoccabile e l’inamovibile.
E’ vero che le conquiste civili e sociali comportano anche la perdita della sicurezza del passato e della tradizione, ma è anche vero che le novità esigono tempo per una buona assimilazione e realizzazione.
Oggi la coppia e la famiglia sono approdate alla grande rivoluzione omosessuale. Chi sceglie e ama, al di là della tradizione culturale ufficiale, può aspirare a essere civilmente coppia, ad avere figli e a costituire a tutti gli effetti una famiglia.
La coppia omosessuale è la novità dei nostri giorni e le problematiche connesse sono in via di elaborazione e discussione, ma consideriamo che il nostro paese è particolarmente bigotto, per cui i tempi di risoluzione si prospettano lunghi.
La Psicoanalisi è costretta ad aggiornare la sua griglia interpretativa sotto l’incalzare della Storia e della Cultura; quella dell’ebreo Freud non è più esauriente.
Ritornerò su questi argomenti in maniera puntuale strada facendo.

 

 

SEMBRA GUERRA MA E’ UN GRANDE AMORE

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.

Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.

Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.

Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.

Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.

Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.

Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.

Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

 

Questo è il sogno di Marsel, un giovane uomo di cultura mediorientale.

 

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

Si nasce da madre e si vive con il padre: una semplice verità che va al di là dell’etnia, della cultura, della società e delle altre sovrastrutture che costellano il cammino della vita umana. Il “resto notturno” di Marsel svolge una parte del viaggio psichico intorno alla “posizione edipica”: l’emancipazione dalla seduzione materna e l’identificazione maschile con annesso esercizio della sessualità. Le culture influiscono sui costumi, ma non alterano i vissuti e gli assunti di base psichici. La “Madre” è un archetipo, un simbolo universale, al di là del suo individuarsi nella madre di Marsel. Questa universalità attesta non soltanto di schemi condivisi e di valori convissuti, ma soprattutto di un’essenza umana ineludibile che si manifesta nelle psicodinamiche e nella psicopatologia. Bisogna aggiungere che l’intensità dei vissuti, dei fantasmi e dei conflitti varia in base alla considerazione data alle figure coinvolte. Il caso di Marsel manifesta una cultura a base latente matriarcale ed esibita come patriarcale: l’incisività psichica della madre è superiore al valore culturale del padre, per cui si struttura un acritico attaccamento dei figli nei riguardi della figura materna.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

Il sogno di Marsel è ricchissimo di simboli e di fantasmi. Evoca, inoltre, l’archetipo della “Madre” nel suo visitare la figura materna e lo “spostamento” nella “collega” giovane. Passiamo all’analisi.

“Amico”: trattasi di una “proiezione” difensiva di una “parte di sé” e di un rafforzamento psichico per continuare a svolgere la psicodinamica edipica. La simbologia include l’alleanza e la condivisione, la “traslazione” difensiva del  conflitto in un provvidenziale “alter ego”.

“Deserto”: istanza depressiva e “fantasma di morte”, caduta della vitalità e blocco degli investimenti della “libido”, stallo delle relazioni e isolamento.

“Spiaggia”: rilassamento e distensione, disposizione psichica e benessere esistenziale, risoluzione di conflitto e riposo del guerriero, appagamento psicofisico.

“Soldati”: cariche di “libido” in attesa d’investimento, potenziale psichico e aggressività condensata, organizzazione e disposizione dell’Io.

“Sinistra”: sistema neurovegetativo e universo psichico femminile, pulsione e regressione, fantasma di morte e istanza depressiva.

“Collega femmina”: alleato psichico e rafforzamento erotico, traslazione difensiva della figura femminile e della parte androgina corrispondente, seduzione e attrazione.

“Sparare”: esercizio della “libido genitale” e aggressività sessuale maschile,  erotismo e coito.

“Casa dei nonni”: protezione e rifugio, “regressione” difensiva e affettiva.

“Terrazza”: processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, desessualizzazione degli investimenti in atto.

“Stanza da letto”: “condensazione” dell’affettività e dell’intimità, erotismo e sessualità, disimpegno psicofisico e sospensione degli investimenti pragmatici.

“Armi”: organo sessuale maschile e aggressività della “libido genitale”, schermaglie seduttive e funzione penetrativa.

“Letto”: disimpegno psicofisico e rigenerazione, seduzione e intimità, affidamento ed esercizio della “libido genitale”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marsel sviluppa la psicodinamica edipica in tutta la sostanza femminile: la madre è l’oggetto privilegiato del travaglio onirico.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

ANALISI

Marsel esordisce in compagnia del suo alleato, un benefico “alter-ego”, rafforzandosi in questo viaggio onirico in rievocazione della sua sofferenza edipica e della sua emancipazione sessuale. La “sabbia gialla” mantiene l’ambiguità del “deserto” o della “spiaggia”, dell’aridità psichica difensiva del mancato coinvolgimento per l’angoscia implicita o del confine tra la terra e il mare, tra la madre e la dimensione profonda. L’esordio del sogno oscilla emotivamente tra angoscia depressiva e fascino dell’evoluzione psichica.

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.”

Le cariche libidiche sono in attesa d’investimento ed ecco che dal passato si profila ed emerge la “collega”, la figura femminile che trasla la figura materna da giovane, una donna particolarmente bella e aggressiva che colpisce e annienta le cariche sessuali maschili, una donna “assassina” simbolo di bellezza e di seduzione, una donna che gioca bene le sue carte femminili. Importante è notare come il sogno elabora trasformandoli anche i conflitti militari in atto in quella parte del globo terracqueo.

“Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.”

La consapevolezza della bellezza e dell’attrazione erotica comporta una salutare “regressione” al tempo antico e nello specifico quando in casa dei nonni abitava la giovane figlia, la futura mamma di Marsel. La “terrazza” comporta il processo difensivo della “sublimazione della libido” per necessità etiche e per necessità psichiche. Marsel non s’impaurisce di fronte alla bellezza femminile e alle arti fascinose e non le vive come minacce alla sua  sopravvivenza dal momento che mette in atto la rivisitazione del tempo in cui è nata la sua “posizione edipica” e in particolare l’attrazione erotica nei confronti della figura materna. Il sogno non si ferma di fronte al nucleo psichico e conflittuale: tutt’altro! Il sogno si addentra e si dirige verso la radice del vissuto e del fantasma in riguardo all’universo femminile. Marsel ha il coraggio di rievocare la psicodinamica e di riappropriarsi del quadro.

“Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.”

Marsel è ritornato sul luogo del delitto e ha immaginato la mamma giovane e bella come la collega assassina, l’ha immaginata nella stanza da letto, nella sua procacità intima e nel trionfo della femminilità.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

Ecco che ritorna la “collega” assassina; la “traslazione” della madre giovane è provvida per continuare a dormire e per sviluppare la psicodinamica edipica, una collega che li segue con intenti ambigui e non certo pacifici o meglio li insegue e non li segue, perché i due compari sono in fuga. Marsel è stato veramente affascinato, nel bene e nel male, dalla sua mamma e ha vissuto un’adolescenza di vero struggimento dal momento che i pensieri, le fantasie e le emozioni lo hanno “inseguito” in questa tormentata fase psichica della sua evoluzione.

“Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.”

A questo punto si può andare al dunque e al perché: tutti i salmi finiscono in gloria, in vera gloria. Subentrano le “armi”, anzi “diverse armi”, una gamma di organi sessuali maschili, i simboli dell’aggressività erotica deputata alla concretizzazione della “libido genitale”, la penetrazione e il rapporto sessuale. Tutto il quadro psicofisico è assolutamente normale e giusto, oltre che molto bello. Si stanno adempiendo le “scritture psico-evolutive” in un contesto commovente di ricerca e di desiderio. Tradurre in parole il travaglio amoroso di Marsel avrebbe richiesto la penna poetica di Jacques Prevert o di Pablo Neruda e la sensibilità magica di Karl Gustav Jung. E’ affascinante procedere nell’analisi del sogno di Marsel per estrapolare le delicate movenze ispirate dal sentimento dell’amore allo stato puro e dalle sensazioni del piacere allo stato trasgressivo. A questo punto Marsel attende di scegliere l’arma giusta, di crescere e di maturare a livello psicosessuale. Sono gli anni dell’adolescenza e il momento in cui Marsel può e deve operare l’identificazione nel padre per acquisire l’identità psichica maschile. La figura paterna è ipotizzata, ma non è presente nel sogno, mentre il nonno è compreso nella casa dei “nonni”. La figura maschile è presente nel sogno di Marsel sotto forma di amico e di soldati: il primo si traduce “rafforzamento” e i secondi si traducono “libido”. Dopo la giusta e umana sensazione d’inadeguatezza, Marsel ha incarnato e calzato la sua maschilità.

“Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.”

L’amico di Marsel è anche lo specchio che rafforza il suo “Io” e nello specifico la sua identità maschile. Marsel vede se stesso nell’amico dotato di “arma” e rafforza la sua immagine rafforzando il suo “Io”, la coscienza e il gusto di sé. Si evidenzia un residuo di “libido narcisistica” deputata sempre al rafforzamento delle conquiste psichiche effettuate nel cammino della vita. Si evidenzia anche una complicità acrobatica in funzione difensiva da una donna potente e prepotente, la collega assassina o meglio la madre in versione giovane.

“Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.”

Lo strano attentato difensivo è pronto; non ci resta che seguire l’epilogo. Marsel si sposta nell’amico alleato per compiere la missione, ma poi giustamente si riappropria del suo ruolo e del suo compito edipico per cui è costretto a riconoscere la madre e ad acquisire la sua autonomia psichica. Fuori, nel mondo, ci saranno centomila donne da amare. Il simbolo “sparare” attesta il desiderio e l’attrazione sessuale a riprova che Marcel ha in atto un conflitto con la sua bella e affermativa genitrice. Auguri!

“Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono “l’Io, l’Es e il Super-Io”. La “posizione edipica” è dominante e la figura materna occupa uno spazio importante nell’economia psichica di Marsel.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “proiezione”. I processi psichici di difesa richiamati sono la “regressione” e la “sublimazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, cosiddetto volgarmente carattere, manifesta un tratto isterico, conflittualità intrapsichica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche usate sono la “metafora”, la “metonimia”, “l’enfasi”.

DIAGNOSI

La diagnosi è la seguente: psiconevrosi edipica, stato di conflittualità affettiva.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marcel di portare a compimento la relazione psichica con la madre e di risolverla per comporre al meglio la sua sfera affettiva. All’uopo Marcel può ricorrere al recupero della figura paterna o alla sua alleanza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO 

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica di tipo isterico, fobico-ossessivo o d’angoscia con difficoltà relazionali e struggimenti. Il rischio è quello iniziale del suo sogno ossia di trovarsi “in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia” ma senza amico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Marsel prova non soltanto dell’universalità della “posizione edipica”, ma anche di come la cultura incide nella formazione psichica e nei sogni di conseguenza. Il culto della madre è vissuto in maniera intensa dalle popolazioni del basso Mediterraneo. La Sicilia, ad esempio, riassume degnamente questo acritico, mistico e ambiguo attaccamento dei figli alle madri. La diffidenza verso il padre porta a un ridimensionamento del “Super-Io” e di conseguenza alla diffidenza verso le istituzioni politiche e giuridiche, verso lo Stato e il Diritto.

IL VUOTO DAVANTI DI CARMELO

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“Caro dottor Vallone,
ho sognato di salire in montagna e d’incontrare una ragazza.
Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.
Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.
Cosa vuol dire?
La ringrazio anticipatamente e la saluto,
Carmelo T.”

Carmelo è un tipo di poche parole, sogna in sintesi e con forte intensità emotiva. Potevo congedare Carmelo dicendogli che avevo pochi elementi per decodificare il suo brevissimo “resto notturno”, veramente un “resto”. E invece approfitto della richiesta di Carmelo per spiegare come i sogni sintetici sono i più vicini alla nostra verità psichica perché non sono viziati dalla difesa della retorica. E poi, il sogno “spaziale” di Carmelo appartiene a tutta l’umanità ed è fuori dal tempo, almeno nella versione “salire, il vuoto, la caduta.” Questo “resto notturno” appartiene all’uomo primitivo nella versione predatore e raccoglitore, all’uomo evoluto nella versione agricoltore e operaio, all’uomo intellettuale e tecnologico e sicuramente anche a un cane, mio amico, chiamato Ringo.
Ma perché?
Perché questo sogno tratta il tema della perdita, dell’abbandono, della solitudine, del distacco, della morte: il “fantasma della depressione”.
Procediamo con l’analisi dei simboli.
“Salire in montagna” attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”. La “libido” è desessualizzata e viene investita su fini nobili e su obiettivi sociali o spirituali. La “montagna” contiene il senso del sacro e del mistero, va verso l’alto ed è vicina al divino. In quanto si scala comporta fatica e sofferenza, ma alla fine è gratificante questo distacco dal basso e dalla materia. Quest’ultima contiene il corpo e i suoi diritti, la “libido”, l’energia vitale che è il fondamento della Psiche. Carmelo ha qualche conflitto con il suo corpo e con la sua “libido” nello specifico e usa il processo di difesa della “sublimazione” per disimpegnarsi dalle sue difficoltà materiali e dai suoi conflitti psichici.
Si profila immediatamente l’oggetto del conflitto: “una ragazza”. Carmelo si porta in montagna l’universo femminile, il fior fiore della giovinezza, una ragazza non una donna, la primavera della bellezza e della procacità, in ogni caso un simbolo femminile che richiama la “libido genitale”, la sessualità.
“Improvvisamente mi si presenta il vuoto davanti.” Parole semplici e intensamente vissute! Incontra la ragazza e invece di godere al meglio di quest’incontro, Carmelo e il suo sogno non trovano di più opportuno che imbattersi nel “vuoto”, non il “vuoto” e basta, il “vuoto davanti”. Simbolicamente “davanti” condensa l’immediatezza psichica, il problema o il fantasma che occupa la dimensione psichica in quel preciso momento della vita. Carmelo sta vivendo il suo tratto depressivo incamerato nel primo anno di vita, ridestato ed esaltato da qualche evento nefasto della vita. Carmelo sta elaborando il “fantasma della perdita” e del distacco affettivo, il famigerato “fantasma di morte”. Carmelo è in piena crisi perché di fronte al femminile e alla femminilità reagisce con l’angoscia della perdita e della fine, con la caduta della vitalità e degli investimenti della “libido”.
“Mi sveglio con tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto.”
Ecco che Carmelo richiama la superstizione per continuare il suo sogno nella veglia passando da un conflitto psichico a una disgrazia reale. Il sogno è stato sempre investito ed è tuttora ammantato di superstizione, ma quest’ultima è una difesa dal “sapere di sé” che ti può dare un prodotto psichico così personale come il sogno. Il “qualcosa di brutto”, caro Carmelo, si è già profilato: la caduta della libido genitale e l’angoscia della perdita.
“Cosa vuol dire?”
Carmelo teme, “mi sveglio con tanta paura”, d’invecchiare e di perdere la sua virilità, almeno quella potente, dal momento che il sogno non prospetta quella prepotente.
La prognosi impone a Carmelo di prendere coscienza della sua componente depressiva e di vivere al meglio la sua attualità psicofisica. Il sogno invita con le sue paure a vivere meglio il tempo presente e le sue possibilità. Carmelo deve ben calibrare la sua “libido genitale” e non farla tralignare nella “libido narcisistica” ossia deve vivere meglio l’universo femminile e affidarsi in maniera generosa alle donne.
Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il maligno nucleo psichico emerso e nell’evoluzione infausta nella sindrome depressiva con la caduta della qualità della vita e della vitalità, oltre che delle relazioni.
Riflessioni metodologiche: che cos’è la depressione e come si manifesta in sogno. Il sogno di Carmelo è classico e universale. Cambia razza, cambia cultura, cambia latitudine, cambia prospettiva, cambia tutto quello che vuoi, ma la “caduta nel vuoto” o il “vuoto davanti” resta il classico simbolo della depressione o del tratto depressivo o della dimensione depressiva. Rientra nell’assoluta cosiddetta “normalità” avere incamerato un “fantasma di perdita”, un rudimento sensoriale e percettivo nei primi mersi di vita e durante il primo anno di vita: la “posizione depressiva” di Melania Klein, conseguente alla “posizione schizoparanoide”. Di poi, nel corso evolutivo della vita l’economia e la dinamica psichiche ridestano il nucleo depressivo per cui si è costretti a rielaborarlo e a razionalizzarlo. L’età matura impone la presa di coscienza dell’istanza depressiva e del fantasma collegato.
Ringrazio Carmelo per la sua meravigliosa sintesi di una sindrome pesante e pericolosa e non mi resta che ricambiare i saluti con immenso piacere.
Alla prossima e “ad maiora”!

SAPERE DI SE’ E SUBLIMAZIONE NARCISISTICA

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“Donna Felicita sogna di vivere in una casa molto grande, ma che conosce soltanto in parte. Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.

Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento. Pensa che vive in una casa proprio bella.

Quelle stanze sono grandi, molto ben arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

NOTE TEORICHE INTRODUTTIVE
Il “sapere di sé”, il calore dell’aver gusto di sé, differente dalla freddezza dell’autocoscienza”, non è esaustivo e, quindi, non è mai esaurito. L’uomo è un animale che tende alla migliore consapevolezza possibile al momento esistenziale dato. Questa caratteristica lo eleva convenzionalmente a un livello superiore nella scala dei viventi, ma lo rende passibile d’angoscia nel momento in cui s’imbatte con la problematica depressiva della morte. Tra gli stessi uomini, di poi, si pone una gerarchia in riguardo alla “coscienza di sé” e si creano delle differenze definite culturali e civili, economiche e politiche, sociali ed etniche. Le esasperazioni in tal senso definiscono il “razzismo” e le ideologie che giustificano storicamente il “primato” di un individuo o di un popolo. “Il capo è colui che sa di sé” e possiede la verità, quindi si deve seguire perché ci condurrà alla vittoria. Il popolo che segue il suo capo è “eletto”. Questo è un tragico pericolo di cui, purtroppo, la storia è piena e che si evolve dai clan alle tribù, dalle monarchie agli imperi, dalle dittature alle demagogie. Come si diceva, il “sapere di sé” non è mai assoluto e rigido, non è mai fisso e stereotipato. Il “gusto di sé” è “in fieri” in quanto l’organizzazione psichica che lo vive e lo gode non è mai completa di sua natura ed esaurita di sua essenza. L’elettroencefalogramma piatto estingue totalmente qualsiasi organizzazione psichica o “formazione reattiva”, il volgare “carattere”. I limiti del “sapere di sé” sono anche i limiti del sogno o “resto notturno”, in quanto una gran parte di esso sfugge alla nostra consapevolezza sia come memoria e sia come comprensione. Chissà cosa ci succede a livello psichico quando dormiamo. Questa ignoranza ci rende umanamente pregevoli e non ci illude di essere divinità mortali. Tutti aspiriamo a “sapere di noi”, ma l’impresa è possibile se oggettivata di fronte a un ascoltatore o a un interlocutore. Se poi quest’ultimo è competente, ci avviciniamo maggiormente a una comprensione oggettiva. Il miglior “sapere di sé” è stato elaborato storicamente dalla metodologia antropologica attribuita a Socrate per quanto riguarda la componente civile e politica, dalla “Psicoanalisi” per quanto riguarda il materiale profondo da portare alla luce della ragione superando le “resistenze”. Altre metodologie psicosociologiche ben vengano se hanno una funzione antropologica di sostegno e di soccorso, di maturazione e d’integrazione di parti psichiche rimosse o rifiutate. L’uomo è animale sociale, scriveva il grande Aristotele, per cui il relazionarsi e il confrontarsi sono una buona terapia esistenziale finalizzata sempre al “sapere di sé”, al gusto amoroso di sé. Del resto, la “resistenza” a conoscersi comporta la “noia”, la psicopatologia del pensiero desiderante. La “rimozione” delle nostre possibilità, “avrei potuto fare” o “avrei potuto essere”, non merita il rimpianto, ma si deve evolvere in un incentivo al cimento. La coscienza del “non nato di sé” evoca il “dolore” per quello che potevamo essere e non siamo stati, ma il “dolore del non nato di sé” abbisogna di “compensazione” sociale o di “sublimazione” nel bello o di rafforzamento del senso del fascino o d’introduzione al senso del mistero.

IL SOGNO DI DONNA FELICITA

La “casa molto grande” è una buona consapevolezza narcisistica della propria organizzazione psichica. Donna Felicita sa globalmente di sé ed esibisce una buona autostima, un prospero senso dell’”Io”, un attaccamento amoroso alla sua persona e alla sua personalità, una buona identificazione e una altrettanto buona identità, un ottimo “amor fati”, amore del proprio destino. Ma donna Felicita non è semplice: tutt’altro! Donna Felicita ha una sua complessità ordinata e fascinosa, in primo luogo a se stessa, tant’è vero che questa sua “grande” e bella casa psichica la “conosce soltanto in parte”.
Perché?
Come si concilia la “casa molto grande” con una parziale conoscenza?
Il primo “perché” si attesta sul fatto che donna Felicita ha forti “resistenze” alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso, si pasce del presente psichico reale e in atto, è dedita al pragmatismo del vivere. Donna Felicita sente e sa che vale e che può, sa che è una bella e capace persona, ma disdegna l’approfondimento analitico della sua formazione a favore di uno sguardo d’insieme che a volte può rasentare il coinvolgimento relativo e la partecipazione limitata. L’ottimismo e la fiducia sono le belle doti di donna Felicita e la portano a una buona autostima senza la necessità di spaccare analiticamente e maniacalmente la psiche nelle mille tessere di un puzzle. Donna Felicita rappresenta l’elogio dell’imperfezione analitica. Del resto, quando l’analisi eccede, fa più male che bene e diventa un gusto intellettuale o una dipendenza che non serve a vivere meglio e in maniera tanto meno autentica.
Ricapitolando: donna Felicita è consapevole di essere una bella e buona persona, ma sa che non si conosce in tutto e per tutto; in questo stato imperfetto ha trovato il suo equilibrio fascinoso con se stessa. Pur tuttavia, sa che è molto di più di quello che è in atto e sublima questa “ignoranza di sé” nella bellezza narcisistica.

“Infatti, sta sempre nelle stesse stanze, come se avesse dimenticato il resto.”

Donna Felicita ha rimosso per difesa parti di sé che non ha voluto conoscere e sperimentare, ha la consapevolezza che si è accontentata delle sue doti e delle sue virtù “e più non dimandare”, come disse il sommo poeta Dante Alighieri nella sua commedia divina. Donna Felicita è sicura nel “già visto” e nel “già fatto” e nel “già vissuto”. Donna Felicita è un “dejà”, vive il conflitto del “non nato di sé”, di quel potenziale avvertito come possibile e mai fatto nascere. Il “non nato” comporta il “dolore” che donna Felicita sublima perché “Pensa che vive in una casa proprio bella.” Ma la psicodinamica legata al “non nato di sé” è strettamente legata al “dolore”, un dolore pacato e non doloroso, un rimpianto benefico e accettato come possibilità esistenziale non adeguatamente esperita. La lezione del professor Diego Napolitani, teorico e pratico della “Gruppoanalisi”, vuole che al “sapere di sé” sia collegato il “dolore per il non nato di sé”. Quindi, l’autocoscienza lenisce l’angoscia, ma lascia il “dolore” che poi viene sublimato narcisisticamente nel senso del bello.

“Solo a volte le capita di entrare in queste stanze “dimenticate” e ciò suscita in lei un certo compiacimento.”

Alla vertigine del poter essere e del non essere stata, donna Felicita reagisce difendendosi e richiamando senza regredire la “libido fallico-narcisistica della “fase” evolutiva corrispondente.

Le stanze “dimenticate” evocano tutto il meccanismo di difesa della “rimozione”. Donna Felicita le ha visitate e le ha esperite, di poi ha chiuso queste stanze. Ma quali stanze della sua “casa” donna Felicita ha chiuso e dimenticato e ogni tanto compiaciuta va a rivisitare?

La “casa” è simbolo dell’organizzazione psichica in atto e le “stanze” rappresentano le qualità psichiche. La camera da letto condensa la gamma dei sentimenti e l’intimità relazionale, il bagno rappresenta l’intimità sessuale e il sistema delle pulsioni, la cucina è gravida di ogni tipo di affettività, il ripostiglio è il luogo della “rimozione”, la sala da pranzo rappresenta le relazioni affettive, lo studio contiene l’intelletto e i “processi secondari”. La casa si forma secondo l’evoluzione degli investimenti della “libido” nei primi cinque anni di vita e in base alla risoluzione del rapporto con i genitori, la “posizione edipica”. Le stanze di donna Felicita sono complesse.

“Quelle stanze sono grandi, molto bene arredate, sembrano quelle di una casa nobiliare, ma sono vergini, non vissute e il che le rende misteriose.”

Si tratta di sfere psichiche di esperienze e di vissuti non sostenuti e adeguatamente portati avanti, per cui dopo sono stati rimossi e quando escono dalle maglie della “rimozione” sono sublimate e avvolte da benefico “narcisismo”.

Stanze “vergini”, stanze non deflorate, stanze viste ma non vissute, pensate ma non praticate, fantasie di bambina o “sogni a occhi aperti”. Ritorna il “non nato” e il “non vissuto” con il suo carico inevitabile di dolore sublimato narcisisticamente nel fascino della bellezza.

La prognosi impone a donna Felicita di mantenere questo equilibrio estetico fatto di amor proprio e d’autostima. E’ opportuno rafforzare con l’autocoscienza e di compensare sempre narcisisticamente a giuste dosi questo suo volersi bene.

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare del dolore nell’angoscia nel momento in cui viene a mancare l’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

Riflessioni metodologiche: la “sublimazione” e il narcisismo” secondario”. La prima è, più che un meccanismo di difesa dall’angoscia, un “processo”, alla luce della sua complessità. La “sublimazione”, secondo Freud, si attesta in una deflessione di cariche di “libido” dagli originari fini istintuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili. Il “narcisismo secondario” è caratterizzato da un ripiegamento sull’Io della “libido” sottratta ai suoi investimenti oggettuali. Tale carica converge sull’”ideale dell’Io”, una parte del Super-Io, vissuto come un oggetto esterno. L’Io si può considerare come il dispensatore della “libido” sugli oggetti, essendo comunque sempre pronto ad assumere su di sé la “libido” che da lui rifluisce. Il sogno di donna Felicita coniuga senza vergogna la nobiltà del sacro con l’amore di sé.

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

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Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!