LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

L’ALFA 159

TRAMA DEL SOGNO

“Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

Questo sogno appartiene a Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.”

La “strada” non è il cammin di nostra vita dove ci si ritrova soli e morti di fame a trentacinque anni perché la dritta “via” è smarrita.

La “strada” non è la “via” ben definita e artefatta da percorrere con l’eleganza barocca della civiltà e l’orgoglio noncurante dell’uomo in frac.

La “strada” è il simbolo della vita disinibita e triste della gioventù bruciata degli anni cinquanta: vedi James Dean.

La “strada” è il simbolo della vita spericolata di Vasco che cerca l’esagerazione e la finzione dei film recitati secondo il copione del “chi se ne frega” del tutto e della parte dietro la spinta opportuna e maliarda delle pasticche al mentolo.

Pasolini Pier Paolo era particolarmente affascinato dalle psicodinamiche che si giocavano nelle “strade” delle periferie urbane, Roma nello specifico, tra la peggio gioventù e il resto del mondo: vedi “Ragazzi di vita”.

La “strada” non ha riferimenti nel suo essere omogenea e generica, ma possiede tutta la precisione delle vite vissute senza regole o con la regola di non avere regole, una vita senza le ingiunzioni restrittive del “Super-Io” individuale e collettivo, un’esistenza acrobatica e da circo, esibita sul trapezio e senza rete.

La “strada” è la vita da vivere senza protezione e senza recinti, per quello che viene e succede, la vita senza la volontà di fare e di brigare e soltanto con l’estro masochistico di godere subendo e possibilmente di sopravvivere alla meglio o alla meno peggio.

La “strada” è il simbolo dell’esistenza coatta e dell’uomo coatto delle borgate brutte e senza senso, è il luogo filosofico e letterario di Heidegger, di Sartre, di Camus, è il luogo sensuale della splendida e fascinosa Juliette Greco.

La “strada” è il luogo patetico di Federico, nelle argute e variopinte vesti di Zampanò e di Gelsomina Di Costanzo, dove si consuma la violenza e l’ingenuità con la stessa drammatica indifferenza del conte Ugolino.

La “strada” è il “topos” della buona democrazia quando si sposa con la capricciosa anarchia: Rousseau e Bakunin in congresso e senza Grilli in testa.

La “strada” è un succulento teatro dove far giostrare i migliori simboli della nostra esistenza e della cultura che ci ha impregnati, nostro bengrado e nostro malgrado.

E così, cari marinai, Oneiro si trova “per strada”, nel coacervo delle simbologie suddette e in un momento specifico della sua vita e del suo vivere, si ritrova dentro la sua esistenza psicofisica alla ricerca delle ragioni introvabili durante le crisi di senso e di significato.

E in questa “strada” sacra e laica Oneiro si lascia “rapire” da due ragazzi sessualmente brillanti e dotati di “un’Alfa 159”. La competizione e l’invidia vertono sulla sessualità e nello specifico sugli organi sessuali, sulla virilità e sull’estetica maschile, sulla potenza del motore, sulle cariche della “libido”, una “libido edipica” competitiva e intenzionata all’altro, una “libido narcisistica” intenzionata a se stesso.

Oneiro “viene rapito” da due ragazzi con una macchina di gran lusso e di gran classe, “un’Alfa 159” e non una Fiat 500. Traduco: Oneiro si perde nei suoi desideri di essere bello e possente, si perde nei suoi sentimenti di rivalità, ridestando e riesumando la sua vanità e la competizione con il padre, la prima figura maschile con la quale è entrato in contatto durante la sua infanzia e con la quale ha ingaggiato una dialettica naturalmente aspra per la sua contrastata evoluzione psicofisica.

Oneiro condensa nei due ragazzi dotati di “Alfa 159” la sua figura e la figura paterna, quel padre che nell’infanzia e nell’adolescenza ha vissuto ed elaborato durante la “posizione psichica edipica”, al fine di identificarsi al maschile e di vivere la sua autonomia evolvendosi nella “posizione psichica genitale”, quella in cui si riconosce l’altro e ci si dona anche sessualmente per andare al massimo e a gonfie vele.

“Rapito” si traduce simbolicamente “sono preso dai miei ricordi e desideri”, sono preso da me stesso e dai miei vissuti, mi perdo nelle esperienze vissute, ma soprattutto significa sono in balia delle mie emozioni e dei miei sensi.

I “due ragazzi” si traducono simbolicamente in un rafforzamento della figura paterna e della virilità, gli oggetti del desiderio invidioso.

“L’Alfa 159” rappresenta simbolicamente l’apparato sessuale, proprio per il riferimento agli automatismi neurovegetativi che lo contraddistinguono e governano. Ricordo ancora che l’autovettura richiamata è di gran lusso e di grande potenza per essere una berlina, oltretutto è una Alfa Romeo, una macchina elegante e potente che tanto si presta al simbolismo del “narcisismo” sessuale.

Ritraduco in sintesi: Oneiro è tutto preso emotivamente dalla bellezza e dalla potenza della funzione sessuale.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.”

Il vissuto suddetto sulla bellezza e potenza della funzione sessuale è contrastato e non si snoda in maniera lineare. Il “narcisismo e l’edipico” sono rissosi coinquilini e non si sono ben spiegati e, di conseguenza, ben capiti in questo condominio aristocratico del quartiere Mazzarona in Siracusa. Si rileva che il numero “due” è presente nello spazio esterno, “due ragazzi con un’Alfa 159”, e nello spazio interno, “nel bagagliaio con altre due persone”. Il numero “due” condensa simbolicamente e di base la relazione e la coppia. Oneiro, infatti, è in relazione con se stesso, “posizione narcisistica”, e con le figure genitoriali, “posizione edipica”. Di grande interesse è l’emergere del simbolismo materno, dopo quello paterno, “nel bagagliaio”, dove Oneiro si mette e si lascia mettere da una figura materna possessiva e seduttiva. Oneiro, oltre al padre virile e prestante, oggetto degno di desiderio e d’invidia, manifesta una madre soffocante che poco concede alla libertà del figlio, una donna che non insegna e favorisce la sua autonomia psicofisica: “io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto”. Oneiro si trova tra il padre e la madre, come da piccolo nel rifugio del loro lettone, e sta cercando le strategie efficaci e indolori per subire il minor danno psicofisico possibile da queste figure che lo supportano anche secondo i loro bisogni, meglio secondo i bisogni che il figlio individua e proietta nei suoi genitori. La parabola significa che Oneiro descrive i genitori secondo il suo evangelo in un momento evolutivo preciso, il passaggio dalla “posizione narcisistica” alla “posizione edipica”. In questo trambusto Oneiro spezza una lancia nei confronti della madre e la compone “in un cofano molto spazioso” dove riesce “perfino a togliersi il giubbotto”, a fare a meno di una quota d’affettività in sovrappiù e di una serie di difese inutili. Oneiro gestisce bene la funzione psichica materna e si conosce al punto di dispensarla nelle giuste dosi e senza maturare danni.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.”

Decodifico subito per una migliore chiarezza: “riesco a liberarmi in parte dalle dipendenze psicofisiche materne e ad assumere il mio ruolo di figlio per passare all’elaborazione della figura paterna e al mio “complesso di castrazione”, un “fantasma” maturato nel vissuto conflittuale del padre per l’appunto. Oneiro ha sistemato alla bene meglio la madre e può passare “a parlare con i rapinatori”, a elaborare quella “parte psichica di sé” che lo lega in maniera ambivalente al padre, a risolvere la sua “posizione edipica” in riguardo al versante maschile, il “topos” verso il quale dovrà orientare la sua identità psichica tramite un’operazione contrastata d’identificazione. Oneiro è consapevole del bisogno di autonomia psicofisica, “bisogno di respirare meglio”, non nega o rifiuta il padre, ma gli chiede una collocazione discreta e non invasiva. Insomma, Oneiro è in piena risoluzione della sua “posizione edipica” e, nello specifico, si trova nella “strada” che porta al riconoscimento del padre dopo averlo ucciso e onorato, dopo aver reagito con aggressività per maturare il senso di “castrazione”, dopo aver reagito con remissività per maturare il bisogno affettivo di dipendenza. E così Oneiro è cresciuto e si è guadagnato i galloni di un figlio che riconosce il padre e la madre e può degnamente guardare narcisisticamente all’evoluzione del suo “Io”, quell’amor proprio che non guasta mai e che non si deve smarrire anche percorrendo le “strade” più impervie dell’esistenza.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.”

Purtroppo la “strada” presenta qualche buca di troppo e la “via” regolare non è così spedita come nel finale dei film più belli. Tutta colpa di un volgare “pedone” che “si avvicina” per chiedere “informazioni”. Oneiro non è convinto di sé e della sua persona, soprattutto non è sicuro della sua formazione sessuale. Avverte con animo perturbato e commosso che fuori dalla “macchina” qualcosa non gira bene e che gli affetti non si coniugano a dovere con l’esercizio della “libido”. La “macchina” è in distonia e opposizione con la “deambulazione”, l’esercizio del vivere nella quotidianità. Ed è anche tutta colpa “dell’autista”, del padre e dell’Io di Oneiro, se l’organo sessuale, la “pistola”, allargata alla vitalità erotica, se ne impipa dell’esercizio affettivo, se il sentimento d’amore esula dalla pulsione aggressiva e dall’attrazione sessuale. Oneiro non ha maturato il “narcisismo” nella “genitalità”, è rimasto fermo al conflitto “edipico” e alla competizione funesta con il padre e, per risolvere la sofferta psicodinamica, è regredito alla “posizione psichica narcisistica”, ha rielaborato il culto di sé e della sua potenza virile: io non mi innamoro e non mi lego, tanto meno mi dono. Oneiro è continuamente in fuga da se stesso e dal coinvolgimento affettivo, dal momento che privilegia se stesso e la propria immagine virile. La “posizione edipica” è stata risolta a metà e non è stata portata a buon fine: “l’autista spara due colpi al petto” e poi fugge. Oneiro rifugge e il suo “Io” dispone la strategia del non coinvolgimento per difesa: meccanismo psichico del “disinvestimento”. Oneiro evita in tal modo “l’angoscia di castrazione” e persiste nel nulla risolto e nel tutto rimandato. La pena è la mancata crescita umana, più che sessuale.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

La sparatoria continua come nei migliori film western degli anni cinquanta a marca americana “L’autista”, ormai, è un conclamato assassino di incauti pedoni che si avvicinano per avere quelle informazioni o, meglio, quelle giuste consapevolezze su quello che sta accadendo nella “strada” e nei suoi dintorni. Oneiro vuole “sapere di sé” e dei suoi trascorsi psichici che si stanno riverberando nella sua attualità esistenziale e manifesta apertamente che la psicodinamica “edipica” non è ancora risolta e che tende a ripresentarsi sul suo elegante teatro psichico. L’Io di Oneiro tende alla fuga, usa meccanismi psichici di difesa dall’angoscia, come “l’evitamento” e “l’isolamento”, che equivalgono a “disinvestire” e a “spostare la libido”, a richiamare la “posizione psichica narcisistica” e “anale” e a scaricare aggressività sul mondo umano in cui vive e che lo circonda. Si conferma la tesi che Oneiro non progredisce verso la “posizione genitale”, ma inverte la rotta e regredisce a espressioni psichiche vissute e sperimentate. Non è, di certo, vietato istruire queste operazioni difensive, ma non è la giusta e proficua evoluzione psichica semplicemente perché Oneiro sposta la conflittualità dalle figure edipiche dei genitori alle figure che popolano il suo mondo sociale e alle relazioni importanti. Oneiro è sempre con la pistola in pugno, pronto a sparare e a fuggire per non incorrere nella punizione della legge e dei carabinieri, del suo “Super-Io”. La complicità con se stesso è la conferma della bontà temporanea della strategia difensiva. La condivisione comporta la persistenza nell’errore e nell’angoscia di perdere i pezzi della sua funzione sessuale: “insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.” Il “silenzio” non è quello degli innocenti, ma quello degli psicoastenici, le persone che vivono la debolezza psicofisica come sindrome di convenienza, che conoscono il segnale del prevalere dello svantaggio sul vantaggio, che sanno che lo svantaggio si “sublima” in un vantaggio finale tramite l’attenuazione dell’angoscia del coinvolgimento e degli investimenti di “libido”. L’immaturità psichica da mancata risoluzione della “posizione edipica” e “regressione” alla “posizione narcisistica” con tinte “anali” e in evitamento della “posizione genitale” è la psicodiagnosi del sogno di Oneiro. Questa strategia psichica non fa vivere male, ma non è il massimo della goduria, è sempre un vivere nell’incompletezza e nella precarietà della solitudine.

PREGHIERA ALLA MADONNA

Ieri pregavo in chiesa la Madonna…e ho capito…mi ha aiutato a capire. La situazione contingente d’isolamento totale dai miei cari ha per me una funzione potentissima: mi serve a capire la mia vera essenza, il mio valore, il mio fine intrinseco. Cioè non nelle relazioni, non Giulia mamma di Marco, figlia di Anna, compagna di Michele…Io non valgo per ciò che valgo nelle relazioni, ma per ciò che sono. Non è l’importanza che rivesto per loro che mi dà valore. Non valgo di più o di meno di qualcuno, ho semplicemente un mio valore intrinseco, svincolato dagli altri. E ciò che sono posso capirlo solo nel momento in cui mi stacco da tutti e invece di guardare loro con il binocolo, guardo me con il microscopio. Via tutti da torno e m’immergo.

Sono stata in uno stagno, dove da fuori mi veniva buttato il mangime…io lo chiedevo con le preghiere alla Madonna e lei me lo dava con pazienza, aspettando che io avessi il coraggio di immergermi nel mare grande.

Nel mare ci si arriva attraverso il cuore, come il velo di Maya, è attraverso il cuore che si può squarciare e unirsi al tutto. Ma prima di unirmi al tutto, io devo capire esattamente chi sono, sentire la mia come singolarità e non solitudine…altrimenti nel mare mi spavento e mi perdo. Devo sentire fortissimo chi sono.

La Madonna, che io amo, mi ha detto sostanzialmente…ti ho dato gli strumenti, o meglio, ti ho aiutato a vederli e tenerli vivi, ora usali e va…

Ho capito…questo momento contingente si declina su di me con questa connotazione positiva…ha la sua funzione o semplicemente mi ha aiutato a riconoscere la mia strada…

Non so cosa troverò, ma so che la mia vita ha senso solo attraverso questo passaggio stretto dentro al mio cuore per poi, forse, se sarò brava, rinascere al di là nel mare grande…

Una rinascita… come tutte le nascite, attraverso un condotto stretto verso la luce…

Giulia

Conegliano, martedì 17 del mese di Marzo dell’anno 2020

SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

LA MATERNITA’ CONTRASTATA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo in strada con la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto.
Nevicava all’imbrunire e tutto intorno era bianco.
La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.
Guidavo questa macchina sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada e io andavo avanti a passo d’uomo.
Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.
A questo punto mi sono svegliata.”

Il sogno è firmato Vartan.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Sulla fenomenologia psicosomatica dell’esperienza unica ed eccezionale della maternità si è detto nell’interpretazione di altri sogni, ma è pur vero che non si è detto mai abbastanza perché emergono dai simboli sempre le mille sfaccettature e le altre mille emozioni dell’individualità materna.
La madre è una persona che ha maturato una “organizzazione psichica reattiva”, ha evoluto una storia e un carattere, ha vissuto le sue esperienze in famiglia e in società, ha incamerato schemi culturali e religiosi, ha elaborato propensioni e sensibilità. Questa individualità unica ed eccezionale s’imbatte in una esperienza, altrettanto unica ed eccezionale, fondendo il proprio materiale psichico con l’altrui corredo e vivendo la maternità secondo le linee guida di questo complesso psico-culturale.
I sogni sulla maternità si distribuiscono tra il personale e il collettivo e non sono mai identici perché si differiscono per quel qualcosa, in più o in meno, apportato dai “fantasmi” individuali e dagli “archetipi” della Madre, della Vita e della Morte.
Il sogno di Vartan non deroga da questa norma e mostra la sensibilità della protagonista in riguardo alla maternità e alla colpa.
Procedere con chiarezza nella decodificazione è il mio gradito proposito e compito.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovo in strada con la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto.”

Vartan si riferisce espressamente alla sua vita sessuale nei simboli della “macchina” e dello “scooter”, la “mia” macchina secondo la consapevolezza di una donna che ha maturato il suo essere femminile nei versanti biologici e psichici.
Il rafforzamento della sessualità finalizzata alla maternità è evidente nella forma dello “abitacolo aperto”, un ricettacolo e un contenitore secondo simbologia di grembo, così come la coscienza della vita sessuale ed erotica si trova nel simbolo, solitamente maschile, dello “scooter”. Vartan manifesta sin dall’inizio del sogno la consapevolezza della sua vita sessuale e della sua potenziale maternità. In questo settore ha le idee chiare e non è seconda a nessuno.

“Nevicava all’imbrunire e tutto intorno era bianco.”

Si rafforzano e si precisano i simboli della maternità in “nevicava” e nello specifico la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella dolce, suadente ma oppressiva, quella che copre e protegge ma non fa crescere. Se poi nevica “all’imbrunire”, il simbolo si completa con il crepuscolo della coscienza. Vartan è una donna agli sgoccioli con la possibilità di diventare madre o addirittura è già in menopausa per cui la “nostalgia” è evidente. Il “dolore del ritorno” è ancora più feroce se il ritorno è impossibile. Vartan insiste sulla maternità benevolmente oppressiva nell’immagine di un paesaggio psichico totalmente “bianco”, un simbolo di innocenza e di ignoranza, di infanzia e di uniformità affettiva. Vartan si emoziona di fronte al tema della maternità senza note emergenti, si perde sul “fantasma” di una madre indistinta.

“La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.”

Questa scena onirica si oppone alla precedente e rivela una Vartan interessata in prima persona e tanto presa dalla maternità. Il sogno, si sa, procede per contrapposizioni a volte anche apparentemente assurde.
La “strada” rappresenta simbolicamente il cammino dell’esistenza più che della generica vita, la soluzione a un problema importante lungo il cammino dell’essersi “posto fuori da una dipendenza”. E’ questo il significato etimologico e simbolico della parola “esistenza”, avere acquistato autonomia psicofisica con il rischio della solitudine e con la vertigine della libertà.
Nella sua attualità psichica Vartan ha la sua maternità diffusa e traboccante: “la strada era coperta di gattini”. Il senso materno, la “maternalità”, di Vartan è chiamata direttamente in causa con la simbologia dell’essere “occupata prima”, “preoccupatissima”, tutta presa da una dilatazione dello spazio psichico messo a disposizione sempre in riguardo alla maternità. Vartan è inquieta e in apprensione di fronte a questo tema classicamente femminile e filogenetico.
Il “gattino” condensa il figlio appena nato, mentre la gatta contiene la femminilità. Tanti “gattini” rappresentano iperbolicamente il problema delle tenerezze verso i figli e dell’apprensione per la loro condizione di creature indifese.

“Guidavo questa macchina sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada e io andavo avanti a passo d’uomo.”

La vita sessuale di Vartan si è ispirata con giudizio alla maternità, è stata vissuta ed agita con la giusta attenzione per un’eventuale gravidanza e soprattutto se indesiderata: “guidavo questa macchina”. “Guidavo” riguarda la funzione dell’Io di deliberare e di decidere in riguardo alla sessualità e alla maternità: la “macchina” e “questi gattini”.
“Sbirciando” dà proprio il senso di una considerazione costante e di un tenere presente la possibilità della maternità nel fare sesso. “Sbirciare” deriva dal latino “eversis oculis”, italiano guercio, colui che guarda con occhi storti, simbolicamente colui che tiene sempre presente un tema senza occuparsene in maniera diretta. Vartan manifesta un’ambivalenza psichica sulla sua maternità, la desidera e la teme, la pensa e l’accantona, la considera e
l’allontana. Eppure “i gattini” sono la sua gioia nell’essere gioiosi. E’ questo il senso e il significato di “giocavano e occupavano tutta la strada”.
“Io andavo a passo d’uomo” rappresenta la cautela di Vartan nell’essere madre e la sua tutela della maternità. Vartan è una donna responsabile nelle questioni delicate, non corre, non si butta, ma procede con la migliore consapevolezza possibile.

“Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.”

Ecco il trauma di “realtà psichica” o di “realtà reale”!
Vartan ha subito violenza nella sua maternità da parte di un uomo improvvido e infausto che ha ucciso “i gattini”: “una macchina dal lato opposto”. La “realtà psichica” è quella di una colpa nei riguardi della sua possibilità di essere madre, la “realtà reale” vuole che Vartan abbia subito un aborto o vi abbia fatto ricorso per costrizione: “vada piano per non uccidere i gattini”. “Lampeggio per segnalare che vada piano” dà il senso del rischio di gravidanza nell’amplesso sessuale sfrenato e della consapevolezza della donna della possibilità di una gravidanza indesiderata. Tanta sensibilità materna si squaderna sulla “libido” e sulla “posizione psichica genitale” senza lasciare supporre se Vartan ha realizzato o meno la sua maternità.

PSICODINAMICA

Il sogno di Vartan sviluppa la psicodinamica della maternità contrastata, un’esperienza desiderata e temuta da cui traspare un senso di colpa dal contenuto non meglio identificato. Vartan può aver subito l’imposizione da parte del maschio del rischio di una gravidanza o può aver vissuto una gravidanza indesiderata che poi non è andata a buon fine.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Vartan esibisce le seguenti istanze psichiche:
l’Es pulsionale e rappresentazione primaria dell’istinto e basato sul “principio del piacere” in “Nevicava” e in “La strada era coperta di gattini e io ero preoccupatissima.” e in “per non uccidere i gattini,
l’Io consapevole e vigilante su base razionale e basato sul “principio di realtà” in “Guidavo questa macchina” e in “mi trovo” e in “io andavo avanti” e in “lampeggio per segnalare”,
il Super-Io censurante e morale con il senso del limite e basato sul “principio del dovere” in “che vada piano”.
Il sogno di Vartan mostra le seguenti “posizioni psichiche”:
“genitale” in “La strada era coperta di gattini” e in “sbirciando questi gattini che giocavano e occupavano tutta la strada” e in “che vada piano per non uccidere i gattini.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Vartan si serve dei seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “macchina” e in “scooter” e in “gattini”,
lo “spostamento” in “nevicava” e in “guidavo” e in “sbirciando” e in “lampeggio” e in “uccidere”, la “drammatizzazione” in “Arriva una macchina dal lato opposto e lampeggio per segnalare che vada piano per non uccidere i gattini.”, la “figurabilità” in “la mia macchina che aveva un’altra forma, una sorta di scooter con l’abitacolo aperto”.
Il sogno di Vartan non usa il processo psichico della “sublimazione della libido”, mentre il processo della “regressione” è presente nella psicodinamica della funzione onirica: le allucinazioni e i modi di espressione primari, il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Vartan offre un marcato tratto “genitale” in una cornice
“fobico-depressiva”, sensibilità alla colpa e angoscia di perdita: una “genitalità” drammaticamente vissuta in maniera contrastata.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Vartan esibisce le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “scooter” e in “strada” e in “gattini” e in “guidavo”, la “metonimia” o nesso logico in “nevicava” e in “imbrunire” e in “strada” e in “sbirciando” e in “lampeggio”, la “iperbole” o esagerazione in “la strada era coperta di gattini”.
Il sogno di Vartan non si serve della “enfasi” o forza espressiva, della “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa, della “antonomasia” o elogio selettivo, della “enfasi” o forza espressiva.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un drammatico conflitto in riguardo alla maternità, un vissuto ambivalente e associato a un senso di colpa. Il sogno evidenzia un “fantasma di morte” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Vartan di recuperare e organizzare i vissuti e i fantasmi in riguardo al suo essere madre e di procedere verso una buona razionalizzazione. E’ opportuna in questo caso anche la “sublimazione” dell’eventuale trauma nel sentimento d’amore materno e nell’adozione di un bambino. La cura amorosa verso gli animali rappresenta anche la “traslazione” e la riparazione idonee in remissione del senso di colpa.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella recrudescenza del senso di colpa e nella riedizione del trauma con psiconevrosi fobico-ossessiva e crisi di panico, nonché una sindrome depressiva di medio spessore.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Vartan è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul realismo narrativo.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Vartan, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Vartan, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Vartan si attesta nella riedizione di un sentimento materno o nella semplice visione di un neonato e di un bambino.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Vartan è drammatica-narrativa. L’autrice vive la trama con una certa qual ansia e apprensione.

REM – NONREM

Il sogno di Vartan si è svolto nella seconda o terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Domina nel sogno di Vartan il senso della “vista” che viene specificatamente richiamato e allucinato in “tutto intorno era bianco” e in “sbirciando” e in “lampeggio”. Una cospirazione sensoriale si rileva in “preoccupatissima”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione del sogno di Vartan.

Domanda
Vartan vuole e non vuole figli. E’ così?

Risposta
Ho scelto un maschio per un tema femminile appositamente per ricevere questo tipo di domande. Un maschio è “naturalmente” superficiale sul tema della maternità. Vartan ha un senso spiccato della maternità, ma, come tutte le donne, vive il conflitto tra la vita e la morte, tra la gioia e il dolore. Il trauma subito completa l’opera acuendo il contrasto.

Domanda
Nell’esperienza della maternità quanto incide la figura della madre?

Risposta
Le madri usano assistere le figlie specialmente nel primo parto, quasi a consegnare la continuità della Specie e a passare il testimone della vita in questa reale staffetta. Inoltre, la figura materna incide in maniera direttamente proporzionale all’identificazione che la figlia ha operato in lei nel passaggio psicofisico da bambina ad adolescente. La madre influisce in base a come la figlia ha risolto il conflitto edipico e ha lasciato il padre alla legittima moglie. A livello ontogenetico e filogenetico l’archetipo “Madre” è il principale attore e l’ineliminabile personaggio di questo psicodramma.

Domanda
Non ho capito l’ultima cosa che ha detto.

Risposta
Tutto si origina da un “principio femminile”. Il “principio maschile” a livello di origine e di amore della Specie è implicito e subordinato. La femmina a livello organico è più ricca e complessa del maschio. Il corpo di una donna include tutta una serie di orologi biologici e chimici che gli consente il primato tra i viventi. Non è un caso che è più longeva del maschio.

Domanda
Archetipo?

Risposta
E’ un simbolo universale, una forma primaria e valida per tutti gli uomini al di là delle razze e delle culture, dei paralleli e dei meridiani. La dea “Madre” ha origini antichissime e culti specifici. E’ presente in tanti miti e soprattutto in quelli che trattano le origini del Tutto, uomo compreso. In Psicologia è merito di Jung, collega e allievo dissidente di Freud, avere approfondito la ricerca sugli archetipi. Gli altri sono il Padre, la Vita, la Morte, il Maschile, il Femminile, lo Spazio, il Tempo.

Domanda
Perché sceglie canzoni di musica leggera e non altri prodotti artistici?

Risposta
In primo luogo non sono granché competente in arte, ma l’osservazione è calzante perché l’arte è una forma di “sogno a occhi aperti” e i prodotti estetici si possono decodificare. Forse riesco a decodificare un dipinto, piuttosto che parlarne in termini storici e critici. E’ interessante associare al sogno di una singola persona una canzone rivolta a tutti per trovare la vicinanza dei temi e delle soluzioni.

Domanda
Che differenza c’è tra “realtà psichica” e “realtà reale”?

Risposta
La “realtà psichica” è quella che si vive e si attesta soprattutto nei “fantasmi” (rappresentazioni mentali primarie degli istinti e delle pulsioni) che si agitano nello scenario interiore con affetti ed emozioni. La “realtà reale” si riduce al dato positivo, al fatto successo, all’evento avvenuto. Possono stare comodamente separate se non c’è consapevolezza. Si richiamano e si identificano su piani diversi nel momento in cui quello che immagino e desidero lo realizzo fuori. L’immaginazione e il desiderio precedono la realtà e ne costituiscono il basamento. Prima immaginiamo e desideriamo e dopo agiamo, ma possiamo anche non coinvolgerci nei fatti e restare soggetti desideranti e sognanti: una forma naturale di autismo. Il sogno è anche la realizzazione di un desiderio o di una fantasia.

Domanda
La “neve” e il “nevicare” sono simboli strani.

Risposta
La “neve” rappresenta la madre buona ma oppressiva, una simbologia ambivalente, una figura che protegge ma non libera per i suoi fini egoistici, la madre che usa i figli e li colpevolizza in cambio di un amore morboso. Stessa cosa il “nevicare”: una madre di cultura mediterranea.

Domanda
La maternità e la Politica che relazione hanno?

Risposta
La maternità è uno schema psichico e culturale, uno schema personale e collettivo. La Politica consegue con le sue leggi. Una grande influenza esercita il sistema economico, il modo di produrre la ricchezza e il ruolo che la famiglia ha al suo interno. Esempi: la politica demografica dell’Italia fascista, della Germania nazista, della Russia sovietica, degli Stati uniti democratici. E il ratto delle Sabine di Roma antica dove lo mettiamo? La rivoluzione femminile ha un capitolo che riguarda questo importante tema. Oggi l’Italia è a crescita zero. La dea Madre è nettamente in crisi.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A proposito di maternità e di paternità temute o mancate circola nell’universo musicale attuale la canzone di Fabri Fibra, a metà rappata e a metà cantata, dal titolo “Stavo pensando a te”.
Il testo tratta, in maniera popolare e lineare nelle parole e nei vissuti, il tema della nostalgia di un amore mancato e mai dimenticato, un “già visto” ma non adeguatamente “vissuto” che si presenta nello spazio visivo e nelle allucinazioni immaginative. “Nostalgia” è “dolore di un ritorno”, nel caso di Fabri Fibra e della sua “Stavo pensando a te, sognato nella stimolante sofferenza di un presente vissuto da “single” e alla ricerca di un equilibrio psicofisico. L’uomo nostalgico si lamenta e si aliena, si frastorna e si relaziona senza smettere di pensare e di cercare la sua donna idealizzata. In tanto trambusto emotivo s’imbatte come natura comanda in una donna senza nome e senza volto, una sconosciuta: “E poi a te nemmeno ti conosco”. Nella variazione alcolica dello stato di coscienza colui che soffre e che cerca ha un rapporto sessuale occasionale e senza protezione che non ha conseguenze gravidiche. Ma alla fine il protagonista ribadisce la convinzione che “non avremmo mai dovuto lasciarci” e ancora meglio, al fine di evitare struggimenti futuri, “non avremmo mai dovuto incontrarci”.
Il testo di Fabri Fibra tesse l’elogio della condizione dell’uomo solo che non sa affidarsi neanche a se stesso nonostante l’apparente benessere di una libertà logistica senza autonomia psichica.
I concetti chiave di questo testo di gergo giovanile sono “Non avremmo mai dovuto lasciarci” e “Non avremmo mai dovuto incontrarci”.
Nel bel mezzo s’incastra “Non bere troppo che diventi un mostro”, la variazione dello stato di coscienza come auto-terapia dell’angoscia di solitudine e di abbandono.
Il sogno di Vartan si associa in “Ripenso a quella sera senza condom” e in “E poi un figlio non lo voglio proprio”.
“Stavo pensando a te” è un complesso poetico di scuola pop. Fabri Fibra si trova decisamente su binari nuovi rispetto ai testi di scuola ermetica. La vena narrativa coniuga i fatti occorsi dentro e fuori con una naturalezza estrema, quella che si esprime tra la gente giovane di un quartiere popolare di Milano.

STAVO PENSANDO A TE
di
Fabri Fibra

Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Che figata andare al mare quando gli altri lavorano
Che figata fumare in spiaggia con i draghi che volano
Che figata non avere orari né doveri o pensieri
Che figata tornare tardi con nessuno che chiede “dov’eri?”
Che figata quando a casa scrivo
Quando poi svuoto il frigo
Che fastidio sentirti dire “sei pigro”
Sei infantile, sei piccolo
Che fastidio guardarti mentre vado a picco
Se vuoi te lo ridico
Che fastidio parlarti, vorrei stare zitto
Tanto ormai hai capito
Che fastidio le frasi del tipo
“Questo cielo mi sembra dipinto”
Le lasagne scaldate nel micro
Che da solo mi sento cattivo
Vado a letto, ma cazzo è mattina
Parlo troppo, non ho più saliva
Promettevo di portarti via
Quando l’auto nemmeno partiva
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci

Bella gente, qui bello il posto
Faccio una foto, sì, ma non la posto
Cosa volete, vino bianco o rosso?
Quante ragazze, frate, colpo grosso
Non bere troppo che diventi un mostro
Me lo ripeto tipo ogni secondo
Eppure questo drink è già il secondo
Ripenso a quella sera senza condom
Prendo da bere, ma non prendo sonno
C’è questo pezzo in sottofondo
Lei che mi dice “voglio darti il mondo”
Ecco perché mi gira tutto intorno
Mentre si muove io ci vado sotto
Ma dalla fretta arrivo presto, troppo
E sul momento non me ne ero accorto
E poi nemmeno credo di esser pronto
E poi nemmeno penso d’esser sobrio
E poi un figlio non lo voglio proprio
E poi a te nemmeno ti conosco
Cercavo solo un po’ di vino rosso
Però alla fine, vedi, è tutto apposto
Si vede che non era il nostro corso
Si dice “tutto fumo e niente arrosto”
Però il profumo mi è rimasto addosso
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci
Mi guardo allo specchio e penso
Forse dovrei dimagrire
Il tempo che passa lento
Anche se non siamo in Brasile
Mi copro perché è già inverno
E non mi va mai di partire
In queste parole mi perdo
Ti volevo soltanto dire
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto lasciarci
Vedi mi sentivo strano sai perché
Stavo pensando a te
Stavo pensando che
Non avremmo mai dovuto incontrarci