KRISCRI

E’ polvere di stella antica,

frammento intergalattico dell’universo infame,

venuta a cresimare la materia magna e picciola.

Kriscri è caduta da un cielo antico e ancora bruto

a portare virtute e canoscenza,

a donare i mille volti dei suoi tanti occhi,

le mille smorfie dei suoi atomi unici e asociali.

E’ Gorgone e Afrodite,

è Athena e Ares.

Ora traluce in Grecia

e ora straspare in Europa,

di tanto in tanto ammicca e cincischia tra i cafoni

e allora vedi che è francese come la spingola napoletana,

come la Juliette e come la Edith,

in specie quando gorgoglia il nasino all’insù,

un estro tracotante di quel Bello

che sovrabbonda nella boccuccia di rosa canina,

che contempli tra le aiuole armoniose delle città di mare.



Salvatore Vallone



Hàrah Làgin, 02, 07, 2024

SEMPRE DI SERA

Il giorno fu pieno di lampi,

il dì fu gravido di luci,

la tempesta attendeva la quiete,

nel borgo di lucide case

ora verranno le stelle,

le stelle già morte lontano,

giù giù,

a portata di mano,

cadranno le tacite stelle,

cadranno da un luogo lontano,

cadranno in un tempo vicino:

il nostro.

La luce delle stelle morte è tra noi,

c’illumina,

ci guida,

ci consola.

Può la luce arrivare dal passato?

Può esserci luce nella polvere delle stelle,

come in tutte le cose più belle,

sugli augelli che fan festa,

sulle galline tornate in su la via in attesa del gallo?

O Luce,

luce dei miei occhi,

rischiarami il biondo cammino

che porta alla siepe del tuo gelsomino.

Nei campi c’è un breve gregré di ranelle.

Gregré,

gregré,

gregré ancora.

Una mano tremante si accosta al mio volto.

E’ mia madre incredula davanti al mio corpo.

Le tremule foglie dei vetusti pioppi si muovono in coro,

trascorrono di una gioia leggiera

quando la mano incontra il mio sangue.

Hanno ammazzato mio padre Turiddru,

il compare di Bernardo e di Gaspare!

Che giorno di lampi!

Che giorno di scoppi!

Erano bombe,

non erano tuoni,

era mio nonno in fuga dalla guerra

con il suo bel sacco di bianca farina sulle spalle irsute

per nutrire i suoi rondinini.

Gli hanno sparato sul far della sera.

Che pace, la sera!

Si aprono le stelle nel cielo tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto nell’umida sera.

Tutto è finito in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

Che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno prolunga la garrula cena.

Poi i canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era,

sentivo mia madre,

poi nulla,

sul far della sera,

sul far di quella sera,

sul far di questa sera.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 20, 07, 2023

L’ABITO

Datemi l’abito

e io farò il monaco,

un vestito nuziale per lo sposo di Elizabet,

io Immanuel e lei Lusylusy,

io aborigeno siculo e lei primitiva sicana,

unici abitanti del vallone arabo

che dal monte Lauro porta a Palazzolo acreide

passando per Pantalica,

per le antiche gole scavate nella roccia calcarea e conchiglifera

sopra il camino sotterraneo e bruciacchiato

che dai monti Climiti porta al lago Trasimeno

passando per l’Etna,

Vulcano,

Stromboli,

Vesuvio.

Ci sposeremo ad Agosto,

io e lei,

convoleremo nel mese delle feriae di Augustus,

quando le stelle cadono

e gli stronzi salgono nelle tivvù,

nei giornali,

nelle camere alte e basse.

Noi,

gente di cuore e di pisello,

ringrazieremo gli invitati alla mensa di Francesco

presso la vecchia torre di Carancino,

dove il cibo abbonda nella bocca degli obesi

e dei bulimici in odore d’infarto miocardico.

Ah, se fossi morto in quel giorno benefico!

Datemi un abito funesto

e solleverò la veste di un nuovo mondo.



Salvatore Vallone



Carancino del giardino, 16, 07, 2023





PRODIGIO

Anarchico è il flusso delle parole

che sfilano sul filo di un rasoio,

verba che tagliano molto più delle lame di Toledo,

verba che si sfilano e s’infilano.

Sei avanguardia pura,

visione superiore.

E io mi trovo qui

e in te mi perdo.

Finché scrivi, esisto.

Il resto lo sai.

Siamo figli delle stelle.

Sava

Karancino, 28, 03, 2023

NOSTALGHEIA CANAILLE

E così te la intendi con il massimo dei minimi,

con i seguaci dell’improponibile e improbabile Jacques,

il francese alle Gauloises dal dolce sapore di prugna.

E così segui anche tu la luce delle stelle morte,

il fenomeno luminoso di un noumeno,

un visibile e massiccio pensabile,

la scia ardente delle moderne camere mortuarie,

le sale umane del congedo inumano.

E magari vai a comprare in libreria quel malloppo di detto e ridetto

per arricchire gli editori ingordi e gli autori innarcisiti,

quelli che hanno ucciso i libri di carta con i diritti in salotto,

la manega di esibizionisti sporcaccioni

che toccano i culi delle donne improvvide.

E magari mi dirai alla stazione del fiero Primolano

che le stelle sono morte per colpa dell’Alighieri

che infine uscì a rivederle dopo cotanto inutile fottio,

dopo tanto strafottente primeggiare tra impari.

Eppure Ulisse ti parlò a suo tempo e a suo modo

con tanto di baldracche nel suo pullman diretto a Monza,

con tanto di libri da svendere nelle catene erremoscia & cavalieri.

Tu sapevi di quel dolore del ritorno e del ritorno del dolore.

Io te l’avevo spiegato ad ampie falcate sulla strada di Damasco

insieme a Palinuro,

il nocchiero del capo,

colui che non deve chiedere mai

semplicemente perché non ha editori disposti al culo,

benemeriti della patata igp e dop.

Tu hai guardato indietro e non avanti,

hai amato il dolore e non il progetto,

tu non ci sei ieri alla fiera perché oggi c’eri in te stessa,

una persona giuridica senza futuro

e con tanto di pedigree nel collo senza collana e senza imbroglio.

O angelo del cielo restituisci alla mia bambina

quelle stelle morte che ancora sono vive

e parlano al suo cammino illuminandolo di lastricate zolle.

Meglio venirci con la testa bionda sul guanciale

per le ultime carezze degli ipocriti dissennatori.

E’ vero che non siamo mai soli nelle nostre brande

e odoriamo di morte per inedia e di violenza militare.

E’ vero che sei la creatura di un qualche dio mercenario,

ma non dovevi di certo innamorarti di quell’Ulisse

che annegò nelle fogne delle colonne

dove Ercole pose li suoi riguardi

a che il poeta più oltre non si metta.

Lascia gli idoli del foro e del mercato,

abbraccia gli idoli della tribù e della spelonca,

stai in mezzo alla gente ignara

che porta gioiosamente a spasso per la città

una donna argentata sul pulpito inanimato,

ama la Parola di Giovanni,

quel Verbo che non si compra perché non si vende,

quel verso libero che non è dolore del passato,

dolore del presente,

dolore del futuro,

ma semplicemente un emerito dono

che non si compra perché non si vende.

Solo così eviterai le chiese e le parrocchie,

i salotti osceni e le sirene ricostituite,

mia cara Gianna,

nostalgica addolorata madonna

che non ristai in un altare mercenario o in una bancarella premiata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18, 12, 2022

LE RONDINI

Le rondini non sono ancora partite

in questo finale settembrino,

avaro di bacche e generoso di lacrime.

Le rondini sono rimaste sul ramo,

ferme per non cedere e non cadere,

sono rimaste al palo di una nave pirata

in attesa di sbarcare sul litorale cattivo.

Già fu il giorno di san Lorenzo

in quel dieci del mese di Augusto,

prima delle suae feriae,

prima del ferragosto,

quando tante stelle nell’aria tranquilla ardono e cadono.

Io so

perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.

Tante rondini sono rimaste sul filo della luce,

quello dell’alta tensione.

Ritornava una rondine al tetto,

ma gli uomini cattivi l’hanno uccisa.

Erano mafiosi,

erano insani,

erano dissennatori,

erano nullafacenti.

La rondine cadde tra gli spini di un rovo di more

e aveva nel becco un grillo,

il grillo parlante,

il poeta dicente,

la cena dei suoi rondinini.

La rondine è come in croce,

ha aperto le ali

e con il grillo guarda il cielo lontano.

Il suo nido è nell’ombra,

come la casa del Nespolo.

La Longa attende Bastianazzo,

ma la rondine pigola sempre più piano,

il grillo frinisce sempre più piano.

Anche un uomo tornava nella sua Africa,

ma l’uccisero con un decreto di merda

e restò con gli occhi aperti dentro un grido.

Portava due bambole in dono alle sue rondinine.

Ma ora là,

nella casa romita lo aspettano,

lo aspettano invano.

Egli, immobile e attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni,

o cielo infinito e immortale,

d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2022

LA RONDINE

Ardore della mia anima a grovigli,

nuovo come un inizio di stagione,

ardore mio,

puro come un diamante,

sono passata indenne attraverso il tempo ricurvo

per poterti guardare

come si guardano le stelle

(che non ci sono più,

però brillano sempre nei cieli di settembre).

E il tuo, di settembre, com’è?

Perché non vieni qua tra le mie braccia?

È una di quelle sere

in cui è possibile dire tutto,

proprio tutto,

vestiti solo di penne remiganti,

come una rondine in volo con i suoi pensieri.

Credo che mi fermerò al 23 di via del Campo

e lascerò una lettera nella cassetta della posta,

prima di tornare all’Africa natale.

Leggila,

c’è scritto che a suo tempo sono morta di gioia.

Sabina

Trento, 15, settembre, 2022


AH AH AH

missili R-60 Neptun

le navi di Putin

guerra giusta

pacifista cieco

pacifista con la testa sul collo

musica nell’ammasso di Perseo

i buchi neri suonano

aerei F-35 americani

aerei F-16 americani

onde di pressione

esecuzione ensemble

assoli

suoni di stelle morte

Carancino di Belvedere

Salvatore

Vallone

10, 05, 2021

 

TANTI AUGURI

Oggi nel cielo c’è qualcosa di nuovo,

anzi d’antico,

piena è la luce in questo austero rimasuglio siracusano di Aretusa,

dentro la sua fonte invasa dai morbidi ratti di Persefone,

in questo soggiorno coatto e di color amaranto

come la topolino di Paolo nel quarantasei.

Stanotte nel cielo spicca qualcosa di latteo,

splende il biancore tra le onde spumose di una Afrodite smaniosa,

brilla la costellazione di Orione con la sua clessidra di traverso,

illumina i desideri di Alfeo infranti come specchi ustori,

mostra le sue tre stelle lungo la linea retta

che da casa mia porta a casa tua,

di notte,

come la befana con le scarpe tutte rotte,

per ricordarti che il tempo è sabbia

che scivola e poi torna,

che tempus fugit

e non si arresta mai,

neanche per fare la pipì

come le donne di Ginettaggio,

il Bartali,

come le donne ancora di Paolo,

il Conte delle canzoni ardite e apparentemente jazz,

quelle che vanno liberamente a farsi fottere

tra grammatiche evanescenti e vocabolari inesistenti,

in mezzo al mar,

dove ci sono camin che fumano

o in Sud America

dove il divorzio si compra fuori dal motel

tra l’azzurro di un cielo sopra i piedi di un seminarista

in attesa di diventare papa,

non papà,

senza cadere nelle tentazioni della carne,

pascolo delle carni sublimate di maschi e femmine

nei corpi spirituali e androgini di gente votata all’inumano,

a varcare il confine che dall’Ucraina porta in Russia

in questo rimando guerresco di barbariche invasioni.

Ah, questi preti non sposati!

Vade retro Satana,

non tentare e non tentarmi!

Ah Martin Lutero,

monaco fratacchione di Agostino,

tu prete e lei preta,

insieme una splendida costellazione dentro la clessidra del solito Orione.

Volevo dirti

che confido nella suggestione delle stelle,

lontane come la casa avita lasciata in giovinezza

dietro la valigia in pelle della premiata ditta “bridge”

e a cui si torna per sentirsi quieti dopo la tempesta della Lega,

dopo aver portato il vocabolario e la grammatica

ai servi della gleba del conte di Collalto e di Brandolini.

Sei quieto?

Sei felice?

Lo spero ed è il mio augurio.

Non sono quieto,

non sono felice.

Da un mese ormai il vecchio Pietro non sculetta i suoi cingotti

agli occhi attenti delle signore e delle signorine.

Aveva un milione di globuli rossi,

gli altri cinque li aveva regalati alla sfiga

con la sua esistenza felice consumata nel vallone ameno

dove Anapo si intrattiene con Aretusa

lasciando i fazzolettini bagnati di sperma

nella stradina del signor Vallone

che tanto s’incazza di fronte a tanta vanagloria,

a tanta cornucopia del Genio della Specie.

C’est la vie,

mi dice al cellulare Juliette

con il suo canzonare nel solfeggio di un cazzeggio.

E poi la terra è fertile,

il pane è quotidiano,

qualche buon libro prima di dormire non serve,

gli amici non sono fidati,

le allegre compagnie si svendono con una bottiglia di Nero d’Avola,

la famiglia riscalda il cuore di chi non c’è.

La mia esistenza mi è cara e,

sebbene non conosco dei miei giorni futuri,

so che dove vivo il vento profuma,

sconvolge i capelli acuminati di idee della mia donna.

Occupo pienamente lo spazio dell’eterno presente,

mi chiamo Salvatore,

faccio sentire la mia voce in mezzo alla grassa folla,

scarna di progetti in questi anni nuovi

piegati dall’arbitrarietà della Natura.

Io sono un grillo parlante,

non importa se qualcuno lancerà il suo martello,

racconto sempre per il mio conforto,

scrivo per virtù,

riscrivo per metodo.

In questo mondo rurale niente sembra vero,

tranne me.

Alzo il calice,

bevo con me,

ai miei 75 anni.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2022

MADRE (il tuo non era un deserto)

Passo attraverso il tempo,

stringo la tua mano

e dentro mi sale una musica.

Stelle filanti ti cadono sulle spalle,

sei sempre così elegante,

così bella.

Non ho preso da te, no.

E adesso vai via, vero?

Vorrei che tu non andassi via.

Sei l’unica donna su quest’isola,

senza di te ho le parole a brandelli.

Tu,

la mia pagina bianca,

le mie infinite possibilità.

Continua a dormire,

è domenica.

Adesso vado anch’io,

sola.

 

Sabina

 

Trento 02, 11, 2021