UN ALTRO MARE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Margarito

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio.”

Margarito sta vivendo. E’ un uomo che cerca e che spera di trovare, ma dentro di lui è in movimento e non si vuole acquietare. La vita è un “viaggio”. La metafora della vita è il “viaggio”. Il “viaggio” è l’allegoria del vivere. Mettila come vuoi, ma Margarito ha tanto viaggiato e ha tanto vissuto al di là della sua età anagrafica. Adesso sogna di essere nuovamente in corsa e in giro per il mondo, sempre dentro di lui s’intende. Margarito ha una buona confidenza con se stesso e può permettersi di viaggiare nella sua interiorità, nei meandri della sua psiche, nei recessi del suo “psicosoma”, negli anfratti della sua “persona”, maschera s’intende. E il sogno ne manifesta alcuni, i più tosti e delicati. Procedere urge e giova.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.”

E, infatti, Margarito va alla ricerca delle “parti psichiche di sé” che vuole disbrigare in questo sogno. Intanto prende “una camera”, intanto si addentra in un luogo tutto suo che ancora non si palesa nella sua identità e nella sua qualità. La “camera”, ormai, si sa che nel linguaggio dei simboli rappresenta ed è una “parte psichica di sé”, una “parte” a cui accostarsi in maniera delicata e senza forzature, senza grimaldelli da ladro di periferia. Non si sa mai quale porta si apre e dove ci si imbatte, specialmente quando si va in hotel, in un luogo di tutti e necessariamente anonimo nella popolare visione, in un luogo così vario e così variamente vissuto da tanta gente e da tante dialettiche psico-esistenziali. Margarito ha tante camere dentro di lui, nel suo sito psichico, nella sua “organizzazione psichica reattiva”, nella sua “struttura evolutiva”, insomma, Margarito non è un uomo da poco e poco considerato “in primis” ai suoi stessi occhi, è un uomo complesso e complicato e specialmente dentro: “Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine”. Si è capito che il sogno non appartiene a un pincopallo qualsiasi o a un Giobatta da Cefalù. Questo prodotto psichico è di un uomo che inizialmente si sta giustamente difendendo dietro l’anonimato e la genericità. Si sa che il sogno tratta di lui, ma questo lui non si appalesa nella sua evidenza sostanziale come un ente toccato dallo spirito santo, questo lui è in pieno qualunquistico anonimato. Di solito questa è la manovra difensiva degli introversi, coloro che hanno tanto vissuto dentro prima che fuori. Tutti abbiamo elaborato un patrimonio notevole di vissuti, ma le persone che propendono all’uso del meccanismo di difesa della “introversione” hanno accumulato tanti tesori presso i castelli medioevali sulla Loira, in Francia guardacaso. Le “porte”, le “porticine”, le “tipo cabine” sono il patrimonio psichico che Margarito sta investendo in questo sogno e trattasi di materiale, “fantasmi” e “vissuti” sotto forma di esperienze o di “erlebnis” alla tedesca, molto coperto perché intensamente pensato ed elaborato. Viene fuori una ricchezza interiore assoggettata a una gamma di difese che la rendono fascinosa per il portatore e gestore, Margarito per l’appunto, e per gli altri, quelle persone che aspirano a intrufolarsi in queste “stanze” e in questi abbozzi di “stanze”, di “parti psichiche” di Margarito.

Perché queste “porte”, “porticine” e queste “tipo cabine” sono fascinose?

Semplice, lo dice lo stesso interessato: “il posto dà sul mare”. Margarito sogna di affacciarsi sul “mare” con i piedi ben saldi sulla terra, sulle sue “stanze” e sui segreti pensieri che vengono dalla profondità psichica ed esulano verso la stessa profondità psichica in cui risiedono. Il “mare” rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, la dimensione psichica inconscia, l’esistere e il vivere. Margarito si prospetta alla grande Madre, alla “rimozione” per fomentare un consistente Inconscio, all’essere gettato nel mondo con la sua individualità e la sua libertà, a operare i suoi investimenti di “libido”, a fare le sue scelte, a deliberare e a decidere.

Questo è “il posto sul mare” che Margarito ha tanto bramato, un altro “mare”, il suo “mare”.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.”

“Poso le mie cose”: pondero bene i miei vissuti e li razionalizzo al meglio in questa situazione quasi magica in cui mi trovo, uno “status” psichico che soltanto il sogno può dare naturalmente. Margarito sa prendere e sa soprattutto lasciare. Dentro ha una ricchezza consistente e un patrimonio psichico fatto di “molte cose”. Ancora non si capisce bene di quale “stanza” si tratta, ma si è detto in precedenza che Margarito è un uomo coperto e difeso, strutturato e coriaceo che sa dispensarsi al momento giusto come un buon vino d’annata. Del resto, è assolutamente naturale mantenere nell’età matura, quando si ha “l’idea di vissuta”, le “stanze” in ordine, è importante per l’equilibrio psicofisico mettere ogni cosa al posto giusto e dare il posto giusto a ogni cosa. Margarito lo sa e lo ha fatto regolarmente perché non ha potuto concedersi il disordine mentale e l’agitazione nervosa. Ha dovuto organizzare e organizzarsi nel corso del cammin di sua vita e in tal modo ha potuto assaporare nel bene e nel male i frutti delle sue esperienze e i vissuti delle sue modalità cognitive ed emotive, i suoi pensieri e le sue azioni, le sue emozioni e i suoi affetti, i suoi investimenti di “libido” per dirla in gergo psicoanalitico. Ha vissuto e si è contraddistinto secondo le note caratteristiche che ha maturato seguendo il ritmo del coinvolgimento psicofisico che di volta in volta ha dettato in prima persona e secondo le sue valenze. Non si può di certo dire che Margarito è un uomo anonimo e convenzionale, un uomo per tutte le stagioni: tutt’altro! Margarito non ha niente di anonimo e di obsoleto nelle sue “stanze”. Anche il suo albergo ha una tonalità individuale che va dal distacco alla condivisione, dal silenzio al rumore, dall’isolamento al coinvolgimento. Il sogno dice che Margarito si sta ben difendendo con l’uso dei “processi primari” e che si sta aprendo progressivamente alla verità psichica concreta che vuole emergere: “adelante cum iudicio”. Nonostante queste benefiche cautele, Margarito non si esime dal descriversi nei tratti caratteristici della sua formazione evolutiva e dei suoi modi di essere e di esistere.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.”

L’attrazione verso l’imponderabile e l’evanescente è irresistibile. Margarito è intenzionato con la sua coscienza “verso il mare” curando di tenere i piedi ben saldi sulla terra. All’uopo è buona anche “una striscia di terra”, un aggancio alla coscienza dell’Io, in una incursione verso il crepuscolo e l’obnubilato, il materiale psichico “rimosso” che non vede la luce della consapevolezza e che fa da sostegno al sistema psichico, alla “organizzazione psichica reattiva” di Margarito. Le sue introspezioni sono incursioni ben ponderate verso il “non vissuto” e il “non detto”, verso tutto quello che poteva nascere e che non ha visto la luce. Il senso della potenza è ben visibile in questo “fallo” di terra, questa “striscia” che s’insinua e s’incunea nell’elemento femminile rappresentato simbolicamente dal “mare”. In linea e in sintonia con il quadro sornione e attendista sono le “onde molto lunghe”, quasi un mare di scirocco, che contrastano con “il tempo bello” a conferma che i simboli parlano un loro linguaggio e non si riducono alla Logica consequenziale di Aristotele. Il mare di scirocco, con il suo moto ondoso di culla, favorisce il rilassamento e la distensione, l’abbandono dei sensi, la “reverie”. Il quadro psicofisico è in sintonia e in sincronia con lo stato d’animo di Margarito, un uomo che cerca e ricerca se stesso nel crepuscolo della sua coscienza e di fronte a “un altro mare”, in una nuova e diversa circostanza esistenziale ovviamente congrua con il momento psicofisico che il Tempo segna scorrendo inesorabile verso il bisogno d’ignoto e la speranza di quiete. “Il tempo è bello” quando è riservato all’abbandono psicosensoriale e alla ricerca di quel “se stesso” diverso e nuovo che non è mai andato al di là del “mare” in cui è nato e cresciuto. La “passeggiata”, il “mare”, la “striscia di terra”, le “onde lunghe”, il “tempo bello” sono gemme che incastonano il gioiello allegorico di un uomo che cerca la sua “atarassia”, la tranquillità del suo animo alla greca. Vediamo dove va a parare la tanta bellezza degli elementi in ballo.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Leccare il sale di un altro mare, di cui mi lascio “bagnare dagli spruzzi” e intanto “penso”: variando l’ordine delle parole il senso e il significato non cambiano. Margarito è un uomo che cerca una sua nuova dimensione psicofisica, una migliore e rinnovata “coscienza di sé”, proprio in questa allegoria sessuale della ricerca di “un altro mare” salato da leccare e in cui immergersi.

E’ proprio vero che Eros e Thanatos sono fratelli gemelli e marrani!

Il gusto del sale ricorda una canzone d’amore “anni sessanta” dell’ombroso Gino Paoli, un testo e una musica di una semplicità estrema e di un coinvolgimento pop che scende dai sensi per arrivare al cervello soltanto se è necessario. Per il resto è tutta un’emozione gustosa di calore sulla pelle e di sale sul palato. Margarito si smarrisce consapevolmente in questo “altro mare” e si abbandona al gusto di una sapienza che aspira a sublimarsi in saggezza, come in una fase di passaggio da un’età a un’altra, come in una “età” storica di Giambattista Vico, come in un’evoluzione psicofisica del collaudato duo Darwin-Freud. Il “sale” è un simbolo sacro, possiede un carisma e un valore. Quest’ultimo è culturale e ampiamente mercenario. Il “sale” sala e accresce la durata delle sensazioni, delle emozioni e delle certezze consapevolmente razionali, oltre che conservare il pesce e la carne sin dai tempi dei Romani, oltre che fare la fortuna dei primi veneziani della laguna. Il “sale” è come il “mare” un simbolo complesso e atavico, talmente antico che affonda le sue braccia negli albori del “pitecantropo” per la sua naturale gratuità e innata generosità. Il “sale” lo trovi bello e servito sugli anfratti delle scogliere in riva al mare, esige le giuste dosi per essere prezioso al corpo e alla mente, alle ghiandole endocrine e all’eccitazione logica e consequenziale delle libere associazioni e del discorso dialettico. Il “sale” di un “altro mare” è simbolicamente sempre lo stesso, anche se in natura è più o meno saturo e più meno salato. Margarito è eroticamente preso dalla ricerca di una nuova dimensione della sua consapevolezza e non sa fare a meno della parte gustosa ed eccitante della sua unità psicosomatica, del suo bisogno del Femminile, della sua propensione al crepuscolo della coscienza e dei frutti creativi della Fantasia. Ribadisco la coalizione cospiratoria di Eros e Thanatos in questo capoverso fortemente allegorico nell’interazione delle sue dinamiche simboliche. Aggiungo che il richiamo alla modalità cenestetica di scrivere del grande Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nel suo “Gattopardo”: sensualità e sensorialità nelle parole e nelle loro combinazioni tramite l’uso di figure retoriche altamente cariche di sensi e di significati. Leggete il libro per confermare, più che per credere, anche perché ancora l’effetto contaminazione dei sensi e delle parole non è finito.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.”

Margarito si è “cosparso” di acqua salata, del “sale di un altro mare”, si è cosparso “ben bene” e in questa operazione auto-erotica di qualità sensoriale sente il bisogno di tradurre in parole e in immagini il film che sta vivendo già in sogno. Al normale processo onirico Margarito aggiunge il processo grafico e fotografico. Entrambe le modalità descrittive sono funzionali all’appagamento narcisistico ed esibizionistico, compiacciono la “posizione psichica narcisistica” del protagonista, quella tutta incentrata sull’auto-compiacimento e sull’auto-gratificazione, sulla propria persona e sul gusto della stessa con l’aggiunta del dovuto retrogusto, come nelle migliori degustazione di whisky scozzese in quel di Castelfranco veneto durante le notti nebbiose. Margarito è in debito di offerte di sé ed è in credito di mancate offerte di sé. Si profila un tumulto psicofisico in questa dialettica narcisistica di Margarito con se stesso e con gli altri nel dire e far vedere quel se stesso con il gusto del sale addosso, quel se stesso brillante e saporito come un salmone affumicato norvegese. E’ questo il problema di Margarito, l’offerta di sé al migliore offerente e nelle condizioni prospere di parola e immagine. La rappresentazione “di sé” si associa alla narrazione “di sé” ed entrambe si squadernano verso un prossimo che attende l’epifania del sacro oggetto e del carismatico evangelo. Margarito aspira a raccontarsi e a farsi vedere nelle condizioni migliori del suo essere e del suo esistere lontano dal suo “mare” e in un altro “mare”. E’ presente una vena di fuga e di ritrovamento, fuga dal suo ambiente e da se stesso, ritrovamento di nuovi modi e di nuove forme, sempre di sé, della sua persona che aspira a manifestazioni congrue e congeniali, quasi desiderate con devozione e auspicate a mani giunte. Ma tutto questo processo evangelico ed epifanico è vanificato dalla negligenza, “non ho il cellulare che ho lasciato in camera”. Margarito ha dimenticato dentro se stesso, per la precisione in una “camera” della sua casa psichica, il prezioso strumento di comunicazione che avrebbe permesso l’appagamento di un desiderio e di un bisogno, quello che consentiva il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità”, dall’autocompiacimento gratificante alla condivisione di “parti psichiche di sé” che non trovano la strada giusta per esprimersi in mezzo alla gente. Si precisa sempre meglio la psico-dialettica di Margarito: passare da se stesso agli altri con tutto il carico di “sale” e di sapori “di sé” che si porta addosso e dietro. Per questo progetto è opportuno “un altro mare”, una diversa dimensione della “coscienza di sé” e opportunamente legata a una diversa esibizione di sé: epifania psicofisica. Lo strumento fallico del “cellulare”, che consentiva tale manifestazione, è stato “rimosso”, è stato lasciato dentro di sé, si è inceppato in prigione, si è rotto nei suoi ingranaggi, per cui a Margarito non resta altro che l’appagamento narcisistico e viene a mancare la condivisione, la “genitalità” del dare e del comunicare semplicemente perché ciò che sente “dentro” non riesce a tradurre “fuori”. Questo è lo psicodramma di Margarito: la distonia tra l’interiorità e l’esteriorità, la mancata collusione tra quel che c’è “dentro” e quel che si tira “fuori”.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

La “compensazione” val bene una Messa!

Come re Enrico di Borbone in piena guerra di religione nella Francia del sedicesimo secolo.

Margarito usa questo processo di difesa dall’angoscia, la “compensazione” per la precisione, con disinvoltura e perizia. Oltretutto alla fine del sogno si scoprirà che si trova in Francia. Non si perde d’animo semplicemente perché nella sua vita ha imparato a “far di necessità virtù”, seguendo la sapienza antica e assecondando le emergenze moderne. Margarito sa molto bene che non serve opporsi alle forze del destino e tanto meno alla forza dei fatti, per cui la “compensazione” cade a fagiolo nel suo piatto quotidiano di lenticchie. “Nondum matura est”, disse la volpe a se stessa guardando l’appetito e l’inarrivabile grappolo d’uva ancora appeso al suo tralcio. Volgarmente si tratta del meccanismo principe di difesa della “razionalizzazione”, quello che non traligna nel delirio paranoico e che si ferma alla constatazione intelligente dei fatti e della realtà in atto. Così, in un batter d’occhio, l’angoscia che bussava alla porta si risolve in un accorato appello a non lasciarsi prendere dal panico e a ragionare su qualsiasi evento per ricondurlo alle sue coordinate logiche e concettuali. Questo è quanto si può tirare fuori da un semplice e sintetico “vabbè”, nonché fatalistico e di siculo-araba estrazione culturale. Margarito esterna un “amor fati” più nietzschiano di quello di Nietzsche, anzi e meglio, più greco di quello di Zenone. La teoria filosofica dello “eterno ritorno” degli Stoici si riverbera nel suo piccolo nel “quando torno” del semplice Margarito, un uomo che ripete, senza averne coscienza, tragitti psichici già effettuati e già vissuti, il “dejà vu” e il “dejà vecu”, percorsi universali che corrispondono alle modalità dell’Uomo di porsi di fronte alle proprie evenienze contingenti senza avere la consapevolezza che si tratta di posizioni universali di affrontare l’angoscia del vuoto e della perdita. “Quando torno” si traduce in “quando riattraverso”, così come “faccio la foto” si traduce papale papale in “prendo coscienza” in maniera diretta e traslata, razionalizzo secondo immagini, decodifico i simboli. Margarito si dispone alla presa di coscienza che ha posposto in precedenza dimenticando il cellulare in camera. La disposizione psichica di Margarito è buona e tende a disoccultare il materiale psichico rimosso nel mare profondo, a far emergere le sue angosce in riguardo ad eventi drammatici e traumatici. La “razionalizzazione” è da rimandare nel suo quotidiano esercizio. Meglio: Margarito ricorre quotidianamente alla “razionalizzazione”, a farsi una ragione del suo “mare” e del suo nuotare in un “altro mare”, ma il “sale” carismatico della verità non è mai abbastanza da spalmare sul suo corpo.

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.”

Il “vabbè” non va più tanto bene al nostro eroe protagonista. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “compensazione” non funziona come nei tempi migliori, quelli che furono come fu il nostro, immancabilmente siculo, Mattia Pascal e nonostante il nome decisamente francese o francesizzante e la sua residenza ligure. Anche la “razionalizzazione” lascia sul terreno qualche morto da sindrome strana. Il povero meccanismo di difesa e di salute, detto tra noi povera gente del popolo, è stato consumato da un male incurabile: il dubbio francese, la “scepsi” greca. Ma non si tratta del dubbio metodico di Renato delle Carte o della drastica “scepsi” di Pirrone di Elide. Margarito mette in serio e complesso dubbio la sua identità psichica, maturata oltretutto in tanti anni di esercizio del vivere e in tante vicissitudini esistenziali, nonché diffida del suo potere di uomo, maschilità compresa. E’ uscito senza cellulare, senza soldi e senza documenti ed è grande amico e ammiratore di Mattia Pascal e di Adriano Meis. Margarito si trova in “un altro mare”, possibilmente in Francia, per rievocare e mettere in discussione la sua identità psicofisica, la sua parte antica e la sua parte moderna, il suo Mattia e il suo Adriano. L’identità auspicata lo vuole libero dal potere fallico della rete di relazioni, il “cellulare”, lo vuole libero dai suoi connotati psicofisici, “i documenti”, lo vuole libero dal potere maschile d’investimento della “libido”, “i soldi”. Questo è il nuovo Margarito, l’Adriano Meis della situazione, un uomo che ha seppellito i suoi vecchi modi di essere e di esistere e che ha scelto “un altro mare” di cui intingere le membra con il nuovo “sale” dell’autocoscienza, la conoscenza di sé e del suo mondo diametralmente opposta alla vecchia e obsoleta identità alla Mattia Pascal. Margarito in sogno sta istruendo un conflitto sulla sua identità psicofisica e sta cercando una nuova dimensione del suo essere e del suo esistere. Pirandello insegna non a caso. Freud suggerisce il conflitto tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale, una dialettica tormentata e ispirata da una forte insoddisfazione e dalla ricerca di una fuga dalla realtà in atto, una contingenza troppo avara e severa nei vissuti di Margarito.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).”

L’affanno non è alleato di Margarito anche nelle questioni importanti. Abituato ai tormenti dell’anima e dell’animo in riguardo alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua struttura psichica evolutiva e alla sua identità reale e ideale, Margarito entra in se stesso con la stessa facilità con cui i Greci antichi facevano dire a Socrate “rientra in te stesso” o “conosci te stesso”. L’introspezione non ha fatto difetto nello svolgimento della sua vita, così come la riflessione ha messo a posto i dilemmi più acuti e le disavventure più intrigate, per cui Margarito può avviarsi “verso la camera” “sine cura”, quella camera che lo riguarda in prima persona e tanto da vicino, la camera della sua identità psichica, la camera degli “uno, nessuno e centomila”, la camera di Pirandello e di Kafka.

Chi sono Io?

Quanti Io albergano in me?

Quante immagini di me stesso mi trascino da un mare all’altro?

Quante carte d’identità mi porto in tasca ed esibisco al pubblico ufficioso e ufficiale?

Margarito è abituato alle tante immagini di sé e ha confidenza con le sfaccettature del suo poliedrico e intraprendente “Io”: “faccio una bella corsetta”. E’ questo il senso del muoversi con la Mente, più che con il Corpo, nel mare delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative, delle riflessioni, dei ragionamenti. Margarito introduce due piani di realtà, quella onirica che si sta considerando e quella reale che viene commentata da sveglio: “sto in piedi, eh!” Margarito in sogno può correre, nella veglia non può farlo.

Perché e cosa significa questo apparente contrasto?

Nella vita Margarito è andato avanti con le sue abilità psicofisiche che non coincidono con le sue gambe fisiche e a esse non si riducono. “Camminare” in sogno si traduce nel procedere passo dopo passo nelle strade della vita e nella possibilità di riflettere: “mi avvio verso la camera”. La “bella corsetta” equivale al fascino dei processi psichici creativi e nello specifico alla fertilità delle fantasie e dei pensieri, nonché al saltar di palo in frasca o nel procedere per via associativa nella gestione dei tanti vissuti che si affacciano e affollano la sua psiche, di questa sua capacità di movimento nelle stanze dell’Io e nelle camere della Mente. Margarito si mostra compiaciuto e orgoglioso di questa sua abilità nel procedere e nel sostare, di questa sua capacità di movimento tra i meandri della sua vitalità psichica. Ha tanto camminato e corso dentro di lui rispetto allo spazio esterno. Il dilemma dell’identità psichica resta aperto e affidato al miglior offerente. Vediamo chi arriva primo e cosa profetizza.

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.”

Margarito si difende con le sue “resistenze” a riesumare traumi rimossi in riguardo alla sua evoluzione psicofisica e al fine di migliorare la “coscienza di sé”: “non trovo la camera”. Eppure la “camera” c’è, eppure esiste il materiale psichico inquisito e con cautela ricercato, ma la sopravvivenza induce alla prudenza. Quest’ultima in Psicoanalisi si definisce “difesa” e serve a impedire all’angoscia di affiorare e di scaricare la sua connaturata carica nervosa. Quest’ultima è destabilizzante e pericolosa, per cui anche la funzione onirica fa in modo che il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” per non fare scattare l’incubo e il risveglio immediato. Margarito “non trova la camera”, la sua camera, da sé e abbisogna di progressione e di tutela con l’atto vario di bussare “a varie porticine” che aprono varie stanzette. Margarito non vuole “sapere di sé” nella sua autenticità e si crogiola cazzeggiando su false immagini di sé o su parziali rendiconti della consapevolezza del suo Io. Le “porticine” chiudono accessori psichici e non essenze e sostanze di buona qualità, le “porticine” appartengono a quelle stanzette in cui si occulta in maniera disordinata il materiale che apparentemente non serve nella vita corrente anche se ha una buona importanza formativa. Margarito ricorre alla “reception” per “sapere di sé”, ricorre al riconoscimento che riceve dall’esterno, dalle sue capacità relazionali e dall’offerta sociale di “parti psichiche di sé”. Margarito si commisura agli altri per avere il suo “numero di stanza”. Mi spiego meglio: se chiedete a Margarito “chi sei?”, vi risponderà “io sono quello che gli altri rimandano dal mio dare loro”, ribatterà che la sua identità prevalente è collocata nei dati e nei riscontri che la sua persona riceve dai suoi investimenti sociali. E’ come se il “narcisismo” si sposasse con la “genitalità”, l’Io si rinforzasse continuamente dal riconoscimento degli altri, l’uomo si nutrisse del bene che opera e del come opera bene nei riguardi della gente che lo circonda e che riconosce e apprezza il suo operato. Importante è per Margarito quello che viene a lui dall’ambiente sociale, dagli altri a cui non fa mancare i suoi investimenti. Narciso si sposa con il buon uomo e coltiva di sé questo bisogno di riconoscimento. Margarito è socialmente un buon padre, appartiene alla comunità e predilige i centri sociali. Da questa azione trova forza il suo Io. Questa è la “reception” dell’hotel di Margarito, nonché il suo numero di stanza che si andrà a precisare nel prosieguo. La dialettica tra Margarito e la gente è intensa e determina in gran parte l’identità psichica. Margarito è decisamente un “animale sociale”, uno “zoon polithicon”, secondo i dettami filosofici del buon Aristotele.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò, (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Le donne, le “signore” sono maieutiche nel sogno di Margarito, sono “due” e sono francesi. Queste due figure femminili detengono il potere, sempre secondo il vangelo psichico e onirico, di avere in deposito l’identità psichica di Margarito, meglio di Margaritò. Dire che sono due donne della sua vita è troppo semplice e quasi banale, dire che sono due “parti psichiche” del nostro eroe protagonista è prossimo alla verità, dire che sono introiezioni di figure psichiche che hanno contribuito alla formazione psichica di Margarito è giusto e al di là del loro sesso fisiologico. Queste “due signore” detengono “il numero” di accesso alla “stanza”, sono figure che hanno consentito a Margarito l’ingravidamento e il parto progressivo di se stesso: socraticamente “maieutiche”. Nella realtà possono essere due donne, così come possono essere due figure maschili nelle quali Margarito ha investito gran parte della sua “libido” nel processo psicofisico evolutivo. In “un altro mare” Margarito alla fine ha fatto sempre i conti con la sua identità psichica, “il numero della stanza”, un dato e un vissuto che trovano riscontro in figure protettive e affidabili, carismatiche e “genitali” che hanno rinforzato e sostenuto l’evoluzione dell’Io con la giusta dose di narcisismo. Il “mare francese” è “l’altro mare” di Margarito e in questa scelta si coglie la predilezione verso culture mediterranee neolatine, nonché verso una tipologia di femminilità sofisticata e fascinosa, “charmant”. Non dimentichiamo che le due donne sono salvifiche, soteriologiche alla greca e non alla francese, perché l’identità psicofisica di Margarito passa attraverso queste due figure formative.

Altro non so aggiungere a questa lunga disamina del sogno di Margarito, per cui l’analisi si può chiudere qui.

Anzi, ricordo che la lingua francese è la più sensuale dell’universo.

Adesso il sogno di Margarito ha trovato il suo fine e la sua fine.

L’ESCLUSO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.

Mi sentivo escluso.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’autore del sogno è Darius.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.”

Darius è con se stesso e tra sé e sé. Darius è “in una stanza”, è in fase introspettiva, sta pensando e sta riflettendo sul ruolo che ha nella sua vita, nella vita che sta vivendo, sulla persona che è e sulla maschera che indossa. Darius è nella condizione psichica di operare una buona e proficua auto-coscienza, quanto meno di rendersi consapevole di qualche problematica che l’assilla e dell’importanza di esserci, l’importanza di essere sempre sul pezzo e di socializzare alla grande. Pur tuttavia, il protagonismo è il suo cavallo di battaglia e il suo tallone di Achille: “vivevo le cose in prima persona”. La “stanza” è una parte non meglio precisata della sua “organizzazione psichica reattiva” o “struttura psichica evolutiva”, del suo carattere o della sua personalità. “Vivere le cose in prima persona” significa essere coinvolto a tutti i livelli, emotivo e razionale in primis, e al cento per cento, ma è anche vero che, se Darius sente il bisogno di precisare questa modalità di esserci, vuol dire che sa anche non esserci o si sente di vivere le esperienze in seconda e terza e quarta persona, in maniera distaccata e senza coinvolgimento diretto. E’ sempre Darius che agisce, ma è un Darius che non vive al massimo consentito dalle leggi naturali le esperienze in corso e in atto. Si tratta di un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che si chiama “isolamento” e che consiste nel separare l’emozione dalla rappresentazione e quindi nel vivere freddamente e non appieno, nel non vivere per l’angoscia del vissuto. “L’isolamento” è una forma di “splitting”, una scissione che consiste nel separare il sentimento dalla conoscenza, una sorta di micidiale freddezza che ad esempio viene messa in atto durante i funerali da persone che assumono un contegno non adeguato al luogo, al rito e al ruolo. Ma andare avanti nell’interpretazione del sogno di Darius diventa interessante e aizza la curiosità.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.”

In questa “stanza” della socializzazione, nella panoramica psichica dei ricordi significativi da visionare, Darius trova i suoi “vecchi compagni di classe”, trova la sua dimensione sociale e le modalità relazionali della sua adolescenza, trova i suoi crucci e i suoi conflitti, le sue recriminazioni e le sue difese. La socializzazione è stata per Darius la delizia e la croce della sua età giovanile, la sua spada di Damocle e il suo tallone d’Achille, l’oggetto ambiguo del suo bisogno e del suo desiderio. L’identità sociale deve possibilmente collimare con l’identità psichica individuale, quanto meno avvicinarsi e non divergere. Questa ricerca occupa lo spazio del sogno con picchi drammatici e punti veramente critici. Darius vuole essere del gruppo e della partita, ma non è “vestito elegante” come gli amici e “non è stato invitato alla festa in discoteca”. Darius è stato escluso dagli amici e non è stato invitato a simile consesso di disinibizione e di disimpegno psicofisico. Darius si vive male nel corpo e non trova le modalità di relazione idonee a stare tra la gente e con gli amici, oltretutto questi ultimi sono fatti oggetto del brutto sentimento dell’invidia. Darius non è escluso dagli altri, ma si esclude dagli altri per motivi ben precisi che il sogno enucleerà nel suo svolgimento. Intanto lo lasciamo con questo doloroso senso di esclusione e con l’amarezza di non essere stato invitato alla festa in discoteca, meglio di essersi escluso dalla compagnia e dalla gioia della comitiva.

Mi sentivo escluso.”

Si era già capito senza bisogno di alcuna interpretazione, ma è apprezzabile la consapevolezza di Darius di questa pulsione a sentirsi diverso e inferiore, soggetto di minor diritto e figlio di un dio minore. L’insistenza su questo tema e la riedizione di questo “fantasma” dispone per una disabilità reale di Darius. Evidentemente non ha ancora accettato e ben assimilato la sua diversità fisica. Quest’ultima l’ha vissuta nel senso letterale del termine come un qualcosa che non lo rende uguale agli altri e non come un attributo personale di cui prendersi amorosa cura. Aggiungo che la realtà di una disabilità fisica facilita la presa di coscienza e l’assimilazione psichica, mentre le disabilità psichiche supposte e oggetto di ossessione sono notevolmente più difficili da risolvere a causa del conflitto nevrotico che si portano dentro e dietro. Un giovane che si sente escluso perché ha una zoppia, ha un cammino psicologico più spedito perché deve razionalizzare una realtà di fatto, rispetto a un giovane affetto da una nevrosi ossessiva o da un disturbo compulsivo. La realtà fisica induce la presa di coscienza e l’accettazione psichica della disabilità, il superamento del complesso d’inferiorità e del senso d’inadeguatezza.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.”

Eccolo la disabilità e il trauma collegato!

Darius regredisce all’infanzia nella ricerca in sogno della causa del suo disagio giovanile, torna indietro dal presente in cui si trova a relazionarsi con i suoi compagni e a sentirsi escluso dalle loro dinamiche, al tempo in cui ha preso coscienza della sua disabilità e diversità, l’infanzia per l’appunto. Il “cavallo a dondolo” magicamente “compare al centro della stanza”, nella sua panoramica psichica. Darius ritorna bambino e “viene sbalzato avanti e indietro” senza riuscire a governare il movimento e il dondolio del classico giocattolo che si regala ai bambini sin dalla tenera età. Darius rievoca le difficoltà deambulatorie della sua prima infanzia, quando non riusciva a camminare bene e si vedeva diverso dagli altri bambini. Darius non governa il suo corpo e le sue gambe nello specifico e non si vede simile agli altri. Il senso della diversità resta anche quando la disabilità viene razionalizzata e il “principio di realtà” induce all’accettazione del proprio destino di vivente con quel corpo che è il tuo corpo. Il “cavallo a dondolo” viene evocato da Darius per attestare il tempo in cui il trauma viene assimilato, la prima infanzia. Inoltre la simbologia vuole che il bambino si equiparasse al “cavallo a dondolo” nel suo camminare ondeggiante.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.”

L’ambiguità del “cavallo a dondolo” giustifica il divertimento iniziale e il repentino cambio d’umore, “mi faceva star male” subito associato al “mi faceva sentire diverso”. Questo è il motivo per cui Darius si sente escluso dal contesto affettivo e seduttivo che vede protagonisti i suoi amici “abili” e “non disabili” Matteo e Maura. Darius non si sente adeguato e si preclude la possibilità di essere amato più che di amare. Quel “qualcosa” è dentro di Darius ed è la “tresca” che desidererebbe per sé e che nello stesso tempo si preclude perché si sente inadeguato. Ecco il conflitto tra il bisogno di amare e il complesso d’inferiorità, tra il bisogno di essere amato e il fatto di non accettarsi. Si può decisamente affermare che Darius è affetto dalla sindrome maligna dell’indegnità, del “non sum dignus” di religiosa memoria, dell’essere figlio di un dio minore, del senso d’inadeguatezza di fronte a una realtà affettiva che lo vede perdente sin dalla partenza. In effetti Darius è angosciato dall’amare, più che dall’essere amato e di quello che comporta l’amore dal punto di vista fisico, l’esercizio della “libido”, il far sesso e far sesso in due, un maschio e una femmina, Matteo e Maura.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’amico è il suo modello perché ha una ragazza e veste bene perché ha un corpo adeguato. Una semplice camicia e un paio di jeans per l’amico sono da fine del mondo, mentre per Darius, meglio per il corpo di Darius sono capi improponibili. L’inadeguatezza della persona disabile è fondamentalmente attanagliata nel corpo e soltanto di poi nelle facoltà superiori della cosiddetta anima o personalità. “Io sono il mio corpo” recita il primo comandamento di chi ha avuto l’ingiustizia naturale della diversità. Soltanto la “razionalizzazione” arreca sollievo là dove drastica regna la convinzione di aver subito un torto e di essere vittima di una scelta altrui senza essere stato consultato. Il sentirsi “inadeguato” è già un buon punto di partenza per ulteriori razionalizzazioni dello stato della disabilità. Per Darius si prospettano giorni migliori e prese di coscienza più mature. Darius adolescente è ancora tanto incazzato con se stesso, con gli altri e con il destino infame che lo ha voluto mettere alla prova proprio in quel corpo che per lui non può essere oggetto d’amore e che non può essere oggetto di odio.

Rilievi degni di nota sono i seguenti.

“Mi sentivo escluso”, “mi faceva sentire diverso”, “mi sono sentito inadeguato”; in queste tre frasi è presente il sentimento dell’esclusione, della diversità e dell’inadeguatezza e di tutto questo si è detto in abbondanza. Il “sentirsi” è ripetutamente chiamato in causa, la sensazione del disagio posturale e di poi psichico. Il sogno di Darius si può definire “cenestetico”, basato sul sistema dei sensi, un effetto a metà tra il sistema nervoso centrale e neurovegetativo: sento in primo luogo la mia disabilità, di poi ne sono cosciente.

Un altro punto rilevante è il “narcisismo” che vive e accompagna Darius, un “narcisismo” specifico che lo porta a concentrarsi su se stesso e sul suo corpo, a essere al centro dell’attenzione per farsi vedere e a esibirsi in vario modo per farsi accettare: non sono bello e fotomodello come Matteo, ma sono simpatico e faccio tanto ridere con le mie battute e, quindi, voi mi dovete accettare per questo motivo. In questa psicodinamica agisce il “fantasma del corpo” nella sua “parte positiva” e nella sua “parte negativa”. La prima non è considerata, mentre la seconda assorbe tutto il “fantasma del corpo”. Darius non razionalizza che la “parte positiva” del suo corpo si attesta nella vita e nella vitalità, perché domina nella sua psiche la disabilità associata al senso-sentimento del rifiuto. Darius è costretto a vivere con un corpo che non vuole e allora lo offre in pasto agli altri e lo critica prima che lo facciano gli altri. Con questa dinamica gioca d’anticipo e si toglie d’impaccio e agli altri toglie l’impiccio. La “parte negativa” del “fantasma del corpo” è dominante e assillante. Darius non si è evoluto dalla “posizione psichica narcisista” alla “posizione psichica genitale” e come tutti i narcisisti si fa del male da solo e si preclude la possibilità di amare e di essere amato, di far sesso con l’altra e non di continuare a masturbarsi la testa e il pene.

Darius deve recuperare la “parte positiva” del “fantasma del corpo” e deve razionalizzare il corpo vitale con una buona dose di “amor fati” e di amor proprio al posto del narcisismo bieco e che alla fine stufa e allontana coloro che sono sottoposti a spettacoli imbarazzanti e a volte indecenti.

Questa è l’interpretazione ampiamente commentata del drammatico sogno di Darius.

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

IL NEGOZIO DI SCARPE

I

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe.

Mi diceva “entra e guarda quello che vuoi”.

Io entravo e in un locale, una specie di salotto, c’era una donna di mezza età.

Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

Poi voleva che facessi l’amore con lei, ma, anche se era bella, non la trovavo attraente e non lo facevo.

Poi mi sono svegliato.”

Mi preme dirle che la sera prima di fare il sogno avevo deciso di andare in un negozio di scarpe particolare che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto.

Grazie per l’attenzione.

Lucio.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Degna d’immediata nota è la comunicazione finale di Lucio sulla possibile causa scatenante del sogno, il “resto diurno” come lo chiamava Freud, quel particolare che nel giorno precedente ci colpisce e che di notte evoca la psicodinamica emersa dalla dimensione profonda, non necessariamente inconscia, e che è pronta a essere elaborata poeticamente dai “meccanismi” del “processo primario”.

Questo è il tragitto psichico del sogno.

Il “resto diurno” di Lucio è la decisione di andare nel “negozio di scarpe che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto”. Su questa architettura Lucio costruisce la trama del sogno e sviluppa simbolicamente la psicodinamica latente approfittando dello stimolo reale delle “scarpe” per farla emergere. In sostanza e in maniera semplice Lucio svolge la sua relazione con l’universo femminile, approfittando del negozio di scarpe che è in procinto di visitare per reale necessità, e senza trascurare l’universo maschile. Lucio svolge la sua naturale “posizione psichica edipica” con tanto di padre e tanto di madre, con tanto di conflitto e tanto di riconoscimento nei riguardi di queste enigmatiche figure.

Un grazie di cuore va a Lucio perché ha suggerito a sua insaputa il “resto diurno”, confermando le teorie freudiane e rafforzando la convinzione che lo stimolo diurno produce una risposta notturna e che i “processi primari” colgono al volo la simbologia giusta, le “scarpe” nel nostro caso, per sviluppare la relazione e la disposizione sessuale verso le donne. Non si tratta di pure coincidenze, ma di processi consequenziali di ordine logico simbolico: la “Logica dei simboli” che è diversa e non opposta alla “Logica della Ragione”, il “processo primario” e il “processo secondario”, la Fantasia e la Mente autocosciente, l’Arte e la Scienza. La “Logica dei simboli viene prima della “Logica della Ragione”, come ha insegnato il buon Giambattista Vico nella sua “Scienza nuova” e come ha ribattuto Fromm nel “Linguaggio dimenticato”.

Meraviglia della Psiche secondo Freud o della Mente autocosciente secondo Eccles!

Dopo questa premessa teorica ritorniamo al sogno di Lucio e al suo ricco “negozio di scarpe”. Il prodotto psichico è perfetto per spiegare in maniera chiara e lineare la “posizione psichica edipica”, la relazione conflittuale che il bambino vive sin dai tre anni nei riguardi dei genitori e che porterà avanti con vicende alterne fino all’adolescenza. Il sogno di Lucio è notevole ed esemplare per la sua bontà di formulazione e per la sua lineare chiarezza.

Grazie Lucio per il fatto che sogni forte e chiaro!

Non mi resta che ricambiare la tua generosità.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe.”

Lucio esordisce bambino con tutta la sua ammirazione verso il padre, un uomo forte e capace agli occhi del figlio e un uomo vissuto come un cultore dell’universo psicofisico femminile, nello specifico un uomo che apprezza proprio le bellezze intime delle donne, quasi un brillante e fascinoso seduttore. Questa immagine è molto bella, un’allucinazione poetica, una visione fantastica, una sintesi degna della creatività di un adulto che risveglia il suo essere stato bambino. Questa scena si ripresenta in sogno a Lucio, un figlio che ha gelosamente conservato e custodito l’immagine altolocata e fortemente maschile del padre.

Vediamo la simbologia.

La “stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe” è l’allegoria della “posizione psichica genitale”, la disposizione all’investimento di “libido” che Lucio ha vissuto in sogno nei riguardi del padre, il “fantasma” del padre nella “parte positiva” del buon seduttore.

La “stanza” rappresenta quella parte della “casa psichica”, della “organizzazione psichica reattiva” o della “struttura psichica evolutiva” di Lucio e condensa il sistema delle relazioni e le modalità sociali, il luogo psichico dove si concepiscono gli investimenti di “libido” verso l’oggetto esterno, le donne in questo caso.

“L’uomo” rappresenta la figura paterna alla luce delle esperienze relazionali e del senso del possesso che Lucio gli attribuisce nei suoi vissuti. Quest’uomo poteva anche essere la “proiezione” dello stesso Lucio che in sogno manifesta i suoi desideri seduttivi e che per continuare a dormire si trasla in una generica figura. Non dimentichiamo che “il sogno è il guardiano del sonno”, come diceva il grande vecchio di Vienna. Ma non è così. Ci può anche stare che Lucio ha bisogno di difendersi dall’angoscia di avere una specifica attrazione verso le donne e una disposizione psicofisica verso la seduzione, un “tratto genitale” che appartiene naturalmente alla “posizione psichica” omonima e che Lucio sicuramente possiede. Ma la parola “aveva” ha decisamente disposto verso la “posizione edipica”, quei vissuti conflittuali di Lucio bambino nei riguardi dei suoi genitori. Particolare influenza ha in questa mia propensione interpretativa la figura femminile chiaramente materna che compare nel prosieguo del sogno e le classiche fantasie che ogni bambino elabora nei riguardi della madre, quelle mire espansionistiche che poi si dirigono verso le altre donne, quelle giuste e adatte a lui.

“Un mucchio di scarpe” contiene ed esprime la predilezione non solo verso l’universo psicofisico femminile, ma soprattutto verso le donne in carne e ossa. La “scarpa” è il classico simbolo delle recettività sessuale femminile, la vagina nello specifico con annessi e connessi. Se poi le scarpe sono “un mucchio” si evidenzia la disposizione al corteggiamento e alla seduzione. Si può affermare che Lucio ha vissuto il padre come una persona di potere nelle tendenze e nei desideri. Di questa dote è rimasto colpito e l’ha tenuta in grande considerazione per la sua formazione psichica. Il “mucchio” rappresenta l’abbondanza e la prosperità, così come “aveva” condensa una pulsione “anale” di accaparramento e un bisogno di sicurezza.

Mi diceva “entra e guarda quello che vuoi”.

E’ cosa degna e giusta che il padre rassicuri il figlio sulle insidie della pulsione e della propensione verso le donne, della pulsione e del desiderio in riguardo alla sessualità, “posizione psichica genitale”. Lucio dice in sogno a se stesso quello che il padre gli ha insegnato secondo il suo vangelo, i suoi vissuti di figlio. Lucio rievoca in sogno il tempo dell’adolescenza quando prendeva coscienza di sé e maturava dietro la spinta degli ormoni la consapevolezza dell’attrazione fisica verso la donna. Il padre è anche un buon maestro e instilla nel figlio i presupposti educativi di un buon narcisismo e di una buona autostima. Lucio grazie all’esempio paterno si vive bene nella visione di tanto benessere e di tante opportunità. Lucio si dice in sogno tramite il padre: “hai tante doti e capacità, sii sicuro, sii aggressivo e decidi di far tuo quello che desideri”. Lucio per il momento ha esibito in sogno, sempre tramite il padre, le sue tendenze sessuali e i suoi desideri in riguardo alle donne. “Se son rose, fioriranno”, diceva mia madre in attesa della fausta concretezza degli eventi.

Il simbolo del “mi diceva” attesta dell’amor proprio e del volersi bene tramite i doni delle parole del padre. In effetti, si tratta di regali fatti da Lucio a se stesso, un rafforzamento della sua convinzione e una sana istigazione all’azione. Si manifesta l’istanza psichica vigilante e razionale “Io” insieme al “principio di realtà” e in evoluzione necessaria del “principio del piacere”.

“Entra” contiene la carica aggressiva necessaria per agire e ottenere un risultato, è il simbolo dell’investimento di “libido” che esige consapevolezza e iniziativa. Non è estranea al simbolo la deflorazione suadente e la penetrazione sessuale.

“Guarda” si traduce “prendi coscienza” dei tuoi desideri e valuta le tue pulsioni e i tuoi bisogni alla luce della realtà. Si tratta della funzione vigilante e razionale dell’istanza psichica “Io”. Tutta questa magnifica psicodinamica viene attribuita in sogno al padre: “pater et magister”, quello che ha sempre desiderato il figlio insieme a tutti i figli del mondo, il desiderio universale di avere anche un maestro nel padre.

Io entravo e in un locale, una specie di salotto, c’era una donna di mezza età.”

Ed ecco che la “scarpa” si fa donna, “una donna di mezza età”, e si presenta tra gli uomini con la sua carta d’identità. Dopo il padre arriva la madre. Come nella più ardita prestidigitazione abilmente e magicamente esce la carta giusta dal mazzo, pardon, come nella più ardita simbologia esce la “scarpa” giusta dal “mucchio delle scarpe”. Chiedo ancora perdono: come nelle più ardite psicodinamiche esce la donna giusta tra le tante altre donne: “una donna di mezza età”, la madre secondo il vangelo edipico del bambino.

Dentro di Lucio, “entravo in un locale”, nella sua parte intima e privata c’è mirabilmente l’immagine della sua donna ideale e l’oggetto del suo desiderio sessuale.

Questa è la carta d’identità e questa è la “scarpa” agognata!

Ci si aspettava una procace ballerina del “Moulin rouge” e dal cilindro del prestigiatore è venuta fuori “una donna di mezza età”. Nulla contro questo tipo di donne, tutt’altro, ma l’enfasi della costruzione precedente prospettava ben altro. Bontà e bellezza dei meccanismi del “processo primario” e della Fantasia allucinatoria che costruiscono il sogno con un’abilità drammatica che Lucio non immaginava di avere.

Vediamo i simboli in completamento di tanta bellezza.

“Io entravo in un locale” equivale a “io prendevo coscienza di un mio tratto psichico caratteristico”.

“Una specie di salotto” si traduce in “la mia sfera sociale e relazionale”, il luogo della confidenza e della comunione.

“Una donna di mezza età” fa il pari con l’uomo di mezza età, il padre di Lucio, un uomo cresciuto e navigato e che conosce bene le “scarpe” e i negozi di calzature. Adesso si tratta della donna adatta a lui bambino e della figura di donna che intriga l’uomo adulto. In ogni caso, la simbologia vuole che tale tipo di donna sia particolarmente seduttiva e abile nelle arti erotiche in grazie alle sue esperienze nel settore calzaturiero. Lucio rispolvera in pieno e alla grande il suo dolce travaglio edipico in riguardo alla figura materna.

Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

“Come volevasi dimostrare” diceva orgoglioso l’insegnante di matematica alle prese con il teorema di Pitagora in pieno accordo con il collega di filosofia in riguardo al teorema di Edipo. Ecco che arriva puntuale la seduzione della donna, anzi, della madre. Lucio rievoca il suo bisogno e il suo desiderio di essere sedotto dalla madre al fine di crescere anche in questo oscuro settore pieno di tabù. Ammiccante “la donna di mezza età”, la madre, invita il figlio a prendere coscienza dell’altra faccia della medaglia, la sessualità, la “libido genitale” in pieno superamento evolutivo della “libido narcisistica”. Lucio non sa che farsene delle sue auto-gratificazioni, Lucio è cresciuto e vuole concretamente relazionarsi con una donna al fine di adempiere l’atto finale di uno psicodramma dolce e garbato. Questa donna è “maieutica”, aiuta Lucio a conoscere e a “sapere di sé”. Meglio: Lucio ha tanta voglia di conoscersi e di “sapere di sé” per cui proietta nella “donna di mezza età” il suo bisogno e il suo desiderio: “grazie mamma” e non “grazie zia”. Lucio si chiede ancora “chi meglio di mia madre mi può introdurre nei misteri magici dell’Eros?”

Vediamo i simboli dopo tanto peregrinare.

“Mi diceva” equivale a “mi dicevo”, mi regalavo parole e prese di coscienza introduttive alla messa in atto della “libido genitale” dopo quella “narcisistica” e in superamento della “posizione edipica”.

“Vieni di sopra con me” può essere l’allegoria della “sublimazione della libido” e può essere anche “l’allegoria del coito”, vieni sopra di me. E’ la semplice questione semantica di un “con”, un “insieme a me” che è denso di fascino e di ambigue promesse. E’ anche l’invito della donna libera o della geisha o della sacerdotessa del tempio di Demetra che aiuta il maschio pellegrino ad aprirsi ai misteri dell’erotismo e della sessualità.

“Ti faccio vedere” equivale semplicemente a prendo consapevolezza. Del resto, il sogno è di Lucio e tutto gli appartiene.

“L’altra parte del negozio di scarpe” esprime simbolicamente il superamento di un blocco psichico o di una serie di esperienze non vissute sempre in riguardo alla vita sessuale e alle donne. La “donna di mezza età” è, come si diceva in precedenza, “maieutica” e gli mostra l’altra faccia della luna, in onore alla simbologia femminile di quest’ultima. Lucio si è ben distribuito e sistemato in questo sogno. In poche righe ha sciorinato la sua conflittualità e il suo desiderio, la sua seduzione e la seduzione altrui. Inoltre, costruisce in immagine e con il linguaggio un quadro di ammiccamenti e una serie di doppi sensi degni di un poeta dell’Ottocento o del grande Baudelaire.

Poi voleva che facessi l’amore con lei, ma, anche se era bella, non la trovavo attraente e non lo facevo.”

Ecco l’altra parte della luna proiettata dal figlio alla madre, da Lucio alla “donna di mezza età”, la “libido genitale”, il fare l’amore. Il meccanismo di difesa della “proiezione” è evidente in questa scena della madre incestuosa che seduce il figlio come una nobile sgualdrina del quartiere a luci rosse dell’isola di Malta. Lucio si difende dall’angoscia dell’incesto, dall’angoscia di aver pensato e desiderato la madre in carne e ossa come bottino di caccia e in pieno conflitto con il padre. Lucio ha richiesto per sé la madre come educatrice anche alla vita sessuale. Il bambino e soprattutto l’adolescente si è chiesto il perché di una serie di divieti imposti alla vitalità intima e sessuale nella sua famiglia. I tabù sono talmente tanti che lui stesso in sogno se li pone: “non lo facevo”. Lucio si astiene dall’intrattenersi sessualmente con la sua seduttrice “anche se era bella”.

Quale divieto atavico?

L’incesto!

E’ sorprendente, so di ripetermi, la bellezza poetica con cui Lucio elabora la psicodinamica dell’incesto mettendo in croce quattro parole. La semplicità popolare e popolana del linguaggio colpisce in questo quadretto così denso di significati ancestrali che risalgono al tempo in cui l’uomo realizza la sua essenza sociale e regolamenta la vita sessuale e la procreazione sotto la spinta evolutiva dell’amore della Specie: “zoon politikon”. A tal uopo per approfondire leggete nel blog la sezione “Totem e tabù”, l’analisi dell’opera di Freud sul tema.

Passiamo ai simboli senza sciupare tanta carica di bellezza.

“Voleva” è la “proiezione” sulla madre della “libido genitale” del figlio e si traduce in una pulsione e in una emozione, la volontà più neurovegetativa che razionale.

“Facessi l’amore” si traduce esercizio della “libido genitale” e della “posizione psichica genitale” con una accentuata connotazione affettiva e non con un fatto brutale e meccanico.

“Lei” condensa l’altolocazione e il riconoscimento dell’altro e nel caso specifico la dimensione psicofisica della donna.

“Bella” rappresenta simbolicamente la cospirazione delle parti e l’esito dell’armonia psicofisica. La vera bellezza non è mai soltanto un fatto fisico.

“Attraente” contiene la carica della pulsione e della seduzione. Siamo nell’ambito decisamente fascinoso del sistema neurovegetativo.

“Non lo facevo” è il diniego dell’azione sotto la spinta impositiva dell’istanza censoria e limitante del “Super-Io”, l’introiezione del padre e dei suoi divieti. L’insegnamento paterno è stato ben assimilato da Lucio.

Poi mi sono svegliato.”

Effettivamente il sogno di Lucio non poteva continuare, non per l’angoscia ma per la bellezza. Il proseguire avrebbe sciupato l’armonia estetica della sequenza delle immagini e della formulazione linguistica.

Il sogno deve finire qui semplicemente perché Lucio è del tutto consapevole dell’importanza dei suoi genitori e delle esperienze vissute con loro.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lucio sviluppa la psicodinamica della “posizione edipica”. La conflittualità è composta e risolta nei termini più incisivi che riguardano la sessualità maschile intenzionata al femminile: “pater et magister” e “mater et magistra”. La psicodinamica di Lucio vede il padre che orienta e rassicura il figlio sulla seduzione e sulla sessualità e vede la madre che seduce e alletta evocando il tabù, più che l’angoscia, dell’incesto e l’azione censoria del “Super-Io”. La trama del sogno illustra in termini poetici e sintetici l’essenzialità della relazione con il padre e con la madre al fine di acquisire la giusta identità maschile e il giusto investimento di “libido” in riguardo alle donne.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati trattati nel corso dell’interpretazione e i principali sono la “stanza”, le “scarpe”, il “salotto”, la “donna”, “l’uomo”, “vedere”, “fare l’amore”, il “negozio”.

Il sogno di Lucio richiama gli archetipi del “Padre” e della “Madre”.

Il “fantasma” evocato è quello “edipico”, il “fantasma del padre” nella “parte positiva” e il “fantasma della madre” nella “parte negativa”.

Il sogno di Lucio vede in attività l’istanza “Es” o rappresentazione dell’istinto in “un mucchio di scarpe” e in “vieni sopra con me” e in “voleva che facessi l’amore con lei”, l’istanza “Io” o vigilanza razionale in “guarda”, l’istanza “Super-Io” limitante e censoria in “non lo facevo”.

Il sogno di Lucio verte ed esalta la “posizione psichica edipica”, conflittualità evolutiva con i genitori, ma non trascura la “posizione psichica genitale” nella seduzione e nella condivisione sessuale con le donne.

Lucio usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione” in “scarpe”, lo “spostamento” in “uomo” e in “donna”, la “proiezione” in voleva che facessi l’amore”, la “regressione” funzionale all’attività onirica.

Il sogno di Lucio contiene un forte tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Dalla risoluzione della conflittualità con i genitori Lucio ha maturato una forte spinta a investire la “libido” sulle donne e una decisa identificazione nel ruolo maschile del padre. Seduzione e sessualità vanno a braccetto nel “personaggio” Lucio.

Il sogno di Lucio evidenzia le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “scarpa”, la “metonimia” o nesso logico in “salotto” e in “entra” e in “guarda” e in “vuoi”. La “stanza dove c’era un uomo che aveva un mucchio di scarpe” è l’allegoria della “posizione psichica genitale”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione ottimale della “posizione edipica” in stretto riferimento all’identificazione nella figura paterna e alla razionalizzazione dell’incesto e dell’angoscia collegata. Lucio si identifica nel padre e supera il desiderio sessuale nei riguardi della madre.

La “prognosi” impone a Lucio di coltivare la sua bella e buona e giusta relazione con l’universo femminile e di rafforzare l’eredità dei suoi genitori ossia la presa di coscienza della sua disposizione estetica ed etica verso l’universo psichico femminile.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”, secondo il dettame clinico freudiano, legata a un improbabile “ritorno del rimosso” in riguardo alla relazione con i genitori: psiconevrosi isterica, fobico, ossessiva, d’angoscia.

Il “grado di purezza” del sogno di Lucio è “buono” perché propende decisamente verso il registro simbolico. I riferimenti alla realtà confermano la dominanza dei “meccanismi del processo primario”.

La “causa scatenante” del sogno è stata individuata da Lucio in “Mi preme dirle che la sera prima di fare il sogno avevo deciso di andare in un negozio di scarpe particolare che al suo interno è strutturato un po’ come un labirinto.”

La “qualità onirica” si attesta nel simbolismo.

Il sogno di Lucio si è svolto possibilmente tra la fine della seconda fase nonREM e l’inizio della fase REM collegata. Il sogno non presenta intemperanze nervose anche se la tematica è particolarmente audace, ma la copertura simbolica ha permesso a Lucio di continuare a dormire e di non agitarsi oltremodo.

Il “fattore allucinatorio” vede il senso dell’udito in “Mi diceva:entra e prendi quello che vuoi” e in “Mi diceva “vieni di sopra con me che ti faccio vedere l’altra parte del negozio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lucio è “buona” alla luce della chiara simbologia. Il “grado di fallacia” è di conseguenza “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Lucio è stata visionata da una collega anonima. Sono emerse le seguenti domande e risposte.

Domanda

Lei non è convinto dell’esistenza dell’Inconscio. Mi pare di capire questo tra le righe delle Considerazioni quando dice “non necessariamente inconscia” a proposito della causa scatenante del sogno.

Risposta

La teoria di Freud sul “resto diurno” è confermata, ma la teoria della dimensione psichica inconscia è difficile da accettare perché i filosofi giustamente hanno obiettato che ciò che non cade nell’ambito della coscienza non esiste. E’ ammissibile che si possono dimenticare i vissuti particolarmente traumatici, per cui è necessaria una dimensione dove vengono relegati, un “Profondo psichico”, ma ciò che è inconsapevole per definizione ha licenza di esistere come tale. Freud elaborò l’Inconscio in giustificazione del meccanismo di difesa della “rimozione” durante le sue collaborazioni con Breuer sul caso di Anna O. e rafforzò la sua teoria con le lezioni di Charcot sull’Ipnositerapia. Gli “Studi sull’isteria” furono il risultato concreto di quel periodo pioneristico. Ritornando alla teoria, si diceva che ciò che non cade nello spazio della coscienza può non esistere per il momento, ma può emergere se è relegato o incarcerato nella dimensione psichica profonda dai tanti “meccanismi di difesa” dall’angoscia; il “Subconscio” può bastare. Si diceva ancora che un qualsiasi stimolo può riportare il materiale psichico rimosso alla coscienza sotto forma di sogno o di sintomo o di ricordo, tutti e tre pronti per essere razionalizzati. La dimensione psichica “Inconscio” contiene qualcosa di magico e di esoterico. Il “Subconscio”, una zona psichica profonda che sta sotto l’Io vigilante e la cui memoria non è in atto, è necessario e sufficiente.

Domanda

L’Inconscio può essere una utile e proficua ipotesi di lavoro da cui tirare fuori e giustificare tante certezze. Non pensa?

Risposta

Questa ipotesi può servire agli scrittori di gialli o ai registi di film horror. L’Inconscio giustifica la “rimozione” o la “rimozione” giustifica l’Inconscio? Sono questioni di lana caprina, come diceva il maestro buddista. Importante è portare avanti la comprensione della Mente autocosciente e la conoscenza dei disturbi psichici gravi per formulare la giusta e valida psicoterapia. In ogni caso basta il Subconscio o il Preconscio per giustificare la “rimozione”.

Domanda

Abbandono il discorso teorico e le chiedo perché l’uomo che Lucio incontra in sogno non è la “proiezione” di se stesso, non è la “parte edipica” di se stesso. Lei lo ha interpretato come il padre, ma poteva essere anche la sua arte e la sua abilità seduttive. Perché non ha voluto interpretarlo come un incallito seduttore?

Risposta

In effetti sulle prime lo avevo interpretato come la “proiezione” di Lucio, ma dopo non riuscivo a giustificare la donna di mezza età che lo aizzava sessualmente. Si trattava di decodificare dal sogno che Lucio era un incallito seduttore disposto a intrallazzare con tutte le donne che s’imbattevano sulla sua scia profumata. E’ oltremodo chiaro che dentro di lui Lucio trova il padre e la madre secondo i classici “fantasmi edipici” dell’infanzia: il bambino desidera il possesso fisico e affettivo della madre per risolvere l’angoscia di essere abbandonato e nello stesso tempo esclude il padre per la paura della sua freddezza e della sua forza. Dopo il terzo anno di vita la sindrome dell’abbandono si evolve nel desiderio erotico della madre, pulsione che il bambino ha già ampiamente sperimentato ma giammai appagato, perché quel contatto così complesso e piacevole non è stato mai abbastanza. Nella prima adolescenza o nel terzo tempo del film edipico il figlio pensa la madre come educatrice sessuale e costruisce sul tema una consistente serie di fantasie. Ecco che incorre nel divieto, nel tabù e nell’angoscia dell’incesto. Ecco che si imbatte nel padre e lo fa subentrare come alleato e non più come nemico. Nel sogno di Lucio tutto questo psicodramma è evidente nel desiderio di avere un “pater magister” e una “mater magistra”, un padre che gli spiega il sesso e lo invoglia a investire “libido genitale” nelle altre donne e una madre ambigua che gli instilla il senso del desiderio e del divieto. Tra le fantasie di ogni bambino c’è sempre una figura di donna adulta che inizia ai misteri del corpo e insegna l’arte della sessualità. Spesso la letteratura popolare parla della figura indolore della zia: “grazie zia”!

Domanda

Condivido e penso che in ogni caso è prevalente il complesso di Edipo rispetto alle “proiezioni” di libertinaggio che si potevano tirare fuori in un Lucio seduttore e amante ostinato delle donne. In effetti il sogno è molto bello specialmente quando Lucio si identifica nel padre e si fa autorizzare all’esercizio della sessualità. Ed ecco che il padre gli mostra le donne da amare e gli descrive le tentazioni e le seduzioni della donna di mezza età, chiaramente la figura materna. A proposito mi ricorda cosa dice Vico nella sua opera?

Risposta

“Gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”. A queste tappe psicofisiche dell’uomo corrispondono le tre età della storia umana, la ferina, la poetica, la razionale: l’età dei bestioni, l’età dei poeti, l’età dei filosofi. Il sogno appartiene alla dimensione poetica senza alcun superamento perché tutto si evolve e si conserva, ma gli uomini sognano da sempre.

Domanda

Ha parlato del “fantasma del padre” e la “parte positiva” l’ha individuata nella seduzione. Qual’è, di grazia, la “parte negativa”?

Risposta

La “parte negativa” del “fantasma del padre” si attesta nella prevaricazione e nella violenza. Ma il sogno di Lucio è mille miglia lontano da questi territori.

Domanda

E la “parte positiva” del “fantasma della madre”?

Risposta

Naturalmente è la madre che ama e che protegge, la madre affetto e rassicurazione.

Domanda

Dal sogno come immagina Lucio?

Risposta

Un uomo maturo e spigliato, una persona che sa quello che vuole e che esercita la giusta aggressività nelle sue azioni. Con le donne Lucio è molto gentile e suadente. Il sogno descrive un personaggio civile ed educato che ben conosce i suoi pregi e i suoi limiti.

Domanda

Cos’è la seduzione?

Risposta

Seduzione deriva dal latino “secum ducere” e si traduce “condurre con sé”. L’etimologia dice chiaramente che si tratta di un potere suggestivo esercitato sull’altro, di una dipendenza psicofisica fascinosa e acritica, di un innamoramento intenso e transitorio. La seduzione è l’arte e la difesa del narcisista. Tutto è funzionale all’esaltazione della propria persona. La “posizione psichica narcisista” esige lo sfruttamento e la manipolazione dell’altro come rafforzamento unico ed esclusivo del proprio “Io”. La storia del seduttore si incentra nella figura del “Don Giovanni” e si trova nella commedia di Molière, nella musica di Mozart e nella filosofia di Kierkegaard. Di quest’ultimo leggi pure “Diario del seduttore” e “Aut-aut” e ti divertirai un casino. La Psicopatologia indica nel seduttore uno stato psichico “borderline”, a metà tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. La Fenomenologia descrive il seduttore come una persona affetta da “impotentia coeundi”, un narcisista che vive della conquista della donna esclusivamente ideale e funzionale a rimandare la pulsione depressiva e autodistruttiva. Se tu leggi la vita e la filosofia di Soeren Kierkegaard ti imbatti nella dichiarazione traslata della sua impotenza e della sua depressione: “la spina nella carne” e “non posso legarmi al finito”. Sono discorsi interessanti che mi limito a indicare e che meriterebbero ampie a approfondite discussioni. In ogni caso Giovanni non si accompagna sessualmente a una donna, ma addirittura le procura l’uomo di cui innamorarsi. In ultimo suggerisco il regalo di Natale sul tema: Vitaliano Brancati – Don Giovanni in Sicilia.

Domanda

Il narcisista è un depresso che sopravvive attraverso la conquista della donna?

Risposta

Se analizzi il mito di Narciso trovi la conferma di questa teoria. Le due versioni sulla morte dicono che si annegò nella ricerca di se stesso riflesso nell’acqua della fonte o che si trafisse con un pugnale per la sua infelicità e il suo dolore, meglio per la bassissima soglia di frustrazione.

Domanda

Il narcisista è sempre un maschio o anche una donna?

Risposta

La “posizione psichica narcisista” è universale e riguarda tutti i sessi possibili e immaginabili alla Platone. Aggiungo che il maschio che persiste nel narcisismo e non si evolve nella “posizione psichica genitale” incorre storicamente e mitologicamente in un trauma letale rispetto alla donna che si imbelletta della vena afrodisiaca. Quest’ultima si esalta nell’ambito relazionale e sociale, mentre il maschio narcisista si risolve nella solitudine e nella disperazione.

Domanda

Per il sogno di Lucio suggerirei la canzone di Patty Pravo degli anni settanta intitolata “Pazza idea” semplicemente perché illustra chiaramente come l’immaginazione e la fantasia arrivano nei momenti meno opportuni come quelli dell’intimità sessuale.

Risposta

Pienamente d’accordo, carissima collega. Le fantasie e le associazioni sono i nostri alleati incomunicabili al partner durante l’intimità, a conferma che esiste un mondo di pensieri e di vissuti estremamente personale, intimo e privato.

I TRE DIAVOLI DI ARMANDO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.
Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.
Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.
Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso. Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.
Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.
Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.
Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.
L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Questo è il sogno di Armando.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quanta drammatizzazione e quanta enfasi in questo sogno!
Eppure è vero ed è così!
Armando sogna e da sveglio descrive quello che ricorda, quel poco che ricorda quando le emozioni vissute in sonno sono stemperate e gestibili dalla coscienza.
Degno di nota è il ricorso ai colori nella descrizione degli ambienti e alle sensazioni olfattive e tattili nella descrizione dello sbranamento.
Quello che Armando ricorda e descrive è una minima parte di quello che ha vissuto nei sensi e nelle azioni durante il sonno.
Il sogno di Armando rievoca il tema del diabolico e della perversione maligna, un tema universalmente svolto da svegli nella mitologia sacra e profana, nelle fiabe e nelle favole, nei riti e nei divieti. C’è sempre un diavolo che invita a infrangere i tabù e a praticare quelle trasgressioni non consentite dalle Leggi dei Padri.
In quanto si riferisce al Male e al Padre, il “diavolo” è prossimo a essere considerato un “archetipo”, un simbolo universale elaborato da tutti gli uomini e depositato nello junghiano “Immaginario collettivo”come degenerazione del Dio buono.
C’è anche una Madre diabolica e maligna nel sogno di Armando sotto forma di degenerazione degli affetti e in base alla peggiore “Legge del sangue”.
Procedendo nella decodificazione, si approfondiranno questi temi di grande interesse. Intanto un grazie va ad Armando perché ha offerto un sogno molto bello e molto ricco.
Ancora: ho aggiunto altre due voci al modello d’interpretazione di sogni che ho potuto elaborare nel corso di questi due anni e grazie alla Vostra collaborazione: “domande & risposte” e “REM O NONREM?”
Questa operazione è finalizzata a rendere comprensibile il sogno nelle sue sfaccettature pratiche del vivere la vita e ad approfondire, al meglio consentito dalle conoscenze in atto, l’inquieto e complesso fenomeno psicofisico del sogno.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Tre stanze vuote in penombra: luce calda e soffusa.”

Armando prepara in sogno la scena del drammatico misfatto. Armando si sta guardando dentro e individua le sue tre stanze, quelle riservate al padre, alla madre e a se stesso, il figlio.
Le “stanze vuote” denunciano l’assenza di connotazioni psichiche e di vissuti vari e variopinti in riguardo ai genitori. Sembra che dal padre e dalla madre Armando abbia ricevuto poco di normale e tanto di eccezionale. Le “stanze” possono essere vuote in attesa di essere drammaticamente riempite, come se il sogno nella sua progressione volesse creare una inquieta attesa, la cosiddetta, in altra lingua, “suspence”. In effetti, i meccanismi del sogno procedono con cautela per non procurare l’incubo e il risveglio.
La “penombra” condensa il crepuscolo della coscienza, la soglia ipnotica e l’obnubilamento che consentono al “profondo psichico”, il “fantasma” nel nostro caso, di emergere e prender luce, quella “luce calda e soffusa” che sa tanto di relazioni sacre e di affetti misteriosi, la luce di una chiesa che odora di sacro. Armando sta rivisitando se stesso tramite le stanze del padre e della madre, i ricettacoli psichici dove ha ricoverato i genitori nel mentre li viveva e li elaborava sin dai primi mesi di vita. Del resto, i genitori sono figure avvolte di sacro dai figli per i loro bisogni di alleviare l’angoscia di abbandono e di perdita, il solito e famigerato “fantasma di morte”.
La “posizione edipica”, il rapporto conflittuale con i genitori, è in emersione con tutte le emozioni affettive e protettive, ma anche drammatiche e terrificanti, come l’angoscia del bambino di essere fagocitato e annientato proprio dalla madre e dal padre al di là dei loro effettivi e reali comportamenti.

“Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”

Armando ci presenta il padre e la madre all’interno di una cornice cromatica di grande effetto.
Il primo “demone” è il “fantasma del padre” elaborato e introiettato nel primo anno di vita nelle sue versioni “positiva” e “negativa”, il padre che protegge e il padre che uccide, in base al meccanismo psichico di difesa della “scissione”, “splitting”, e secondo la modalità di funzionamento della mente in quei primordi. Nello specifico Armando ci presenta il padre negativo, il “demone”, il principio del male che alberga “in una stanza di colore rosso scuro”, il colore che attesta l’aggressività mortifera del padre, la violenza coniugata con il crepuscolo della vigilanza e della coscienza.
L’altro demone non è da meno. La “parte negativa” del “fantasma della madre” ha la sua “stanza” contraddistinta cromaticamente da una significativa sfumatura cromatica, il “colore marrone scuro”, il colore del sangue rappreso.
Decodifichiamo: la madre ha una violenza occulta, legata al suo potere di essere il primo investimento libidico del bambino, la madre mortifera, quella che non nutre e abbandona.
Armando ha fatto le cose giuste sognando. Rivisita le “parti negative” dei “fantasmi” che riguardano i suoi genitori, vissuti che a suo tempo ha elaborato e depositato nel “Profondo psichico”.

“Ambiente sporco e umido. Un’apertura di comunicazione tra le due stanze in assenza di porta.”

Armando è bravo a curare i particolari estetici, non è un un uomo volgare o da poco, ha una sensibilità artistica e un culto della bellezza. Questo dice il sogno con il quadro di un “ambiente sporco e umido”.
La “sporcizia” simboleggia il “senso di colpa” e “l’umidità” attesta della degenerazione delle tensioni; l’eccitazione nervosa è sul punto di tralignare in angoscia.
L’interiorità di Armando non ha posto blocchi e differenze tra il padre e la madre. Del resto, ne sta elaborando le “parti negative”, la dimensione demoniaca, per cui non esiste tramite logico di discernimento dal momento che si accomunano nel loro essere malefiche.
La “porta” è simbolo del tramite associativo e del nesso logico.
“In assenza di porta” conferma della forte tensione emotiva che governa i vissuti dei genitori nel sogno di Armando.

“Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”

Il figlio fa parte della partita, non è da meno ed è degno del padre e della madre: “il terzo demone”. Armando sta riesumando il legame maligno che ha vissuto nei riguardi dei genitori, sta rivisitando in sogno la sua “posizione edipica” nella versione “negativa”: l’orco, la strega e il degno erede di cotanta compagnia, il bambino trasgressivo che si sottrae alla furia del padre e della madre “con una paura bestiale di essere preso”. Nella sostanza si tratta non di una marachella da punire, ma dell’angoscia d’abbandono e del “fantasma di morte” collegato e al di là di come i genitori si sono comportati nella realtà. Possibilmente il bambino è stato impotente spettatore delle liti furibonde dei genitori, magari avrà assistito alla scena del padre che picchia a sangue la madre, magari si sarà trovato sin da piccolo nelle situazioni familiari più infauste per maturare in maniera consistente la disistima e la paura dei genitori, ma le “parti psichiche negative” del “fantasma dei genitori” Armando le ha elaborate normalmente sin dal primo anno di vita.
“Preso” e “terrorizzato” condensano l’angoscia di essere annientato e ucciso, bloccato nelle sue energie vitali, una sensazione bruttissima da non sperimentare mai e soprattutto nella prima infanzia.
Il “terzo demone” è la necessaria identificazione di Armando nelle figure genitoriali per una collocazione adeguata nella famiglia, un demone destinato a soccombere. Armando ha introiettato le parti negative del padre e della madre e in esse si è identificato incarnandole, altrimenti non sarebbe il terzo diavolo.
Uno psicodramma ineccepibile!

“Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”

Come si diceva in precedenza, Armando rievoca in sogno il senso d’impotenza e di terrore vissuto in riguardo ai genitori e alle loro dinamiche contorte e violente.
Nessuna soluzione traduce “nessuna via d’uscita”, così come angoscia e colpa da espiare traducono “dannato come all’inferno”. Armando ha provato a rifiutare l’identificazione nel padre e la figura materna demoniaca, ha tentato di razionalizzare tanta atrocità, ma non è riuscito a portare a termine l’operazione di distacco da queste figure maligne, non è riuscito a “riconoscere il padre e la madre” nelle loro dimensioni psichiche per acquisire la sua autonomia: “senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze”. Queste ultime condensano i tratti psichici della “organizzazione reattiva” o del carattere.

“Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”

Angoscia di “castrazione”?
Angoscia di “perdita d’oggetto”?
No!
Questa è angoscia di divoramento e di “frammentazione”!
Altro che la normale e benefica “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica”!
Qui siamo in uno “stato limite” e anche oltre.
Più che il conflitto con i genitori, il trauma affettivo è precoce ed è avvenuto nei primi anni di vita. Armando ha subito un trauma, non nel vedere i genitori in perenne conflitto, ma ha maturato una carenza affettiva di notevole portata, “sbranarsi”.
“Affamati” richiama la “posizione psichica orale” e le frustrazioni affettive che il bambino ha subito nella primissima infanzia e che con il crescere ha immaginato e figurato nei “due diavoli affamati che se lo prendono” lo “fanno letteralmente a pezzi e lo sbranano”. La “posizione psichica orale” di ordine affettivo si è combinata con la “posizione psichica anale” di ordine sadomasochistico e si è evidenziata con la fame spasmodica e con il ferino sbranamento. Tutto questo drammatico quadro comporta la madre che fagocita e divora, il padre che sbrana. Vuol dire che Armando si è sentito poco amato dalla madre e punito dal padre aggravando “l’angoscia di castrazione” in “angoscia di frammentazione”, di irreparabile rottura di “parti psichiche di sé”.
Il quadro clinico è decisamente pesante nel suo essere “borderline” e potenzialmente “psicotico”.

“Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno. Io sono una minaccia o meglio carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”

Il dramma psichico di Armando viene così sintetizzato in sogno: vorrei essere tanto diverso dai miei genitori e non far parte di questa famiglia. Armando rifiuta la sua origine materna e paterna per traumi affettivi legati alla freddezza materna e alla violenza paterna.
Contrariamente a quanto si può pensare, è la madre la responsabile dei traumi affettivi precoci. Il padre ha agito ed è intervenuto dopo a colmare la misura e la qualità dei traumi con la sua violenza: tutto questo nei vissuti di Armando e nelle responsabilità dei genitori ignoranti e maldestri.
Il figlio adulto riconosce ma rifiuta la sua famiglia: “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura.”
“Natura” significa nascimento, ciò che nasce e ciò che si origina dentro di me.
Armando desidera “un’altra origine” per una rifiutata identificazione nel padre e per un desiderio d’individuazione in una figura degna e migliore.
L’avrà trovata tale necessaria compensazione?
Armando è maschio e deve identificarsi per fissare l’identità psichica ed evolverla al meglio consentito dalla legge del Padre e dalla qualità dei suoi vissuti e fantasmi.
E la madre?
La madre gli ha regalato la pulsione a non coinvolgersi affettivamente con le donne e a non investire “libido” nell’universo femminile.
Armando attribuisce ai genitori adulti la consapevolezza dei guasti prodotti e della benefica e salvifica ricerca di differenziazione del figlio, “loro lo sanno”, e per questo rifiuto lo puniranno secondo il loro ferino vangelo. Armando è la cattiva coscienza dei genitori, “Io sono una minaccia”, per cui deve essere eliminato secondo la Legge del sangue di cui è depositaria la Madre con la morte per allettante sbranamento, “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
Questo è il vissuto e la “parte negativa del fantasma dei genitori” di Armando: angoscia di sbranamento, fagocitazione e divoramento sadico da parte del padre e della madre, di questi simboli universali, “archetipi”, in versione mitologica e mitica.
Il figlio è diventato il capro espiatorio dei loro aspri conflitti e delle loro filosofie distorte, siano esse psicologiche o esistenziali.
Ci troviamo in un ambito psicopatologico decisamente “borderline”, ai confini tra nevrosi e psicosi alla luce della qualità e dell’intensità dei fantasmi esibiti da Armando nel suo sogno.

“Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

Traduzione: mi trovo in mezzo ai genitori, “tra i due diavoli”, per alleanze strane e nessuno mi capisce e consola. Questa è la psicodinamica del figlio “conteso” da genitori litigiosi e improvvidi che non si accorgono di tutto il male che stanno procurando alla loro creatura. Armando si sente manipolato e prevaricato per uso personale dai genitori che cercano la sua alleanza per sentirsi dalla parte del giusto. Armando è diventato senza averne coscienza l’ago della bilancia familiare e della coppia. “Conteso”, latino “cum e tendo”, si traduce “ci dirigiamo insieme”, “condiviso”, latino “cum” e “divido”, si traduce “partecipo a idee e a sentimenti altrui.
Una posizione familiare veramente drammatica è quella di Armando bambino.

“L’angoscia della fine che posso fare, mi sveglia.”

Il “fantasma di morte” intercorre e l’incubo scatta con il risveglio: “l’angoscia della fine…mi sveglia”.
Del resto, il sogno si è anche concluso e non poteva andare avanti da nessuna parte dal momento che tutto si è compiuto nel peggiore dei modi, la psicodinamica si è sciolta in una drammaturgia eclatante sulla “posizione psichica edipica” e sopratutto sulla “posizione orale”, l’affettività, di Armando. Il sogno, così delicato, è andato avanti perché la problematica sviluppata dal protagonista è vissuta costantemente da sveglio in maniera inquieta. Si tratta di temi che Armando conosce molto bene nella vita vigile e corrente.

PSICODINAMICA

Il sogno di Armando tratta la psicodinamica della sua “posizione psichica edipica” secondo la versione negativa del “fantasma” dei genitori simboleggiati in figure diaboliche e la versione negativa della sua identificazione nel padre, il figlio diavolo. Nell’intermezzo del sogno Armando affronta la “posizione orale” attraverso la riesumazione della “parte negativa” del “fantasma della madre”, una figura vissuta ed elaborata nel primo anno di vita come fredda e anaffettiva, nonché fagocitatrice e dilaniante. Se nella “posizione edipica” il malanno psichico si attesta in un ambito nevrotico, nella “posizione orale” il trauma precoce si attesta in un ambito quanto meno “borderline”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Armando sono presenti e in atto le istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io”.
L’istanza pulsionale “Es” è presente in quasi tutto il sogno ed è ben visibile in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” e in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.” e in altro.
L’istanza vigilante e razionale “Io” è presente in “Ho la sensazione di non far parte di quel mondo anche se ho la stessa natura. Ho un’altra origine e loro lo sanno.“Percepisco” e in altro.
L’istanza censoria e morale “Super-Io” si vede in “dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Le “posizioni psichiche” evocate ed elaborate sono quelle “orale” e “anale” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
La “posizione fallico narcisistica” in “carne insanguinata da cui loro possono trarre godimento.”
La “posizione genitale” è assente e quella “edipica” è dominante in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.” “Io sono il terzo demone” e in “Sono conteso tra i due diavoli e non sono condiviso.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Armando nel suo sogno sono la “traslazione” in “Un demone in una stanza di colore rosso scuro e un altro nella stanza colore marrone scuro.”, lo “spostamento” in “stanze vuote” e in “penombra” e in “scappare” e in “sporco e umido” e in “sbranare”, la “condensazione” in “stanze” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “inferno” e in diavoli affamati”, la “drammatizzazione” in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”, la “figurabilità” in “Nessuna via di uscita, dannato come all’infermo, condannato a scappare da un ambiente all’altro fino allo sfinimento senza capire e senza riconoscermi in quelle sembianze.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente in “Io sono il terzo demone e terrorizzato cerco di scappare andando da una stanza all’altra in preda al panico e con una paura bestiale di essere preso.”
Non esiste traccia del processo psichico della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Armando evidenzia nella sua drammatica complessità un tratto “orale”, affettivo, e “anale”, sadomasochistico, all’interno di una vasta cornice “edipica”, relazione conflittuale con i genitori e identificazione contrastata nel padre, nonché vissuto negativo nei riguardi dell’universo femminile.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Armando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stanza” e in “luce calda e soffusa” e in “demone” e in “porta” e in “via d’uscita” e in “sembianze”, la “metonimia” o nesso logico in “scappare” e in “essere preso” e in “affamati e in “fare a pezzi” e in “sbranare”, “l’enfasi” o esagerazione espressiva in “Percepisco che i due diavoli sono affamati e che se mi prendono mi fanno letteralmente a pezzi e mi sbranano.”
Il sogno di Armando nella sua complessità presenta un uso consistente delle figure retoriche a testimonianza della fantasia messa all’opera nell’elaborazione del prodotto psichico: la “figurabilità”, trovare l’immagine giusta per il “fantasma”, è notevole.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Armando dice di una “posizione edipica” irrisolta e di una “posizione orale” degenerata livello affettivo nel rapporto con la madre e in associazione alla violenza esternata dal padre nell’esercizio della vita quotidiana. Il tutto ha portato Armando a una mancata autonomia psichica e a una situazione psichica “borderline”, tra nevrosi conflittuale e psicosi con crisi del “principio di realtà”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Armando di tenere sotto controllo la psicodinamica “edipica” e il rapporto con i genitori e con se stesso con il minor danno possibile. E’ necessario vivere la psiconevrosi edipica con i sintomi d’angoscia, piuttosto che subire la “coazione a ripetere” e la crisi della vigilanza in situazioni oltremodo delicate. Armando deve procedere verso una psicoterapia per migliorare la “coscienza di sé” e per acquisire la migliore autonomia possibile alle condizioni date. Inoltre, Armando deve migliorare le relazioni con l’universo femminile al fine di vivere la sua affettività in maniera completa e non mutilata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione dello stato “borderline” in psicosi con “angoscia di frammentazione” e con la perdita della funzione vigilante dell’Io e del “principio di realtà”. Una infausta degenerazione comporterebbe il meccanismo psichico di difesa della “coazione a ripetere” e la psicopatologia del disturbo ossessivo compulsivo, (d.o.c.).

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Armando è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Armando, il “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una relazione, possibilmente conflittuale, con la figura paterna o materna nel corso della giornata precedente o nella recrudescenza di un sintomo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Armando è lampantemente “cenestetica” proprio per le sensazioni tattili e olfattive e d’angoscia che contiene nelle sue descrizioni più truci e ferine.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Armando è un caso grave?

Risposta:
No, Armando è “borderline” e fa una vita regolare, sia pur vivendo grandi conflitti e sofferenze che lo portano a mettere in crisi il “principio di realtà” o a operare in maniera sconsiderata o con “coazioni a ripetere” e comportamenti incongrui. Si ricordi che Armando ha vissuto tutti gli stimoli e ha maturato tutte le sensazioni per chiudersi nell’autismo sin dal primo anno di vita. Non è successo perché stimoli e sensazioni erano continui e continuati e il bambino è stato costretto a stare sempre all’erta e vigile sul presente dentro e fuori di lui.

Domanda:
Deve curarsi?

Risposta:
La psicoterapia è necessaria per migliorare la qualità della sua vita e le sue scelte affettive, per raggiungere quella autonomia psichica che consente equilibrio e oculatezza: essere padrone a casa sua.

Domanda:
Può fare una vita regolare?

Risposta:
Certamente. Può lavorare, maritarsi, avere figli e fare tutto quello che comporta il vivere con gli altri.

Domanda:
Avrà problemi affettivi con le donne e con i figli?

Risposta:
Con le donne rischia di rievocare la “parte negativa” della madre e non si legherà facilmente, mentre con i figli inventerà quella tenerezza che non ricorda, perché non l’ha ricevuta, e che tanto desiderava per sé: meccanismo psichico di difesa della “conversione nell’opposto”.

Domanda:
Quale coazione a ripetere o disturbo ossessivo compulsivo?

Risposta:
Tenderà a sviluppare quelle idee e quei riti che rievocano i suoi traumi traslandoli in ossessioni dolorose e azioni improvvide: dipendenze varie.

REM O NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Armando è stato decisamente elaborato in uno stato di grande agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La complessità del sogno di Armando ricorda il mito della “cosmogenesi” di Esiodo: Kronos, dopo aver evirato il padre Ouranos, divora i figli che Rea partorisce.
Ricorda, inoltre, “Totem e tabù” di Freud con la scena dell’uccisione e del divoramento del Padre da parte dei figli: il pasto totemico e la successiva interdizione di uccidere il Padre, tabù.
Ricorda ancora il sacramento cristiano dell’Eucaristia con l’incorporazione per bocca dell’ostia consacrata, “traslazione” del corpo di Cristo, e del vino, “traslazione” del sangue.
Per quanto riguarda le madri infanticide, rievoca la greca Medea che per vendicarsi dell’amato e ingrato Giasone uccide i due figli avuti da lui.
Ricorda la favola di Cappuccetto rosso e del “lupo nonna” che la mangia al meglio possibile: “nonna, che bocca grande che hai! E’ per mangiarti meglio! Vedi anche Hansel e Gretel e Pollicino. Sulla materia leggi “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.

Il sogno di Armando rievoca la strega medioevale che divorava i bambini cattivi in associazione con l’uomo nero, l’orco e i vari demoni regionali: Barbazucon nel Veneto e il “lupo mannaro” in Sicilia.
Nel mondo animale capita che in alcune specie subentra l’uccisione dei piccoli da parte della madre, ma soprattutto da parte del padre a causa della pulsione sessuale, vedi orsi e leoni: favorire il ritorno del “calore” o fertilità nella madre.

Goya: Saturno (greco Kronos) che divora i figli.