GRAZIE ZIA !

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo: “Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

Questo e così ha sognato Frisona.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

La “zia” occupa da sempre e massicciamente l’Immaginario collettivo e viene rappresentata come una figura ambivalente, un familiare che non è poi tanto familiare e su cui si possono “spostare”, “traslare” e “proiettare” le pulsioni più disparate e i bisogni di ogni qualità, i propri “fantasmi”, le rappresentazioni primarie dell’infanzia ripescate e rafforzate durante l’adolescenza.

La “zia” appare come un palcoscenico di periferia su cui si può recitare a soggetto in ogni emergenza della vita psichica. Come tutti i “fantasmi” ha una “parte positiva” e una “parte negativa” e si giostra secondo gusto e a volontà nelle varie e variopinte vesti che può assumere un oggetto di per se stesso ibrido e multicolore.

La “zia” è il prolungamento della figura materna e come tale viene investita di virtù e di vizi, di valori e di disvalori, di sacro e di profano, di lecito e di illecito, di principi e di tabù.

La “zia” è un oggetto psichico polivalente e buono per tutte le stagioni della vita, una figura che soccorre il coraggio e la vigliaccheria, l’avventura e la trasgressione, l’amore e l’odio, l’imprevedibile e lo scontato. Spesso manifesta nel teatro delle passioni la veste psichica di una donna sorniona che è abbastanza parente e rasenta la legge del Sangue senza tingere di rosso le pareti della stanza come faceva Riccardo con Margherita.

La “zia” è, quindi, oggetto polivalente d’investimento di “libido”, riduce le angosce e aizza desideri, crea fantasie e desta pulsioni, compensa tutto il precario che si accompagna al senso della vita quando la riflessione traligna nella crisi.

“La “zia” accorre e soccorre di volta in volta e sempre in base ai bisogni psicofisici di chi la invoca prima del naufragio e della necessità di nuotare con le braccia e con le gambe nel gran mare della “storia” personale.

Ed è così che Frisona, una donna importante chiamata mucca pregiata, sogna la “zia” e a lei ricorre per “spostare” e “traslare” il suo piccolo e “caldo panettone” rigorosamente racchiuso in una “scatola” come quelli della rinomata pasticceria “Girlando” in quel di Avola di quel di Siracusa, la città più sporca del mondo dopo i sobborghi di Bogotà e Caracas, la città patrimonio dell’umanità dove le erbe e gli sterpi crescono spontanei e prosperano sui monumenti di qualsiasi età e cultura in grazie ai cittadini e agli amministratori e specialmente sul Barocco.

Bontà universale!

Dimenticavo: anche qualche fico è cresciuto sulla barocca pietra della chiesa della Spirito santo in Ortigia.

Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo:”

Della famigerata “zia” ho detto l’essenziale psichico e simbolico. Ricordo ancora che è un prolungamento della figura materna e che questa “traslazione” consente lo scarico delle pulsioni aggressive, di stampo sadomasochistiche e qualitativamente variabili come il tempo nel mese di aprile, che si sono accumulate nel corso dell’evoluzione e della formazione nei riguardi di una figura così massiccia e presente come la madre. Frisona si rivolge alla “zia” per non disturbare la madre, meglio per non disturbare il suo equilibrio rievocando e appellandosi direttamente alla madre, quella figura deputata alla sua identità femminile e quella persona a cui avrebbe voluto fare quelle mille domande e le altre mille che non sono mai uscite dalla sua bocca.

La “zia” è una nostalgia della “madre” nel caso di Frisona e di maternità si parla in questo breve sogno dal sapore tenero e confidenziale. Il fatto che la zia “è mancata a gennaio” è una perdita depressiva e un lutto che inducono i soliti sensi di colpa del sopravvissuto alla “malattia mortale” e quelli legati alle mancanze e alle omissioni in parole e opere, i peccati mortali della religione cristiana di cui recita ancora oggi l’atto di dolore. La morte della zia rende il sogno carismatico e affidabile, quasi degno di fede, pregno e foriero di una verità che viene da lontano, meglio, dall’Aldilà. Quest’ultimo può essere inteso come la regione psichica profonda di Frisona o come la regione variamente paradisiaca del dopo la morte. Per ingraziarsela la fa rivivere “con un aspetto più giovane” e la rimette “in forma” come nelle migliori tradizioni delle favole e dei racconti popolari.

A questo punto Frisona, la mucca più bella e dolce del mondo, rievoca il suo desiderio di maternità, più che il Natale in famiglia allargata, e lo condensa come una buona crema pasticciera dentro “una piccola scatola”, un dono della “zia” con cui condivide la dimensione psicofisica femminile e un bisogno ancora vivo e pulsante, dal momento che si presenta sulla scena onirica.

“Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

“Un piccolo panettone”, oltretutto “caldo”, non è soltanto un simbolo dell’affettività, dal momento che si tratta di un oggetto che scatena la “libido orale” e il gusto di un dolce appetitoso, ma racchiude un feto da amare con tutta la forza del destino favorevole e avverso, contiene un figlio tanto ricercato e capriccioso. Il “piccolo panettone caldo dentro la scatola” è il vitellino della mucca Frisona, l’oggetto del desiderio materno proiettato nella Provvidenza di una “zia” pronuba come la greca Era o la latina Giunone e prospera come la greca Demetra e la latina Venere. Nell’esperienza vissuta in riguardo alla “zia” da parte di Frisona domina la valenza materna e la prospera possibilità di realizzare il desiderio di diventare madre. La “zia” è buona con “tutti i parenti” e in tal senso acquista i connotati della sacralità legata alla sua persona e alla sua morte: una buona madre e una giusta donna. Ricordo che la simbologia del calore, “un piccolo panettone caldo”, avvalora la vita e la vitalità e consente al dolce impasto di traslarsi in un embrione ben attaccato all’utero di una mucca desiderosa di mostrarsi una donna e una madre degna del regalo familiare e universale di una Madonna laica o di una Dea popolana.

Il sogno di Frisona contiene una nota lieve di ironia nella scelta del nome, una nota e prosperosa mucca della Frisia, e nella formulazione pacata e nostalgica di un passato vissuto in pieno con tutti i colori dell’arcobaleno e senza nulla ferire e con tutto da vivere: una donna che “sa di sé” e anche delle sue aspirazioni non sempre realizzate.

Il breve sogno di Frisona è la sana e composta allegoria del desiderio di maternità.

TAGLIANDO PSICOFISICO 3

LA FOBIA

La “fobia” è una reazione psicosomatica improvvisa e scatenata da persone, oggetti e situazioni: esempio il timor panico.

La “fobia” si distingue dalla “paura” perché non si risolve con la verifica della realtà e con la “razionalizzazione” della situazione in cui la persona si trova.

La “fobia” si distingue dal “delirio” perché la persona fobica è perfettamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori e del fatto che non riesce a risolverli.

La “fobia” è una difesa consapevole che dà un senso alla “ansia” degenerata e la giustifica.

La “fobia” non è una “ossessione”, un’idea che domina e riempie lo spazio psichico.

La “fobia” si basa sul “fantasma” che evoca come sua causa e sul conflitto psichico che innesca e che non viene portato alla luce della coscienza.

La “fobia” è carica di “significato simbolico” e riguarda persone, oggetti e situazioni che richiamano vissuti primari e pulsioni represse, bisogni di punizioni e di limitazioni.

La “fobia” è una “dipendenza” che denota la mancata autonomia psicofisica proprio per la paura di agire e il bisogno di immobilismo: insicurezza, sensi di colpa ed espiazione punitiva.

La Psicoanalisi stima la “fobia” il prodotto dei “meccanismi di difesa” dell’Io, nello specifico la “rimozione” e lo “spostamento”. Il funzionamento parziale della “rimozione” produce il “ritorno del materiale psichico rimosso”. Quest’ultimo viene, tramite il meccanismo dello “spostamento”, trasferito dalla propria interiorità su un oggetto esterno che si può evitare. In questo modo il conflitto psichico profondo, su cui si basa la “fobia”, non emerge, per cui il disagio psicofisico non si risolve e i sintomi ritornano.

La “fobia” si rapporta alla “isteria” e alla “conversione” della carica nervosa nella forma d’angoscia generica e sempre senza la conoscenza della causa psichica.

La “fobia” interdisce le situazioni atte a procurare angoscia e difende la persona tramite forme di evitamento possibili. Ad esempio, la persona non va in piazza, non va al supermercato e non va in ascensore.

La “fobia” erige una barriera psichica fatta di inibizioni, di cautele, di divieti, di protezioni, di dipendenze e di qualsiasi modo o oggetto valido alla difesa. La vita è limitata e la qualità scade perché non si è liberi e si è oltremodo sensibili allo scombussolamento psicofisico che può intercorrere inaspettatamente.

L’esempio classico della Psicoanalisi sul tema “fobia” è descritto da Freud nel “Caso clinico del piccolo Hans”, la “fobia dei cavalli” in quel di Vienna all’inizio del Novecento, là dove le carrozze trainati dai nobili animali erano gli unici veicoli per il trasporto delle persone e delle merci. Hans aveva “spostato” nel cavallo la paura nei riguardi del padre che aveva “rimossa” per difesa e che conteneva proprio evitando di imbattersi nei cavalli.

A questo punto osserviamo il nostro quadro psicofisico in riguardo alla “FOBIA” e analizziamo le nostre “fobie” in atto.

Al tempo del “coronavirus” dobbiamo considerare la “tanatofobia” che è la madre di tutte le guerre psichiche ossia la fobia della morte, la “agorafobia” che è legata allo spazio aperto, la “claustrofobia” che è legata allo spazio chiuso, la “rupofobia” che è legata allo sporco, la “ipocondria” o la “patofobia” che è legata alle malattie. Queste sono quelle che interessano la situazione psicofisica in atto: la restrizione, l’infezione, il contagio, la malattia.

Consideriamo anche quale altra “personale fobia” possiamo avere elaborato semplicemente perché essa coinvolge la nostra creatività e si riempie dei nostri simboli. Possiamo avere concepito e maturato qualche fobia che va al di là di quelle compatibili con la situazione critica che stiamo vivendo.

Consideriamo le nostre “fobie” anteriori al tempo del “coronavirus” e richiamiamole alla memoria per inquadrarle e capirle meglio. Analizziamo se queste “fobie” pregresse sono l’evoluzione di quelle che stiamo vivendo o se sono del tutto nuove e originali.

Consideriamo il nucleo delle nostre “fobie”, quanto ci limitano e quale sfera psichica riguardano, nonché l’inizio di qualche vissuto fobico o di qualche limite che prima non avevamo elaborato e imposto al nostro Io.

A questo punto usiamo la testa, “razionalizzazione” e “presa di coscienza”, e cerchiamo di capire il significato di queste “fobie”, a quale conflitto psichico si riferiscono, a quale trauma rimandano.

Partiamo dal significato psichico collettivo delle fobie in questione.

TANATOFOBIA

La “tanatofobia” è la malattia psichica di fondo dell’uomo, occidentale e non, la “malattia mortale” collegata all’angoscia secondo Kierkegaard. Si attesta nella reazione nervosa al pensiero della necessità ineludibile della morte totale, fisica e psichica e metafisica. Il conflitto psichico di base è la “morte in vita”, il blocco delle energie e il “fantasma dell’inanimazione”, l’incapacità a dare vita a pensieri e azioni, a lanciarsi in avanti con scelte e progetti, a realizzarsi e a investire la “libido” in maniera costruttiva.

AGORAFOBIA

La “agorafobia” comporta una scarica nervosa nello spazio aperto, una piazza, e richiama a livello psicologico l’espiazione di un senso di colpa. La persona sente di essere uscita allo scoperto e la sua sensibilità alla colpa si traduce nella punizione della morte, di perdere i sensi e di non essere capace di fuggire da questa situazione psicofisica: una fuga da se stesso, piuttosto che dallo spazio e nonostante il fatto che sia aperto.

CLAUSTROFOBIA

La “claustrofobia” indica la tensione nervosa che si scatena nello spazio chiuso, un locale anche ampio o una cabina dell’ascensore. La persona sente il bisogno impellente di uscire e di prendere aria, cerca la via di fuga in preda alla “conversione isterica” della punizione delle sue colpe. Anche in questo caso la persona si sente braccata all’esterno, ma in effetti è braccata al suo interno e da se stessa, braccata nello spazio dalla possibilità di essere punita per le sue pretese colpe. Si tratta di persone che nella loro evoluzione psichica sono state colpevolizzate da genitori e insegnanti improvvidi, da insegnamenti religiosi finalizzati alla colpa e all’espiazione della stessa, persone che anche da sole hanno maturato la facilità a punirsi per ripristinare l’equilibrio turbato.

RUPOFOBIA

La “rupofobia” o sensibilità abnorme e nevrotica allo sporco e conseguente impellente bisogno di pulire e di disinfettare fino all’esaurimento del flacone di “amuchina” o di “alcool denaturato” e altro marchingegno senza ottenere alcun appagamento. Il rituale della pulizia è la purificazione, “catarsi” della tragedia greca, delle colpe e la temporanea pulizia psichica dei disagi di sentirsi colpevole in qualche modo e in qualche cosa. Vale quanto detto per la “fobia” dello spazio a livello psicodinamico. Il rito simbolico del pulire è legato alla “rimozione” del trauma e al suo ritorno sotto forma di un rituale purificatore.

IPOCONDRIA O PATOFOBIA

La “ipocondria” e la “patofobia” si attestano nelle pulsioni nervose atte a evitare in maniera abnorme il contagio e le malattie. La persona è preoccupata sempre per la sua salute e per la possibilità di contrarre un morbo di qualsiasi tipo e anche il più strano e il più raro. A tal uopo mette in atto una serie di tutele e di operazioni che impediscono di contrarre alcuna malattia, azioni che si traducono in un’inutile dispersione di energie e in una caduta della qualità delle relazioni. La psicodinamica dell’ipocondriaco verte sul solito “fantasma di morte” e sul bisogno di essere curato e accudito. Persiste la sensibilità alla colpa che abbiamo trovato in tutti i disturbi trattati. Una forma di immaturità psichica qualifica l’ipocondriaco a causa di un bisogno inappagato di cura e di premura, vissuto durante l’infanzia a causa di genitori freddi, assenti o inarrivabili.

FOBIE SOGGETTIVE

Si tratta di quelle “fobie” che abbiamo scoperto nel travaglio del quotidiano vivere per scaricare la tensione nervosa in eccesso attraverso un rito che esorcizza un divieto. Esempio: entrare in una stanza per il significato conflittuale che assume o agire in un certo modo anziché in quello corretto. Sono impedimenti e limiti che riempiamo con la simbologia personale e che riguardano le fantasie elaborate nella nostra infanzia. Sono forme della nostra creatività che ci soccorrono nella sofferenza. Sono, pur tuttavia, espressioni della nostra libera genialità espressiva.

RIFLESSIONI

Questo è il quadro sulla “FOBIA” dipinto e confezionato per l’emergenza psicofisica del “coronavirus”. Ripeto che la “fobia” non comporta la perdita di contatto con la realtà, ma una sua distorsione e una caduta della qualità della vita. Valutate la gradazione delle vostre eventuali fobie: leggera, media, grave. Segnate i vostri rilievi nel “libretto” in attesa di evoluzione storica e politica del tempo presente. Operate sempre la salvifica e ormai mitica

RAZIONALIZZAZIONE”

del vostro stato psichico e riconducete i vostri sintomi alla comprensione dell’Io.

Domani analizzeremo la ANGOSCIA.

IO E UN ALTRO UOMO…( TADAN ! ! ! ) MIO PADRE

 

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 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Atmosfera di fine estate, località di mare; colore dominante il grigio, luce chiara e fioca, diffusa.E’ un posto in cui sono di passaggio, da viaggiatrice e lì ci sono tanti altri ragazzi nella mia condizione, tutti sotto i trent’anni.

Esprimo il desiderio di fare un bagno e alcuni di loro mi conducono verso un posto che, a parer loro, avrei apprezzato tanto. La spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile! Non ci si poteva entrare e allora mi portano verso una caletta lì accanto e dove il mare sembrava più calmo.

Lì si definiscono i personaggi: una coppia etero per me sconosciuta, una mia amica con un altro ragazzo accanto (un amico mio che però non riesco a definire), io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!), che nel corso del sogno a volte prende le sembianze di un uomo che nella vita da sveglia è possibile che mi piaccia. Lui è più grande di me di età.

Io e quest’uomo facciamo il bagno e ricordo nettamente la sua schiena.

Gli altri rimangono su una pedana di legno. Poi la corrente comincia a portarmi via, ma rimango calma e così gli altri attorno a me. Poi comincio a sforzarmi per raggiungere lo scoglio e tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa. Poi, per il grande sforzo di tornare alla riva mi sveglio.”

Questo è il sogno di Gaia.

 DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

La “posizione edipica” si attesta nella triangolazione psicodinamica relazionale “padre, madre, figlio o figlia”, nella conflittualità iniziale e nell’identificazione successiva con il genitore dello stesso sesso, nell’attrazione libidica verso il genitore di sesso opposto. Queste tesi secondo un’accezione semplice e tradizionale. In effetti si tratta di un’evoluzione psichica prolungata e determinante per l’”organizzazione reattiva”, ex “carattere”, per la vita sessuale e affettiva, per l’autonomia psichica. La “posizione edipica” è una psicodinamica che inizia in maniera evidente dal terzo anno di vita. Se poi subentra anche il “sentimento della rivalità fraterna” per la presenza di un fratello o di una sorella, la ricchezza della virtuosa complicazione è assicurata. Bisogna precisare che, oggi come oggi, la teoria sull’identificazione psichica nel genitore dello steso sesso si è evoluta anche nell’identificazione nel genitore del sesso opposto in giustificazione dell’omosessualità e della scelta esistenziale consona. In sintesi la “posizione edipica” è determinante per l’identità psichica e per la libera espressione esistenziale della propria “organizzazione psichica reattiva”. Ancora proseguendo in questa introduzione, bisogna aggiungere che il sogno di Gaia pone la seguente domanda: è possibile che in una donna compiuta di trent’anni si presenti uno strascico consistente della “posizione edipica”? La risposta è affermativa. La “posizione edipica” non si supera mai del tutto, ma si conserva e si può realizzare in maniera traslata come ci suggerisce il sogno di Gaia.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Il sogno di Gaia è composto fondamentalmente dall’”Io” narrante e accomodante, per cui contiene la domestichezza di un prodotto psichico logicamente quasi perfetto, eccezion fatta per la presenza di qualche simbolo. Meno male!

 “Atmosfera di fine estate, località di mare; colore dominante il grigio, luce chiara e fioca, diffusa. E’ un posto in cui sono di passaggio, da viaggiatrice e lì ci sono tanti altri ragazzi nella mia condizione, tutti sotto i trent’anni.”

Gaia esordisce con la sua vena estetica di grande valore e mostra in pochi tratti un bel paesaggio costellato di colori soffusi e intimi, di gioventù e di edonismo: “tanti altri ragazzi nella mia condizione”. Gaia è “di passaggio”, in chiara consapevolezza della sua evoluzione psichica, e da “viaggiatrice” seconda un’ottima visione dell’esistenza e del vivere. Gaia rievoca, ricorda, esprime in questa contingenza spazio-temporale quello che ha dentro. Il “colore dominante il grigio” e “la luce chiara e fioca, diffusa”, la pacatezza emotiva che fa da cornice al sogno. Del resto, Gaia ricorda e sviluppa in sogno una “dimensione psichica” che conosce molto bene e su cui ha operato le giuste riflessioni: il vissuto erotico e affettivo nei riguardi del padre, un benefico “fantasma” elaborato nella prima infanzia e ancora in atto “mutatis mutandum”, cambiando le cose che devono essere cambiate. Non è un sogno agitato, è un sogno degno di una donna sotto i trent’anni e alla ricerca di un uomo con cui intrattenersi o accompagnarsi nel cammino della vita. Non è un sogno che traligna nell’incubo e nel risveglio immediato alla luce della coincidenza del “contenuto manifesto” con il “contenuto latente”, “io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!). La “censura onirica” non funziona perché il vissuto edipico è sotto controllo nella vita cosciente della veglia. Del resto, quello di Gaia è un sogno elaborato da quasi sveglia, una “fantasticheria” rilassante che nell’oscillare dell’intensità del sonno mostra anche i simboli giusti per la decodificazione del mondo psichico profondo.

“Esprimo il desiderio di fare un bagno e alcuni di loro mi conducono verso un posto che, a parer loro, avrei apprezzato tanto. La spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile! Non ci si poteva entrare e allora mi portano verso una caletta lì accanto e dove il mare sembrava più calmo.”

 Gaia procede in maniera narrativa secondo la metodologia estetica del miglior “neorealismo”. In questo caso bisogna stare attenti a non confondere i simboli con i concetti del racconto. Esempio: “fare un bagno” simbolicamente significa “catarsi” e purificazione dal senso di colpa, in questo caso è un semplice e logico fare un bagno in mare. Praticamente questo capoverso è un chiaro racconto che prepara l’avvento dei simboli e della psicodinamica edipica con i suoi annessi e connessi. Degna d’interesse è la modalità della funzione onirica di “drammatizzare” l’avvento del nucleo onirico: “la spiaggia se l’era mangiata il mare che era in tempesta: impraticabile!” Il termine inusuale “caletta” significa incavo o intaglio su metallo o legno. Nel nostro caso è usato metaforicamente come spiaggetta o piccola insenatura.

“Lì si definiscono i personaggi: una coppia…, una mia amica con un altro ragazzo…io e un altro uomo …mio padre, (tadàn!), che nel corso del sogno a volte prende le sembianze di un uomo che nella vita da sveglia è possibile che mi piaccia. Lui è più grande di me di età.”

Gaia scrive la breve ma succosa sceneggiatura del suo sogno, prepara i personaggi e annuncia lo psicodramma edipico. Si è già abbondantemente detto che il sogno di Gaia rievoca l’attrazione edipica nei confronti del padre. Quest’ultimo adesso è traslato nella figura di un altro uomo che “nella vita da sveglia è possibile che le piaccia” ma che “è più grande di lei per età”. Degna di nota è l’eleganza nell’ammettere il trasporto verso quest’uomo maturo o il blando senso di colpa. Gaia ha consapevolezza della sua “posizione edipica” per cui nel sogno non interviene la “censura”, come si diceva in precedenza. Gaia si tutela e trasla il padre nell’uomo che gli piace, un uomo più adulto di lei e che rievoca pari pari la figura paterna. Questa rievocazione spiega e definisce anche il cosiddetto “colpo di fulmine”, l’innamoramento folle o quasi folle che sorprende e colpisce tutti quelli che hanno avuto una madre o un padre degni del loro amore e di farsi pensare. L’uomo o la donna che ci fulminerà l’abbiamo ampiamente vissuta e immaginata da bambini attraverso le figure dei nostri genitori: “immaginazione creativa”.

 “Io e quest’uomo facciamo il bagno e ricordo nettamente la sua schiena.”

Non può mancare il risvolto erotico in un sogno che rispetta la sua natura edipica: “la sua schiena” condensa un feticcio intriso di virilità ed eccitazione per il complesso di maschilità. “Facciamo il bagno” contiene una simbolica intimità e seduzione, un preambolo erotico in una cornice estetica. Il “ricordo” è un rafforzamento nostalgico del senso e del sentimento.

“Gli altri rimangono su una pedana di legno. Poi la corrente comincia a portarmi via, ma rimango calma e così gli altri attorno a me. Poi comincio a sforzarmi per raggiungere lo scoglio e tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa. Poi, per il grande sforzo di tornare alla riva mi sveglio.”

Ecco il lavorio mentale e il trasporto erotico! “La corrente comincia a portarmi via, ma io rimango calma..” conferma che i fantasmi legati alla  “posizione edipica” sono sotto controllo. Trattasi di una trasgressione neanche tanto pericolosa, una cosa che Gaia può permettersi. Viene fuori un tratto narcisistico marcato: “gli altri attorno a me”,tutti mi incitano, sanno che ce l’avrei fatta e anch’io ne ero certa”. Gaia non perde la testa, Gaia sa ed è sicura di sé, ha coscienza e autocontrollo. Lo sforzo è grande, ma l’amor proprio e l’autostima hanno il sopravvento sulla corrente maligna. Il sogno è finito secondo le linee di una sana riflessione e di un’altrettanta sana disposizione al gusto della vita.

PSICODINAMICA

Il sogno di Gaia evidenzia in maniera discorsiva la “posizione edipica” e nello specifico l’attrazione psicofisica nei confronti del padre. Gaia esibisce una buona autoconsapevolezza e conferma che la “posizione edipica” si controlla ma non si supera mai perché è incastonata come un diamante nella “formazione reattiva”, il cosiddetto carattere e perché a livello psichico vale la legge di Lavoisier, la legge della conservazione della massa secondo la quale in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Correva il secolo diciottesimo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Gaia domina la “posizione edipica” in associazione a un trionfo della funzione razionale dell’”Io”. Una pulsione dell’”Es” è presente nel fare il bagno e nella schiena. L’autocontrollo è opera dell’”Io”, dell’istanza censoria del “Super-Io” neanche l’ombra.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

La “razionalizzazione” è dominante nel versante di “presa di coscienza” della variegata relazione con il padre e di autocontrollo. Non si presentano all’appello la “sublimazione” e la “regressione”. La funzione onirica si svolge secondo i meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento”, della “drammatizzazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Il sogno di Gaia esalta un tratto “fallico-narcisistico” nel potere seduttivo ed erotico. Un tratto di “libido genitale”, disposizione sessuale matura, è presente nell’autogestione e nell’autocontrollo.

FIGURE RETORICHE

“Tadan !”: chiara enfasi! La “schiena” include la “sineddoche” e la “metonimia”. La “caletta” è un’evidente metafora.

DIAGNOSI

Il sogno di Gaia esibisce l’attrazione psicofisica nei riguardi del padre e la consapevolezza della “posizione edipica”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Gaia di procedere in questa sua modalità di conciliare emozione e ragione, pulsione e coscienza. Importante non eccedere sulla scia di una pulsione fallico-narcisistica: “m’incitano”, “anch’io ne ero certa”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nell’esaltazione del “narcisismo”, in un eccesso di sicurezza e nell’onnipotenza seduttiva con la conseguente caduta del sistema delle relazioni.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

  In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gaia è “1” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

 La causa scatenante del sogno di Gaia si può attestare in un ricordo, in un incontro, in una libera associazione, in una visita.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

L’uomo della nostra vita o la donna della nostra vita esistono? Certamente sì!

Quello o quella che cercavamo da tempo e finalmente ritroviamo in un bar di periferia o alla fermata della metropolitana esistono? Ancora sì! Nessuna romanticheria! In effetti si tratta della nostra facoltà immaginativa, della nostra “fantasia” che da svegli allucina le figure del padre e della madre ed elabora la donna o l’uomo del nostro futuro affettivo. Ma non necessariamente queste figure devono coincidere con il padre o con la madre nella loro realtà, perché possono essere all’opposto. Trattasi sempre di condizionamento psichico da rifiuto e da conflitto irrisolto. Perché proprio quell’uomo o quella donna? La domanda è ricorrente. Perché dovevo innamorarmi proprio di un tipo come te? Anche questa è una domanda ricorrente nel bene e nel male, oltre che nelle amate canzoni di musica leggera. La risposta è la stessa: prima di conoscerti, ti avevo immaginato tramite le figure e i fantasmi dei miei genitori. Cautela e buona fortuna a tutti quelli che la cercano!

IL “SOGNO-FANTASTICHERIA” DI MANUEL

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 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO
“Mi trovo in un giardino pubblico di Udine e faccio un giro tra i viali come se fossi in pausa. Ci sono lampioncini e paletti di metallo incurvati.

D’un tratto sono incuriosito da un viso che non riesco a vedere per intero per via della curva di uno dei paletti. Riesco a vedere solo la bocca e parte delle guance. E’ una ragazza che mi sorride in modo vagamente malizioso.

Non capisco come faccia a guardarmi e a sorridermi se non vede i miei occhi. Ad ogni modo, le sorrido a mia volta e mi pare di riconoscerla. Scosto la testa per vederla per intero: è Sabine, una ragazza incontrata in un pulmino.

Era da tempo che cercavamo di accordarci per vederci da qualche parte dichiaratamente al solo scopo di fare l’amore.

Memore di ciò, la rimprovero con tono civettuolo di essere venuta in città senza avermi avvisato. Lei si giustifica e mi dice di essere lì con il suo gruppo di “hip hop”.

In effetti, nello spiazzo c’è un tendone pieno di ragazzi che provano delle coreografie. Ci avviciniamo per vedere. Non dico a Sabine di aver ballato “hip hop” anch’io tempo prima, perché è stato solo per poco e non vorrei mi fosse chiesta una dimostrazione.

Mi si avvicina, però, un ragazzo, che con aria di giocosa sfida ed esegue i suoi passi vicino a me. Io allora spicco un salto e con mia grande sorpresa resto sospeso in aria più del dovuto. Ne approfitto e improvviso qualche passo. Quando, dopo pochi secondi, torno a terra, i ragazzi mi sorridono e continuano a ballare.

Sabine mi dice che in qualche modo si aspettava di trovarmi e che ha chiuso un’intera ala del palazzo, dov’è alloggiata con il suo gruppo, per poterci andare con me e stare in santa pace. Diversamente da quando l’ho incontrata, era bionda anziché rossa. Penso che è molto bella.

Mi conduce davanti a un portone, tira fuori le chiavi e dice che c’è un androne dove potremo fare l’amore. Mi dice che vuole solo che io sappia che non vuole ferirmi in nessun modo. Immagino intenda ricordarmi che ha un ragazzo e che con me si tratterà soltanto di un’avventura. La cosa non mi preoccupa, anzi mi solleva e le chiedo in che modo potrebbe ferirmi.

Con mia sorpresa lei spalanca la bocca ed esclama “con questi”, mostrando dei denti oblunghi che sul momento mi fanno un po’ di specie. Chiude la bocca, la bacio e concludo che la sua dentatura non la rende meno bella. Mi porta in una stanza molto strana, che sembra la cabina di una nave, sia per l’arredo che per il continuo dondolio. C’è al muro un cartello con su scritto che gli avventori hanno certo letto Melville e quel posto li farà di certo divertire. C’è una lunga poltrona di pelle nera. Io e Sabine ci sediamo e facciamo l’amore felicemente. Quando lei va via penso che vorrei farlo anche con Marisa, una ragazza con cui, a differenza che con Sabine, ero già stato di recente. Decido di chiamarla, ma mi risponde un uomo che dice ridendo che lei non può parlare e sento anche la voce di lei che si scusa e mi saluta. Penso che non è proprio il caso di farne un dramma.”

Questo è il sogno di Manuel.

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

 Il sogno di Manuel è prossimo alla “fantasticheria” elaborata da quasi sveglio, un desiderio ricamato tra il sonno e la veglia. I meccanismi del “processo secondario” sono dominanti: i principi logici, i concetti, la consequenzialità logica del racconto. Eppure in tanto lavorio razionale, ogni tanto si profila il paradosso e la condensazione simbolica, l’assurdo e il particolare fuori norma, la creatività e la fantasia. Manuel nel progressivo risveglio ha realizzato la pulsione e il desiderio, l’autogratificazione e la “libido” elaborando una trama fascinosa ed eccitante. Preciso che il risveglio inizia dopo la terza fase R.E.M. e dura circa tre ore. Ho sottolineato le parti  elaborate dal “processo primario”, quelle che costituiscono la trama del sogno di Manuel, il “contenuto latente”, perché sono quelle degne di essere considerate per la decodificazione. Le parti elaborate dal “processo secondario” sono normalmente logiche da non abbisognare di chiarimento.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

Il “giardino pubblico” condensa il rilassamento psicofisico in atto e la speditezza nelle relazioni, un presente psichico gratificante a livello personale e sociale, la giovinezza da vivere e da condividere, la “libido” pronta all’investimento.

“E’ una ragazza che mi sorride in modo vagamente malizioso.” Trattasi dell’oggetto del desiderio che richiama la “libido genitale”, la seduzione e la sessualità. Implica una buona autostima che rasenta il narcisismo.

“Sabine, una ragazza incontrata in un pulmino.” E’ identificata la giovane donna che occupa l’universo desiderante di Manuel. Il pulmino attesta simbolicamente del coinvolgimento squisitamente sessuale.

 Il “fare l’amore” condensa una buona armonia psicofisica, un buon equilibrio tra la “parte maschile” e la “parte femminile” di Manuel, una disposizione all’investimento di “libido genitale” aliena da conflitti personali. Il “fare l’amore” è sempre in primo luogo un fare l’amore con se stesso, un volersi tanto bene e uno stimarsi tanto; di poi, tanto benessere psicofisico personale travalica per essere investito nell’oggetto del desiderio.

 “Lei si giustifica e mi dice di essere lì con il suo gruppo di “hip hop”. Il trionfo della giovinezza è celebrato in questo contesto di ballerini acrobatici e creativi: la simbologia erotica e sessuale è dominante.

“un tendone pieno di ragazzi che provano delle coreografie.” Continua il tripudio di una giovinezza diffusa e condivisa. Manuel sta decisamente attraversando un buon momento esistenziale, sta vivendo una serie di esperienze costruttive e piacevoli. Manuel socializza, può e sa essere del gruppo, ha un’appartenenza.

“Io allora spicco un salto e con mia grande sorpresa resto sospeso in aria più del dovuto.” Si conferma quello che si diceva prima: Manuel c’è e alla grande! Tanto entusiasmo e tanta eccitazione mettono in crisi la forza di gravità. Manuel è al settimo cielo, visto che il corpo pesa poco ma conta tanto.

“Ha chiuso un’intera ala del palazzo, dov’è alloggiata con il suo gruppo.” Epperò! Il desiderio di Manuel è talmente tanto da proiettare su Sabine una vasta porzione della sua casa psichica, anzi del suo palazzo, con tutti gli accessori, compagni di bagordi, meglio di “hip hop”, compresi. La disposizione è direttamente proporzionale all’accoglienza, la recettività sessuale è in linea con il desiderio. E’ opportuno sottolineare l’enfasi onirica. Non bastava un’angusta stanzetta o un sottoscala come cantava Francesco Guccini del suo tempo, ma addirittura l’ala di un palazzo. L’enfasi si coniuga con un buon tratto narcisistico.

“Era bionda anziché rossa.” Ma come mai? Perché questa traslazione? Perché si tratta della donna e non di una donna, Sabine nel caso specifico. Emerge il “fantasma della donna” nella sua “parte buona” e nella sua “parte cattiva”, positiva e negativa. Si spiega tutto nella prossima simbologia.

 “Tira fuori le chiavi.” Ecco servito il fantasma della “donna fallica”, l’universo femminile dotato di potere maschile, il simbolo di Afrodite, la dea nata dalla schiuma del mare Ionio e dallo sperma di Urano amputato dal figlio Krono e gettato tra le onde. Il potere attribuito da Manuel alla donna è squisitamente erotico e seduttivo, quello della “strega” nella versione sessuale. Le “chiavi” sono un simbolo fallico, come la toppa è un simbolo sessuale femminile.

 “Le chiedo in che modo potrebbe ferirmi.” Ecco la “parte negativa” del “fantasma della donna” che entra direttamente in azione dopo che si è profilata! La donna è minacciosa e inaffidabile. Nella sua versione maligna può castrare il membro e vanificare la vita sessuale, oltre che il desiderio. La ferita è narcisistica, ma è intesa a superare la “libido fallica”, perché l’angoscia si può risolvere proprio evolvendo la libido fallica” nella “libido genitale”. Tra poco il sogno dirà come sta la situazione psicofisica in tal senso. La minaccia è lanciata, ma è opportuno fare il tifo per un fausto cammino e per un prospero epilogo. Forza Manuel!

“Con mia sorpresa lei spalanca la bocca ed esclama “con questi”, mostrando dei denti oblunghi.” Il fantasma della “vagina dentata” è servito in un piatto d’argento, anzi d’oro. La “bocca” condensa l’organo sessuale femminile e i denti sono simboli dell’aggressività fallica, specialmente se “oblunghi”. Il simbolo di Afrodite, di Lilith, delle Moire, delle Sirene, della Strega è offerto nello stesso modo sin dal tempo dei tempi: la “parte negativa” del “fantasma della donna”. La nevrotica angoscia maschile di “castrazione” ha elaborato la sua naturale difesa nella criminalizzazione della donna. L’angoscia di “castrazione” in questo caso non è legata alla rabbia del padre, ma alla seduzione della madre, al tabù dell’incesto, alla strega cattiva ma affascinante, alla vampira che fa godere ma succhia il sangue e annienta mortalmente. La “castrazione” è legata alle fantasie sessuali dei bambini e al  senso di colpa per aver tanto osato desiderare, è legata alle giuste paure sessuali di essere potente e all’angoscia di non esserlo. La “vagina dentata” e la “castrazione” sono cardini universali dell’universo psichico maschile, “fantasmi archetipici”. Ma procediamo dopo tanta mancata disgrazia e tanta inutile paura.

“Mi porta in una stanza molto strana, che sembra la cabina di una nave.” L’esercizio della “libido genitale” merita il dondolio di una nave in balia del mare di scirocco e l’intimità di una cabina. Dall’ala del palazzo Manuel si è ritirato in una magica e intima cabina di una “love boat”. La stranezza si attesta nella novità delle emozioni e nella varia gamma dei sensori neurovegetativi. Ogni rapporto sessuale, del resto, non è mai lo stesso anche se avviene con la stessa persona, perché noi non siamo mai gli stessi di prima, siamo in un continuo perenne divenire. Il magico Eraclito con il suo “tutto scorre”, “panta rei”, vale anche per la vita sessuale e per la vita psichica in generale.

 “Gli avventori hanno certo letto Melville” o meglio hanno, di certo, letto “Moby Dick” e, di conseguenza, hanno il gusto del rischio e dell’avventura,  della sfida e della contesa, della vita e della morte. Anche in questo caso il sogno ricorre alla figura retorica della “enfasi” attestando le virtù dell’intelletto di Samuel.

 “Vorrei farlo anche con Marisa.” E’ proprio vero che l’appetito vien mangiando. La saggezza dei nonni non mente mai, come il buon sangue. Manuel ci ha preso proprio gusto e adesso ci dà dentro alla grande e chi lo ferma più. Manuel si è emancipato dal suo passato edipico e adesso è libero, tanto libero di desiderare le donne, anche quelle impegnate, quelle d’altri. Ahi, ahi, ahi ! Ritorna qualcosa del passato sotto forma di fantasma.

“Mi risponde un uomo che dice ridendo che lei non può parlare.” Ecco il profilarsi del “fantasma edipico del padre”. Giusta e naturale interdizione! Vietato! Tabù! Torna utile anche il nono comandamento dei Cristiani: “non desiderare la donna d’altri”. Ma Freud dice che noi abbiamo da sempre tanto desiderato la donna d’altri e la continuiamo a desiderare ancora oggi. Anzi precisa che dobbiamo desiderarla per evolvere la “libido” nel verso giusto. Ma questo conflitto ormai non appartiene a Manuel.

 “Penso che non è proprio il caso di farne un dramma.” Così sia e buona fortuna, carissimo Manuel! E sempre in bocca al lupo! Ma non rispondere “crepi il lupo”, perché la lupa è una buona mamma e prende i suoi cuccioli in bocca per proteggerli dalle insidie mortali secondo un atto naturale d’amore infinito.

PSICODINAMICA

Manuel dice con “Logica discorsiva” di Aristotele, “processo secondario” quello che dice con “Logica simbolica”, “processo primario”, come si desume dal materiale onirico che ho estrapolato e analizzato.

Il “sogno-fantasticheria” di Manuel si attesta nello sviluppo maturativo della “libido genitale” dalla “libido fallico-narcisistica” e dopo la composizione della “posizione edipica”, tappa che fa capolino nell’ultima donna, Marisa, accoppiata con l’uomo che risponde al telefono in sua vece. Ma la giusta soluzione psichica Manuel la conosce: “non è proprio il caso di farne un dramma”. Mai tanta tolleranza fu salutare. Trotta trotta cavallino! Sei passato dalla “vagina dentata”, “la bocca con i denti oblunghi”, alla seduzione ambulante e all’amplesso itinerante: Marisa dopo Sabine e avanti la prossima e poi un’altra ancora.

ANALISI

L’analisi del sogno di Manuel è stata sviluppata nella trattazione dei simboli e dei fantasmi, ma è stata soprattutto risolta dalla discorsività logica consequenziale di Manuel che ha offerto il suo sogno come un racconto o una “fantasticheria” da mezzo sveglio e da mezzo dormiente.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel vasto “resto notturno” di Manuel sono presenti le istanze ”Io”, “Es” e  “Super-Io”. Per addurre esempi giustificativi, l’Io si attesta nell’attore protagonista e nel narratore, l’Es è chiaramente incluso nell’hip hop, il

Super-Io si manifesta nell’uomo di Marisa. La “posizione genitale” con annessa “libido” è dominante. La “posizione fallico-narcisistica” della “libido” si attesta nella “donna dentata” e nella “castrazione”, chiari riferimenti alla “angoscia di castrazione” e altrettanto chiare minacce all’integrità richiesta obbligatoriamente dal “narcisismo fallico”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel Sogno di Manuel sono presenti i meccanismi psichici di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “razionalizzazione”, della “intellettualizzazione”, della “figurabilità”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” presenta un marcato tratto maniacale: vitalità libidica e gusto di sé, consapevolezza e sicurezza.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate nel sogno sono la “metafora”, l’“enfasi”,l’“iperbole”.

DIAGNOSI

Il sogno di Manuel attesta della fausta risoluzione della “posizione edipica” e del libero esercizio della “libido genitale” in evoluzione della “posizione

fallico-narcisistica”.

 PROGNOSI

La prognosi impone a Manuel di rafforzare la sua autonomia psichica e di consolidare l’emancipazione dagli affetti costituiti. La libertà, purtuttavia, non deve coincidere con il “narcisismo” e l’amor proprio, non deve identificarsi con l’egocentrismo. Manuel deve distribuire i suoi investimenti della “libido” in senso “genitale”. Deve, inoltre, acquistare una maggiore sicurezza e una migliore iniziativa nelle arti seduttive, deve conquistare e non lasciarsi conquistare e guidare. A buon intenditor poche parole.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritorno alle dipendenze edipiche e a un isolamento narcisistico con le conseguenti psiconevrosi d’angoscia a stampo isterico o fobico-ossessivo.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Con la “fantasticheria onirica” di Manuel inizio a inserire il possibile “resto diurno” ossia la causa scatenante del sogno. Freud disse che il sogno era collegato a un’esperienza, a un ricordo, a un vissuto del giorno precedente, uno stimolo fortuito che era sfuggito alla coscienza e all’analisi. Di notte e in sonno la Psiche recuperava e sviluppava in sogno questo dato vagante secondo i meccanismi del “processo primario”. La teoria freudiana non fa una piega ed è ancora valida e validata dalla ricerca: il sogno è scatenato da esperienze prossime nel tempo, a volte molto prossime, quasi conseguenti allo “stato ipnoide” che si realizza e si attraversa durante il torpore del dormiveglia. Tante persone progettano di entrare nel sonno con una “fantasticheria” o con un pensiero piacevole da elaborare possibilmente in sogno e pensando che questa operazione psichica sia possibile. In effetti è possibile addormentarsi seguendo le fila di un ricordo o pilotando un  desiderio di varia natura e qualità e gustandolo nella “fase ipnoide” del sonno, ma è vero che quando subentra il sonno, meglio le fasi “R.E.M.” e “NON R.E.M.” del sonno, il sogno subisce notevoli manipolazioni da parte del “sistema neurovegetativo”, quello che è deputato a farci continuare a vivere, e da parte dei meccanismi psichici del “processo primario”, quello che è deputato a elaborare il sogno. Allora, ci si può addormentare con un pensiero  o una trama o una traccia in testa e seguirla fino all’abbandono psicofisico tra le braccia del mitico Morfeo, semidio greco del sonno, ma dopo il destino del sogno è nelle nostre involontarie capacità ossia nei meccanismi di difesa del sonno e senza la nostra diretta volontà. Noi contribuiamo a dare al sogno nel sonno un’indiretta collaborazione con i nostri vissuti e i nostri fantasmi: i necessari contenuti psichici. Questa parabola predica e significa che si può condizionare il sogno da svegli, ma non da dormienti. Tante persone affermano che riescono a sognare ciò che si prefiggono nel “pre-sonno”. La giusta risposta è la seguente: il materiale psichico in atto è talmente forte e vibrante da essere sognato, per cui travalica facilmente nel sogno. Altra risposta: sognano quello che avevano pensato come “contenuto manifesto”, ma poi come “contenuto latente” significa tutt’altro.

 GRADO DI PUREZZA ONIRICA

Nonostante la definizione di “fantasticheria”, in base a quanto affermato nella decodificazione e al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Manuel è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” può essere collegato a un ricordo, a un desiderio, a un incontro fortuito associabile all’evento sognato. Non si trascuri la “ormonella”, la pulsione della “libido” che tanto incide nella formazione dei sogni a qualsiasi età, ma in special modo nel trionfo della giovinezza.

SEMBRA GUERRA MA E’ UN GRANDE AMORE

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.

Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.

Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.

Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.

Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.

Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.

Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.

Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

 

Questo è il sogno di Marsel, un giovane uomo di cultura mediorientale.

 

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

Si nasce da madre e si vive con il padre: una semplice verità che va al di là dell’etnia, della cultura, della società e delle altre sovrastrutture che costellano il cammino della vita umana. Il “resto notturno” di Marsel svolge una parte del viaggio psichico intorno alla “posizione edipica”: l’emancipazione dalla seduzione materna e l’identificazione maschile con annesso esercizio della sessualità. Le culture influiscono sui costumi, ma non alterano i vissuti e gli assunti di base psichici. La “Madre” è un archetipo, un simbolo universale, al di là del suo individuarsi nella madre di Marsel. Questa universalità attesta non soltanto di schemi condivisi e di valori convissuti, ma soprattutto di un’essenza umana ineludibile che si manifesta nelle psicodinamiche e nella psicopatologia. Bisogna aggiungere che l’intensità dei vissuti, dei fantasmi e dei conflitti varia in base alla considerazione data alle figure coinvolte. Il caso di Marsel manifesta una cultura a base latente matriarcale ed esibita come patriarcale: l’incisività psichica della madre è superiore al valore culturale del padre, per cui si struttura un acritico attaccamento dei figli nei riguardi della figura materna.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

Il sogno di Marsel è ricchissimo di simboli e di fantasmi. Evoca, inoltre, l’archetipo della “Madre” nel suo visitare la figura materna e lo “spostamento” nella “collega” giovane. Passiamo all’analisi.

“Amico”: trattasi di una “proiezione” difensiva di una “parte di sé” e di un rafforzamento psichico per continuare a svolgere la psicodinamica edipica. La simbologia include l’alleanza e la condivisione, la “traslazione” difensiva del  conflitto in un provvidenziale “alter ego”.

“Deserto”: istanza depressiva e “fantasma di morte”, caduta della vitalità e blocco degli investimenti della “libido”, stallo delle relazioni e isolamento.

“Spiaggia”: rilassamento e distensione, disposizione psichica e benessere esistenziale, risoluzione di conflitto e riposo del guerriero, appagamento psicofisico.

“Soldati”: cariche di “libido” in attesa d’investimento, potenziale psichico e aggressività condensata, organizzazione e disposizione dell’Io.

“Sinistra”: sistema neurovegetativo e universo psichico femminile, pulsione e regressione, fantasma di morte e istanza depressiva.

“Collega femmina”: alleato psichico e rafforzamento erotico, traslazione difensiva della figura femminile e della parte androgina corrispondente, seduzione e attrazione.

“Sparare”: esercizio della “libido genitale” e aggressività sessuale maschile,  erotismo e coito.

“Casa dei nonni”: protezione e rifugio, “regressione” difensiva e affettiva.

“Terrazza”: processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, desessualizzazione degli investimenti in atto.

“Stanza da letto”: “condensazione” dell’affettività e dell’intimità, erotismo e sessualità, disimpegno psicofisico e sospensione degli investimenti pragmatici.

“Armi”: organo sessuale maschile e aggressività della “libido genitale”, schermaglie seduttive e funzione penetrativa.

“Letto”: disimpegno psicofisico e rigenerazione, seduzione e intimità, affidamento ed esercizio della “libido genitale”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marsel sviluppa la psicodinamica edipica in tutta la sostanza femminile: la madre è l’oggetto privilegiato del travaglio onirico.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

ANALISI

Marsel esordisce in compagnia del suo alleato, un benefico “alter-ego”, rafforzandosi in questo viaggio onirico in rievocazione della sua sofferenza edipica e della sua emancipazione sessuale. La “sabbia gialla” mantiene l’ambiguità del “deserto” o della “spiaggia”, dell’aridità psichica difensiva del mancato coinvolgimento per l’angoscia implicita o del confine tra la terra e il mare, tra la madre e la dimensione profonda. L’esordio del sogno oscilla emotivamente tra angoscia depressiva e fascino dell’evoluzione psichica.

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.”

Le cariche libidiche sono in attesa d’investimento ed ecco che dal passato si profila ed emerge la “collega”, la figura femminile che trasla la figura materna da giovane, una donna particolarmente bella e aggressiva che colpisce e annienta le cariche sessuali maschili, una donna “assassina” simbolo di bellezza e di seduzione, una donna che gioca bene le sue carte femminili. Importante è notare come il sogno elabora trasformandoli anche i conflitti militari in atto in quella parte del globo terracqueo.

“Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.”

La consapevolezza della bellezza e dell’attrazione erotica comporta una salutare “regressione” al tempo antico e nello specifico quando in casa dei nonni abitava la giovane figlia, la futura mamma di Marsel. La “terrazza” comporta il processo difensivo della “sublimazione della libido” per necessità etiche e per necessità psichiche. Marsel non s’impaurisce di fronte alla bellezza femminile e alle arti fascinose e non le vive come minacce alla sua  sopravvivenza dal momento che mette in atto la rivisitazione del tempo in cui è nata la sua “posizione edipica” e in particolare l’attrazione erotica nei confronti della figura materna. Il sogno non si ferma di fronte al nucleo psichico e conflittuale: tutt’altro! Il sogno si addentra e si dirige verso la radice del vissuto e del fantasma in riguardo all’universo femminile. Marsel ha il coraggio di rievocare la psicodinamica e di riappropriarsi del quadro.

“Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.”

Marsel è ritornato sul luogo del delitto e ha immaginato la mamma giovane e bella come la collega assassina, l’ha immaginata nella stanza da letto, nella sua procacità intima e nel trionfo della femminilità.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

Ecco che ritorna la “collega” assassina; la “traslazione” della madre giovane è provvida per continuare a dormire e per sviluppare la psicodinamica edipica, una collega che li segue con intenti ambigui e non certo pacifici o meglio li insegue e non li segue, perché i due compari sono in fuga. Marsel è stato veramente affascinato, nel bene e nel male, dalla sua mamma e ha vissuto un’adolescenza di vero struggimento dal momento che i pensieri, le fantasie e le emozioni lo hanno “inseguito” in questa tormentata fase psichica della sua evoluzione.

“Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.”

A questo punto si può andare al dunque e al perché: tutti i salmi finiscono in gloria, in vera gloria. Subentrano le “armi”, anzi “diverse armi”, una gamma di organi sessuali maschili, i simboli dell’aggressività erotica deputata alla concretizzazione della “libido genitale”, la penetrazione e il rapporto sessuale. Tutto il quadro psicofisico è assolutamente normale e giusto, oltre che molto bello. Si stanno adempiendo le “scritture psico-evolutive” in un contesto commovente di ricerca e di desiderio. Tradurre in parole il travaglio amoroso di Marsel avrebbe richiesto la penna poetica di Jacques Prevert o di Pablo Neruda e la sensibilità magica di Karl Gustav Jung. E’ affascinante procedere nell’analisi del sogno di Marsel per estrapolare le delicate movenze ispirate dal sentimento dell’amore allo stato puro e dalle sensazioni del piacere allo stato trasgressivo. A questo punto Marsel attende di scegliere l’arma giusta, di crescere e di maturare a livello psicosessuale. Sono gli anni dell’adolescenza e il momento in cui Marsel può e deve operare l’identificazione nel padre per acquisire l’identità psichica maschile. La figura paterna è ipotizzata, ma non è presente nel sogno, mentre il nonno è compreso nella casa dei “nonni”. La figura maschile è presente nel sogno di Marsel sotto forma di amico e di soldati: il primo si traduce “rafforzamento” e i secondi si traducono “libido”. Dopo la giusta e umana sensazione d’inadeguatezza, Marsel ha incarnato e calzato la sua maschilità.

“Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.”

L’amico di Marsel è anche lo specchio che rafforza il suo “Io” e nello specifico la sua identità maschile. Marsel vede se stesso nell’amico dotato di “arma” e rafforza la sua immagine rafforzando il suo “Io”, la coscienza e il gusto di sé. Si evidenzia un residuo di “libido narcisistica” deputata sempre al rafforzamento delle conquiste psichiche effettuate nel cammino della vita. Si evidenzia anche una complicità acrobatica in funzione difensiva da una donna potente e prepotente, la collega assassina o meglio la madre in versione giovane.

“Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.”

Lo strano attentato difensivo è pronto; non ci resta che seguire l’epilogo. Marsel si sposta nell’amico alleato per compiere la missione, ma poi giustamente si riappropria del suo ruolo e del suo compito edipico per cui è costretto a riconoscere la madre e ad acquisire la sua autonomia psichica. Fuori, nel mondo, ci saranno centomila donne da amare. Il simbolo “sparare” attesta il desiderio e l’attrazione sessuale a riprova che Marcel ha in atto un conflitto con la sua bella e affermativa genitrice. Auguri!

“Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono “l’Io, l’Es e il Super-Io”. La “posizione edipica” è dominante e la figura materna occupa uno spazio importante nell’economia psichica di Marsel.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “proiezione”. I processi psichici di difesa richiamati sono la “regressione” e la “sublimazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, cosiddetto volgarmente carattere, manifesta un tratto isterico, conflittualità intrapsichica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche usate sono la “metafora”, la “metonimia”, “l’enfasi”.

DIAGNOSI

La diagnosi è la seguente: psiconevrosi edipica, stato di conflittualità affettiva.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marcel di portare a compimento la relazione psichica con la madre e di risolverla per comporre al meglio la sua sfera affettiva. All’uopo Marcel può ricorrere al recupero della figura paterna o alla sua alleanza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO 

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica di tipo isterico, fobico-ossessivo o d’angoscia con difficoltà relazionali e struggimenti. Il rischio è quello iniziale del suo sogno ossia di trovarsi “in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia” ma senza amico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Marsel prova non soltanto dell’universalità della “posizione edipica”, ma anche di come la cultura incide nella formazione psichica e nei sogni di conseguenza. Il culto della madre è vissuto in maniera intensa dalle popolazioni del basso Mediterraneo. La Sicilia, ad esempio, riassume degnamente questo acritico, mistico e ambiguo attaccamento dei figli alle madri. La diffidenza verso il padre porta a un ridimensionamento del “Super-Io” e di conseguenza alla diffidenza verso le istituzioni politiche e giuridiche, verso lo Stato e il Diritto.

“CONCORDIA DISCORDANTIUM CANONUM” O “CONCORDIA DISCORDANTIUM FRATRUM”

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono a casa di mia nonna in compagnia di mia sorella.
Ci troviamo in salone, ma c’è qualcosa di diverso dal solito: una tenda bianca su una delle pareti laterali. Si tratta di una tenda molto strana, ricca di pieghe che formano un disegno piuttosto elaborato.

Allungo la mano per scostarne un lembo e mi accorgo che sono pagine di libro tenute insieme da un filo. Vedo che c’è la pagina di apertura del “Decretum Gratiani”, che ha un titolo molto bello “Concordia discordantium canonum” e decido di prenderla per attaccarmela in camera.

Stacco il foglio dal libro-tenda, ma mi rendo conto che si vede bene che manca qualcosa: tra le pieghe della tenda c’è uno spazio di troppo.
Mi sento in colpa per averla rovinata, ma mia sorella mi suggerisce una soluzione: sostituire il filo con una ciocca di capelli. La tiro fuori da non so dove e la annodo al filo della tenda.
La trama sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione.”

Questo è il sogno di Sabino.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE
CONSIDERAZIONI

A cosa non ricorre la funzione onirica per parlare della “rivalità fraterna”? Attinge a una raccolta di fonti del diritto canonico, scritta dal monaco camaldolese Graziano tra il 1140 e il 1142, che ha come titolo “Concordia discordantium canonum”. Il “processo primario”, deputato alla composizione del sogno, ha colto e camuffato il nesso psichico dentro il titolo di un’antica opera di Diritto, titolo che si capovolge in “Concordia discordantium fratrum”: il possibile accordo tra fratelli rivali.
Il “sentimento della rivalità fraterna” è stato poco studiato nella giungla della Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Sociologia e Antropologia. Il testo benemerito è “Psicopatologia della rivalità fraterna”, scritto da Louis Corman e pubblicato in Italia da “Astrolabio” nel 1970.
A questo punto non resta che accettare di buon grado la funzione elettiva del sogno di agganciarsi alla formazione culturale e alle inclinazioni scientifiche del sognatore. Sabino condivide tanto di suo con il Diritto, al di là del fatto che ha una sorella da sistemare a livello psicologico, visto che se la tira dietro nei sogni.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

La “casa della nonna” condensa la disinibizione della sfera affettiva, la recettività psichica disinteressata e il culto dei valori familiari. Include la “sublimazione” carismatica e la “traslazione” dell’amore materno: una mamma liberale e generosa da coltivare per i dolcetti e per le coccole, per le cure e le premure, per la mancetta e l’ospitalità. La nonna è l’ammortizzatore affettivo degli inevitabili conflitti familiari. La nonna è un porto provvidente e la sua casa è un caldo rifugio.

“Sorella”: rivalità fraterna e competizione affettiva, parte psichica femminile e androginia, frustrazione e aggressività, colpa e complicità solidale.

Il “salone” è la parte della casa psichica in cui si curano le relazioni e si esibiscono i trofei, le parti migliori di sé. Condensa la capacità sociale e la disposizione verso l’altro, l’apertura ideologica e la tolleranza civile.

La “tenda” possiede simbolicamente un’ambivalenza nel suo condensare la copertura estetica e la difesa psichica con il mostrarsi e l’esibirsi. La tenda oscilla tra una forma di occultamento del privato e un desiderio di disvelamento di parti di sé socialmente compatibili. La tenda è una diplomatica barriera all’indiscrezione altrui e una finestra sul cortile.

“Libro”: “condensazione” dei vissuti evolutivi della “libido”, “spostamento” della formazione psichica in atto, ratifica dell’organizzazione reattiva, “Io” storico e identità.

La “ciocca di capelli” rappresenta la libera associazione dei pensieri in riguardo a un tema specifico: idee e trama, fantasticheria e componimento poetico, funzione creativa dei “processi primari” e della fantasia.

PSICODINAMICA

La chiave interpretativa del sogno di Sabino è la seguente: “Decretum Gratiani”, che ha un titolo molto bello “Concordia discordantium canonum”.
Sabino esordisce portandosi dietro il conflitto: “Sono a casa di mia nonna in compagnia di mia sorella.”
Ecco che si spiega il mio titolo, il vero titolo: “Concordia discordantium fratrum”, la risoluzione del sentimento della rivalità fraterna con tutto il concorso emotivo e affettivo che ci sta dentro e ci va dietro. Il “decido di prenderla per attaccarmela in camera” e “la trama sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione” attestano chiaramente l’entità modesta del conflitto in atto e la giusta via di risoluzione. Sabino e la sorella hanno un certo grado di complicità e di collaborazione, si parlano e si ascoltano, si accettano e si gradiscono, hanno giustamente fatto alleanza con il nemico o buon viso a cattivo gioco. “Attaccarmela in camera” equivale a una sana riappropriazione dell’alienato e a una altrettanto sana elaborazione del “fantasma della sorella”, di colei che poteva sottrarre l’amore della mamma, del papà e della nonna nel caso specifico, ma anche di colei con cui si poteva giocare e tramare contro le istanze direttive dei genitori, derogare al
“Super-Io” genitoriale. E così la trama si è completata e la storia d’amore si è ricomposta nel suo versante positivo, il riconoscimento della sorella: “mia sorella è mia sorella” secondo il principio logico d’identità del bravo Aristotele, “A è A”, ogni concetto è uguale a se stesso.
Pur tuttavia, il passato psichico è stato contrassegnato dallo struggimento, un senso e un sentimento dolorosi che hanno lasciato tracce nell’organizzazione reattiva di Sabino, la cosiddetta formazione caratteriale, in grazie all’apporto dei fantasmi affettivi e competitivi collegati alla figura della sorella. Fortunatamente c’è il processo psichico della “sublimazione” per nobilitare le pulsioni aggressive in uno slancio vitale affermativo, per cui il sentimento della “rivalità fraterna” è servito per emergere con la propria persona nell’ambito sociale: della serie “ogni male non viene per nuocere”.

ANALISI

Procediamo con ordine e in progressione per disvelare la verità del sogno di Sabino.
La prima scena onirica vede fratello e sorella sotto l’ala affettuosa e protettiva della nonna. Subentra la “tenda bianca e molto strana, ricca di pieghe che formano un disegno piuttosto elaborato”. La “tenda” nel sogno di Sabino svolge la funzione di mostrarsi e di esibirsi, attesta un desiderio di disvelamento di “parti di sé” socialmente compatibili, la finestra sul cortile o il sipario di un teatro libero e popolare di periferia, un cartellone dove appendere le fantasticherie, le poesie, gli schizzi, i bozzetti, i sogni, i desideri, le comiche, il corredo di un burlone, di un artista di strada, di un navigato poeta, di uno scaltro menestrello…, insomma una “condensazione” delle caratteristiche artistiche e delle doti creative della sua nonna. Non bisogna dimenticare che questa tenda si trova nel “salone della casa della nonna” e, quindi, questi sono i vissuti di Sabino in riguardo alla sua augusta ava. La nonna di Sabino nei vissuti onirici del nipote possiede i seguenti attributi psichici: estroversione ed esibizione, simpatia e ironia, empatia e satira e altro, tanto di altro. La nonna di Sabino non è una persona semplice e lineare, è una donna ricca di sfaccettature umorali e di creatività estetica. Il cartellone della tenda esibisce i prodotti della sua arte, le sue poesie, i suoi lazzi, i suoi sollazzi, i suoi sberleffi, le sue passioni, il suo altruismo, la sua vena sociale, i suoi valori.
Così si spiega l’ “allungo la mano per scostarne un lembo e mi accorgo che sono pagine di libro tenute insieme da un filo.”
Il “filo” rappresenta simbolicamente la coerenza nella poliedricità espressiva della sua camaleontica nonna.
Ma la nonna di Sabino è anche originale perché in questa
tenda-cartellone-archivio ci mette non soltanto le sue carte, le sue produzioni artistiche, i fogli del suo libro, ma ci mette anche la trama della psicodinamica sulla “rivalità fraterna” del nipote. Quest’ultimo trova quello che cercava e che aveva messo al posto giusto per ritrovarlo dal momento che è lui che sogna, il “Decretun Gratiani”, il sentimento della rivalità fraterna di cui si è detto in precedenza e in abbondanza. La nonna e il nipote sono mostri di perspicacia e strumenti della provvidenza da usare a giuste dosi.
Ma non è ancora finita. Il bello deve ancora venire come nei film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Sabino si sente in colpa, si è macchiato di “ubris” greca, ha rotto l’armonia del Tutto con la sua “ira”, ha frammentato il quadro della nonna prelevandone una parte. La riparazione della colpa deve essere quanto meno equivalente e immediata. Ecco la reazione riparatoria di Sabino.
“Stacco il foglio dal libro-tenda, ma mi rendo conto che si vede bene che manca qualcosa: tra le pieghe della tenda c’è uno spazio di troppo. Mi sento in colpa per averla rovinata,”
Degna di nota è la definizione “libro-tenda” per i contenuti simbolici associati: parti di sé vissute ed esibite.
Ma come uscire dall’impasse?
Ecco che arriva la solidarietà intelligente della sorella. Quella che era prima un problema, adesso è diventata una provvida alleata. Sabino recupera la sorella con la stima di persona intelligente: sostituisci la pagina riguardante noi due con una tua produzione poetica, una “ciocca di capelli”, quell’abilità che hai mutuato dalla nonna. Sabino si è identificato nella nonna o meglio nella sua parte estetica e creativa. Non c’è alcun dubbio. Ecco la conferma: “ma mia sorella mi suggerisce una soluzione: sostituire il filo con una ciocca di capelli. La tiro fuori da non so dove e la annodo al filo della tenda.”
Anch’io come la nonna! Adesso Sabino ha colto veramente due piccioni con una fava, ha riparato il quadro della nonna e ha risolto la sua rivalità fraterna.
“La trama della tenda sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione.”
La psicodinamica è conclusa con la riparazione del trauma e della colpa. Sabino ha recuperato la sorella e la nonna e adesso possono vivere felici e contenti “con nostra grande soddisfazione”.
Tutto questo è pervenuto grazie a un naturale sogno e a una proficua funzione psichica, quella onirica.

ISTANZE PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate dal sogno di Sabino sono l’Es e l’Io: le pulsioni collegate alla rivalità fraterna, “Es”, e la composizione risolutiva del conflitto, “Io”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati sono la “condensazione” e lo “spostamento”: decretum Gratiani, casa, nonna, sorella, salone, tenda, libro, ciocca di capelli.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” esibita manifesta un tratto maniacale nell’evitamento dell’angoscia di perdita affettiva in riguardo alla psicodinamica della rivalità fraterna e in riguardo alla funzionalità psichica della figura della nonna.

FIGURE RETORICHE

La figura retorica usata è la “metonimia”, il “decretum Gratiani” al posto della rivalità fraterna, il “libro-tenda” al posto di vissuti della storia personale, la “ciocca di capelli” al posto del prodotto mentale.

DIAGNOSI

La diagnosi si attesta nella psicodinamica della “rivalità fraterna”.
PROGNOSI

La prognosi impone la vigilanza sull’esito fausto del conflitto affettivo e sugli investimenti della “libido genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si colloca e consiste nella difficoltà a stabilire relazioni affettive significative per l’insorgere del sentimento della gelosia e per l’istruirsi di una ferita narcisistica negli investimenti libidici andati a male.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Non è mai esaustivo il parlare dell’importanza delle figure dei nonni nella formazione psichica dei nipoti bambini. La funzione principale è quella di ammortizzare i conflitti affettivi e di consentire la “traslazione” delle figure e dei “fantasmi” dei genitori, nello specifico della “parte buona” del padre e della madre. Il bambino vede nel nonno il padre buono quando il padre non è buono secondo i suoi vissuti e la stessa cosa vale per la nonna. Quando il padre e la madre limitano la “libido” espansiva dei figli, ecco che viene fuori l’esigenza psichica dei nonni e della loro vena libertaria. Per questo aspetto anarcoide e per l’investimento affettivo spesso i genitori sono gelosi e critici nei confronti del loro padre, della loro madre, dei loro suoceri e arrivano al punto di lesinare la frequenza benefica dei nonni commettendo un grave errore psicologico e un reato dal momento che anche per la legge civile i nipoti hanno diritto di relazionarsi con i nonni e viceversa. I nipoti non si possono distrarre dall’affetto dei nonni e i nonni non si possono distrarre dall’affetto dei nipoti: un assioma psico-logico. Spesso i nonni sono tacciati di essere “viziosi” e di viziare i nipoti in maniera lampantemente diseducativa: così dice la nuora o il genero. In effetti i bambini realizzano l’esperienza della trasgressione con i nonni facendo quello che a casa non si può fare e allargando in tal modo la visione del mondo e soprattutto la visione del mondo degli adulti. I nonni esorcizzano le classiche angosce infantili e impediscono la pericolosa chiusura psichica. I nonni sono dei formidabili ansiolitici e dei naturali antidepressivi, figure tranquille che consentono la libera “proiezione” da parte dei bambini dei “fantasmi” di perdita e delle angosce abbandoniche. I nonni danno il giusto senso del limite nella sperimentazione del potere possibile da parte del bambino: il padre lo fissa in maniera rigida, il nonno lo lascia trovare. I nonni sono recipienti di valori e di sacralità in grazie alla loro età e alle loro fattezze senili. Dio è immortale e invisibile, i nonni si vedono, si toccano e all’improvviso non ci sono più perché malauguratamente sono volati in cielo, proprio loro che avevano tanta paura di volare. Un’obiezione da considerare è la seguente: e se i nonni fossero veramente nocivi per i nipoti? La risposta è la seguente: il bambino non chiede e non vuole andare dai nonni. Ma se il bambino chiede di frequentare i nonni, vuol dire che ha bisogno per la sua economia psichica d’imparare, di realizzarsi, d’investire, di esprimersi, di sperimentarsi. E allora…così sia!