ONNIPOTENZA E DEPRESSIONE

stop-592971__180
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.
All’improvviso si scatena un terremoto.
Michel non è in panico come tutti gli altri e si sente sicuro sotto una pensilina di plastica in attesa della corriera.”

Un buontempone è questo Michel. Non gli mancano le arti della socializzazione e non sa fare a meno delle relazioni. Si offre e si vende bene, molto bene. Anche la seduzione non deve difettare. Un uomo di mondo che si esibisce, un leader nel suo essere speciale.
La collocazione della “piazza” richiama simbolicamente la greca “agorà”, il luogo della politica e delle relazioni sociali di poco spessore, della truffa e dell’inganno, dello scambio e della comunicazione, della parola e dei discorsi, dei millantatori e dei narcisisti. La “piazza” non è la dimora e tanto meno l’alcova. In “agorà” si trovava bene Socrate nell’ascolto dei Sofisti, si trovavano bene i sudditi nell’ascolto dei dittatori, si trova bene Michel con la gente che lo conosce e gli vuol bene.
“Michel sogna di trovarsi in piazza con gli amici.” Assolto il punto primo.
Punto secondo: ” All’improvviso si scatena un terremoto.”
Cosa sarà mai un terremoto per un uomo come Michel che ha tanti amici e che si trova in piazza? Leggo direttamente dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici” e riporto la voce “terremoto”: “grave disagio psichico, crisi del principio di realtà e della funzione di mediazione dell’istanza dell’Io combattuto tra le inibizioni del Super-Io e le pulsioni dell’Es, conflitto psichico e contatto precario con la realtà in atto. Povero Michel! E’ proprio preso male. Questo terremoto non ci voleva in tanto godimento relazionale. Stava così bene in piazza con gli amici e all’improvviso arriva il terremoto. Ma cosa c’entrava il terremoto? Eppure nell’apparente benessere il sogno dice che Michel cova un forte malessere. Non ci resta che vedere la soluzione ingegnosa di Michel a tanto disagio.
L’onnipotenza! “Michel non è in panico come tutti gli altri…” Michel è diverso, è un vero uomo dai mille accorgimenti e dalle mille risorse. Michel ne sa una più del diavolo. Povero diavolo, quanti confronti è stato ed è costretto a subire senza essere interpellato! Il terremoto non impaurisce minimamente Michel. Quest’uomo è fatto di un’altra pasta. Michel non è come gli altri “cacasotto” che di fronte al terremoto si rifugiano in un riparo possibilmente più sicuro. Michel conosce le cose del mondo e ha una risposta per ogni evenienza. Michel può tutto, “omnia potest” come il Padreterno. Miche è un padreterno, si valuta e si ama tanto da entrare in concorrenza con Narciso. “Panico” traduce “tutto compreso”, il timor panico abbraccia tutto, il corpo e la mente. Di fronte a una manifestazione mastodontica della Natura, un “sublime” l’ha definito Kant, Michel si schernisce e non si lascia minimamente emozionare. Che lenza! Che uomo, anzi che superuomo!
“…si sente sicuro sotto la pensilina di plastica in attesa della corriera.”
Pensate un po’! Una traballante pensilina di plastica è il giusto antidoto alla furia distruttrice di un terremoto, al “sublime” della Natura. Michel è veramente un genio onnipotente. Vive in un altro mondo, una neorealtà tutta sua dove non c’è il terremoto o quanto meno non fa paura, anzi fa sorridere, una personale realtà diversa da quella degli altri comuni e poveri mortali. Basta una pensilina di plastica per ripararlo dal terremoto, una difesa apparentemente irrisoria per sopravvivere ai più terribili disastri.
La vita continua soltanto per Michel: aspetta l’arrivo della corriera. Mentre tutti cercano di conservare la vita, Michel sopravvive, va “sopra la vita” con la sua onnipotenza, può magicamente far tutto a suo favore e tutto in sua esaltazione. La corriera, trattandosi di automatismo meccanico, condensa simbolicamente le pulsioni sessuali gestite dal sistema neurovegetativo involontario. Di fronte ai disastri del suo “Io” Michel reagisce con l’antidoto sessuale: la sua autoterapia antidepressiva.
Questa è la versione ilare del sogno di Michel, a riprova di come il sogno sa usare anche l’ironia nel formularsi. Il termine “ironia” ha un significato filosofico, Socrate, e psicologico, Freud: destrutturazione dell’Io e delle sue resistenze nella presa di coscienza del materiale psichico rimosso e per una migliore autoconsapevolezza.
Il sogno paradossale di Michel evidenzia una grossa componente depressiva dietro una facciata ironica; quest’ultima serve da copertura al vero problema e funge da resistenza alla presa di coscienza, ma è un forte stimolo a disoccultare i conflitti rimossi e la mancata maturazione umana, oltre che psichica.
La prognosi impone la giusta valutazione del disagio psichico e la terapia adeguata all’angoscia di perdita, dal momento che l’onnipotenza non può reggere sempre il peso dei conflitti irrisolti.
Il rischio psicopatologico si attesta nella sindrome depressiva.
Riflessioni metodologiche: il sogno ha una sua ilarità. “Si ride per non piangere”, dice un motto popolare per sottolineare la “conversione nell’opposto”, un meccanismo di difesa dall’angoscia e di formazione del sogno. Freud scrisse un’opera titolata “Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio” nell’anno 1905, dove coglieva i collegamenti tra la dimensione interiore e l’espressione esteriore, tra il materiale psichico rimosso e l’espressione verbale o mimica. In sostanza il riso nasce dal richiamo subdolo di pensieri rimossi e di notizie indicibili: ad esempio ammiccare alla sessualità in maniera indiretta. Il sogno usa il paradosso per dire profonde verità e l’ironia come invito alla presa di coscienza del materiale psichico rimosso. Queste verità bisogna saper leggere e adeguatamente considerare, questo invito bisogna accettare inevitabilmente prima o poi.

L’APE BIRICCHINA

bee-in-the-approach-209145__180

“Ernesto sogna di trovarsi in montagna insieme al papà e nella casa della di lui compagna.

Mentre vanno a trovare un amico, Ernesto vede degli animali chiusi e un grosso alveare con delle api che girano attorno.

Un’ape gli va dentro l’orecchio destro ed Ernesto, per mandarla fuori, la spinge dentro l’orecchio e l’ape gli esce dal naso.”

 

Il sogno di Ernesto si snoda in maniera disimpegnata e snella secondo le coordinate psichiche di un adolescente in piena formazione e in decisa   evoluzione con gli investimenti della sua “libido”. Procediamo nell’interpretazione di questo simpatico “resto notturno”.

“…insieme al papà e nella casa della di lui compagna.”

Si evince che Ernesto è figlio di genitori separati: una situazione psichica particolarmente diffusa e difficile, alla quale i giovani figli sono costretti ad adattarsi sviluppando una buona dose di duttilità psicologica. Certamente essi maturano situazioni esistenziali diverse rispetto a quelli che vivono una normale situazione di famiglia intonsa. Sperimentano, inoltre, relazioni affettive più complesse con i genitori e con i fratelli. Soprattutto, il conflitto con i genitori si accentua quando subentra la nuova donna del padre o il nuovo uomo della madre. Viene fortemente sollecitata la “posizione edipica” già in corso e viene stimolato il sentimento della rivalità fraterna verso combinazioni psichiche più variegate e ambivalenti.

Ma questa situazione e questo conflitto non si presentano nel sogno di Ernesto.

“Ernesto sogna di trovarsi in montagna…”

La “montagna” richiama le grandi altezze e comporta simbolicamente il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Ma in questo caso la montagna richiama soltanto la realtà come cornice del sogno, perché in un adolescente in piena tempesta ormonale la “sublimazione” sarebbe inopportuna e non ci starebbe neanche bene con la “posizione edipica” che il nostro giovane protagonista sta vivendo.

Si può riaffermare che questo processo di difesa dall’angoscia, la “sublimazione”, non si presenta nel sogno di Ernesto.

“…casa della di lui compagna.”

La “casa” è simbolo della struttura psichica in atto e appartiene alla compagna del padre. Anche questo è il ricordo di un dato reale e non ha nessun rilievo psicodinamico o relazionale. Il rapporto, facile o difficile, con la personalità di questa donna e il vissuto in riguardo non sono richiamati nel sogno.

Si può riaffermare che questo rilievo relazionale non si presenta nel sogno di Ernesto.

E se si trattasse di gelosia per l’affetto che il padre riversa nella nuova donna?

Si può ancora riaffermare che questo struggente sentimento non si presenta nel sogno di Ernesto.

L’introduzione del sogno è soltanto descrittiva. Ernesto diligentemente  inquadra il luogo reale e il contesto relazionale dove poi scatenerà i suoi veri fantasmi in emergenza. Il sogno, quindi, non riguarda conflitti edipici traslati nella nuova donna del padre o pendenze erotiche e affettive con la madre o tanto meno rivalità feroci con un eventuale nuovo uomo della mamma o  sentimenti di rivalità fraterna. Ernesto si è ben adeguato a livello psichico alla situazione esistenziale e amministra bene la sua condizione di figlio di genitori separati dal momento che l’accenna ma non l’approfondisce. In ogni caso e “en passant” resta valida la regola che la rottura della convivenza familiare è opportuna qualora i figli siano costretti a vivere in un contesto traumatico di disagio e di violenza.

Ma allora, cosa contiene il sogno di Ernesto?

“Mentre vanno a trovare un amico, Ernesto vede degli animali chiusi…”

Descrittivo è ancora il “mentre vanno a trovare un amico”, ma importante è l’immagine “degli animali chiusi”. Si tratta di repressione degli istinti. La simbologia degli animali traduce le pulsioni neurovegetative, la “libido” nella sua valenza vitalistica involontaria, sessualità inclusa. Lo stato di reclusione aggrava la situazione in quanto significa repressione e inibizione. Ernesto è, come si diceva in precedenza, in piena adolescenza e il suo corpo si sta evolvendo nella forma e nel contenuto. Ernesto è in piena tempesta ormonale e, quindi la sua “libido” è in piena effervescenza. Il corpo si sviluppa, ma la psiche segue i suoi tempi, per cui presto la mente di un ragazzo albergherà in un corpo di uomo. Tale evoluzione organica è più traumatica nelle bambine, dal momento che gli attributi sessuali sono più evidenti e gli sconvolgimenti ormonali sono più massicci. Ernesto sta ben calibrando cosa succede nel suo corpo a livello neurovegetativo, come si sta evolvendo la sua “libido” e quali possono essere gli investimenti futuri. Dopo la “fase fallico-narcisistica” la “libido” di Ernesto si sta evolvendo nella “fase genitale” e allora deve ben inquadrare le novità psicofisiche che tale evoluzione comporta.

Il sogno dice che attualmente Ernesto vive male le sue pulsioni sessuali: “animali chiusi”. Tende a reprimere gli istinti, piuttosto che a prenderne coscienza e a favorirli. In questo processo di crescita deve essere rassicurato con un dialogo franco e schietto più dal padre che dalla madre, perché in tal modo si rafforza l’identificazione nel padre e l’identità al maschile e non si creano ambiguità edipiche e pudori specifici con la madre.  Ma non finisce qui il simpatico sogno di Ernesto. Adesso si arriva al “dunque”.

“…e un grosso alveare con delle api che girano attorno.” Si aggiungono le api in un grosso alveare. Gli insetti rappresentano simbolicamente gli spermatozoi e l’alveare condensa i testicoli. Ernesto problematizza la sua sessualità maschile e gli attributi connessi sotto la spinta delle pulsioni sessuali e di una necessaria educazione sessuale. Ernesto sente il suo corpo in evoluzione e avverte il trambusto che sta succedendo dentro di lui. La sua mente ha bisogno di sapere e la sua psiche ha bisogno di assimilare ciò che sta vivendo. L’educazione sessuale è importantissima e può essere anche la causa di questo benefico travaglio, perché adesso il sogno di Ernesto offre la simbologia del “coito” e della “fecondazione”. Non si può di certo dire che il sogno, inizialmente definito semplice e snello, di Ernesto non contenga la sua giusta “suspence” e la sua complessità.

“Un’ape gli va dentro l’orecchio destro…” si traduce: uno spermatozoo entra in un orifizio. Il buco dell’orecchio trasla l’orifizio vaginale. Il sogno rievoca simbolicamente il coito e la fecondazione. Ma perché l’orecchio destro e non quello sinistro che sarebbe stato simbolicamente più opportuno?  La “destra” condensa il maschile e il presente psichico in atto, oltre che l’esercizio della consapevolezza. La “sinistra condensa” il femminile e la pulsione neurovegetativa, oltre che la regressione crepuscolare della coscienza. Può darsi che Ernesto scelga casualmente l’orecchio destro al risveglio, ma nell’interpretazione bisogna attenersi ai simboli presenti nel racconto. Ricapitolando: Ernesto rielabora in sogno notizie che lo hanno particolarmente colpito nell’educazione sessuale. Si tratta d’informazioni allettanti e ambivalenti che da un lato Ernesto acquisisce e di cui dall’altro lato è turbato. Informazioni e notizie che destano in Ernesto una reazione di difesa sulla sessualità in generale, sulla funzione penetrativa del pene e sulla funzione genitale dello sperma. Un complesso di notizie sulla sessualità che deve ben digerire e che l’ha colpito perché le vive proprio nel suo corpo. Aggiungo che il meccanismo di difesa della “rimozione” sul materiale non gestibile dalla coscienza dell’adolescente può ripresentare in sogno e in forma traslata il materiale psichico in questione.

Completiamo il quadro onirico e confermiamo la psicodinamica implicita.

“…per mandarla fuori, la spinge dentro l’orecchio e l’ape gli esce dal naso.”

Penetrazione ed espulsione: l’ape esce dal naso, simbolo del pene. Il sogno di Ernesto precisa che si tratta della penetrazione, dello sperma e del membro. Si sta conoscendo a livello sessuale sotto la spinta ormonale della pubertà. Trattasi di un sogno propedeutico alla vita sessuale futura e genitale.

Ernesto sta crescendo e ha sognato il suo travaglio psicofisico nei vissuti più sottili di un adolescente.

La prognosi impone a Ernesto di rassicurarsi sull’evoluzione psicofisica e in riguardo al suo corpo e alle sue funzioni. In questo viaggio deve essere sostenuto dalla figura paterna in particolare e dalla figura materna specie sul versante affettivo con l’altro sesso, l’innamoramento.

Il rischio psicopatologico si attesta in un blocco regressivo degli investimenti della “libido” e in inibizioni della vita sessuale.

Riflessioni metodologiche: ho voluto sottolineare qualche elemento sulla psicologia dei figli dei genitori separati alla luce delle statistiche che vedono in forte aumento, da dieci anni a questa parte, i divorzi. Si dice che non c’è disposizione nei genitori a voler risolvere i conflitti relazionali e che si ricorre con facilità alla soluzione più facile che è la separazione. Si dice…, ma è anche vero che poche coppie fanno ricorso a una “psicoterapia”. E’ assolutamente vero che le separazioni spesso avvengono per adulterio, a conferma che l’uomo, maschio e femmina, è un animale poligamo e non monogamo e che la maturità sessuale è un traguardo ipotetico. Nella coppia la separazione è più spedita, ma quando ci sono i figli il discorso non è poi così libero e consequenziale. Ed è giusto che sia così, giusto che i genitori riflettano sulle loro debolezze evolutive o involutive e sui loro disagi, prima di mettere a repentaglio le varie bontà di una sana famiglia. La “psicoterapia della coppia”, pur essendo di poco spessore analiticamente parlando, è molto efficace e quanto meno aiuta a separarsi bene con una migliore consapevolezza e a disporre il miglior mondo futuro possibile per i figli. La responsabilità di un disagio di coppia è da dividere a metà, ma è anche vero che la coppia è esercizio psichico in due all’interno di un’evoluzione psichica personale, un esercizio che avviene sempre in un presente psichico in atto. Non è facile stare in coppia, ma i figli vogliono la famiglia una volta che l’hanno conosciuta. Compresi noi, se ben ci pensiamo, abbiamo gradito la famiglia e abbiamo anche pensato dietro la pulsione edipica di sbarazzarci del padre o della madre per le nostre pretese espansionistiche. Ma dopo ci siamo ricreduti e abbiamo fatto di tutto per innamorarci e per convolare a giuste nozze desiderando figli, tanti bambini e tante bambine. E la storia continua…

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!

IL BRODO DI POLLO NEL FRIGO

refrigerator-70580__180

“Carmela apre il frigo e in un contenitore di plastica morbido c’è del brodo.
Il contenitore perde e insieme al liquido escono anche pezzi di carne di pollo.
Carmela si arrabbia perché lei aveva lasciato il contenitore sopra il tavolo e non sa chi è stato il cretino che l’ha messo in frigo.”

Cambio registro: sarò sintetico, chiaro, esauriente per quel che è possibile.
Carmela “apre”. Carmela si dispone alla presa di coscienza di un trauma o di un fantasma, in ogni caso di un vissuto rimosso estremamente personale e intimo. “Aprire” equivale simbolicamente a una riduzione delle “resistenze”, a una caduta del materiale psichico che si oppone all’autocoscienza in difesa dell’equilibrio psicofisico corrispondente e in atto, un equilibrio, pur tuttavia, non stabile e non autentico. “Aprire” attesta simbolicamente di un uso moderato del meccanismo principe di difesa della “rimozione”.
Il “frigo” rappresenta un “fantasma di morte” in relazione specifica al grembo materno: la “parte negativa dell’utero”, il potere mortifero dell’archetipo “Madre”, la “parte negativa dell’universo femminile” degnamente rappresentata nei miti e nelle leggende dalle Moire, da Lilith, dalle Furie, dalle Sirene, dalle Streghe e compagnia similar cantante.
Il “contenitore” condensa gli organi genitali femminili e nello specifico la vagina. Gli attributi di “plastica” e di “morbido” accentuano le caratteristiche carnali, mentre il “brodo” attesta la lubrificazione collegata all’eccitazione erotica e gestita dal sistema neurovegetativo. Il sogno di Carmela esordisce proponendo intimità femminili: la mestruazione? Un fantasma sessuale? Un’inibizione erotica? Un trauma abortivo? Procediamo.
“Il contenitore perde”, ha delle perdite e insieme al liquido escono anche pezzi di carne di pollo”. Ecco il “contenuto latente” del sogno: il “liquido” può essere il sangue mestruale, l’”uscire” è un parto liberatorio e una catarsi dell’angoscia, “pezzi di carne” si collegano a fantasie sul tema e sviluppate nell’infanzia o nell’adolescenza in chiara assenza di un’adeguata educazione sessuale, il “pollo” è la traslazione di un contenuto concreto come un grumo di sangue o un feto o qualsiasi parte organica come un fibroma o altro di simil natura. Il “pollo” è un cadavere familiare presente e gradito nelle mense di ogni famiglia: tutta colpa dei golosi! Carmela lo usa in sogno per questa valenza culinaria collettiva.
“Carmela si arrabbia”. La “rabbia” di Carmela attesta della sua contrarietà al vissuto traumatico che sta sviluppando in sogno: una “conversione nell’opposto” dell’angoscia per qualcosa di brutto che non ha accettato e per un fantasma che non ha adeguatamente razionalizzato. Il “tavolo” dove stava il contenitore rievoca una sala operatoria con un letto chirurgico prima dell’intervento. Il sogno offre i mezzi idonei per non andare sul traumatico, ma non si esime dal dire la verità anche se in maniera camuffata. Carmela deve aver subito un intervento chirurgico di un certo rilievo, quanto meno conosce i travagli del parto. Il suo corpo e il suo apparato sessuale erano intatti all’inizio dell’intervento, ma qualcuno a sua insaputa l’ha manomesso e ha danneggiato il contenitore. Anestesia chimica o rimozione psichica? Trauma realmente vissuto o fantasma di morte? Trattasi sempre di realtà psichiche “realissime” e profondamente vissute.
“Carmela si arrabbia perché lei aveva lasciato il contenitore sopra il tavolo e non sa chi è stato il cretino che l’ha messo in frigo.”
A proposito di “cretino” si rileva lo “spostamento” della parte psichica indifesa di Carmela che non ha saputo o potuto difendersi dall’aggressività dello stato fisico o della situazione psicologica in cui si trovava.
Questo sogno può essere utilmente elaborato da un’adolescente che si avvia alla pubertà e che riceve rudimenti di educazione sessuale, sempre da un’adolescente che subisce una visita specialistica ginecologica, da una donna che ha vissuto un intervento chirurgico o comunque una manipolazione agli organi genitali, da una donna che ha subito o immaginato un’interruzione di gravidanza naturale o volontaria, da una donna in menopausa e alle prese con la terza fase della sua vita sessuale. Il tema può anche essere elaborato da un maschio di qualsiasi età o per trauma indiretto o per fantasie sull’universo femminile o per attestare simbolicamente di un suo specifico fantasma.
La prognosi impone a Carmela di portare a compimento la presa di coscienza del fantasma o del trauma e di considerarlo in maniera adeguata come una necessità biologica e non come una manipolazione o tanto peggio una mutilazione del suo corpo. Si esclude il pericoloso “fantasma di frammentazione”.
Il rischio psicopatologico si attesta in una “psiconevrosi d’angoscia” di stampo “fobico-ossessivo” con le classiche somatizzazioni del timor panico.
Riflessioni metodologiche: non si rifletterà mai abbastanza sui traumi che il corpo delle donne subisce beneficamente o malignamente nel corso della vita. Si passa dalla meraviglia biologica che costruisce la vita, la gravidanza, alla realizzazione dolorosa dell’istinto materno, il parto. Si tratta di un corpo che incarna Eros e Thanatos, l’origine e l’amore della Specie, il distacco e la necessità dell’autonomia vitale, la fine e l’ineluttabilità del “nulla eterno”. Altro non so aggiungere, ma il sogno di Carmela dice tanto di più e merita la nobile arte di un poeta popolare per ricevere soltanto un’introduzione al tema “il corpo di una donna”. Nel frattempo si può ascoltare attentamente come approccio all’universo psicofisico femminile la canzone, in apparenza leggera, “la borsa di una donna” nella suggestiva interpretazione della cantante e autrice Noemi. E non è poco.

LO STRUGGIMENTO DELLA RIVALITA’ FRATERNA

foggy-545838__180

“Nelida sogna che è notte, gli interni della casa sono bui o con una luce fioca. Fa parte di un clan che con ogni arma lotta contro un altro clan. E’ un clan familiare, il capo è il padre e Nelida esegue gli ordini.  

Sa che ci sono stati degli assassinii.

Poi si trova in una stanza buia, in un casolare abbandonato con una ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla. Nelida deve darle il colpo di grazia, ma proprio non ce la fa e allora prova a rassicurarla o la tratta freddamente.

Nelida fa avanti e indietro da quel casolare a quello dove sta suo padre con gli altri del clan. Sta preparando la cena per tanti invitati, tra cui gente dell’altro clan. Sono tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.

Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta e ogni volta che arriva davanti alla bambina non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.

Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che ha visto nell’altro casolare e questa prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

Ma che bella famiglia, ma che bella società!

Il sogno può elaborare qualunque psicodinamica e quello di Nelida offre un quadro ottimale del “sentimento della rivalità fraterna” e dello struggimento a esso collegato. Il “resto notturno” di Nelida usa la simbologia cruenta in maniera idonea per attestare dei conflitti con i fratelli, oltre che con i genitori.  Nella parte finale del quadro, infatti, si presenta la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre, così come in tutto il sogno è presente la maschia figura del padre e la soccombenza suggestiva di Nelida ai suoi ordini. Il conflitto tra fratelli ricorre frequente nei miti, nelle leggende e nei racconti popolari. Uno per tutti: la trilogia tragica del ciclo di Edipo, scritta da Sofocle, e in particolare “Antigone” e la sorella Ismene e i fratelli Eteocle e Polinice. E Romolo e Remo dove li mettiamo? E perché non ricordare Caino e Abele? Non sfigura in questa psicodinamica la sorella di Nelida.

Certamente in questo sogno non si può ricorrere al concetto di Rousseau in riguardo al bambino “buono allo stato di natura” e neanche al concetto di Freud di “perverso polimorfo”, sempre in riguardo al bambino. La concezione presente nel sogno di Nelida è semplicemente realistica: un fratello o una sorella “rompono” equilibri psichici e giustificano l’aggressività conseguente  nel tormento struggente di conflitti senza fine.

Via con la decodificazione!

La “notte”, il “buio”, la “luce fioca” attestano lo stato crepuscolare della coscienza, i vissuti e i fantasmi che affiorano dalla dimensione psichica profonda, dalle “rimozioni” che Nelida ha operato in difesa dall’angoscia legata alla sua collocazione familiare di primogenita. Infatti Nelida appartiene a un “clan”, il suo “clan” composto dal padre, dalla madre e dalla sorella, un “clan” che vive insieme ad altri “clan” in una società gaudente e ricca di conflitti. Il simbolo del “clan” accentua in maniera sanguigna la relazione tribale tra i vari componenti: la famiglia “natura” più che la famiglia “cultura”, la famiglia “libido” più che la famiglia “valore”. Nelida riconosce la figura carismatica del padre e la sua dipendenza all’autorevole personaggio, attestando che in quanto a risoluzione del complesso di Edipo siamo ancora in fase di liquidazione. Nelida è eccessivamente affascinata da questa losca figura di assassino e totalmente dipendente da lui nel male, l’uomo che le dà  l’ordine di ammazzare sua sorella, nonché sua figlia, e che glielo ripete sempre. Nelida proietta nel padre la sua pulsione fratricida dettata dal naturale, quanto normale, “sentimento della rivalità fraterna”.

“Sa che ci sono stati degli assassinii.”

Dal generico Nelida passa al puntuale, al suo diretto coinvolgimento in questa psicodinamica che rischia di tralignare in un tragico psicodramma: “la  ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla.” Potenza del sogno che riesce a trasfigurare un sentimento di profonda ostilità nella concretezza di un atto! Nelida si trova in un contesto logistico idoneo: “in una stanza buia e in un casolare abbandonato”, la sua aggressività mortifera e la “parte negativa” del fantasma fraterno. Degna di nota è la descrizione tenera della sorella, magrolina e bionda, come lo “spostamento” in lei del desiderio implorante di essere uccisa. In caso contrario Nelida si sarebbe svegliata e il sogno si sarebbe interrotto per manifesta coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Ulteriore nota degna è l’ambivalenza affettiva verso la sorella: “prova a rassicurarla o la tratta freddamente” perché a ucciderla proprio non ce la fa. Ricapitolando: Nelida sposta sul padre la sua pulsione omicida nei confronti della sorella e all’uopo si sottomette alla figura paterna, dimostrando nei suoi confronti una mancata emancipazione e un’autonomia psichica in “fieri”.

Comunque è Nelida che “deve darle il colpo di grazia”.

Nelida è in piena isteria, “fa avanti e indietro”, è combattuta tra il desiderio e il privilegio di figlia unica, oltretutto preferita dal padre, in quel clan e la pulsione di sbarazzarsi in qualche modo della scomoda presenza di una sorella, oltretutto insanguinata e moribonda. L’intensità del conflitto affettivo è attestata dal suo andirivieni tra la casa ricca di cibo, simbolo degli affetti, e la casa, simbolo di morte, della sorella. “Erano tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.” La variazione dello stato di coscienza si attesta in questa situazione di grande ambivalenza affettiva nel “bere vino”. Nelida è in piena crisi ed esperisce un rimedio meraviglioso traendo dalla sua infanzia la “magia” come soluzione al suo drammatico momento.

“Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta”: trattasi di risolvere l’angoscia attraverso un procedimento magico di accelerazione del tempo e di riduzione dello spazio, un processo che il sogno offre come normalmente naturale e di cui la funzione onirica è maestra. La velocità di esecuzione è direttamente proporzionale alla carica d’angoscia che il sogno di Nelida sta acquistando. La “censura” onirica funziona bene e il sonno può continuare anche se disturbato. La psiche di Nelida sperimenta l’onnipotenza sotto le frustate psichiche della rivalità fraterna. Nelida deve uccidere la sorella facendo la volontà del padre, ma non è capace di un così atroce delitto. “Ogni volta che arriva davanti alla bambina, non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.” Nelida ha spostato nel padre la sua aggressività mortifera verso la sorella e può continuare a dormire ponendosi come arbitro e mediatrice della situazione. E’ possibile cotanto travaglio e cotanto conflitto di fronte alla gelosia e alla competizione affettiva? Certamente che sì! Il sogno è confermato dalle psicoterapie psicoanalitiche che si operano su questi casi di “fratelli coltelli”. Necessita, a questo punto, un “deus ex machina” per risolvere il dilemma mortifero e il dramma affettivo tra un padre che vuole che la figlia uccida la sorella bambina e la figlia che non sa uccidere la sorella bambina eseguendo gli ordini del padre. Altro che Sofocle, altro che Eschilo, altro che Euripide! Questa tragediografa si chiama Nelida e compone i suoi drammi naturalmente sognando e naturalmente evolvendo i suoi fantasmi. Il dio ricercato in questo caso, quello che serve per risolvere la tragedia, è la madre di Nelida, “una tipa” tirata in ballo nel suo sogno in difesa della sorella-figlia e dalla cui violenza mortifera si difende prendendosi la giusta, ma non atroce, rivincita. Nelida si rifà sulla madre estendendo la sua aggressività edipica verso di lei.

“Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che aveva visto nell’altro casolare e che prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

La “legge del taglione” esige che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, chi vuole uccidere, deve essere ucciso, ma Nelida conclude il suo sogno nel modo migliore possibile e nel modo più proficuo a livello psicologico, componendo lo struggimento della rivalità fraterna nel giusto sentimento, meglio risentimento

La prognosi impone a Nelida di razionalizzare il fantasma accettando la sorella, ma soprattutto di risolvere i suoi conflitti con i genitori, con un padre alleato e complice e con una madre nettamente ostile. Il tempo e il ciclo di Edipo per Nelida è già trascorso. Adesso può soltanto osservarlo nella cavea del teatro greco di Siracusa quando capita la rappresentazione della trilogia di Sofocle.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: “isterica” con somatizzazioni legate all’aggressività non scaricata che si ritorce contro o “fobico-ossessiva” con crisi di panico legate al bisogno di espiare i sensi di colpa.

Riflessioni metodologiche: ma cos’è il “deus ex machina”? Nella tragedia greca antica, dal quinto secolo ante Cristum natum, appariva alla fine della rappresentazione da un’impalcatura alle spalle degli spettatori, latinamente “machina”, un dio per porre fine al conflitto drammatico che gli uomini avevano esposto in versi nella cavea del teatro. Era un dio, perché soltanto un dio poteva assolvere la colpa, “ubris”, e impedire l’ereditarietà della colpa stessa. Cos’era la “ubris”? Il peccato originale dei Greci: l’ira e il turbamento dell’equilibrio costituito dagli dei, lo sconvolgimento dell’armonia sociopolitica che comportava la pena di morte, come nel caso di Socrate. I Greci proiettavano i loro valori culturali nell’Olimpo intelligente per favorirne l’introiezione e l’assimilazione. Un esempio di ereditarietà della colpa è il seguente: Agamennone, l’artefice principale della distruzione della città di Troia, viene ucciso dalla moglie Clitemnestra in complicità con il suo amante Egisto, il figlio Oreste uccide la madre e l’amante, le Erinni perseguitano Oreste, un dio lo assolve nella tragedia che conclude la trilogia di Eschilo. Il tempo segnava l’anno 458 ante Cristum natum.

IN OFFICINA TRA OLIO… OLIO E FILTRI PSICHICI

car-970353__180

“Ela sogna di trovarsi in una sorta di officina. Il meccanico le consegna dell’olio motore da portare nelle cisterne di raccolta della scuola.

Vedendola perplessa, dal momento che quelle cisterne devono raccogliere soltanto olio vegetale, le dice che quello che le dà è misto, olio motore e olio vegetale, e che, quindi, può stare tranquilla.”

Il sogno di Ela è strano nella sua semplicità, è lineare nella sua brevità, è accettabile a livello logico perché ha un senso: il divieto di mischiare gli oli meccanici e gli oli vegetali si coniuga con la tolleranza e la possibilità offerta dal tecnico di mettere insieme le due sostanze similari. E allora il sogno di Ela si può ritenere spiegato perché il “contenuto latente” equivale al “contenuto manifesto”: in questo caso non sarebbe un sogno, ma una fantasticheria a occhi chiusi. Trattiamolo come un sogno o meglio come un “resto notturno” e procediamo con il reperire i significati simbolici e la psicodinamica camuffata e traslata in questo breve ma intrigante prodotto psichico.

“L’officina” rappresenta simbolicamente il luogo di cura del sistema neurovegetativo, in quanto si tratta di meccanismi automatici che funzionano al di là della volontà del soggetto: il cuore, il respiro, le ghiandole endocrine, il sonno e gli apparati che competono alla libera gestione vitale del sistema nervoso neurovegetativo. L’officina condensa qualsiasi concezione filosofica  meccanicistica in riguardo alla Natura e all’Uomo. L’officina si coniuga con l’intelligenza operativa e il fare trasformativo ed è il regno dell’”Io” pragmatico.

“Il meccanico” condensa tutta la competenza di uno specialista del sistema nervoso centrale e neurovegetativo, un endocrinologo, un neurologo, un urologo, un sessuologo, uno psicoanalista determinista, insomma un tecnico competente soprattutto di umori vegetali e di liquidi meccanici nel nostro caso. Il “meccanico” condensa le funzioni  attive e fattive dell’”Io”, al di là di qualsiasi finalismo metafisico. Il “meccanico” è colui che sa e sa, soprattutto, dove mettere le mani.

“L’olio” in se stesso condensa i liquidi e gli umori del corpo, l’erotismo e l’eccitazione, l’eiaculazione e lo sperma, la lubrificazione e la disposizione femminile al coito: “l’olio” riguarda la “libido genitale”.

“L’olio motore” contiene una valenza sessuale meccanica e non finalistica,  un coinvolgimento di stampo anaffettivo e deprivato di partecipazione  emotiva: qualcosa di freddo e di necessariamente fisico-biologico.

“Le cisterne” della scuola condensano, in quanto contenitori, i tratti psicofisici  dell’universo femminile, il grembo e la vagina, parti del corpo ricche di liquidi e di umori. La “scuola” rappresenta il luogo della socializzazione e rievoca il teatro del desiderio, del marasma e del conflitto.

Il “vedendola perplessa”, da parte del meccanico, induce a reperire il simbolo della “perplessità”. Trattasi di dubbio strumentale e metodico, quasi alla Cartesio, e di riflessione innovatrice, un’apertura mentale dell’”Io”, nonché un conflitto psichico e un ridimensionamento operato dal “Super-Io”. La “perplessità” è legata alla sorpresa imprevista e all’eccitazione improvvida, oltre che a una caduta temporanea della logica consequenziale. Ela proietta nel “meccanico” la sua piacevole confusione per un evento strano e apparentemente semplice, una confusione e fusione di oli, di liquidi diversi nel servizio e nel consumo.

“L’olio vegetale” è diverso da quello meccanico: l’olio d’oliva, usato per friggere le patatine dei bambini, non è lo stesso olio che si usa per lubrificare il motore della nostra “benedetta” macchina. Almeno si spera. La differenza dell’olio nel sogno di Ela dipende dal coinvolgimento affettivo e meccanico, dal finalismo delle funzioni sessuali che è quello che produce liquidi e umori. Gli “oli” condensano sensi e significati diversi, una diversa maniera di coinvolgimento: “vegetale” significa neurovegetativo ma affettivo, “meccanico” equivale sempre a neurovegetativo ma anaffettivo. Il primo condensa una forma di vitalità finalistica, un innamoramento, il secondo condensa una forma di vitalità deterministica, un approccio.

L’olio “misto” sarà la sintesi di metà vegetale e metà meccanico, metà affettivo e metà anaffettivo, metà caldo e metà freddo, metà casereccio e metà industriale.

Pur tuttavia, fino a questo momento, l’interpretazione del sogno di Ela resta aleatoria, perché manca un elemento che funge da “nesso”, un collegamento simbolico che rende la decodificazione plausibile e convincente, sempre restando nella labilità delle umane cose.

La “cisterna” risolve il sogno e lo fa propendere verso quella sfera sessuale che si era profilata e che avvolge e comprende tutto il quadro onirico: la femmina, la sessualità, gli umori. La “cisterna” invita Ela a vivere bene la sua sessualità e lo specialista “meccanico” le augura che viva bene il coinvolgimento sessuale sentimentale e quello meccanico. “Parabola significat”: cara Ela, capisci e assolvi sensi e sentimenti vissuti nella loro  doppiezza.

Questi sono i simboli del sogno di Ela.

La psicodinamica verte su una storia sessuale intrisa di senso e sentimento, una sessualità vissuta neurofisiologicamente in maniera diversa, una vita psicofisica filtrata dall’’Io” e resa accettabile a un “Super-Io” reso elastico e tollerante proprio dalle arti ruffiane dell’”Io”. L’olio vegetale richiama le funzioni pulsionali dell’”Es”, la realtà degli istinti che non si può rifiutare o stravolgere. Il merito è dell’”Io”, questo benefico e benemerito “filtro di oli” che sa giostrarsi tra trasgressione e compensazione, tra realtà e criterio del meglio possibile.

La prognosi impone a Ela di ben usare e ponderare le funzioni mediatrici del suo “Io” nelle deliberazioni e nelle decisioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle frustrazione della “libido genitale”, nel malaugurato conflitto tra le tre istanze psichiche, “Io, Es e Super-Io”, in uno scompenso delle loro funzioni con possibilità, nel caso di prevalenza dell’”Es”, gli istinti e le pulsioni, di una crisi del “principio di realtà” a tutto vantaggio del “principio del piacere”, e nel caso di prevalenza del “Super-Io”, il dovere e la morale, di una frustrazione della “libido” con conseguenti somatizzazioni di panico in un quadro clinico paranoico.

Riflessioni metodologiche: è opportuno e mai abbastanza riflettere sulla funzione di “filtro” psichico operata dall’”Io”. E’ determinante per la salute psicologica e per tutta la vita adulta mantenere integre le funzioni dell’”Io”, quelle deliberative e quelle decisionali nel caso specifico. L’ago della nostra bilancia psichica è proprio l’”Io”, l’istanza evolutiva che ci qualifica animali razionali, secondo il nostro modo culturale o “filtro” occidentale, superiori alle scimmie e al resto del “Vivente”. Privilegiare l’”Io” non equivale all’abbandono  o tanto meno al disconoscimento del “nostro bambino dentro” con le sue modalità di pensiero e d’azione. Privilegiare l’”Io” non significa eliminare i limiti e i divieti che consentono la vita sociale e politica. Privilegiare l’”Io” non comporta la repressione delle pulsioni a favore delle utili convenzioni. Con il trascorrere del tempo il “Super-Io” si ammorbidisce o s’irrigidisce in base a come abbiamo vissuto e abbiamo usato il filtro “Io” e i meccanismi di difesa dall’angoscia. Con il trascorrere del tempo la “libido” e le pulsioni dell’”Es” si evolvono nelle forme compatibili con la struttura elaborata dall’”Io”. Si può affermare che la formazione del carattere, “formazione reattiva”, non conosce soste anche se la preponderanza formativa avviene nei primi dodici anni di vita. Esemplifico: maturando o invecchiando aumenta la paranoia se il “Super-Io” s’irrigidisce, si regredisce alla vita infantile se l’”Es” prende il sopravvento. Quelle che si definiscono “demenze senili”, tanto più quelle “presenili”, s’inquadrano in una disfunzione della funzione di filtro e di mediazione dell’”Io”. Ok? Una buona vecchiaia comporta una buona saggezza tutta merito dell’”Io” e dei “meccanismi di difesa” dall’angoscia nella prossimità della partenza e del distacco. A questo punto proviamo a riflettere sul sogno. Nel sonno si usa dire che l’”Io” va a dormire insieme alle sue funzioni e che la vita psichica si esprime nel sogno: la realtà psichica in atto. Va bene. Ma quando l’”Io” si sveglia, interpreta il sogno e riflette su se stesso. L’”Io” è padrone del nostro “processo primario”, la nostra benefica “fantasia” a “Lui” si sottomette: un punto fisso della cultura greca, di poi occidentale, è stato ed è proprio questo, il “primato dell’Io” e delle sue funzioni, il “processo secondario”.

I QUATTRO “NON RIESCE” DI MIRIAM

drive-863123__180

“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.

L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.

Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare se non prima di aver fatto un lungo percorso.

L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.

In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.

Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.

L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il sogno di Miriam induce a riflettere sul modo in cui s’inseriscono le scoperte  tecnologiche nei nostri sogni. La scienza e i suoi progressi non sconvolgono l’apparato psichico e la funzione simbolica. Si evolvano pure lo spazio e il tempo, si evolvano anche insieme alla tanto ricercata dimensione dello “spaziotempo”, ma la “fantasia” è sempre la stessa e allucina ugualmente i sogni del “pitecantropo” e dell’”homo sapiens”. E poi le scoperte scientifiche sono immaginate prima di essere realizzate. Icaro aveva sognato di volare e voleva volare anche con le ali di cera. Archimede aveva sognato sotto il sole cocente di Siracusa le sue idee in riguardo alla massa, allo specchio e alla leva. La parabola significa che i sogni contengono anche intuizioni scientifiche legate alla ricerca specifica di ogni uomo. Di per se stessi io li colloco in un “eterno presente psichico” fatto anche di spazio e di tempo, di storia e di cultura. In un sogno precedente si è decodificato il “telefonino” di Silvia, altrettanto si farà per il “navigatore” di Miriam.

Il sogno colpisce al primo approccio per quattro “non riesce” che andrò progressivamente sviluppando con dovizie di particolari: “non riesce poi a trovare la strada”, “non riesce a impostare il navigatore”, “non riesce a girare”, “non riesce mai a comporre il numero di telefono”. Nella cornice del “non riesce” s’inserisce, senza sfigurare, “l’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante”.

Si dia il via alle danze oniriche!

“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.”

Miriam socializza molto bene all’estero sia con gli altri e sia con quella parte di sé che esterna e offre al gusto sociale: l’”estero” condensa anche il riconoscimento dell’altro e della sua diversità globale. Miriam è suggestionata dalla curiosità di sapere di sé e dell’altro, del nuovo e dell’eccentrico, del forestiero e dello straniero. Miriam esibisce una buona apertura sociale e una proficua duttilità psichica. Miriam non è, di certo, ottusa e misantropa. A furia di viaggiare e di esibirsi in terra straniera corre, pur tuttavia, il rischio di restare straniera in casa sua. A furia di conoscere l’altro corre il rischio di perdere di vista la sua parte interiore. E’ fuor di dubbio che la “coscienza di sé” passa attraverso il riconoscimento dell’altro, è fuor di dubbio che la “coscienza di sé” è osmotica nella sua dimensione interiore ed esteriore, ma perché, cara Miriam, ti trovi bene nel tuo “estero” con gli altri e con tutti i diversi e poi “non riesci a trovare la strada per tornare in Italia”? Perché questa difficoltà a rientrare in te stessa con la confidenza con cui ti affidi agli altri? Miriam si orienta bene nella sua vita sociale, ma non si orienta altrettanto bene nella sua vita interiore. Il suo “Io” presenta un “deficit” di consapevolezza in questo settore: Miriam ha paura di conoscersi dentro. La “strada” rappresenta simbolicamente il procedimento da seguire e la modalità a cui ottemperare per convergere su se stessa. Miriam si difende con la sua ideologia sociale ed è sbilanciata su questo versante a scapito di quello interiore. Il suo “psicosoma” accusa una contrastata armonia delle parti, la sua struttura caratteriale presenta uno squilibrio tra “l’esterno-estero” e “l’interno-Italia”. Miriam ha trovato se stessa più fuori di sé che dentro di sé. Tecnicamente si tratta di uno scompenso tra le istanze dell’”Io”, dell’”Es” e del “Super-Io”. L’’”Io” è andato in sofferenza nel tenere sotto controllo le pulsioni dell’”Es” e i limiti del “Super-Io”.

“L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.”

Eppure Miriam ama lo stato crepuscolare della coscienza e la caduta della vigilanza dell’”Io”, ama la suggestione e il sogno, predilige la fantasia e la follia del desiderio. Questa è la propensione di Miriam, ma è riuscita a metterla in atto fuori di sé o l’ha soltanto concepita dentro. Si profila il conflitto tra la parte di Miriam che desidera e la parte di Miriam che realizza, la parte che vuole e la parte che esegue, la parte “estero” e la parte “Italia”, la parte sociale e la parte personale. Questa interpretazione trova ulteriore conferma nel prosieguo del sogno.

“Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare, se non prima di aver fatto un lungo percorso.”

Il “navigatore”? Carneade, chi era costui? Così avrebbe ruminato don Abbondio nei “Promessi sposi”. Rumino anch’io di fronte al “navigatore” nel sogno di Miriam. Il “navigatore” è un surrogato dell’”Io” e delle sue funzioni, in particolare la vigilanza, la deliberazione e la decisione. Miriam abdica alle sue funzioni razionali, al suo “Io” e accusa difficoltà nell’autoconsapevolezza. Il “cartello” indica la strada per l’Italia e Miriam dopo lunghi ragionamenti affronta il problema. Non è del tutto padrona a casa sua, ha una soglia alta di suggestionabilità, si lascia condizionare nel pensiero e nel materiale. “Non riesce a girare”, non riesce a fare delle scelte concrete e personali, fatica a realizzare idee pensate e agite da lei. A questo punto del sogno si profila la dimensione sessuale del lasciarsi andare e dell’affidamento a se stessa.

“L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.”

L’auto rappresenta il sistema neurovegetativo nella sua valenza sessuale. La difficoltà di guida è dovuta a un blocco razionale o a una inibizione morale. In  effetti, la sessualità di Miriam funziona se il freno non funziona: il freno non serve. Ma il “Super-Io” interviene censurando la “libido” e non consentendo a Miriam di lasciarsi andare e l’”Io” provvede a sublimarla e a investirla in un ambito sociale. Uscire dal parcheggio significa mettersi in moto sessualmente dopo i preamboli erotici. Miriam incontra “difficoltà a governare” la sua “libido” perché sente come pericolo il lasciarsi andare “in retromarcia in una strada oltretutto in discesa”. Miriam è sessualmente bloccata dalla sua assoluta normalità. Il “Super-Io” ha immesso fattori culturali che hanno portato a trascurare i sacrosanti diritti del corpo a favore dello spirito o del sociale: ideologia politica o religiosa. Si può constatare che la cosiddetta “normalità” può essere vissuta come disturbo o addirittura come malattia per paura o per educazione, per difesa o per morale, tecnicamente per la “parte negativa” di un fantasma che induce un’inibizione sessuale. Ripeto: Miriam vive male la sua giusta sessualità. Ma ancora il sogno non è finito.

 

“In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.”

Miriam si è identificata sessualmente al femminile nella madre, liquidando a suo tempo la “posizione edipica”. Si porta in macchina due amiche, due figure importanti che hanno contribuito alla sua femminilità rafforzando quella dimensione erotica di cui successivamente ha avuto paura proprio per un eccesso di carica: due donne in una macchina che ne contiene una.

“Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.”

Questa è ancora la normalità sessuale di Miriam, correggendo il “fracassarsi” con un benefico “abbandonarsi”. Ma il lasciarsi andare s’imbatte nella paura di farsi male. Miriam ha difficoltà di affidarsi al moto del suo corpo e diffida del suo corpo, vive il piacere addiveniente dell’orgasmo come una perdita di sensi. Il disporsi all’orgasmo è confuso con uno svenimento e blocca il piacere di realizzare la “libido genitale”.

“L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il navigatore, come dicevo in precedenza, condensa le funzioni dell’”Io” e ritornano le difficoltà di deliberare e di decidere. Ma come mai si presentano difficoltà relazionali, “comporre il numero di telefono”, visto che queste doti non mancavano a Miriam? Il sogno elabora e offre la prognosi. Miriam stessa si dice che il suo “estero” è stato eccessivo rispetto alla sua “Italia” e che il suo “Io” deve essere adeguatamente rivisitato e rivalutato.

Questi sono i quattro “non riesce” di Miriam.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà a vivere la sessualità come un processo naturale con le conseguenti inibizioni psiconevrotiche.

Riflessioni metodologiche: siamo il nostro corpo o la nostra mente? Siamo il frutto di una scissione ontologica o culturale? Ma è poi tanto necessario scindersi? Perché non ci si può pensare come entità mente-corpo, psiche-soma? La “scissione” è una modalità psichica primaria e ci serve nei primi mesi di vita per difenderci dall’angoscia di morte che è legata, a sua volta, all’istinto di vita. Ma poi cresciamo e ci evolviamo. A voi l’ardua sentenza!

IL TERREMOTO E LA SOLITUDINE

cracks-1287495__180

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.

Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.

Silvia non si muove perché è terrorizzata.

Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.

Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.

Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e pensa che è ancora in tempo per scappare. Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e quello del marito sul cuscino alla sinistra, ma non li trova.”

Il sogno di Silvia è intensamente poetico, un breve “canovaccio” da sviluppare in teatro da parte di un attore esperto: i tratti dominanti di una struttura psichica e le note caratteristiche di un’esistenza sofferta. Bisogna  rilevare la poderosa capacità di sintesi e di elaborazione creativa del sogno anche in riguardo ai temi più drammatici. Ricordo, a tal proposito, che spesso prima sogniamo e poi agiamo, prima immaginiamo e dopo operiamo nella concreta realtà. Sviluppiamo il sogno di Silvia per avvalorare soprattutto la valenza estetica e la carica di bellezza del suo sogno.

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.”

Silvia vuole obnubilare la coscienza, vuole “dormire“ e non vuole vigilare, ama lo stato crepuscolare, ha bisogno di disimpegnarsi dalle mille e altre mille attività della sua quotidianità, vuole temporaneamente “rimuovere” le sue ansie e le sue angosce: questo è il simbolo del “dormire”. Quest’ultimo non tratta di un sonno maligno, tipo il sonno eterno e un fantasma di morte, bensì di una ricostituzione benefica del sistema nervoso e di un rafforzamento della struttura psichica. La postura è fetale. Silvia è nostalgica del grembo materno, ha tanto bisogno di protezione e di accudimento, è contratta nella difesa di sé e dei suoi vissuti dalle minacce del mondo esterno: questo significa simbolicamente l’essere “rannicchiata”. Silvia è rivolta verso il passato, propende alla nostalgia, indulge alle emozioni e ai ricordi, regredisce di buon grado alla rassicurazione delle esperienze vissute, piuttosto che guardare in faccia il futuro e vivere il nuovo che si profila e avanza: questo è il significato del “fianco sinistro”, un rafforzamento dell’essere “rannicchiata”.

“Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.”

La “scossa di terremoto” arriva “fortissima” e improvvisa a turbare la dolce e apparente quiete psichica, la benefica e ambigua stasi regressiva di Silvia: un trauma “ondulatorio”, una violenza sottile che riguarda gli affetti importanti e le relazioni significative. Silvia “si sveglia nel sonno”, è riportata alla coscienza del presente psichico in atto, un presente “che dura” da lungo tempo e dal cui coinvolgimento non può disimpegnarsi. Silvia è costretta alla vigilanza, a pensare ai suoi conflitti e a rimuginare sui suoi traumi, quelli affettivi nel caso specifico. Il moto ondulatorio del terremoto psichico di Silvia evoca gli affetti della culla e il rilassamento legato all’esercizio della “libido”. Sull’ambivalenza simbolica del “terremoto” dirò in seguito nelle “riflessioni metodologiche”.

“Silvia non si muove perché è terrorizzata.”

Ecco il trauma dell’inanimazione! Silvia è bloccata dall’angoscia abbandonica. Silvia è inerte di fronte alla perdita affettiva. Silvia ha nostalgia della rassicurante premura materna. Silvia è sola, esiste, è gettata nel mondo, è regredita al grembo materno e le manca la madre e le sue carezze vitalizzanti per il suo corpo bambino: la madre, in versione maschile o femminile, poco importa. La figura simbolica è evocata, per cui basterebbe anche un padre presente e affettuoso con le funzioni psichiche materne. Silvia è cresciuta sola e da sola.

“Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.”

Si profila una prima reazione e si tratta di una reazione mentale, un’idea. Ancora la paralisi isterica della “conversione d’angoscia” è operante. Il sogno di Silvia è quasi incubo, ma Silvia continua a dormire perché le figure legate alla sua angoscia sono adeguatamente camuffate dalla censura onirica. Certo che non è un bel dormire, ma la riflessione di Silvia verte su simboli importanti: il “tetto” o il “sopra”, il “pavimento” o il “basso”, il “crollare” o “l’aprirsi”. Si tratta di un movimento che va dall’alto verso il basso, quel “crollare” che attesta processi depressivi di perdita all’interno della struttura psichica di Silvia. Il “tetto” rappresenta simbolicamente la parte mentale, le idee della nostra “casa psichica”, le riflessioni profonde e i vissuti sublimati all’interno della nostra “formazione reattiva” o carattere. Il “tetto” attesta di una giusta difesa del nostro libero pensare. Nel mio “dizionario dei simboli onirici” trovo scritto alla voce tetto: “difesa ideologica e tendenza alla sublimazione della libido, paura di plagio e istanza psichica dell’Io”. Il “pavimento” condensa la concretezza materiale e il legame alla madre, il pragmatismo e il principio di realtà dell’”Io”. Il “pavimento” che si apre in una voragine attesta di un processo depressivo di perdita degli affetti materni e di un conflitto sempre della sfera affettiva. Non dimentichiamo che il “basso” è il luogo simbolico della colpa e della pena da espiare.

“Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.”

Il conflitto tra la passività e l’attività, tra il fare e il giacere, tra l’agire e il subire si profila in maniera drammatica ed è il nucleo profondo della sua dialettica profonda. Silvia oscilla tra la depressione e la reazione. Depressione non significa “morire in vita”, perché è associato al simbolo di “alzarsi” che attesta  un’azione vitale e pragmatica e una sofferta volitività: il tormento del giacere e del muoversi. Le “macerie” rappresentano ciò che resta degli “investimenti della libido” operati nel corso del vivere, un profondo pessimismo sul proprio valore e sul proprio operato. “Alzarsi” è la terapia giusta per “sublimare” l’angoscia in un vago benessere psicofisico.

“Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e si dice che è in tempo per scappare.”

La crisi depressiva è passata e si prospetta la “fuga nella guarigione”. Silvia  reagisce al suo terremoto ondulatorio scappando, non affronta il conflitto in maniera consapevole e costruttiva, opera una temporanea quanto benefica fuga nella risoluzione del sintomo. Pur tuttavia, si dice che è in tempo. Silvia  sa di come si svolgono queste sue psicodinamiche e trova nella remissione del sintomo un temporaneo sollievo.

“Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e uno sulla sinistra sul cuscino del marito, ma non li trova.”

Silvia si muove alla ricerca dei suoi alleati psichici ed esistenziali, delle sue relazioni significative: “i telefonini”. Ma le relazioni sono conflittuali perché Silvia non trova i collegamenti con le persone importanti come il marito, una relazione intima che si trova “sulla sinistra sul cuscino” ossia appartiene al passato, mentre le altre relazioni del presente ”due sul comodino alla destra, sono contrastate perché Silvia non li trova. Silvia è destinata alla solitudine dopo il terremoto. Uscendo fuor di metafora, il sogno di Silvia attesta di un tratto depressivo esaltato e di un conflitto relazionale in atto che non portano a nessuna soluzione e consolazione. E’ più importante il fatto che non trova i telefonini rispetto alla “scossa di terremoto ondulatorio”.

La prognosi impone a Silvia di rivedere le sue modalità relazionali e le sue esigenze a carico degli altri. Bisognerà ridimensionare le aspettative e approcciarsi in maniera tollerante senza incorrere in sovraccarichi emotivi e nel rigore di attese difficili. Silvia deve acquisire maggiore sicurezza e non deve sentire il bisogno di mettere alla prova coloro a cui è legata nella ricerca di una conferma affettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento legato all’esaltazione del tratto depressivo e alla sofferenza affettiva: una nevrosi fobico- ossessiva con crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: la simbologia del “terremoto” ha una specifica ambivalenza nel suo oscillare tra la vita e la morte, tra gli affetti e i distacchi. Nel suo versante positivo il terremoto comporta una ristrutturazione psichica decisa  e una riformulazione mentale affermativa, una forte capacità di evoluzione e una carica volitiva di spessore. Nel suo versante negativo il terremoto richiama un “fantasma di morte”, la perdita depressiva in vita e la corrispondente caduta degli investimenti della “libido”, un’incapacità a reagire agli eventi più drammatici della vita. Il sogno conferma questa ambivalenza simbolica, ma offre nello stesso tempo altro materiale per capire la giusta decodificazione. Nel sogno di Silvia hanno più rilevanza i telefonini introvabili rispetto alla scossa di terremoto e al suo benefico significato ondulatorio-affettivo.

UNA MACCHINA DA SVENIMENTO

steering-wheel-801994__180

“Fabio sogna di essere in macchina e di sentirsi svenire.

Si rende conto che sta svenendo e una mano da dietro gli prende la nuca con due dita facendogli male.

Una voce dice ripetutamente: lascialo che gli fai male.”

 

Il sogno di Fabio verte decisamente sulla sfera sessuale e descrive il conflitto tra la mente e il corpo, tra il senso e il sentimento, tra il “principio del piacere” e il “principio di realtà”, tra l’”Es” e l’”Io”, tra la pulsione istintiva e la riflessione cosciente.

Iniziamo a decodificare questo semplice “resto notturno” di Fabio.

La prima associazione a portata di mano è la macchina e lo svenimento. Come più volte ho scritto la “macchina” rappresenta il “sistema neurovegetativo” nella sua valenza sessuale per il semplice fatto che è un meccanismo automatico, un meraviglioso congegno che va al di là della volontà individuale e che gestisce i fattori vitali determinanti. Lo “svenimento” è il simbolo del lasciarsi andare e del disimpegno psicofisico, dell’abbandono della sfera intellettiva e dell’autocontrollo, della caduta delle resistenze mentali per ascoltare il corpo e le sue esigenze biologiche. Lo “svenimento” è un meccanismo prototipo di difesa da un trauma improvviso e si attesta nel rifiuto del corpo di mantenersi in contatto con la realtà arrestando le funzioni vigilanti in maniera transitoria.

“Fabio sogna di essere in macchina e di sentirsi svenire.”

Fabio è in preda alla pulsione sessuale, vuole abbandonarsi al moto della “libido” e agli effetti benefici del “sistema neurovegetativo”. Proprio quando sta per lasciarsi andare, subentra la paura di vivere la sessualità in maniera libera e senza inibizioni, si presenta l’ostacolo doloroso di un mancato collegamento tra la razionalità vigilante e la sfera affettiva e sentimentale. La “nuca” è il simbolo del “tramite” tra la testa e il torace, tra la sede della ragione e la sede del sentimento, tra la vigilanza e l’affetto. Ma a cosa serve nella vita sessuale la vigilanza e l’autocontrollo? Sono i peggiori compagni di viaggio nel trasporto dei sensi verso le acrobazie erotiche. Eppure Fabio comincia bene e finisce male, conosce la “grammatica” ma non la mette in “pratica”. Nel momento in cui si appresta a lasciarsi andare e si dispone al gusto della “libido genitale”, si blocca per un inutile e inopportuno bisogno di vigilare su se stesso e di controllare la situazione in cui si trova.

Ecco che “Si rende conto che sta svenendo e una mano da dietro gli prende la nuca con due dita facendogli male.”

Fabio si rende conto di questa odiosa interferenza e di questa blasfema intromissione del “sistema nervoso centrale” sul “sistema nervoso neurovegetativo” e si ripete che è un dolore gratuito e un “fantasma” da sgominare e da tenere sotto controllo in special modo nei momenti dell’intimità sessuale. Fabio ha ben chiara la consapevolezza di questo conflitto che lo vuole da un lato disposto al piacere e dall’altro titubante a lasciarsi andare. Il fantasma in questione è quello che riguarda la dimensione sessuale. E’ vero che Fabio ha bisogno di affidarsi alla donna che appetisce e con cui si relaziona, ma è in primo luogo verissimo che Fabio deve vivere bene la sua sessualità e disinibire la pulsione in atto. La causa può ritrovarsi nella soluzione incompleta del complesso di Edipo, ma in questo caso si predilige il rapporto con il corpo in assenza di elementi edipici e soprattutto per il sogno successivo, confezionato nella stessa notte, e che analizzerò nella prossima decodificazione con il titolo “A proposito ancora di Fabio”.

“Una voce dice ripetutamente: lascialo che gli fai male.”

Fabio ha piena consapevolezza della necessità di abbandonare il conflitto doloroso e di abbandonarsi tra le braccia del suo Eros e dell’altrui Afrodite in particolare.

La prognosi è favorevole perché la coscienza del conflitto è limpida.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’istruire difese intellettive per giustificare il mancato coinvolgimento sessuale, il meccanismo di difesa, anche delicato e pericoloso, della “razionalizzazione”.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio verte sul problema antichissimo del rapporto tra la “Natura” e l’”Uomo” e, convergendo sull’Uomo, tra la “mente” e il “corpo”, tra la “psiche” e il “soma”, un problema classico della “cultura occidentale” di cui siamo degni eredi nel bene e nel male. La “cultura occidentale” nasce nella Grecia del primo millennio “ante Cristum natum” e matura dell’Uomo e della Natura una concezione “olistica” in un contesto “ilozoistico”: “Uomo” e “Natura” sono il “Tutto vivente”. L’uomo greco, pur tuttavia, elabora la questione antropologica oscillando tra una concezione di “fusione” e una concezione di “scissione” e questo travaglio è confermato dai miti specifici di Orfeo in riguardo alla “scissione” tra la parte maschile e la parte femminile e quello di Dioniso in riguardo alla “fusione” dell’uomo con la Natura. Agli esordi la cultura greca opta per una sintesi olistica vivente di Uomo e di Natura, di psiche e di soma in riguardo all’uomo. L’anima greca, in particolare, si riduce al “daimon”, allo spirito vitale. La rivoluzione dei Sofisti, Socrate compreso, mette in primo piano l’Uomo sulla Natura, opera la prima scissione portata avanti da Platone con la trascendenza della Verità e da Aristotele con il primato della ragione scientifica sulla Natura. Eccezion fatta per Platone, si parlava di “anima alla greca”, in termini più concreti di vitalità, piuttosto che d’immortalità. La religione cristiana introduce in Occidente la scissione tra anima immortale e corpo mortale, concezione mutuata dall’Ebraismo da cui era derivato. Inoltre, il Cristianesimo apporta la rivoluzione dell’estensione del privilegio ebraico di essere figli di Dio a tutta l’umanità. Subentra in Occidente il concetto di anima immortale, di peccato e di Regno dei cieli. L’uomo è scisso tra l’anima immortale e il corpo mortale, tra i valori dello spirito ei valori del corpo, il primato dei primi sui secondi. La scissione è compiuta e siamo nel primo secolo “post Cristum natum”. Trattasi di una scissione metafisica e culturale che ha inciso e incide sull’uomo occidentale in continua tensione tra il sacro e il profano. Questa scissione tra mente e corpo ha pesanti risvolti clinici nella vita sessuale dell’uomo occidentale. In effetti tale scissione non ha motivo di esistere, dal momento che l’uomo è una unità psicosomatica e la relazione tra mente e corpo non si attesta tra dimensioni diverse, ma semplicemente tra funzioni diverse. La “scissione” è un naturale meccanismo psichico di difesa, classico della modalità mentale dell’infanzia, ma diventa molto pericoloso nell’età adulta perché porta alla formulazione delirante di una “neorealtà” tutta personale e, di conseguenza, alla crisi del “principio di realtà” gestito dall’”Io”. In riguardo a Platone, ricordo che la sua teoria dell’anima o delle anime, immortali e superiori al corpo mortale, vuole l’anima razionale aver sede nella testa, l’anima irascibile nel torace e l’anima concupiscibile nel bassoventre. In base all’esaltazione di una delle anime si distinguono socialmente i filosofi, i guerrieri e i mercanti. Gli altri uomini erano schiavi perché senza diritti politici ed erano stimati indegni del valore uomo. Ricordo ancora che al potere politico erano destinati i filosofi perché competenti della “Verità”. Questo si diceva e avveniva ieri. Oggi è tutto un altro discorso.

IL CONFLITTO EDIPICO AL MASCHILE

sassi-825793__180

Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.

A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo alla testa con un sasso per prendergli qualcosa di materiale.

Ma non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

 

Il sogno di Sam è universale nella forma e nel contenuto, un quasi “archetipo” onirico, condensa il conflitto “padre- figlio” nella chiara cornice edipica e nella classica versione, conferma il modo di operare della Psiche con i vissuti  universali del Padre e della Madre. Questo sogno, descritto in questi termini, esula dalle culture e dalle razze e fa ricorso a simbologie naturali come la testa, il sasso, l’uomo sconosciuto, il litigio cruento, la vittoria dell’uomo adulto, l’ignoranza della causa del contendere e del profitto. Gli adolescenti di tutti i colori sognano gli stessi colori. La “multirazzialità” attesta di una psicologia comune e questa condivisione è bellissima, quasi meravigliosa, perché al cambiare dei paralleli e dei meridiani gli uomini esibiscono   un’essenza psicofisica comune.

Andiamo a decodificare il sogno di Sam.

“Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.”

Un uomo più  grande e soprattutto “che non conosce” è chiaramente il padre o una figura similare. Sam non ricorre a una simbologia eccentrica e sofisticata, ma si limita alla versione più semplice e lineare, la versione naturale, “un uomo”. Sam non elabora simboli equivalenti come il “toro” o il “re” o il “cavallo”. Sam sogna la figura paterna nella sua concretezza vivente e manifesta una struttura psichica propensa alla chiarezza e alla semplicità: un “Io” e un “principio di realtà” dominanti. Sam in sogno non è un sofisticato intellettuale e tanto meno un eccentrico poeta, perché ha una linearità di elaborazione e di riflessione. Eppure nel suo sogno è presente la difesa per continuare a dormire: “un uomo che non conosce”. Non scatta l’incubo e il conseguente risveglio, perché il “contenuto latente” non è coinciso con il “contenuto manifesto”. Il sogno è truce nella sua semplicità, ma opportunamente coperto con un benefico “non conosce. Meraviglia del “processo primario” e della “condensazione”!

Proseguendo con l’interpretazione del sogno si evidenzia il conflitto del figlio con il padre: “litiga con un altro uomo più giovane”. La competizione inizia con un litigio che è il giusto segnale di un rapporto dialettico in un ambito di diversità e di riconoscimento dell’altro. Sam si sente uomo giovane e vive il padre alla pari. Questo esordio della “posizione edipica” dispone verso una conflittualità assolutamente normale e verso una risoluzione in atto, se non addirittura già risolta, per cui Sam sta soltanto rievocando nel suo sogno il rapporto dialettico con il padre.

Ma procediamo con calma e riflessione.

“A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo con un sasso in testa  per prendergli qualcosa di materiale.”

Ecco che il conflitto si complica e viene agito fino alle estreme conseguenze: la “castrazione” completa e nella forma classica. Il padre spacca la testa al figlio con un sasso. Meglio: il figlio si fa spaccare la testa con un sasso dal padre. La “testa” è il simbolo delle funzioni nobili del cervello, il “processo secondario”. La “testa” trasla il senso del primato dell’Io” sull’Es e sul Super-Io,  sugli istinti e sulle pulsioni, sui limiti e sulle censure. La “testa” condensa il ruolo maschile del capo: il padre. Il “sasso” condensa il “fantasma dell’inanimazione” psichica e la freddezza affettiva, la crisi degli investimenti della “libido” e la caduta dei sentimenti. La dialettica violenta tra padre e figlio si scatena “per prendergli qualcosa di materiale”. Il padre esige “qualcosa di materiale” dall’uccisione onirica del figlio: Sam proietta sul padre la sua richiesta materiale degli affetti e delle premure della madre, qualcosa di concretamente vissuto e di reale. La “madre” è l’oggetto del truce contendere.

La “castrazione” è servita con un sasso in testa ed è possibile in un ambito di violenza anaffettiva: la vittima è proprio colui che fa il sogno, il figlio, e il vincitore è colui che subisce il sogno, il padre. La conclusione violenta del dramma edipico sembra attestare di una mancata risoluzione del rapporto con il padre da parte del povero Sam. Invece si tratta del classico epilogo simbolico, sia pur nella versione tragica, della risoluzione del conflitto psichico

padre-figlio e non certo di un nudo e crudo omicidio.

Sam “non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

In effetti non compare l’autonomia dal padre, ma si vede soltanto la competizione funesta. Del resto, Sam godrà della sua conquista nel tempo futuro. Il sogno ha camuffato in termini semplici e naturali il “complesso di Edipo” nella versione maschile. Sam ha superato la prova e l’ha sognata a conferma dell’avvenuta emancipazione e della conquistata autonomia. Adesso non gli resta che attendere e vivere gli effetti benefici.

La prognosi impone a Sam di portare avanti il processo di emancipazione psichica dalla figura paterna e di spostare le sue mire espansionistiche dalla madre alle sue coetanee, superando dannosi blocchi e inutili competizioni e coltivando la sua concretezza realistica.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe già vissute negli investimenti della “libido”, difese eventualmente causate da un trauma nell’esercizio della sua autonomia psichica con improvvide cadute nella dipendenza dalle figure genitoriali.

Riflessioni metodologiche: i sogni truci nel “contenuto manifesto”, diventano meno truci nel racconto del giorno dopo e non sono truci nel “contenuto latente” e per questo non ci svegliano. Quindi, i sogni brutti non sempre sono brutti e si possono portare avanti perché trattano magari dello  sviluppo di un problema risolto. Per quanto riguarda il sogno di Sam, volevo introdurre qualche nozione sul sentimento della “rivalità fraterna”. Di fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina il primogenito è costretto a riformularsi psicologicamente. Ha perso il ruolo di protagonista e attore unico nel teatro della famiglia e adesso si trova a riadattarsi al nuovo contesto e a instruire le strategie giuste per sopravvivere . Inizia il “sentimento della rivalità fraterna” e in aiuto al malcapitato subentrano i “meccanismi di difesa dell’Io” per sistemare l’aggressività legata alle inevitabili frustrazioni. I “meccanismi di difesa” sono lo “spostamento”, la “rimozione”, la “formazione reattiva”, il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé, la “regressione”, la “identificazione con il rivale”, l’”isolamento”, la “relazione a distanza”, il “ripiegamento narcisistico”, le “difese mediante fantasie”. Consideriamoli concretamente con esemplificazioni. Lo “spostamento” si attesta nello scaricare l’aggressività su un altro bambino o su un oggetto associato al fratello. La “rimozione” si attesta nel diventare mite e buono e nel reprimere l’aggressività che può esplodere quando meno ci si aspetta. La “formazione reattiva” si attesta nella conversione degli istinti nell’opposto: il bambino troppo bravo e troppo serio per la sua età. L’aggressività viene inibita da una censura molto forte e si attesta nelle inibizioni che lo rendono docile, scrupoloso, remissivo, triste e silenzioso. Il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé si attesta nell’infliggersi ciò che avrebbero voluto fare ai fratelli rivali. Sono i bambini melanconici, d’umore depresso, sensibili alla colpa, che non si sanno difendere, che si svalutano, che si sentono incapaci, brutti, stupidi e inferiori. La “regressione” si attesta nel tornare indietro e nel fissarsi psicologicamente  a tappe già superate dell’evoluzione degli investimenti della “libido” per l’angoscia di un conflitto ingestibile dall’”Io” del bambino. Si rievoca e si riproduce il desiderio di essere accudito come un neonato. Ecco che il bambino ritorna a fare la pipì a letto, a mangiare pappine, a balbettare, a voler dormire nel lettone con i genitori e altra sintomatologia regressiva. La “identificazione con il rivale” si attesta nell’imitazione del fratello per essere grande se il fratello è minore o per essere piccolo se il fratello è maggiore. Se si tratta di fratello e sorella può avvenire l’identificazione con l’altro sesso. L’”isolamento” rende possibile all’aggressività di non essere esternata proprio evitando il contatto con i corpi. Il fratello si isola entro un cerchio in cui il suo rivale non ha accesso e dove le sue pulsioni aggressive non possono toccarlo. Il “ripiegamento narcisistico” si attesta nella convinzione del bambino di non essere amato dai genitori, per cui, non essendo capace di risolvere il conflitto, si ripiega su se stesso e sospende le relazioni con i suoi familiari. Le “difese mediante fantasie” consistono nell’elaborazione da parte del bambino di un mondo tutto suo, sognando “a occhi aperti” una realtà gratificante per continuare a mantenere relazioni di poco spessore con l’ambito familiare. Il sogno dei bambini è pieno di sentimenti di rivalità fraterna e anche in questo caso il sogno funge da “diagnosi” e da “prognosi” e indica il “rischio psicopatologico” per orientare i genitori verso la tutela dei figli con un comportamento adeguato al fine di evitare reazioni eccessive e degenerazioni. E’ chiaro che il “sentimento della rivalità fraterna” incide moltissimo nella formazione del carattere. E allora è meglio avere soltanto un figlio? No, perché il figlio unico ha i suoi problemi e poi nulla gli vieta d’immaginare un fratello o di spostarlo su altre figure similari. E’ determinante la presenza umana e la sensibilità clinica dei genitori. All’uopo è auspicabile leggere “Ma cosa sognano i bambini?”.