IN FIERI

In fieri,

signori in carrozza,

prendete i vostri quattro stracci,

si parte,

si parte per l’Oriente con l’Express,

per amoreggiare con Mata Hari,

per guarire il putinot dal cancro alla prostata

e l’osel putinel dal male oscuro del sangue infetto.

Si parte

per curare la depressione e la guerra,

l’Alzheimer nel mondo e la sola igiene dei popoli,

si va da santa Lucia stazione a santa Lucia badia,

da Venezia a Siracusa tutto di un fiato,

tutto in un sorso,

in un battibaleno,

con un Italo d’acciaio lucido di zecca

come un cannone del 1914 nel museo di Fagarè della Battaglia,

in provincia di Treviso,

quella che se la vedi t’innamori o t’intossichi,

si parte con una Frecciarossa tutta linda e ben disposta,

l’amica segreta e apparecchiata del fascistone italico,

Italo per l’appunto e per la precisione.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

A che prezzo?

A che prezzo, sticazzi amari!

Per curare la depressione e la guerra,

si va e si viene in questa nottata puttanella

insieme agli amici pottaioni e alle amiche fidate,

tutti innamorati della potta e del putto,

un gruppo misto di porsei e di porsee

che i giudici e le giudicesse non contemplano

nei codici di Rocco, di Pietro, di Paolo e di Paperino.

Signori si va,

si va,

si va,

si va.

Madre,

nome comune di donna che ha partorito,

Madre santa,

nome comune di donna che non ha partorito,

Madre Natura,

nome comune di donna in fieri produttiva maestruascens,

Natura,

o Natura, o Natura,

quella che promette e non mantiene,

quella che inganna di tanto e di troppo i figli suoi,

quella di Jacopo da Recanati,

lo studioso matto e disperatissimo,

quella di Silvia e delle sue sorelle

nella sera del dì di festa,

o Demetra e Cerere,

quelle del forno biologico di Avola antica

che sforna biscotti consistenti alle mandorle e alle noci,

nonché crostate alla marmellata di mirtilli trentini

o torte alla crema di ricotta di pecorelle smarrite

da redimere nel bordello di via del Campo,

o Gea e Persefone,

quelle della campagna etnea e del Vulcano mai domo,

quelle che vanno in giro

per farsi rapire dai soliti rapitori irsuti,

così dicono i soliti misogini della tivvù cavalleresca

e dei giornali del mitico capitan codardo,

o Madre,

salve o mia regina,

dammi sempre la forza e l’estro

di essere un buon contadino,

di essere un bravo sacerdote,

di essere un Sommo Poeta come Quinto Orazio Flacco,

un grande uomo

che ha il coraggio delle sue parole,

un modesto uomo

che segue Giovanni nell’elogio del Verbo,

Giogiò l’annunciatore e l’apocalittico,

il vate che ha la forza del suo flatus vocis,

che adora il suono del sottofondo osceno delle galassie,

che annuncia l’entropia dell’universo

che si espande

e che non cade mai,

il giornalista che predica il disordine scostumato

che sta consumando la forza

impressa in illo tempore agli atomi dalla Parola,

che mischia l’energia dei venti della rosa

tra nord e nordest non è tramontana e non è Grecale,

non è Scirocco e non è Libeccio,

ma è il vento giusto che porta giusto e diretto

dalla Rosy,

dalla Maru,

dalla Margherita,

dalla Bepa,

dalla Nanà,

dallo spazio celeste all’aldilà altrettanto celeste,

indorato dalla rigenerazione cellulare,

segnato dalla lotta contro l’invecchiamento

secondo il patto con il diavolo

di vivere di più in un corpo giovane,

con un salto di prima qualità

attraverso quelle cellule staminali

che mi riprogrammerò sulle singole cellule già fatte,

già fatte e rifatte,

le cura tumori,

i grimaldelli di dio,

quel dio che ci dà il nostro pane quotidiano,

ci redime dai debiti

come le banche defunte con tutti i bancari,

i raccomandati di una volta,

di dà la vita eterna

e un sonoro così sia

al posto di un blasfemo vaffancucchio.

E nel frattempo?

Intanto un vecchio è allo specchio,

seduto su un secchio sul suo lungomare

e attende lo sticchio di una vecchia

seduta con spocchia su una secchia

mentre si spacchia a crepapelle

come una vacca che succhia la potta.

Signori,

si scende,

finalmente si scende davvero

da questo treno mezzo scuro e mezzo nero

al grido di “a ognuno il suo”

e “a chi la tocca, la tocca”,

secondo il nobile pensiero dell’umile Gervaso.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022

ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022

 

 

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

MENO MALE

Sei generoso,

tanto,

quasi un asceta,

altrettanto,

un uomo senza dubbio e senza dubbi,

uno scettico,

un Pirrone dell’Elide,

un padre Pirrone, il gesuita confessore del puttaniere don Fabrizio,

un vivente senza il pudore del pusillanime,

un guardone senza ritegno e senza riguardo,

un monaco senza il compenso dell’obolo,

un maschio tutto d’un pezzo,

sempre sul mazzo a chiedere il pizzo,

quello delle sottane femminili,

non quello degli inetti parassiti

che affollano questa mia landa

in attesa di una notizia che striscia

per essere smascherati.

Sono generoso.

Sei ricco di buon sangue come un mestruo fulgens

e io mi perdo in un turbamento infantile da suora orsolina

quando mi vedo nelle mie storte parole sulla tua lavagna.

Faccio come la mia bambina,

quella dentro e quella fuori,

che copriva il suo capino con una coperta

per non farsi scovare giocando a nascondino.

E immancabilmente la trovavo chinata sul divano

col culetto in aria e il viso avvolto in un grande mistero,

il dubbio della fede,

la vertigine della libertà,

il bene della fiducia,

la possibilità dell’affidamento,

l’incanto dell’amor proprio,

la follia di Narciso a piccole dosi.

Sono ricco di buon sangue come un mestruo fulgens.

Cosa vuoi,

o mia cara insolente e impertinente,

c’è sempre un aliquis che ci trova e ci sgama,

qualcuno che ci attende e ci sottende,

qualcuno che ci circuisce e ci consola,

nei giardinetti pubblici o nella degna magione,

nella Camera alta e nella Camera bassa.

C’è sempre un quidquid,

qualcosa in cui crediamo e farnetichiamo,

qualcosa in cui nuotiamo e affondiamo,

qualcosa in cui ci perdiamo definitivamente.

C’è sempre un qualcuno e un qualcosa

a sinistra e a destra,

in alto e in basso.

Cosa vuoi.

Ciao,

maestra del mio cuore,

numquam mater, semper domina.

In un quaderno rosso, maoista e a righe strette

e stretto al petto ansante come la vaporiera di Giosuè,

si scioglie l’orrenda boria della vita,

si annida la facile futilità dell’esistenza,

si consuma il più grande peccato,

la strage di se stessi,

il suicidio collettivo,

collettivo come l’Inconscio di Karl Gustav Jung,

il mago che la sapeva lunga,

l’esoterico folle affetto da sedicente esaurimento nervoso.

Cosa vuoi,

Ortigia ormai è un borgo arido e deserto,

pieno di topastri e architetti in fiore e allo spritz,

un sito affidato al terribile Fato degli inetti

e regalato al miglior deficiente in qualità di offerente,

un’isola fatiscente e sconnessa,

pullulante di prodi ed eterni profughi,

ricca di meravigliosi clandestini

che vanno in culo alla vita e al mondo

vendendo cianfrusaglie inutili in ogni cantone

e nel mercato dove mia madre osava

e aveva posto li suoi riguardi.

Cave canem!

Così aveva ammonito la buona Oriana.

Così aveva insegnato la buona Ida:

l’inviata Fallaci e la professoressa Magli.

Chi altrimenti?

Non vedo divinità all’orizzonte.

Dio è morto nell’arena dei gladiatori,

nel tempio di Apollo,

nei giornali di parte e non di partito,

nelle sacre stimmate delle logge,

nelle scuole pubbliche e private,

nella latitanza della civica educazione.

Quanta ignoranza,

o madonna mia degli Angeli,

quella del cortile in fondo a piazza Termini,

quella dei buffoni e dei ciarlatani,

quella dei poeti e dei contastorie.

Adesso che siamo tutti sistemati,

si può andare serenamente anche in culo.

Ciao.

E noi?

Noi che facciamo?

Noi continuiamo a sbatterci la gnocca e il pisello

con il solito pane quotidiano,

quello di ieri e di domani,

con la surroga dei nostri debiti in altra banca,

con i prodotti finanziari derivati e sempre inclusi

che hanno suicidato tanti improvvidi pensionati in un sol boccone,

con le labbra gonfiate al silicone botuloso,

con i tatuaggi sulle splendide chiappe e sul venereo pube,

con le culottes delle influencer alla spremipatata,

con le indecenze sottili e luminose di un raggio di sole

fortunatamente in via di estinzione.

Moriremo d’amore e di nostalgia in Sicilia

tra i cumuli dei rifiuti della Storia

che nihil docet ai Farisei, ai Sadducei, ai Manichei,

ai Siciliani insomma.

Peccato o meno male?

A noi l’ardua sentenza.

Sava

Carancino di Belvedere 12, 10, 2021

CIAO ciao

Ciao donna!

Ciaociao. belladonna!

Ciaociao mariagiovanna!

Ciao papavero indiano!

Ciao oppio dei popoli!

Ciaociao coca!

Ciaociao barbiturico!

Caiociao ansiolitico!

E’ un povero contadino delle Langhe siciliane

che vi scrive per parlarvi,

un uomo modico

che parla con la luna e con il sole quando ci sono,

un sacerdote modesto di Gea

dalle scarpe grosse e dal cervello sopraffino,

un mentecatto glorioso

appena uscito dalla casa dei matti al numero zero,

quella di Stefano il grande e dell’adorabile Valentina,

un uomo che guarda il vuoto davanti

e nel cor e nella mente si spaura,

ma non si sofferma mai sulla strage di se stesso,

non canta mai che era meglio morire da piccoli.

Io voglio vivere

e voglio amarti come dice la Iva,

non quella delle tasse,

la Ivona,

quella tutta carne e ossa di Ligonchio.

Insomma,

io sono quell’Io di dianzi,

di poco fa,

insomma,

quello che vi scrive in tanta benamata malora

per trovar un conforto malevolo,

per trovare una saracinesca finalmente chiusa,

per trovar malagrazia e tormento,

per trovare il numero giusto in questo Lotto nazionale

che deruba i poveri e gli ultimi degli ultimi,

quelli del reddito civitatis et dignitatis,

non i beati della buona novella di Matteo.

Ditemi,

orsù e di grazia,

o creature francescane e sandalate,

chi amerà le donne,

chi in questo nostro mondo amerà le tante donne

del nostro umile quartiere popolano di via Italia in Siracusa,

quelle con le puppe a pera per le pappe dei pippi,

quelle che hanno la quotidianità marxista-leninista

del servire la gente e il popolo,

quelle che non seguono il culto degli idoli

della tribù,

della spelonca,

del foro,

del teatro,

(grazie, sir Francis Bacon),

quelle che si rassicurano dentro il gregge

e trovano sempre di che pensare,

di che vivere,

di che recitare,

di che parlare,

di che crescere insieme a un uomo,

di che scopare per plaisir e pour le peuple,

pour la maison,

pour la Commune de Paris e pour le casinò di saint Vincent,

nonché di Cefalù,

ditemi,

chi amerà le donne

in questo sguazzo di individualisti narcisisti,

in questo guazzetto di furbacchioni esibizionisti,

in questo balletto di trovatori a buon mercato,

in questo siparietto di barzellette clericali,

in questo crogiolo di occupatori di media,

voi ditemi,

per favore e senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne

in così funesto esodo del buon gusto sociale

e del buon ragù di una moglie,

quello che cuoce per ore e ore

dentro la pignatta di coccio fiorentino,

quello fatto di carote,

di cipolla,

di prezzemolo,

di aglio,

di sale e pepe,

di una noce di burro alpino,

di una grattata di noce moscata,

di olio d’oliva extra e vergine di Carancino,

di un trito di speck o mortadella di Bologna,

entrambe aromatiche,

di salsiccia sbucciata e sgrassata,

e soprattutto di tanta carne tritata grossolana,

carne carnale,

tanta carne che non basta mai

al cuoco e alla cuoca che vivono non come bruti in tivvù,

ma per cercare virtute e canoscenza,

per seguire i barbari nella loro invasione.

Ora che siamo in mano ai novelli babbalubba,

vi giunga disperato il mio richiamo del mondo che verrà

e l’auspicio di un paninazzo con la soppressa de casada,

di un piattazzo rosso di macaroni

da consumare a Roma in Trastevere in ricordo di Albertone

o in Campo dei fiori, sempre a Roma, in ricordo di Giordano,

il cagnaccio spellacchiato arrostito dagli osannati papi.

Cave televisionem,

quam minimum credulae ai saltimbanchi

e agli esibizionisti nella città dei crisantemi,

dove un geranio si contrabbanda per una mimosa,

dove si ritrova il popolo ridente post covidum natum.

Siamo tutti unici,

mie care,

lo dice Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà,

un libro troppo assurdo per essere pericoloso,

lo dice Sigmund Freud nell’Io e l’Es,

un libro troppo avanti per essere magico,

lo dice Salvatore Vallone nel suo blog,

un sito troppo stupido per essere semplice.

Ditemi anche voi,

creature francescane e sandalate,

ditemi orsù e di grazia e ancora senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne.

Per sempre vostro,

mi firmo e mi sigillo in ceralacca con il naso,

tocco di punta e di squincio,

Cyrano de Bergerac.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 06, 02, 2022


APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

MIO PADRE

Eugenio Castellotti al terzo giro sfrecciava sul traguardo in attesa di morire.

Tazio Nuvolari lo seguiva attento come un segugio.

Manuel Fangio sornione attendeva l’errore disumano.

Alberto Ascari rincorreva con la sua Ferrari prima di morire.

Nino Farina si beava del suo titolo mondiale, il primo della storia.

Luigi Musso era il solito leone in pista e nella tragica attesa di Reims.

Il circuito di Siracusa allora era famoso e unico sotto il suo sole infame,

non serviva alcun padrone,

era bello di suo in questa primavera estiva e gaudente di luce,

a un tiro di schioppo dal teatro dei Corinzi e dalle sue tragedie.

Mio padre era alto un metro e mezzo,

pesava cinquanta chili di ossa e di muscoli.

Mio padre sudava,

si sentiva escluso dal solito posto in tribuna.

Mio padre ha saltato la recinzione,

agile come un topo di città,

furbo come un uomo delle colonie,

noncurante del figlio alle sue spalle.

Salta Salvatore, salta anche tu!”

E Salvatore imparò a saltare,

saltò anche lui per il solito posto in tribuna,

meglio di un topo di campagna,

con l’agilità di un gatto soriano,

magro come un fuscello,

flessibile come un giunco,

nero come un negro e senza offesa alla razza.

In quella gloriosa domenica del 52 vinse Ascari con le sue quattro ossa,

ma io ho imparato tante cose in quel giorno benedetto dal Signore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 10, 2021

GLI OCCHIALINI TONDI

Nessun volto era il suo corpo.

Non c’era un viso da riconoscere.

Sotto quel lenzuolo,

sporco di morte,

i sandali francescani erano di quel ragazzo

a cui la guerra aveva tolto i sogni e l’identità.

Erano di Armando.

Fu solo mio il tempo giusto

per entrare in quel rifugio antiaereo della Marina,

per schivare quella bomba degli Inglesi ubriachi.

Era l’abbraccio della Vita per la mia vita.

Non so perché ricordo tutto questo,

non ne capisco il senso.

Mi allontano dal dolore del passato.

Dopo pochi passi una voce mi chiama.

Non serve che mi volti per vederti,

ma lo faccio.

Ciao,

non sei cambiato affatto.

Vedo che hai ritrovato gli occhialini tondi

che ti eri fermato a raccattare

prima di entrare nel rifugio,

l’abbraccio della Morte per la tua morte.

Dietro i vetri riconosco i tuoi occhi,

gli occhi vispi del ragazzino di allora.

Ti aspettavo”,

mi dici sorridendo.

Ah, che sbadato!

Ora capisco che non sto dormendo

e che non sto sognando.

 

Carmen Cappuccio

 

Siracusa, 30, 07, 2021

 

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

AVVELENATA

O Cicirinella,

tu con il tuo poco valor

rinnovelli disperato dolor

che mi preme il cor

già pur pensando,

ancor pria ch’io ne favelli.

Ma,

se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia a chi si fa soltanto i vezzi suoi,

parlare e lacrimare udrai insieme.

Espongo e mi espongo.

Noto è il giardino di pietra bianca,

Noto è il fiore barocco all’occhiello del mondo,

Noto è una e unica,

Noto è meglio di dio,

Noto è carica di dolore nei suoi scalpellini

morti nei secoli di tisi e silicosi,

Noto è carica di dolore nelle sue suore di Chiara,

figlie alienate della nobiltà e rinchiuse a vita in conventi bianchi,

Noto è carica di carrettieri che fanno i loro bisogni nel vallone

e riempiono di vespe i borghi e le contrade,

Noto è carica di braccianti e mezzadri,

di valvassori e valvassini,

di sindacalisti martiri della nobiltà mafiosa,

Noto è una cosa seria,

Noto si nomina con la bocca umile e pura,

Noto è Noto con la sua storia e la sua gente.

Eppure,

sintiti, sintiti, picciotti e picciutteddri,

un giorno,

un giorno dei nostri giorni,

ahi fero giorno,

a Noto arriva nel casale sciccoso la spocchia dell’infondatezza,

il quasi nulla mischiato con il quasi niente,

un quasi tutto senza,

arriva Cicirinella con il suo cane.

Comandi, signora, ciprie e colonie coty.

I sesterzi abbondano nelle tasche stultorum.

Io pagherò,

io pagherò,

io pagherò,

pagherò perché io posso pagare anche le mille e una notte a notte.

Eh no,

mia cara,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire urbi et orbi come la papessa Giovanna

che non volevi pagare il conto,

dovevi dirlo,

o Cicirinella,

tu dovevi dire a tutti i Siciliani

che salti i fossi in un sol boccone,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire ai tuoi mistici seguaci webbosi

che balli nelle stalle

e sguazzi nella melma

quando ti pare e piace,

a volontè come la maionese Calvè.

Altro che sotto le stelle a cazzeggiare,

guadagnando fior dei nostri skei par nient!

Sentite, sentite.

A un certo punto ipsa dixit.

Nel fiore di pietra c’è tanta spazzatura,

va documentata e denunciata.

Ma va?

Dici sul serio?

Credimi, non lo sapevamo.

Credimi,

mia cara Cicirinella,

noi che siamo di casa nel giardino di pietra

non c’eravamo accorti di tanta ignominia,

di cotanto degrado,

di altrettanta mafiosità.

Allora,

chiama all’uopo la inutile notizia che striscia,

chiama la bassotta di Le petit,

chiama il don Chisciotte e la panza di Sancho,

ma tu dovevi pagare il conto,

dovevi dire alla gente del mondo

che non hai pagato il conto,

che ti sei occultata anzitempo e senza garbo,

alla chetichella,

alla cretinella.

Vedi,

Cicirinella,

se onoravi il tuo debito,

noi ti credevamo,

ma il conto tu non l’hai pagato

e ti tocca mangiare il biasimo della malafede

con cui concili il pubblico con il privato.

E poi?

Te la prendi con il povero sindaco,

con la polizia e i caramba,

con l’Enel e la nettezza urbana,

con l’agenzia immobiliare e i padroni del borgo.

Tu non sai che noi siciliani caghiamo sempre tosto

e alla spazzatura,

all’inferno,

al malcostume,

all’inciviltà,

ci siamo abituati,

ci sguazziamo,

ci imprittiamo nel cotidie.

Cosa vuoi che sia una strada piena di merda?

C’è di meglio per la vergine cuccia

che aveva vilmente segnato di lieve nota

il piede villano del servo.

Ti abbiamo dato un ragazzo colorato e mattutino per i tuoi rifiuti.

Ma tu dovevi pagare il conto

prima di raccontarci la tua buona novella,

la tua scoperta dell’America.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

cara furbacchietta,

dovevi pagare il conto,

non dovevi partire alla rinfusa,

quatta, quatta, cheta, cheta,

per poi insolentire noi siciliani

che di nostro, mi ripeto, caghiamo sempre tosto e ogni giorno

tra il sole,

tra il mare,

tra la spazzatura,

la nostra spazzatura e quella altrui,

noi che abbiamo fatto piazzare dal buon Angelo da Milan,

anni cinquanta,

le bombe delle raffinerie ai piedi delle nostre città,

la spazzatura chimica degli USA da Augusta a Siracusa,

e le abbiamo messe al posto delle spiagge dorate,

al posto dei ricci di mare e dei pesci cavaliere,

al posto delle arance e dei mandarini,

al posto delle aragoste e degli astici.

Ma non basta!

Sappilo o donna Silvana,

femina silvarun,

queste bombe continuiamo a metterle.

Non ci siamo ancora rassegnati anche nella completa autodistruzione.

Errare è umano,

perseverare e riperseverare è siculo e sicano.

Ma Cicirinella tutto questo non lo sa

e pensa ai lazzi suoi.

E noi,

figli delle stalle che non sappiamo ballare,

che viviamo in mezzo alla spazzatura

insieme ai nostri poveri sindaci e amministratori,

noi che siamo buoni e cattivi,

maleodoranti e sempre sudati,

noi inascoltati profeti della povera gente,

noi,

emeriti imbecilli,

aspettiamo te,

aspettiamo la tua estrosa boccaccia allampanata,

pendiamo dalle tue labbra furtive e procaci,

per sentirci dire che la tua vergine cuccia ha sofferto,

che l’ENEL è astenica e psicosomatica,

che ci sono tanti mafiosi in giro nei comuni e nei privé,

che hai dormito in macchina per il caldo d’eccezione.

Ma noi non pendiamo più dalle tue ivvereconde parole,

noi siamo goliardi,

abbiamo studiato Legge e Medicina all’università di Catania,

anche Filosofia,

abbiamo lavato le palle dell’elefante nella omonima piazza dopo la laurea,

noi ti gridiamo in coro dopo l’ennesima tua laureata castroneria:

cagona,

cagona,

cagona del buco del cul,

vaffancul,

vaffancul,

vaffancul!”

Viva il fiore di pietra e i suoi nobili amministratori,

viva la gente per bene che vi abita,

viva la gente per male che vi abita,

viva tutti i cani che vi abitano,

viva tutti i bambini che hanno respirato

e respirano le arie infette della Exo e della Sincat,

poscia Montedison,

della russa, gelida, putiniana Lukoil.

In attesa dell’aria pura,

Noto, ad maiora!

Ma sbrigati,

per favore,

affinché un’altra Cicirinella non arrivi nella nostra barocca Anarchia

a rompere i coglioni per i cazzi suoi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2021