TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 1

IL PREAMBOLO DELLA LETTERA

Caro Maestro,

approfitto del suo sprone a sottoporLe i miei sogni e Le chiedo di darmi lumi sul significato dell’ultimo in ordine di tempo.”

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Sabina mi dà del “Maestro”, “sua bontade”, mi vive come “Maestro” nell’interpretazione dei sogni, mi ritiene “Maestro” nell’analisi dei poliedrici prodotti psichici della funzione onirica. L’investimento e il riconoscimento sono gratificanti e impegnativi.

Ma perché da sempre abbiamo bisogno di “Maestri”?

Il Buddismo esortava ed esorta a cercare un maestro per addomesticare la nostra millenaria e travagliata “anima” e per meditare sulle verità che portano al ritorno nella Grande Luce, la Madre di tutte le scintille viventi.

Dioniso, semidio della Tracia, figlio di Zeus e di donna Semele, insegnava e insegna ai suoi seguaci l’ardore dell’estasi e la liberazione dei sensi attraverso i riti in suo ricordo e in suo onore: la tragedia e il dramma satiresco.

Pitagora era ed è il depositario delle verità dello Spazio, colui che insegnava e insegna i segreti del “punto-numero”, la Geometria e l’essenza matematica della Realtà. I suoi discepoli lo ammantavano di un mistico e acritico “Ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso” e non si discute, e ancora oggi i teoremi parlano in suo favore con il famigerato “come volevasi dimostrare”.

Il metodo antropologico di Socrate induceva e induce a cercare un maestro per l’esercizio della “ironia” e della “maieutica” nella sempiterna ricerca del “conosci te stesso”, quella “coscienza di sé” che è resa possibile dalla destrutturazione delle false verità intorno al “vecchio Io” e nel parto mascolino del “nuovo Io”. Questa psicodinamica era istruita ventitré secoli prima che un certo Sigmund Freud rimescolasse le carte da laborioso ebreo.

Un greco “dalle spalle larghe”, Platone, maestro dell’Accademia, (il boschetto di ulivi sacro ad Athena, la dea della sapienza e delle arti), dopo i vani tentativi di realizzare lo Stato ideale nell’infida colonia di Siracusa, insegnava in Atene e insegna ancora oggi l’arte del buon governo dei Filosofi.

Un uomo umile che amava le donne nella inimitabile Grecità del lontano quarto secolo a.C., Aristotele, era il maestro del Liceo, il bosco consacrato ad Apollo Licio, e insegnava ai suoi discepoli la scienza del formare e del combinar concetti: “A è uguale ad A”, “A non è nonA”, “o è A o è nonA”, il “sillogismo”, principi e metodi che non sono tramontati.

Il buon Epicuro insegnava e insegna a lenire le angosce dell’uomo razionalizzandole con il “tetrafarmaco”, le quattro pillole filosofiche contro la paura della morte e degli dei, contro l’amore della patria e dei desideri innaturali.

Gesù Cristo, luminoso nella sua splendida veste di Figlio del Dio ebraico, era di necessità “Maestro” e insegnava e insegna a tutti gli uomini le verità etiche radicate nei diritti naturali del corpo vivente: un gius-naturalista “ante litteram”, prima di Ugo Grozio e di Alberico Gentile.

La ricerca del Maestro si può fermare nei “Saperi” che questi uomini hanno fondato e rappresentano: la Metafisica, l’Estetica, la Scienza matematica e fisica, la Psicologia, la Politica, la Logica, l’Etica, la Morale.

L’elenco è appena abbozzato. Mi piace ricordare Darwin e i “Padri” di tutti i bambini del mondo che nella pratica del quotidiano vivere insegnano e rassicurano i loro figli.

Tutti i Maestri sono benefattori dell’umanità e trovano il loro prototipo in Prometeo, l’uomo che regalò agli uomini il fuoco secondo la mitologia greca, un eroe elaborato secondo i meccanismi simbolici universali, i “processi primari”.

Maestro è colui che lenisce l’angoscia di morte offrendo in dono ai suoi simili un valido significato di vita.

La parola “maestro” deriva dal latino “magis” e “alter” e si traduce “il di più di un altro”, colui che è più forte di un altro o di tanti altri.

Dopo questo nobile “excursus” mi tiro fuori da tanta compagnia e posso dire a Sabina che qualsiasi conoscenza funzionale ad alleviare l’angoscia di morte, l’essenza dell’umano vivere secondo filosofi e poeti, comporta il riconoscimento “honoris causa” di “magister” nell’autore di una parziale e momentanea verità. Del resto, l’interpretazione del sogno è funzionale al “sapere di sé” e al conseguente benessere psicofisico, ma io gradisco l’etichetta di “scrittore di storie psicologiche”. Aggiungo che la parola “verità” si radica nel greco “a-letheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità si nasconde e il maestro la disocculta e la mostra ai discepoli.

“Avanti con il santo e senza che la processione si ingrumi”, diceva il buon prete durante la festa dell’amato san Sebastiano in quel di Avola.

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Prima mi permetto una rapida spiegazione dei miei meccanismi rappresentativi.

I miei sogni si svolgono spesso in scenari inventati o esistenti ma riadattati.”

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Hai perfettamente ragione, cara Sabina. I sogni sono sempre realtà psichiche, sia nella forma di rielaborazioni e riadattamenti dell’esistente e sia nella forma di creazione di scenari non elaborati a caso ma significativi. In quest’ultimo caso il meccanismo psichico principe è la “figurabilità”, l’umana capacità di dare immagine al vissuto, di rappresentare il “fantasma”, di allucinare la psicodinamica. Risulta determinante la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione psichica e che meglio si prestano alla sua espressione visiva. Inoltre, la “figurabilità” consente di operare “spostamenti” da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale il pensiero e le parole hanno assunto un significato e un contenuto astratti. Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.

Quindi, è tutto ok, almeno fino a questo punto. Apprezziamo la creatività plastica di Sabina e procediamo con le sue parole.

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Ognuno di questi luoghi il più delle volte ha a che fare con il protagonista del mio sogno; ogni persona cardine del mio contesto affettivo ha una sua scenografia, una sorta di rappresentazione pittorica in cui li calo per definirli.”

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La funzione onirica distribuisce quotidianamente il pane come il buon poeta di Pablo Neruda e attribuisce a ogni sognatore il giusto corredo emotivo e affettivo da investire nel suo “lavoro” notturno. Il luogo, “topos”, evoca il “fantasma” e il vissuto, Il luogo è il teatro su cui si recitano le psicodinamiche di Sabina, la tela su cui si proiettano le figure pittoriche di Sabina, il materiale psichico incamerato al meglio e allucinato secondo un contesto ordinato che denota una buona autocoscienza, un proficuo “sapere di sé”. Il “topos” si è alleato con il “logos”, la “razionalizzazione”, e abitano in Sabina semplicemente perché vanno a braccetto in questo suo resoconto.

Una domanda nasce malevola e si pone spontanea: siamo sicuri che queste riflessioni non sono resistenze razionali e tentativi di addomesticare il sogno?

Sabina deve aver fatto un buon cammino psicoanalitico per poter affermare quanto comunica, Mostra una buona confidenza con le sue libere associazioni e con il meccanismo della “condensazione”. Definisco quest’ultimo per venire in aiuto a Sabina. La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione. Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.

Il mio compito è di chiarire il quadro anche complicando gli elementi della questione. Sarà Sabina a tirare le somme. Procedere è interessante e motivo d’orgoglio.

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Mi è difficile essere più essenziale nella narrazione dei miei sogni, perché la quantità di particolari presente nei luoghi in cui si svolgono cattura la mia attenzione mentre mi ci trovo, quindi al risveglio è tutto (o quasi) impresso nell’immediata memoria.

Le dovevo questa premessa.”

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L’analisi è una capacità intellettiva che si forma nel tempo con l’esercizio e con il concorso difensivo dei “fantasmi” personali. L’analiticità contiene e coniuga un bisogno di sicurezza e un gusto di chiarezza mentale. Ogni pregio ha il suo risvolto che non è necessariamente un difetto. In questo caso è una sensibilità intellettiva che denota una ricchezza dei dati e una propensione al gusto del particolare. Chi ha tanto fantasticato, ha tanto temuto e ha tanta capacità di analisi. Il sogno, quindi, propone un tratto della carta d’identità psichica di Sabina. Il “luogo” è il teatro o lo schermo in cui socialmente agiamo e traduciamo i pensieri e i progetti, i “fantasmi” e i desideri. Il “topos” è il “tramite” che consente la “proiezione” difensiva dei nostri vissuti. Dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli” desumo alla voce “luogo”: istanze psichiche Io, Es, Super-Io, prerogativa strutturale e vissuto in atto. Alla voce “analisi” risulta un tratto ossessivo e una ricerca difensiva dei nessi logici e dei particolari, nonché una resistenza alla consapevolezza del materiale psichico rimosso. “Luogo” e “analisi”, essendo presenti nella funzione onirica, sono tratti psichici caratteristici di Sabina, note che la individuano e ne fanno una persona irripetibile. La “memoria immediata” al risveglio attesta che il sogno è stato elaborato nelle fasi finali del sonno REM, quando, specialmente al mattino, il sogno è vivo e lucido.

RESTO DIURNO – CAUSA SCATENANTE

E ora il sogno, che ho riportato sul cellulare appena sveglia. L’unico resto diurno a cui posso riferirmi è una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con mia sorella su quanto avesse avuto una sua importanza formativa positiva l’aver vissuto l’infanzia in anni in cui la povertà era comune a molti, nella nostra Italia degli anni ’60, e di quanto in fondo i bambini sappiano gioire del gioco e non del giocattolo.”

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Come non condividerti?

Io potrei parlarti degli anni ‘50 e ti illuminerei sulla fame dell’immediato dopoguerra e sui giochi di strada tra monelli, su quanto era gustoso il formaggino “Fanfulla” o quello bicolore della “Ferrero”, su quanto sapeva di buono il sapone Palmolive o Lux sulla pelle di mia madre, sugli orfanelli e sulle vedove dei pescatori saltati in aria a causa di un siluro impigliato nelle loro reti,…insomma io ti potrei rafforzare la convinzione del buon tempo andato e dei bambini gioiosi di agire insieme agli altri giocando a nascondino, a bandiera, ad acchiappa acchiappa, a mosca cieca, al pallone con la palla bianca e puzzolente di gomma.

La “causa scatenante” è aggiudicata e la nostalgia è ben sistemata.

Inizia il sogno.

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”

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Sabina mette in atto il meccanismo psichico di difesa della “scissione”, si stacca emotivamente dalla trama del sogno per continuare a dormire e guarda le scene come in uno specchio ossia convertite nello Spazio. Il movimento nello Spazio richiama simbolicamente il Tempo: quello che è collocato nel suo futuro appare nel suo passato e quello che appare nel suo passato è collocato nel suo futuro, quello che desidera è condensato nelle esperienze vissute, quello che è “da vivere” è sistemato nel “già vissuto”. Sabina mette in atto i “meccanismi e i processi psichici di difesa” che descriverò in seguito.

I simboli dicono che la “spettatrice” desidera acquisire una migliore consapevolezza e accrescere il “sapere di sé”, prendere coscienza del suo passato senza coinvolgersi in maniera diretta e convertendo la dimensione temporale e collocando spazialmente il “già vissuto” nel “da vivere” e il “da vivere” nel “già vissuto”: “visione speculare”. La coscienza del suo passato in sogno è il suo presente. Sabina è paga della sua autocoscienza. La “sinistra” è simbolo del passato e della “regressione”, mentre la “destra” è simbolo del presente e dell’evoluzione. Il movimento “da sinistra a destra” è simbolo del progresso, il movimento “da destra a sinistra” è simbolo del processo difensivo della “regressione”: questa è in parte la simbologia dinamica della spazio. Sabina fa coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

Il prosieguo darà i lumi necessari.

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È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.”

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Sabina è consapevole del suo passato in famiglia e dell’offerta della sua innocenza agli occhi della gente. Oscilla tra il sociale e la difesa del personale e, a tal uopo, si serve del “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Sabina è in bilico tra l’esibizione nella società e la giusta difesa della sua intimità, ma propende tanto verso gli altri.

I simboli: “giorno” o consapevolezza, “condominio” o società, “sinistra” o passato, “pareti esterne” o difese dagli altri, “bianche” o innocenza, “accesso all’appartamento” o disponibilità, “balcone esterno” o offerta sociale di sé, “ringhiera” o difesa dagli altri, “piazzale” o relazioni sociali, “piano alto” o “sublimazione della libido”.

Più chiaro di così!

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Nell’appartamento abita una coppia di coniugi con tre bambini: due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.”

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Ecco la classica famiglia italiana del “boom” economico negli anni sessanta! Ecco il gruppo familiare di Sabina “mutatis mutandis”, dopo aver cambiato le cose che devono essere cambiate!

Sapete lei chi è?

E’ il “maschietto che a tratti è una femmina”: “androginia psichica”. Sabina esordisce ponendo in ballo la sua collocazione all’interno della famiglia tra il “sentimento della rivalità fraterna”, le sorelle “gemelline”, e la sua latente e larvata conflittualità con i genitori, la sua “posizione edipica”. Prevedo che ne vedremo delle belle.

I simboli: “appartamento” o luogo psichico, “abita” o possesso, “coppia di coniugi” o rafforzamento dei genitori, “tre bambini” o figliolanza e fratellanza, “gemelline femmine” o rafforzamento del tratto femminile, “maschietto a tratti femmina” o androginia psichica. Ricordo che l’androginia psichica vale per tutti come la legge che esige a livello psichico la compresenza e l’azione di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo maschile e di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo femminile.

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La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.”

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Sabina mostra il suo vissuto in riguardo alla famiglia: una madre sacrificata e lasciata sola con i figli. Una scena “già vista” e “già vissuta” nella realtà e che in sogno si presenta come attuale. La desolazione familiare è tutta in questo quadretto: “la mamma è in casa da sola con i bambini”. Ma non basta. Sabina affonda in sogno il colpo nella sua visione della madre: una donna disordinata, meccanica, ansiosa e annoiata. Si capisce il motivo per cui Sabina si è scissa tra spettatrice e attrice protagonista della scena familiare. Questo capoverso è fortemente descrittivo e la simbologia non serve. La scena ricorda i romanzi del Naturalismo francese dell’Ottocento, ha tanto di Emile Zola.

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Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” (nota aggiunta da me mentre scrivo il sogno appena sveglia, perché così mi appare nell’immediatezza del ricordo).”

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La scena si completa e la psicodinamica, sempre più edipica, si complica. Il padre è vissuto da Sabina nella versione opposta della madre: un vero maschio e un vero uomo, un uomo affermativo e realizzato, volitivo e forte, la classica figura maschile che occupa i desideri proibiti e leciti di tutte le donne desiderose di protezione e di appagamento. La bellezza si coniuga con la giovinezza e l’aggressività muscolare.

Quant’è bella questa immagine del papà che la bambina Sabina ha introiettato a suo tempo!

E’ un classico dell’innamoramento e dell’attrazione edipica.

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Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

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La compostezza estetica e sentimentale della scena e dell’allegoria è turbata all’improvviso da un’allucinazione tragica, il padre assassino. In un capoverso Sabina illustra il meccanismo dello “splitting”, scissione, del “fantasma del padre”, il padre edipico, quello “buono” da cui si è sentita amata e quello “cattivo” da cui si è sentita respinta in un conflitto ricco di emozioni, struggimenti e tormenti, come nei migliori innamoramenti dei migliori film proiettati nei cinema di periferia. Sabina si è ricreduta sulla figura paterna e sulla sua funzione, non aveva saputo sistemare il padre dentro di lei e non aveva capito quanti investimenti aveva operato su quest’uomo del “tram desiderio”, su questo contrastato Marlon Brando dei giorni del dopoguerra che non aveva nulla da invidiare all’omonimo americano. La famiglia si è ricomposta nei vissuti di Sabina e il “fantasma” si è acquietato nella sua funzione vitale di adescare la creatività e di consentirle le migliori immagini: “figurabilità”.

Vi illustro i simboli.

“Non capisco” o obnubilamento della coscienza, “abbia ammazzato” o esercizio della “libido anale sadomasochistica”, “una delle bambine” o Sabina l’androgina, “trambusto” o forte carica emotiva in atto, “lui” o distacco, “il cattivo” o “parte negativa” del “fantasma del padre”, “vedo” o sono consapevole, “tutti e tre i bambini sono con lui” o rassicurazione tramite la “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno è morto” o nessuna perdita affettiva, “padre amorevole” come volevasi dimostrare o rafforzamento della “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno l’ha capito” o prima non avevo preso coscienza del fantasma paterno, “io che osservo” o scindendomi ho raffreddato i vissuti e sono andata indietro alla mia infanzia e adolescenza e ho recuperato la mia “posizione edipica” che è rimasta sempre viva in me e nella dimensione temporale presente pur appartenendo al passato. I conti tornano. Ancora: “io sono felice” o ho un buon demone dentro ossia “eudaimonia” greca legata alla presa di coscienza e alla condivisione del bene comune che aumenta la gioia. “Che lo vedano tutti” significa che Sabina si pone come la figlia che aiuta le sorelle a recuperare la figura paterna e l’immagine distorta che si erano formate. Manca la madre, ma ci sono buone speranze di un suo recupero e di una sua riapparizione nella scena familiare.

Bellissimo questo pezzo, degno del migliore Verismo italiano!

Brava Sabina!

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Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”

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Mancava la madre, mancava l’altra protagonista della “posizione edipica” di Sabina, ed eccola!

Eccola nell’assenza e nella “rimozione” del “non ricordo”, una amnesia funzionale alla rielaborazione della contrastata figura paterna, un uomo sballottato, come i vasi di don Abbondio nel carro, tra il sentimento dell’amore e il sentimento dell’odio. La madre è stata rimossa dalla bambina quando era particolarmente affascinata dall’enigmatico padre e interessata a vivere i tragitti ormonali del suo giovane corpo, la “libido”. La madre “è scomparsa”, è stata esclusa anche dal sogno, così come il marito l’aveva esclusa dalla vita affettiva e sociale, relegandola nella dimensione coniugale del tipo Cenerentola. Sabina non mostra una visione positiva della madre e della figura femminile in generale semplicemente perché non si è voluta identificare in una donna sacrificata e ristretta a mansioni culturalmente obsolete. Sabina ha lottato per essere all’incontrario di sua madre e anche in questa operazione ha usato la sua tendenza onirica a ribaltare nell’opposto le psicodinamiche oniriche. “Scomparsa” si traduce in una carica aggressiva che elimina, “non ricordo” significa “rimozione”. Per completare l’opera spiego il meccanismo di difesa principe delle scoperte freudiane o meglio del lavoro di Freud, dal momento che la “rimozione” era stata scoperta già dai filosofi e nello specifico dal grande Anassimandro, da Cartesio e da Leibniz, nonché dagli Idealisti e nello specifico Schelling. Ma questa è tutta un’altra storia. Vado a delucidare. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che espleta la funzione attiva di bandire e di espellere dalla coscienza idee e impulsi inaccettabili da quest’ultima. Per tale necessità li relega nella dimensione profonda.

Procedo in pompa magna.

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Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

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Sabina ha riconosciuto il padre dopo tante traversie emotive e conclude secondo i canoni popolari della sceneggiata napoletana: il padre dispone la cura dei figli dopo la sua morte.

Ma cosa vuol dire questo canovaccio alla Mario Merola?

La “posizione edipica”, l’aspra conflittualità di Sabina con il padre e la madre, è stata risolta con la presa di coscienza che la figura paterna è stata ben razionalizzata e liquidata come il simbolo della sua origine. Sabina ha riconosciuto il padre come l’altro da sé, come la figura sacra con tanto di carisma e di mistero, come il suo “significante” e non come il suo “significato”, come il “dux” romano portatore delle sue insegne militari, come il maestro che le ha indicato la direzione, come il “segno” semiotico del grande Umberto Eco di cui tanto si sente la mancanza in questi tempi tristi e grami. Sabina ha recuperato affettivamente il padre, “resta il padre a prendersi cura dei figli”, e allarga ai fratelli la sua conquista non per pudore ma per difesa, per spalmare la sua “angoscia di castrazione”, la sua “psiconevrosi edipica”. Sabina ricorre alla morte del padre, “quando lui sarà morto”, costruendolo come un eroe tragico di Eschilo, un uomo mortale che dispone l’accudimento dei figli affinché le sue colpe non ricadano sul suo seme. Tutto questo trambusto serve a Sabina per dire in poche parole che ha iniziato ad amare il padre come il suo simbolo. E nell’elaborazione del simbolo individuale, “suo padre”, quest’ultimo si eleva ala rango universale di “archetipo”, il “Padre”.

La simbologia dice che “resta” o “redde rationem” o resa dei conti, il “padre” o l’origine e il mistero, “prendersi cura” o risolvere l’affanno e lenire l’angoscia, “figli” o dipendenza, “dare disposizioni” o potere del dispensare “genitale” e autorevolezza del “Super-Io”, “accudimento” o affettività e protezione materne, “morto” o razionalizzazione del padre e riconoscimento.

Allacciate le cinture di sicurezza perché il sogno di Sabina ancora viaggia, sulle ali del successo ottenuto, con la sistemazione dell’ingombrante figura paterna e della sacrificata figura materna. Sabina ha trovato pane per i suoi denti nell’identificazione al femminile nella madre e nell’assimilazione della “parte positiva” del “fantasma del padre”: il padre buono e affettuoso che si prende cura della sua bambina e la rassicura nella navigazione tra le infide scogliere di Scilla e Cariddi.

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Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

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Sabina si era scissa senza alcun pericolo psichiatrico perché il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione” è stato usato in sogno e non nella veglia. Del resto, si sa che la funzione onirica usa anche “processi” e meccanismi” psichici delicati. Abbandonate le difese, Sabina può sognare secondo i criteri della sua correttezza, quelli che ritiene condivisi con gli altri.

Questa è la prima parte del sogno. Il prosieguo è rimandato alla prossima pubblicazione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide il ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è analiticamente detto.

Gli “archetipi” richiamati sono il “Padre” e la “Madre”.

I “fantasmi” presenti sono quelli del “padre” e della “madre”, il primo nelle due “parti”, positiva e negativa, e il secondo soltanto nella “parte negativa”. Ve li mostro:“La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.” e ancora “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” e ancora “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

Ho riportato i brani per mostrare chiaramente sul campo il “fantasma” e le sue “parti”.

Il sogno di Sabina contiene l’azione dell’istanza “Io” o consapevolezza vigilante e razionale in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” Si vede chiaramente il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quella benefica che produce la consapevolezza del rimosso e ripulisce la “coscienza di sé”: quello che è nel mio passato è nel mio presente anche se mi difendo con la “scissione” dell’attrice e della spettatrice. Lacan aveva elaborato lo stadio dello “specchio” per indicare che il bambino acquista un rudimentale senso dell’Io nel momento in cui riconosce se stesso nel riflesso dello specchio. Sabina istruisce la stessa impalcatura e opera con la visione speculare a tutto vantaggio del suo “Io”. Notate ancora un intervento attivo dell’Io in “nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, si manifesta in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole,”.

Il “Super-Io”, limite e senso del dovere, nonché censura morale, agisce visibilmente in “Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

Il sogno di Sabina elabora a iosa la “posizione psichica edipica”, la conflittualità con il padre e in parte con la madre.

Sabina usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia e dal risveglio:

la “scissione dell’Io” in “Io spettatrice.”, la “rimozione” in “Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”,

la “condensazione” in “sinistra” e in “destra” e in altro,

lo “spostamento” in “uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” e in altro,

lo “splitting” o “scissione delle imago” in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”,

la “sublimazione” in “Piano alto, forse terzo o quarto.”,

la “figurabilità” in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.” e in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”,

la “regressione” nei termini previsti dalla funzione onirica e nella simbologia spaziale del movimento che da destra va verso sinistra.

Il sogno di Sabina mette in mostra un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di stampo “fallico-narcisistica”e intenzionata alla “genitalità”, autocompiacimento e amor proprio in direzione all’investimento di “libido” nell’altro.

Il sogno di Sabina forma le seguenti “figure retoriche”:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche.” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “nessuno è morto” e in altro,

la “iperbole” o esagerazione espressiva, in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine.”,

la “enfasi” o forza espressiva in “Trambusto. Lui è il cattivo”,

la “allegoria” o combinazione simbolica dinamica in “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione della “posizione psichica edipica” tramite la “razionalizzazione del rimosso” e l’esito del miglioramento della “coscienza di sé”.

La “prognosi” impone a Sabina di porre tanta attenzione nel mantenimento di una consapevolezza lucida della sua formazione psichica e dei suoi “fantasmi edipici”. Soprattutto quello materno abbisogna di essere ulteriormente elaborato nella “parte positiva”.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento del meccanismo della “razionalizzazione” e nell’offuscamento della limpidità della coscienza: psiconevrosi edipica, ansioso-depressiva e fobico-ossessiva.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è “discreto” al di là della discorsività narrativa con cui viene offerto. Sabina è molto creativa in sogno e compone quasi un romanzo o un dramma in esaltazione della sua vena creativa. Sabina si gusta il sogno e lo elabora come il romanzo di una parte della vita da scrivere nel migliore dei modi. Sabina, quando sogna, compone i quadretti estetici in ottemperanza alla sua vena creativa e alle sue fantasie dell’infanzia. Sabina si è tanto pensata narcisisticamente a suo tempo per compensare l’avarizia affettiva della realtà familiare.

La “qualità onirica” è decisamente “estetica” e “analitica”: culto della bellezza in un quadro informato di particolari gustosi.

Il sogno di Sabina si è svolto dalla seconda fase REM del sonno a causa della carica emotiva di medio spessore.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista” e soprattutto in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” e in“Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “buono” alla luce dell’evidenza della psicodinamica “edipica” e della chiarezza collaudata dei simboli. Il “grado di fallacia” è, di conseguenza, “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Sabina è stata letta e analizzata dalla signora Maria, donna di popolo e madre di tre maschi, nonché orgogliosamente fornita di una valida terza media.

Domanda

Questo sogno l’ho capito meglio degli altri perché mi ci sono ritrovata e specialmente nella relazione con il padre, ma anche la madre non mi è indifferente perché la mia era poco considerata, viveva in una famiglia patriarcale e contadina, lavorava in casa e fuori casa e doveva tacere.

Risposta

Quello che dici conferma che il padre e la madre sono figure importanti per tutti. La nostra formazione psichica è impensabile senza la loro presenza e la loro funzione perché sono figure imprescindibili. Anche gli orfanelli trovano il loro papà e la loro mamma nelle persone che li accudiscono e li circondano. Mi dispiace per tua madre, ma penso che sia stata tanto brava e duttile perché si è ben adattata al contesto familiare del Veneto prima patriarcale e poi borghese.

Domanda

Mi spieghi che non ho capito bene. Anzi, le dico io quello che mia madre mi ha sempre raccontato con un certo dolore ma senza piangere. La famiglia dei nonni era allargata e patriarcale. Tutti i membri lavoravano la terra del conte di Collalto nella pianura di Susegana. Vivevano in trenta dentro una casa colonica umida e scaldata dal “larin”. La casa era contrassegnata dalle insegne del conte, striscia rossa parallela in un fondo giallo. Erano servi della gleba marchiati per essere riconosciuti dal padrone. In quella famiglia comandava il vecchio più abile nell’organizzazione del lavoro, mentre la donna più anziana, la “vecia”, amministrava i pochi soldi. I bambini erano trattati come bestioline ed erano legati all’albero con il guinzaglio quando le madri andavano a lavorare nei campi. C’era una gran confusione di maschi e di femmine e di notte vigeva una gran confusione sessuale. C’erano i matti e i disabili in questo contesto familiare, et cetera, et cetera, et cetera. Questa era la famiglia contadina sfruttata dai nobili fancazzisti e parassiti. Dopo, con la riforma agraria della Repubblica italiana, ogni membro è andato per i fatti suoi con la sua famiglia e ha iniziato a emanciparsi e a lavorare i campi che aveva ereditato o comprato. Lavorava anche in fabbrica e ha creato con la fatica e il sudore il miracolo economico del “nord est”. Le risulta tutto questo?

Risposta

Tua madre era duttile a livello psicologico nell’adattarsi a simili tremende situazioni e intelligente nel capirle e nel metterci riparo per sopravvivere nel migliore dei modi.

Domanda

Ho dimenticato di dirle che la sera c’era il “filò” e si riunivano nella stalla per stare al caldo e per divertirsi insieme agli altri. Logicamente puzzavano di merda. Poi i figli e i fratelli hanno litigato e si sono divisi. Così dalla miseria sono passati a stare meglio lavorando tantissimo e guadagnando tanto di più. Mia madre ha lavorato sempre e ha avuto poche soddisfazioni, però mio padre le voleva bene e non le ha fatto mancare niente. Secondo me i tempi erano fatti in questo modo. C’era tanta ignoranza.

Risposta

La cultura è sempre in evoluzione e la maniera in cui intendiamo noi stessi e gli altri va sempre migliorando.

Domanda

Questo lo dice lei. A me sembra che le cose e le persone vanno sempre peggio. Comunque, mi può spiegare meglio questa signora Sabina e la famiglia in cui è cresciuta?

Risposta

Il sogno dice che Sabina è cresciuta in una famiglia dove il padre era dominante e poco presente e, se era presente, era poco affettuoso. La bambina ha sofferto tanto di questa freddezza paterna e si è curata da sola compensandosi con il volersi bene e cercando di farsene una ragione. Facendo così ha aumentato il suo amor proprio e ha tanto fantasticato, per cui da adulta si è trovata con una buona capacità di pensare e di esprimere le tante idee e le tante esperienze. Resta una donna affermativa che non è andata molto lontano dal “fantasma del padre” e che si è identificata più nel padre che nella madre. E’ una donna di potere e non una femminuccia qualsiasi: una donna fallica e narcisistica nella giusta dose e senza essere prevaricatrice, una donna che sa il fatto suo e che non te le manda adire, anzi te le viene a contare.

Domanda

Quando parla così, le darei un bacio. Ho capito e non solo ho capito, ma lei ha detto la stessa cosa che avevo pensato io.

Risposta

Due teste sono meglio di una e quattro occhi sono meglio di due.

Domanda

Ma il sogno non è finito?

Risposta

Il sogno continua, ma era troppo lungo e troppo prezioso per bruciarlo in una sola puntata, per cui ho preferito spezzarlo in due senza mutilarlo.

Domanda

Ma quanto tempo ci mette per analizzare un sogno?

Risposta

Dieci ore, qualche minuto più o meno.

Domanda

Ma siamo sicuri che è tutto gratis?

Risposta

Sicurissimo e tu lo sai bene.

Domanda

Certo che lo so. Mi sembra così strano.

Risposta

Ho scritto e ho sempre detto che io restituisco in termini di conoscenze scientifiche o pseudoscientifiche quello che ho imparato dalle persone che ho aiutato a superare le difficoltà della loro vita in un preciso momento e semplicemente dando loro un metodo per inquadrarsi meglio e per ridurre le tensioni nervose, insomma per essere padroni a casa loro.

Domanda

Allora quello che lei scrive non è sempre scientifico?

Risposta

Il discorso si fa intrigante, ma io te lo faccio lo stesso. Il concetto di Scienza è complesso e variegato. Ogni tempo e ogni cultura elabora e afferma il suo concetto di Scienza. Aristotele diceva nel quarto secolo avanti Cristo che la Scienza è conoscenza delle cause. Se noi conosciamo di qualsiasi parte della realtà o di qualsiasi attività umana quattro cause, allora abbiamo la conoscenza scientifica. Le quattro cause erano e sono queste: la “causa formale” che risponde alla domanda “che cosa è questo”, la “causa materiale” che risponde alla domanda “di che cosa è fatto questo”, la “causa efficiente” che risponde alla domanda “da chi è fatto questo”, la “causa finale” che risponde la domanda “per quale scopo è fatto questo”. La Scienza doveva obbedire alla Logica, ai suoi principi e ai suoi procedimenti, e doveva formularsi secondo un discorso comprensibile e giustificato nelle sue affermazioni e nelle sue conclusioni. I “principi logici” era i seguenti: “identità” (A è A) in base al quale ogni concetto è uguale a se stesso, “non contraddizione” (A non è nonA)in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto, “terzo escluso” (o è A o è nonA) in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto. Il procedimento logico della Scienza era ed è il sillogismo, il mettere insieme concetti diversi in maniera compatibile e per aumentare le conoscenze. Questo concetto di Scienza si definisce “determinismo” ossia è così e non si discute perché la Logica non è opinione individuale ed è universale, valida per tutti gli uomini al di là delle culture a cui appartengono. Mi fermo, ma la prossima volta ti spiegherò il concetto di scienza di Cartesio, poi di Galilei, poi di Bacone, poi dei filosofi moderni e contemporanei.

Domanda

Ho capito e non ho capito. Lei segue Aristotele?

Risposta

Sì, sono determinista, ma ci sono altri tipi di scienza. Ma comunque io resto uno scrittore e uno psicologo che elabora il sognare e i sogni secondo una griglia fatta di tanti pezzi di tante teorie di altri: un eclettico o un sincretista. Mettila come ti pare meglio.

Domanda

Quando parla difficile lo ammazzerei. Insomma lei non è originale per niente, ma è uno che ha preso di qua e di là e ha messo su un’impalcatura per fare quello che fa, spiegare come si sogna e i sogni.

Risposta

Hai visto che hai capito benissimo. Perché ti sottovaluti?

Domanda

Avrei voluto tanto andare a scuola, ma non c’erano i soldi e poi io ero una femmina e non serviva perché mi sarei sposata, come dicevano in quel tempo le persone ignoranti e specialmente le mie nonne. Ma i miei figli studiano e due sono scritti all’Università di Padova, il grande in Legge e il secondo in Medicina, e sono tanto bravi. Il più piccolo vuole fare il contadino nei campi del padre, ma io gli ho già detto che senza laurea in Agronomia o in Enologia non va da nessuna parte. Ai miei figli ho sempre insegnato che la mangiatoia sta in alto e che per mangiare bisogna far fatica e allungare il collo.

Risposta

Tu sei una grande donna.

Domanda

Si ricordi che mi deve spiegare quelle cose sulla Scienza.

Risposta

Ogni promessa è un debito.

Per il sogno analitico e narrativo di Sabina propongo una storia di creativa amministrazione, non certo di ordinaria follia.

CARO SEBASTIANO

Caro Sebastiano,

c’è qualcosa che non va,

ma non in casa,

né fuori casa,

c’è qualcosa non va dentro di me

e non sono i pensieri o l’agitazione,

ma è qualcosa d’impalpabile,

qualcosa che non ha parole.

L’ineffabile!

Ecco, l’ineffabile, proprio l’ineffabile!

Tu sai cos’è l’ineffabile?

L’ineffabile è ciò che non si può dire

perché è stato detto.

Ma da chi è stato detto?

Chi ha detto l’ineffabile se non si poteva dire?

E come l’ha detto?

Con abito firmato o semplici jeans?

Sai, Sebastiano, queste non sono questioni da poco,

ma ne va di mezzo la mia dignità di malata mentale.

Almeno questa lasciatemela, vi prego,

voi che mi avete tolto anche i fiammiferi di legno,

quelli puzzolenti di zolfo,

gli zolfanelli per l’appunto.

Ma forse Sebastiano,

sai,

c’è che non c’è proprio niente che non va.

Va tutto bene.

Sto bene

e non è il Serenase che mi fa star bene

visto che lo prendo soltanto da tre giorni.

Non è il Clopixol che mi fa star bene

visto che l’iniezione l’ho fatta stamattina.

C’è quel qualcosa che non va che mi fa star bene.

Hai capito?

Mi sento senza corpo

perché il mio corpo non mi appartiene più

e non perché l’ho dato a qualcuno,

ma perché agisce per conto suo,

insomma va per i cazzi suoi.

Il mio corpo birichino è finalmente autonomo

e non mi fa paura.

A volte ha ansia,

a volte è tranquillo,

tre minuti dopo si agita,

all’improvviso vuole la Nutella

o vuole essere toccato.

E il mio Io?

Il mio Io è perplesso,

confuso,

sereno,

pacifico,

di merda.

Come vedi,

caro Sebastiano,

è tutto un casino

e niente è affidabile.

Ma sai cos’è?

C’è qualcosa che non va,

ma non c’è proprio niente che non va

e io non so più come sto.

Forse sto prendendo in giro tutti,

me compresa.

Ma come si fa a smettere?

In questo momento non c’è più nessuno attorno a me,

non c’è più nessuno vicino a me,

non ho un punto di riferimento,

non ho un viso da guardare,

ma ho un qualcosa di confuso,

un viso confuso con gli occhi di tutti,

un assembramento di occhi.

Ho ansia,

ma basta che ci penso un attimo e passa.

Chi stiamo prendendo in giro?

Recitiamo allora!

Oh, ciao, come va?

Non c’è male, grazie.

Si va sempre avanti e voi, invece, come state?

Beh, così così,

cosa volete,

sono gli acciacchi del tempo,

un giorno si ama,

un giorno si odia,

un giorno si cazzeggia,

un giorno ci si incazza.

In fondo siamo vivi.

Siamo vivi ogni giorno di giorno in giorno.

Così, Sebastiano, può andare?

Eppure c’è qualcosa che non va

anche se non c’è niente che non va.

Adesso comincia il dramma.

Caro Pinocchio,

il grillo te l’aveva detto

che a fare i monellacci si finisce in prigione o in ospedale,

ma tu non l’hai ascoltato,

tu l’hai ammazzato.

Ma non è stato Pinocchio.

E’ stata Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Luana.

E’ stata Mara che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mara.

E’ stato Vincenzo che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stato Vincenzo.

E’ stata Mafalda che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mafalda.

Allora chi è stato?

Perbacco, voglio sapere chi è stato!

Intanto pensiamo al povero grillo.

Corri grillo,

corri lontano,

gioca,

salta

e tendi una mano,

sorridi alla gente che ti passa davanti,

nasconditi a Luana che vuol farsi avanti.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Luana ha le sbarre,

Luana è nelle sbarre,

Luana ha le sbarre nella mente e nel cuore.

Luana ha le sbarre dove il sangue scorre lento.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Povera Luana!

Tu grillo nascondi Luana,

falla dormire.

Tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Chi grida?

E’ Luana che ha gridato,

ma neanche il vento l’ha ascoltata.

Nascondi Luana,

falla dormire,

tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Ma queste sono tutte soltanto parole.

Il grillo è morto e non farà più cri, cri, cri.

Povero grillo e povera Luana!

Caro Sebastiano,

pensi ancora

che non c’è proprio niente che non va?

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo (TV) e nel mese di Marzo dell’anno 1996

TRA VEGLIA E SONNO

 

Caro dottor Vallone,
le scrivo quello che mi è successo tra veglia e sonno. Sicura che mi risponderà, la saluto cordialmente.
Vanessa

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.
A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.
Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.
Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.
Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.
Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.
Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.
Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.
A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.
Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.
In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.
La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.
Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.
Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.
Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.
Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.
Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.
Improvvisamente mi sono riaddormentata.
Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Prima di cadere nel sonno viviamo uno stato psicofisico di piacevole torpore contraddistinto dal progressivo rilassamento del corpo e dalla libera emersione dei pensieri. Tra veglia e sonno c’è la dimensione ipnotica: tutto secondo Natura. Ypnos era un dio greco e si traduce “sonno”, era maritato, guarda caso, con la Notte. I Sogni” erano i loro tre figli, si chiamavano Fantaso, Fobetore e Morfeo e uscivano ogni notte da una porta di corno se portavano agli uomini delle “verità” o da una porta d’avorio se erano forieri di “illusioni”.
Lo stato ipnotico, quindi, è un “pre-sonno”, uno stato di “trance” che dispone al sonno attraverso la progressiva “catatonia”, caduta del tono muscolare, e la involontaria associazione di pensieri, di fantasie, di immagini. Ogni persona può partire con un tema prediletto o temuto che di poi viene naturalmente investito da una serie di libere associazioni fino al passaggio nel sonno.
A questo punto è opportuna una finestra sul sonno, il greco Ypnos.
La ricerca scientifica approda nella metà degli anni cinquanta alla scoperta dei diversi stati fisiologici che si alternano durante il sonno: il “sonno REM”, contraddistinto da rapidi movimenti dei bulbi oculari e da onde elettriche frequenti di piccola ampiezza, il “sonno nonREM”, caratterizzato da un aumento di ampiezza e da un rallentamento delle onde elettriche con assenza di movimenti oculari.
Durante la notte si passa per circa quattro volte attraverso gli stadi di “sonno nonREM” e di sonno “REM”; essi costituiscono un ciclo che si ripete per tutta la notte ogni novanta minuti.
Questi cicli non sono perfettamente simmetrici: gli stati più profondi di sonno “nonREM” generalmente vengono ridotti o saltati nell’ultima parte della notte, quando i periodi di sonno “REM” diventano più lunghi e prevalenti.
Questa può essere la ragione per cui di solito al risveglio si ricordano i sogni dell’ultima parte della notte, del mattino per la precisione.
Durante il “sonno REM”, nonostante vi sia una sorprendente assenza di tono muscolare, c’è un’intensa attività fisiologica che contrasta con la quiescenza catatonica del “sonno nonREM”.
La respirazione, il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna sono elevati e irregolari; il consumo d’ossigeno, la temperatura e il flusso sanguigno cerebrale aumentano e si ha l’erezione del pene o la contrazione vaginale indipendentemente dal contenuto del sogno.
Mentre in passato il sonno era considerato un processo essenzialmente passivo a causa della ridotta stimolazione della corteccia cerebrale da parte del sistema reticolare ascendente, la Neurobiologia ha scoperto che esso è ciclico e attivo.
Si ritiene, inoltre, che lo stato desincronizzato venga periodicamente attivato da un orologio neurobiologico collocato nel tronco cerebrale pontino.
Inizialmente la scoperta del “sonno REM” e l’associazione con il “lavoro onirico” sembrarono confermare le teorie di Freud per la paralisi muscolare e l’attivazione istintuale segnalata dall’erezione del pene e dalla contrazione della vagina; il “sonno nonREM” fu assimilato a un vuoto mentale.
Ma successivamente si è scoperta l’esistenza di “sogni REM” e di “sogni nonREM”. Questi ultimi non presentavano differenze qualitative con i primi; l’attività onirica o mentale si presentava in ogni stadio del sonno e in maggiore abbondanza rispetto alle precedenti convinzioni.
Pur tuttavia, si è rilevato che i “sogni REM” sono più eccitanti e meno logici rispetto ai “sogni nonREM”.
Questa è la sintesi scientifica sul sonno. Adesso focalizzo una sintesi altrettanto scientifica sull’ipnosi.
E’ un tipo di sonno, una condizione temporanea e reversibile di attenzione alterata, in cui si possono avere fenomeni spontanei come alterazioni della coscienza e della memoria, una accresciuta suggestionabilità, anestesie, paralisi, rigidità muscolari e alterazioni vasomotorie. Una definizione esaustiva valuta l’ipnosi uno stato di “trance”, uno stato oniroide di elevata suggestionabilità, un’alterazione qualitativa del normale stato di coscienza. L’alterazione psichica produce e spiega le modificazioni chimico-fisiche e le variazioni delle conduzioni sinaptiche. L’ipnosi è, quindi, una inibizione corticale localizzata e limitata ad alcune aree, mentre il sonno è una inibizione corticale generalizzata.
L’induzione artificiale di sonno ipnotico da parte di uno psicologo attraverso una tecnica adeguata e a-traumatica, ipnositerapia, produce fenomeni, sia spontanei e sia in risposta a stimoli e comandi, al fine di indagare, di rimuovere, di correggere, di evocare materiale e vissuti psichici, usufruendo dell’abbassata soglia di vigilanza della coscienza che rende accessibili all’analisi i contenuti delle zone psichiche più profonde e che sono state trattate dal meccanismo psichico di difesa della “rimozione”.
Aggiungo una nota personale.
Correva l’anno 1976 e si studiava l’ipnositerapia in quel di Milano e nel benemerito Istituto di indagini psicologiche. I giovani psicologi erano particolarmente attratti dagli effetti magici, più che scientifici, della tecnica ipnotica. Il professore insegnava come fare e cosa non fare, i pregi e i difetti, le virtù e i vizi della dimensione ipnotica indotta nei pazienti al fine di risolvere un disturbo psicosomatico con grande successo e riconoscimento ufficiale. Il potere che il paziente concedeva allo psicologo nell’induzione ipnotica era gratificante. Due settori erano particolarmente delicati nell’ipnositerapia: la “regressione d’età” e la “catalessi”. Il docente era moderato e insisteva nel dire che questa tecnica andava usata soltanto per fini psicoterapeutici e non per fini teatrali. In effetti, durante una seduta ipnotica succedevano cose strane: la levitazione del braccio su suggestione, la regressione all’infanzia, l’irrigidimento dei muscoli del corpo, la caduta delle tensioni, il comando post-ipnotico e altra fenomenologia lasciata al piacere e al sadismo dell’operatore. Questo è il ricordo personale.
Vanessa mi scrive e mi presenta un quadro psicofisico complesso, a metà tra ipnosi e sonno, tra coscienza e incoscienza, tra vigilanza e sogno. Il dato impressionante è la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’incapacità a reagire dovuta all’irrigidimento dei muscoli del corpo e all’inibizione nervosa. Il tutto è accaduto per involontaria e inconsapevole autoipnosi e in seguito a forti emozioni. Vanessa nel passato più recente è stata colpita da episodi ed eventi che l’hanno sconquassata e hanno ridestato traumi pregressi adeguatamente rimossi o sistemati dagli altri meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia. Si giustifica e si spiega in questo modo le forti tensioni che hanno determinato lo stato ipnotico e i sintomi accusati: allucinazioni, catatonia e catalessi. Per quanto riguarda il sogno inesistente, si potranno interpretare le fantasie o il “sogno a occhi non aperti” e in stato di trance ipnotica.
Non resta che seguire passo per passo questo ibrido prodotto psichico, perché, soltanto procedendo con cautela, ne vedremo e gusteremo delle belle, a conferma che la Psiche non ti fa decisamente annoiare con le sue birichinate.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.”

Vanessa inizia il suo racconto con questa nota che merita un rilievo: al mattino non si dorme mai “profondamente” perché il sonno è leggero e si è quasi svegli. Come si diceva nelle Considerazioni, il sonno “nonREM”, quello profondo e catatonico, si è esaurito e siamo quasi svegli, per cui la memoria di un eventuale sogno è possibile e spedita. La fase “REM” del sonno è paradossale proprio perché si dorme per riposarsi e, invece, si è agitati. In questa fase è più che mai possibile la memoria del sogno. Questo esordio di Vanessa risponde alla ricostruzione che il suo “Io” ha fatto da sveglia per comporre il ricordo della trama. Pur tuttavia, se Vanessa è andata a dormire all’alba o ha passato tutta la notte insonne, la sua nota iniziale è veritiera.

“A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.”

Vanessa è in vigilanza, in “catatonia” e in “catalessi”. Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che si può indurre in “ipnosi”. Vanessa non si è svegliata del tutto ed è rimasta ferma allo stato ipnotico. Vanessa si è autoindotta senza sapere né leggere e né scrivere, a testimonianza che si tratta di relazioni naturali tra il corpo e la mente, tra il soma e la psiche, anche se non comuni e di normale amministrazione. Vanessa sa di sé e sa chi è, ma non riesce a muoversi. Questo stato è particolarmente ansiogeno e doloroso, è angosciante perché non sa cosa le sta succedendo e non può chiamare aiuto. Sta vivendo uno stato d’impotenza e di blocco psicofisico. Le funzioni del “sistema nervoso centrale”, la coscienza e la vigilanza, sono a mezzo servizio, mentre le funzioni del “sistema neurovegetativo o autonomo”, garanzia della vita, sono dominanti, così come avviene nel sonno. A livello psichico si ridesta in questo stato di inerzia involontaria un “fantasma di inanimazione”. Sei vivo, ma somigli a un morto, sei senza energie e pensi di trovarti nell’anticamera della fine. Di certo e di sicuro Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che da svegli si può vivere naturalmente quando il meccanismo di difesa della “conversione isterica”, per l’appunto, converte in sintomi le tensioni “rimosse” a suo tempo nelle profondità psichiche e collegate a un trauma o a un conflitto ben precisi e di un certo spessore. Queste tensioni congelate sono evocate da una causa scatenante occasionale e per la legge della “omeostasi” si sono scaricate incarnandosi o somatizzandosi in un sintomo altamente pesante e impressionante, angosciante, un sintomo che inibisce le funzioni motorie e la reattività nervosa. La legge della “omeostasi” esige di mantenere le cariche nervose in equilibrio e sotto una soglia di guardia, pena la morte per ictus o per collasso cardio-respiratorio. La “paralisi isterica” si può indurre con una seduta ipnotica indirizzata tramite le opportune suggestioni a provocarla e a costruirla. Ricordo che Vanessa non sta sognando, sta ricordando quello che ha vissuto da sveglia o meglio con la consapevolezza di essere sveglia. Vi offro la migliore definizione clinica della “conversione isterica” soltanto per allargare le conoscenze. E’ l’abreazione o la scarica purificatrice del conflitto psichico profondo e consiste in una innervazione somatica di un contenuto psichico rimosso che sceglie un organo o un apparato secondo la logica simbolica e metaforica per scaricare le cariche nervose a suo tempo inibite, congelate e legate al conflitto e la trauma.
Tornando al prodotto psichico di Vanessa si può tranquillamente dire che cominciamo proprio bene, per cui non resta che proseguire nella speranza che il quadro clinico si attenui.

“Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.”

Come non detto, ma tutto è nei limiti delle conoscenze scientifiche, come ho ampiamente spiegato in precedenza. La psicofisiologia e la psicodinamica si capiscono e si spiegano, ma bisogna stare attenti che non si superino certi livelli di tensione. Anche “l’aprire gli occhi a fatica, molto a fatica” è possibile perché lo stimolo catatonico si è attenuato e si è stabilizzato in una forma media sempre gestita dalla funzione “Io” e da nessuna forza metafisica o parapsichica. Meglio: si è attenuata la soglia ipnotica e le inibizioni della vista si sono ridotte. Fino a questo punto non c’è niente di simbolico nella narrazione di Vanessa: tutto è reale e di una realtà psicofisica. Vanessa è in stato ipnotico inconsapevolmente autoindotto. Ma come avviene questa operazione? Della “conversione isterica” è stato detto. Aggiungiamo che l’autoinduzione ipnotica è stata resa possibile dal fatto che Vanessa è particolarmente nervosa nella sua vita corrente e questa eccitazione si riversa nel sonno e nello stato ipnotico, una forma di mezzo sonno e mezza veglia dove prevale la caduta del tono muscolare, “catatonia” e la “catalessi” proprio per l’alta intensità delle tensioni. Resta adesso da capire cosa si sta muovendo e preparando a livello onirico.
Quale sogno e quali simboli arriveranno sulla scena?

“Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.”

E’ un “sogno a occhi quasi aperti” o è un’agonia psicofisica?
La “suspence” domina in un quadro clinico particolarmente delicato: una donna cosciente in “catatonia” e in “catalessi” che adesso si sente in pericolo. Vanessa si deve guardare anche da un un “qualcuno” estraneo che non vive come un possibile aiuto per uscire da questo stato critico, ma come un possibile malintenzionato che vuole farle del male. Vanessa versa sempre in una situazione psicosomatica ibrida, una mezza vigilanza dell’Io e una mezza inanimazione del corpo. Vanessa è sveglia e non sta sognando, ma sta elaborando simboli particolari come l’anonima figura maschile “dentro la stanza”. Sappiamo il meccanismo di questo stato psicosomatico, di questa “conversione isterica” che l’ha bloccata a letto, sappiamo dell’afflusso improvviso delle tensioni nervose di un trauma rimosso e relegato nelle sfere psichiche profonde e non certo inconsce. Procediamo nella “suspence” di scene per niente “horror” ma del tutto naturali.

“Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.”

Vanessa si rassicura con questa comunicazione di servizio, sa di essere rimasta “sola in camera” e che sta vivendo qualcosa di anomalo nel corpo. Adesso la presenza di un estraneo colpisce l’attenzione e induce una certa apprensione. Non resta che seguire la narrazione.

“Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”

La definizione “narcotizzata” è particolarmente azzeccata proprio perché indica l’effetto di una anestesia che impedisce di difendersi da un pericolo. Resta insoluto il perché Vanessa elabori una possibile violenza al posto di un aiuto a riprendersi da questo torpore e da questa semi-paralisi. La “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” si coglie chiaramente in questo pessimismo di Vanessa e in questa scelta di farsi ancora del male. E’ anche vero che quello che Vanessa sta vivendo non si può bloccare in un positivo “e vissero tutti felici e contenti”. Vanessa fa bene a scaricare le sue tensioni producendo le sue immagini, almeno fino a quando riesce a gestire le tensioni e fino a quando non scatta quella forza che supera l’energia del trauma emerso e la sveglia del tutto. Siamo in un quadro d’impotenza a reagire e in una psicodinamica di caduta delle energie buone, quelle della vigilanza. Siamo davanti all’azione devastante del “fantasma d’inanimazione, una variante del “fantasma di morte”. Ci si chiede ancora: ma quel qualcuno che gira per la casa è dentro o fuori di Vanessa, è la “proiezione” di un suo vissuto o è effettivamente un estraneo?

“Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.”

Non resta che commentare la situazione che Vanessa sta vivendo, dal momento che è mentalmente vigile ma bloccata nelle energie. La “catatonia” si evidenzia ulteriormente nel sentirsi “inchiodata al materasso”, così come la vulnerabilità si manifesta nella “posizione supina sul letto” degli equivoci. La sensazione di peso del corpo è percepita come un blocco all’azione e un impedimento alla difesa dalle minacce esterne. Ricordo che negli esercizi del “training autogeno” e nelle sedute ipnotiche esistono queste suggestioni di peso e queste induzioni di passività del corpo che vive al minimo delle energie vitali.

“Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”

Come si diceva, si tratta di un’autoinduzione involontaria di passività e di inanimazione. Vanessa è completamente abbandonata al minimo consentito del moto vitale. Vanessa è in piena “catatonia” e resta attiva la consapevolezza dell’Io. Vanessa è in piena “paralisi isterica” e si sta difendendo dall’angoscia con il “meccanismo psichico” della “conversione isterica”. Vanessa sta istruendo da sola quel processo e quei sintomi che si possono indurre con una serie di suggestioni ipnotiche. Il perché di tutto questo si spiega sempre con il riemergere in sonno e in sogno delle tensioni collegate a un trauma pregresso e a un conflitto rimosso.

“A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.”

Vanessa è sveglia ma paralizzata, cosciente ma immobilizzata dalla caduta delle energie, “catatonia”, dall’irrigidimento dei muscoli, “catalessi”. Vanessa non vede, ma percepisce la presenza di un “qualcuno” che assume un atteggiamento di sostegno e di induzione al risveglio e al recupero del comando e della distribuzione delle sue energie.
E’ autosuggestione o è realtà esterna?
E’ Vanessa che si è caricata al punto di sentire quello che fuori non c’è o è il compagno che è ritornato a casa e la vuole svegliare?
Chi vivrà vedrà.
In ogni caso l’esperienza in atto di Vanessa è una realtà psicofisica abbastanza forte che si sta indirizzando verso il paranormale e il parapsichico. Il fatto che questo “qualcuno” si porga dalla “sinistra” si può interpretare come una “regressione” al passato e all’oscurità della coscienza, un ritorno al “già visto” e una rivisitazione del “già vissuto”. Il quadro simbolico è rafforzato dal fatto che “il braccio” di Vanessa è quello “sinistro”, le relazioni del passato, la finestra sul retro, la coscienza obnubilata. La “fermezza” della stretta è direttamente proporzionale al forte bisogno di essere sostenuta e approvata, un’esigenza universale a qualsiasi età e in qualsiasi stagione della vita. Ancora: trovandosi Vanessa in stato ipnotico, la sensazione percepita e fatta propria dispone per una autosuggestione in linea con l’andamento della trama e con la meccanica psicologica istruita, piuttosto che per una presenza effettiva del compagno o per una entità metafisica accorsa in sostegno della nostra eroina. Nulla toglie, pur tuttavia, a far quadrare il cerchio come si gradisce. Proseguire diventa interessante oltre che ansiogeno.

“Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.”

Come dicevo in precedenza, Vanessa vive in maniera protettiva questa figura maschile forte e affidabile. Si profilano i bisogni psichici e il tipo d’uomo prediletto da Vanessa. La “sua presa” e il “mi sorregge” sono tutto un programma psicologico ed esistenziale in linea con le umane debolezze e precarietà. Questa figura maschile può essere il padre o il compagno, in ogni caso l’uomo degno di lei. Essere “distesa” attesta l’apertura all’altro e la disposizione al sollievo, un fiducioso affidamento.

“In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.”

Lo stimolo e la rassicurazione inducono Vanessa a prendere atto di quello che sta succedendo, ma l’operazione della consapevolezza è impossibile. Vanessa è sveglia ed è in uno stato psichico di ambiguità. Da un lato vuole vivere la “trance” ipnotica e il rilassamento collegato nonché la presenza gradevole dell’uomo che le sta accanto, dall’altro lato vuole verificare la concretezza di questa stranissima e inquietante esperienza. Degno di nota è il desiderio inibito di poter guardare l’uomo. Il conflitto psichico si attesta sulla volontà di guardare la realtà e la resistenza a non vivere in pieno la consapevolezza. Simbolicamente “aprire gli occhi” si traduce in prendere atto di ciò che succede ed esaminarlo con gli strumenti della ragione. Quest’ultima è in una tormentata dialettica con l’emozione e non la spunta in alcun modo, almeno fino a questo momento.

“La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.”

Come si diceva in precedenza, Vanessa è affascinata da questa figura maschile, è sveglia e in “trance” ipnotica, è in “conversione isterica” delle tensioni congelate ed emerse e collegate a un trauma, è in uno stato di fascinoso torpore fisico, è in attesa che la sceneggiata si compia e si definisca in maniera gratificante. Questi sono alcuni motivi del mancato e totale risveglio. La sensazione di Vanessa equivale pari pari al suo desiderio e al suo bisogno affettivo di un uomo che non si profila al suo sguardo impedito. Può solo sentirlo nel gesto impetuoso di una presenza solida. “Non lo vedo” equivale ancora alla “resistenza” a prendere coscienza delle figure maschili conosciute nella sua vita e della loro incidenza nella sua formazione psichica.
Riepilogando: il prodotto psichico di Vanessa viene analizzato nel versante clinico, psichico e simbolico: un sogno elaborato da sveglia.

“Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.

Tutto si precisa in questa contingenza che Vanessa vive sempre più in maniera tranquilla come se fosse una “fantasticheria” prima del sonno e in uno stato ipnotico e dove si stanno realizzando la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’irrigidimento dei muscoli del corpo, mentre la mente è vigile e in contatto con la realtà esterna. Questi fenomeni psicofisici sono effettivamente riproducibili in ipnosi sin dai tempi del tedesco Mesmer, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, e alla fine dell’Ottocento presso la Salpetriere dal francese Charcot. Con lui Freud iniziò la sua formazione psicologica a Parigi e con lo studio dell’ipnosi. In quella sede ebbe modo di vedere e di capire i fenomeni psicofisici prodotti dall’induzione ipnotica. Comunque, tornando a Vanessa, è fuor di dubbio che ha descritto il tipo d’uomo che desidera e il corredo delle doti: aiuto e sostegno, presenza e vicinanza, rassicurazione e rafforzamento.
Si tratta di un uomo ideale o dell’ideale di uomo?
Si tratta del vissuto di un uomo reale, come si constata nel prosieguo del racconto.

“Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.”

Il quadro psicofisico si definisce sempre più e in modo prospero. Vanessa accetta “il corpo come morto” e si addormenta con il pensiero di essere accudita dalla presenza del “padre morto trent’anni fa”. Il bisogno di protezione è forte e vivo. Resta il problema del “corpo come morto”, del “fantasma di inanimazione”, una variante del “fantasma di morte”. Resta aperta la questione della “conversione isterica” che clinicamente si manifesta nel teatro corporeo. “Me ne sono fregata” equivale all’uso del “meccanismo di difesa dello “annullamento” ossia della separazione della rappresentazione mentale della situazione in cui si trova dalle emozioni, della conversione dell’angoscia in qualcosa di sopportabile e di accettabile, del meccanismo della “rimozione”, non ci penso e lo dimentico. E’ il classico quadro di un’angoscia infantile di abbandono. Eppure Vanessa è adulta e abbastanza matura per gestire la sua persona e la sua vita. Questa fantasticheria in autoipnosi resta sempre più inquietante e complicata, ma se Vanessa la porta avanti vuol dire che può gestirne l’angoscia.

“Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.”

Vanessa pensa di essersi addormentata e di risvegliarsi nelle condizioni psicofisiche che ben ricorda per la loro forza suggestiva: “catatonia” e “catalessi”. Questa scena non cambia perché è di grande interesse psichico e fisico per la nostra protagonista. Sembra paradossale, ma Vanessa si crogiola in un eccitante psicodramma dai tanti risvolti psicosomatici per svolgere la psicodinamica di un corpo istericamente bloccato e per attingere all’inesauribile sorgente della magia e del mistero, del paranormale e del parapsicologico: il padre morto che la sorregge.

“Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”

Vanessa insiste sul versante parapsicologico e metafisico e continua con le sue allucinazioni giustificate dalla forte eccitazione dei sensi nello stato di semi-veglia. “Alla mia destra” simbolicamente si traduce “nella realtà di tutti giorni” Vanessa “vede la figura di una donna giovane”, lo “sdoppiamento” di Vanessa, un’altra Vanessa rassicurante che suggerisce le cose giuste da fare in modo consolatorio. Il padre era morto e apparteneva al passato e al “già visto” e al “già vissuto”. La “donna giovane”, traslazione della stessa Vanessa, riflette e si dirige verso il futuro con la forza e la determinazione opportune per una persona fortemente sensibile. Vanessa si “guarda” e si “parla”, autocoscienza e amor proprio al fine di ratificare le deliberazioni in decisioni. E’ necessario ormai uscire da questa “impasse” psicofisica.

“Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.”

La “traslazione” difensiva funziona per consentire all’angoscia di non manifestarsi e di interrompere questa lunga “reverie”, questo sogno in ipnosi autoindotto e guidato. Certamente “questa donna” non è una presenza metafisica o magica, un’entità del tipo angelo custode, una figura reale che cerca di svegliarla dallo stato di sopore di torpore, un qualcuno e un qualcosa di altro che non si riesce a inquadrare nei dovuti termini. Questa donna è l’allucinazione della figura femminile di Vanessa. “La stanza troppo buia” equivale alla “rimozione” di esperienze ingestibili dalla coscienza e che non è consentito ricordare per non turbare l’equilibrio psicofisico. Le parole di “mi parla” equivalgono a doni allucinati e a consapevolezze in attesa di essere ben razionalizzate. “Io non memorizzo” è il meccanismo di difesa della “rimozione”: io dimentico tutto quello che mi dico di fare e che penso che sia giusto per me. L’evidenza di un trauma che affiora e sprofonda è simbolicamente ben costruita dalla protagonista suo bengrado e suo malgrado. La “trance” ipnotica è sufficiente a ridestare i vissuti e i “fantasmi” del passato presenti nel circuito psicofisico, mentale e corporeo.

“Improvvisamente mi sono riaddormentata.”

La “rimozione” ha ben funzionato ancora una volta per difendersi da quella donna di cui non riusciva a fidarsi e a cui non riusciva ad affidarsi, da quella donna di cui temeva i doni delle parole in funzione di una migliore “coscienza di sé”. Ricadere nel sonno, “riaddormentata”, è la migliore difesa dall’angoscia incipiente quando Vanessa si mette e si trova di fronte a se stessa. Adesso può sognare. Il trambusto allucinatorio e ipnotico suggestivo, nel quale era piombata, è passato. Un sogno da sveglia autoguidato o un sogno a occhi chiusi si è concluso per lasciare il posto alle sensazioni di un benessere psicofisico auspicabile e agognato. Questo gradevole equilibrio è arrivato semplicemente perché Vanessa ha scaricato tensioni e ha migliorato la “coscienza di sé” portando a “catarsi” tanta roba significativa della sua “organizzazione psichica reattiva evolutiva”, soprattutto le cariche nervose congelate e immobilizzate che a suo tempo erano state rimosse per la difesa operata dall’Io. In effetti e facendo i conti della serva, Vanessa della sua storia psicologica ha riesumato un uomo defunto, il padre o altra figura, e la relazione con il suo corpo e con la sua auto-consapevolezza di donna che ha sofferto, che ha bisogno e che desidera.
Ma la lettera di Vanessa non è ancora finita e c’è ancora qualcosa da capire e da precisare: “repetita iuvant” o “le ripetizioni sono d’aiuto”.

Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

Vanessa ha bisogno di quell’uomo che le ha dato “quella stretta al braccio”, di un uomo che la rassicuri e la rafforzi, la sostenga affettivamente e la attragga virilmente. Vanessa ha bisogno di un uomo che somigli al padre in piena rispondenza alla “posizione edipica” anche perché di quest’ultimo ha maturato un vissuto positivo dopo il conflitto. Anche la morte del padre l’ha aiutata a riformularlo e a riconoscerlo come la sua origine e la sua radice psicofisica. “Accompagnato la sensazione fisica” condensa l’alleanza psichica e la suggestione di un’assimilazione magica di energie dall’esterno, un rituale classico della magia. La Psiche, operando con i “processi primari”, è magica rispetto alla fredda razionalità. Vanessa grida che un uomo come mio padre è quello che cerco e che mi serve. Questa è la convinzione consapevole di Vanessa, una convinzione che rimanda a un progetto da realizzare vita natural durante e contro le “catatonie” e le “catalessi”. A Vanessa serve una coscienza limpida e non certo una infida dimensione ipnotica.
Tanti voti augurali alla nostra protagonista!

PSICODINAMICA

Il prodotto psichico di Vanessa è particolarmente ibrido, oscilla tra un sogno a occhi aperti e una seduta auto-ipnotica, una fantasticheria e una “abreazione” o scarica nervosa di angosce rimosse. Contiene una parte psicologica nell’offerta dei conflitti e una preponderante parte somatica nella descrizione della “catatonia” e della “catalessi”: caduta del tono nervoso e irrigidimento dei muscoli. La figura maschile si manifesta nel “fantasma del padre”: “posizione edipica” e si trasla nella figura ideale dell’uomo a cui affidarsi. La figura femminile si manifesta nello “sdoppiamento” della protagonista e nella difficoltà a sentirsi autonoma e sicura.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Vista la qualità del prodotto psichico, considererò le caratteristiche presenti e visibili in questa “reverie” in autoipnosi.

I simboli sono quelli della sinistra e della destra.
L’archetipo presente è quello del “corpo”.
Il “fantasma d’inanimazione” è il protagonista della scena: “non reagisce”.
La “posizione psichica edipica” è presente nella parte che riguarda il padre: “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.” La “posizione anale” con la “libido sadomasochistica” si manifesta in “penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”
La reverie è diretta dall’Io, la cui azione non è stata d’impedimento all’affiorare delle pulsioni dell’istanza “Es” in “con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”. E in “Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”
I meccanismi psichici di difesa istruiti da Vanessa nel suo prodotto sono la “traslazione”, lo “sdoppiamento”, la “rimozione” e il “ritorno del rimosso” con la “conversione isterica” e la “conversione nei sintomi”, “l’annullamento”.
Il corpo in catalessi è la “metafora” del “fantasma di morte”, mentre il corpo in catatonia è la metafora del “fantasma d’inanimazione”.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenzia nettamente un tratto “edipico” in “La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.” e in “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.”.
La “diagnosi” dice di una “reverie” in stato auto-ipnotico con “catatonia” e “catalessi”, nonché con “allucinazioni” di vario tipo: “Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.” e in “Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”
La “prognosi” impone a Vanessa di tenere sotto controllo i suoi traumi pregressi e di portarli sempre alla migliore razionalizzazione possibile per avere una psiche libera da eccessi di tensione nervosa. Questa “reverie” merita una psicoterapia proprio per l’intensità dei fenomeni fisiologici.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nel “ritorno del rimosso” e nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”.
Il “resto diurno” o la causa scatenante della “reverie” di Vanessa è il ricordo del padre defunto e lo stato di tensione nervosa in atto.
La “qualità” della “reverie” è metapsichica e cenestetica.
Il “fattore allucinatorio” si esalta nel tatto, nella vista, nell’udito e nella cenestesi globale.
La “reverie” si svolge in autoipnosi e non nel sonno, per cui le fasi REM e nonREM sono assenti.
Il “grado di attendibilità” di quanto spiegato è massimo, perché si tratta di fenomeni psicofisici conosciuti e studiati sin dai tempi antichi. Il grado di fallacia è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’articolo sul prodotto psichico di Vanessa è stato sottoposto all’attenzione di una lettrice anonima. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Mi spiega come si verificano le ore del sonno REM e le ore del sonno nonREM?

Risposta
Ti addormenti alle 22 e piombi nella fase nonREM, dormi profondamente. Alle 24 esci progressivamente dalla fase nonREM ed entri nella fase REM, sei agitata e i tuoi bulbi oculari roteano. Alle ore 0,30 rientri nella fase nonREM e ne esci alle ore 2. Dalle ore 2 alle ore 2,30 sei nella fase REM. Dalle ore 2,30 fino alle ore 3,45 sei nella fase nonREM. Dalle ore 3,45 alle ore 4,30 sei nella fase REM. Ti stai svegliando e il sonno nonREM diminuisce e aumenta la durata del sonno REM. In tutte e due le fasi sogni. Nelle fasi REM ricordi meglio rispetto alle fasi nonREM. Questo quadro è un esempio generale.

Domanda
E se mi sveglio alle 2 per fare la pipì?

Risposta
Quando ti riaddormenti entri nella fase nonREM e dopo un’ora circa nella fase REM.

Domanda
Perché a volte al mattino mi sveglio stanca e irritata?

Risposta
Escludendo le cause psicologiche, un sonno disturbato equivale a un risveglio maldestro e improvviso proprio nella fase nonREM. Ottimale è svegliarsi progressivamente nella fase REM.

Domanda
Si passa tutti, prima di dormire, dallo stadio ipnotico. Posso in questo stadio programmare il sogno pensando intensamente proprio a quello che voglio sognare?

Risposta
Non è possibile. Primo punto: nello stadio ipnotico i pensieri vanno a ruota libera e per libere associazioni e fai fatica a controllarli e a programmarli. Secondo punto: il contenuto del sogno verte su quello che ti ha colpito nel giorno precedente e che occupa la tua coscienza in quanto problematica dominante in quel momento della tua vita.

Domanda
Ma a volte ci sono riuscita. Ho sognato quello che avevo pensato di sognare prima di addormentarmi.

Risposta
Era quello che avevi sul gozzo e che volevi risolvere in qualche modo: il problema, il vissuto, il conflitto, il bisogno, il desiderio dominanti. Non è una pura coincidenza. L’hai sognato perché quel tema ti prendeva al massimo.

Domanda
Grazie, ho capito meglio. Le chiedo allora perché Vanessa si è indotta lo stato ipnotico da sola e senza saperlo?

Risposta
Vanessa era molto nervosa e agitata nei giorni precedenti per quello che le era successo e dentro di lei si sono mosse le tensioni legate al passato e possibilmente a un trauma. Nel sonno queste cariche sono emerse e hanno prodotto lo stato ipnotico proprio perché abbassiamo le difese quando ci abbandoniamo al sonno. Vanessa ha beneficamente scaricato tante energie che ristagnavano dentro, per cui questo trambusto psicofisico è stato positivo, si definisce “abreazione catartica”. A tal proposito si può leggere il caso di Anna O. descritto da Freud nei suoi “Studi sull’isteria”. La giovane donna aveva sviluppato una serie di disturbi somatici e psichici tra i quali una paralisi da contrattura e anestesie. Cadeva spontaneamente in stati ipnotici e rievocava traumi pregressi come quello di una ragazza che accudiva il padre malato. Di poi si svegliava e i sintomi erano migliorati ma non guariti.

Domanda
Può capitare a tutti?

Risposta
Vanessa per dormire ha attraversato il dormiveglia ipnotico ed è emerso il trauma. Capita a tutti questo passaggio dallo stato ipnotico al sonno, ma non capita a tutti avere l’esperienza di Vanessa, a meno che non ci siano in circolazione elevate tensioni nervose ed episodi traumatici non adeguatamente razionalizzati.

Domanda
E’ una malattia?

Risposta
Lo stato psicofisico ipnotico non è una malattia. E’ una forma di rilassamento e di libera uscita dei nostri pensieri e ha una funzione di scaricare le tensioni per entrare nella fase nonREM del sonno. Se avviene durante la giornata e magari mentre stai lavorando è un segnale di stress da considerare attentamente perché è un disturbo della vigilanza e può degenerare.

Domanda
Vanessa scaricando così le sue tensioni è stata meglio e allora vuol dire che non tutto il male viene per nuocere. Non so se mi spiego.

Risposta
Ti spieghi benissimo. Vanessa scaricando progressivamente in stato ipnotico le sue tensioni, ha evitato di avere nel tempo dei danni neurologici e cardiaci. Le manca adesso di riesumare il trauma e di razionalizzarlo, ma so che è già a buon punto.

Domanda
Perché dice questo? Sa qualcosa? La conosce?

Risposta
Lei stessa mi ha scritto che una settimana prima di avere questa strana esperienza, aveva dovuto riorganizzare la tomba di famiglia e riesumare i feretri del padre e del marito morto giovane. Questa opera pia era durata tanto tempo e l’aveva semplicemente sconvolta.

Domanda
Ah, bene, adesso si capisce che non è successa a caso e che era agitata. Per digerire il tutto ha avuto questo episodio che non è più strano, ma che si giustifica e che non è successo a caso. Ho capito.

Risposta
Proprio così. Le forti suggestioni l’hanno portata a riprodurre la sua situazione psico-esistenziale nel versante affettivo e ha chiamato in causa le figure maschili importanti e quella parte di se stessa che sa come reagire e che ancora non trova la giusta corrispondenza tra la consapevolezza e l’azione.

Domanda
Come spiega lei il fatto che sente la presenza dell’uomo, la stretta al braccio e la mezza visione della donna.

Risposta
Niente di magico e di paranormale, perché si tratta di allucinazioni causate da una forte eccitazione dei sensi. I sensi esaltati sono il tatto, la vista e l’udito.

Domanda
Le allucinazioni sono pericolose e brutti segnali di squilibrio?

Risposta
Le allucinazioni da svegli sono sintomi di una grave malattia psichica, mentre in stato ipnotico e onirico sono assolutamente normali. Il sogno è una serie organizzata di allucinazioni. Le allucinazioni sono spesso provocate da un abuso di alcool o dall’uso di determinate sostanze stupefacenti come l’acido lisergico o LSD. Queste assunzioni sono pericolose e a volte letali proprio per le allucinazioni, le alterazioni sensoriali che ti fanno percepire ciò che non esiste e che non sei. Nella sostanza ti fanno uscire fuori di testa e nel senso che perdi il controllo di te stesso e della realtà che ti circonda. Paranoia e schizofrenia sono le sindromi psicotiche richiamate da queste pratiche insane e collassanti.

Domanda
Le faccio un appunto. Nella spiegazione che lei ha fatto di quello che è successo a Vanessa, si è ripetuto spesso.

Risposta
Ho ripetuto spesso i concetti per farli capire meglio. Si tratta di teorie difficili per i profani. Il mio lavoro vuole essere divulgativo e non vuole soltanto assolvere la curiosità di sapere cosa significa quel sogno. Anche Vanessa si è ripetuta spesso e io le sono stato dietro.

Domanda
A proposito di ipnosi, ho visto in televisione un certo Casella che faceva per spettacolo sulla gente esperimenti strani.

Risposta
Stai toccando un tasto dolente della nostra cultura e della nostra televisione di stato e non. L’induzione in ipnosi deve essere fatta soltanto da uno psicoterapeuta specialista nella tecnica e soprattutto nell’applicazione del metodo al fine clinico di aiutare una persona a risolvere determinati disturbi. Qualsiasi altro operatore non sa dove sta mettendo le mani e quale vespaio può aizzare. Con la psiche non si improvvisa e non si scherza. Lo stato ipnotico scatena reazioni nervose e risuscita “fantasmi”, come ampiamente ho detto nella trattazione della “reverie” di Vanessa. Indurre uno stato ipnotico per spettacolo e per meravigliare gli spettatori è un atto pericolosissimo e dannoso per chi lo subisce, oltre che illegale in quanto si tratta di usurpazione di un settore clinico, di esercizio abusivo della professione. Questo signore e soprattutto chi lo autorizza e gli permette queste performance da killer seriale vanno denunciati alla magistratura dagli Ordini professionali, quello degli psicologi nello specifico. Ma questo non è avvenuto e non avviene perché si tratta di organismi rappresentativi di facciata e non di sostanza. Gli psicoterapeuti che usano la “trance” ipnotica nelle sedute singole e di gruppo sono tantissimi e dovrebbero insorgere nei tribunali e nei media anche per informare la gente.

Domanda
Ma quale guaio può fare questo signore e quelli come lui che usano l’ipnosi per spettacolo?

Risposta
Capisco che gli spettacoli popolari nei teatri di periferia degli anni trenta mettevano in scena la donna cannone, il deforme, i gemelli siamesi e tutte le stranezze biologiche umane, tra cui anche la magia ipnotica sugli incauti spettatori con “regressione” e “catalessi” e comandi post-ipnotici di grande spasso. Il malcapitato non sta male subito, ma dopo un po’ di tempo semplicemente perché la “trance” improvvisa può ridestare il nucleo psicotico latente o le cariche nervose legate ai traumi e ai “fantasmi”. E dopo che è finito lo spettacolo e tutto sembra tornato come prima, chi lo cura il malcapitato? Chi lo aiuta a capire e razionalizzare il materiale psichico emerso? Per colpa di un buffone autorizzato dalla legge dell’audience televisiva si sono operati dei danni pesanti alla gente ignara. Il nostro bel paese è pieno di poeti, di marinai, di santi e di pagliacci in vena anche di far politica. Vedi quel che sta succedendo e capirai che non siamo proprio messi bene dovunque ti giri.

Domanda
L’ipnositerapia è una strategia valida?

Risposta
E’ validissima per le terapie di rilassamento e per la preparazione al parto. Se lavora sul corpo, senza nessuna magia ma per indurre la consapevolezza delle funzioni corporee e anche dei “fantasmi”, è ottima. Ha anche le sue controindicazioni e i suoi difetti, ma è la strategia psicoterapeutica più antica che conosciamo, Da Mesmer in poi l’ipnositerapia si è sempre più emancipata dalla magia e dalla superstizione. Freud esordì come ipnotista, fece le sue scoperte grazie allo stato ipnotico per poi elaborare la tecnica psicoanalitica. In Italia abbiamo avuto bravi medici e psicologi che hanno approfondito e usato l’ipnositerapia. Ripeto, ancora oggi tanti colleghi studiano e usano questo metodo di indagine e di cura. Il “training autogeno”, che usano gli atleti e tanta altra gente, è una forma blanda di autoipnosi e all’ipnositerapia si riconduce. E’ una terapia naturale perché usa la dimensione psicofisica del pre-sonno. Tutte le forme di meditazione trascendentali, e non, sono sulla stessa barca. Un caro pensiero all’Analisi immaginativa del compianto Giammario Balzarini.
Mi fermo qui. Alla prossima!

Vi presento Mesmer.

IL GALLO E IL GATTO NERO DI STEFI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro.
Nel frattempo ho reincontrato il mio primo amore con il quale nel sogno mi sono riconciliata, ma che mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”

Stefi

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La stranezza o l’assurdità dei sogni non è un’invenzione dei poeti o una bugia di Pinocchio. L’attività onirica si contraddistingue proprio per la sua elaborazione forsennata, da “fuori di senno” per l’appunto. Si pensi a Stefi che va in giro di notte abbracciando “un gallo con il braccio sinistro” e “un gatto nero” con il braccio destro.
Si tratta di una scena talmente creativa da far invidia alla fantasia di Federico Fellini.
Eppur è vero!
Il “processo primario” si esalta nel sogno manifestando una sorprendente vena poetica intrisa di dramma satiresco e di commedia popolare.
Curiosità e scienza impongono la decodificazione del capolavoro, apparentemente assurdo, di Stefi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro.”

Andiamo subito ai simboli per tirarci fuori dai guai.
Il “gallo” condensa classicamente l’universo psichico maschile nelle valenze del primato e del prestigio, attesta una buona alto-locazione dell’Io o un quasi salutare narcisismo, contiene un potere erotico suggestivo e una prepotente aggressività sessuale.
Trattasi simbolicamente di un “principio psichico maschile” secondo la teoria dell’androginia psichica, teorizzata “in primis” da Platone nel “Simposio”.
Il “gatto nero” si attesta simbolicamente nella parte seduttiva femminile e nella fascinosa suggestione erotica.
Trattasi, sempre simbolicamente, di un “principio psichico femminile” e sempre secondo la suddetta teoria dell’androginia psichica che esige per tutti i viventi umani, al di là della distinzione fisio-biologica sessuale, una “parte maschile” e una “parte femminile”.
Cosa consegue per il sogno in questione?
Stefi sta visitando in sogno la sua “parte maschile”, il “gallo”, e la sua “parte femminile”, il “gatto nero”.
Procediamo con la decodificazione dei simboli alla ricerca di una chiarezza logica che il sogno deve contenere.
Il “braccio sinistro” simbolicamente si colloca nelle relazioni regressive e fortemente emotive, mentre il “braccio destro” contiene le relazioni in atto e fortemente consapevoli.
In generale si può dire che la “sinistra” rappresenta simbolicamente il passato, la regressione, l’emozione, il sentimento, la “parte psichica femminile”, mentre la “destra” traduce il presente, la vigilanza cosciente, la razionalità, la “parte psichica maschile”.
Problema!
Come interagiscono i simboli e cosa significano?
Come si concilia il “gallo” con il “braccio sinistro” e il “gatto nero” con il “braccio destro”?
Stefi si dice in sogno che il suo potere femminile di seduzione appartiene al passato sentimentale e che nell’attualità prevale la sua parte femminile fascinosa ed erotica.
Questo è quanto, ma non è ancora tutto.

“Nel frattempo ho reincontrato il mio primo amore con il quale nel sogno mi sono riconciliata, ma che mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”

Il sogno di Stefi salta apparentemente di palo in frasca, dal “gallo” e dal “gatto” al “primo amore”.
Ecco immancabilmente la “regressione” onirica e temporale, “ho reincontrato il mio primo amore”. Stefi torna alla sua adolescenza e rievoca dal suo bagaglio psichico l’esperienza formativa del “mio primo amore”, un vissuto collegato al mito della “prima volta” di cui dirò nelle finali “riflessioni metodologiche”. Stefi ha un conto sospeso con la giovane età trascorsa e con il giovinetto di allora degno del suo interesse e del suo puro e ingenuo investimento di “libido genitale”. Stefi ha riconosciuto l’altro da sé e si è alienata nel suo “primo amore”. Adesso Stefi può “proiettare” sul povero primo amore le sue deficienze di allora. Stefi non si era innamorata abbastanza, ma adesso è in grado di capire e di accettare questa sua paura di abbandonarsi ai sensi e ai sentimenti perché in quel periodo prevaleva per difesa il “gallo” e non si profilava all’orizzonte il “gatto nero”, prevaleva l’isolamento “fallico-narcisistico” sulla “libido genitale”. Stefi ragazzina aveva paura di coinvolgersi con il corpo e con la mente: “mi dimostrava un sentimento tiepido e per me insufficiente.”
Oggi Stefi è una donna matura e sa come portare a spasso e giocare la sua femminilità.
Meglio: oggi Stefi sa come “conciliare” la sua “parte psichica maschile” e la sua “parte psichica femminile” nel mercato relazionale degli uomini.

PSICODINAMICA

Il sogno di Stefi sviluppa la psicodinamica conflittuale tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”, tra la difesa dall’altro dovuta al mancato riconoscimento e l’investimento “genitale” di una relazione a due.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Stefi è dominato dall’istanza “Es”: vedi la prima frase con il “gallo” e il “gatto” in primo piano tra le sue “braccia”. L’istanza “Io” e “Super-Io” sono marginalmente sottintese. Il “gallo” può avere una valenza di prepotenza “super-egoica”, il padre impositivo e i limiti. Le “posizioni psichiche” richiamate sono la “fallico-narcisistica” e la “genitale”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Stefi nel suo sogno sono la “condensazione” in “gallo” e “gatto”, lo “spostamento” in “sinistra” e “destra”, la “figurabilità” in “gatto” e “gallo”, la “proiezione” in sentimento tiepido”. Il processo psichico di difesa richiamato è la “regressione” in “ho reincontrato”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Stefi contiene un conflitto “fallico-genitale” che richiama una “organizzazione psichica reattiva” tendente all’isteria o al parlare con il corpo.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, relazione di somiglianza, in “gallo” e “gatto”, la “metonimia” in “destra” e “sinistra”, la “enfasi” in “Ho sognato di portarmi appresso un gallo e un gatto nero che tenevo rispettivamente con il braccio sinistro e con il braccio destro”. L’uso delle figure retoriche rafforza la creatività surreale del sogno.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un conflitto tra la “parte maschile” e la “parte femminile in via di risoluzione o adeguatamente composto. Manifesta, inoltre, la consapevolezza di una equa distribuzione tra il potere fine a se stesso e la forza contrattuale e relazionale.

PROGNOSI

La prognosi impone di rafforzare il connubio tra potere e seduzione e di cogliere al meglio le piacevolezze relazionali senza indulgere in rigurgiti narcisistici e isolamenti altolocati difensivi.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza del narcisismo e in una psiconevrosi istero-fobico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Stefi è “5” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenate del sogno di Stefi è legata all’emergere di un ricordo o a uno stato d’animo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica del sogno di Stefi è surreale nell’uso di autoreferenza.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Riporto un breve brano del mio testo “Quando il ciliegio fioriva” a illuminazione della consistenza psichica e culturale del “primo amore”.
Correva l’anno 1996.

IL MITO DELLA “PRIMA VOLTA”

La “prima volta”!
Ah, la “prima volta”…!
Quella “prima volta”…!
C’è sempre una “prima volta”.
La nostalgia umana ha costruito un mito sul ricordo di un turbamento mai tramontato e inscritto in un nuovo desiderio di vitalità.
Ma questa fatidica “prima volta” è un’esplosione di creatività inconscia che si compone in un geniale capolavoro; è un pesante trascinarsi sulle orme del gregge che si risolve in una ripetizione coatta di infinite “prime volte”, già viste da altri, già vissute da altri e tutte allineate in fila indiana. Ma questa fatidica “prima volta” è un punto di rottura originale, elaborato da un uomo temerario, è la continuità di rassicuranti e monotoni processi da sempre istruiti all’interno del consorzio umano.
Una vita piena di verità è opportuno lasciarla agli inetti o ai grandi sacerdoti di qualsiasi religione. In effetti tante “prime volte” scorrono nella vita di un uomo, a testimonianza che al bellezza di un sentimento e l’intensità di un’emozione sono il solo inganno alla crudeltà della fine.
L’adolescenza, ad esempio, è ricca di “prime volte”, perché è l’età in cui si impara ad essere secondo la norma degli altri, in cui più forte è il desiderio di bruciare le tappe scandite dalle convinzioni sociali. Ma l’adolescenza è anche dominata fortunatamente dalla pulsione a trasgredire; in questa rincorsa verso l’abbattimento dei tabù tu puoi scolpire tante tacche nel calcio di legno della tua pistola, non una per ogni cadavere, ma una per ogni “prima volta”.
E così sia.
Se non ti riesce la trasgressione, non solo ignori cosa perdi, ma non rientri nella normalità fissata dai tuoi coetanei più intraprendenti: una norma alternativa e contingente rispetto a quella tradizionale e necessaria, falsamente disegnata da educatori invidiosi e sempre in vena di perpetuare una rassicurante continuità formale. La trasgressione è il carisma della “prima volta”, e allora…in bocca al lupo e buon appetito.
Quelle che la società ti offre non sono prime volte” ma ennesime volte”, perché ti vuole inserire, tuo malgrado o tuo bengrado, nella linea della sua continuità ed allora…niente di nuovo sotto il sole. Anche in questo caso si è costretti a recitare un rassegnato “amen”.
Il soffitto della cappella era dipinto con i volti di uomini di tutte le razze, una rassegna cromatica degli abitanti del mondo intero corredata secondo le varie e visibili sfumature genetiche che si snodano di parallelo in parallelo: la pelle.
Era la volta della cappella di una chiesa e non l’auditorium dell’ordine accademico di endocrinologia o di dermatologia.
Il variopinto affresco rimandava al registro simbolico dell’amore tra gli uomini e la superamento delle esaltazioni e delle restrizioni legate alle caratteristiche del colore della pelle e dei tratti somatici.
Era la volta della cappella di una chiesa e non il ginnasio di un simposio sul cosmopolitismo; non si perorava la causa della frustrata casta degli intellettuali senza patria a cui patria doveva essere il mondo intero secondo l’insegnamento dei migliori maestri del pensiero greco. Era una chiesa cattolica che di mercoledì in mercoledì ospitava tutte le persone di buona volontà sensibili al sentimento d’amore verso il prossimo e devoti al comandamento cristiano.
Ti sei presentato ai miei occhi stanchi con tutta la carica enigmatica di una tristezza infinita, difficile da catalogare. Potevo, infatti, inserirla nella boria di un ex eroe costretto a una vita banale, insoddisfatto ormai di mostrare ai visitatori le proprie ferite e le proprie medaglie o nella depressione di un uomo solo che sogna le tante carezze mancate sempre al primo appuntamento con una generosa donna per paura della felicità.
In effetti eri un maestro con la vocazione dell’azione rapida e con la necessità del gesto eclatante; un maestro che ha imparato dalla vita a non perdersi in tortuose teorie o in inutili sillogismi. Il tuo corpo stagliava il mio ideale estetico maschile: un uomo alto, magro, dagli occhi limpidi e dalla bocca dolce. La tua falsa flemma non era mediterranea, ma si radicava in luoghi dimenticati dal tempo dove anche i fiumi scorrono lentamente per riposare in ampi laghi.
La tua falsa flemma era quella di chi ha imparato a discernere le cose importanti da quelle futili, di chi ha conosciuto e rifiutato gli effimeri inganni di una breve felicità legata al temporaneo possesso di strumenti da consumare; di chi ha convissuto con la brutalità della morte e non è ormai atterrito da qualsiasi perfido male, di chi non si lascia coinvolgere neanche dal sorriso ammiccante di un bambino in cerca di coccole.
La tua falsa flemma era prossima all’onnipotenza, così come il tuo vivere confinava con l’andare oltre la vita, quel malefico sopravvivere di chi è condannato a morte e non conosce il giorno e l’ora della fine per cui qualsiasi giorno e qualsiasi ora nel loro trascorrere segnano una contingente vittoria sul Nulla che inesorabilmente verrà.
La vittoria anche su di me e su i miei sentimenti puliti non era necessaria; il mio amore era un Nulla inesorabile, ma non era un Nulla qualsiasi. Forse nella tua ottica di eroe, quella vittoria poteva sanare la sconfitta di esserti abbandonato al sentimento d’amore e alla gioia dei sensi, per cui era necessario convertire quanto prima in una nuova vittoria il benefico rifiuto e la manifesta inutilità di Sara.
Non ti ho mai visto e vissuto come un prete, né tanto meno come un montanaro della provincia di Belluno.
Potevo incontrarti in un bazar di Istambul mentre contrattavi una donna fatalmente bionda e prosperosa per l’harem di uno sceicco arabo; potevo incontrarti in una moschea rivolto verso La Mecca e prostrato sulla preghiera senza scarpe mente recitavi i versetti del Corano durante una delle cinque preghiere quotidiane; potevo incontrarti un venerdì qualsiasi mentre giravi con una squallida borsa di plastica ricolma di verdure nel chiassoso mercato di Conegliano; potevo incontrarti a Gerusalemme pallido e smunto di fronte al muro del pianto mentre con una rigida postura ossessionavi il tuo corpo nel chiedere perdono a Javhè dei tuoi peccati; potevo incontrarti nella fatidica Standa durante le svendite stagionali di ruvida jenseria americana; potevo incontrarti in un tempio indiano mentre custodivi le sacre mucche dal sadismo dei carnivori turisti occidentali o mentre nutrivi con chicchi di grano alcuni topi ritenendoli le degne incarnazioni delle anime dei tuoi cari defunti; potevo incontrarti in un bordello di Amsterdam mentre chiedevi alla grassa maìtresse una puttana bionda da cui apprendere i dogmi dell’erotismo; potevo incontrarti ad Atene presso il tempio di Afrodite mentre celebravi i sacri misteri della “Aurora”, quando lo sperma del membro castrato di Urano si impatta con la bianca schiuma del mare.
Potevo incontrarti dappertutto, ti avrei sempre portato via con me!
Parola di Sara!

 

 

 

 

 

 

SEMBRA GUERRA MA E’ UN GRANDE AMORE

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.

Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.

Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.

Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.

Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.

Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.

Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.

Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

 

Questo è il sogno di Marsel, un giovane uomo di cultura mediorientale.

 

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

Si nasce da madre e si vive con il padre: una semplice verità che va al di là dell’etnia, della cultura, della società e delle altre sovrastrutture che costellano il cammino della vita umana. Il “resto notturno” di Marsel svolge una parte del viaggio psichico intorno alla “posizione edipica”: l’emancipazione dalla seduzione materna e l’identificazione maschile con annesso esercizio della sessualità. Le culture influiscono sui costumi, ma non alterano i vissuti e gli assunti di base psichici. La “Madre” è un archetipo, un simbolo universale, al di là del suo individuarsi nella madre di Marsel. Questa universalità attesta non soltanto di schemi condivisi e di valori convissuti, ma soprattutto di un’essenza umana ineludibile che si manifesta nelle psicodinamiche e nella psicopatologia. Bisogna aggiungere che l’intensità dei vissuti, dei fantasmi e dei conflitti varia in base alla considerazione data alle figure coinvolte. Il caso di Marsel manifesta una cultura a base latente matriarcale ed esibita come patriarcale: l’incisività psichica della madre è superiore al valore culturale del padre, per cui si struttura un acritico attaccamento dei figli nei riguardi della figura materna.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

Il sogno di Marsel è ricchissimo di simboli e di fantasmi. Evoca, inoltre, l’archetipo della “Madre” nel suo visitare la figura materna e lo “spostamento” nella “collega” giovane. Passiamo all’analisi.

“Amico”: trattasi di una “proiezione” difensiva di una “parte di sé” e di un rafforzamento psichico per continuare a svolgere la psicodinamica edipica. La simbologia include l’alleanza e la condivisione, la “traslazione” difensiva del  conflitto in un provvidenziale “alter ego”.

“Deserto”: istanza depressiva e “fantasma di morte”, caduta della vitalità e blocco degli investimenti della “libido”, stallo delle relazioni e isolamento.

“Spiaggia”: rilassamento e distensione, disposizione psichica e benessere esistenziale, risoluzione di conflitto e riposo del guerriero, appagamento psicofisico.

“Soldati”: cariche di “libido” in attesa d’investimento, potenziale psichico e aggressività condensata, organizzazione e disposizione dell’Io.

“Sinistra”: sistema neurovegetativo e universo psichico femminile, pulsione e regressione, fantasma di morte e istanza depressiva.

“Collega femmina”: alleato psichico e rafforzamento erotico, traslazione difensiva della figura femminile e della parte androgina corrispondente, seduzione e attrazione.

“Sparare”: esercizio della “libido genitale” e aggressività sessuale maschile,  erotismo e coito.

“Casa dei nonni”: protezione e rifugio, “regressione” difensiva e affettiva.

“Terrazza”: processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, desessualizzazione degli investimenti in atto.

“Stanza da letto”: “condensazione” dell’affettività e dell’intimità, erotismo e sessualità, disimpegno psicofisico e sospensione degli investimenti pragmatici.

“Armi”: organo sessuale maschile e aggressività della “libido genitale”, schermaglie seduttive e funzione penetrativa.

“Letto”: disimpegno psicofisico e rigenerazione, seduzione e intimità, affidamento ed esercizio della “libido genitale”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marsel sviluppa la psicodinamica edipica in tutta la sostanza femminile: la madre è l’oggetto privilegiato del travaglio onirico.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

ANALISI

Marsel esordisce in compagnia del suo alleato, un benefico “alter-ego”, rafforzandosi in questo viaggio onirico in rievocazione della sua sofferenza edipica e della sua emancipazione sessuale. La “sabbia gialla” mantiene l’ambiguità del “deserto” o della “spiaggia”, dell’aridità psichica difensiva del mancato coinvolgimento per l’angoscia implicita o del confine tra la terra e il mare, tra la madre e la dimensione profonda. L’esordio del sogno oscilla emotivamente tra angoscia depressiva e fascino dell’evoluzione psichica.

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.”

Le cariche libidiche sono in attesa d’investimento ed ecco che dal passato si profila ed emerge la “collega”, la figura femminile che trasla la figura materna da giovane, una donna particolarmente bella e aggressiva che colpisce e annienta le cariche sessuali maschili, una donna “assassina” simbolo di bellezza e di seduzione, una donna che gioca bene le sue carte femminili. Importante è notare come il sogno elabora trasformandoli anche i conflitti militari in atto in quella parte del globo terracqueo.

“Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.”

La consapevolezza della bellezza e dell’attrazione erotica comporta una salutare “regressione” al tempo antico e nello specifico quando in casa dei nonni abitava la giovane figlia, la futura mamma di Marsel. La “terrazza” comporta il processo difensivo della “sublimazione della libido” per necessità etiche e per necessità psichiche. Marsel non s’impaurisce di fronte alla bellezza femminile e alle arti fascinose e non le vive come minacce alla sua  sopravvivenza dal momento che mette in atto la rivisitazione del tempo in cui è nata la sua “posizione edipica” e in particolare l’attrazione erotica nei confronti della figura materna. Il sogno non si ferma di fronte al nucleo psichico e conflittuale: tutt’altro! Il sogno si addentra e si dirige verso la radice del vissuto e del fantasma in riguardo all’universo femminile. Marsel ha il coraggio di rievocare la psicodinamica e di riappropriarsi del quadro.

“Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.”

Marsel è ritornato sul luogo del delitto e ha immaginato la mamma giovane e bella come la collega assassina, l’ha immaginata nella stanza da letto, nella sua procacità intima e nel trionfo della femminilità.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

Ecco che ritorna la “collega” assassina; la “traslazione” della madre giovane è provvida per continuare a dormire e per sviluppare la psicodinamica edipica, una collega che li segue con intenti ambigui e non certo pacifici o meglio li insegue e non li segue, perché i due compari sono in fuga. Marsel è stato veramente affascinato, nel bene e nel male, dalla sua mamma e ha vissuto un’adolescenza di vero struggimento dal momento che i pensieri, le fantasie e le emozioni lo hanno “inseguito” in questa tormentata fase psichica della sua evoluzione.

“Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.”

A questo punto si può andare al dunque e al perché: tutti i salmi finiscono in gloria, in vera gloria. Subentrano le “armi”, anzi “diverse armi”, una gamma di organi sessuali maschili, i simboli dell’aggressività erotica deputata alla concretizzazione della “libido genitale”, la penetrazione e il rapporto sessuale. Tutto il quadro psicofisico è assolutamente normale e giusto, oltre che molto bello. Si stanno adempiendo le “scritture psico-evolutive” in un contesto commovente di ricerca e di desiderio. Tradurre in parole il travaglio amoroso di Marsel avrebbe richiesto la penna poetica di Jacques Prevert o di Pablo Neruda e la sensibilità magica di Karl Gustav Jung. E’ affascinante procedere nell’analisi del sogno di Marsel per estrapolare le delicate movenze ispirate dal sentimento dell’amore allo stato puro e dalle sensazioni del piacere allo stato trasgressivo. A questo punto Marsel attende di scegliere l’arma giusta, di crescere e di maturare a livello psicosessuale. Sono gli anni dell’adolescenza e il momento in cui Marsel può e deve operare l’identificazione nel padre per acquisire l’identità psichica maschile. La figura paterna è ipotizzata, ma non è presente nel sogno, mentre il nonno è compreso nella casa dei “nonni”. La figura maschile è presente nel sogno di Marsel sotto forma di amico e di soldati: il primo si traduce “rafforzamento” e i secondi si traducono “libido”. Dopo la giusta e umana sensazione d’inadeguatezza, Marsel ha incarnato e calzato la sua maschilità.

“Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.”

L’amico di Marsel è anche lo specchio che rafforza il suo “Io” e nello specifico la sua identità maschile. Marsel vede se stesso nell’amico dotato di “arma” e rafforza la sua immagine rafforzando il suo “Io”, la coscienza e il gusto di sé. Si evidenzia un residuo di “libido narcisistica” deputata sempre al rafforzamento delle conquiste psichiche effettuate nel cammino della vita. Si evidenzia anche una complicità acrobatica in funzione difensiva da una donna potente e prepotente, la collega assassina o meglio la madre in versione giovane.

“Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.”

Lo strano attentato difensivo è pronto; non ci resta che seguire l’epilogo. Marsel si sposta nell’amico alleato per compiere la missione, ma poi giustamente si riappropria del suo ruolo e del suo compito edipico per cui è costretto a riconoscere la madre e ad acquisire la sua autonomia psichica. Fuori, nel mondo, ci saranno centomila donne da amare. Il simbolo “sparare” attesta il desiderio e l’attrazione sessuale a riprova che Marcel ha in atto un conflitto con la sua bella e affermativa genitrice. Auguri!

“Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono “l’Io, l’Es e il Super-Io”. La “posizione edipica” è dominante e la figura materna occupa uno spazio importante nell’economia psichica di Marsel.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “proiezione”. I processi psichici di difesa richiamati sono la “regressione” e la “sublimazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, cosiddetto volgarmente carattere, manifesta un tratto isterico, conflittualità intrapsichica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche usate sono la “metafora”, la “metonimia”, “l’enfasi”.

DIAGNOSI

La diagnosi è la seguente: psiconevrosi edipica, stato di conflittualità affettiva.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marcel di portare a compimento la relazione psichica con la madre e di risolverla per comporre al meglio la sua sfera affettiva. All’uopo Marcel può ricorrere al recupero della figura paterna o alla sua alleanza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO 

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica di tipo isterico, fobico-ossessivo o d’angoscia con difficoltà relazionali e struggimenti. Il rischio è quello iniziale del suo sogno ossia di trovarsi “in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia” ma senza amico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Marsel prova non soltanto dell’universalità della “posizione edipica”, ma anche di come la cultura incide nella formazione psichica e nei sogni di conseguenza. Il culto della madre è vissuto in maniera intensa dalle popolazioni del basso Mediterraneo. La Sicilia, ad esempio, riassume degnamente questo acritico, mistico e ambiguo attaccamento dei figli alle madri. La diffidenza verso il padre porta a un ridimensionamento del “Super-Io” e di conseguenza alla diffidenza verso le istituzioni politiche e giuridiche, verso lo Stato e il Diritto.